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Napoli, rubati 822mila euro di farmaci oncologici al Pascale: arrestato l’Arsenio Lupin dei medicinali salvavita

Fra i due arrestati per il furto di medicinali oncologici all’ospedale Pascale di Napoli, del valore di circa 822mila euro, ci sarebbe un ladro seriale di questo tipo di farmaci. Si chiama Ciro Sacchettino, classe 1981, l’Arsenio Lupin dei medicinali salvavita. Ha precedenti per furti simili all’ospedale di Trieste e al Sant’Orsola di Bologna. Nel 2019 era stato arrestato a Cremona per associazione a delinquere finalizzata al traffico di farmaci chemioterapici e antivirali.

A marzo Ciro Sacchettino risultava tra i 17 indagati della Procura di Napoli – procuratore Nicola Gratteri, pm Maurizio De Marco – per un traffico di farmaci antitumorali trafugati tra l’Asl Napoli 1 e l’azienda ospedaliera Federico II, del valore di circa 4 milioni e mezzo di euro. Messo ai domiciliari, liberato dal Riesame, non risulta tra i rinviati a giudizio. Ma nel frattempo le nuove indagini del pm De Marco e dei carabinieri del nucleo operativo del Vomero di Napoli hanno stretto il cerchio su di lui per quest’ultimo furto, per il quale la giudice per le indagini preliminari Rossella Grassi ne ha ordinato l’incarcerazione.

Il colpo si è compiuto il 17 settembre 2025 al Pascale e anche stavolta – come in altri casi relativi ad altri furti in altri presidi ospedalieri – determinante sarebbe stata la complicità di guardie giurate. E in particolare di chi, premendo un pulsante, ha disattivato l’allarme per una mezz’oretta, dalle 19 alle 19.30 circa. L’impianto di videosorveglianza, però, ha regolarmente funzionato e ha ritratto l’ingresso e il passeggiare di un uomo in tenuta scura, cappellino da baseball, guanti, zaino “sprayground” e attrezzi da scasso, che a un certo punto indossa una mascherina chirurgica per camuffarsi ulteriormente.

Gli investigatori ne sono convinti: è Ciro Sacchettino, accompagnato da un complice. Viene tracciata la Panda Nera entrata poco prima e utilizzata per il trasporto dei farmaci rubati, dopo che è stata forzata la sala frigorifera dove erano custoditi a temperatura controllata. La targa della Panda è clonata. Corrisponde a quella di un camper. È una delle prove che i furti vengono compiuti con metodi criminali scientifici. Il secondo arrestato è il vigilante Salvatore Abruzzo, va ai domiciliari. Inchiodato dalle telecamere che lo riprendono nel gabbiotto, mentre è da solo, negli orari di disattivazione e riattivazione dell’allarme.

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Incastrato da uno scontrino il 31enne che ha aggredito una studentessa Erasmus a Milano

Lo ha incastrato uno scontrino che aveva nello zaino. È stato un pezzetto di carta a portare al fermo di Richard William Salvador Janampa, 31enne peruviano irregolare e senza fissa dimora, accusato di aver abusato una studentessa tedesca di 21 anni in Erasmus lo scorso giovedì in via Giacosa, vicino a Parco Trotter, a Milano. La ragazza – come riporta Il Corriere della Sera – era rimasta sola dopo aver salutato il suo gruppo di amici – altri sette studenti stranieri – con cui aveva passato la serata; era stata poi aggredita e successivamente salvata dal casuale passaggio di due turisti italiani.

Determinante nelle indagini è stato il ritrovamento di uno zaino in via Padova, vicino al luogo della violenza: in esso è stato trovato uno scontrino, e dall’analisi delle telecamere del negozio in cui era avvenuto l’acquisto è stato possibile isolare il volto dell’aggressore. I carabinieri di Porta Garibaldi, poi, nella medesima sacca, hanno trovato la Sim di un telefono, da cui è stato possibile risalire al negozio dove è stata comprata e dunque rinvenire il numero di telefono associato e il suo intestatario.

Sono stati setacciati i filmati di videosorveglianza dei circuiti installati nella zona circostante all’aggressione: le riprese hanno mostrato la vittima venire adocchiata e poi aggredita da una sagoma, quella di Salvador Janampa. L’uomo è stato trovato nella zona di via Padova, vicino al luogo della violenza, ed è stato fermato – motivato con la presenza di gravi indizi di colpevolezza e di pericolo di fuga – e condotto in carcere.

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“Quale razza toy, il mio cane è diventato una pecora”: nelle intercettazioni le truffe della gang dei “barboncini pezzottati” di Napoli

C’era chi spendeva 2700 euro per un cane di razza. E poi al telefono sbottava col venditore: “Ma hai saputo qualcosa del pedigree? E’ proprio brutto, l’ho portato anche dal veterinario, ‘signora questo cane si sta facendo bruttissimo’… e non è originale, perché devo avere un cane che non mi piace”? Dall’altra parte provavano a rassicurarla: “Signora quello fa la trasformazione tra sei otto mesi, per lo spitz è normale”. E il pedigree? “Ancora mi devono chiamare, appena so qualcosa vi chiamo”. Spesso non arrivava. O era fasullo.

Non si sa se sorridere (per le reazioni dei padroni) o arrabbiarsi per il trattamento dei poveri animali, leggendo le intercettazioni dell’associazione a delinquere accusata di aver lucrato imbrogliando sulla compravendita di cuccioli importati dall’Ungheria, prima che compissero i 60 giorni previsti dalla legge, e truccando le attestazioni sulla loro salute e sul loro status di animali di pregio.

L’indagine condotta dei carabinieri del Citas di Napoli, agli ordini del colonnello Marco Trapuzzano, e coordinata dal pm Giulio Vanacore, fa propendere per l’indignazione. Nei negozi sequestrati tra Napoli e Torre Annunziata i cagnolini arrivano malati e infetti per lo stress del viaggio e la prematura sottrazione alla madre, ammassati negli scatoloni, custoditi in condizioni igieniche precarie, e gonfiati di farmaci per farli apparire vispi e radiosi (chi lo compra un cane triste in vetrina?), sino alla vendita. Per poi morire, spesso, poco tempo dopo la cessione. Nelle intercettazioni, gli indagati la siringa la chiamavano “la bomba”. Un mix di Plasil, Ranitidina, Rocefin. “Il maltese cosa ha fatto”? “Ha fatto un po’ di sangue…”. La soluzione per rimetterlo in piedi? Iniettargli il composto. “La bomba”.

Tra le carte di una enorme ordinanza che ricostruisce querele e truffe risalenti fino al 2014, spunta la storia di un rivenditore che al telefono non nasconde di avere “40 barboncini tutti senza microchip”. E quello che dovrebbe essere un obbligo di legge, trasferire la proprietà di animali da compagnia solo se chippati, diventa un optional. “Vedi di mettere due microchip… te li pago a parte… fammi questa cortesia”. Scrive il Gip Giovanni Vinciguerra che il rivenditore “li inocula solo all’occorrenza e solo se ce n’è bisogno”. E quel bisogno, di solito, scatta soltanto quando c’è qualche controllo dell’Asl e bisogna a mettere a posto le situazioni.

Il giudice ha disposto il carcere per Giuseppe Esposito, Marco Esposito e Giuseppe Gallo, e gli arresti domiciliari per Manuel Esposito e Giovanni Marfella, accogliendo la richiesta cautelare per associazione a delinquere e altri sei dei 45 capi di imputazione relativi a una decina di indagati. Le vittime qualche volta si accorgevano di essere state raggirate perché i loro cani aumentavano di peso oltre le caratteristiche di un cagnolino di pregio. Una signora se ne lamenta di brutto: “Ma quale razza toy, che è diventato cinque volte tanto. È otto chili e mezzo, è diventato una pecora”. Truffata: aveva comprato uno Shi Tzu, esemplare per cui la variante toy non esiste.

Solo una piccola parte delle vendite veniva tracciata. Il resto, in contanti. Per non emettere ricevute. Per non contabilizzare sui registri di carico e scarico. Uno schemino riassume come hanno pagato 54 clienti, di cui alcuni che hanno denunciato. Dei 43.875 euro ricavati, solo 14.855 sono passati attraverso carte di credito o bancomat. La signora M. R. ha pagato il suo cucciolo con 1300 euro in contanti. La signora S. S. 1150 euro in contanti. La signora A. C. la sua bestiola l’ha pagata con 100 euro tracciati e 300 in contanti. Il signor F. A. 1750 euro tutti sull’unghia. Ci sono delle eccezioni: il signor P. C. ha pagato 1500 euro tracciandoli. Ha comunque denunciato. Era convinto di aver comprato un barboncino toy sano. Si è trovato in casa un meticcio con un difetto ereditario.

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Napoli, arrestata la gang dei ‘barboncini pezzottati’: imbottivano di medicine e vendevano cuccioli moribondi

A Napoli avrebbero ‘pezzottato’ anche i chihuahua e i barboncini. Lo sostiene la procura di Napoli guidata da Nicola Gratteri nelle carte di un’inchiesta sui titolari di quattro negozi tra Napoli e Torre Annunziata di cui si erano occupati anche gli inviati di ‘Striscia la Notizia’. Negozi specializzati nella vendita di cani di razza, che tali non erano: secondo le accuse formulate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci e dal pm Giulio Vanacore, i cuccioli di piccola taglia erano privi della certificazione sanitaria, senza il pedigree certificato dall’ENCI (unico ente titolato in Italia a certificare la razza), senza il microchip e le vaccinazioni promesse e assicurate. Al dunque, all’acquirente al massimo veniva consegnato un attestato privo di valore. Pezzotto pure quello. Oppure la promessa dell’invio del certificato, non mantenuta. I clienti venivano attirati dalle pubblicità on line e suoi social, dove i chiauaua, gli spitz, i maltese e i chow chow venivano spacciati come esemplari “di razza purezza certificata” e “mini toy”.

In realtà i cuccioli erano in condizioni malsane e molto spesso sviluppavano malattie connesse all’importazione stressante dall’estero, per lo più dall’Ungheria, alla separazione precoce dalle madri, alle condizioni igienico-sanitarie di detenzione. Maltrattati prima, durante e dopo la cessione. Per occultarne i sintomi delle infezioni e lasciarli in vetrina, i cani venivano imbottiti di antibiotici e antinfiammatori. Siringhe di farmaci per prolungarne l’agonia. E quando il cliente veniva a protestare, perché il cagnolino era malato, era meticcio, o maschio invece che femmina, o peggio ancora morto poco dopo l’acquisto, il venditore e i suoi complici avrebbero reagito con “manovre ostruzionistiche o intimidatorie”: accusavano di incompetenza i veterinari di fiducia degli acquirenti, rifiutavano i rimborsi facendo leva sull’assenza di tracciabilità della vendita, oppure proponevano la sostituzione del cucciolo deceduto con un ulteriore conguaglio in denaro. Infatti i cani venivano pagati in contanti o attraverso ricariche su schede di prestanome e senza ricevuta.

Alle indagini hanno lavorato i carabinieri di Napoli del Nucleo Cites, il corpo che tutela le specie animali e vegetali protette dalla Convenzione di Washington del 1973, un accordo internazionale nato per proteggere la flora e la fauna a rischio estinzione. Hanno calcolato una cinquantina di presunte truffe, e disposto di sequestro preventivo di 43.000 euro. I negozi sono stati sigillati, insieme agli animali in vendita, i medicinali veterinari custoditi, gli apparecchi di videosorveglianza e la documentazione sanitaria e fiscale. L’ordinanza di circa mille pagine contesta l’associazione a delinquere finalizzata a maltrattamenti, uccisione di cuccioli di cane, riciclaggio, truffa, frode in commercio e esercizio arbitrario della professione veterinaria.

Terribili le circostanze che hanno dato il via all’inchiesta: il ritrovamento di un cucciolo morente per strada. Il presidio veterinario dell’Asl acclarò gravi patologie e deficit immunitari. I carabinieri sono risaliti all’auto utilizzata per l’abbandono e hanno incrociato i dati con quelli di segnalazioni di casi simili. Le perizie degli specialisti del Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università di Napoli Federico II sui cadaveri degli animali recuperati hanno dimostrato che i cuccioli venivano importati in tenerissima età, privi del necessario svezzamento e dello sviluppo immunitario primario. E morivano spesso per gravi forme di Parvovirosi (gastroenterite virale), Cimurro e parassitosi aggressive (quali la Giardia): vivevano giusto il tempo per essere messi in commercio.

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Devastazioni Milano, anche un undicenne “casseur”. Identificato a scuola era stato ripreso durante i saccheggi

Due minorenni – di cui uno poco più di un bambino visto che ha 11 anni – sono stati identificati dai carabinieri nell’ambito degli accertamenti sui disordini dello scorso fine settimana a Milano con devastazioni e saccheggi in particolare in piazza Duomo. L’11enne casseur è rintracciato nella sua scuola alla Barona, nella periferia sud-occidentale della città. Mentre l’altro è un 16enne individuato a Desio, in Brianza. Entrambi erano comparsi in alcuni video diventati virali sui social network durante i saccheggi e gli episodi di violenza nel capoluogo lombardo.

Il più giovane, che frequenta la seconda media, sarebbe entrato domenica nel negozio di abbigliamento Fusaro, in centro, durante i saccheggi. In un filmato pubblicato su Instagram lo si vede uscire dall’esercizio commerciale con diverse cinture. La sua identificazione è avvenuta dopo il riconoscimento delle immagini e il successivo rintracciamento all’interno dell’istituto scolastico frequentato dal bambino.

Il sedicenne, invece, era stato ripreso sabato mentre indossava un cappello dell’Arma dei carabinieri. Nei suoi confronti vengono contestati i reati di devastazione, saccheggio, furto e vilipendio delle Forze armate. La vicenda è stata richiamata anche dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, al termine del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, convocato dal prefetto Claudio Sgaraglia dopo gli scontri del fine settimana.

Per il ministro dell’interno Matteo Piantedosi quanto accaduto a Milano può essere stato mutuato dalle devastazioni in Francia, “perché gli appelli” a partecipare ai disordini sono stati molti, “ma non c’è a ora nessuna evidenza che dietro ci siano le stesse menti”.

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Albero travolge l’auto mentre va al lavoro: muore un militare di 46 anni a Jesolo. Oltre 370 interventi dei vigili del fuoco per maltempo

Un militare di 46 anni è morto a Jesolo, in provincia di Venezia, dopo essere stato travolto da un albero che si è abbattuto sulla sua auto. L’incidente è avvenuto questa mattina in via Roma Destra, dove il tronco, ceduto a causa delle condizioni meteorologiche, ha colpito il tetto della vettura sulla quale viaggiava l’uomo. Un impatto che non gli ha lasciato scampo.

La macchina era in transito lungo la strada mentre il militare si stava recando al lavoro. Poi, improvvisamente, l’albero ha ceduto ed è precipitato sulla vettura. L’allarme ha fatto scattare l’intervento dei soccorritori, compresi i vigili del fuoco, arrivati sul posto per prestare assistenza. Ogni tentativo, tuttavia, si è rivelato inutile: per il 46enne non c’è stato nulla da fare.

In via Roma Destra sono intervenuti anche i carabinieri di Jesolo, che stanno svolgendo gli accertamenti necessari per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto. La tragedia si è verificata in un contesto di maltempo che, nelle stesse ore, ha provocato danni e situazioni di pericolo in diverse parti d’Italia, mettendo alla prova le squadre di soccorso e costringendo numerose persone a chiedere aiuto.

Sono stati oltre 370 gli interventi effettuati dai vigili del fuoco in Liguria, Sardegna, Toscana e Lazio per fronteggiare le conseguenze delle condizioni meteorologiche avverse. Gli operatori sono stati impegnati soprattutto per alberi caduti sulle strade o in prossimità degli edifici, allagamenti, elementi pericolanti da mettere in sicurezza e automobilisti rimasti bloccati in situazioni difficili. Un quadro diffuso di criticità, con interventi diversi a seconda delle zone maggiormente colpite dalle precipitazioni.

In Sardegna circa 170 interventi

Tra le regioni più impegnate c’è la Sardegna, dove i vigili del fuoco hanno effettuato circa 170 interventi, concentrati soprattutto nelle province di Nuoro, Oristano e Sassari. Le richieste di soccorso hanno riguardato principalmente allagamenti, alberi caduti e automobilisti che si sono trovati in difficoltà mentre percorrevano strade interessate dall’acqua.

Una delle situazioni più delicate si è verificata a Siniscola, in provincia di Nuoro. Qui una famiglia composta da cinque persone è rimasta bloccata nella propria abitazione a causa dell’acqua, rendendo necessaria l’evacuazione. Un intervento che restituisce la misura delle difficoltà affrontate nelle aree interessate dal maltempo, dove l’accumulo d’acqua può trasformare rapidamente le condizioni di sicurezza di abitazioni e viabilità.

Le squadre dei vigili del fuoco sono state impegnate anche in numerosi interventi legati alla caduta di alberi, un fenomeno che rappresenta un rischio tanto per chi si trova in strada quanto per gli edifici e le infrastrutture. Proprio la caduta di un albero è stata all’origine della tragedia di Jesolo, dove il tronco ha travolto l’auto del militare mentre stava raggiungendo il posto di lavoro.

In Liguria cento interventi tra Genova e Savona

Anche la Liguria ha dovuto fare i conti con le conseguenze del maltempo. Tra le province di Genova e Savona i vigili del fuoco hanno portato a termine circa cento interventi, operando per rimuovere alberi caduti, affrontare allagamenti e mettere in sicurezza elementi pericolanti dagli edifici.

Tra gli episodi segnalati c’è quello di Celle Ligure, dove un masso è caduto sulla carreggiata della strada statale 1 Aurelia. La presenza del materiale sulla sede stradale ha reso necessaria la chiusura dell’arteria in entrambe le direzioni, interrompendo la circolazione per consentire di gestire la situazione in condizioni di sicurezza.

Gli interventi hanno riguardato anche strutture ed elementi esposti al rischio di cedimento, oltre alle situazioni in cui l’acqua ha invaso spazi e aree che necessitavano dell’intervento delle squadre di emergenza. Le operazioni si sono distribuite sul territorio provinciale, con l’obiettivo di affrontare le diverse criticità segnalate e ridurre i rischi per le persone.

Dall’isola d’Elba al litorale livornese

In Toscana, le squadre dei vigili del fuoco sono intervenute sull’isola d’Elba e lungo il litorale livornese, dove le intense precipitazioni hanno provocato danni e richiesto operazioni di soccorso. Anche in queste aree, gli interventi si sono inseriti nel quadro delle attività avviate per fronteggiare gli effetti delle condizioni meteorologiche avverse.

Nel Lazio, le situazioni più critiche si sono registrate nelle province di Roma e Latina. Qui i vigili del fuoco sono stati impegnati per far fronte agli allagamenti, intervenire dopo la caduta di alberi e rimuovere ostacoli pericolanti. Un’attività che ha richiesto di affrontare problemi differenti, dalla presenza di acqua nelle aree interessate alle situazioni in cui elementi instabili potevano costituire un pericolo per la circolazione e per chi si trovava nelle vicinanze.

Nel Crotonese cinque persone bloccate tra acqua e fango

Altri momenti di difficoltà si sono verificati in Calabria, nel Crotonese, dove cinque persone sono state soccorse dai vigili del fuoco dopo essere rimaste bloccate all’interno di un’automobile circondata da acqua e fango. L’intervento è stato effettuato lungo la strada statale 107 e la strada provinciale 30, nel tratto compreso tra Santa Severina e Belvedere di Spinello.

Le persone si trovavano in una situazione che ha richiesto l’intervento delle squadre di soccorso per consentire loro di uscire dalle condizioni di pericolo.

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Bimbo di tre anni muore in casa a Cassola (Vicenza): inutili i tentativi di rianimazione

Un bambino di appena tre anni è morto martedì mattina nella propria abitazione a Cassola, nel Vicentino. La tragedia si è consumata nella frazione di San Giuseppe, dove il piccolo sarebbe stato colto da un arresto cardiaco.

L’allarme è scattato poco prima di mezzogiorno, quando la madre ha trovato il figlio senza vita e ha chiesto l’intervento dei soccorsi. Sul posto sono arrivati un’ambulanza del Suem, un’automedica e l’elisoccorso di Treviso, con il supporto dei carabinieri.

I sanitari hanno tentato a lungo di rianimare il bambino, impegnandosi nelle manovre di soccorso per cercare di salvargli la vita. Ogni tentativo, però, si è rivelato inutile: per il piccolo non c’è stato nulla da fare. Restano da chiarire le circostanze della morte. Sulla vicenda sono in corso ulteriori accertamenti da parte delle forze dell’ordine, impegnate a ricostruire quanto accaduto nell’abitazione.

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Minaccia di uccidere la moglie poi tenta il suicidio: arrestato 41enne a Imola

Minaccia di uccidere la moglie, poi tenta il suicidio. È successo la scorsa notte a Imola, in provincia di Bologna, dove un uomo di 41 anni ha svegliato la moglie puntandole al petto un coltello e minacciando di ucciderla per una serie di episodi legati al passato della loro relazione.

La donna è però riuscita a convincerlo a uscire di casa e raggiungere in auto l’area del Parco delle Acque minerali. Arrivati in zona, tuttavia, la donna ha approfittato di un momento di distrazione del marito ed è fuggita a piedi, trovando un automobilista che è riuscita a soccorrerla e a condurla in caserma.

I carabinieri hanno allora attivato il Codice rosso e iniziato le ricerche dell’uomo, che è stato trovato poco dopo in via Pisacane oltre la balaustra di un ponte. Nonostante i tentativi per farlo desistere l’uomo si è lanciato nel vuoto; alla caduta di oltre sei metri sul terrapieno sottostante è sopravvissuto.

Il personale del 118 è intervenuto e lo ha trasportato in elisoccorso all’ospedale Maggiore di Bologna. È stato dichiarato in stato di arresto per tentato femminicidio aggravato e porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere; al momento, è piantonato in ospedale a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa dell’udienza di convalida.

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Corona insegue De Martino: Affari Tuoi? No, solo guai… suoi. E finisce in caserma

L’ex re dei paparazzi avrebbe tallonato il conduttore di Rai 1 per le strade di Milano. I carabinieri lo fermano, lui resta senza Suv e si ritrova con una denuncia. Ma quale segreto stava cercando di scoprire?

Protagonista di una serata milanese che sembra scritta da uno sceneggiatore sotto psicofarmaci, l’ex sovrano del gossip avrebbe dato la caccia nientemeno che a Stefano De Martino, il golden boy della televisione italiana. A svelare il retroscena è Alberto Dandolo su Oggi. La scena è da cinema: De Martino sfreccia sulla sua motocicletta nuova di trinca, Corona lo segue lanciato a bordo di un Suv. Mancano soltanto la colonna sonora di Mission: Impossible e Tom Cruise che salta da un cavalcavia.

Da Affari tuoi agli affari dei carabinieri

Milano, 14 ottobre, ore 20.30. Siamo tra corso Sempione e via Moscati. Secondo la ricostruzione del settimanale Oggi, sarebbe stato proprio De Martino a segnalare alle forze dell’ordine la guida spericolata dell’inseguitore. Arrivano i carabinieri del Radiomobile, intimano l’alt, ma Corona avrebbe deciso di proseguire. Una fuga durata poco più di cinquecento metri. Praticamente meno di una pausa pubblicitaria.

Poi il finale: caserma di via Vincenzo Monti, controlli e sorpresa. Il Suv risulta sottoposto a fermo amministrativo, Corona è senza patente e il veicolo viene sequestrato. Per lui scatta la denuncia per non essersi fermato all’alt dei militari.

Insomma, voleva forse portarsi a casa uno scoop e invece si è portato a casa un procedimento. Da re dei paparazzi a principe delle contravvenzioni, il passo è breve.

Il mistero del motociclista senza nome

C’è però un particolare che trasforma la commedia in un piccolo thriller televisivo… o forse lo rende somigliante ad un’inedita puntata tragicomica del L’Ispettore Coliandro. Nei verbali, secondo quanto riportato, Stefano De Martino non viene nominato. Compare soltanto un generico «motociclista». L’identità del conduttore resta dunque un’indiscrezione giornalistica, non una circostanza confermata dagli atti citati. E soprattutto rimane sospesa la domanda delle domande: perché Corona avrebbe inseguito proprio De Martino? Un’indiscrezione sentimentale? Un segreto televisivo? Un colpo di scena da servire al prossimo appuntamento social? Velleità canore Sanremesi?!? Nessuna risposta verificata, soltanto interrogativi.

Una certezza, però, c’è: Stefano De Martino continua a far girare i pacchi in televisione, mentre Corona, per una sera, ha fatto girare le pattuglie. E stavolta il pacco più clamoroso se l’è preso lui.

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Le presunte tangenti fotografate dall’ex moglie: così la “guerra dei Roses” sannita apre la pista dei soldi nell’inchiesta sulla corruzione a Benevento

Di casi di corruzione scoperti per le ritorsioni di signore tradite o con il dente avvelenato coi loro consorti ne sono piene le cronache degli ultimi 30 anni, dalla ex moglie di Mario Chiesa in poi. Ne abbiamo uno, presunto, anche nella Tangentopoli di Benevento che sta facendo tremare (politicamente) Clemente Mastella, il sindaco non indagato di un Comune dove dirigenti e funzionari vicini al partito mastelliano Ndc avrebbero trasformato in prassi l’incasso di una tangente su quasi tutti gli appalti e gli affidamenti. Ed una parte di questi soldi sarebbe stata riversata nel finanziamento delle iniziative politiche ed elettorali dei mastelliani.

Il caso riguarda l’ingegnere indagato Maurizio Perlingieri, dirigente comunale del Settore Ambiente, Energia, Mobilità e Servizi Cimiteriali. Questa ‘Guerra dei Roses’ in salsa sannita non appare nei lunghi e numerosi verbali confessori di Gennaro Santamaria, l’ex responsabile del Gabinetto del primo cittadino, che fece salire Perlingieri sul palco del Teatro La Salle durante un’iniziativa elettorale per la candidatura al consiglio regionale di Pellegrino Mastella. È invece il frutto del lavoro dei Carabinieri del comando provinciale. Hanno incrociato le evidenze investigative su Santamaria e company, con una denuncia presentata dalla ex moglie di Perlingieri a febbraio.

La signora, che aveva sottoscritto un accordo di negoziazione assistita con l’ex marito dopo aver scoperto la sua relazione extraconiugale, si è recata nella seconda casa di Salerno e ci ha trovato delle fascette di denaro conservate sottovuoto coi relativi importi annotati a mano. Ha scattato tre foto delle mazzette “la cui entità appariva sin da subito palesemente incompatibile con le fonti di reddito legale del soggetto”, scrivono i carabinieri in un’informativa che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere.

In quella casa c’era anche un Nokia di vecchia generazione intestato a uno sconosciuto straniero, ma di fatto usato da Perlingieri. Lo usava come ‘telefono dedicato’ alle chiamate e ai messaggi con un imprenditore leader di un gruppo che ha ottenuto affidamenti diretti dal Comune di Benevento. La signora ha fotografato anche gli sms che l’ingegnere mandava all’imprenditore. “X tenere il punto ti fa tremare. Valuta fino a che punto ti conviene insistere. Speriamo che non sta impazzendo (…). Non si aspettava andassi avanti così”.

Nella denuncia la signora chiede spiegazioni sul tenore di vita dell’ex marito a suo dire “sproporzionato” rispetto ai redditi dichiarati. E fa l’esempio dell’acquisto di un Suv costato 67.000 euro, per il quale Perlingieri nel corso del giudizio di divorzio non avrebbe fornito riscontri sulla tracciabilità del pagamento. Opponendosi alle richieste di accertamenti tributari. Ètutto nel fascicolo dell’inchiesta coordinata dalla Procura di Benevento – procuratore Nicola D’Angelo, aggiunto Gianfranco Scarfò, pm Maria Colucci – il cui prossimo step sono gli incidenti probatori fissati a partire dal 3 novembre.

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