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Cosa racconta di noi la borsa che portiamo? Dai modelli con il telefono incorporato alle pochette in cui non entra nulla, 300 oggetti svelano due secoli di abitudini, desideri e contraddizioni

C’è una borsa americana degli anni Settanta in vinile nero lucido che nasconde un vero telefono funzionante, con tanto di cornetta a fare da manico e cavo incorporato. Ce n’è un’altra, coeva, il cui corpo è intrecciato interamente piegando pacchetti di sigarette Camel. E poi c’è un’incredibile (e inquietante) “Armadillo Purse” degli anni Quaranta, che conserva intatti il carapace, la testa e le zampe dell’animale, impreziositi da strass. Se siete alla ricerca del solito catalogo patinato dedicato alle “It-Bag” inarrivabili o alla storia dei grandi marchi del lusso, siete fuori strada, e di molto anche. La borsa. 200 anni, 5 continenti, il volume a cura di Antonio Mancinelli pubblicato da Marsilio Arte (256 pagine, 50 euro), prende l’oggetto più codificato dal mondo della moda e lo spoglia della sua banale dimensione di status symbol. Perché, come riassume brillantemente il curatore, “se l’abito presenta il personaggio, la borsa conserva le prove”.

Il “sé portatile” diviso per occasioni d’uso

Il libro, arricchito da un saggio del filosofo Emanuele Coccia e dai puntuali contributi della giornalista Beatrice Manca, firma di FqMagazine, è una vera e propria cosmogonia dell’accessorio per eccellenza. Al centro dell’opera ci sono 300 esemplari rigorosamente selezionati fra gli 850 che compongono la sterminata collezione privata di Roberta Butti. Mancinelli rifugge la noiosa classificazione cronologica o la divisione per brand, scegliendo un approccio squisitamente antropologico: le borse sono divise in dodici sezioni che ricalcano le circostanze della vita. C’è il giorno e la sera, il tempo libero e le vacanze, il viaggio, l’infanzia, fino ad arrivare alle invenzioni eccentriche e al recupero dei materiali (come la geniale borsa della Plastic Fashions Inc. degli anni Cinquanta, tessuta con i fili colorati del telefono, o la più recente Spaghetti Bag di Moschino a forma di piatto di pasta). La domanda che guida la catalogazione è sempre concreta: che cosa doveva fare la persona per la quale questo oggetto è stato costruito?

È qui che si inseriscono le intuizioni di Beatrice Manca, che esplora il rapporto tra la borsa, il corpo e l’emancipazione femminile. Passare da una capiente borsa da giorno a una microscopica minaudière da sera cambia radicalmente la postura e l’autonomia di chi la indossa. Analizzando le microscopiche borse da cerimonia, Manca offre una delle chiavi di lettura del volume: “Meno è funzionale, più è appropriata”. A chiunque abbia lottato per infilare chiavi e telefono in una pochette rigida, la spiegazione parrà un’epifania: quella sproporzione tra la scomodità e l’aiuto offerto ha una precisa ragione sociale, poiché “rappresenta il privilegio dell’ospite di non dover far nulla, se non prendere parte a un evento”.

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La “Carrier Bag Theory”: il primo strumento umano

Nel saggio introduttivo Portatili romanzi, Mancinelli spinge la riflessione fino agli albori della civiltà. “La borsa è la risposta culturale al bisogno di portare con sé più di quanto le mani possano reggere”, scrive, definendola un vero e proprio “arto culturale” aggiuntivo. Il libro riprende la Carrier Bag Theory di Elizabeth Fisher, resa celebre da Ursula K. Le Guin, secondo cui il primo strumento inventato dall’essere umano non fu l’arma (il bastone o la lancia), bensì il recipiente. Un’ipotesi affascinante, supportata da ritrovamenti clamorosi come la sacca cucita alla cintura di Ötzi, la mummia del Similaun vecchia di cinquemila anni. Mettere qualcosa in una borsa per conservarlo o condividerlo segna l’inizio della cooperazione sociale.

I gesti, le icone e la teoria delle “mani occupate”

Un ulteriore livello di lettura è offerto dalla ricchissima e inedita ricerca iconografica. Il volume non si limita a isolare gli oggetti su sfondi asettici per esaltarne cuciture, bordi e chiusure, ma li restituisce alla fisicità di chi li ha posseduti. Attraverso scatti d’archivio che immortalano donne comuni accanto a icone come Jacqueline Kennedy, Jane Birkin, Ornella Vanoni e Raffaella Carrà, il libro indaga come l’accessorio modifichi la postura a seconda di come viene impugnato o stretto al corpo. Un’indagine visiva che si sposa perfettamente con la teoria formalizzata da Audrey Wollen, citata nel volume, secondo cui l’essere umano è di fatto un animale “con le mani occupate”: necessita fisiologicamente di un contenitore in cui riporre il proprio mondo per poter continuare a muoversi liberamente nello spazio.

Il peso degli imprevisti e il “maltrattamento” estivo

La relazione tra corpo e oggetto esplorata nel libro passa anche per la nevrosi del quotidiano. Manca, infatti, analizza la borsa da giorno come un contenitore che deve essere soprattutto “affidabile“, destinato a farsi carico di tutto ciò che “potrebbe servire”. Una formula in cui si riconoscerà chiunque abbia trasportato per mesi pesi inutilizzati, assecondando l’ansia di dover fronteggiare ogni possibile imprevisto. Diametralmente opposto è il destino della borsa da mare, progettata letteralmente “per essere maltrattata”. Stipata nei cestini delle bici, usata all’occorrenza come cuscino e abbandonata sotto il sole, diventa il ricettacolo caotico di conchiglie, scontrini, elastici e cosmetici dimenticati. La prova definitiva di come ogni modello detti regole di ingaggio e livelli di cura completamente diversi.

Da Topolino a Hello Kitty: il gioco di immaginarsi adulte

Il catalogo emotivo della collezione Butti non trascura nemmeno le prime fasi della vita, ospitando portapranzi di Hello Kitty e una microscopica borsa Whiting & Davis (appena sette centimetri per nove) dedicata a Topolino e Minnie, realizzata in maglia metallica e smalto. Come osserva Beatrice Manca, la borsetta infantile svolge una duplice funzione psicologica: se da bambine rappresenta lo strumento perfetto per il gioco di immaginarsi adulte, scimmiottando l’autonomia materna, anni dopo offre a una donna fatta e finita il piacere rassicurante di ritrovare un personaggio familiare. È così che l’immaginario colorato e “zuccheroso” dei Looney Tunes o di Sailor Moon viene sempre più spesso fagocitato dalle grandi Maison, assecondando il desiderio di tornare a un’età in cui le vere responsabilità erano, fortunatamente, custodite nelle borse degli altri.

Un atlante geografico ed emotivo

Sfogliare il volume significa viaggiare. Dallo zaino ifugao delle Filippine in midollino, al namakdan turkmeno in lana usato per trasportare sale sul dorso dei cammelli, fino a una borsa yoruba nigeriana degli anni Cinquanta destinata ai riti di divinazione. Non mancano i souvenir commerciali ante litteram, come la borsa irochese decorata con perline di vetro del 1870 che reca la scritta “FROM NIAGARA FALLS”. Dietro questa formidabile mappatura c’è l’anima della collezionista, Roberta Butti. Per lei, che da bambina inventava storie guardando le cartoline e l’atlante regalatole dal nonno, la borsa è sempre stata “quel piccolo mondo portatile, segreto e inaccessibile che accompagna ovunque le signore”. “C’è chi usa la parola e scrive per narrare, io ho costruito una narrazione tramite un oggetto“, confessa Butti nelle battute finali del libro. Un approccio che respinge la sterilizzazione del feticcio di lusso per abbracciare la vita vissuta degli oggetti. “Rifiuto i restauri che levigano il passato fino a renderlo anonimo”, conclude la collezionista. “Velluti consunti, cuciture stanche e patine restano al loro posto”. Perché una fodera lisa o una chiusura graffiata non sono difetti da nascondere, ma le prove inconfutabili di un’esistenza.

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I prodotti rubati nelle boutique di lusso durante le proteste in Francia finiscono su Vinted ed eBay: cosmetici a 10 euro, capi ancora con l’antitaccheggio e annunci con scritto “rubato durante le proteste”

Le immagini hanno fatto il giro del web in una manciata di ore durante il drammatico fine settimana di proteste: un gruppo di manifestanti — stretti in felpe nere, con il cappuccio issato e il volto celato dai passamontagna — che assalta a colpi di transenne una scintillante boutique di Celine nel cuore di Parigi, per poi uscirne stringendo al petto e abbracciando dozzine di borse e beni di lusso. Una scena di brutale foga predatoria che oggi, a pochi giorni di distanza, trova la sua naturale e illecita evoluzione digitale.

Parte di quel bottino milionario è infatti già riemerso sulle bacheche delle principali piattaforme di compravendita second hand. Rintracciarlo non è certo un’impresa da poco: la merce saccheggiata annega nel mare magnum dell’immenso mercato di prodotti disponibili online, mescolandosi sapientemente con i cosiddetti dupe — le imitazioni e i falsi immessi in rete da truffatori seriali pronti a sfruttare l’onda mediatica per ingannare chi va a caccia dell’originale a prezzo di saldo. Eppure, dietro l’apparente brivido dell’affare digitale a basso costo, si nasconde un fatto ineludibile che non bisogna mai dimenticare: vendere o acquistare questi articoli significa alimentare e rispondere in prima persona dei reati penali di furto e ricettazione.

Di fronte a una simile ondata di ricettazione alla luce del sole, la ministra per il Digitale francese, Anne Le Henanff, ha convocato d’urgenza i rappresentanti di Vinted, Amazon, eBay, Leboncoin, Meta e TikTok. “Gli oggetti rubati durante questo fine settimana vengono offerti in vendita su alcune piattaforme“, ha tuonato la ministra. “Ci aspettiamo che rimuovano gli annunci in questione senza indugio. Sarà inoltre richiesto loro di collaborare strettamente con le autorità statali affinché coloro che rivendono beni rubati possano essere perseguiti”.

L’assalto ai simboli della ricchezza: “Spazzati via anni di lavoro”

A sei mesi dalle elezioni per la successione a Emmanuel Macron, la Francia è stata scossa da una delle ondate di violenza urbana più devastanti degli ultimi anni. Nati per denunciare il carovita e il declino dei servizi pubblici, i cortei del 17 ottobre si sono trasformati in una guerriglia che ha terrorizzato il Paese, lasciando sul campo un morto per arresto cardiaco, mille agenti feriti e 2.400 arrestati.

A pagare il prezzo più alto è stato il settore del commercio e del lusso. Le autorità segnalano danni a quasi 3.000 attività. Solo a Parigi, come sottolineato da Dominique Restino della Camera di Commercio, sono stati vandalizzati tra i 300 e i 400 negozi. Nella blindatissima Place Vendôme, la porta di una boutique Dior è stata sfondata, mentre le vetrine di Rolex, Louis Vuitton, Ralph Lauren e Gucci sono andate in frantumi. A Marsiglia, i ladri hanno completamente ripulito i negozi di Hermès e Louis Vuitton, oltre allo store ufficiale della squadra di calcio dell’Olympique. La furia si è abbattuta anche su 50 supermercati Carrefour (20 dei quali saccheggiati), 20 filiali Sephora, negozi Apple, concessionari Tesla e piccole attività indipendenti, come un negozio di riparazione smartphone il cui proprietario è rimasto intrappolato e terrorizzato per quindici minuti mentre un centinaio di giovani cercava di sfondare la vetrina.

Le perdite assicurate minacciano di superare gli 1,2 miliardi di euro, scatenando le preoccupazioni degli investitori internazionali verso un governo già fragile e alle prese con l’approvazione di una cruciale manovra di bilancio. Il dramma umano ed economico è stato condensato nelle parole di Thierry Guibert, CEO di Lacoste, in un post su Instagram: “Quando i nostri negozi Lacoste e Aigle vengono saccheggiati, come tante altre aziende in tutta la Francia, non sono solo le vetrine a essere distrutte. Sono i posti di lavoro, anni di lavoro, le competenze e l’impegno di migliaia di donne e uomini a essere messi a repentaglio. Come leader, non posso sopportare di vedere distrutto in questo modo ciò che abbiamo collettivamente costruito”. La situazione è così grave che il Primo Ministro Sebastien Lecornu ha dovuto annunciare l’immediata attivazione della cassa integrazione per le attività devastate.

Il discount illegale su Vinted ed eBay: sfrontatezza senza limiti

Il cortocircuito più inquietante, tuttavia, si è consumato nelle ore successive, quando i saccheggiatori hanno iniziato a monetizzare il caos. Sulle bacheche di app come Vinted (gigante lituano del second hand valutato 8 miliardi di euro) sono spuntati sfacciatamente i frutti delle razzie. L’arroganza criminale ha raggiunto livelli inauditi: molti articoli di moda, come maglie da calcio e scarpe di lusso, sono stati fotografati e messi in vendita con le placche antitaccheggio ancora attaccate. In alcune inserzioni, un maglione veniva candidamente descritto come “rubato durante le proteste”, mentre altri venditori indicavano la data del “17 ottobre” o la provenienza esatta da una “protesta a Lione”.

I prezzi, ovviamente, erano stracciati: borse traboccanti di cosmetici Sephora offerte a 10 euro, lotti di sei lucidalabbra (dal valore di 78 euro) piazzati a 15 euro, profumi Christian Dior a 250 euro. L’ondata anomala ha riguardato anche il collezionismo e lo sport: su Vinted sono apparse centinaia di carte Pokémon sottratte al negozio “Le Coin des Barons” di Lille (con i codici a barre originali), mentre su eBay è stato messo all’asta per 1.250 euro il trofeo d’argento StarLadder, rubato alla sede parigina del club di e-sport Team Vitality, fotografato contro un muro imbrattato e intitolato sfacciatamente “STOLEN RARE VITALITY CS2 TROPHÉE”.

La stretta del governo e l’ombra sulle piazze italiane

Le piattaforme hanno assicurato massima allerta, consapevoli che i microchip integrati e i numeri di serie dei beni di lusso faciliteranno il tracciamento della merce. Un portavoce di Vinted ha garantito al Daily Mail: “La vendita di beni rubati, o la loro richiesta, è severamente vietata su Vinted, e abbiamo una tolleranza zero al riguardo. Da questo fine settimana, i nostri team hanno agito immediatamente per identificare e rimuovere gli annunci legati ai saccheggi […]. Quando le nostre regole vengono violate, agiamo contro gli account coinvolti, fino a bandirli permanentemente”. Sulla stessa linea eBay, che ha confermato l’impiego di “strumenti tecnologici proattivi” per bloccare l’attività criminale. Ma il problema non è confinato Oltralpe, perché l’Italia, e in particolar modo Milano (che insieme a Francia e Regno Unito rappresenta uno dei mercati principali di Vinted), ha vissuto nel weekend le stesse identiche scene di guerriglia: vetrine infrante, cariche della polizia e assalti alle vie dello shopping. È perciò altamente probabile, se non già una silente realtà operativa, che anche i beni trafugati dai negozi meneghini stiano finendo sulle medesime piattaforme di rivendita per essere monetizzati in fretta.

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“L’eleganza non è sovrabbondanza, ma sottrazione”: dall’abbronzatura di Coco Chanel alle curve di Rubens, Philippe Daverio svela come la storia ha cambiato i canoni della bellezza nel suo libro postumo

Basta abbassare lo sguardo su un paio di scarpe di cuoio stringate o abbottonare fino al collo una giacca maschile per accorgersi di indossare, letteralmente, un reperto storico. Le calzature sono identiche a quelle dei signori del 1880; il taglio della giacca tradisce una chiara derivazione militare, e l’abbinamento con pantaloni dello stesso colore risponde ancora all’antica logica dell’uniforme. Parte esattamente da qui, dalla superficie concreta degli oggetti quotidiani e dalle parole che pronunciamo per inerzia, Le origini dell’eleganza. Un viaggio nella storia dell’arte per capire noi stessi (Solferino, 224 pagine), libro postumo di Philippe DAverio.

A sei anni dalla scomparsa del critico dal papillon rosso e dal ricciolo barocco, il volume raccoglie e ordina le lezioni tenute alla Facoltà di Design del Politecnico di Milano. Il lavoro di curatela, affidato al figlio Sebastiano, non ha lo scopo di musealizzare un pensiero, ma di mantenerlo vitale: “Quello che mi interessa è che l’eredità di Philippe non diventi qualcosa di immobile”, spiega il figlio. “Non limitarsi a conservare un archivio, ma permettere a quei pensieri di incontrare persone nuove“. Ne scaturisce un libro che rifiuta l’impostazione del manuale accademico per abbracciare lo stile inconfondibile di Daverio: la conversazione colta, aneddotica ed elegantemente provocatoria.

L’etimologia come arma: l’invenzione del Classico e della Moda

Daverio procede per continui cortocircuiti logici. Prende i concetti assoluti dell’estetica occidentale e li riporta brutalmente alla loro radice materiale, tecnica o politica. L’aggettivo “classico“, ad esempio, prima di definire un canone dell’arte, indicava a Roma una fascia fiscale. Quando Servio Tullio suddivise i cittadini in base al reddito, stabilì che i “classici” (gli appartenenti alla prima classe) erano gli unici abbastanza ricchi da potersi comprare l’equipaggiamento militare completo. Di conseguenza, combattevano in prima fila. Il principio era brutale: chi guadagna di più ha il diritto di morire per primo. Solo secoli dopo la parola è scivolata dalle trincee alle biblioteche.

Altrettanto folgorante è la genesi del “moderno“. A metà dell’XI secolo, in Francia, le cancellerie scoprono che la penna d’oca permette di scrivere dieci volte più velocemente del vecchio calamo. Questo nuovo strumento spezza l’armonia tondeggiante della scrittura, imponendo un tratto nervoso, verticale e appuntito che dalle pergamene finirà per contagiare persino l’architettura delle cattedrali gotiche. Quella nuova scrittura veloce si chiamava modus parisiensis: dalla sua contrazione, sostiene Daverio, nasce la parola “moderno”, e di conseguenza il concetto stesso di “moda”.

Lusso contro Eleganza: il peso dell’oro e l’arte di togliere

Nella seconda metà del saggio si consuma un affascinante divorzio linguistico e concettuale: quello tra lusso ed eleganza. Attraverso la comparazione tra lingue, Daverio smonta l’idea di una bellezza universale. Nel mondo germanico, la parola bello (schön) rimanda a scheinen (brillare): è una questione di ostentazione muscolare, di quantità di materia, che attraversa i secoli dalle coppe micenee fino agli interni sovraccarichi delle odierne berline tedesche.

Nella tradizione latina, al contrario, il lusso (da lux, ciò che luccica) era considerato una degenerazione morale da arginare per legge. Il valore assoluto risiedeva nell’eleganza, termine che deriva da exlegere, ovvero “trarre fuori”, “selezionare”. Era il gesto con cui i censori romani sceglievano i senatori, riconoscibili non per lo sfarzo, ma per una sobria toga candida con un orlo purpureo. L’eleganza, conclude Daverio, “non è sovrabbondanza, ma sottrazione”. È la medesima misura aurea che i Greci usavano battendo l’oro fino a renderlo una foglia leggerissima, e che il miglior design italiano sapeva infondere nelle linee pulite di una Lancia storica.

Il corpo femminile come termometro geopolitico

Se la bellezza non è un’idea platonica ma un patto sociale mutevole, nulla ne registra le scosse meglio del corpo femminile. Le figure esili e diafane dipinte da Botticelli sono lo specchio di una Firenze ricca e sedentaria, mentre i corpi muscolosi scolpiti da Michelangelo rispondono all’urgenza delle guerre d’Italia (“meglio avere un fisico pronto a scattare”). La celebre “cellulite barocca” e le carni opulente delle donne di Rubens sono invece un esorcismo pittorico contro la fame nera della Guerra dei Trent’anni.

Il Novecento ribalta nuovamente il paradigma. L’abbronzatura, per secoli marchio d’infamia legato al lavoro nei campi, diventa status symbol nell’estate del 1923, grazie a una vacanza di Coco Chanel in Costa Azzurra. Il boom calorico del secondo dopoguerra trova la sua incarnazione formosa in Sophia Loren, subito soppiantata nei ruggenti anni Sessanta dai 43 chili di Twiggy: un corpo filiforme che decreta la fine definitiva della memoria della fame.

La cultura del contagio e il Medioevo Digitale

Il vero motore della creatività umana, sottolinea il critico citando il Cardinale Carlo Maria Martini, è la “cultura del contagio”. L’identità europea è un ininterrotto meticciato: lo zero arabo portato da Fibonacci, lo zafferano che nasce come pigmento pittorico e finisce nelle cucine per inventare il risotto alla milanese. Ma è la contaminazione giapponese di metà Ottocento a riscrivere il nostro sguardo. Le stampe ukiyo-e e l’Expo parigina del 1867 insegnano all’Europa, ossessionata dalla mimesi e dall’imitazione, la genialità della sintesi e del concetto. Il giapponese non dipinge un uccello, ma l'”uccellicità”; da questa epifania nasce la grande ripulitura visiva che porterà all’astrazione, al razionalismo di Adolf Loos e ai muri bianchi del design moderno.

Chiudendo il cerchio, Daverio sposta la sua lente sul nostro “medioevo digitale”, un’epoca frammentata dallo smartphone in cui dominano i nuovi “frati predicatori” dello slogan emotivo. Di fronte al caos della comunicazione contemporanea, l’ultima lezione del critico è un antidoto contro la dittatura della semplificazione: «Più un linguaggio è comprensibile e diretto, più si avvicina alla pubblicità e si allontana dall’arte. Se un quadro ci racconta tutto al primo sguardo, è decorazione». Le origini dell’eleganza lascia in eredità un vibrante elogio dell’ambiguità: molto meglio un’idea confusa, complessa e sfaccettata, piuttosto che la rassicurante banalità di un’idea chiara. Un estremo e giocoso esercizio di libertà intellettuale, per ricordarci che l’arte è certamente lo specchio di ciò che siamo stati, ma soprattutto una finestra spalancata su ciò che potremmo diventare.

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Dagli abiti da sposa alla moda di tutti i giorni: la rivoluzione di Emé sfila a Roma tra bermuda di paillettes, completi maschili e una sposa con gli stivali biker

Chi l’ha detto che chi nasce quadro non può morire tondo? A smentire il noto proverbio ci pensa Emé, brand del gruppo Oniverse, che ne è la prova vivente. Nato Atelier Emé come brand specializzato in abiti da sposa, passato il boom dei matrimoni post covid, nell’ultimo paio d’anni ha fatto un lavoro pazzesco di rebranding e oggi è un marchio di pronto moda, come si diceva una volta, concreto, desiderabile e utile per il cliente, con un ottimo rapporto qualità prezzo. Via dal nome quell’Atelier che faceva troppo negozio di spose, oggi è solo Emé: il passaggio evolutivo si è compiuto in modo graduale, così come il cambio di passo stilistico. Dapprima accostando abiti da cerimonia al mondo sposa e poi lavorando in modo sempre più focalizzato su un guardaroba quotidiano che non rinuncia però a qualche tocco speciale. E promette di dare del filo da torcere ai grandi marchi della stessa fascia, come ha dimostrato la sfilata andata in scena a Roma. Anche qui emblematico. Dopo la prima in Stazione Centrale dello scorso anno, non sono più presentazioni di collezione, ma défilé a tutti gli effetti sempre più in grande stile.

La Città Eterna e “A Love Affair” al Chiostro di Michelangelo

Per svelare la collezione Occasionwear Autunno/Inverno 2026/27, ribattezzata Escape the Ordinary, il brand ha puntato al massimo dell’impatto visivo, scegliendo una cornice monumentale e intrisa di storia: il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, tradizionalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti. Se per le Terme non si tratta di un debutto assoluto nel mondo della moda (vi sfilarono il Sindacato Italiano Alta Moda nel 1956, Sylvio Giardina nel 2023 con l’opera Si/Lenzio e Bvlgari nel 2024 per i suoi 140 anni), per l’antico Chiostro è invece un’assoluta prima volta. In questa oasi di rigore geometrico, illuminata dalla luce naturale e circondata da oltre cento colonne monolitiche, hanno sfilato 30 look pensati per liberare il concetto di eleganza dalle vecchie etichette.

Sotto gli sguardi attenti di un parterre che includeva l’étoile Eleonora Abbagnato, la regista Sabrina Iannucci, Chanel Totti e le attrici Giulia Bevilacqua, Giulia Michelini, Nicoletta Romanoff e Vittoria Belvedere, Emé ha celebrato il suo legame strategico con la Capitale. “Roma è una città a cui siamo molto legati, dove abbiamo i nostri tre negozi più importanti, incluso il flagship di via del Corso, e molte delle nostre clienti più affezionate: questa è la prima volta che abbiamo aperto lo show anche a loro”, ha spiegato Silvia Falconi, direttrice creativa ventinovenne del marchio, in attesa del suo primo figlio. “Dopo Milano, dove abbiamo sfilato varie volte, ci sembrava la scelta più naturale. Inoltre, stiamo sostenendo il restauro di questo luogo incredibile e il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, con le sue numerose statue e colonne, chiaramente ‘rovinate’ dal tempo, ma comunque bellissime, rappresenta appieno il tema del ‘perfetto nell’imperfetto’ che vogliamo esprimere con questa nuova collezione”. Con una sponsorizzazione tecnica, infatti, l’azienda finanzierà entro il 2027 il restauro del grande plastico di inizio Novecento del complesso termale.

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L’estetica Wabi-sabi e la ribellione bucolica del Rural Punk

Il contrasto tra la pietra chiara, segnata dal trascorrere dei secoli, e la geometria rinascimentale del luogo è diventato il manifesto concettuale della stagione. A ispirare Falconi sono state due suggestioni stilistiche: l’estetica giapponese del wabi-sabi, che trova l’autentica bellezza nell’incompiuto e nell’imperfezione, e l’attitudine “rural punk”, una ribellione bucolica che intreccia la natura all’energia rock.

“Lavorando a questa collezione abbiamo introdotto un desiderio di evasione, senza perdere il legame con il nostro heritage”, ha proseguito la stilista. “Ancora una volta, i contrasti si armonizzano: maschile e femminile, struttura e fluidità, volumi importanti e leggerezza. Tessuti opachi e paillettes luminose convivono nelle silhouette, mentre le linee oversize si alternano a forme più avvolgenti e sensuali, in un equilibrio tra forza e delicatezza”.

La palette cromatica, dichiaratamente invernale, esplora i colori della terra: si passa dal bordeaux profondo del Deep Plum al marrone terroso del Rural Brown, fino alle calde sfumature mattone del Rust Rouge e a un vibrante ottanio (Urban Teal). Accanto a queste tonalità intense spiccano il grigio tortora dello Smoky Grey e accenti inaspettati, come il rosa saturo del Punk Rose e l’azzurro del Soft Indigo.

Sartorialità, paillettes e styling di rottura

Il nuovo volto della donna Emé — definita da Falconi come “intraprendente, impegnata, non solo nel lavoro, ma anche con la famiglia, le amiche” — emerge in un guardaroba in cui i capi cambiano vocazione a seconda degli abbinamenti. Le rigide regole dell’abbigliamento per eventi cadono a favore di una libertà istintiva. La severità della matrice sartoriale di completi gessati, spigati e check viene decostruita e illuminata da fili lamé, micro paillettes e bluse in twill con ricami botanici. La separazione tra giorno e sera svanisce: le paillettes ricoprono capispalla e persino un paio di bermuda che, indossati con camicia bianca e mocassini, hanno aperto trionfalmente la passerella. Un corpino gioiello si accompagna senza timore a un caldo cardigan in maglia a costa inglese; una minigonna a pieghe viene sovrapposta ai pantaloni; una bralette in pizzo effetto trompe-l’œil si inserisce in un rigoroso completo spigato.

L’eredità del mondo bridal non scompare ma si alleggerisce. Dettagli lingerie, pizzi anni Venti e velluti dalla lucentezza quasi liquida sfilano accanto a giacche costruite come corsetti, bustier in similpelle e chiodi con texture coccodrillo che infondono energia contemporanea. La sintesi perfetta di questa versatilità, come sottolinea la direttrice creativa, si legge in un outfit specifico: “Una giacca lunga con un taglio nuovo e molto particolare, ma realizzata in un tessuto intramontabile come il raso, abbinata a un pantalone cargo sempre in raso; un outfit da giorno ma con un tessuto da sera”.

Gli anfibi e la sposa rock del gran finale

L’evoluzione Escape the Ordinary del marchio si riflette anche negli accessori, protagonisti di un’importante espansione. Per sfuggire ai dettami classici del tacco da cerimonia, la collezione si popola di mocassini in suede (dalla linea affusolata o chunky con stampa coccodrillo), tote bag versatili, ballerine e stivali bassi punteggiati di strass. Ma la vera rottura arriva con l’introduzione degli anfibi in pelle con fibbie logate, che secondo Falconi sono il “segno tangibile che si tratta di una collezione di rottura rispetto al passato per il brand”.

Un messaggio stilistico ribadito in maniera deflagrante proprio alla chiusura dello show. Per l’ultima uscita è apparso in passerella un abito da sposa a sirena in raso lucido, caratterizzato da uno scollo all’americana, schiena scoperta, spacco vertiginoso e una coda lunghissima. Ai piedi della modella, però, niente décolleté in seta, ma un grintoso paio di stivali biker. La dimostrazione definitiva che la cerimonia moderna, firmata Emé, poggia su regole del tutto nuove.

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È morto a 73 anni Beppe Angiolini, il visionario buyer fondatore di Sugar ad Arezzo

Alle 5 del mattino si è spento nella sua abitazione di Arezzo Giuseppe Angiolini, conosciuto a livello internazionale nel fashion system semplicemente come Beppe di “Sugar“. Figura centrale nelle dinamiche dell’industria della moda e pioniere delle moderne strategie di distribuzione del lusso, avrebbe compiuto 74 anni il prossimo 5 dicembre. Da tempo lottava contro una malattia che non ne aveva intaccato l’entusiasmo e la lucidità professionale.

Beppe Angiolini non è stato soltanto uno dei buyer italiani più influenti degli ultimi quarant’anni: è stato un interprete culturale della moda, un innovatore del retail, un talent scout capace di anticipare i cambiamenti del gusto prima che diventassero fenomeni globali. Fondatore di Sugar, voce autorevole di Camera Buyer Italia, direttore artistico e consulente, Angiolini ha incarnato una figura rara nel fashion system: quella del buyer che diventa creatore di immaginari, ponte tra stilisti, mercato e pubblico. Ha portato il concetto di negozio a un livello culturale, ha trasformato Arezzo in un crocevia creativo, ha influenzato generazioni di addetti ai lavori. Ha anticipato la moda in ogni sua evoluzione, senza mai perderne la poesia.

La notizia del decesso è data dal Corriere di Arezzo. Le esequie dell’imprenditore devono ancora essere organizzate.

Gli inizi: un anticonformista in una città che non lo capiva

La sua storia inizia da un gesto controcorrente. “Con la moda non c’entri niente”, gli dissero i genitori quando nel 1979 annunciò che avrebbe aperto un negozio invece di lavorare nell’azienda agricola di famiglia. Ma a 19 anni, con i pantaloni a zampa, i cappotti lunghissimi e una cura ossessiva per il colore, Angiolini aveva già la sua direzione. “Già i miei compagni mi guardavano come un eccentrico”, ricordava. “Ma la moda per me era un fatto culturale: cambia ogni sei mesi, si rinnova, ti obbliga a metterti in gioco. Non potevo far finta che non fosse la mia strada”. Arezzo, allora, non era certo una capitale creativa. Eppure lui intuì che anche in provincia si poteva fare avanguardia.

Chi frequenta i front row delle settimane della moda milanesi e parigine lo ricorda come una presenza fissa e inconfondibile, lontanissima dagli eccessi visivi e dalle stravaganze a favore di flash che spesso animano gli ingressi delle sfilate. Osservava le uscite con l’occhio silenzioso e analitico del buyer d’esperienza, capace di valutare in pochi secondi la caduta di un tessuto, la pulizia di un taglio e la reale vendibilità di una collezione sui mercati internazionali.

Sugar: quando un negozio diventa un luogo culturale

Il primo punto vendita Sugar nasce tra il 1978 e il 1979, in anni in cui il Made in Italy muoveva i suoi passi più audaci con Armani, Versace, Ferré. Angiolini captava quell’energia e decideva di portarla in città. “All’inizio avevo solo piccoli marchi e brand sconosciuti”, ricordava. “Ma volevo dare l’idea che anche qui si potesse trovare qualcosa di speciale”. È un’intuizione radicale per l’epoca, quando lo shopping è ancora un gesto funzionale e il concetto di concept store non esiste. Sugar cambia le regole: ambientazioni curate come set cinematografici, selezioni in anticipo sui tempi, un dialogo costante con arte, design e architettura. Negli anni ’90 il negozio si espande, diventando più punti vendita. Poi, nel 2018, la svolta definitiva: il trasferimento nel restaurato Palazzo Lambardi, ribattezzato “Palazzo Sugar“. Affreschi, soffitti lignei, mosaici romani inglobati nel pavimento convivono con abiti di ricerca e installazioni contemporanee. Il retail diventa una narrazione. “La boutique fisica è il tuo biglietto da visita, racconta chi sei. Lo shopping online ti porta nel mondo. Oggi le due cose devono parlarsi”, diceva in anni in cui molti nel settore faticavano a capirlo.

Il buyer come visionario: istinto, ricerca, coraggio

Per Angiolini il buyer non era un ruolo tecnico: era un lavoro ad alto tasso creativo: “Questo mestiere devi avercelo dentro. L’esperienza serve, ma è una questione di istinto”, ripeteva spesso. La sua capacità di “sentire” i designer giusti al momento giusto è una delle chiavi del suo mito. Negli anni ’80 e ’90 sostiene Romeo Gigli, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani, Prada. Nel 2000 intuisce la rivoluzione estetica di Hedi Slimane per Dior Homme e poi per Saint Laurent. Negli anni 2010 lancia il Gucci di Alessandro Michele, che proprio da Sugar trovò una delle sue prime sponde più convinte. “Sono molti i nomi che mi hanno dato soddisfazioni. Sono loro che hanno fatto la storia della moda, e per me hanno segnato dei cambiamenti importanti”. La sua lettura delle tendenze era semplice: “Non esiste più un diktat. C’è libertà. L’importante è vestirsi tenendo presente se stessi. Ma sento che un po’ di eleganza, più armoniosa, sta tornando”.

Arezzo come capitale culturale della moda

Una delle sue imprese più sorprendenti non riguarda la moda in sé, ma la geografia della moda. Grazie a Sugar, Arezzo diventa una meta corteggiata da buyer internazionali, fotografi, stilisti, clienti globali. “Tra un Pitti e una Milano Fashion Week, chi può passa da Arezzo per vedere cosa ha fatto Beppe”, si dice nel settore. Angiolini amava profondamente la sua città, di cui è stato direttore artistico e promotore culturale. “Arezzo è il mio grande amore. Dobbiamo pensare mondo. Volare più alto”. Si batteva per una città più connessa, più ambiziosa, più consapevole della sua ricchezza artistica. Spesso citava con ammirazione gli interventi di Patrizio Bertelli sul patrimonio storico: “Condividiamo la stessa passione: conservare e far vivere la bellezza”.

Dietro l’immagine del professionista veloce, riservato, sempre in viaggio, c’era un uomo generoso e curioso: “Ho solo pochissimi minuti”, diceva quando lo si chiamava per un’intervista. Poi restava al telefono un’ora, senza perdere mai lucidità né passione. Il suo mantra? “Non credere in ciò che fai è l’unico errore da non commettere”. Sugar resta il suo manifesto: un luogo dove la moda si guarda, si tocca, si comprende. Dove la bellezza diventa esperienza. Dove il retail diventa racconto. E resta soprattutto la sua lezione: essere fedeli alla propria visione, sempre. Anche quando il mondo intorno non è ancora pronto a capirla.

L’impegno per il distretto dell’oro e la candidatura a sindaco

Nonostante il consolidato successo globale e la presenza fissa nei salotti televisivi per l’analisi dei look in occasione di grandi eventi mediatici come il Festival di Sanremo, Angiolini ha mantenuto un legame operativo inossidabile con il proprio territorio. Ha ricoperto il ruolo di direttore artistico di Arezzo Oro, mettendo le proprie competenze a disposizione del distretto orafo locale, e ha coltivato una lunga collaborazione con Franco Marinoni e la Confcommercio. Un impegno civico culminato la scorsa primavera con la discesa in campo per le elezioni amministrative, proponendosi come candidato sindaco in un progetto politico guidato dalla volontà di rilanciare l’immagine della città.

L'articolo È morto a 73 anni Beppe Angiolini, il visionario buyer fondatore di Sugar ad Arezzo proviene da Il Fatto Quotidiano.

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