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“Nicola Trussardi? Oggi lo chiameremmo visionario, allora il circoletto della moda diceva che era strano. Le sfilate generano traffico e caos, sono solo un problema per i cittadini”: Alberto Racca parla del rilancio del brand

20 October 2026 at 16:55

Nel primo ricordo che Alberto Racca ha di Trussardi c’è una vecchia valigia portabiti, realizzata con due tipi di pelle, finiture e logo a contrasto e “una cura quasi maniacale per i dettagli”. Non un abito da passerella né una campagna pubblicitaria, ma un oggetto di uso quotidiano che vedeva circolare in casa molti anni prima di diventare amministratore delegato del marchio.

«Quello che mi colpiva era il gusto. Si vedeva che c’era un lavoro meticoloso di ricerca della bellezza tramite il dettaglio» racconta a FQMagazine. Una memoria personale che, a distanza di oltre vent’anni, è diventata anche una chiave per rileggere la storia della maison. Perché in quella valigia c’era tutto ciò che Nicola Trussardi aveva immaginato per il suo marchio: un’eleganza concreta, riconoscibile e soprattutto capace di accompagnare le persone nella vita di tutti i giorni.

Oggi quel nome appartiene al gruppo Miroglio, che lo ha acquisito nel 2024 dopo una lunga crisi aziendale. La nuova gestione sta cercando di restituirgli una posizione sul mercato, recuperando proprio la visione del suo artefice. L’occasione per parlarne è il ritorno di Trussardi al Salone Nautico di Genova, dove il marchio è stato coinvolto nell’allestimento di alcuni spazi istituzionali e della Vip Lounge, attraverso Trussardi Casa, oltre che nella realizzazione di una capsule collection.Un’iniziativa che rimanda alle collaborazioni attraverso le quali Nicola aveva costruito, decenni prima che diventasse una strategia diffusa, un universo attorno al proprio nome. Ma per capire che cosa Trussardi voglia essere oggi bisogna tornare indietro, alla storia di un imprenditore considerato da molti un outsider, a quando quel levriero era il simbolo della Milano da bere.

Nicola Trussardi, il guantaio bergamasco che inventò il lifestyle

La storia di Trussardi comincia a Bergamo nel 1911, quando Dante Trussardi apre un laboratorio di guanti di qualità tale da finire tra i fornitori della famiglia reale britannica. La svolta arriva con il nipote Nicola, che all’inizio degli anni Settanta prende in mano l’azienda di famiglia. Accanto a lui c’è Maria Luisa Gavazzeni, conosciuta quando lei aveva 16 anni e lui 18, sposata dieci anni dopo e al suo fianco in azienda per tutta la vita.

Nicola ha il fascino del divo e l’istinto del commerciante: lancia il primo profumo nel 1980, la prima collezione di abbigliamento nel 1983, il secchiello, i jeans, gli occhiali, perfino biciclette e telefoni. Arreda la lounge Alitalia di Fiumicino, collabora con Alfa Romeo, nel 1988 veste la nazionale italiana alle Olimpiadi di Seul e dà il nome al PalaTrussardi. Negli anni Ottanta il levriero diventa ben presto il marchio della Milano da bere e dell’Italia di Bettino Craxi, con cui Nicola è in buoni rapporti: per un congresso del Psi disegna perfino le divise delle hostess, giacche bianche con garofani rossi stilizzati.

Il levriero, appunto, lo scelse lui, e non a caso. «È il simbolo di un lusso non urlato. Il levriero sta davanti agli altri, però non ostenta», spiega Racca. Per il manager, economista teorico di formazione, le intuizioni di Nicola furono tre: il logo, usato quando ancora non era una pratica comune; il coraggio di portare il marchio in territori lontani dalla moda, «visti anche con un certo scetticismo»; e la cultura, con eventi creati insieme ad artisti, intellettuali, registi e cantanti.

«L’obiettivo di Nicola era creare oggetti utili, che si trattasse di un abito o di un cellulare. Spesso la moda sembra seguire la filosofia dell’“arte per amore dell’arte”: fare moda per il gusto di fare moda, per il bello, per la creatività. Ma la moda è arte per amore della vita. Questo era un concetto fondamentale per Nicola: la moda nasce dall’amore per la vita, per accompagnare la quotidianità». Una contaminazione tra moda, cultura e industria che oggi può sembrare ordinaria, ma che allora suscitava anche perplessità.

«Nicola Trussardi è stato uno dei primi, qualcuno dice il primo, a parlare di lifestyle, a declinare il concetto di eleganza e di attenzione al dettaglio in un posacenere, nelle auto, nei profumi, negli occhiali, prima di tanti altri» sottolinea Racca. Una scelta che racconta molto anche del suo carattere. «Umanamente mi colpisce perché ora la leggiamo come avanguardia, oggi lo chiameremmo visionario. Il mercato lo apprezzava, ma era percepito come strano dall’intellighenzia, dal circoletto della moda di quel tempo» osserva il manager.

Un’impressione che trova un’eco nelle parole pronunciate dal figlio Tomaso nel 2024, durante un’intervista al podcast 1% di Giacomo Freddi. L’erede aveva sostenuto che il padre fosse stato osteggiato dagli altri stilisti perché proveniva da Bergamo, non era uno stilista di formazione e, secondo la sua ricostruzione, anche perché «non era gay». «Lo trattavano come un diverso» aveva dichiarato, offrendo una lettura personale delle difficoltà incontrate dal padre nel farsi accettare dall’ambiente della moda.

Nicola, in ogni caso, aveva trovato un modo per non chiedere il permesso a quel mondo: portare la moda direttamente alle persone. Tra le iniziative più sorprendenti ci furono le sfilate organizzate in Piazza Duomo e alla Stazione Centrale di Milano, dove i viaggiatori potevano imbattersi in uno spettacolo solitamente riservato a pochi invitati. È proprio la sfilata alla Stazione Centrale l’episodio che più ha colpito l’immaginario di Racca: «In questi luoghi ci passano i pendolari, chi vive in periferia e torna a casa sua dopo una lunga giornata di lavoro e si trova la sfilata davanti. Era un chiaro segnale di cosa fosse Trussardi».

Come riuscì Nicola a difendere intuizioni tanto lontane dalle convenzioni del settore? «È una di quelle domande che avrei voluto fare a lui» confessa il ceo. Di una cosa, però, si dice convinto: «Aveva un’idea chiara sul brand e sul valore che potesse avere nel mondo».

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La famiglia Trussardi, i due incidenti e un’eredità difficile da raccogliere

Dietro l’imprenditore capace di conquistare la Milano degli anni Ottanta c’era anche un padre di quattro figli: Beatrice, Francesco, Gaia e Tomaso. Un uomo che, secondo i ricordi della primogenita Beatrice, era “la parte emotiva della famiglia”, amava la fotografia, portava i figli a conoscere l’arte e qualche volta si presentava persino nella loro scuola per spiegare ai bambini come si conciasse la pelle. Quella storia familiare, intrecciata al successo del marchio, cambia bruscamente nell’aprile del 1999, quando Nicola Trussardi muore a 56 anni in un incidente automobilistico sulla Tangenziale Est di Milano. La guida dell’azienda passa alla generazione successiva, in particolare a Francesco e Beatrice, ma appena quattro anni dopo, nel gennaio del 2003, un altro incidente d’auto si porta via Francesco, il figlio su cui erano riposte importanti responsabilità imprenditoriali.

Due tragedie che segnano profondamente la famiglia. Beatrice prosegue l’attività aziendale e sviluppa la Fondazione Nicola Trussardi, portando avanti quel legame con l’arte che aveva contraddistinto il padre. Gaia, invece, diventa direttrice creativa nel 2013, prima di lasciare l’incarico nel 2018, mentre Tomaso assume un ruolo sempre più centrale nella gestione del business. Non mancano i tentativi di rinnovamento, le nuove collezioni, i progetti legati alla ristorazione e al lifestyle. Eppure, nel corso degli anni, qualcosa nell’equilibrio tra creatività, identità e risultati economici comincia a incrinarsi.

Nel tentativo di spiegare cosa non abbia funzionato in questo passaggio, Racca spiega: «Nella moda c’è sempre un equilibrio tra arte e scienza e, trattandosi anche di arte, c’è sempre una componente personale». Con il passare del tempo e l’avvicendarsi delle persone, «magari persone con sensibilità forti e talvolta disallineate l’una dall’altra», il rischio è perdere rilevanza. «Se dovessi dare una mia lettura di ciò che è successo in quegli anni, è proprio questa: sensibilità diverse hanno faticato a tenere questo equilibrio e hanno perso di vista il cliente». Una riflessione che non pretende di esaurire le ragioni della crisi, ma che, in fin dei conti, come spiega il ceo, mette a fuoco un problema ricorrente anche nell’industria della moda: come continuare a innovare senza smarrire ciò per cui un marchio era stato scelto dai suoi consumatori.

Il declino e il rilancio fallito

Nel 2019 la famiglia cede il controllo: il fondo QuattroR rileva circa il 60%, Tomaso resta socio e presidente fino al 2021. Il nuovo amministratore delegato, l’americano Sebastian Suhl, tenta la svolta più radicale della storia del marchio e affida la direzione creativa a Benjamin Huseby e Serhat Işık, fondatori dell’etichetta berlinese GmbH, molto amata dalla scena dei club.

La prima collezione, a marzo 2022, è tutta nera, con molta pelle e un’aria vagamente sovversiva. Palazzo Trussardi alla Scala riapre con caffè e ristorante firmati Giancarlo Perbellini, Vogue America scrive che il marchio «si sta scrollando di dosso la polvere». Ma i vecchi clienti non si riconoscono e i nuovi non arrivano. Ad aggravare la situazione ci sono anche la pandemia e le sanzioni alla Russia, uno dei mercati chiave.

A febbraio 2023 si dimettono così il consiglio di amministrazione e l’amministratore delegato. Poche settimane dopo se ne vanno anche Huseby e Işık, dopo tre sole stagioni. Restano 51,5 milioni di debiti, una procedura di composizione negoziata della crisi e circa duecento dipendenti appesi agli ammortizzatori sociali.

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Il nuovo corso di Trussardi: recuperare Nicola senza vivere di nostalgia

Nel marzo 2024 la famiglia Trussardi esce definitivamente dalla proprietà del brand e arriva l’acquisizione da parte del gruppo Miroglio, che rileva il marchio, l’archivio storico, i diritti di licenza e una rete di 15 punti vendita italiani. Lo stile è affidato a una squadra di designer. Le ragioni dell’acquisto, per Racca, stanno nella «combinazione di credibilità del brand, storia, value proposition, rilevanza oggi e posizionamento, anche di prezzo». Le paure? «In tutte queste situazioni c’è sempre la paura di quello che non sai di non sapere». E poi c’è la questione della coerenza, ovvero il rischio di snaturare un’eredità così ampia: «È la sfida più grande ed è anche quella che non ti fa dormire di notte».

Nicola ripeteva che la moda doveva essere per molti, non per pochi. Racca precisa: «Per molti è diverso da per tutti. Penso che la massificazione abbia un po’ stancato». Il posizionamento è «premium, affordable, non è lusso», per clienti che, dopo l’abbuffata del fast fashion, cercano «pochi capi che però hanno un significato, che puoi anche scoprire nel tempo, un po’ come è capitato a me con la valigia». Poi aggiunge: «Dopo il Covid, c’è stato un aumento dei prezzi scorrelato dall’aumento del potere d’acquisto. Il rischio è abbandonare un cliente nella cui vita il marchio ha comunque un ruolo. Noi non siamo una torre d’avorio».

Oggi però, il cliente Trussardi non si limita a vestirsi. Da qui, ancora una volta, la scommessa lifestyle: la linea Trussardi Casa e le branded residences a Dubai, «fully furnished, in cui tutto è Trussardi», precisa il ceo. «Non trovi tanti brand premium di cui scriveresti il nome a fianco al termine “residences”». Il rischio di confondere le acque c’è, e Racca non lo nega. «Il cliente Trussardi è sempre lo stesso, ma fa cose diverse nella vita. L’obiettivo è accompagnarlo in ogni aspetto della sua vita ma il rischio è quello di diluire troppo il portfolio e quindi l’identità del brand. Ma è una sfida che vale la pena di raccogliere».

Non c’è, almeno nelle intenzioni, la volontà di ricostruire la Trussardi degli anni Ottanta come un’operazione nostalgica. «Non è una rievocazione storica, ma vogliamo ripartire dalla stessa visione di Nicola Trussardi», insiste il manager, convinto che gli insegnamenti dell’imprenditore possano avere ancora un valore contemporaneo. E sul nuovo corso di Trussardi, non ha dubbi: «Non ci piacciono le sfilate a porte chiuse. Non rappresentano il brand e per i cittadini sono solo un problema: sono sinonimo di traffico e caos. Noi cerchiamo contesti in cui tutti possano guardare, ascoltare, toccare i nostri prodotti. Per questo ora puntiamo sulle manifestazioni aperte al pubblico, come il Salone Nautico e il Salone del Mobile».

Racca, intanto, continua a pensare a quella vecchia valigia portabiti. Gli piacerebbe che, tra dieci anni, chiunque osservi una nuova creazione Trussardi possa riconoscervi qualcosa di ciò che rendeva speciale quell’oggetto, anche se saranno cambiati il prodotto, il gusto e l’epoca. «Se la nostra missione sarà vincente, vorrei che tra dieci anni qualcuno, guardando un oggetto Trussardi creato oggi, lo riconoscesse nei suoi tratti salienti. Mi piacerebbe che questi diventassero sempre più chiari, visibili e conosciuti da tutti». In fondo, è il problema che accompagna ogni dinastia imprenditoriale quando il cognome sopravvive a chi l’ha resa grande: capire che cosa sia davvero necessario conservare e che cosa, invece, bisogna avere il coraggio di cambiare.

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“La gente non ha da mangiare e questi buttano i soldi così”: Kylie Jenner debutta da Victoria’s Secret col reggiseno da 50 milioni di dollari, è polemica sui social

20 October 2026 at 11:14

Un corpetto del valore di 50 milioni di dollari (circa 44 milioni di euro), privo di qualsiasi tessuto e costruito interamente su una struttura d’oro a 18 carati in cui sono incastonati 4.410 diamanti naturali, culminanti in una gemma gialla Fancy Vivid da 75,54 carati posizionata esattamente al centro del décolleté. È l’opera scultorea di alta gioielleria, frutto di oltre mille ore di lavoro da parte di quindici artigiani, che Kylie Jenner ha indossato domenica 18 ottobre segnando il suo debutto sulla passerella del Victoria’s Secret Fashion Show 2026.

La 29enne imprenditrice e star dei reality ha riportato sotto i riflettori il celebre “Fantasy Bra”, grande assente dalle sfilate del marchio dal 2018. Creata in collaborazione con la maison Jacob & Co., l’edizione di quest’anno ha disintegrato ogni record precedente: si tratta del modello più costoso mai realizzato nella storia di Victoria’s Secret, superando di netto il primato di 15 milioni di dollari stabilito nel 2000 dal “Red Hot Fantasy Bra” indossato da Gisele Bündchen.

Modellato sulle misure di Jenner per consentirle di muoversi agilmente ai Sony Pictures Studios di Culver City, a Los Angeles, il reggiseno vanta pietre lavorate in sette tagli differenti, incluso l’esclusivo Angel-Cut ideato da Jacob Arabo. La sola pietra centrale è valutata 22 milioni di dollari. Il look è stato completato da un perizoma argentato, una minigonna bianca semitrasparente, tacchi trasparenti e iconiche ali piumate, sfoggiati sotto gli occhi del compagno Timothée Chalamet, della madre Kris Jenner e del figlio Aire, presenti in platea.

L’ira dei puristi: “Mancanza di rispetto per le vere modelle”

La decisione di affidare il pezzo più rappresentativo della serata a un’influencer, negando l’opportunità a una supermodella veterana, ha spaccato l’opinione pubblica. Sotto il video ufficiale pubblicato sull’account Instagram di Victoria’s Secret, le reazioni entusiaste dei fan si sono scontrate con dure critiche. Diversi utenti hanno definito la sfilata una “pura mancanza di rispetto per le vere modelle”, chiedendosi perché Jenner sia stata scelta in una “stanza piena di modelle di talento”. Un commentatore ha accusato lo show di essere passato “dal glamour iconico a un circo di influencer”, sostenendo che “il peso sui social media e l’inclusività performativa hanno sostituito il vero talento da modella, l’eleganza e la presenza in passerella“. Un distacco dalla realtà criticato duramente anche dalla modella britannica Summer Nesbeth, che alla BBC ha sottolineato il paradosso economico dell’operazione: “La gente non ha da mangiare, la gente non può permettersi di tenere le luci accese. Penso che ci siano molte cose da dire su dove stiamo concentrando la nostra attenzione e dove stiamo mettendo i nostri soldi”.

L’analisi degli esperti: “I brand cercano visualizzazioni, non rischi”

Dietro le polemiche si cela una precisa virata nelle strategie di marketing aziendale. Secondo Joel Marlinarson, esperto di social media intervistato da BBC Newsbeat, l’apparizione di Jenner è stata ingegnerizzata appositamente per generare dibattito sul futuro del settore. “Naturalmente Kylie rappresenta una nuova era di celebrità in cui i marchi danno priorità a chi porterà il maggior numero di sguardi, al contrario di chi si adatta alla definizione standard di modella”, spiega Marlinarson, avvertendo che i nostalgici dell'”iconica era della moda di Naomi Campbell” potrebbero vivere questa dinamica come un “tradimento di ciò che conoscono”. I marchi storici come Victoria’s Secret, argomenta l’esperto, oggi “non vogliono correre rischi. Vogliono portare qualcuno che sanno genererà visualizzazioni, che genererà quei titoli e che potrà costantemente sollevare una folla, e questo è esattamente ciò che ha fatto Victoria’s Secret”.

La difesa del direttore creativo: “Kylie è un catalizzatore culturale”

La linea aziendale è stata difesa a spada tratta da Adam Selman, responsabile creativo di Victoria’s Secret. Intervistato da Vogue, Selman ha motivato la scelta definendo Kylie Jenner una “potenza culturale”. “Kylie si estende davvero oltre la moda, oltre la cultura, oltre la TV, oltre una singola cosa”, ha dichiarato Selman. “È esattamente la stessa cosa che facciamo noi. Lo show è così grande, è vero intrattenimento, e penso che lei sia un grande catalizzatore per questo. Ha davvero creato la sua cultura: quante persone possono dire una cosa del genere?”. Il ritorno del Fantasy Bra, ha spiegato il dirigente, era l‘elemento più richiesto in assoluto dal pubblico: “Penso che sia un abbinamento interessante quello che stiamo offrendo ai fan: diamo loro ciò che vogliono con questo fantastico Fantasy Bra e lo facciamo indossare a un talento inaspettato che ha un seguito enorme e un impatto culturale enorme”.

Dalla genesi con Claudia Schiffer al nuovo corso

La sfilata del 2026 aggiorna una tradizione inaugurata nel 1996, quando Claudia Schiffer indossò il “Million Dollar Miracle Bra” da un milione di dollari (sebbene il debutto fisico in passerella avvenne solo nel 2001 con Heidi Klum). Da allora, il reggiseno-gioiello è divenuto il baricentro mediatico del brand, indossato negli anni da icone come Adriana Lima, Alessandra Ambrosio, Tyra Banks e Karolína Kurková. L’ultima apparizione prima della sospensione risaliva al 2018, quando Elsa Hosk sfilò con un modello tempestato di diamanti Swarovski valutato un milione di dollari. Poco dopo, il marchio annullò gli show travolto dalle polemiche sul sessismo, i legami con l’affare Epstein e la mancanza di diversità, avviando una profonda ristrutturazione aziendale culminata in questo controverso, ma mediaticamente ineccepibile, ritorno al lusso estremo.

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I prodotti rubati nelle boutique di lusso durante le proteste in Francia finiscono su Vinted ed eBay: cosmetici a 10 euro, capi ancora con l’antitaccheggio e annunci con scritto “rubato durante le proteste”

20 October 2026 at 10:11

Le immagini hanno fatto il giro del web in una manciata di ore durante il drammatico fine settimana di proteste: un gruppo di manifestanti — stretti in felpe nere, con il cappuccio issato e il volto celato dai passamontagna — che assalta a colpi di transenne una scintillante boutique di Celine nel cuore di Parigi, per poi uscirne stringendo al petto e abbracciando dozzine di borse e beni di lusso. Una scena di brutale foga predatoria che oggi, a pochi giorni di distanza, trova la sua naturale e illecita evoluzione digitale.

Parte di quel bottino milionario è infatti già riemerso sulle bacheche delle principali piattaforme di compravendita second hand. Rintracciarlo non è certo un’impresa da poco: la merce saccheggiata annega nel mare magnum dell’immenso mercato di prodotti disponibili online, mescolandosi sapientemente con i cosiddetti dupe — le imitazioni e i falsi immessi in rete da truffatori seriali pronti a sfruttare l’onda mediatica per ingannare chi va a caccia dell’originale a prezzo di saldo. Eppure, dietro l’apparente brivido dell’affare digitale a basso costo, si nasconde un fatto ineludibile che non bisogna mai dimenticare: vendere o acquistare questi articoli significa alimentare e rispondere in prima persona dei reati penali di furto e ricettazione.

Di fronte a una simile ondata di ricettazione alla luce del sole, la ministra per il Digitale francese, Anne Le Henanff, ha convocato d’urgenza i rappresentanti di Vinted, Amazon, eBay, Leboncoin, Meta e TikTok. “Gli oggetti rubati durante questo fine settimana vengono offerti in vendita su alcune piattaforme“, ha tuonato la ministra. “Ci aspettiamo che rimuovano gli annunci in questione senza indugio. Sarà inoltre richiesto loro di collaborare strettamente con le autorità statali affinché coloro che rivendono beni rubati possano essere perseguiti”.

L’assalto ai simboli della ricchezza: “Spazzati via anni di lavoro”

A sei mesi dalle elezioni per la successione a Emmanuel Macron, la Francia è stata scossa da una delle ondate di violenza urbana più devastanti degli ultimi anni. Nati per denunciare il carovita e il declino dei servizi pubblici, i cortei del 17 ottobre si sono trasformati in una guerriglia che ha terrorizzato il Paese, lasciando sul campo un morto per arresto cardiaco, mille agenti feriti e 2.400 arrestati.

A pagare il prezzo più alto è stato il settore del commercio e del lusso. Le autorità segnalano danni a quasi 3.000 attività. Solo a Parigi, come sottolineato da Dominique Restino della Camera di Commercio, sono stati vandalizzati tra i 300 e i 400 negozi. Nella blindatissima Place Vendôme, la porta di una boutique Dior è stata sfondata, mentre le vetrine di Rolex, Louis Vuitton, Ralph Lauren e Gucci sono andate in frantumi. A Marsiglia, i ladri hanno completamente ripulito i negozi di Hermès e Louis Vuitton, oltre allo store ufficiale della squadra di calcio dell’Olympique. La furia si è abbattuta anche su 50 supermercati Carrefour (20 dei quali saccheggiati), 20 filiali Sephora, negozi Apple, concessionari Tesla e piccole attività indipendenti, come un negozio di riparazione smartphone il cui proprietario è rimasto intrappolato e terrorizzato per quindici minuti mentre un centinaio di giovani cercava di sfondare la vetrina.

Le perdite assicurate minacciano di superare gli 1,2 miliardi di euro, scatenando le preoccupazioni degli investitori internazionali verso un governo già fragile e alle prese con l’approvazione di una cruciale manovra di bilancio. Il dramma umano ed economico è stato condensato nelle parole di Thierry Guibert, CEO di Lacoste, in un post su Instagram: “Quando i nostri negozi Lacoste e Aigle vengono saccheggiati, come tante altre aziende in tutta la Francia, non sono solo le vetrine a essere distrutte. Sono i posti di lavoro, anni di lavoro, le competenze e l’impegno di migliaia di donne e uomini a essere messi a repentaglio. Come leader, non posso sopportare di vedere distrutto in questo modo ciò che abbiamo collettivamente costruito”. La situazione è così grave che il Primo Ministro Sebastien Lecornu ha dovuto annunciare l’immediata attivazione della cassa integrazione per le attività devastate.

Il discount illegale su Vinted ed eBay: sfrontatezza senza limiti

Il cortocircuito più inquietante, tuttavia, si è consumato nelle ore successive, quando i saccheggiatori hanno iniziato a monetizzare il caos. Sulle bacheche di app come Vinted (gigante lituano del second hand valutato 8 miliardi di euro) sono spuntati sfacciatamente i frutti delle razzie. L’arroganza criminale ha raggiunto livelli inauditi: molti articoli di moda, come maglie da calcio e scarpe di lusso, sono stati fotografati e messi in vendita con le placche antitaccheggio ancora attaccate. In alcune inserzioni, un maglione veniva candidamente descritto come “rubato durante le proteste”, mentre altri venditori indicavano la data del “17 ottobre” o la provenienza esatta da una “protesta a Lione”.

I prezzi, ovviamente, erano stracciati: borse traboccanti di cosmetici Sephora offerte a 10 euro, lotti di sei lucidalabbra (dal valore di 78 euro) piazzati a 15 euro, profumi Christian Dior a 250 euro. L’ondata anomala ha riguardato anche il collezionismo e lo sport: su Vinted sono apparse centinaia di carte Pokémon sottratte al negozio “Le Coin des Barons” di Lille (con i codici a barre originali), mentre su eBay è stato messo all’asta per 1.250 euro il trofeo d’argento StarLadder, rubato alla sede parigina del club di e-sport Team Vitality, fotografato contro un muro imbrattato e intitolato sfacciatamente “STOLEN RARE VITALITY CS2 TROPHÉE”.

La stretta del governo e l’ombra sulle piazze italiane

Le piattaforme hanno assicurato massima allerta, consapevoli che i microchip integrati e i numeri di serie dei beni di lusso faciliteranno il tracciamento della merce. Un portavoce di Vinted ha garantito al Daily Mail: “La vendita di beni rubati, o la loro richiesta, è severamente vietata su Vinted, e abbiamo una tolleranza zero al riguardo. Da questo fine settimana, i nostri team hanno agito immediatamente per identificare e rimuovere gli annunci legati ai saccheggi […]. Quando le nostre regole vengono violate, agiamo contro gli account coinvolti, fino a bandirli permanentemente”. Sulla stessa linea eBay, che ha confermato l’impiego di “strumenti tecnologici proattivi” per bloccare l’attività criminale. Ma il problema non è confinato Oltralpe, perché l’Italia, e in particolar modo Milano (che insieme a Francia e Regno Unito rappresenta uno dei mercati principali di Vinted), ha vissuto nel weekend le stesse identiche scene di guerriglia: vetrine infrante, cariche della polizia e assalti alle vie dello shopping. È perciò altamente probabile, se non già una silente realtà operativa, che anche i beni trafugati dai negozi meneghini stiano finendo sulle medesime piattaforme di rivendita per essere monetizzati in fretta.

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Dagli abiti da sposa alla moda di tutti i giorni: la rivoluzione di Emé sfila a Roma tra bermuda di paillettes, completi maschili e una sposa con gli stivali biker

17 October 2026 at 14:22

Chi l’ha detto che chi nasce quadro non può morire tondo? A smentire il noto proverbio ci pensa Emé, brand del gruppo Oniverse, che ne è la prova vivente. Nato Atelier Emé come brand specializzato in abiti da sposa, passato il boom dei matrimoni post covid, nell’ultimo paio d’anni ha fatto un lavoro pazzesco di rebranding e oggi è un marchio di pronto moda, come si diceva una volta, concreto, desiderabile e utile per il cliente, con un ottimo rapporto qualità prezzo. Via dal nome quell’Atelier che faceva troppo negozio di spose, oggi è solo Emé: il passaggio evolutivo si è compiuto in modo graduale, così come il cambio di passo stilistico. Dapprima accostando abiti da cerimonia al mondo sposa e poi lavorando in modo sempre più focalizzato su un guardaroba quotidiano che non rinuncia però a qualche tocco speciale. E promette di dare del filo da torcere ai grandi marchi della stessa fascia, come ha dimostrato la sfilata andata in scena a Roma. Anche qui emblematico. Dopo la prima in Stazione Centrale dello scorso anno, non sono più presentazioni di collezione, ma défilé a tutti gli effetti sempre più in grande stile.

La Città Eterna e “A Love Affair” al Chiostro di Michelangelo

Per svelare la collezione Occasionwear Autunno/Inverno 2026/27, ribattezzata Escape the Ordinary, il brand ha puntato al massimo dell’impatto visivo, scegliendo una cornice monumentale e intrisa di storia: il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, tradizionalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti. Se per le Terme non si tratta di un debutto assoluto nel mondo della moda (vi sfilarono il Sindacato Italiano Alta Moda nel 1956, Sylvio Giardina nel 2023 con l’opera Si/Lenzio e Bvlgari nel 2024 per i suoi 140 anni), per l’antico Chiostro è invece un’assoluta prima volta. In questa oasi di rigore geometrico, illuminata dalla luce naturale e circondata da oltre cento colonne monolitiche, hanno sfilato 30 look pensati per liberare il concetto di eleganza dalle vecchie etichette.

Sotto gli sguardi attenti di un parterre che includeva l’étoile Eleonora Abbagnato, la regista Sabrina Iannucci, Chanel Totti e le attrici Giulia Bevilacqua, Giulia Michelini, Nicoletta Romanoff e Vittoria Belvedere, Emé ha celebrato il suo legame strategico con la Capitale. “Roma è una città a cui siamo molto legati, dove abbiamo i nostri tre negozi più importanti, incluso il flagship di via del Corso, e molte delle nostre clienti più affezionate: questa è la prima volta che abbiamo aperto lo show anche a loro”, ha spiegato Silvia Falconi, direttrice creativa ventinovenne del marchio, in attesa del suo primo figlio. “Dopo Milano, dove abbiamo sfilato varie volte, ci sembrava la scelta più naturale. Inoltre, stiamo sostenendo il restauro di questo luogo incredibile e il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, con le sue numerose statue e colonne, chiaramente ‘rovinate’ dal tempo, ma comunque bellissime, rappresenta appieno il tema del ‘perfetto nell’imperfetto’ che vogliamo esprimere con questa nuova collezione”. Con una sponsorizzazione tecnica, infatti, l’azienda finanzierà entro il 2027 il restauro del grande plastico di inizio Novecento del complesso termale.

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L’estetica Wabi-sabi e la ribellione bucolica del Rural Punk

Il contrasto tra la pietra chiara, segnata dal trascorrere dei secoli, e la geometria rinascimentale del luogo è diventato il manifesto concettuale della stagione. A ispirare Falconi sono state due suggestioni stilistiche: l’estetica giapponese del wabi-sabi, che trova l’autentica bellezza nell’incompiuto e nell’imperfezione, e l’attitudine “rural punk”, una ribellione bucolica che intreccia la natura all’energia rock.

“Lavorando a questa collezione abbiamo introdotto un desiderio di evasione, senza perdere il legame con il nostro heritage”, ha proseguito la stilista. “Ancora una volta, i contrasti si armonizzano: maschile e femminile, struttura e fluidità, volumi importanti e leggerezza. Tessuti opachi e paillettes luminose convivono nelle silhouette, mentre le linee oversize si alternano a forme più avvolgenti e sensuali, in un equilibrio tra forza e delicatezza”.

La palette cromatica, dichiaratamente invernale, esplora i colori della terra: si passa dal bordeaux profondo del Deep Plum al marrone terroso del Rural Brown, fino alle calde sfumature mattone del Rust Rouge e a un vibrante ottanio (Urban Teal). Accanto a queste tonalità intense spiccano il grigio tortora dello Smoky Grey e accenti inaspettati, come il rosa saturo del Punk Rose e l’azzurro del Soft Indigo.

Sartorialità, paillettes e styling di rottura

Il nuovo volto della donna Emé — definita da Falconi come “intraprendente, impegnata, non solo nel lavoro, ma anche con la famiglia, le amiche” — emerge in un guardaroba in cui i capi cambiano vocazione a seconda degli abbinamenti. Le rigide regole dell’abbigliamento per eventi cadono a favore di una libertà istintiva. La severità della matrice sartoriale di completi gessati, spigati e check viene decostruita e illuminata da fili lamé, micro paillettes e bluse in twill con ricami botanici. La separazione tra giorno e sera svanisce: le paillettes ricoprono capispalla e persino un paio di bermuda che, indossati con camicia bianca e mocassini, hanno aperto trionfalmente la passerella. Un corpino gioiello si accompagna senza timore a un caldo cardigan in maglia a costa inglese; una minigonna a pieghe viene sovrapposta ai pantaloni; una bralette in pizzo effetto trompe-l’œil si inserisce in un rigoroso completo spigato.

L’eredità del mondo bridal non scompare ma si alleggerisce. Dettagli lingerie, pizzi anni Venti e velluti dalla lucentezza quasi liquida sfilano accanto a giacche costruite come corsetti, bustier in similpelle e chiodi con texture coccodrillo che infondono energia contemporanea. La sintesi perfetta di questa versatilità, come sottolinea la direttrice creativa, si legge in un outfit specifico: “Una giacca lunga con un taglio nuovo e molto particolare, ma realizzata in un tessuto intramontabile come il raso, abbinata a un pantalone cargo sempre in raso; un outfit da giorno ma con un tessuto da sera”.

Gli anfibi e la sposa rock del gran finale

L’evoluzione Escape the Ordinary del marchio si riflette anche negli accessori, protagonisti di un’importante espansione. Per sfuggire ai dettami classici del tacco da cerimonia, la collezione si popola di mocassini in suede (dalla linea affusolata o chunky con stampa coccodrillo), tote bag versatili, ballerine e stivali bassi punteggiati di strass. Ma la vera rottura arriva con l’introduzione degli anfibi in pelle con fibbie logate, che secondo Falconi sono il “segno tangibile che si tratta di una collezione di rottura rispetto al passato per il brand”.

Un messaggio stilistico ribadito in maniera deflagrante proprio alla chiusura dello show. Per l’ultima uscita è apparso in passerella un abito da sposa a sirena in raso lucido, caratterizzato da uno scollo all’americana, schiena scoperta, spacco vertiginoso e una coda lunghissima. Ai piedi della modella, però, niente décolleté in seta, ma un grintoso paio di stivali biker. La dimostrazione definitiva che la cerimonia moderna, firmata Emé, poggia su regole del tutto nuove.

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È morto a 73 anni Beppe Angiolini, il visionario buyer fondatore di Sugar ad Arezzo

17 October 2026 at 07:49

Alle 5 del mattino si è spento nella sua abitazione di Arezzo Giuseppe Angiolini, conosciuto a livello internazionale nel fashion system semplicemente come Beppe di “Sugar“. Figura centrale nelle dinamiche dell’industria della moda e pioniere delle moderne strategie di distribuzione del lusso, avrebbe compiuto 74 anni il prossimo 5 dicembre. Da tempo lottava contro una malattia che non ne aveva intaccato l’entusiasmo e la lucidità professionale.

Beppe Angiolini non è stato soltanto uno dei buyer italiani più influenti degli ultimi quarant’anni: è stato un interprete culturale della moda, un innovatore del retail, un talent scout capace di anticipare i cambiamenti del gusto prima che diventassero fenomeni globali. Fondatore di Sugar, voce autorevole di Camera Buyer Italia, direttore artistico e consulente, Angiolini ha incarnato una figura rara nel fashion system: quella del buyer che diventa creatore di immaginari, ponte tra stilisti, mercato e pubblico. Ha portato il concetto di negozio a un livello culturale, ha trasformato Arezzo in un crocevia creativo, ha influenzato generazioni di addetti ai lavori. Ha anticipato la moda in ogni sua evoluzione, senza mai perderne la poesia.

La notizia del decesso è data dal Corriere di Arezzo. Le esequie dell’imprenditore devono ancora essere organizzate.

Gli inizi: un anticonformista in una città che non lo capiva

La sua storia inizia da un gesto controcorrente. “Con la moda non c’entri niente”, gli dissero i genitori quando nel 1979 annunciò che avrebbe aperto un negozio invece di lavorare nell’azienda agricola di famiglia. Ma a 19 anni, con i pantaloni a zampa, i cappotti lunghissimi e una cura ossessiva per il colore, Angiolini aveva già la sua direzione. “Già i miei compagni mi guardavano come un eccentrico”, ricordava. “Ma la moda per me era un fatto culturale: cambia ogni sei mesi, si rinnova, ti obbliga a metterti in gioco. Non potevo far finta che non fosse la mia strada”. Arezzo, allora, non era certo una capitale creativa. Eppure lui intuì che anche in provincia si poteva fare avanguardia.

Chi frequenta i front row delle settimane della moda milanesi e parigine lo ricorda come una presenza fissa e inconfondibile, lontanissima dagli eccessi visivi e dalle stravaganze a favore di flash che spesso animano gli ingressi delle sfilate. Osservava le uscite con l’occhio silenzioso e analitico del buyer d’esperienza, capace di valutare in pochi secondi la caduta di un tessuto, la pulizia di un taglio e la reale vendibilità di una collezione sui mercati internazionali.

Sugar: quando un negozio diventa un luogo culturale

Il primo punto vendita Sugar nasce tra il 1978 e il 1979, in anni in cui il Made in Italy muoveva i suoi passi più audaci con Armani, Versace, Ferré. Angiolini captava quell’energia e decideva di portarla in città. “All’inizio avevo solo piccoli marchi e brand sconosciuti”, ricordava. “Ma volevo dare l’idea che anche qui si potesse trovare qualcosa di speciale”. È un’intuizione radicale per l’epoca, quando lo shopping è ancora un gesto funzionale e il concetto di concept store non esiste. Sugar cambia le regole: ambientazioni curate come set cinematografici, selezioni in anticipo sui tempi, un dialogo costante con arte, design e architettura. Negli anni ’90 il negozio si espande, diventando più punti vendita. Poi, nel 2018, la svolta definitiva: il trasferimento nel restaurato Palazzo Lambardi, ribattezzato “Palazzo Sugar“. Affreschi, soffitti lignei, mosaici romani inglobati nel pavimento convivono con abiti di ricerca e installazioni contemporanee. Il retail diventa una narrazione. “La boutique fisica è il tuo biglietto da visita, racconta chi sei. Lo shopping online ti porta nel mondo. Oggi le due cose devono parlarsi”, diceva in anni in cui molti nel settore faticavano a capirlo.

Il buyer come visionario: istinto, ricerca, coraggio

Per Angiolini il buyer non era un ruolo tecnico: era un lavoro ad alto tasso creativo: “Questo mestiere devi avercelo dentro. L’esperienza serve, ma è una questione di istinto”, ripeteva spesso. La sua capacità di “sentire” i designer giusti al momento giusto è una delle chiavi del suo mito. Negli anni ’80 e ’90 sostiene Romeo Gigli, Jean Paul Gaultier, Giorgio Armani, Prada. Nel 2000 intuisce la rivoluzione estetica di Hedi Slimane per Dior Homme e poi per Saint Laurent. Negli anni 2010 lancia il Gucci di Alessandro Michele, che proprio da Sugar trovò una delle sue prime sponde più convinte. “Sono molti i nomi che mi hanno dato soddisfazioni. Sono loro che hanno fatto la storia della moda, e per me hanno segnato dei cambiamenti importanti”. La sua lettura delle tendenze era semplice: “Non esiste più un diktat. C’è libertà. L’importante è vestirsi tenendo presente se stessi. Ma sento che un po’ di eleganza, più armoniosa, sta tornando”.

Arezzo come capitale culturale della moda

Una delle sue imprese più sorprendenti non riguarda la moda in sé, ma la geografia della moda. Grazie a Sugar, Arezzo diventa una meta corteggiata da buyer internazionali, fotografi, stilisti, clienti globali. “Tra un Pitti e una Milano Fashion Week, chi può passa da Arezzo per vedere cosa ha fatto Beppe”, si dice nel settore. Angiolini amava profondamente la sua città, di cui è stato direttore artistico e promotore culturale. “Arezzo è il mio grande amore. Dobbiamo pensare mondo. Volare più alto”. Si batteva per una città più connessa, più ambiziosa, più consapevole della sua ricchezza artistica. Spesso citava con ammirazione gli interventi di Patrizio Bertelli sul patrimonio storico: “Condividiamo la stessa passione: conservare e far vivere la bellezza”.

Dietro l’immagine del professionista veloce, riservato, sempre in viaggio, c’era un uomo generoso e curioso: “Ho solo pochissimi minuti”, diceva quando lo si chiamava per un’intervista. Poi restava al telefono un’ora, senza perdere mai lucidità né passione. Il suo mantra? “Non credere in ciò che fai è l’unico errore da non commettere”. Sugar resta il suo manifesto: un luogo dove la moda si guarda, si tocca, si comprende. Dove la bellezza diventa esperienza. Dove il retail diventa racconto. E resta soprattutto la sua lezione: essere fedeli alla propria visione, sempre. Anche quando il mondo intorno non è ancora pronto a capirla.

L’impegno per il distretto dell’oro e la candidatura a sindaco

Nonostante il consolidato successo globale e la presenza fissa nei salotti televisivi per l’analisi dei look in occasione di grandi eventi mediatici come il Festival di Sanremo, Angiolini ha mantenuto un legame operativo inossidabile con il proprio territorio. Ha ricoperto il ruolo di direttore artistico di Arezzo Oro, mettendo le proprie competenze a disposizione del distretto orafo locale, e ha coltivato una lunga collaborazione con Franco Marinoni e la Confcommercio. Un impegno civico culminato la scorsa primavera con la discesa in campo per le elezioni amministrative, proponendosi come candidato sindaco in un progetto politico guidato dalla volontà di rilanciare l’immagine della città.

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Sette chili in tre settimane pagando 2.500 dollari ogni sette giorni: Wanda Nara mostra i risultati sul suo corpo della “dieta dei ricchi” lanciata da Kim Kardashian

16 October 2026 at 13:39

Un top bianco, uno slip nero molto sgambato e uno specchio per certificare davanti a 17 milioni di follower una trasformazione fisica lampo: sette chili persi in sole tre settimane. Wanda Nara, 39 anni e reduce dal burrascoso divorzio da Mauro Icardi (conclusosi di recente con la bocciatura giudiziaria della sua richiesta di un assegno di mantenimento da 100mila euro al mese), ha deciso di documentare sui social il suo repentino ritorno al peso forma. Una necessità nata dopo aver dovuto prendere 10 chili per esigenze di copione, al fine di interpretare il personaggio di Lucía nel film “Quién quiere ser mi hijo?” al fianco dell’attore Agustín Bernasconi.

Per smaltire l’aumento di peso, l’influencer sudamericana ha optato per un regime d’urto noto nello star system come “dieta dei ricchi” o “dieta Kardashian”. A svelarne i retroscena in patria è stato Mariano de la Canal, noto alla televisione argentina per essere “il fan di Wanda”: “Ha fatto un sacrificio enorme per questo ruolo. Non soltanto dal punto di vista dell’interpretazione, ma anche perché ha dovuto prendere 10 chili”.

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Céline Dion torna agli Oscar del 1997 (ma a Parigi): l’abito Chanel da 1.380 ore di lavoro e 6.000 gioielli

16 October 2026 at 11:39

Mentre la prima tranche della sua residency parigina alla La Défense Arena si avvia verso la chiusura, Céline Dion ha riportato in scena un pezzo di storia degli Oscar: un abito Chanel su misura ispirato al modello di Karl Lagerfeld indossato alla cerimonia del 1997.

Il nuovo capo è un’opera di alta sartoria. Secondo Vogue, l’abito conta 6.000 gioielli e 5.000 perline, per 1.380 ore di lavoro dei couturier della maison. Chanel precisa che è stato realizzato negli atelier parigini di rue Cambon 31. A disegnarlo è Matthieu Blazy, direttore creativo della maison. La silhouette ha un bustier a corsetto con vita molto segnata e uno scollo a cuore in rafia. Il ricamo sul corpetto riprende la sfumatura di colore dell’originale. La gonna in seta ha uno spacco alto sul davanti.

Il riferimento è alla 69esima edizione degli Academy Awards, il 24 marzo 1997. Dion si presentò con una creazione dell’alta moda Chanel primavera/estate 1997, disegnata da Lagerfeld. Nel suo abito argentato con scollatura profonda, divenne la prima artista a eseguire due brani nella stessa serata sul palco degli Oscar. Il vestito di allora era più scivolato e sinuoso, quello di oggi più scultoreo.

Anche la collana ha una storia. È una reinterpretazione della Comète: una stella cadente in oro bianco e diamanti, con 1.080 pietre per oltre 67 carati. Il motivo richiama una collezione di alta gioielleria del 1932, l’unica creata da Gabrielle Chanel.

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Come riconoscere una borsa di lusso falsa da una originale quando compriamo online? Siamo entrati nel centro eBay dove gli esperti smascherano i “superfake”: ecco cosa controllano

15 October 2026 at 17:00

Vintage è meglio. Tra i grandi cambiamenti che hanno investito la moda negli ultimi anni c’è un nuovo amore per i capi di lusso vintage: si acquistano e si vendono sempre più spesso, anche grazie a piattaforme che lo rendono facile e accessibile. Che si tratti di una borsa, di un orologio o di un foulard in seta, il rischio di contraffazione è sempre dietro l’angolo, e in rete è facile incappare in truffe. Proprio per questo motivo il marketplace eBay ha lanciato in Italia un servizio di verifica dell’autenticità per i prodotti di lusso.

Come si fa a riconoscere un falso? Abbiamo visitato il Centro di autenticazione a Berlino e lo abbiamo chiesto direttamente ai professionisti della piattaforma di e-commerce.

L’economia parallela dei superfake

Se una volta per trovare accessori di lusso di seconda mano bisognava scovare boutique, antiquari e negozi specializzati, ora bastano un paio di clic. Oltre a piattaforme specializzate come Vestiaire Collective, Depop e il più democratico Vinted (dove si trova un po’ di tutto) c’è proprio eBay, frequentato per la selezione ampia e per i pezzi rari che ospita.

Internet ha facilitato la compravendita di moda e accessori pre-owned, ma il rovescio della medaglia è una fiorente e agguerrita industria parallela. Secondo lo studio Mapping Global Trade in Fakes 2025 di Ocse ed Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, nel 2021 il commercio mondiale di merci contraffatte valeva circa 467 miliardi di dollari.

Per mettere i numeri in prospettiva: il 2,3% delle importazioni globali. I prodotti più copiati sono proprio quelli della moda: abbigliamento, calzature e pelletteria rappresentano il 62% delle merci contraffatte sequestrate.

La Verifica (gratis) di eBay

A tutela dei suoi clienti, a partire da settembre eBay offre anche in Italia la Verifica di Autenticità, già attiva negli Usa, nel Regno Unito, in Germania, in Australia e in Canada. Si tratta di un controllo automatico e gratuito: non ci sono costi aggiuntivi per chi compra. Si applica su borse, abbigliamento, scarpe, accessori e sneakers di marchi selezionati a partire da 200 euro (1.500 euro per gli orologi) ed è facile da individuare grazie al badge blu sugli annunci.

Funziona così: dopo l’acquisto, il venditore spedisce l’articolo al Centro di autenticazione eBay in Germania, dove esperti specializzati per categoria lo ispezionano fisicamente. Non serve solo a individuare le copie, ma anche a verificare che l’articolo corrisponda all’inserzione. Ogni articolo passa sotto una lente di ingrandimento (letteralmente) per cercare graffi, macchie e difetti.

Nel caso degli accessori, ci spiegano al Centro di Berlino, si controllano anche le scatole, i sacchetti dust bag e documenti, come certificati di autenticità. “Nella maggior parte dei casi non ci sono troppe attese extra per l’utente – spiega Flavio De Luca, Site Lead del Centro di autenticazione eBay in Germania – una volta che un oggetto arriva al Centro, in 48 ore siamo in grado di verificarlo e poi spedirlo all’acquirente”.

In caso di discrepanze come piccoli difetti o documenti mancanti, l’acquirente viene avvisato e decide se confermare l’acquisto, magari trovando un nuovo accordo sul prezzo. L’autenticazione è una tutela anche per chi vende: in caso di reso, l’articolo ripassa dal Centro, che verifica che sia lo stesso pezzo nelle stesse condizioni.

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Foto: Patricia Kalisch, www.patriciakalisch.de

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Foto: Patricia Kalisch, www.patriciakalisch.de

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Foto: Patricia Kalisch, www.patriciakalisch.de

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Foto: Patricia Kalisch, www.patriciakalisch.de

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Come si riconoscono le copie dagli originali

Ora che la compravendita di lusso second hand è in crescita, spiegano da eBay, la fiducia è diventata cruciale. Gli autenticatori non parlano mai di “falsi” ma di UTA, Unable to Authenticate. Tradotto: impossibile da autenticare. Tutti i professionisti del Centro dicono che per fare questo lavoro è fondamentale la “passione”: concretamente significa conoscere bene i brand, storici e nuovi, i modelli e aggiornarsi di continuo sulle collezioni.

Nel senso migliore del termine sono dei veri nerd della moda: collezionano sneaker, conoscono il settore, non si perdono una sfilata. Quando cambia un direttore creativo, infatti, possono cambiare i materiali, i dettagli tecnici, le cuciture, perfino le etichette. “Facciamo formazione continua – prosegue De Luca – per essere sempre aggiornati sulle novità e non restare indietro”.

Una volta le copie (anzi: gli UTA) erano di qualità scadente, oggi si parla di superfake: contraffazioni di altissima qualità, sia nella manifattura che nei materiali, quasi indistinguibili dagli originali. Quasi, appunto: un professionista può capire quello che alla maggior parte degli appassionati sfugge.

Gli incaricati dell’autenticazione non rivelano i loro segreti per non avvantaggiare ulteriormente chi opera nell’industria parallela. Di solito non lavorano direttamente con i brand, spiega De Luca, ma nei casi più complessi chiedono un occhio in più ai colleghi internazionali, o al training team: il processo è estremamente meticoloso. “Spesso hanno una sensazione di pancia solo toccando l’oggetto – conclude – le macchine ci aiutano moltissimo, ma non possono sostituire le persone in questo settore”.

Quali sono i marchi più cercati su eBay

Considerato una volta un hobby di nicchia per collezionisti, il vintage è stato ormai sdoganato come strategia intelligente di acquisto. “Il 40% del gmv (gross merchandise value, il valore complessivo delle merci vendute sulla piattaforma ndr) di eBay, dal 2024, è rappresentato da articoli di seconda mano e ricondizionati”, spiega Silvia Bellomi, responsabile delle categorie di eBay per Italia e Francia. Secondo il Recommerce Report 2026 del brand, le ragioni sono molteplici: risparmio, sostenibilità e ricerca di pezzi rari, vintage o da collezione. Secondo l’ultimo Watchlist Trend Report, nel primo trimestre dell’anno i marchi dell’usato più acquistati al mondo sono stati Louis Vuitton, Gucci, Burberry, Chanel e Prada, mentre Dior è entrato in classifica sull’onda del debutto di Jonathan Anderson. Alcuni pezzi vengono considerati veri e propri investimenti: tra gennaio e marzo il prezzo medio di vendita della borsa Gucci Padlock è cresciuto del 530%, quello dell’orologio Patek Philippe Nautilus del 154%.

Per molti, quindi, il second hand è la via di accesso a brand che non potrebbero avvicinare altrimenti. Online non si cercano solo borse di lusso: in Italia l’abbigliamento è la categoria più acquistata nell’usato (35%). Il Made in Italy fa la sua parte: tra i più cercati, da noi, ci sono brand come Prada e Gucci. La Gen Z ha un ruolo importante: secondo il Recommerce Report, in Italia il 58% compra usato solo online, e il 43% prevede di aumentare gli acquisti in futuro. “Prendiamo l’esempio di Blumarine – spiega Bellomi – è un brand che da una ventina d’anni non andava più tanto, ma con il ritorno dell’estetica anni Duemila ha avuto un boom anche sul second hand, con un aumento del 300% delle ricerche nel primo trimestre 2026”. Ed è cambiato anche il modo di cercare: “I clienti non cercano più l’usato dopo aver cercato il nuovo: cercano direttamente il pezzo usato”. Secondo il recentissimo Recommerce Report 2026, il 31% degli italiani cita l’autenticità come freno agli acquisti da venditori esteri. Per questo, spiega Bellomi, eBay oggi valorizza l’usato “con servizi di fiducia che lo rendono davvero un prodotto di prima scelta”.

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