❌

Reading view

Maranza sarà lei! Dai casseurs ai nostri ragazzini, la risposta dei governi è tutta ‘safety’

Come spesso accade tutto nasce a Parigi; compresi i fatti di domenica scorsa, quando Milano – stando ai bollettini di guerra dei media benpensanti – è stata messa a ferro e fuoco da bande giovanili in piena trance da furore ribellista. Un modello ricorrente di insorgenza generazionale, che nel 2005 era apparso per la prima volta con il fenomeno dei “casseurs” parigini, discendenti di terza generazione degli immigrati maghrebini (cosiddetti Beurs) emersi dalle banlieues per scatenare tutto il loro risentimento rabbioso contro i quartieri chic della Ville Lumière. Schema più volte reiterato, per dilagare adesso in tutto l’Esagono messo sossopra dagli studenti scesi in piazza contro le politiche del governo guerrafondaio e liquidatore del diritto allo studio. Subito seguiti a ruota dai nostri ragazzini.

Perché un tratto costante di queste insorgenze, partite da luoghi del disagio reclutando legioni di emarginati, è la reiterazione emulativa mediatizzata di un analogo precedente: se il 29 maggio 1985 torme di skinhead sedicenti fan del Liverpool scatenarono il massacro di tifosi della Juventus presenti alla finale della Coppa dei Campioni di calcio nello stadio Heysel d Bruxelles, subito dopo il tifo nei nostri stadi, un tempo casereccio e sfottente, andò trasformandosi in guerriglia urbana tra bande, dove talvolta ci scappa il morto. Per non parlare del tragico G8 genovese del giugno 2001, preceduto dalle prove generali negli scontri di Seattle del novembre 1999, con l’attacco alla conferenza WTO, e di Napoli marzo 2001, dei 30mila manifestanti contro il Global Forum dell’OCSE.

Nota bene: simmetrie urbane speculari all’uso fatto dai partiti “d’ordine” sotto minaccia; pronti a varare politiche di repressione poliziesca per incassare dividendi di consenso dalla pubblica opinione benestante, in preda al terrore che le tocchino la roba. Reazioni emotive potenziate sovente da provocatori infiltrati (il caso G8 fa scuola) e dalla grancassa terroristica dei media (testimoni oculari mi assicurano che nel milanese corso Torino le smisurate devastazioni denunciate si riducono a quattro esercizi: fenomeno esecrabile quanto diverso dallo scenario da caduta dell’impero romano promosso). Sicché, ritornando al caso eponimo della Parigi 2005, ci imbattiamo in Nicolas Sarkozy, allora ministro degli interni muscolare (poi – eletto presidente – lo si scoprì anche peggio), che aveva immediatamente bollato i guerriglieri urbani come “racaille” – feccia – da tenere in riga con il pugno duro della polizia in assetto di anti-sommossa.

Ora il pencolante Macron proclama il coprifuoco in tutta la Francia, sperando di invertire con dosi legge&ordine un trend di popolarità al ribasso, e la sua collega a Palazzo Chigi vara l’ottavo pacchetto sicurezza, che prevede l’estensione della punibilità ai minori. Cosa hanno in comune queste risposte dell’esecutivo? Presto detto: sono concentrate esclusivamente sulla safety (la questione fattasi nevrotica dell’incolumità) e dimenticano sistematicamente la questione security: l’istanza delle persone alla dignità e a una consona posizione nella società in termine di diritti (nel caso dei ragazzini in piazza, all’istruzione, alla casa, a un degno progetto di vita). Mentre dilagano paranoie da complotto: la Gruber si chiede se dietro i fatti milanesi non c’è una regia (tipo Spectre o un Grande Vecchio?), il ministro della difesa Crosetto straparla di guerre ibride che confortano la sua vera missione di piazzista delle armi. Eppure già nel lontano 2005 l’esprit de finesse francese offriva ben altre letture della rabbia Beurs (parenti diretti dei nostri Maranza).

Allora il mitico direttore del Nouvel Observateur Jean Daniel indicò la causa principale nell’inerzia dei modelli di accoglienza/integrazione. Faceva eco lo scrittore franco-algerino Yassir Benmiloud: “se la disoccupazione è al 9,9%, la percentuale tocca il 45% nei quartieri ribelli. L’insuccesso scolastico in quei quartieri interessa un allievo su due, altrove uno su cinque. Lo stesso vale per la possibilità di trovare un posto di lavoro”. Ma guai a farlo presente: Ignazio La Russa, che nel “servizio d’ordine MSI” menava gli antifascisti, bolla i distinguo come connivenza.

E per quanto riguarda l’assalto a quelle sneakers in bella vista nelle vetrine del mall che vende a prezzi proibitivi calzature da tempo libero col marchio del baffo, importate per pochi dollari da qualche export zone del Far East, questo nasce dalla convinzione maranza che senza tali status symbol non ci si monderà mai dalle stigmate infamanti di reietti. Idea conculcata nelle nuove generazioni dall’insensato consumismo possessivo che ha sostituito l’inclusione sociale. Baudrillard commenterebbe alla Von Clausewitz: “prolungamento dell’assenza di politica con altri mezzi”.

L'articolo Maranza sarà lei! Dai casseurs ai nostri ragazzini, la risposta dei governi è tutta ‘safety’ proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La ‘moderazione’ non esiste: così la neo-lingua berlusconiana inganna ancora

Forse bisognerebbe dotare Lilli Gruber e molti ospiti del suo salottino televisivo su La7 di un aggiornato dizionario del lessico politico italiano; magari curato da Luciano Canfora o Daniela Ranieri. Così da fare acquisire consapevolezza alla signora e ai suoi discussants che mentre discettano di società e partiti, di elettori ed eletti – insomma, della società italiana in pieno travaglio involutivo – stanno utilizzando a propria insaputa terminologie intossicate da operazioni distorcenti.

La loro trasformazione in armi di confusione di massa per estorcere consenso, indurre comportamenti, occultare l’indicibile e consolidare un potere basato su impostura e manipolazione. Ossia la neo-lingua creata – a suo tempo – dagli gnomi consulenziali per il committente Silvio Berlusconi, che marcò la propria ventennale egemonia sul sistema politico italiano trasformandolo in una selva di specchi deformanti. Inganno sistematico che continua anche dopo la dipartita del promotore, tanto che una folla di politicanti beneficiati dal Caro Estinto lo hanno eletto padre della Patria, intitolandogli persino uno scalo aeroportuale. A questo frodatore fiscale, utilizzatore finale di giovani fanciulle con tanto di cartellino del prezzo e – magari – limitrofo alla criminalità organizzata.

Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie alla cortina fumogena della suddetta neo-lingua. Già in passato mi sono premurato di indicare le voci salienti dell’operazione, partendo dal suo lato destruens: giustizialismo (la denominazione del movimento argentino dei descamisados peronisti virata a strumento indebito per colpire inermi) o populismo (la critica dei processi di degenerazione delle élites virata a sinonimo di demagogia per metterla a tacere). Oggi cresce l’utilizzo della pars construens, sempre allo scopo di intorbidire le acque impedendo ogni sforzo di ripristinare democrazia rettamente intesa.

Infatti ormai la partita neo-linguistica si gioca sul versante cruciale delle aggregazioni funzionali allo scopo: il blocco sociale di sostegno a una politica di concreto cambiamento. E l’abracadabra velenoso per far fallire il tentativo è una parola dal suono dolcissimo, rassicurante come l’abbraccio di una madre: moderazione. Ossia il ruolo fondamentale di una componente sociale ipotizzata portatrice di equilibrio e buon senso, in perfetta equidistanza tra radicalismo progressista e immobilismo conservatore. Per cui, chi riuscisse ad allearla avrebbe vinto la corsa elettorale.

Il guaio è che questo campo moderato non esiste, così come la politica non conosce un so e un ni, una posizione terza tra sì e no. Mentre non ci sono più un campo conservatore e uno progressista, sostituiti da un mischione indistinto tra due destre, accomunate nel comune interesse spartitorio e nella difesa di comuni privilegi. Semmai una Destra retroversa e una Sinistra opportunista, entrambe con pulsioni gattopardesche e l’aspirazione a essere cooptate nel salotto buono del privilegio. Sicché “moderato” non è altro che un camuffamento di pretese tutele dei vantaggi posizionali con politiche legge e ordine. Alla faccia del buon senso e dell’equilibrio.

Per cui cercare il consenso di questi sedicenti moderati significa rivolgersi – per dirla brutalmente – ai cosiddetti quartieri alti e alla fauna che li abita: i pariolini a Roma, gli albarini a Genova, i sanbabilini a Milano, i cabinotti a Torino e così via. Ossia i beneficiati di una mutazione sociale avvenuta nell’ultimo quarto del secolo scorso, quando la vecchia borghesia delle buone maniere e dell’operosità venne cancellata da inflazione e crisi economica, per essere sostituita dai flussi arrembanti di nuovi ricchi collusi nell’affarismo; arricchiti con la speculazione sul debito pubblico e l’evasione fiscale. Parvenu. Un cambiamento nella piramide sociale sintetizzato da Charles Wright Mills nella battuta “i gruppi installati al gradino più alto sono orgogliosi, quelli non ancora arrivati sono vanitosi”.

E questi “vanitosi” ri-dipinti come “moderati” non li aggreghi con una proposta politica di cambiamento che ne destabilizzerebbe l’habitat. Semmai può conquistare chi in questi anni si è ritirato nel non-voto per delusione. Se lo si convince. Quindi diventa impellente liberarci da un’egemonia para-culturale che continua a riemergere dal sacello grazie all’utilizzo improvvido del suo lascito linguistico, da parte di chi non riesce a rendersi conto che – così facendo – assicura a Nosferatu-Berlusconi (e ai suoi epigoni morti che camminano) una sorta di sopravvivenza perenne della loro presenza vampiresca.

L'articolo La ‘moderazione’ non esiste: così la neo-lingua berlusconiana inganna ancora proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌