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Correggere il Green Deal dovrebbe servire a renderlo efficace

Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.

In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.

Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?

C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.

Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.

Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.

Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.

Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.

Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.

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Nel centro antipopulista si litiga spesso, ma non è la prima volta

C’è una maledizione antica che perseguita i liberali e i riformisti italiani: non riescono a stare nella stessa stanza senza contendersi il ruolo di direttore d’orchestra, salvo poi scoprire che in sala non è rimasto quasi più nessuno ad ascoltare il concerto. Basta osservare lo psicodramma che si consuma in questi giorni attorno al cantiere del nuovo centro per accorgersi che la storia d’Italia si ripete sempre due volte: la prima come grande tragedia dottrinaria della Prima Repubblica, la seconda come scontro di caratteri, ma non solo, nell’era dei social.

Da una parte ci sono Carlo Calenda e Pina Picierno, impegnati a costruire un asse tra Azione e Spazio Pubblico per offrire un argine europeista al «bipopulismo». Dall’altra c’è Luigi Marattin che, sentitosi trattato da ospite indesiderato, forse dopo una fotografia pubblicata da Calenda e Picierno senza di lui, ha rotto gli indugi e guarda verso Forza Italia e il centrodestra: «Se son rose fioriranno». Apriti cielo. Calenda lo ha fulminato accusandolo di voler «andare a fare i cespugli» con Matteo Salvini e di usare la politica come un «taxi per entrare in Parlamento»; Marattin ha replicato al vetriolo che il leader di Azione «è un cespuglio che si crede foresta» e che pretende di annettere gli altri al grido di «venite in Azione e risolvo tutto io».

Di solito questo spettacolo viene liquidato come frutto di narcisismo. Eppure, se si guarda in controluce, i tic, le accuse e persino le traiettorie politiche ricalcano, nel loro piccolo, i due grandi duelli che segnarono la cultura laica e socialista del dopoguerra: quello tra Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi e quello tra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat.

Vedi il conflitto tra Calenda e Marattin. È la replica in miniatura dello scontro che divise La Malfa e Malagodi tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anche allora i due si conoscevano da una vita, avendo lavorato negli anni Trenta alla Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli. E anche allora il risentimento psicologico si intrecciava alla divergenza dottrinaria. «Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io», raccontò Malagodi a Eugenio Scalfari.

Sul piano politico, La Malfa incarnava il riformismo repubblicano e programmista, convinto che lo Stato dovesse guidare la modernizzazione industriale e aprirsi a sinistra; Malagodi difendeva il liberismo classico del Partito Liberale, ostile all’interventismo pubblico e pronto a spostarsi a destra per rappresentare il ceto produttivo spaventato dai socialisti.

Non meno suggestivo è il parallelo sul versante più riformista. Quando, nel giugno scorso, Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico, denunciando le ambiguità della segreteria Elly Schlein sul «fascismo putiniano» e rifiutando la subalternità al «campo Lavrov» di Giuseppe Conte, ha compiuto un gesto che appartiene alla grammatica di Palazzo Barberini. Nel gennaio 1947 Giuseppe Saragat spezzò il partito socialista per sottrarlo al patto d’unità d’azione che Pietro Nenni aveva stretto con il PCI di Togliatti. Nenni, nei suoi diari, imputò la rottura alla «volontà della borghesia, che preme alle porte del congresso» e la propaganda frontista bollò Saragat come «servo degli americani», esattamente come oggi i custodi del campo largo accusano Picierno di opportunismo o peggio. Allora come oggi, il punto di rottura tra riformisti e massimalisti è la politica estera: la scelta dell’Occidente contro il neutralismo ambiguo.

C’è differenza, è vero, fra l’epica di ieri e ciò che oggi, ad alcuni, pare una batracomiomachia. Sarà anche perché le foto color seppia ci commuovono sempre un po’. Ma la posta in gioco allora era alta: un’Italia che rischiava di essere sganciata dall’Occidente e il profilo dello sviluppo economico di quella che, nonostante gli alti e bassi, sarebbe diventata una potenza industriale.

Quando Saragat lasciava Nenni a Palazzo Barberini, portandosi via cinquantadue deputati della Costituente su centoquindici, decideva se l’Italia dovesse restare legata alle democrazie atlantiche o scivolare oltre la Cortina di ferro. Quando La Malfa e Malagodi incrociavano le lame in Parlamento nel 1962, si battevano su questioni epocali: la Nota aggiuntiva sul bilancio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la nascita dell’Enel, il confine stesso tra Stato e mercato nel miracolo economico. Quei piccoli partiti laici pesavano il tre o il quattro per cento, pure loro, ma, nel sistema proporzionale, erano l’ago della bilancia dei governi e il laboratorio intellettuale della Repubblica.

Ma davvero oggi si gioca una partita meno cruciale, in cui lo scontro «bipopulista» fra destra-centro e sinistra-centro non mette a rischio appartenenze transnazionali e tenuta della struttura economica?

Oggi gli eredi di quella tradizione hanno conservato intatti i difetti dei padri nobili – le scomuniche incrociate, le gelosie da capocorrente, l’incapacità di fondere le sigle senza litigare subito dopo, come accadde alla sfortunata unificazione socialista del 1966 – ma, secondo i critici, hanno smarrito la grandezza del campo di battaglia. Questo non è del tutto vero. Ad esempio Pina Picierno ha iniziato uno sciopero della fame, restituendo al confronto politico l’energia dello strumento pannelliano, per reclamare un intervento europeo rapido, e decisivo per la vita o la morte di alcune centinaia di ucraini nella città assediata di Oleshky. La sua uscita dal Pd ricorda le ragioni degli scontri di allora.

Picierno, Calenda e Marattin sono tra i pochi leader politici a proporre risposte complesse e impopolari al declino strutturale dell’economia e del benessere degli italiani. Vogliono tutti rifondare la casa dei liberaldemocratici, e fanno bene, perché è una casa che all’Italia manca. La storia dei piccoli partiti laici dice però una cosa: pesavano il tre o il quattro per cento, ma da soli potevano decidere della sorte dei governi. C’era il proporzionale allora, ma potrebbe esserci anche domani se nessuno dei due schieramenti principali superasse il 42 per cento. Il bipopulismo non aspetta i loro tempi, e prima di arrivare alla porta di casa conviene mettersi d’accordo non tanto su chi tiene le chiavi quanto sulla dimensione dell’appartamento. Altrimenti non sapremmo a che santo votarci (e votare).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Mearsheimer, Caracciolo, e i realisti che chiamano geopolitica la resa a Putin

Figures depicting US President Donald Trump and Russian President Vladimir Putin, right, are displayed at Marienplatz square, as part of a protest against fossil energy by the environment organisation Greenpeace during the Munich Security Conference in Munich, Germany, Friday, Feb. 13, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

Nell’altro articolo che la Linea pubblica oggi si legge cosa prevede lo «Scenario buono» per il 2036 presentato dall’oligarca Konstantin Malofeev al Forum economico di San Pietroburgo: presa di Odesa e Kharkiv, riduzione dell’Ucraina a uno Stato-moncone vassallo di Mosca, crisi dell’americanocentrismo e disgregazione dell’Unione europea. La domanda più interessante, oggi, non è chi condivida questo programma a Mosca, ma quanti lavorino ormai – per ideologia, per fatalismo accademico o per puro calcolo personale – a realizzarlo in Occidente o a disegnarne la mappa.

Non c’è solo la pattuglia dei propagandisti militanti: ex militari americani come Douglas Macgregor o Scott Ritter, che definiscono Odesa «città russa» e auspicano apertamente la marcia su Kyjiv, o intellettuali europei come il demografo francese Emmanuel Todd, che all’Accademia delle Scienze di Mosca celebra la vittoria della Russia «conservatrice e rassicurante» sull’Unione europea prossima all’implosione. E non ci sono soltanto i prescrittivi della resa immediata, da Jeffrey Sachs che dalle colonne della Tass intima a Kyjiv di cedere subito se non vuole perdere tutta la costa del Mar Nero, fino alle nostre caricature mediatiche, da Marco Travaglio a Michele Santoro, da Angelo D’Orsi ad Alessandro Di Battista, da Elena Basile a Ginevra Bompiani e compagnia bella.

Il caso intellettualmente più insidioso riguarda chi non si dichiara affatto filorusso, ma pretende di limitarsi a descrivere la realtà in nome della scienza politica o della geopolitica. I due campioni di questa scuola, sulle due sponde dell’Atlantico, sono il politologo dell’Università di Chicago John Mearsheimer e il direttore di Limes Lucio Caracciolo.

Partono da premesse opposte sulla natura del regime russo: Mearsheimer nega che Putin volesse conquistare l’Ucraina e ricostruire un impero e attribuisce la guerra soprattutto all’Occidente e alla Nato, pur ammettendo che a invadere è stato Putin. Caracciolo riconosce la radice imperiale del mito della Novorossija da Kharkiv a Odesa, la tratta come un dato eterno della storia russa. Eppure sul quadro finale combaciano: un’Ucraina ridotta a Stato residuo disfunzionale, «dysfunctional rump state», nelle parole di Mearsheimer; una Russia che prevale e un’Europa senza peso strategico che, per Caracciolo, non essendo un soggetto geopolitico unico, non può avere alcun ruolo. Non è identità di programma, è identità di mappa.

Nel caso di Caracciolo, il corto circuito di questo metodo è palese. Fino alla vigilia del 24 febbraio 2022 scriveva che Vladimir Putin «non attaccherà l’Ucraina (checché ne dicano gli Usa)», perché marciare su Kyjiv sarebbe stato un suicidio strategico. Dal giorno successivo, quella stessa invasione prima giudicata folle è diventata, per magia deterministica, una guerra che «la Russia non può perdere» e in cui l’Ucraina, definita «un’invenzione di Lenin e Stalin» dalla vaga identità, è condannata per legge demografica e geografica alla disfatta.

Prevedere non è volere. Ma una previsione ripetuta per anni, che dalle riviste passa ai consigli a Kyjiv di cedere, smette di essere pura descrizione; e quando sbaglia sul punto decisivo, come accadde a Caracciolo alla vigilia del 24 febbraio, il metodo andrebbe messo in discussione, non rivenduto come lucidità.

Non stupisce che quattro firme storiche del comitato scientifico e redazionale di Limes – Federigo Argentieri, Franz Gustincich, Giorgio Arfaras e il generale Vincenzo Camporini – si siano dimesse denunciando una deriva «filorussa e antieuropeista». Camporini ha colto il punto teorico decisivo: «La geopolitica senza etica e senza diritto internazionale diventa pura contabilità della forza».

Oggi quella «contabilità della forza» dei realisti di cattedra ha trovato il suo braccio esecutivo nel transazionalismo di Donald Trump. Che non è nemmeno più un realismo spregiudicato: il realista classico sacrifica la solidarietà internazionale in nome dell’interesse nazionale e della tenuta delle alleanze nel lungo periodo; il transazionalista sacrifica tutti e due – l’interesse internazionale e quello nazionale americano – sull’altare del prossimo sondaggio, del prossimo affare, del prossimo turno elettorale. Non è soltanto una politica senza ideali: è una politica senza Stato, privatizzata ad uso del leader.

I fatti di queste settimane lo mostrano. Il 9 ottobre, dopo una telefonata con Putin e a pochi giorni dal voto di metà mandato del 3 novembre, Trump ha sospeso fino ad aprile le sanzioni sul gasolio russo per frenare i prezzi alla pompa. Il giorno dopo ha chiesto apertamente che l’Ucraina si trovi un nuovo presidente, accusando gli attacchi di Kyjiv alle raffinerie russe di far salire il prezzo del carburante. Il 16 ottobre, con un ordine esecutivo che invoca l’interesse nazionale, ha congelato dazi e nuove sanzioni previsti dalla legge Graham. Mosca ha parlato di momento storico. Il cerchio si chiude: la dottrina imperiale del Cremlino, il mercantilismo privato della Casa Bianca e il determinismo geopolitico dei nostri analisti convergono sullo stesso punto, cancellare la libertà dei popoli e il diritto internazionale come fastidiosi ostacoli al negozio tra i forti. I nazionalisti russi lo chiamano «Scenario buono», Trump lo chiama «deal», i nostri geopolitici lo chiamano «realtà». Ma la mappa che ci mettono davanti è sempre la stessa.

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Se l’Ucraina cede, l’Europa finisce a pezzi

Volodymyr Zelensky

«L’Europa deve aiutare l’Ucraina e l’Ucraina aiuterà sempre l’Europa: siamo parte di un insieme», ha detto ieri Volodymyr Zelensky nella sua intervista al Corriere della Sera. E Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha avvertito, sempre ieri in un’intervista a Bloomberg che, «l’Europa sottovaluta la minaccia russa»: secondo lui Vladimir Putin punta a destabilizzare l’intero ordine politico europeo, non solo l’Ucraina.

Se le loro parole non sono sufficienti, basta leggere cosa scrivono, da anni e senza troppi giri di frase, gli analisti russi. Nello scenario «positivo» suggerito da molti di loro, l’Ucraina perde Kyjiv, Odesa e Kharkiv, e l’Unione europea si disgrega. Non è una caricatura confezionata a Bruxelles per spaventare gli elettori e convincerli a spendere in armamenti.

È il futuro auspicato in un rapporto dell’Istituto Tsargrad presentato da Konstantin Malofeev al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del giugno 2025, con il contributo di Aleksandr Dugin. Per l’Ucraina sono previste diverse sistemazioni: annessione alla Russia, Stato cuscinetto completamente subordinato a Mosca, nuovo Stato slavo orientale. La possibilità che gli ucraini decidano da soli non figura nel catalogo.

L’orizzonte è il 2036. Per il 2050 si prevede una Russia alla guida della sicurezza e della giustizia mondiale. Prima si cancellano le libertà dei vicini, poi si amministra la giustizia del pianeta. Il programma ha almeno il pregio della chiarezza.

Si dirà: sono gli estremisti. Certamente non stiamo leggendo una deliberazione del governo russo. La distinzione conta e va mantenuta: Malofeev e Dugin parlano dai margini del potere, non dal suo centro. Ma liquidare queste proposte come fantasie marginali diventa difficile quando se ne ritrovano gli elementi negli scritti di analisti autorevoli, nelle pubblicazioni di istituzioni prestigiose e nei mezzi d’informazione di Stato.

Il caso più significativo è Dmitrij Trenin, già direttore del Carnegie Moscow Center e oggi membro del Consiglio scientifico del Consiglio russo per gli affari internazionali. In un articolo pubblicato nel maggio 2025, sostiene che l’Unione europea e la Nato resteranno avversari e che le prospettive dei rapporti con l’Europa risiedono esclusivamente nelle relazioni bilaterali. Invita a sfruttare le divergenze fra europei e americani e a tenersi pronti a beneficiare dei cambiamenti politici nei paesi dell’Unione. Nello stesso testo contempla attacchi contro obiettivi logistici, industriali e politico-militari europei, fino all’impiego di armi nucleari nei casi estremi.

La logica politica è leggibile: trattare con i singoli Stati, ciascuno con le proprie vulnerabilità e convenienze, mentre l’Europa organizzata viene considerata un avversario permanente. Per noi l’integrazione è una costruzione incompiuta, spesso esasperante. Per questa corrente del pensiero strategico russo è un ostacolo. Un motivo in più per riflettere prima di smontarla.

Certo, l’Unione europea non è una costruzione fragile solo perché qualcuno a Mosca la vorrebbe tale. Ha problemi endogeni, e continuerà ad averne. Ma un’Ucraina ridotta a vassallo o a zona grigia permanente aggiungerebbe un fattore di pressione esterna strutturale: flussi di profughi, competizione energetica, polarizzazione politica interna e un precedente di successo per chi punta a negoziare separatamente con ogni capitale. Non è la causa unica di una possibile disgregazione, è l’acceleratore più potente di quelle che già esistono.

C’è anche la minaccia nucleare, ricorrente negli interventi di Putin. Sergej Karaganov aveva già proposto nel 2023 di restituire credibilità alla minaccia atomica, abbassando la soglia del suo impiego e contemplando un attacco contro un paese europeo per spezzare la determinazione occidentale nel sostenere Kyjiv. La formula è quella di un’escalation presentata come mezzo per evitare una catastrofe maggiore. È il ricatto, per quanto poco credibile, che pretende anche gratitudine: cedete, perché vi stiamo salvando da quello che potremmo farvi.

Il progetto per l’Ucraina era stato esposto ancora più brutalmente da Timofej Sergejcev, commentatore di RIA Novosti, subito dopo l’invasione, nell’aprile 2022. La «denazificazione» avrebbe comportato «de-ucrainizzazione», repressione ideologica, censura nella cultura e nell’istruzione, rieducazione per almeno una generazione. Il paese sottoposto a questo trattamento non avrebbe potuto essere sovrano. Un’eventuale Ucraina residua sarebbe rimasta sotto la minaccia di nuovi interventi militari. La neutralità, in questo disegno, è il nome diplomatico dell’obbedienza.

È questo che dovrebbe entrare nelle nostre discussioni sulla pace. Un negoziato va giudicato dalla libertà che lascia agli aggrediti e dalle garanzie che impediscono una nuova aggressione. Se l’Ucraina sopravvive soltanto a condizione di obbedire, il conflitto viene sospeso lasciando all’aggressore il potere di riaprirlo. Se l’Europa rinuncia alla propria capacità di difesa per rassicurare chi la minaccia, rende quella minaccia più efficace.

Prima di dividerci su come trattare con Mosca, sarebbe utile domandarci perché la nostra divisione le piaccia tanto. Il Cremlino non lo nasconde. Quando Washington ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale, accusando le istituzioni europee di avere aspettative irrealistiche sulla guerra, un politologo vicino a Putin ha esultato: l’isolata, ormai, sarebbe l’Europa. A luglio Dmitry Peskov elogiava la disponibilità di Trump ad ascoltare ciò che Putin gli riferisce. A inizio ottobre, Trump ha sospeso le sanzioni energetiche contro la Russia per tornare a comprare gasolio russo e ha rimproverato Zelensky per non convocare elezioni, mentre Kaja Kallas e i ministri degli Esteri europei ribadivano che solo la pressione funziona.

Perché dovremmo aiutare la Russia, come suggerisce Donald Trump coi fatti e con le parole, a realizzare il suo scenario migliore?

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Un omicidio, due processi, due condanne, due sentenze contraddittorie

Per lo stesso omicidio si possono condannare due persone. Ma se una sentenza ne condanna una come autrice materiale e un’altra ne condanna una diversa escludendo che abbia agito insieme alla prima, lo Stato ha un problema. Chi resta in cella ne ha uno molto più grande.

È il caso di Monica Busetto, operatrice sociosanitaria di Mestre, in carcere da dodici anni e condannata a venticinque per l’uccisione della vicina, l’ottantasettenne Lida Taffi Pamio, nel dicembre 2012. Si è sempre dichiarata innocente. Dopo la sua condanna, Susanna «Milly» Lazzarini, già coinvolta nell’omicidio di un’altra anziana, confessa anche questo delitto: prima dice di aver agito da sola, poi chiama in causa Busetto.

Il risultato è sconcertante. Nel processo Busetto, la responsabilità è per aver commesso materialmente l’omicidio. Nel procedimento separato contro Lazzarini, il giudice scrive che «il ruolo di materiale compartecipe nel delitto di Busetto non ha trovato adeguato riscontro». Non è un’assoluzione, ma è una domanda enorme sulla condanna. Eppure nel 2024 la Corte d’appello di Trento ha respinto la revisione, giudicando le sentenze conciliabili. Da fuori resta difficile capire come la stessa partecipazione sia una certezza in un processo e un fatto non riscontrato nell’altro.

Ora la nuova richiesta colpisce la prova decisiva: una collana trovata a casa di Busetto, con tracce di DNA della vittima. La difesa, sostenuta dagli approfondimenti della trasmissione Le Iene, contesta sia l’identificazione del gioiello sia l’affidabilità della traccia, che attribuisce a contaminazione. Questioni da decidere. Ma la revisione la chiede anche la Procura Generale di Venezia.

Due deputati di Avs, Devis Dori e Luana Zanella, hanno portato il caso in Parlamento. Carlo Nordio ha risposto richiamando il procedimento in corso e i limiti della revisione. Hanno sollevato anche un’altra questione: due giudici della nuova revisione avevano già respinto la precedente richiesta, e avevano essi stessi prospettato l’opportunità di essere sostituiti. Richiesta respinta, nel nome del giudice naturale.

Il 2 ottobre la Corte ha disposto nuove testimonianze e ha rinviato al 13 novembre. Busetto aspetta in carcere.

Nessuno chiede al ministro di assolverla, né al un programma televisivo di sostituire i giudici. Il codice di procedura penale richiede, lo sappiamo tutti, che la condanna venga inflitta oltre ogni ragionevole dubbio e la Costituzione afferma il principio della presunzione di non colpevolezza. Alla giustizia si può dunque chiedere di affrontare l’incongruenza fra due sentenze per omicidio con un’urgenza proporzionata alla posta in gioco. Perché il tempo necessario a sciogliere un dubbio, quando c’è una persona in cella, si misura in vita vissuta.

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La violenza di piazza, il putinismo, l’islamopalestinismo, e il nichilismo

Le proteste a Bologna di sabato 17 ottobre 2026 (LaPresse)

Dice Mario Calabresi, giornalista e candidato virtuale a sindaco di Milano, rispondendo a chi gli chiede: «Che senso politico ha distruggere le librerie Feltrinelli?», risponde «Perché è una vetrina del centro, in questo caso, di Torino, ed è vissuta come un luogo che esclude, da cui ci si sente tagliati fuori. È uno spazio di chi sta bene, di chi ce l’ha fatta, di chi ha un lavoro». «Cosa li spinge?». «Sentono di non avere nulla da perdere, perché non hanno nulla: né speranze, né futuro. Si sentono invisibili».

Scrive Daniele Vicari, regista e sceneggiatore: «La discussione sui metodi sbagliati della protesta somiglia alle chiacchiere su quanto sia sbagliato che un aereo precipiti al suolo mentre sta precipitando: tempo perso. Possono servire per fare un po’ di propaganda spicciola, ma a nient’altro. I giovani hanno ragione quando dicono che la loro vita è senza prospettive, hanno ragione perché vivono così il loro rapporto con il futuro, anche a causa di una classe politica sorda e cieca dinanzi alle istanze più profonde della società, chiusa nei tatticismi del potere».

Scrive Concita De Gregorio: «Forse è questo che ci stanno dicendo le generazioni nuove, talvolta stentiamo a comprendere perché di quel mondo siamo artefici. Avete disegnato un mondo di illusioni e distrazioni mentre tutto il resto precipita. I vostri clown bianchi: pensavate forse che anestetizzassero dal dolore, vi siete sbagliati. Quando le pareti si stringono attorno, quando il campo di gioco è avvelenato disobbedire è una forma di insurrezione, l’unica possibile, e insieme una dichiarazione di umanità. Non i libri, dobbiamo bruciare, ma i clown».

Tutti e tre su Repubblica. Con toni diversi: Calabresi spiega, Vicari giustifica, De Gregorio consacra. Ma la direzione è la stessa.

No, non c’è nulla da comprendere nella violenza di piazza. Nulla da estrarne per trovarne una motivazione. La violenza di piazza è sempre stata fine a se stessa, a differenza di quella normalizzata nelle guerre oppure nelle diverse forme di terrorismo. La violenza di piazza nasce dall’istinto, è maschia anche se vi partecipa una piccola minoranza di femmine, è uno sfogo testosteronico anche se vi partecipa una minoranza di anziani. La violenza di piazza è sempre uguale a se stessa, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo. Si può rivestire di ideologie di destra e di sinistra, di assolutismi religiosi, di frustrazioni collettive.

Oppure, questo è il punto: oggi, in Italia e in Europa, può essere lo strumento di chi la sobilla dietro le quinte, fino a farla sfociare nella guerra o nel terrorismo. Il compito degli intellettuali e dei politici è districare questo nodo, non piegarsi alle sue ragioni né fomentare repressione alla cieca.

C’è umanità, esperienza e saggezza nelle parole di Emma Avezzù, procuratrice dei minori del Piemonte: «E allora io dico che qui siamo di fronte a uno sfruttamento di minori portato avanti da chi, sappiamo da tempo, accende le piazze violente di questa città. E cioè gli antagonisti. Che strumentalizzano profili di ragazzi magari fragili. Si devono vergognare… Chi tira dentro questi ragazzi sfruttando marginalità e fragilità dovrebbe provare una vergogna morale infinita. Noi contiamo sul fatto che la giustizia minorile possa recuperare molti di questi giovani, riteniamo di avere gli strumenti per salvarli da questi mondi che li mandano al macello per una violenza fine a sé stessa. Certo non è facile, ma ce la mettiamo tutta».

Escano dal magma apocalittico gli intellettuali che, come Massimo Cacciari, hanno in tasca la pietra filosofale che consente di risolvere le crisi mondiali, magari con uno sguardo alla Russia di Vladimir Putin, e denunciano la fine della democrazia europea, incapace di garantire i diritti di tutti. Oppure, come altri, proclamano che nei giovani non c’è più «speranza nel futuro».

Il futuro non ha mai offerto speranze gratuite a nessuno. E nessuno ha diritto alla speranza. Spes contra spem, ripeteva Marco Pannella. E insegnava la nonviolenza con le parole e con il corpo. Di questa, della nonviolenza, ci parlino la scuola e il sistema dei media. La nonviolenza non è l’opposto della violenza, ma dell’ignavia.

Non è la democrazia, ma la politica, il soggetto che spesso non vuole o non sa capire. Né le proprie responsabilità né quelle degli altri. Le violenze di questi giorni non sono gratuite: il prezzo viene pagato a tre fenomeni che si vanno sempre più stringendo fra loro: putinismo ovunque, islamopalestinismo soprattutto a Milano, e nichilismo in particolare a Torino. Se questo non diventa chiaro, continueranno senza soluzione di continuità, qualunque sia il numero di poliziotti a fronteggiare la «rivolta».

Su questo tema leggi anche Assia Neumann Dayan e Mario Lavia su Linkiesta di oggi.

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Il carcere toglie la libertà, non dovrebbe togliere il medico

Carcere

Il tema del carcere va e viene sulla stampa nazionale. Circolano sui media i dati sul sovraffollamento quando i garanti locali o quello nazionale (latitante da quando il collegio, ora formato da due nominati dalla maggioranza e un Cinquestelle, è stato aggiornato); leggiamo, quando capita, le cronache delle rivolte dei detenuti o degli abusi dei detenenti. Ma niente cambia mai. Eppure qualcosa di semplice e non costoso potrebbe essere fatto. Qualcosa in più di un cerotto sulla ferita: garantire cure adeguate ai detenuti malati.

Il rapporto del Garante nazionale registra nei primi otto mesi del 2026 centottantaquattro morti nelle carceri italiane: quarantanove suicidi accertati, ottantotto decessi per cause naturali, trentasette ancora da chiarire, otto morti accidentali e due omicidi. Dietro la contabilità c’è una domanda che dovrebbe precedere ogni disputa sulla severità delle pene: quante di queste persone si sarebbero potute salvare?

«Cause naturali» indica una categoria, non attesta che una morte fosse inevitabile. Occorre sapere se una diagnosi sia arrivata in tempo, se una visita sia stata effettuata, se una terapia fosse disponibile. E i casi ancora da chiarire impediscono di trasformare la lieve diminuzione dei suicidi accertati in un bollettino di successo.

Chi è libero può cercare un altro medico, andare al pronto soccorso, chiedere aiuto. Chi è recluso dipende dalle decisioni e dai tempi dell’amministrazione. Proprio questa dipendenza rende più stringente la responsabilità pubblica.

Non ogni morte dimostra una colpa dello Stato. Ogni morte sotto la sua custodia esige però una spiegazione. Chiedere personale sanitario, assistenza psichiatrica e accesso effettivo alle cure significa pretendere che lo Stato rispetti i propri obblighi.

La pena toglie la libertà. Non dovrebbe togliere il medico. Possibile che, se non il ministro, il Parlamento non si faccia carico di una soluzione?

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La strada che porta a sinistra (e a destra) è pericolosa, liberali e riformisti ne traggano le conseguenze

Tre

Dopo il dibattito di mercoledì scorso sulle comunicazioni del governo in vista del Consiglio Europeo, un vento chiarificatore ha tolto le ultime nuvole sulle scelte che liberali, radicali, riformisti e democratici, insomma gli avversari del bipopulismo, il termine coniato da Linkiesta, hanno davanti alle elezioni.

Il fatto nuovo è che tutti i gruppi della sinistra si sono per la prima volta uniti sulla consapevolezza che l’unica cosa che possono proporci è «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: per la prima volta hanno concordato che ciascuno avrebbe votato la propria risoluzione e si sarebbe astenuto su tutte le altre. L’uso del condizionale è dovuto al fatto che, una volta approvata la risoluzione della maggioranza, che prudentemente – immagino – le opposizioni hanno lasciato presentare per prima, tutte le altre sono decadute. Ma il fatto politico resta e dipinge il colore della prossima coalizione di sinistra: un grigio tendente al rossobruno.

Ovviamente la questione di fondo, non soltanto della discussione dell’altra settimana, ma delle future elezioni, sarà la collocazione internazionale dell’Italia, con le conseguenze che conosciamo su tutta l’attività del governo. Come sappiamo, non è stato finora possibile sanare le profonde differenze fra le posizioni del Pd a sostegno della resistenza ucraina e dell’invio di armi all’esercito di Kyjiv, e quelle del Movimento 5 stelle col suo «pacifismo» disarmato, ma non disarmante la Russia. È un contrasto che non può risolversi senza il cedimento o di Giuseppe Conte o di Elly Schlein, e il fatto che la decisione sia rimessa alle primarie del Campo Largo è comunque garanzia di un solo esito in caso di vittoria elettorale: confusione, ambiguità, governo soggetto a spinte antieuropeiste e parallelo rafforzamento del coacervo trumputinista delle ali estreme della destra e della sinistra europea.

Conte, come ho scritto altre volte, a differenza di Schlein vince anche se perde le elezioni, o almeno di questo è convinto: è leader incontrastato del suo partito, non teme di essere sbalzato di sella, e una rottura col Pd non inciderebbe negativamente sul risultato elettorale del Movimento 5 stelle, anzi. Tutto il contrario per Schlein. Questo gli rende più facile mostrarsi – fingere di farlo – all’elettorato dei gazebo e più tardi della sinistra come facilitatore di una convergenza delle diverse posizioni. Soprattutto ora che la sua idea – o provocazione – di trovare un candidato di mediazione è stata respinta da Schlein, ben decisa a proporsi in prima persona come ha confermato ieri all’assemblea Pd.

L’analisi delle contraddizioni interne al documento presentato dai Cinquestelle in Parlamento ci aiuta a capire a quali mostruosità di sintassi politica porti questo progetto di Conte.

Nella risoluzione a prima firma Luca Pirondini presentata al Senato, i Cinquestelle dichiarano di volere un’Europa che tenga testa a Donald Trump (come il Pd), ma si guardano bene dal mettere a sua disposizione gli strumenti per farlo. Dichiarano (come il Pd) che l’interesse italiano si realizza all’interno di quello europeo, che l’integrazione va difesa dalle pressioni esterne e dai ripiegamenti nazionalisti; poi, però, arriva l’Ucraina e qui il sostegno militare europeo diventa responsabile di allontanare la pace.

Propongono un mediatore europeo (come il Pd) e rinviano a una conferenza di pace, ma non spiegano come convinceranno Vladimir Putin a concluderla con un accordo rispettoso dell’indipendenza ucraina. Che fare se Putin insiste, come conferma quotidianamente, nel volere tutto il Donbas e pensa di ottenere di più continuando a bombardare un nemico disarmato?

La stessa ambiguità riguarda la difesa europea. Il Movimento 5 stelle chiede una «vera difesa comune europea» (come il Pd) ma fuori dalla Nato e senza riarmo, e denuncia la «parabola bellicista tracciata dall’Unione europea».

In sintesi, su quella che definisce «la guerra russo-ucraina», il Movimento 5 stelle è isolato rispetto a tutta la sinistra europea: Socialisti, Verdi e liberali, come il Pd, il Psoe e la Spd, hanno sostenuto l’Ucraina, pur con differenze tra loro, ma senza mettere in dubbio il nesso tra aiuto militare e negoziato. Le posizioni vicine a quelle del M5S stanno altrove: nelle destre sovraniste che parlano di «pace» per significare resa, in settori dei Patrioti, in Viktor Orbán, in AfD. Non sarà una complicità, ma è una convergenza oggettiva, e un movimento che si dice progressista dovrebbe chiedersi come mai si ritrova lì.

Anche su Israele e Palestina le posizioni di Cinquestelle e Pd prima si accostano e poi divergono. La risoluzione Pirondini chiede il riconoscimento immediato dello Stato palestinese (come il Pd), ma «quale Stato democratico e sovrano», formula che il Pd non ha mai espresso, credo e spero: in Cisgiordania non si vota per le politiche dal 2006 e Abu Mazen governa per decreto dal 2009. Di più: si chiedono restrizioni all’ingresso nell’Unione per chiunque abbia prestato servizio nelle forze armate israeliane dall’inizio del conflitto, una sanzione collettiva che colpirebbe anche chi ha manifestato contro Benjamin Netanyahu e che stride fastidiosamente con il diritto internazionale cui la risoluzione si richiama.

Di fronte a questo centrosinistra, i gruppi politici che si collocano contro il bipopulismo credo abbiano chiaro che una sua vittoria rappresenterebbe un cappottamento di tutta la storia politica italiana di ispirazione liberale, socialista, popolare, democratica. L’alternativa che si presenta oggi è quella, finora perseguita con coerenza, di costruire una lista che abbia la forza elettorale di contrapporsi a entrambi gli schieramenti, tanto da precludere loro l’accesso al premio di maggioranza. In questo caso si torna al sistema proporzionale puro che ci ha accompagnato dal 1948 al 1992, dove i governi si formano in Parlamento e le forze centriste moltiplicano il loro potere di determinare programma e compagine di governo.

Il rischio è di non avere questa forza, e molto dipenderà da come sapranno muoversi Carlo Calenda con Azione per convincere gli elettori liberali e moderati cui si rivolge, e Pina Picierno con Spazio Pubblico per conquistare un nuovo elettorato proveniente dal mondo liberale progressista (radicale o liberal-socialista) e dal riformismo ancora interno al Pd o già lontano da un partito visto come troppo incline al massimalismo e troppo vicino ai Cinquestelle.

Dell’altro corno dell’alternativa ha già cominciato a parlare Luigi Marattin, col suo piccolo e diviso Pld (il presidente Andrea Marcucci ha preso le distanze dal segretario), che guarda a un’alleanza col centrodestra formato da Meloni e senza Roberto Vannacci.

Qui è Rodi, qui salta (per arrivare al Rubicone c’è ancora un po’ di tempo, ma non troppo).

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Il problema dello Stabilicum non è chi vincerà troppo, ma chi non potrà partecipare

Si può contestare lo Stabilicum (a cominciare dall’orrendo nome) senza annunciare la fine della democrazia. Sul Domani di mercoledì scorso anche Andrea Pugiotto, un costituzionalista di provata serietà, ha fra le altre cose denunciato il rischio che una minoranza elettorale, trasformata dal premio in maggioranza parlamentare, metta le mani senza ostacoli sulle istituzioni di garanzia.

Il problema merita attenzione, il pericolo sembra davvero remoto: il massimo che una coalizione può raggiungere alla Camera, comprendendo il tetto del premio fissato a 220 deputati e l’improbabile vittoria in tutti i collegi esteri, è di 228 deputati. I quattro gruppi della maggioranza più qualche eletto del gruppo misto ne contano già oggi 237. Al Senato dati simili. Per eleggere da soli i giudici costituzionali i seggi del premio non bastano. E ciò vale per tutti gli organi di garanzia fino al presidente della Repubblica.

Questo non ci fa piacere la legge, per nulla. Impone però di spiegare quale nuovo potere di sopraffazione introdurrebbe rispetto alla situazione presente. Il governo ha voluto a tutti i costi una nuova legge elettorale, sì ma, evaporati nel tempo gli appetiti di marca orbaniana, essenzialmente per una ragione: cancellare il rosatellum vigente fino a ieri avrebbe dato una spinta troppo forte, nei collegi uninominali, a una opposizione unita. Questo risultato il governo l’ha ottenuto, sul resto non ha forzato troppo.

La prudenza della maggioranza ha una spiegazione politica plausibile: nessuno sa chi vincerà. La partita è aperta e un centrosinistra sufficientemente largo può prevalere. Difficile immaginare che Meloni voglia consegnare ai suoi avversari un potere di vita e di morte sulle istituzioni. Anche chi scrive le regole pensando al proprio interesse deve fare i conti con la possibilità di perdere.

Giovanni Donzelli, uno dei dirigenti di FdI più vicino a Meloni, nella sua dichiarazione di voto alla Camera, ha annunciato che con lo Stabilicum si apriva l’ingresso nella Terza Repubblica. Un entusiasmo giovanile leggermente sproporzionato rispetto all’evento. Per fortuna, una Repubblica non cambia numero ogni volta che si cambia il sistema di assegnazione dei seggi.

Con il premierato il discorso sarebbe stato diverso: l’investitura diretta del capo del governo avrebbe inciso sul rapporto fra esecutivo, Parlamento e presidente della Repubblica. Quella sì sarebbe stata una trasformazione dell’ordinamento. A mio giudizio, più che verso una Terza Repubblica, nella direzione pre-repubblicana del primato del capo sui contrappesi.

Oggi abbiamo una legge elettorale brutta assai, non una catastrofe costituzionale già consumata. Il premio va criticato perché  distorce la rappresentanza, ma senza attribuirgli automaticamente la capacità di cancellare le garanzie, insomma.

I ricorsi annunciati dalla Rete per un voto libero e uguale investono sei punti: il premio, il collegamento fra le elezioni delle due Camere, la libertà di scelta degli eletti, la parità di genere, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le firme richieste per presentare le liste. Sono contestazioni di peso diverso. Non sono ancora davanti alla Consulta: saranno anzitutto i giudici aditi a valutare se rimetterle alla Corte. Un elenco di obiezioni non è una sentenza.

Fra queste, una meriterebbe senz’altro la cancellazione. Per una lista nuova, priva delle agevolazioni riservate a chi è già dentro, il minimo delle firme richieste alla Camera quadruplica: da 1.500 a 6.000 per collegio. Chi occupa il Parlamento rende molto più difficile l’accesso ai concorrenti. Questo sì offende i principi costituzionali.

Il problema più evidente non è che qualcuno possa vincere troppo. È che qualcun altro rischi di non poter nemmeno concorrere. Per difendere la democrazia, prima di annunciarne la morte, comincerei a restituirgli ossigeno.

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L’Europa non salverà la propria industria sospendendo l’ETS

Al Consiglio Europeo che si chiude oggi si chiedono risposte concrete. L’accordo sulle ibride cinesi e la battaglia sull’ETS non sono due dossier separati, ma lo stesso problema visto da due lati: l’Europa vuole difendere la propria industria da Pechino e, allo stesso tempo, non riesce a decidere chi debba pagare la transizione. Il Consiglio europeo di queste ore ce lo dovrà spiegare.

Il 9 ottobre Maroš Šefčovič, il commissario al Commercio europeo, e il suo omologo cinese Wang Wentao hanno annunciato un tetto di 350.000 ibride l’anno (in crescita del 6% per quattro anni), a partire dal 1º dicembre. L’obiettivo è dimezzare le esportazioni. I dazi sulle elettriche del 2024 restano in vigore. Il deficit commerciale con la Cina nel 2025 è stato di circa 360 miliardi di euro e, in cambio, Pechino ha concesso un taglio dei dazi su circa 4 miliardi di euro di prodotti europei e licenze più semplici per le terre rare.

È un freno utile, e Parigi e Berlino lo volevano da tempo. Ma resta un freno.La buona notizia è che il Regno Unito ha annunciato l’intenzione di aderire a questo accordo. Mal che vada l’Unione si sta riunificando.

Al Consiglio, comunque, la testa è altrove. Il 6 ottobre von der Leyen ha spiegato a Strasburgo che, dalla fine di febbraio, il prezzo del gas è salito del 140 per cento e il diesel è raddoppiato, e che, dall’inizio della guerra con l’Iran, le importazioni di fossili ci sono costate 100 miliardi in più. Ha ricordato anche che l’elettricità rappresenta meno di un quarto dei consumi finali (l’obiettivo è raddoppiarla entro il 2040) e che un megawattora costa circa 145 euro in un Paese basato sul gas e circa 70 euro in un altro in cui contano il nucleare e le rinnovabili. Questi due numeri spiegano quasi tutto.

Poi c’è l’ETS, il meccanismo con cui l’Unione pone un tetto alle emissioni di CO₂ delle centrali e delle industrie pesanti. Ogni tonnellata emessa richiede una quota; le quote si comprano e si vendono; il tetto scende negli anni e il prezzo, in teoria, sale. Oggi siamo intorno agli 85-88 euro a tonnellata. Il carbonio, da gennaio, è sceso o stabile. Il gas no. Oggi è l’ETS il bersaglio. A marzo l’Italia ha chiesto formalmente la sospensione (o un intervento equivalente sul termoelettrico). Adesso, insieme alla Repubblica Ceca, porta al Consiglio un pacchetto che include l’uso della riserva di stabilità, una maggiore protezione per acciaio, cemento e ceramica e il rinvio dell’ETS2 su trasporti ed edifici, previsto per il 2028.

Meloni, al Senato, ha detto due cose in contrasto fra loro: che il prezzo lo fa il mercato e che va corretto perché rifletta l’economia reale e non la finanza. Va detto che la Commissione ha già ceduto parecchio. La revisione proposta il 17 luglio estende le quote gratuite per i settori soggetti a CBAM fino al 2038 e posticipa la decarbonizzazione quasi completa al 2048.

I contrasti sono forti. Finlandia, Danimarca e Svezia (insieme a Spagna, Paesi Bassi e altri) avvertono che indebolire ulteriormente il sistema penalizza chi ha già investito e rende imprevedibili le decisioni future. Sul fronte opposto c’è un gruppo di dieci Paesi guidato dall’Italia e dalla Polonia.

Le preoccupazioni dell’industria vanno prese sul serio, e non sono solo italiane: a luglio Confindustria, il Medef francese e il BDI tedesco hanno firmato per la prima volta insieme una lettera a von der Leyen per chiedere una revisione profonda. Una fabbrica non si trasforma con una scadenza scritta in un regolamento. Servono elettricità a un prezzo decente, reti, autorizzazioni, capitali e clienti in grado di acquistare i nuovi prodotti. E cambiare le regole a ogni stagione punisce proprio chi aveva già investito per rispettarle. Sulle reti, poi, la stessa von der Leyen ammette che una capacità pari a sei volte la nuova potenza rinnovabile resta da collegare.

Il nodo politico, però, è un altro. Meloni, con Merz e De Wever, ha scritto a Costa per accelerare gli investimenti nei settori strategici, a partire dall’energia, e chiede una risposta europea. Nelle stesse settimane ha chiesto a von der Leyen maggiore flessibilità fiscale legata all’inflazione e un nuovo rinvio dell’ETS2 per non appesantire famiglie e imprese.

Il fatto è che il Green Deal ha affidato un’ambizione continentale a capacità di spesa quasi interamente nazionali, e ogni governo difende le proprie imprese con le risorse che ha. Vale lo stesso per l’auto: secondo la stampa tedesca, Parigi e Berlino stanno per scambiarsi un allentamento del divieto ai motori termici del 2035 in cambio di requisiti «Made in EU» più severi per le auto elettriche. Più che una politica industriale europea, sembra un baratto fra capitali, e resta da capire se servirà a rendere competitive le produzioni nuove o a tenere in vita le vecchie.

Forse quello che davvero serve è un ETS più leggibile, con un tetto che scende senza strappi, e spostare lo scontro su tre cose concrete: dove vanno davvero i proventi delle aste (la Commissione chiede agli Stati più trasparenza proprio su questo), quanto in fretta si collegano le reti e si sbloccano i permessi, e un un sistema per i prodotti a più alta densità di carbonio che copra più merci con meno scappatoie.

Fa meno scena di una sospensione, ma è l’unica strada che non lascia l’industria sola con il conto. Il Consiglio non riscriverà il Green Deal, e l’intesa con Pechino resta un freno tattico, utile e basta. Per l’Italia la partita non è quella che racconta il governo: sospendere l’ETS darebbe qualche mese di sollievo e anni di incertezza, e a pagarli sarebbero proprio le imprese che si dice di voler difendere.

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Ancora accuse di genocidio a Israele, senza prove

Navi Pillay

Nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, Navi Pillay ha indicato il bombardamento della clinica per la fertilità Al-Basma di Gaza come un fatto decisivo per definire genocidio la controffensiva di Israele nei confronti di Hamas. Secondo la giurista sudafricana, appena insignita del premio Nobel, il colpo avrebbe centrato deliberatamente la parte dove si trovavano gli embrioni. I soldati israeliani poi non sarebbero entrati a controllare la presenza di combattenti o armi di Hamas. Aggiunge Pillay che l’episodio le aveva ricordato il Ruanda, dove gli assassini hutu squarciavano il ventre delle donne tutsi incinte per impedire nuove nascite. Da qui la conclusione che si tratti di qualcosa di molto vicino all’annientamento di un gruppo, in questo caso i palestinesi.

I fatti accertati sono più circoscritti. Nel dicembre 2023 un colpo di artiglieria o di carro, attribuito a Israele, colpì la clinica Al-Basma a Gaza City, distruggendo i serbatoi di azoto liquido che contenevano circa 4.000 embrioni e circa 1.000 campioni di sperma e ovuli. Lo ha documentato Reuters nell’aprile 2024, sulla base delle dichiarazioni del direttore della clinica, Bahaeldeen Ghalayini, e di successive visite sul posto. Fu una perdita reale e grave per le coppie coinvolte. Ma lo stesso Ghalayini ha dichiarato di non sapere se il laboratorio fosse stato colpito in modo deliberato. L’embriologo della struttura ha usato formulazioni analoghe.

L’Idf ha affermato di non essere a conoscenza dello specifico attacco, di non colpire deliberatamente infrastrutture civili (incluse le cliniche) e di operare secondo il diritto internazionale per ridurre i danni ai civili. Ha chiesto l’orario preciso dell’episodio per poterlo verificare meglio. Israele non ha confermato di aver colpito la clinica e ha respinto le conclusioni della Commissione Onu presieduta da Pillay come politicamente predeterminate.

La Commissione, dal canto suo, aveva sostenuto che l’attacco fosse intenzionale, che non vi fossero prove di uso militare della struttura e che fosse volto a impedire le nascite, quindi un atto genocida. Le sue conclusioni si basano principalmente sulla testimonianza del direttore, che però non era in grado di risalire alle intenzioni degli attaccanti, sulle foto del danno interno e sulla convinzione che i comandi israeliani conoscessero la funzione delle strutture sanitarie.

Critici (tra cui analisi di UN Watch) hanno evidenziato l’assenza di data precisa, frammenti di munizione, analisi di traiettoria e il fatto che foto della zona mostrino danni significativi anche a edifici adiacenti. La clinica stessa risulta ancora in piedi, con danni concentrati all’interno.

Sul fronte di Hamas non risultano prove pubbliche che la clinica Al-Basma fosse usata come base, deposito o posizione di tiro. Non sono stati documentati tunnel sotto di essa. Esiste invece un contesto operativo chiaro: a dicembre 2023 il nord di Gaza City era zona di combattimenti intensi tra l’Idf e le forze di Hamas, con avanzate dei mezzi militari israeliani, eliminazione di miliziani e scoperta di tunnel e depositi nelle aree limitrofe. È documentato che Hamas abbia costruito e utilizzato tunnel sotto o nelle immediate vicinanze di diversi ospedali (Al-Shifa è il caso più verificato, con conferme del New York Times e dell’intelligence americana; analoghe evidenze riguardano l’Ospedale Europeo e altre strutture). Documenti interni di Hamas del marzo 2020 mostrano una politica deliberata di utilizzo delle strutture sanitarie a fini militari e di sicurezza.

Il paragone con il Ruanda si regge su una semplice analogia e non dimostra che gli israeliani si siano comportati come gli hutu. Lì si trattava di una campagna sistematica di sterminio, capillare ed esplicitamente genocida. Qui si tratta di un singolo colpo in una guerra urbana ad alta intensità, iniziata dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Pillay potrebbe obiettare che la clinica sia solo un esempio e che il genocidio si giudichi sull’intento complessivo della campagna, non su un singolo episodio. Vero, ma allora è quel quadro complessivo a dover essere dimostrato, e l’episodio indicato come decisivo non basta a reggerlo.

La distruzione degli embrioni è un fatto. Che sia stata deliberatamente mirata agli embrioni con intento di annientare il gruppo palestinese resta un’interpretazione della Commissione di Pillay, non basata su elementi documentali definitivi. Questo non sottrae Israele a ogni responsabilità per danni collaterali in zone di combattimento, né cancella la tragedia individuale. Indica però che trasformare un episodio di questo tipo in prova di genocidio richiede elementi più solidi di quelli finora presentati da Pillay.

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L’Europa, Nato o non Nato, se lo deve procurare

Per fermare un drone ucraino che cerca di intercettarne uno russo non serve abbatterlo. Basta spegnergli la connessione satellitare. È quello che denunciano le forze di Kyjiv dopo le restrizioni unilaterali al servizio militare di Starlink imposte da SpaceX nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, senza alcun preavviso.

Secondo Serhiy «Flash» Beskrestnov, consigliere della presidenza ucraina e grande esperto per le tecnologie della difesa, SpaceX ha introdotto un limite di velocità sui terminali StarShield (il pacchetto militare) in movimento: oltre i 160 chilometri orari la connessione cade. Il 7° Corpo delle forze d’assalto aereo ha segnalato disconnessioni di 10-20 secondi già a 110-120 chilometri orari, con missioni annullate. Segnalazioni successive parlano di cadute di segnale già a 60-70 chilometri orari. In guerra, venti secondi senza controllo non sono un disservizio ma un’arma consegnata all’avversario.

Le restrizioni colpiscono anche i droni intercettori che cercano di contrastare gli Shahed a propulsione a getto. Uno dei pochi strumenti efficaci contro quelle armi viene reso inoffensivo di notte, mentre la Russia colpisce con furore le infrastrutture energetiche ucraine. Il ministero della Difesa ha contattato Stati Uniti, SpaceX e Nato e, di fronte al silenzio dei presunti alleati, ha attivato collegamenti satellitari di riserva. Ma le riserve non sono Starlink.

Non è una ritorsione contro gli attacchi alle raffinerie russe che lo stesso Zelensky aveva sospeso. I droni che colpiscono obiettivi in territorio russo usano altri sistemi: Starlink non funziona dentro la Russia. Qui sono in gioco operazioni sul territorio ucraino, comprese le zone occupate. In gioco c’è la vita dei civili ucraini, come subito ha denunciato la premio Nobel per la pace 2022 Oleksandra Matviichuk: «Starlink viene utilizzato anche dagli intercettori che proteggono le città ucraine dagli Shahed russi a reazione. Senza quella protezione, i droni russi colpiranno edifici residenziali, ospedali e scuole come se fossero bersagli in un poligono di tiro.

«Permettetemi di dirlo senza mezzi termini: il sangue dei bambini ucraini ricadrà sulle mani del proprietario e dell’intero team di questa azienda americana».

Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha scritto pubblicamente a Elon Musk: «Ehi, @elonmusk, grande uomo, stai di nuovo facendo politica con i tuoi prodotti? Come tuoi clienti europei, ti teniamo d’occhio». Clienti, sì: la Polonia paga il servizio per l’Ucraina. Musk non è un benefattore, ha un contratto da rispettare.

Fino alla serata di ieri Musk e SpaceX non avevano fornito alcuna spiegazione pubblica, poi è intervenuto Musk su X spiegando che c’è una differenza fra Starlink, ad uso commerciale, e Starshield: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite sulla velocità o sull’uso è deciso dal militare statunitense e in ultima analisi dal POTUS». Cioè Donald Trump.

Nel marzo 2025 Musk aveva scritto su X, in risposta a un precedente scontro con Sikorski: «Per essere estremamente chiari, per quanto io possa essere in disaccordo con la politica sull’Ucraina, Starlink non disattiverà mai i propri terminali… Non faremmo mai una cosa del genere né la useremmo come merce di scambio». Oggi che Musk introduce la distinzione fra uso commerciale e militare dei suoi satelliti, quella frase è un precedente scomodo. 

A rafforzare la tesi di Musk sulle responsabilità di Trump una notizia del Washington Post secondo cui la Casa Bianca avrebbe minacciato di interrompere la condivisione d’intelligence se Kyjiv continuasse a colpire gli impianti energetici russi.

Prima era intervenuto anche Zelensky: le restrizioni sono un grave errore, ha detto, possono costare vite umane, il servizio va ripristinato. Nell’intervista a Piers Morgan aveva lasciato aperta persino l’ipotesi di un errore tecnico, con la consueta prudenza diplomatica.

Non serve avere accesso a canali riservati per vedere il problema politico. Uno strumento decisivo della resistenza ucraina dipende da un’infrastruttura privata sulla quale Kyjiv non ha il controllo. Chi la gestisce può diminuirne il potenziale di notte, senza preavviso, e lasciare che gli altri si arrangino. Non è il potere di un normale fornitore. È il potere di chi tiene in mano l’interruttore.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha riconosciuto ieri la dipendenza dalle capacità spaziali americane chiedendo di sviluppare le nostre. Ma oggi non basta cambiare fornitore: OneWeb non offre una sostituzione immediata di Starlink sui droni, mentre la costellazione europea IRIS² è ancora lontana dall’operatività. L’autonomia va costruita; non è un’alternativa già disponibile da attivare stasera.

Ed è un problema europeo per oggi e per domani. È anche questo il prezzo del tempo perduto dall’Europa. Abbiamo discusso per anni se una difesa comune fosse necessaria, mentre diventava indispensabile. La sovranità europea comincia dalla capacità di tenere accesi gli strumenti della propria difesa. Il sovranismo riempie le piazze di bandiere. La sovranità deve sapere chi ha in mano l’interruttore. Si possono deliberare stanziamenti, acquistare munizioni e promettere sostegno «finché sarà necessario». Ma se comunicazioni, satelliti e intelligence restano in mani esterne, i fondi crescenti per la difesa vanno spesi prima di tutto per ciò che è essenziale. Le armi più costose non devono andare a dormire di notte nel letto di chi ce le ha vendute.

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Trump fa la guerra, Zelensky riceve il conto

President Donald Trump meets with Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy during the United Nations General Assembly, Tuesday, Sept. 22, 2026, at the UN headquarters. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Donald Trump ha trovato il responsabile del caro carburanti: il presidente del Paese invaso da Vladimir Putin. Gli ucraini colpiscono le raffinerie russe, il gasolio scarseggia, dunque fermino i droni. La guerra americana contro l’Iran, le rotte del Golfo sconvolte, gli impianti danneggiati scivolano sullo sfondo. Il conto arriva a Kyjiv.

Per capire il rovesciamento bisogna distinguere due crisi energetiche e il rapporto che le lega. La prima esplode con l’aggressione russa del 2022. La seconda con la guerra americano-israeliana contro l’Iran nel 2026. Attribuire una percentuale esatta a ciascuna sarebbe inventare una precisione che i dati non consentono. Individuarne le cause principali è invece possibile.

Putin aveva cominciato a stringere il rubinetto prima dell’invasione. Nell’ultimo trimestre del 2021, i flussi russi via gasdotto verso l’Europa erano già diminuiti di circa un quarto rispetto all’anno precedente. Nel 2022, le esportazioni verso l’Europa Ocse si dimezzarono. La favola secondo cui ci saremmo inflitti tutto da soli con le sanzioni cancella l’uso del gas come arma di pressione.
L’Europa reagì cercando altri fornitori e comprando più gas liquefatto. Ridusse la dipendenza da Mosca, ma aumentò la propria esposizione alla concorrenza asiatica e alle rotte marittime. È su questo sistema già trasformato dalla guerra di Putin che si è abbattuta quella di Trump.

Le dimensioni del nuovo shock sono documentate dall’Agenzia internazionale dell’energia: la maggiore interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale. Attraverso Hormuz passava circa un quinto del commercio mondiale di gas liquefatto. Nella regione quasi tre milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione sono stati fermati dagli attacchi o dall’impossibilità di esportare. Qui sta il centro della nuova emergenza.

Le responsabilità del regime iraniano, che attacca navigazione e infrastrutture, restano intere. Altrettanto intera resta la responsabilità politica di chi ha aperto una guerra senza riuscire a governarne le conseguenze. Trump non può rivendicare il comando e attribuire ad altri il disastro.

Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe contribuiscono alla scarsità di carburanti? Sì. Lo riconosce la stessa Agenzia internazionale dell’energia. Negarlo sarebbe un favore alla propaganda avversaria. Ma un effetto economico non stabilisce da solo una responsabilità politica. Kyjiv cerca di indebolire la macchina bellica del Paese che la invade. Se ogni costo internazionale della sua resistenza diventasse una ragione per proibirgliela, all’aggressore basterebbe rendere economicamente scomoda la difesa dell’aggredito.

È questo il ricatto che l’Europa deve respingere. Ha già pagato la propria dipendenza da Putin. Ora paga anche le conseguenze delle decisioni di Trump. Accettare che il rimedio sia disarmare l’Ucraina significherebbe aggiungere alla bolletta energetica una capitolazione politica. Poi c’è il paradosso che ieri Trump ci ha sbattuto in faccia. Sul suo social ha scritto che l’Unione europea ha pagato alla Russia duecentocinquanta miliardi di dollari per l’energia. Lo ha fatto per difendere il suo accordo con Putin sul diesel russo, e il ministro del Tesoro Scott Bessent aveva già accusato gli europei di ipocrisia. La cifra non è verificata: Mosca stessa parla di oltre 320 miliardi venduti dal 2022 a Paesi europei, ma si tratta di un totale su quattro anni, in gran parte del 2022 e 2023, con prezzi altissimi, e non tutto riguarda l’Unione Europea. Nel 2026, i flussi sono molto più piccoli, anche se il GNL russo ha segnato un record: quasi 8 miliardi di euro nei primi nove mesi.

È vero, dunque, che continuiamo a comprare, e la ragione è che le sanzioni non hanno riguardato gas e GNL, e l’uscita è fissata per regolamento al 2027. Questo è un buon motivo per criticare l’Europa. Non è un buon argomento per chi, nello stesso fine settimana, apre ai carichi di diesel di Mosca. Trump vuole il gasolio a basso prezzo. L’Europa non può permettergli di ottenerlo barattando la sicurezza del continente. Un carburante più economico pagato con la resa dell’Ucraina non è un affare: è una capitolazione anticipata.

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I giornali, le zone grigie, e il potere degli inserzionisti pubblicitari

Giornali

Ieri i comitati di redazione di Corriere della Sera, Repubblica, Sole 24 Ore e Stampa hanno messo nero su bianco che «la distinzione tra attività giornalistica, interessi degli inserzionisti e strategie commerciali delle aziende editoriali non può avere deroghe o zone grigie» e occorre «difendere la professionalità, la deontologia e la reputazione delle giornaliste e dei giornalisti».

Il problema è che quelle zone grigie esistono da tempo e nessuno le ha mai davvero chiuse.

Il riferimento è all’inchiesta di Napoli su Multiversity-Pegaso. Secondo gli investigatori, soldi di pubblicità e rapporti commerciali sarebbero serviti a ottenere articoli favorevoli, a smussare notizie scomode o a farle sparire. Nelle carte compaiono quasi tutti i grandi giornali italiani e figure di primo piano: Mario Orfeo per Repubblica, Andrea Malaguti per La Stampa, Claudio Cerasa per il Foglio, Francesco Cancellato per Fanpage, Peter Gomez per il Fatto Quotidiano.

Sono ipotesi tutte da dimostrare, e non tutto ciò che viene descritto è automaticamente un reato. L’indagine ha avuto comunque una sua utilità perché ha fatto riscoprire improvvisamente il sistema delle garanzie: nessuna intercettazione sul caso Pegaso-stampa è uscita sui giornali, in meticoloso rispetto della legge, come ha notato ieri Claudio Caprara su Substack.

Ma chi pensa che il problema della libertà di stampa si esaurisca nel codice penale si sbaglia di grosso. La censura più efficace non arriva da fuori. È quella che si fa da soli. Non servono ordini, telefonate o interventi del direttore. Basta sapere che una notizia può far perdere un inserzionista importante o una collaborazione commerciale. A quel punto molti scelgono di non cercarla.

Nella politica queste cose si vedono meglio. Gli orientamenti dei giornali sono noti, le omissioni si confrontano, le deformazioni vengono contestate. In televisione è già più difficile: tempi stretti, talk show partigiani, censurati che non si vedono. Quando però entrano in gioco gli interessi economici dell’editore o dei grandi inserzionisti, diventa quasi impossibile accorgersene. Chi conosce i contratti pubblicitari? Chi sa quanto pesa davvero un cliente sul bilancio di un quotidiano? Chi può scoprire un’inchiesta che non è mai stata commissionata?

La stampa italiana ha una lunga tradizione in questo campo. Il Giorno nasce dall’Eni, La Stampa e poi Repubblica dalla Fiat, Il Messaggero dalla Montedison e oggi da Caltagirone, il Corriere salvato negli anni Ottanta da Fiat, Pirelli, Montedison e Mediobanca. I giornali servivano anche a proteggere gli interessi dei proprietari. Spesso non c’era nemmeno bisogno di intervenire: si sapeva già di cosa conveniva non parlare.

Non è solo storia antica. Nell’aprile 2024, con Repubblica ancora in mano agli Agnelli-Elkann, centomila copie di Affari & Finanza finirono al macero perché contenevano un pezzo di Giovanni Pons che toccava Stellantis. La redazione sfiduciò il direttore con 164 voti a 55. Due anni dopo, a settembre 2026, lo stesso comitato di redazione – con un altro proprietario e un altro direttore – è tornato a protestare per un’intervista non proprio graffiante a John Elkann.

Carlo Calenda ha più volte accusato Repubblica di non aver raccontato con sufficiente indipendenza la crisi di Stellantis e i suoi rapporti con gli aiuti pubblici. Ma gli attacchi della politica ai giornali su questo terreno sono rari, e si capisce perché: chi li muove teme ritorsioni. O peggio, di non essere più trattato affatto, come denunciava instancabilmente Marco Pannella, che peli sulla lingua non ne aveva.

Oggi forse il proprietario non è il problema principale. Secondo l’Agcom, tra il 2020 e il 2024 i ricavi dalle vendite dei quotidiani sono crollati da 865 a 551 milioni, quelli pubblicitari da 507 a 425. La pubblicità cala meno delle copie e il suo peso sui ricavi complessivi sale dal 33,5 al 37,4 per cento. Un giornale fragile diventa più ricattabile. Non serve comprarlo: basta comprarne la pubblicità. Qui sta il pericolo: non occorre comprare un giornale per influenzarlo, può bastare comprarne la pubblicità. Se è stato sempre vero, oggi è più vero ancora.

Il danno più grave non è la notizia ritoccata o ritardata. È quella che non viene mai cercata. Il giornalista che non propone un tema perché sa già la risposta del direttore, il direttore che anticipa i desideri dell’editore senza bisogno di chiedere. È la censura perfetta: non lascia documenti, non ha responsabili, non produce scandali.

Non si può affidare ai magistrati il compito di garantire l’indipendenza delle redazioni. Sarebbe un paradosso pericoloso.

Servono trasparenza sui rapporti economici rilevanti, separazione reale tra informazione e pubblicità, e autonomia professionale dei giornalisti. Sarebbe utile sapere se l’Ordine e la Federazione nazionale della stampa se ne stanno occupando, oltre ai Cdr delle testate coinvolte.

Il principio è semplice: il giornale vende informazione ai cittadini e spazi pubblicitari alle imprese. Sono due attività distinte. Se la distinzione sparisce, non c’è bisogno di abolire la libertà di stampa. Basta svuotarla.

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Conte ha un piano, Schlein una comitiva da tenere insieme

Elly Schlein PD , Giuseppe Conte M5S in occasione del Manifestival 2026. Sabato 10 Ottobre 2026 (Foto Mauro Scrobogna / LaPresse)

Fra la festa del Foglio e quella di Fanpage, il campo largo ha offerto due spettacoli complementari: la cruda sincerità di Giuseppe Conte e la dissimulazione come arte di governo di Elly Schlein. Lui spiega perché l’alleanza dovrebbe obbedirgli. Lei spiega perché bisogna comunque farla. Si preparano entrambi alle primarie, ma uno solo sembra aver capito come vincerle.

Conte è stato quasi commovente su Matteo Renzi: «Mi depotenzia». La sua comunità ne soffre, dunque Schlein deve procurargli garanzie. Tradotto: se vuoi Renzi, devi renderlo innocuo e assumerti la responsabilità di averlo imbarcato. Una sincerità disarmante. Il capo dei Cinquestelle misura l’utilità dell’alleanza sulla forza che conserva al suo Movimento. Se il conto non torna, lo presenta alla segretaria del Pd.

Schlein risponde che non bisogna dividersi e regalare un’altra vittoria alla destra. Unità, unità, unità. Ma Conte non le ha chiesto se voglia vincere. Le ha chiesto quanto sia disposta a pagare. E ogni volta che lei risponde invocando l’unità, lui capisce di poter alzare il prezzo.

Sull’Ucraina la distanza è più grave, perché riguarda la libertà di un paese aggredito e la sicurezza europea. Al Foglio Schlein ribadisce il sostegno a Kyjiv e rifiuta una pace che sia una resa. Bene. Ma come governerà con chi vuole interrompere gli aiuti militari? Quale delle due promesse sarà sacrificata: quella agli ucraini o quella agli alleati? L’unità non è una risposta. È il modo di rinviare la domanda a dopo il voto.

Conte, intanto, a Fanpage non sa dire se Zelensky sia un ostacolo alla pace: gli manca la conoscenza diretta, dice. Per negargli le armi necessarie a difendersi, invece, le informazioni gli bastano. Anche la sua sincerità ha un confine: coincide con la convenienza. Ma al suo pubblico arriva un messaggio riconoscibile. Basta armi, diffidenza verso Renzi, nessuna concessione ai moderati. Schlein deve tenere insieme quel pubblico e chi pensa il contrario.

Qui sta il suo problema. Il popolo dei gazebo non è machiavellico. Può accettare un compromesso, ma difficilmente si appassiona alla sua dissimulazione. Ai gazebo si va per scegliere qualcuno in cui riconoscersi, non per premiare chi ha lasciato aperto il maggior numero di equivoci. Chi considera Renzi un intruso e gli aiuti a Kyjiv un ostacolo alla pace trova in Conte una risposta. Da Schlein riceve un invito ad aspettare.

L’antico «onestà-tà-tà» grillino è diventato la schiettezza con cui si dichiarano le proprie pretese. Gli si oppone l’«unità-tà-tà» di chi spera di non dover mai dichiarare le proprie rinunce. Conte offre una direzione. Schlein promette di tenere insieme la comitiva.

Non sarà per questo che i sondaggi danno Conte in vantaggio per le primarie?

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L’America, e la democrazia trasformata in società per azioni

Il presidente Donald Trump alla celebrazione per il Columbus Day nella East Room della Casa Bianca

I Greci avevano chiari i rischi per la democrazia e coniarono i termini giusti. Plutocrazia, il governo dei ricchi; oclocrazia, il governo della folla, oggi si direbbe della pancia. Gli Stati Uniti sembrano in bilico tra queste due degenerazioni.

Ieri il New York Times aveva una cifra in apertura: 276 milioni di dollari da luglio. È quanto Elon Musk ha destinato a gruppi repubblicani e al proprio Super PAC per le elezioni di metà mandato. Di questi, 158 milioni sono andati al Senate Leadership Fund, più di quanto l’organizzazione democratica rivale abbia raccolto, nello stesso trimestre, da tutti i suoi donatori messi insieme.

Un solo uomo mette sul tavolo più denaro di un intero schieramento. Esercita una libertà o accumula un potere dal quale gli eletti faticheranno a emanciparsi? Il punto è che per condizionare un eletto non serve alcun patto. Basta che sappia da dove arrivano i soldi.

Il meccanismo è noto. Un cittadino può dare a un candidato al massimo 3.500 dollari per elezione, ma può versare una somma illimitata a un Super PAC che lavora per farlo eleggere. Basta che la spesa sia indipendente, cioè non coordinata con la campagna. È una condizione giuridica, non una distanza politica o personale. Il Super PAC di Musk, America PAC, è guidato da un suo consigliere politico; il Senate Leadership Fund è vicino alla leadership di John Thune. Musk finanzia sia una struttura vicina ai vertici repubblicani sia una propria organizzazione.

Queste strutture rispondono alla Federal Election Commission, che verifica la regolarità dei bilanci. Ma rendere conto dei conti non è rispondere delle scelte: la Commissione non conferisce alcun mandato popolare a chi decide come spendere. E chi può chiudere il rubinetto dispone di una leva che nessun elettore può revocare con una scheda. Aggiungi il dark money, che riguarda entrambi gli schieramenti, come ha documentato il Brennan Center anche per Future Forward, il Super PAC pro Biden e poi pro Harris: il nome dell’intermediario si vede, quello del finanziatore originario no.

Questa architettura nasce da una lunga evoluzione giurisprudenziale. Nel 1976 Buckley v. Valeo distinse tra limiti ai contributi e limiti alla spesa, proteggendo ampiamente la seconda. Nel 2010 Citizens United estese la tutela alle spese indipendenti di società e sindacati; poco dopo SpeechNow, sentenza della Corte d’appello di Washington, eliminò i tetti ai contributi per i comitati che fanno solo spese indipendenti. Nel giugno 2026, NRSC v. FEC ha tolto i tetti alle spese dei partiti coordinate con i candidati. La logica è seria: comunicare costa, e limitare la spesa può significare limitare la libertà di espressione. Ma la giurisprudenza ha ristretto sempre di più l’area in cui gratitudine e accesso privilegiato possono essere considerati corruzione.

Così un eletto può sentirsi obbligato senza aver promesso nulla. Può evitare una battaglia, rinunciare a una proposta, temere che alle primarie lo stesso miliardario sostenga il suo avversario. La dipendenza precede qualunque accordo e non lascia traccia di un ordine.

Negli Usa se ne discute. A settembre è stato presentato alla Camera il Sunlight on SuperPACs Act, che vuole rendere riconoscibili nei messaggi elettorali i principali finanziatori: per ora è una proposta, non una norma. A New York City un sistema volontario di finanziamento pubblico affianca a ogni dollaro di contributo ammissibile otto dollari pubblici, entro soglie definite. Non elimina la spesa esterna, ma offre un’alternativa di autonomia. Per reintrodurre limiti generali servirebbe invece un cambio di giurisprudenza o una modifica costituzionale, con due terzi delle Camere e tre quarti degli Stati: un percorso arduo.

Il denaro non garantisce la vittoria e gli elettori possono smentire i miliardari. Ma lo fanno dentro una competizione in cui pochissime persone hanno il potere di selezionare, promuovere e intimidire chi si candida. Gli oligarchi russi condizionavano il potere, prima che Vladimir Putin li spazzasse via con le buone o con le cattive. Negli Usa nessuno li spazza via, e una manciata di tycoon detiene una ricchezza superiore al bilancio di molti Stati.

La libertà economica consente di accumulare patrimoni. La sovranità popolare esige che quei patrimoni non diventino titoli privilegiati verso il governo. Una democrazia non è una società per azioni.

E poi c’è l’altra metà dell’equazione. Con soldi così, la propaganda arriva ai massimi livelli e l’elettore viene lavorato alla pancia. Prima c’è chi compra l’eletto; poi c’è chi plasma l’elettore. Il risultato lo abbiamo davanti.

 

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Tregua o non tregua, l’Ucraina parla alla difesa europea

Volodymyr Zelensky

«È una buona notizia per tutti, ed è importante che diventi realtà». Zelensky ha commentato così ieri, con la consueta finezza diplomatica, l’annuncio unilaterale di Donald Trump di una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Nelle stesse ore in cui Washington dichiarava l’accordo, Kyjiv denunciava nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche, compresa una centrale nella regione di Kharkiv. La distanza tra un post su Truth e la corrente che torna nelle case resta ampia.

La discussione europea sulla difesa dovrebbe partire da qui. Da una sala operatoria che deve restare illuminata, da un acquedotto che continua a funzionare, dal riscaldamento di una scuola o dalle comunicazioni dei soccorritori. Sono le condizioni materiali della vita civile. Proteggerle è parte del compito di chi governa.

Ieri la newsletter GeoStrategia ha richiamato un documento pubblicato a settembre dalla Nato: i nuovi requisiti di preparazione degli Stati alle crisi. Il testo, tecnico, pone una questione semplice. Un paese deve poter continuare a funzionare anche quando qualcuno cerca di paralizzarlo. Servono reti elettriche in grado di resistere, trasporti disponibili, comunicazioni sicure e servizi sanitari capaci di reggere un’emergenza prolungata. La difesa militare dipende anche da queste capacità civili.

In più occasioni, negli ultimi mesi, l’Ucraina ha condiviso con la Nato e gli alleati le lezioni apprese sul campo: come mantenere operativi energia, comunicazioni, evacuazione medica e coordinamento locale sotto attacco. Non è un esercizio teorico. È un’esperienza pagata a un prezzo che nessun paese dovrebbe essere costretto a sostenere. Mentre in Europa si discute se e come sostenere Kyjiv, gli ucraini possono indicare come proteggere i propri cittadini.

Alla luce di questa esperienza, lo slogan «soldi agli ospedali anziché alle armi» appare insufficiente. Un ospedale ha bisogno di personale, attrezzature e risorse. Ma se una centrale viene colpita, se le comunicazioni saltano o se i soccorsi non possono muoversi, servono anche sistemi di emergenza, reti alternative e la capacità di ridurre la probabilità che il prossimo attacco arrivi a destinazione. Il diritto alla salute va finanziato e, allo stesso tempo, protetto.

Questo non rende automaticamente giustificata ogni spesa militare, né autorizza a definire sicurezza qualsiasi stanziamento. Impone invece scelte rigorose e verificabili. Quali infrastrutture sono più vulnerabili, non solo a missili e droni ma anche a sabotaggi, attacchi ibridi o interruzioni delle filiere? Quanto possono resistere gli ospedali a un blackout prolungato? Chi coordina le risposte? Quando i piani sono stati aggiornati e messi alla prova? Sono domande da rivolgere al governo, alle Regioni e ai gestori dei servizi. Anche le opposizioni dovrebbero pretenderle.

L’Europa può trasformare la lezione ucraina in una politica comune: proteggere insieme le reti critiche, organizzare riserve e soccorsi, rafforzare la difesa aerea e la capacità di risposta rapida, evitare che la vulnerabilità di un paese diventi quella dei vicini. È un programma concreto per un’Unione che intenda assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Zelensky chiede che una tregua annunciata diventi realtà. Agli europei tocca fare in modo che la protezione promessa ai cittadini diventi capacità effettiva. La pace si misura anche dalla possibilità di tenere acceso un ospedale quando qualcuno cerca di spegnerlo.

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I cortei che ignorano Hamas in realtà non vogliono la pace

Giornata mondiale di sostegno alla Palestina, corteo e manifestazione di varie associazioni, sigle sindacali e studenti , per mantenere vivo l'interesse sulla guerra in medio oriente.Roma 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse) World day of support in Palestine, courtship and demonstration of various associations, centuries-old syndacali and students, to keep alive the interest in the war in the Middle East. Rome 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse)

Sabato scorso, in diverse città italiane, si sono svolte manifestazioni organizzate da sindacati e partiti della sinistra, con partecipazione di movimenti per la Palestina. I cortei hanno denunciato quello che definiscono «genocidio» israeliano a Gaza e indicato come «complici» i governi di Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Giorgia Meloni. Con il passare del tempo, la memoria dell’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso circa milleduecento persone e rapito oltre duecentocinquanta, tende a sfumare nel discorso pubblico.

Esiste una soglia oltre la quale la solidarietà con i civili palestinesi può confondersi con la legittimazione di chi ha innescato la guerra o con la messa in discussione del diritto di Israele a esistere. A Torino una portavoce di un coordinamento per Gaza ha definito il 7 ottobre «giornata di resistenza»; a Milano il corteo è stato aperto da uno striscione per una Palestina «dal fiume al mare» accompagnato dalla condanna del sionismo. Definire «resistenza» un massacro di civili e ostaggi cambia il nome agli autori e cancella quello delle vittime. Chi invoca una Palestina dal fiume al mare dovrebbe precisare quale spazio residuo immagina per gli israeliani. Non tutti i manifestanti condividono queste posizioni; il silenzio di chi non le condivide pesa comunque.

In questo contesto è stato assegnato il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, che ha presieduto la commissione d’inchiesta Onu secondo cui Israele ha commesso atti genocidi a Gaza. La sua lunga carriera a difesa dei diritti umani non viene cancellata da questa conclusione, ma una commissione d’inchiesta non è un tribunale e un premio non equivale a una sentenza. Le conclusioni vanno discusse nel merito: la critica al governo israeliano non autorizza a processare l’esistenza stessa di Israele.

Lo stesso vale per il documentario “Naza”, basato su testimonianze anonime di personale militare e di intelligence israeliano. L’esercito contesta i contenuti e la verificabilità delle fonti; alcuni oppositori di Netanyahu interpretano gli stessi sistemi di targeting come strumenti volti a ridurre, non ad aumentare, le vittime civili. Un film non costituisce prova processuale, e il termine «algoritmo» non equivale a una confessione.

Resta una domanda spesso elusa: quale responsabilità ha Hamas nella catastrofe di chi pretende di rappresentare? Il movimento governa Gaza da quasi vent’anni e ha utilizzato fondi di solidarietà per costruire una vasta rete di tunnel destinati alla guerra. Interrogato sul perché non fossero stati realizzati rifugi per i civili, Mousa Abu Marzouk ha risposto che i tunnel servono ai combattenti e che ai civili deve pensare l’Onu. Altri dirigenti, tra cui Yahya Sinwar, hanno descritto le vittime civili come un elemento di valore strategico. La logica è nota: combattere da case, scuole e ospedali e poi esibire macerie e morti come arma politica. Per Hamas la sofferenza dei civili non è solo un costo: è anche propaganda.

Le cifre che dominano il dibattito provengono dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e combattenti. Ripeterle senza riserve critiche non è necessariamente pietà: è accettazione di una fonte parte in causa. I palestinesi non sono tutti Hamas, così come i tedeschi degli anni Trenta non erano tutti nazisti. Per questo le colpe di Hamas non possono essere cancellate in nome dei palestinesi. Né il solo numero dei morti dimostra un genocidio: serve l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale. È su questo punto che le conclusioni della commissione Onu vanno messe alla prova. Pretendere che Israele rispetti il diritto di guerra è legittimo; non lo è lasciare che chi usa gli scudi umani si presenti come loro unico difensore.

Chi chiede conto a Israele di ogni scelta e a Hamas di quasi nulla applica una morale selettiva. Chi chiama «resistenza» il 7 ottobre riabilita un massacro.

Infine, diversi governi europei hanno riconosciuto uno Stato palestinese che ancora oggi non è in grado di tenere elezioni programmate in Cisgiordania e denunciano la tragedia di Gaza all’arrivo dell’inverno. Una task force europea per portare soccorsi direttamente a Gaza resta assente. Il non detto è che Hamas non ha deposto le armi e che gli aiuti rischiano di finire nelle mani delle sue milizie. La pace richiede una Palestina libera anche da Hamas e un Israele che non debba negoziare il proprio diritto a esistere. Una piazza che non riesce a pronunciare entrambe le condizioni non ha ancora chiarito quale pace vuole.

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Calenda e De Romanis hanno posto le basi di una nuova agenda economica riformista

Ieri sulla Stampa sono usciti due interventi molto utili per uscire dal solito giro del pensiero biunico di destra e sinistra sull’economia. Nel primo Carlo Calenda ha posto un problema che il centro liberale e riformista non può eludere: la concentrazione della ricchezza e il rischio che il denaro determini, fino a sopprimerla, la democrazia. Su questo siamo nella stessa area, quella che si oppone ai populismi di destra e di sinistra senza rinunciare a nominare le questioni sociali. Proprio per questo vale la pena discutere la diagnosi con la serenità di chi lavora allo stesso progetto.

Il problema è reale. Il patrimonio si concentra, la rendita cresce più dei salari, il mercato elettrico mostra come regole mal disegnate possano produrre margini che nessuna concorrenza giustificherebbe. Ma parlare di fine del capitalismo, o evocare il 1929, mi sembra più di quanto i dati consentano. Oggi abbiamo banche centrali che conoscono gli errori del passato, stabilizzatori sociali, autorità di garanzia. Le crisi arriveranno, come sempre, ma sono sfide da governare, non sentenze di fine vita. Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale: le rivoluzioni tecnologiche hanno spostato il lavoro più che cancellarlo, e l’IA può abbattere il costo di sanità, istruzione e servizi professionali, con un effetto redistributivo dal basso. Naturalmente ogni nuova epoca tecnologica presenta rischi e opportunità, con i suoi perdenti e vincenti.

Qualche giorno fa ho scritto che l’uso militare dell’intelligenza artificiale segna più di ogni altro evento il passaggio dal Novecento al nuovo secolo: a decidere degli equilibri mondiali sembrano destinati i capitali, non più le capitali. Ma “destinati” indica una prospettiva politica, non un destino fatale. Occorre frenare e riaggiustare gli strumenti. È compito dei governi democratici trovare le soluzioni. Innanzitutto porselo, come ha fatto Calenda.

Il quale è stato chiamato anche a pronunciarsi sulla patrimoniale, che è il filo rosso del serial economico avviato sulla Stampa da un intervento del magistrato-scrittore Gianrico Carofiglio. Calenda ha giustamente rinviato la questione al fantafuturo, cioè a quando la patrimoniale venisse decisa da una autorità europea che ancora non c’è. Le esperienze fino ad oggi tentate a livello nazionale non sono state fortunate e la stessa patrimoniale europea avrebbe, credo, la funzione di un cerotto su un arto amputato. La tassa patrimoniale produce pochi miliardi e una volta sola, se ci riesce: le vie di fuga sono innumerevoli.

La tassa patrimoniale non agisce alla radice, perché il problema non è la ricchezza ma la sua trasformazione in dittatura del denaro: il potere di comprare norme, regolatori, mercati. Una ricchezza che nasce dall’impresa e dal lavoro, e che non fa male a nessuno, è un bene collettivo. Il rimedio è moltiplicarla e distribuirla meglio, non punirla. Qui possiamo richiamarci a una tradizione che l’Italia ha già avuto. Gaetano Salvemini combatté i monopoli e il protezionismo che difendevano le rendite dei pochi a spese di tutti; Luigi Einaudi insegnò che il liberalismo è regole certe, concorrenza reale e un fisco che non ostacoli chi produce; Ernesto Rossi fece della proprietà diffusa e della lotta ai monopoli un obiettivo liberale. Marco Pannella portò quello spirito nella politica di massa, contro corporativismi e rendite di posizione. Il filo è lo stesso: il nemico non è la ricchezza, è il privilegio.

Veronica De Romanis, nell’altro intervento che voglio citare, ha messo a fuoco un’altra questione: il nemico pubblico del benessere è l’inflazione, che è una tassa patrimoniale di fatto, e colpisce anche dove non dovrebbe. Come del resto il “servizio del debito”, che è a carico delle generazioni presenti e future. Aumentare il debito pubblico per salvare il welfare state non è una soluzione, al contrario. De Romanis ha suggerito una diversa via: redistribuire la spesa che già c’è, spostandola da ciò che ha scarso impatto su crescita ed equità, e usare i risparmi per alleggerire il fisco su lavoro e impresa. I risparmi sì. Ma a quanto pare gli studi di Carlo Cottarelli, Tito Boeri o di Mario Baldassarri non sono più di attualità a destra e sinistra.

Ed ecco la necessità di un programma comune del centro, a partire dai punti che già lo uniscono. Un documento unitario sarebbe il miglior modo per avviare una campagna elettorale con ambizioni non di testimonianza ma di governo. (Esagerato? Esageratissimo, ma non è tempo di stabilità in nessuna area politica, lo vedremo nei prossimi mesi). La distinzione, in fondo, è tra chi vede la ricchezza come un problema da ridurre o da sfruttare, e chi la vede come una risorsa da moltiplicare e tenere lontana dal potere. Credo che il centro possa portare questa seconda visione, in un’offerta elettorale credibile e senza strizzate d’occhio.

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