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Elezioni di midterm: Trump scivola ancora nei sondaggi e i repubblicani spendono milioni per conquistare Stati un tempo “sicuri”

A due settimane dal voto, per i repubblicani si profila un appuntamento elettorale di metà mandato a rischio, anche negli Stati che il Gop pensava certi. A gettare un’ombra cupa sul capo della Casa Bianca sono i sondaggi che lo riguardano: Donald Trump scivola ancora, ai nuovi minimi storici. Le prospettive dei repubblicani per mantenere il risicato controllo del Congresso si assottigliano con il tycoon che vede il suo gradimento attestarsi al 33%, in base a una rilevazione di Washington Post-Abc News-Ipsos. La disapprovazione nei suoi confronti sale al 66%, con il 52% fortemente contrario verso la sua azione politica. La perdita netta di consenso sfiora il 4% rispetto a un sondaggio di luglio e l’8% su uno fatto a ottobre del 2025, con il paradosso che ora, per la prima volta in oltre un decennio, i democratici sono considerati più affidabili del Grand Old Party sui dossier economici. Neanche il tesoretto di quasi un miliardo di dollari, almeno per ora, è riuscito a dare slancio ai repubblicani, a fronte di un elettorato alle prese con la frustrazione per la congiuntura economica, tra inflazione e costo della vita e carburanti alle stelle, e l’impopolarità della guerra in Iran. Dal Labor Day di inizio settembre al 14 ottobre, i gruppi repubblicani hanno investito oltre 740 milioni nelle elezioni per il Congresso, secondo un’analisi di Cnbc sui dati di AdImpact. Una cifra enorme che include almeno 220 milioni spesi da gruppi legati a Trump e con Elon Musk, il patron di SpaceX e Tesla, che ha donato altri 276 milioni di dollari a gruppi repubblicani, contribuendo a far raggiungere al Senate Leadership Fund, il super Pac dei repubblicani, un risultato record in un singolo trimestre.

Eppure, la massiccia campagna di spesa ha a malapena modificato lo scenario politico. Secondo le medie dei sondaggi di FiftyPlusOne, i dem sono in vantaggio in nove delle sfide più combattute per il Senato: Alaska, Georgia, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, New Hampshire, Carolina del Nord, Ohio e Texas. Al punto che i repubblicani hanno spostato sempre più fondi dall’attacco alla difesa, investendo risorse in stati un tempo considerati sicuri, come Texas, Kansas e Nebraska, e ritirandosi dalle competizioni in Carolina del Nord e per la Camera. Oltre a fare leva su tematiche come la presenza di atleti transgender negli sport femminili, la sicurezza delle frontiere e il socialismo come elementi chiave per convincere gli elettori che i democratici sono troppo estremisti.

L’appuntamento delle elezioni di midterm scalda anche la campagna elettorale per le prossime presidenziali. Sul fronte repubblicano, il vicepresidente Usa JD Vance segnala l’importanza del voto del 3 novembre, anche ai fini delle scelte personali. “C’è, ovviamente, la possibilità che non mi candidi” alle presidenziali del 2028, afferma il vicepresidente a Cbs News, ribadendo che la riserva sarà sciolta dopo le elezioni in quella che, per la prima volta, è stata presentata come una decisione “familiare”, capace di tenere nella giusta considerazione le esigenze dei quattro figli piccoli e il punto di vista di sua moglie sulla politica.

Uno scenario che spiega la prudenza di Vance sul nodo del 2028. Dall’altra parte, sul fronte dem, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, stella dei dem progressisti, è corsa in soccorso di Abdul El-Sayed, il candidato dem progressista al Senato Usa in Michigan, impegnato in una sfida serrata contro l’ex deputato repubblicano Mike Rogers. Ha alimentato nuove speculazioni sul suo futuro politico e sulle sue ambizioni presidenziali dopo l’inedito contributo da 1 milione di dollari dato alla campagna di El-Sayed. “Non voglio svegliarmi il 4 novembre rimpiangendo di non aver fatto abbastanza per contrastare le campagne diffamatorie contro Abdul. Sto dando tutto ciò che posso in questa battaglia”, ha detto Ocasio-Cortez. La sua mossa, per gli osservati, potrebbe segnalare la sua volontà di vedere un maggior numero di progressisti dei Democratic Socialists of America (Dsa), contribuendo al cambio della direzione del dibattito politico a Washington. In vista del grande salto del 2028.

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Controllo della firma, ID senza foto e voto per posta: ecco come funziona il voto nei 50 Stati Usa

Ridisegno dei collegi elettorali. Restrizioni al voto per posta. Requisiti di identificazione più severi. Riduzione dei seggi e dell’orario di apertura delle urne. Sono alcune delle misure che i repubblicani Usa hanno introdotto, o cercato di introdurre, in vista del midterm del 3 novembre. Il partito di Donald Trump afferma di voler garantire un corretto svolgimento delle elezioni. Per i critici, il G.O.P. ha paura del risultato elettorale e cerca di limitare il diritto di voto. A evidenziare le difficoltà di tenuta del sistema è comunque un intrico contorto di procedure, in cui la gestione delle elezioni viene lasciata ai singoli Stati e dove quindi si tratta di coordinare 50 differenti eventi elettorali. Vediamo, nei limiti del possibile, di mettere un po’ di ordine su come si voterà il prossimo 3 novembre.

REQUISITI DI BASE – Ci sono poche regole che tutti gli Stati devono rispettare. Anzitutto l’Election Day, il giorno delle elezioni, che è lo stesso in tutti gli Stati Uniti e che deve sempre cadere nel martedì successivo al primo lunedì di novembre, negli anni pari. Per votare, bisogna aver compiuto 18 anni, essere cittadini degli Stati Uniti, e non essere stati soggetti a procedure di revoca o sospensione dei diritti civili (anche in questo caso, le regole sul voto di detenuti o ex detenuti variano da Stato a Stato).

AL SEGGIO – L’elettore fa la fila al seggio (si spera non troppo lunga), entra, fornisce il proprio nome e cognome – una ID, nel caso lo Stato lo richieda – e firma il registro elettorale. A quel punto, gli viene consegnata la scheda, che più che una scheda è un lenzuolo – non a caso, viene definito blanket ballot o jumbo ballot – in quanto si è spesso chiamati a votare per cariche diverse: presidente, membri del Congresso, membri dei parlamenti statali, governatore, sceriffo, referendum e così via. L’elettore raggiunge quindi la cabina, dove con una penna nera sigla i propri candidati. La scheda viene poi collocata dall’elettore stesso in uno scanner elettronico, che registra automaticamente il voto. Tutto questo vale, appunto, solo se la scheda è cartacea. In molte circoscrizioni viene infatti messo a disposizione un sistema di voto elettronico, o DRE (Direct-Recording Elettronica). L’elettore sceglie i propri candidati sullo schermo attraverso il touchscreen. La macchina quindi stampa un modulo che l’elettore può controllare e posizionare in uno scanner ottico, che conteggia il voto e l’archivia. Resta comunque la prova fisica del voto, che serve per eventuali controlli e riconteggi in caso di contestazioni – e sappiamo quante ce ne siano state negli ultimi anni.

SENZA BISOGNO DI RECARSI AL SEGGIO – L’Election Day cade di martedì, un giorno lavorativo come gli altri. Per favorire la partecipazione al voto, negli ultimi anni molti Stati hanno potenziato soluzioni alternative come l’early voting, il voto anticipato, che può avvenire in due modi: di persona (in-person early voting), presentandosi agli appositi seggi approntati prima del giorno elettorale o depositando la scheda nelle urne predisposte (drop box); o per posta (mail-in/postal voting). Anche in questo caso, non esiste una regola valida su tutto il territorio Usa, ma ogni Stato stabilisce regole proprie quanto a durata e modalità dell’early voting. 47 Stati su 50, oltre al Distretto di Columbia, consentono il voto anticipato di persona – le eccezioni sono Alabama, Mississippi e New Hampshire. Alcuni Stati consentono di votare fino a 46 giorni prima dell’Election Day – tra questi il South Dakota e il Minnesota. Altri, come il Kentucky, aprono l’early voting a soli 5 giorni dal voto. Tutti i 50 Stati americani consentono poi il voto per posta, anche qui con procedure diverse. In alcuni Stati, l’elettore può richiedere di votare per posta senza dover fornire alcuna giustificazione. In altri, bisogna fornire una ragione: malattia, età avanzata, assenza per motivi di lavoro dall’indirizzo di residenza. Ci sono però Stati, tra questi Washington, Oregon, Colorado, dove il voto per posta è prevalente e la scheda viene inviata automaticamente a casa a tutti gli aventi diritto.

IL DOCUMENTO DI IDENTITA’ – Molta della più recente discussione sulle regole elettorali si è concentrata sul tipo di documento da esibire al momento del voto. 36 Stati richiedono la presentazione di un documento di identità per poter esprimere il voto. In 24 tra questi, l’ID deve avere la foto – quindi patente, passaporto, carta d’identità statale. Se l’elettore non ne è in possesso, può comunque esprimere quello che viene definito un “voto provvisorio”, che verrà conteggiato in modo definitivo alla presentazione di una ID nei giorni immediatamente successivi. Altri 14 Stati, oltre al Distretto di Columbia, non richiedono una ID; sono, con l’eccezione dell’Iowa, Stati a maggioranza democratica. In questa parte del Paese si ritiene che l’identità sia stata verificata in precedenza, al momento dell’iscrizione nelle liste elettorali. È anche possibile, per il responsabile del seggio, confrontare la firma dell’elettore con quella presente sul registro ufficiale. In alcuni Stati, per dimostrare l’identità, è possibile esibire bollette nominali o presentare una dichiarazione giurata. La scelta di non rendere obbligatoria la presentazione di un documento di identità risponde a diverse considerazioni. Anzitutto, non esiste un vero problema di falsificazione del voto. A titolo di esempio, Heritage Foundation ha trovato solo 36 casi riconducibili a brogli nelle elezioni degli ultimi 40 anni in Pennsylvania. Il problema, negli Stati Uniti, non è tanto evitare i brogli, quanto far sì che la gente vada a votare. Esistono poi problemi legati proprio al tipo di documenti richiesti. Milioni di americani, in particolare quelli con i redditi più bassi, non hanno una ID con foto. Un sondaggio del 2024 ha per esempio rivelato che ben 21 milioni di americani in età di voto non hanno una patente valida. Ancora più alto il numero di chi non ha il passaporto. Spesso non hanno una ID con foto gli anziani, che non guidano e che non si recano di frequente all’estero. Gli Stati Uniti sono poi un Paese con una forte mobilità interna. Chi ha da poco cambiato residenza, può non avere avuto il tempo di aggiornare i propri dati. Ci sono poi gli studenti che vivono nei campus, lontani dal loro indirizzo di residenza e che non hanno la patente. E ci sono milioni di homeless, anche loro privi di documenti di identità, non per questo inabili a votare. L’ID con foto diventa quindi soprattutto un modo per limitare il diritto di voto per milioni di americani.

COME LIMITARE IL DIRITTO DI VOTO – La richiesta di una ID con foto è solo uno tra gli strumenti utilizzati – in particolare dai repubblicani – per restringere il numero il diritto di voto. Ci si è rivolti a molto altro. Anzitutto al gerrymandering, il ridisegno dei confini dei distretti in modo da concentrare il voto bianco – di solito più favorevole al G.O.P. – diluendo invece quello delle minoranze, che tendono a votare democratico. Si è poi cercato di agire sulle condizioni fisiche, materiali, del voto. Hanno ridotto le finestre temporali per potere votare per posta North Carolina, Arkansas, Montana, Utah, South Dakota, Arizona. In Georgia si sono ridotti i tempi per richiedere le schede postali e limitato il numero delle urne di drop-box dove collocare le schede. Il Texas ha reso più severi i requisiti di identificazione per il voto postale e imposto limiti di orario al voto anticipato. L’Ohio ha eliminato giorni di voto anticipato e ridotto le finestre temporali per la richiesta e la restituzione delle schede. La Florida ha limitato la possibilità di chiedere le schede elettorali per posta per più cicli consecutivi. Esiste poi un divieto di fornire acqua e cibo a chi si trova in fila. È una proibizione variamente declinata nei diversi Stati, anche se il caso più clamoroso è quello della Georgia, dove nel 2021 è stato approvato l’Election Integrity Act, che proibisce l’offerta di regali, denaro, cibo, bevande a chi si trova in fila alle urne. I repubblicani sostengono che i gruppi progressisti portino la gente a votare promettendo regalie – secondo i critici, la questione è se pane e acqua per chi è in fila da ore possano essere considerati “regali”. Per le elezioni del prossimo 3 novembre, l’amministrazione Usa ha comunque deciso di non invitare gli osservatori internazionali dell’Osce. Si tratta di una svolta storica: negli ultimi 24 anni, l’Osce ha regolarmente monitorato procedure e svolgimento delle elezioni statunitensi. In compenso, l’amministrazione non esclude l’invio ai seggi di truppe dell’esercito e della Guardia Nazionale, oltre ad agenti federali armati, tra questi quelli dell’Ice. Secondo la Casa Bianca, si tratterebbe di un modo per assicurare un corretto svolgimento del voto. Per democratici e gruppi per i diritti. Trump e i repubblicani cercano chiaramente di intimidire gli elettori.

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Zelensky recupera l’intelligence americana, non la certezza di poter decidere la pace

Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, center, stands beside Norwegian Prime Minister Jonas Gahr St¿re, right, Finnish President Alexander Stubb, 2nd left, and U. S. envoy Steve Witkoff, in Oslo, Norway, Tuesday, Oct. 20, 2026. (Heiko Junge, Pool Photo via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Gli Stati Uniti hanno ripreso a condividere con l’Ucraina informazioni di intelligence utili ad anticipare gli attacchi missilistici russi. Lo ha detto Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con l’inviato americano Steve Witkoff a Oslo, in Norvegia. «Adesso funziona. È ottimo», ha detto il presidente ucraino, spiegando che gli avvisi preventivi possono salvare vite umane. Il ripristino delle informazioni arriva dopo giorni in cui Kyjiv sembrava aver perso una parte del sostegno di Washington, in una delle fasi più difficili dei rapporti tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa.

L’incontro si è svolto dopo una settimana di forti tensioni. Il 9 ottobre, ricorda il Guardian, Donald Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca sul diesel russo, mentre Kyjiv aveva subito una temporanea interruzione della condivisione di intelligence e restrizioni nell’utilizzo di Starshield, la versione militare di Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Le limitazioni hanno compromesso la capacità ucraina di condurre alcuni attacchi con droni a medio raggio contro le posizioni russe. Trump ha negato che ci sia stata una decisione politica per danneggiare l’Ucraina e ha continuato a criticare Zelensky, sostenendo che Kyjiv avrebbe potuto raggiungere un accordo con Mosca già due anni fa.

A Oslo il presidente ucraino ha cercato di ricostruire un canale di dialogo. Witkoff ha incontrato Zelensky insieme, in collegamento video, a Jared Kushner, genero di Trump. Hanno partecipato anche il premier norvegese Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e rappresentanti europei e britannici della sicurezza. Il colloquio è stato definito «costruttivo» da un funzionario americano. Zelensky ha parlato anche con il segretario di Stato Marco Rubio e ha detto di aver discusso con lui le restrizioni a Starshield e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Certo, è difficile aspettarsi che l’incontro produca cambiamenti sostanziali. Il risultato più concreto potrebbe essere proprio il ripristino della condivisione di intelligence, il pieno funzionamento dei sistemi satellitari e la prosecuzione del programma Purl, attraverso cui i Paesi alleati acquistano armi americane per Kyjiv. Intanto Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin in Russia. Secondo Washington, l’obiettivo è aprire la strada a negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, oltre che a colloqui multilaterali.

Resta però il nodo di chi debba sedersi al tavolo. Zelensky ha respinto l’ipotesi di un vertice tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping che escluda Kyjiv, proposta attribuita al leader russo. «Non può esserci nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha detto Zelensky a Oslo. E ha aggiunto: «Se si parla dell’Ucraina e del nostro futuro, può essere accettabile soltanto se siamo al tavolo dei negoziati».

Per Kyjiv, il ripristino dell’intelligence è un segnale importante, ma non risolve le divergenze sul futuro della guerra. E per l’Europa resta il timore che Washington e Mosca cerchino un’intesa sulle condizioni della pace senza tenere adeguatamente conto delle richieste ucraine.

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La guerra di Trump ricompatta l’Iran: decine di expat in esilio tornano nel Paese per sostenerlo

I temporanei esiti della guerra israelo-americana all’Iran non hanno modificato soltanto la la struttura della leadership delle Repubblica islamica ma anche la percezione, all’interno della società iraniana e nella sua ampia diaspora, del Paese e del suo posizionamento internazionale. Se il malcontento della popolazione iraniana persiste, le modalità con cui i bombardamenti sul territorio iraniano sono stati annunciati, condotti e giustificati hanno avuto il prevedibile effetto di portare un consistente segmento della società iraniana su posizioni nazionaliste, risvegliando uno spirito che storicamente permea il Paese. Sentire Trump e Hegseth minacciare la “scomparsa di un’intera civiltà” o la “distruzione dei siti culturali ha generato in milioni di iraniani, normalmente ostili al regime, dei sentimenti sempre più contrastanti e via via sempre più orientati ad un ovvio orgoglio patriottico.

Lo si è in parte visto durante i funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei a cui hanno preso parte milioni di persone, ma anche all’interno di quell’universo di iraniani che in momenti diversi della loro vita hanno lasciato l’Iran, infoltendo poi il fronte delle opposizioni all’estero. Con la sopravvivenza e la sovranità del Paese in ballo, molte di queste personalità sembrano in qualche modo aver messo da parte le proprie recriminazioni, criticando apertamente l’aggressione militare. In certi casi, prendendo decisioni più concrete, sostenute dal timore di vedere l’Iran finire come il vicino Afghanistan. Così, in questi mesi si assiste a un significativo flusso di ritorno in Iran di celebri esiliati, alcuni dei quali non mettevano piede all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran da decenni. E che probabilmente, senza questa guerra, non lo avrebbero più fatto.

Secondo il ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico, Abbas Salehi, sono oltre un centinaio gli expat che negli ultimi mesi hanno ricevuto il via libera dalle autorità per fare rientro in Iran. C’è chi lo ha fatto per “per stare vicino alla propria gente in questi tempi di guerra”, come riferito ai media locali da Nila Farroukhi, moglie del famoso cantante e violinista Bijan Mortazavi, 69 anni, al loro rientro in Iran lo scorso 30 settembre. Mortazavi – famoso per il suo violino bianco e i cui pezzi strumentali sono spesso trasmessi dalla tv di Stato iraniana, sebbene i suoi dischi siano banditi in Iran – si era trasferito negli Stati Uniti proprio nel 1979, non vedendo quindi mai coi suoi occhi il consolidamento della Repubblica islamica.

Il cantautore folk-blues Mohsen Namjoo, rientrato lo scorso giugno, aveva invece lasciato l’Iran nel 2007, poco dopo l’uscita del suo album Toranj, che nel 2009 gli era poi costato una condanna a 5 anni in contumacia per “contenuti lesivi del Corano“. Proprio questo aspetto aveva ovviamente generato preoccupazioni nei suoi fan al suo rientro in Iran, ma secondo quanto riferito dall’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, il cantautore sarebbe rientrato previo coordinamento, tramite l’ambasciata iraniana in Turchia, con la stessa Irgc. Ad oggi, non si hanno notizie su una qualche forma di persecuzione ai suoi danni e Namjoo, dopo aver rimesso piede a Teheran a 19 anni dall’ultima volta, ha pubblicato un video su Instagram in cui sollecita altri artisti iraniani in esilio a seguire il suo esempio. Tuttavia, la sua posizione non sarebbe del tutto chiara: le autorità gli avrebbero comunicato il via libera al rientro per “vedere la sua famiglia“; il cantante ha poi pubblicamente riferito di aver richiesto la grazia e di essere in attesa di risposta del giudice. “Quel che ho fatto in questi anni di esilio (nei quali ha spesso twittato contro il regime, ndr) è considerato un crimine in Iran, ma le autorità mi stanno aiutando”, ha detto.

Non sono mancate, tuttavia, le aspre critiche nei confronti del suo ritorno: spiccano quelle, molto violente, del famoso attivista radicale Maysam Nili, proprietario del quotidiano Rajanews e imparentato con l’ex presidente iraniano Ebrahim Raisi. Nili ha invocato apertamente una punizione esemplare per Namjoo, considerato “un traditore che complottava un colpo di Stato con gli americani e gli israeliani“. Non mancano nemmeno dei precedenti poco rassicuranti, come quello del cantante Habib: tornato in Iran nel 2009, durante la presidenza Ahmadinejad, dopo 26 anni di esilio, il compositore non ha mai avuto il via libera per riprendere la sua attività musicale in Iran per poi ammalarsi e morire nel 2016.

Sullo sfondo c’è un ulteriore sviluppo interno alla Repubblica islamica, rassicurante e inquietante allo stesso tempo, e che quindi rende ancor più enigmatico il futuro di queste figure. Nell’agosto 2026 il religioso Hossein Taeb, che era stato a capo dell’intelligence dell’Irgc fino al 2022, è tornato a guidare l’organizzazione Basiji, un ruolo che aveva ricoperto già dal 2007 al 2009. Sia in queste vesti che in quelle dismesse quattro anni fa, Taeb si è “distinto” per aver tenuto le redini delle feroci repressioni del 1999 e del 2009, nonché proprio di quelle nei confronti di iraniani con doppia nazionalità. Lo scorso 15 settembre, tuttavia, Taeb nel corso di un discorso tenuto di fronte ai Pasdaran, ha invocato un approccio di “apertura” nei confronti degli artisti iraniani. “In questa nuova fase allarghiamo un po’ il circolo, aprite le braccia agli artisti, abbandoniamo l’approccio difensivo nei confronti delle arti e portiamole nella regione e nel mondo”, ha detto.

Secondo Amwaj, ci sono due interpretazioni per questa sua nuova postura: la prima, più ottimista, è che si stia riposizionando all’interno della nuova leadership, al cui vertice c’è Mojtaba Khamenei. Taeb gli è storicamente molto vicino, avendone peraltro promosso l’elezione alla morte del padre, e secondo fonti interne sarebbe stato a suo tempo emarginato dallo stesso Ali Khamenei proprio per aver caldeggiato la successione ereditaria, a cui il successore di Khomeini era contrario. Secondo questa chiave di lettura, le parole di Taeb sarebbero un riflesso delle posizioni della nuova Guida, più conciliante del padre sulle questioni culturali e sociali. La seconda, più pessimista, è che Taeb stia utilizzando questi toni morbidi per pura tattica, in attesa cioè che la nuova leadership – lo stato di salute di Mojtaba Khamenei è ancora ignoto – si consolidi. Per poi, eventualmente, tornare a svolgere il temuto ruolo degli anni passati.

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Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe)

Katie Zacharia, portavoce della Casa Bianca, è stata licenziata dal presidente Trump dopo appena cinque giorni dal suo insediamento. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha detto ai giornalisti di averle chiesto questa mattina di “ripensare” al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione americana. “Katie, ne hai davvero bisogno? Non credo che tu ne abbia bisogno”, ha riferito di averle detto. Il tycoon ha affermato che i due ne avrebbero ridiscusso al suo rientro alla Casa Bianca e di voler comunque lasciare a lei la decisione finale; il New York Times e la Cnn, però, riferiscono che il licenziamento è già avvenuto.

Il profilo di Katie Zacharia ha attirato polemiche fin dalla sua nomina: Trump l’aveva definita “avvocata” durante la sua presentazione, ma i giornali americani avevano sollevato dubbi a riguardo dato che il suo nome non figurava negli albi professionali. Il Wall Street Journal poi, ha fatto emergere che la qualifica, effettivamente, non esisteva. La donna era già nota negli Stati Uniti e aveva già lavorato per Trump come consulente del gruppo che gestisce il profilo Truth del presidente. Zacharia poi era stata al centro del dibattito americano in seguito ad una conferenza stampa in cui si era mostrata molto incerta, pronunciando male delle parole e incappando in lapsus e inesattezze più di una volta.

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USA-Russia: nessuna contraddizione. Ecco la vera chiave di lettura

Abstract: Il seguente testo espone una profonda analisi dell’attuale panorama geopolitico internazionale, focalizzandosi sul drastico riorientamento strategico degli Stati Uniti. Mettendo da parte i vecchi dogmi ideologici in favore di ...

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