❌

Reading view

Cresce sempre di più il cine-turismo, in Italia vale 600 milioni: quali le mete preferite dai turisti

Sono sempre di più i viaggiatori che scelgono la propria destinazione lasciandosi ispirare dalle ambientazioni viste sul grande e piccolo schermo. Per questo motivo, negli ultimi anni, anche in Italia borghi, isole, città d’arte e paesaggi naturali sono diventati mete ambite soprattutto perché sono stati set di film e serie tv.

Si chiama cine-turismo (o screen tourism), ed è un fenomeno che anche nel nostro Paese sta acquisendo sempre più valore.

Quanto vale il cine-turismo in Italia

Secondo Jfc Tourism & Management, il cine-turismo in Italia genera un giro d’affari stimato in:

  • circa 600 milioni di euro all’anno;
  • 1,3 milioni di pernottamenti direttamente collegati alle produzioni audiovisive;
  • oltre 11 milioni di visite giornaliere nei luoghi diventati riconoscibili grazie a film e serie televisive.

A livello internazionale, da come è emerso dal report annuale Unpack di Expedia Group, quasi un viaggiatore su cinque nel mondo ha prenotato un viaggio dopo aver visto una destinazione in un film o in una serie televisiva.

Una parte dei turisti organizza soggiorni di più giorni per esplorare le location, mentre altri inseriscono una singola tappa cinematografica in un itinerario già programmato. Entrambe le tipologie di visita possono generare ricavi, anche se con effetti differenti sulla durata della permanenza, sulla spesa media e sulla distribuzione dei benefici tra le attività locali.

Quali sono le mete più popolari

Tra le destinazioni italiane che hanno conquistato visibilità internazionale grazie a film e serie televisive c’è sicuramente Favignana, in Sicilia. L’isola, anche grazie alla popolarità raggiunta con The Odyssey, di Christopher Nolan, ha visto le prenotazioni aumentare molto questa estate. Le prime stime, inoltre, individuano in questo interesse un potenziale economico anche nei prossimi anni.

Un’altra meta particolarmente nota è Taormina, sempre in Sicilia, che ha ottenuto nuova visibilità internazionale grazie alla serie The White Lotus. Il San Domenico Palace e gli scorci panoramici della città hanno contribuito in particolare a rafforzare l’immagine della destinazione presso un pubblico interessato a viaggi di lusso, gastronomia ed esperienze esclusive.

Restando ancora in Sicilia, meritano di essere menzionate anche Scicli e Punta Secca, nel Ragusano, dove il turismo è spinto da anni ormai dal successo de Il commissario Montalbano.

Tra le destinazioni che stanno beneficiando della visibilità televisiva c’è anche la Calabria, con località come Tropea e Isola di Capo Rizzuto coinvolte nelle riprese di Sandokan, mentre Matera è diventata una scenografia riconoscibile dopo aver ospitato produzioni internazionali come No Time to Die, il film della saga di James Bond.

Infine c’è Roma, che da Vacanze romane (con Audrey Hepburn e Gregory Peck) fino agli ultimi lavori internazionali (come To Rome with Love di Woody Allen), continua a esercitare un forte richiamo sugli appassionati che vogliono ritrovare le ambientazioni della pellicola.

In arrivo nuovi contributi pubblici per il cine-turismo

Per sfruttare meglio le opportunità offerte dal cine-turismo, il ministero del Turismo, in collaborazione con Enit, ha promosso il progetto “Che spettacolo l’Italia! What a movie Italia is!”.

L’iniziativa prevede contributi pubblici per realizzare filmati di qualità cinematografica della durata compresa tra cinque e dieci minuti, destinati a essere distribuiti insieme a film per le sale e a serie televisive. Il progetto prevede un finanziamento fino a 400mila euro per i produttori, che si aggiungono agli aiuti già esistenti, con l’obiettivo di trasformare i set cinematografici e televisivi in strumenti di promozione delle destinazioni italiane, attraverso la produzione di contenuti ad hoc.

  •  

Perché la mozzarella di bufala è a rischio, cosa sta succedendo nei caseifici

La mozzarella di bufala, eccellenza simbolo del made in Italy agroalimentare e pilastro dell’economia del Mezzogiorno, si trova ad affrontare una delle fasi più complesse della sua storia recente. Tra le pareti dei caseifici e lungo i pascoli delle zone di produzione d’origine, l’equilibrio di un’intera filiera appare infatti oggi fortemente compromesso.

Mentre in tutta Italia i consumatori temono ripercussioni sulla reperibilità e sui prezzi del prodotto finale, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere la lavorazione perché il latte non arriva, a causa del fermo degli autotrasportatori. Il risultato è uno stop della produzione che rischia di avere delle conseguenze molto spiacevoli.

Cosa c’è dietro lo stop alla produzione di mozzarella di bufala in Italia

A mettere in difficoltà la filiera della mozzarella di bufala campana Dop è lo sciopero degli autotrasportatori. In Campania, soprattutto nelle province di Caserta e Salerno, numerosi caseifici hanno dovuto sospendere le attività per la mancata consegna del latte proveniente dagli allevamenti.

La mobilitazione, partita nel Mezzogiorno per protestare contro il caro carburante, sta provocando conseguenze che vanno ben oltre il settore della logistica. Infatti, anche se le bufale continuano a essere munte, senza trasporti regolari la materia prima rischia di non poter essere lavorata entro i tempi stabiliti. Le difficoltà partono già negli allevamenti, dove il latte si accumula, e si estendono ai punti vendita, con una disponibilità della mozzarella sempre più incerta.

La situazione nei supermercati

Uno degli effetti più visibili del blocco riguarda la disponibilità della mozzarella di bufala campana Dop nei punti vendita. La riduzione dell’offerta è già visibile. Gli scaffali dei supermercati sono meno forniti e c’è maggiore difficoltà nel reperire il prodotto, soprattutto nelle aree in cui la domanda è elevata. La continuità delle forniture sta mettendo in difficoltà anche pizzerie, ristoranti, gastronomie e rivenditori specializzati, che devono programmare gli acquisti sulla base della disponibilità effettiva.

Non è però possibile stabilire, sulla base delle sole chiusure segnalate, quanto dureranno le eventuali carenze o quali saranno gli effetti sui prezzi al dettaglio. Questi dipenderanno dalla durata della mobilitazione, dalle scorte già presenti nei punti vendita e dalla velocità con cui allevamenti, caseifici e distributori riusciranno a riprendere le normali attività.

Cosa si rischia ora

A parlare per primo di allarme è stato il Consorzio di tutela della mozzarella di bufala campana Dop, che il 21 ottobre 2026 ha denunciato la chiusura di numerosi stabilimenti e chiesto un intervento urgente del governo. Oltre alla temporanea scarsità del prodotto sugli scaffali, le perdite economiche potrebbero colpire l’intero settore, per poi estendersi ad altri comparti, dall’agroalimentare all’export.

Secondo quanto riferito dal direttore, Pier Maria Saccani, non è sufficiente avere allevamenti in attività e impianti pronti a lavorare. La mozzarella di bufala è un prodotto fresco, la cui produzione dipende dalla disponibilità regolare di latte. Il latte destinato alla Dop deve essere lavorato entro 60 ore dalla mungitura, quindi occorre che arrivi a destinazione nelle condizioni e nei tempi necessari per essere trasformato.

Questo non significa necessariamente che ogni quantitativo di latte rimasto fermo debba essere automaticamente buttato. Può essere utilizzato per produrre mozzarella, ma questa non avrà la certificazione Dop. E questo si traduce in un danno economico superiore a quello provocato da una semplice interruzione temporanea:

  • per gli allevatori, il danno può tradursi in costi aggiuntivi, difficoltà organizzative e possibili perdite di materia prima;
  • per i caseifici, invece, la sospensione dell’attività comporta una riduzione dei volumi lavorati e maggiori difficoltà nel rispettare gli ordini già ricevuti.

Inoltre, tutto sta succedendo in un momento già delicato, per via dell’aumento dei costi di produzione denunciato da tempo dagli operatori di settore. Adesso quindi, se la protesta dovesse continuare, la situazione finanziaria già complicata potrebbe ulteriormente aggravarsi.

Intanto, il governo ha annunciato nuovi aiuti per gli autotrasportatori, ma alcuni manifestanti avevano prospettato la possibilità di proseguire la mobilitazione almeno fino al 27 ottobre.

  •  

Stop a produzione di pasta a causa del blocco dei Tir, si ferma il primo stabilimento italiano

Il blocco degli autotrasportatori contro il caro carburanti colpisce anche l’industria della pasta italiana. Il pastificio Rummo ha sospeso la produzione da lunedì 19 ottobre 2026.

Ad annunciare lo stop è stato Cosimo Rummo, presidente e amministratore delegato dell’azienda, in un’intervista a Repubblica. Anche La Molisana, con sede a Campobasso, ha ridotto drasticamente l’attività a causa dei problemi nei rifornimenti.

Cosa è successo a Rummo

Il pastificio Rummo ha dovuto interrompere la produzione dopo aver esaurito le scorte di materie prime disponibili nello stabilimento di Benevento. La sospensione è arrivata dopo circa una settimana di difficoltà nei rifornimenti, provocate dal blocco dei trasporti e dall’impossibilità di garantire le normali consegne.

Anche con gli impianti operativi e con gli ordini commerciali che continuano ad arrivare, le attività sono state sospese perché senza un flusso costante di ingredienti e materiali indispensabili è impossibile andare avanti. Nel caso della pasta, in particolare, se i camion che trasportano la semola di grano duro non raggiungono lo stabilimento, le scorte interne possono garantire la continuità soltanto per un periodo limitato. Una volta esaurite, l’alternativa è ridurre i ritmi produttivi oppure fermare temporaneamente le linee. E così è successo.

Perché anche La Molisana ha ridotto la produzione

Altri pastifici del Sud Italia stanno affrontando difficoltà analoghe a Rummo. Tra questi c’è La Molisana, a Campobasso, che non si è fermata ma ha dovuto ridurre drasticamente la produzione.

Coltivazione del grano duro, molitura, lavorazione industriale, confezionamento e distribuzione devono funzionare in modo coordinato, mentre un rallentamento anche in una sola fase può ripercuotersi sulle successive, soprattutto quando le imprese dispongono di scorte limitate. Se l’interruzione si protrae, le conseguenze possono estendersi anche ai rapporti con la grande distribuzione organizzata, con i distributori e con gli operatori dei mercati esteri.

La disponibilità di grano duro, dunque, non è sufficiente da sola a garantire la continuità produttiva. Il cereale deve essere raccolto, movimentato e trasformato in semola, che deve poi raggiungere i pastifici nei tempi richiesti dai rispettivi programmi di lavorazione.

Scorte di magazzino e costi logistici: cosa si rischia ora

C’è poi un altro problema con il quale le imprese di settore devono fare i conti in questi giorni di forte stress logistico. Le scorte rappresentano una delle principali difese contro le interruzioni delle forniture, è vero. Disporre di una riserva di semola permette a un pastificio di proseguire la produzione anche quando una consegna subisce un ritardo. Tuttavia, mantenere grandi quantità di materie prime in magazzino comporta costi e richiede spazi adeguati.

Le conseguenze economiche possono quindi manifestarsi sia nell’immediato, attraverso le ore di produzione perse e i ritardi nelle consegne, sia nel medio periodo, qualora le aziende debbano riorganizzare i contratti, sostenere spese aggiuntive o modificare la gestione delle scorte.

Le misure del governo

Intanto, il governo ha messo sul piatto un pacchetto di interventi finanziari. Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha sbloccato 480 milioni di euro e misure di ristoro contro il caro gasolio. Il Consiglio dei ministri è stato inoltre convocato per giovedì 22 ottobre, alle 12, per approvare un decreto legge con le misure per l’autotrasporto.

L’annuncio delle risorse ha aperto i primi spiragli, portando alla revoca dei blocchi regionali in Sicilia. Nella serata di mercoledì 21 ottobre anche in Calabria Fedralog, la federazione regionale della logistica, ha sospeso il fermo, in attesa dell’incontro con il ministro Matteo Salvini del 27 ottobre. Tuttavia, la mobilitazione di varie sigle e presidi spontanei di autotrasportatori sta proseguendo in diverse aree, tra cui Campania, Puglia e Lazio.

Di conseguenza, per il comparto pastario e per l’intera filiera agroalimentare la situazione resta complessa. La ripresa delle consegne di semola di grano duro verso i pastifici del Centro-Sud avviene ancora a rilento, impedendo il ritorno ai normali ritmi produttivi.

  •  

Ryanair apre una nuova base in Italia e attiva nuove rotte, gli aeroporti interessati

Ryanair rafforza la propria presenza in Italia con una nuova base per l’estate 2027 e un ampliamento dei collegamenti già a partire dalla stagione invernale 2026. La compagnia aerea low cost punta ad aumentare il numero di passeggeri, ampliare le destinazioni raggiungibili e sostenere il turismo attraverso un incremento della capacità operativa e nuovi investimenti sul territorio.

La nuova base Ryanair per l’estate 2027

L’apertura della nuova base Ryanair riguarda l’aeroporto di Rimini, dove la compagnia ha fatto sapere che posizionerà due aeromobili il prossimo anno, grazie a un investimento dichiarato di 200 milioni di dollari. Il progetto è stato presentato il 15 ottobre 2026, durante il Ttg Travel experience di Rimini, e punta a raddoppiare l’offerta di posti rispetto all’estate 2025 con:

  • 17 rotte, di cui cinque nuove;
  • oltre 600.000 posti disponibili;
  • 114 voli settimanali complessivi.

L’ampliamento delle possibilità di collegamento con destinazioni internazionali, secondo le stime, sosterrà oltre 500 posti di lavoro locali e contribuirà ad attrarre nuovi visitatori in Emilia Romagna, soprattutto quelli internazionali durante la stagione del turismo balneare.

Questa espansione è stata inoltre giustificata come una conseguenza diretta dell’abolizione dell’addizionale comunale sui diritti d’imbarco decisa dalla regione. Ryanair sostiene infatti che la riduzione dei costi applicati al trasporto aereo abbia contribuito a creare condizioni più favorevoli per ampliare l’offerta e destinare nuovi aeromobili agli aeroporti interessati. Per le compagnie aeree rappresenta infatti una componente dei costi legati al trasporto e può incidere sulle valutazioni economiche relative all’apertura di nuove rotte o all’assegnazione di aeromobili a uno scalo.

Dove aumentano i voli Ryanair: gli aeroporti italiani interessati

L’intervento di Ryanair a Rimini si affianca al potenziamento delle operazioni in Lombardia. Il 1° ottobre 2026, infatti, la compagnia ha presentato il programma invernale per Milano, spiegando che il suo obiettivo è quello di raggiungere 21 milioni di passeggeri annui tra gli aeroporti di Bergamo e Malpensa.

Per l’inverno 2026, l’offerta complessiva arriverà a 8,7 milioni di posti, con un incremento dell’11%. Il programma comprende:

  • 125 rotte, dieci delle quali nuove (sei in partenza da Malpensa e quattro da Bergamo);
  • l’aumento della flotta basata nell’area milanese, che salirà a 33 aeromobili, grazie a un investimento complessivo di 3,3 miliardi di dollari;
  • due nuovi aerei assegnati a Bergamo, con un investimento aggiuntivo di 200 milioni di dollari.
  • l’aggiunta di oltre 640.000 posti a Malpensa, incrementando del 27% la capacità dell’aeroporto rispetto alla programmazione precedente.

Secondo le stime diffuse dal vettore, l’operazione complessiva contribuirà a sostenere oltre 16.200 posti di lavoro locali, con effetti sull’attrattività turistica della regione.

Quali sono le nuove rotte

Le cinque nuove destinazioni annunciate per l’estate 2027 da e per Rimini sono:

  • Dublino, in Irlanda;
  • Memmingen, in Germania;
  • Stoccolma, in Svezia;
  • Tirana, in Albania;
  • Varsavia, in Polonia.

La scelta delle destinazioni è significativa anche dal punto di vista commerciale. I collegamenti con queste mete europee possono intercettare differenti segmenti di domanda, dai viaggi turistici per piacere alle visite a parenti e amici, fino agli spostamenti per ragioni professionali.

Per quanto riguarda i nuovi collegamenti tra Bergamo e Malpensa, invece, le destinazioni indicate nel programma invernale 2026 di Ryanair comprendono:

  • Liverpool;
  • Paphos;
  • Rabat;
  • Reggio Calabria;
  • Agadir;
  • Crotone;
  • Edimburgo;
  • Danzica;
  • Funchal;
  • Tirana.

Sei rotte saranno operate da Malpensa e quattro da Bergamo.

  •  

Scadenze fiscali dal 19 ottobre al 25 ottobre 2026, tutti i pagamenti di fine mese: le date

La seconda metà di ottobre 2026 porta con sé alcuni appuntamenti fiscali da tenere sotto controllo, soprattutto per le imprese e per i contribuenti che devono correggere la dichiarazione dei redditi già presentata. Per organizzare correttamente gli adempimenti, però, è importante tenere conto delle scadenze che coincidono con la domenica (e che ovviamente slittano).

20 ottobre 2026, comunicazione del canone Tv da parte delle imprese elettriche

Il primo appuntamento da ricordare è quello di martedì 20 ottobre 2026 e riguarda le imprese elettriche che devono trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati relativi al canone Tv addebitato, accreditato, riscosso e riversato nel mese di settembre. Si tratta di una scadenza di natura prevalentemente amministrativa, che non comporta versamenti diretti da parte dei cittadini ma riguarda specificamente le società di fornitura dell’energia elettrica.

La comunicazione:

  • comprende le informazioni sulle somme addebitate o accreditate nelle bollette, su quelle effettivamente incassate dai clienti e sui successivi riversamenti allo Stato;
  • ha carattere informativo, serve cioè all’amministrazione finanziaria per monitorare la corretta gestione del canone.

L’invio deve essere effettuato esclusivamente in modalità telematica, utilizzando i servizi Entratel o Fisconline dell’AdE. Le imprese possono procedere direttamente oppure affidare la trasmissione a un intermediario abilitato, nel rispetto delle procedure previste.

25 ottobre 2026, slitta l’invio degli elenchi Intrastat

Un altro appuntamento riguarda gli elenchi Intrastat, che devono essere presentati entro lunedì 26 ottobre 2026 per le operazioni intracomunitarie. Il termine ordinario del 25 ottobre cade di domenica nel 2026. Per questo motivo, la scadenza viene spostata al primo giorno lavorativo successivo.

L’adempimento:

  • riguarda gli operatori economici tenuti a trasmettere i dati relativi agli scambi di beni e, nei casi previsti, alle prestazioni di servizi effettuate con soggetti appartenenti ad altri Stati membri dell’Unione europea;
  • consente di raccogliere informazioni utili sia ai fini statistici sia per gli adempimenti connessi all’Iva negli scambi intracomunitari.

Nel mese ottobre, sono tenuti all’invio gli operatori:

  • obbligati alla presentazione mensile degli elenchi, chiamati a comunicare i dati relativi a settembre 2026;
  • che presentano gli elenchi con periodicità trimestrale, tenuti a trasmettere le informazioni riferite al terzo trimestre del 2026, cioè ai mesi di luglio, agosto e settembre.

L’invio degli elenchi deve avvenire secondo le modalità telematiche previste dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

26 ottobre 2026, ultimo giorno per presentare il modello 730 integrativo

Lunedì 26 ottobre 2026 è anche il termine per presentare il modello 730 integrativo relativo alla dichiarazione dei redditi 2026, riferita al periodo d’imposta 2025.

Questo adempimento, tuttavia:

  • interessa solo i contribuenti che hanno già presentato il modello 730 e che, successivamente, hanno riscontrato errori od omissioni correggibili attraverso una dichiarazione integrativa;
  • può essere utilizzato, nei casi previsti, quando la correzione determina un maggiore credito o un minor debito d’imposta per il contribuente, oppure quando l’errore non incide sulla determinazione dell’imposta.

Non è invece lo strumento da utilizzare se la correzione comporta un risultato fiscale diverso in senso sfavorevole al contribuente. In questo caso, infatti, occorre valutare la procedura dichiarativa appropriata.

La presentazione deve essere effettuata rivolgendosi a un Caf o a un professionista abilitato. Questo vale anche quando il contribuente si era avvalso inizialmente dell’assistenza fiscale del proprio sostituto d’imposta.

  •  

Trasporto aereo, rincari dal 2027: di quanto rischiano di aumentare i prezzi dei voli

Dopo gli aumenti dei costi energetici e del carburante, a preoccupare i vettori del comparto aereo sono ora le conseguenze che il rialzo del prezzo del jet fuel potrebbe avere sulle tariffe applicate ai voli dalle compagnie. Gli effetti, finora contenuti grazie ai contratti di fornitura stipulati a prezzi fissi, rischiano infatti di diventare più evidenti nei prossimi mesi, quando le scorte acquistate a condizioni più favorevoli inizieranno a esaurirsi.

Perché i voli potrebbero costare di più dal 2027

A lanciare l’allarme su un possibile rincaro dei voli è Assoutenti, dopo le preoccupazioni espresse da Assaeroporti e gli aumenti tariffari già annunciati da alcune compagnie per il prossimo anno, ha richiamato l’attenzione sulle possibili ripercussioni per i viaggiatori. Secondo l’associazione dei consumatori, il problema non riguarda soltanto il costo del carburante, ma anche il peso della tassazione e delle diverse componenti che concorrono a determinare il prezzo finale di un biglietto.

Il jet fuel è una delle principali voci di costo per le compagnie aeree e le variazioni del suo prezzo possono incidere in misura significativa sulla sostenibilità economica dei collegamenti. Fino ad ora, molte compagnie hanno potuto continuare a mantenere diverse tratte grazie agli accordi stipulati in precedenza, che hanno permesso loro di avere una fornitura a prezzo bloccato, senza trasferire immediatamente tutti gli aumenti sui passeggeri.

Come spiegato da Assoutenti, però, questa protezione non è permanente e quando i contratti scadranno o le condizioni precedenti verranno meno, le compagnie devono rifornirsi ai prezzi correnti di mercato. Se questi rimangono elevati, il costo necessario per operare i voli aumenta e diventa più difficile assorbire integralmente la differenza senza intervenire sui ricavi. Tanto che già le prime low cost stanno annunciando la sospensione delle attività in diversi aeroporti.

Per le tratte che invece vengono mantenute attive, il rischio è che nel corso dei prossimi mesi una parte maggiore dei rincari del carburante venga trasferita sui consumatori, rendendo più costosi i viaggi nel 2027.

Quanto pesano sul costo del biglietto tasse e balzelli

Accanto al costo del carburante, Assoutenti individua poi nella tassazione e negli oneri aeroportuali un altro elemento determinante per il prezzo finale dei voli. Nel comunicato del 7 ottobre, l’associazione sostiene infatti che tasse, imposte e altri balzelli possano arrivare a incidere fino al 70% sul costo complessivo di un biglietto. Pertanto, intervenire su queste voci potrebbe contribuire a contenere il prezzo finale dei voli proprio nel momento in cui le compagnie si preparano a sostenere spese più elevate per il carburante.

La richiesta è quindi quella di ridurre il carico fiscale e gli altri oneri che gravano sui biglietti, così da attenuare almeno in parte la pressione sui viaggiatori.

Una simile misura, tuttavia, richiederebbe decisioni da parte delle istituzioni competenti e una valutazione delle entrate pubbliche e dei costi dei servizi finanziati attraverso tali prelievi. Inoltre, c’è da dire che la riduzione di una tassa non garantisce automaticamente un ribasso equivalente del prezzo finale. L’effetto dipenderebbe anche dalle modalità di applicazione della misura e dalle politiche tariffarie delle stesse compagnie aeree.

Di quanto rischiano di aumentare i prezzi

Secondo il presidente di Assaeroporti, Carlo Borgomeo, l’incidenza del costo del jet fuel è già arrivata a pesare sulle compagnie aeree circa il 31% sui costi operativi totali, mettendo a rischio la sostenibilità delle rotte e spingendo verso inevitabili rincari tariffari. In base alle proiezioni elaborate dagli analisti dei trasporti del centro studi Tra – Transport research, la combinazione tra il rincaro del cherosene per aviazione e il costante impatto delle componenti fiscali potrebbe portare a un aumento medio delle tariffe compreso tra il 15% e il 20% nel corso del 2027.

Sulle tratte a minore frequenza o su quelle più esposte alle fluttuazioni di mercato, Codacons e Federconsumatori ipotizzano rincari ancora più marcati, che in casi estremi potrebbero persino far raddoppiare il costo dei biglietti base.

In attesa di capire se e in quale misura i possibili rincari si concretizzeranno, i viaggiatori possono adottare alcune strategie per limitare la spesa. La più importante consiste nel monitorare le tariffe con anticipo, soprattutto quando il viaggio è previsto in periodi di forte domanda, come Natale, Capodanno, Pasqua e i mesi estivi.

  •  

Spesa alimentare, la crisi costringe a comprare meno: a cosa stanno rinunciando le famiglie

La crisi del costo della vita continua a pesare sulle abitudini di acquisto degli italiani e il carrello della spesa diventa sempre più vuoto. Eppure, oggi, le famiglie italiane spendono più soldi al supermercato. Il budget destinato all’acquisto di alimenti e bevande è aumentato, per via dei rincari e dell’inflazione galoppante degli ultimi anni, così per riuscire a contenere le uscite si riducono le quantità e si rinuncia, sempre più spesso, alla qualità dei prodotti.

Come è cambiata la spesa delle famiglie italiane

Nel 2025, secondo i dati Istat pubblicati a ottobre 2026:

  • la spesa mensile per alimentari e bevande analcoliche è passata da 533 a 552 euro;
  • mentre la quota del bilancio familiare destinata a questa voce è salita dal 19,3% al 19,8%.

Quasi un quinto della spesa complessiva è stato quindi assorbito dall’acquisto di beni di prima necessità. A causa dell’aumento dei prezzi, nello stesso periodo risulta che tra le famiglie italiane:

  • il 29,4% ha dichiarato di aver limitato la spesa per il cibo, riducendo le quantità acquistate oppure scegliendo prodotti di qualità inferiore;
  • il 33,8% ha ridotto la quota della spesa destinata alle bevande.

I rincari hanno reso più difficile mantenere le stesse abitudini di consumo, obbligando molti nuclei a riorganizzare il budget della spesa, valutando attentamente quali prodotti acquistare, in quali quantità e con quale frequenza. Per questo motivo, secondo Assoutenti, gli ulteriori aumenti dei prezzi registrati nel 2026 rischiano di aggravare la situazione.

A cosa rinunciano le famiglie quando fanno la spesa

Quando la capacità di acquistare cibo a sufficienza diventa più importante di scegliere liberamente cosa portare in tavola, il modo in cui il prezzo condiziona le proprie abitudini si configura come il primo segnale di povertà alimentare.

Un’analisi pubblicata da ActionAid in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione evidenzia proprio questo fenomeno. La difficoltà economica può riguardare sia la disponibilità materiale di cibo sia l’accesso a un’alimentazione adeguata e la possibilità di vivere i pasti come un momento di condivisione.

Quando una famiglia deve risparmiare, infatti, il cibo può diventare una delle voci sulle quali intervenire più facilmente rispetto ad altre spese difficilmente comprimibili, come il canone di affitto, il mutuo o le bollette sempre più care. E il risultato è un progressivo impoverimento delle possibilità di scelta. Non necessariamente si smette di acquistare alimenti, ma diventa più difficile mantenere la stessa qualità e varietà.

Quante sono le persone in difficoltà in Italia

ActionAid ha individuato oltre 6,4 milioni di persone in difficoltà in Italia nel 2024, pari al 12,7% della popolazione (di questi, circa 2,2 milioni sono risultati essere a rischio di povertà assoluta o relativa). Il dato è stato elaborato attraverso l’indice Dams, che prende in considerazione la possibilità economica di permettersi almeno una volta ogni due giorni un pasto con carne, pollo o pesce (oppure un equivalente vegetariano), e quella di incontrarsi con amici o familiari per mangiare o bere qualcosa almeno una volta al mese.

Al di là del proprio reddito, qualcuno può avere problemi economici anche quando non rientra formalmente nelle fasce a rischio di povertà, soprattutto se una parte consistente delle sue entrate – come già detto – viene assorbita da spese obbligatorie. Inoltre, l’andamento della deprivazione alimentare è andato sempre più peggiorando dopo il miglioramento registrato negli anni immediatamente successivi alla pandemia. L’incidenza era passata dal 14,1% nel 2019 al 10,5% nel 2022, per poi risalire all’11,8% nel 2023 e al 12,7% nel 2024. Rispetto all’anno precedente, le persone coinvolte sono aumentate di quasi 470mila unità.

Le categorie più a rischio

Le conseguenze della povertà alimentare si manifestano in modo diverso a seconda della composizione del nucleo familiare, della disponibilità economica e delle spese da sostenere. Tra i gruppi più esposti figurano:

  • le famiglie numerose;
  • i genitori soli;
  • le persone che devono destinare una parte consistente del reddito all’abitazione.

Da quello che è emerso dal rapporto di ActionAid, inoltre, nel 2024:

  • circa 430mila minori di 16 anni risultavano in condizione di deprivazione alimentare materiale o sociale, oppure entrambe. Le difficoltà sono aumentate soprattutto nella fascia tra i 6 e gli 11 anni. In questo gruppo, la deprivazione materiale è passata dal 2% del 2021 al 2,8% del 2024, mentre quella sociale è salita dal 3,8% al 6,8% (quest’ultimo indicatore comprende anche la possibilità di invitare amici a casa per giocare o mangiare insieme);
  • la deprivazione alimentare nello stesso periodo ha raggiunto anche gli affittuari, per la precisione il 22,6% tra chi viveva in un’abitazione in affitto agevolato e il 20,9% tra chi pagava un canone a prezzo di mercato.

La casa rappresenta una delle principali voci di spesa e lascia poco spazio di manovra quando il costo della vita aumenta. Tuttavia, a confermare che il fenomeno si stesse estendendo è soprattutto il dato su chi invece una casa ce l’ha. Tra i proprietari senza mutuo, infatti, la deprivazione alimentare è cresciuta, passando dall’8,9% al 10,8%.

  •  

Con clima più stabile scendono prezzi di frutta e verdura: cosa costa di meno questo autunno

Il clima mite e più stabile sta favorendo il passaggio dalle coltivazioni in pieno campo a quelle in serra, contribuendo a rendere più regolare l’offerta di frutta e verdura e ad allentare la pressione sui prezzi di diversi prodotti ortofrutticoli. A delineare il quadro è la Borsa della Spesa, il servizio settimanale realizzato da Bmti, Italmercati e Consumerismo no profit, che monitora i mercati all’ingrosso.

Cosa c’entra il clima con il calo dei prezzi di frutta e verdura

L’andamento meteorologico è uno dei fattori che influenzano maggiormente il mercato ortofrutticolo. Temperature miti e condizioni climatiche relativamente stabili possono favorire la maturazione dei prodotti, sostenere la raccolta e rendere più regolari i flussi di merce diretti ai mercati all’ingrosso.

Quando le condizioni climatiche sono favorevoli, quindi, la disponibilità di frutta e verdura tende a essere più prevedibile, e questo:

  • permette agli operatori di organizzare meglio la distribuzione dei raccolti (e di conseguenza della vendita);
  • riduce il rischio che una diminuzione improvvisa dei quantitativi disponibili provochi tensioni sulle quotazioni, e una maggiore disponibilità, quando incontra una domanda che non cresce nella stessa misura, può tradursi in una riduzione dei prezzi all’ingrosso.

Il calo registrato nei mercati all’ingrosso non si trasferisce necessariamente e immediatamente sugli scaffali dei supermercati o sui banchi al dettaglio, tuttavia può anticipare una stabilizzazione o una riduzione dei prezzi al consumo nel medio termine, a patto che la filiera distributiva assorba le variazioni senza trattenere i margini.

I prezzi di ottobre, cosa costa meno

Tra i prodotti che mostrano una dinamica favorevole a ottobre ci sono:

  • l’uva da tavola, le cui quotazioni all’ingrosso sono diminuite del 4,6% rispetto alla settimana precedente;
  • i fichi d’India, che si trovano in una fase favorevole della produzione. Le quotazioni sono scese del 3,1% nell’arco di una settimana, in un momento in cui la disponibilità del prodotto è elevata.

Le condizioni meteorologiche di inizio ottobre stanno favorendo anche il comparto degli ortaggi. I primi ribassi hanno interessato le lattughe al Centro-Sud, grazie alle condizioni climatiche favorevoli alla produzione. In questo caso, tuttavia, le quotazioni variano in base alla tipologia, alla zona di produzione e alla quantità di prodotto presente sui mercati locali.

Proprio perché coltivazione e raccolta stanno procedendo senza intoppi in autunno, dopo il caldo record di questa estate, ci sono poi diversi tipi di ortaggi e frutta di largo utilizzo e tipici di questa stagione  che mantengono quotazioni contenute all’ingrosso. Tra i più convenienti, il bollettino segnala:

  • cachi;
  • zucca;
  • porri;
  • cavoli cappucci;
  • carote;
  • cipolle.

Prezzi in calo non soltanto per frutta e verdura

Anche nel settore ittico, sebbene l’offerta sia influenzata dalla disponibilità delle specie e dai periodi di attività delle marinerie, si stanno registrando dei casi. In particolare, Borsa della Spesa segnala:

  • un calo del 7% per i calamari rispetto alla settimana precedente;
  • una diminuzione pari al 3,9% dei fasolari.

Presentano prezzi inferiori anche il pesce spada italiano e la lampuga. Anche se l’offerta in questo comparto è influenzata anche dal fermo pesca che dal clima. Le marinerie del Tirreno si fermano infatti per l’intero mese di ottobre, mentre in Adriatico il periodo di fermo si è concluso. E proprio queste differenze territoriali contribuiscono a determinare i quantitativi disponibili e possono influenzare le quotazioni delle singole specie.

  •  

Quanto olio c’è in Italia e dove si trova, la classifica delle regioni con più scorte

L’Italia ha in giacenza 195.044 tonnellate di olio di oliva, di cui oltre 150.000 tonnellate di extravergine. È quanto emerge dal report Frantoio Italia, pubblicato il 9 ottobre 2026 dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF).

L’analisi delle scorte consente di capire non soltanto quanto olio sia presente in Italia, ma anche dove si concentrino le disponibilità, quali tipologie prevalgano e quale spazio occupino le produzioni biologiche e quelle certificate Dop e Igp .

Quanto olio c’è in Italia, i dati sulle scorte

Secondo il report aggiornato mensilmente, al 30 settembre 2026 – rispetto alla rilevazione del 31 luglio 2026 – le scorte di olio in Italia sono diminuite del 16,4%, ma rispetto allo stesso periodo dello scorso anno risultano in aumento del 46,7%. Il dato è elaborato sulla base delle informazioni registrate nei circa 19.500 registri telematici dell’olio (Rto).

La parte più consistente delle disponibilità è costituita dall’olio extravergine di oliva, che raggiunge 150.203 tonnellate e rappresenta il 77% del totale. Seguono l’olio di oliva e raffinato, con 15.676 tonnellate, pari all’8%, e l’olio di sansa di oliva, con 14.915 tonnellate, equivalenti al 7,6%.

Le giacenze comprendono invece:

  • 9.475 tonnellate di olio lampante, pari al 4,9%;
  • 2.418 tonnellate di olio vergine di oliva, che rappresentano l’1,2%;
  • 2.357 tonnellate di prodotto ancora in attesa di classificazione.

Inoltre, delle 195.044 tonnellate complessive:

  • 162.538 sono ancora sfuse;
  • 32.506 tonnellate risultano confezionate.

Nel caso dell’extravergine:

  • le quantità sfuse ammontano a 123.564 tonnellate;
  • contro 26.639 tonnellate già confezionate.

Considerando le macroaree geografiche:

  • il Sud Italia concentra 100.224 tonnellate di olio, pari al 52% delle giacenze nazionali;
  • il Centro Italia si colloca al secondo posto con 60.896 tonnellate, equivalenti al 31%;
  • il Nord registra invece 19.599 tonnellate, pari al 10%;
  • le Isole, comprendenti Sicilia e Sardegna, raggiungono 14.325 tonnellate, il 7% del totale.

La classifica delle regioni con più scorte di olio

Osservando la distribuzione territoriale, nell’ultimo report risulta una forte concentrazione in Puglia, Toscana e Calabria, che detengono insieme il 61,3% dell’intero stock nazionale. In particolare:

  • al primo posto troviamo la Puglia, con 55.769 tonnellate, pari al 28,6% delle scorte italiane;
  • al secondo posto si trova la Toscana, con 37.673 tonnellate, equivalenti al 19,3%;
  • al terzo posto c’è la Calabria, che completa il podio con 26.202 tonnellate, pari al 13,4%.

Seguono:

  • l’Umbria, che registra 19.510 tonnellate, corrispondenti al 10% del totale nazionale;
  • la Sicilia, con 13.589 tonnellate, pari al 7%;
  • la Campania, con 13.415 tonnellate, equivalenti al 6,9%;
  • la Liguria, con 9.998 tonnellate, pari al 5,1%;
  • la Lombardia, con 4.044 tonnellate, il 2,1% delle giacenze.

Più distanti si trovano:

  • l’Emilia-Romagna, con 3.736 tonnellate;
  • l’Abruzzo, con 3.462 tonnellate;
  • il Lazio, con 3.312 tonnellate;
  • il Veneto, con 1.121 tonnellate;
  • la Basilicata, con 1.005 tonnellate;
  • la Sardegna, con 736 tonnellate.

Chiudono le regioni con disponibilità più contenute, ovvero:

  • il Piemonte, con 614 tonnellate;
  • le Marche, con 401 tonnellate;
  • il Molise, con 371 tonnellate;
  • il Trentino Alto Adige, con 51 tonnellate;
  • il Friuli Venezia Giulia, con 36 tonnellate.

Dove si concentra la produzione di extravergine

Procedendo con un’analisi interna degli stock, la Puglia ha in giacenza 46.285 tonnellate di extravergine, oltre a quantitativi di olio vergine, lampante, raffinato e di sansa. Da sola, la regione detiene più di un quarto delle scorte nazionali. La Toscana, invece, occupa il secondo posto con 30.885 di olio extravergine di oliva, con le province di Siena, Lucca e Firenze che figurano tra quelle con le maggiori disponibilità.

La Calabria, pur collocandosi al terzo posto della classifica generale delle scorte, possiede un volume di olio extravergine inferiore rispetto all’Umbria (che è quarta). Nello specifico, la regione dispone di 14.414 tonnellate di extravergine, affiancate da 5.071 tonnellate di olio lampante e 4.103 tonnellate di sansa. Al contrario, l’Umbria totalizza 19.510 tonnellate complessive, di cui 16.582 appartengono alla categoria extravergine. Non a caso, il territorio umbro si distingue per la disponibilità di prodotto di qualità, rappresentando il 10% dell’intero stock nazionale.

Infine c’è poi la Sicilia, le cui scorte comprendono 5.321 tonnellate di olio di sansa, a fronte di 7.701 tonnellate di extravergine.

La classifica provinciale

Scendendo nel dettaglio territoriale:

  • la provincia di Bari è quella con le maggiori giacenze di olio di oliva in Italia. Al 30 settembre 2026 registra 29.016 tonnellate, pari al 14,9% del totale nazionale. Di queste, 23.514 tonnellate sono extravergine;
  • al secondo posto si trova Perugia, con 18.424 tonnellate, equivalenti al 9,4% delle scorte italiane. La provincia umbra detiene 15.644 tonnellate di extravergine;
  • la terza posizione spetta a Barletta-Andria-Trani, con 14.273 tonnellate, pari al 7,3%.

Seguono:

  • Siena, con 13.972 tonnellate;
  • Lucca, con 11.181 tonnellate;
  • Benevento, con 9.442 tonnellate;
  • Firenze, con 9.276 tonnellate;
  • Reggio Calabria, con 8.800 tonnellate;
  • Agrigento, con 8.018 tonnellate;
  • Brindisi, con 6.373 tonnellate.

La distribuzione provinciale è dunque ancora più concentrata di quella regionale. Infatti, le prime dieci province concentrano complessivamente il 66% dell’olio detenuto in Italia.

Quanto olio italiano è presente nei magazzini

Ad oggi, l’olio extravergine rappresenta la componente principale delle giacenze nazionali, con 150.203 tonnellate. Di queste:

  • 82.195 tonnellate sono di origine italiana, pari al 54,7% delle scorte di Evo e al 42,1% dell’intero stock nazionale di olio di oliva;
  • 52.600 tonnellate sono di origine comunitaria, pari al 35% dell’extravergine in giacenza;
  • 5.418 tonnellate sono le disponibilità di olio extravergine proveniente da Paesi extra Ue.

Mentre i blend, ossia le miscele, rappresentano 9.990 tonnellate.

In 12 mesi, rispetto a settembre 2025:

  • le giacenze di extravergine sono aumentate del 66,9%, passando da 90.017 a 150.203 tonnellate. E l’incremento più marcato riguarda proprio il prodotto Made in Italy, cresciuto del 170,5%, da 30.381 a 82.195 tonnellate;
  • le scorte di Evo di origine Ue sono invece aumentate del 4,7%, mentre quelle di origine extra Ue sono cresciute del 27,4%. I blend registrano un incremento del 95%.

Prendendo però come riferimento l’ultima rilevazione disponibile, la dinamica è diversa. Tra il 31 luglio e il 30 settembre 2026:

  • le giacenze complessive sono scese del 16,4%;
  • quelle di extravergine sono diminuite del 19%;
  • l’Evo italiano è passato da 108.299 a 82.195 tonnellate, con una riduzione di 26.104 tonnellate.

Quanto dell’olio evo presente in Italia è veramente bio, Dop o Igp

Al 30 settembre 2026 le giacenze complessive di olio vergine ed extravergine biologico ammontano a 30.353 tonnellate, in aumento del 114,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In Italia quasi tutto il prodotto biologico in giacenza è extravergine. Le quantità raggiungono 30.175,8 tonnellate, pari al 99,4% del totale biologico. Di queste, 23.549,8 tonnellate sono di origine italiana, equivalenti al 77,6% delle scorte bio.

La Puglia guida ancora una volta questa classifica, con 10.740,1 tonnellate di olio biologico, pari al 35,4% del totale nazionale. Seguono:

  • la Calabria con 6.279,2 tonnellate;
  • la Toscana con 4.206,2 tonnellate;
  • e la Sicilia con 3.430,6 tonnellate.

Il report Frantoio Italia dedica infine una sezione anche agli oli con denominazione di origine protetta (Dop) e indicazione geografica protetta (Igp). In questo caso, al 30 settembre 2026 le giacenze certificate ammontano a 10.744.483 litri, in aumento del 129,5% rispetto ai 4,7 milioni di litri registrati il 30 settembre 2025. Le denominazioni geografiche registrate presenti nel report sono 50, ma la distribuzione delle scorte risulta concentrata:

  • le prime quattro indicazioni rappresentano il 78,2% del totale;
  • mentre le prime venti raggiungono il 98,1%.

La denominazione Terra di Bari occupa il primo posto, con 5.295.782 litri, pari al 49,3% delle giacenze Dop e Igp. Al secondo posto si trova la denominazione Sicilia, con 1.594.594 litri, equivalenti al 14,8%. Seguono:

  • Olio di Calabria, con 843.683 litri;
  • Val di Mazara, con 663.929 litri;
  • Olio di Puglia, con 578.166 litri;
  • il Toscano, con 461.168 litri.

Nel complesso, l’olio Dop e Igp rappresenta il 5,1% delle giacenze nazionali e il 6,6% dell’extravergine detenuto in Italia.

  •  

Un nuovo strumento per tracciare il vero olio italiano, ecco come funzionerà

La filiera dell’olio d’oliva italiano si prepara a diventare più digitale e trasparente grazie al Documento di accompagnamento elettronico olivicolo (Dao), il nuovo strumento introdotto dal ministero dell’Agricoltura (Masaf) per rafforzare la tracciabilità di olive e olio, contrastare le frodi e tutelare il lavoro degli agricoltori. Il sistema punta a rendere più efficaci i controlli sulle movimentazioni dei prodotti, attraverso l’integrazione con il Sistema informativo agricolo nazionale (Sian) e il Registro telematico dell’olio (Rto).

A cosa serve il Dao

La novità è stata annunciata il 9 ottobre 2026 dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che ha sottolineato l’importanza della digitalizzazione per difendere l’eccellenza dell’olio extravergine italiano e garantire maggiore trasparenza ai consumatori.

L’introduzione del Dao:

  • si inserisce nel percorso di modernizzazione dei sistemi di controllo del settore agricolo e punta a rendere più tempestiva e strutturata la registrazione delle operazioni commerciali e produttive;
  • punta a rafforzare la capacità di ricostruire i percorsi dei prodotti, mettendo in relazione le informazioni disponibili nei sistemi informativi nazionali.

In questo modo, i dati relativi alle movimentazioni possono diventare una risorsa più efficace per verificare la coerenza dei flussi e individuare eventuali anomalie. La digitalizzazione, in questo contesto, non riguarda soltanto la raccolta dei dati, ma anche la possibilità di utilizzarli per programmare i controlli in modo più mirato.

È importante precisare che il Dao rafforza la tracciabilità documentale, ma non equivale, da solo, a una certificazione automatica della qualità dell’olio o della sua origine italiana. Questo perché la capacità di dimostrare la provenienza dipende anche dall’attendibilità delle informazioni registrate e dagli ulteriori controlli previsti dalla normativa.

Come funzionerà la tracciabilità digitale dell’olio

Il nuovo sistema interesserà in particole le principali movimentazioni di olive, olio sfuso e olio confezionato. Ogni operazione sarà registrata digitalmente, consentendo di disporre di informazioni più aggiornate sui passaggi dei prodotti all’interno della filiera olivicola. E con le informazioni disponibili in maniera tempestiva e coerente, si potranno così ricostruire ricostruire i flussi e individuare eventuali discrepanze tra i quantitativi dichiarati e quelli movimentati.

Il provvedimento del Masaf si propone infatti di:

  • rendere più efficiente il lavoro delle imprese, riducendo i tempi previsti per alcune registrazioni e favorendo una gestione più ordinata degli adempimenti;
  • contribuire a superare una gestione frammentata delle informazioni, rendendo i dati più utili sia per le aziende sia per gli organi di controllo.

Di conseguenza, in una filiera nella quale le operazioni risultino maggiormente documentate, anche le verifiche potranno essere organizzate sulla base di elementi informativi più completi.

Cosa cambia per chi vende e per chi acquista

Chi movimenta olive, olio sfuso o olio confezionato dovrà prestare attenzione alla corretta registrazione delle operazioni nel Dao entro i termini previsti (che scendono da sei a tre giorni secondo quanto stabilito dal provvedimento). Nel dettaglio:

  • per produttori, frantoi, confezionatori e commercianti, il nuovo sistema può facilitare la ricostruzione dei passaggi del prodotto e contribuire a individuare eventuali incongruenze nei flussi. Le aziende che operano correttamente potranno beneficiare di una maggiore trasparenza della filiera e di strumenti più efficaci per contrastare le frodi e tutelare il valore delle proprie produzioni (anche se sarà importante adeguare le procedure interne agli obblighi applicabili e seguire le istruzioni operative previste per il Dao);
  • per chi acquista olio, invece, il vantaggio atteso consiste soprattutto in una maggiore capacità di controllo sulla provenienza e sulle movimentazioni dei prodotti commercializzati. Questo può contribuire a proteggere i consumatori da pratiche ingannevoli e a rafforzare la fiducia nelle informazioni fornite dalle aziende, senza però trasformare il Dao in una certificazione automatica dell’origine italiana o della qualità dell’olio. Al momento dell’acquisto restano quindi importanti le indicazioni in etichetta, la provenienza dichiarata e le eventuali certificazioni di qualità, come Dop e Ipg.

  •  

Bonus assunzione detenuti, come richiedere 520 euro entro 31 ottobre 2026

Entro il 31 ottobre 2026 è possibile richiedere il bonus per l’assunzione di persone detenute o internate. Si tratta del credito d’imposta previsto dalla legge Smuraglia, cui importo varia dai 300 ai 520 euro per ogni contratto di lavoro stipulato, a cui si aggiungono gli sgravi contributivi, che possono ridurre fino al 95% i contributi previdenziali e assistenziali dovuti, rispettando però condizioni e requisiti previsti dalla normativa.

Chi può richiedere il bonus assunzione detenuti nel 2026

Possono richiedere il bonus le imprese e le cooperative convenzionate con gli istituti penitenziari. In particolare, sono interessate:

  • le imprese private che impiegano lavoratori all’interno degli istituti penitenziari;
  • le persone ammesse al lavoro all’esterno del carcere ai sensi dell’articolo 21 della legge n. 354 del 1975;
  • i soggetti che si trovano in regime di semilibertà.

Come fare domanda entro il 31 ottobre

Entro la fine del mese di ottobre le imprese possono presentare domanda per ottenere il credito di imposta nel 2027. La procedura prevede l’invio di una richiesta preventiva all’Istituto penitenziario, così che questo possa:

  • programmare e assegnare le risorse disponibili per l’anno successivo;
  • inoltrare la domanda ai provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria e, successivamente, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

In questa fase viene indicato l’ammontare complessivo del credito d’imposta che si intende utilizzare, ma è il Dipartimento a definire, entro il 15 dicembre 2026, l’importo massimo del credito d’imposta riconoscibile a ciascun beneficiario. L’elenco delle imprese ammesse viene poi trasmesso all’Agenzia delle Entrate e pubblicato sul sito del ministero della Giustizia.

Quanto spetta

Il valore del beneficio fiscale varia in base alla posizione del lavoratore e alle caratteristiche del rapporto di lavoro. Nel dettaglio:

  • per i detenuti e gli internati assunti e impiegati nelle attività lavorative previste dalla normativa, il credito d’imposta può arrivare a 520 euro mensili per ciascun lavoratore;
  • per le persone ammesse al regime di semilibertà, invece, l’importo è pari a 300 euro al mese.

Nel caso di contratti part-time, il credito viene riproporzionato in relazione alle ore effettivamente lavorate. Di conseguenza, l’importo riconoscibile può essere inferiore a quello previsto per un rapporto a tempo pieno.

Per esempio, un’impresa che ha il titolo a beneficiare del credito nella misura massima di 520 euro mensili per un lavoratore assunto a tempo pieno, su dodici mesi, riceverà un bonus pari a 6.240 euro per ciascun lavoratore. In caso di assunzione part time al 50%(20 ore settimanali), l’importo del credito spettante è pari a 260 euro mensili, per un totale annuo di 3.120 euro annui per ciascun lavoratore. Se il lavoratore è in semilibertà, con un credito di 300 euro mensili per dodici mesi, il totale teorico è invece di 3.600 euro per un full time. Mentre si ricalcola in proporzione per un part time, tenendo conto dell’orario di lavoro settimanale.

Cosa succede se il detenuto torna in libertà

Il bonus per l’assunzione di detenuti e internati può continuare anche dopo la scarcerazione. La legge Smuraglia e i relativi decreti attuativi prevedono infatti che i benefici fiscali e contributivi continuino ad applicarsi nei successivi:

  • 18 mesi, se il lavoratore, al momento della liberazione, si trovava in regime di semilibertà o era ammesso al lavoro esterno;
  • 24 mesi, se il lavoratore era assunto all’interno dell’istituto penitenziario senza aver fruito del lavoro esterno o della semilibertà.

Decorsi questi termini temporali post-detenzione, l’impresa cessa di maturare il credito d’imposta e gli sgravi contributivi dedicati, pur potendo proseguire il normale rapporto di lavoro ordinario con il dipendente.

  •  

Al via la raccolta di castagne, ma quest’anno costeranno il doppio: i prezzi aggiornati

La raccolta delle castagne italiane entra nel vivo, ma il 2026 si preannuncia come un’annata complicata per la produzione, con quantità in calo e prezzi più alti. Secondo le prime stime di Coldiretti, il raccolto dovrebbe registrare una flessione di circa il 25% rispetto al 2025, soprattutto a causa delle temperature elevate e della siccità che hanno caratterizzato i mesi estivi. Una situazione che ha rallentato lo sviluppo dei ricci e ridotto le rese, senza compromettere, almeno secondo le prime valutazioni dei produttori, la qualità del prodotto.

Anche per questi motivi, i dati di mercato confermano una crescita delle quotazioni rispetto allo scorso anno.

Prezzi delle castagne 2026, quanto costano al chilo

Come riportano le rilevazioni di Ismea, a ottobre 2026 il prezzo medio delle castagne è di 3,50 euro al chilo, in aumento del 46,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Anche se si tratta di una cifra indicativa – che può variare in base alla provenienza e al canale di vendita – questa ci permette comunque oggi di comprendere l’andamento del mercato. A conferma del fatto che non esiste un prezzo unico per tutti i territori e per ogni tipologia di prodotto, nell’Aretino produttori e operatori commerciali segnalano quotazioni che possono raggiungere i 6 euro al chilo.

Infatti, le quotazioni all’ingrosso non coincidono necessariamente con quelle applicate ai consumatori, mentre i marroni, generalmente più grandi e destinati anche a preparazioni gastronomiche specifiche, possono raggiungere valori superiori rispetto alle castagne comuni.

Secondo le testimonianze raccolte sul territorio:

  • le castagne di dimensioni più piccole vengono acquistate dai commercianti a circa 4-4,50 euro al chilo;
  • i marroni possono raggiungere i 5-5,50 euro al chilo;
  • nella successiva rivendita all’ingrosso, i prezzi salgono indicativamente a 5 euro al chilo per le castagne più piccole e a 5,50-6 euro per quelle di dimensioni maggiori.

Anche i produttori che vendono direttamente al pubblico indicano prezzi intorno ai 6 euro al chilo per i marroni. Non si tratta, però, di un aumento generalizzato e identico in tutta Italia. In alcune aree, gli operatori riferiscono che le quotazioni sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto alle precedenti annate, nonostante il calo della produzione.

Cosa minaccia la raccolta delle castagne

Il principale fattore che condiziona il mercato nel 2026 è la riduzione della produzione a causa delle temperature elevate. La mancanza di precipitazioni durante l’estate ha infatti inciso sullo sviluppo dei frutti. Il caldo eccessivo può compromettere la crescita delle castagne all’interno dei ricci, riducendone il numero e, in alcuni casi, le dimensioni. Il risultato è una minore disponibilità di prodotto da destinare ai mercati, proprio nel periodo in cui riparte la domanda legata ai consumi autunnali.

Inoltre, anche la presenza dei ricci non garantisce automaticamente un raccolto abbondante, perché occorre verificare quanti frutti si siano sviluppati correttamente e quale sia la loro qualità commerciale.

Le prime indicazioni sono comunque positive sotto il profilo qualitativo. Nonostante la riduzione delle quantità, i produttori si aspettano castagne e marroni di buona qualità, anche se in alcune zone la pezzatura potrebbe essere mediamente più piccola.

Tuttavia, per il mercato la combinazione tra minore offerta e qualità elevata potrebbe spingere al rialzo le quotazioni, soprattutto per le varietà più pregiate.

  •  

Migliaia di voli cancellati a causa del caro carburanti, chi non parte quest’inverno  

Voli cancellati, sospesi e centinaia di migliaia di posti in meno nei programmi invernali delle compagnie aeree. Il caro carburanti torna a pesare sul trasporto aereo europeo e costringe i principali vettori low cost a rivedere le proprie strategie per la stagione invernale 2026 2027. Lo scopo è quello di contenere i costi e limitare le perdite sulle tratte che rischiano di diventare meno redditizie.

Quali compagnie stanno già cancellando i voli

Tra le compagnie che stanno rivedendo la propria capacità figura easyJet. L’amministratore delegato Kenton Jarvis ha annunciato un’ulteriore riduzione di 700.000 posti nella programmazione invernale. Considerando un precedente e simile intervento della compagnia, , di dimensioni analoghe, il taglio complessivo arriva a circa 1,4 milioni di posti.

In questo caso, la capacità programmata viene eliminata dall’offerta, quindi questo non vuol dire necessariamente che milioni di passeggeri già in possesso di un biglietto dovranno cambiare i loro piani. L’azienda sembra voler puntare sulle rotte che dispongono di numerosi collegamenti nella stessa giornata (dove eliminare una partenza può risultare meno problematico rispetto a una tratta servita una sola volta al giorno).

Ryanair invece, che rientra tra le compagnie che hanno annunciato la riduzione dei voli nella stagione invernale per via del caro carburanti, ridurrà la capacità nei periodi in cui la domanda è tradizionalmente più debole. Dopo la cessazione delle attività di volo in 13 aeroporti, i prossimi interventi interesseranno anche i voli infrasettimanali e le partenze di gennaio. Per esempio, i voli da Londra Stansted e Palma di Maiorca in partenza il martedì e il mercoledì saranno eliminati a partire dalla seconda settimana di novembre e fino alla settimana precedente il Natale.

Come è stato spiegato, le destinazioni balneari possono registrare un forte interesse nei mesi estivi e una flessione nei mesi più freddi. Quindi impiegare aeromobili per collegamenti come questo, in presenza di costi del carburante più elevati, rischia di non generare ricavi sufficienti.

Di quanto sono aumentati i prezzi per le compagnie aeree

Il prezzo del carburante per l’aviazione ha raggiunto i 196 dollari al barile. Rispetto all’inizio del 2026, quando la quotazione si manteneva sotto i 100 dollari, il costo di mercato risulta approssimativamente raddoppiato, secondo i dati dell’International air transport association (Iata).

Anche se le compagnie ricorrono ai cosiddetti fuel hedging – accordi che consentono di bloccare il prezzo di una parte degli acquisti futuri di carburante – la protezione non è illimitata. Perché con questo tipo di contratti si possono fissare i costi di una quota del fabbisogno annuale, mentre la parte restante rimane esposta alle condizioni di mercato la parte restante. Inoltre, la copertura può riguardare periodi differenti e perdere progressivamente efficacia quando i contratti arrivano a scadenza.

È proprio questo uno degli aspetti che preoccupa i vettori in vista dell’inverno. Anche se una parte del carburante è stata acquistata a prezzi precedentemente concordati, la quota esposta ai rincari può rendere meno convenienti le rotte caratterizzate da una domanda debole.

Quali sono i diritti dei passeggeri

In base alle tutele previste dal regolamento europeo 261/2004 – applicabile in situazioni come la cancellazione improvvisa di un volo o l’imbarco negato per overbooking – la compagnia aerea è tenuta a garantire al passeggero il rimborso totale del biglietto o un trasporto alternativo per raggiungere la destinazione.

In base alla normativa Ue, inoltre:

  • il rimborso deve essere effettuato entro sette giorni;
  • se la prenotazione comprende un viaggio di andata e ritorno e la cancellazione dell’andata rende inutile il viaggio di ritorno, in determinate circostanze il passeggero può chiedere il rimborso anche della parte non utilizzata del viaggio.
  • scegliere il rimborso significa rinunciare al trasporto alternativo.

Nei casi di cancellazione del volo con meno di 14 giorni di preavviso spetta poi il diritto alla compensazione pecuniaria, un indennizzo economico fisso che la compagnia aerea deve versare al passeggero per il disagio subito, indipendentemente dal rimborso del biglietto o dall’assistenza ricevuta.

L’ammontare della compensazione è stabilito per legge, varia in base alla lunghezza della tratta ed è pari a:

  • 250 euro per le tratte inferiori o pari a 1.500 km;
  • 400 euro per le tratte intracomunitarie superiori a 1.500 km e per tutte le altre tratte comprese tra 1.500 e 3.500 km;
  • 600 euro per le tratte extracomunitarie superiori a 3.500 km.

Non è dovuta se la cancellazione dipende da circostanze eccezionali che non avrebbero potuto essere evitate anche adottando tutte le misure ragionevoli.

  •  

Perché gli Stati Uniti hanno chiesto di inviare uova dall’Italia

Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Italia di fornire uova per far fronte all’aumento dei prezzi che, dopo la crisi nel 2025, hanno registrato un’impennata senza precedenti. Alla base dell’emergenza americana soprattutto i focolai di influenza aviaria, che avevano provocato la perdita di milioni di galline ovaiole, riducendo l’offerta proprio mentre le famiglie continuavano ad acquistare un alimento fondamentale nella loro dieta.

A chi si sono rivolti gli Usa in Italia per superare la crisi delle uova (e perché l’hanno fatto)

Nel marzo 2025, l’amministrazione statunitense ha contattato diversi Paesi per aumentare le forniture di uova e contenere l’aumento dei prezzi sul mercato interno. Tra i territori interpellati figuravano il Veneto e la Danimarca, mentre altri accordi o iniziative di importazione hanno coinvolto Paesi come la Turchia e la Corea del Sud.

La richiesta rivolta al Veneto non è stata casuale, poiché si tratta della prima regione in Italia per produzione di uova, con circa 2 miliardi di esemplari all’anno, pari al 26% del totale nazionale. La richiesta americana è arrivata in un momento politicamente delicato. Donald Trump era tornato alla Casa Bianca da meno di due mesi, dopo aver promesso durante la campagna elettorale di ridurre il costo della vita e dei generi alimentari, e proprio le uova, diventate progressivamente più care, erano state utilizzate anche come argomento di scontro politico con la precedente amministrazione di Joe Biden.

Quando i prezzi hanno continuato a salire, quindi, il tema si è trasformato in un problema anche per il nuovo governo.
La crisi aveva raggiunto dimensioni tali che alcuni supermercati americani avevano introdotto limiti agli acquisti, mentre la catena di ristoranti Waffle House aveva applicato un supplemento di 50 centesimi per ogni uovo servito. La ricerca di fornitori esteri risponde quindi all’esigenza di aumentare la disponibilità di prodotto per provare a ridurre la pressione sui prezzi.

Cosa è successo negli Stati Uniti

La causa principale della crisi americana è stata l’influenza aviaria, un’infezione virale che ha colpito duramente gli allevamenti, imponendo l’abbattimento di milioni di galline ovaiole. Dal 2022, l’epidemia ha provocato perdite enormi nel patrimonio avicolo statunitense e ha ridotto la capacità produttiva proprio in un mercato caratterizzato da consumi elevati.

E come in ogni altro mercato, quello che succede è che quando un bene diminuisce drasticamente, se la domanda rimane elevata, il prezzo tende a salire, soprattutto quando non esistono scorte sufficienti per compensare rapidamente il calo dell’offerta.

La reperibilità è stata fin da subito un problema, ma il fenomeno è diventato particolarmente evidente nei primi mesi del 2025. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, il prezzo medio di una dozzina di uova è passato da 4,25 dollari nel dicembre 2022 a 4,82 dollari nel gennaio 2023, fino a raggiungere il picco di 6,23 dollari nel marzo 2025. In alcune situazioni, una confezione da dodici è arrivata a costare circa 8 dollari.

Considerando anche la centralità che le uova hanno nella dieta americana, l’impatto sui consumatori è stato evidente, tanto che a risentirne è stato prima di tutto il budget delle famiglie destinato alla spesa alimentare. L’impossibilità di riportare rapidamente i prezzi a livelli più bassi ha quindi reso necessario cercare soluzioni alternative, comprese le importazioni.

  •  

Nuove imprese a tasso zero, rifinanziato il bando On-Oltre del Mimit: come partecipare

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha disposto il rifinanziamento del bando On-Oltre, la misura gestita da Invitalia che con finanziamenti a tasso zero sostiene la nascita e lo sviluppo di micro e piccole imprese prevalentemente costituite da giovani e donne. Lo stanziamento aggiuntivo ammonta a 59 milioni di euro e punta a rispondere alla crescita delle richieste registrata nel corso del 2026.

Il provvedimento, annunciato il 12 ottobre 2026, rappresenta un’opportunità sia per chi vuole avviare un’attività imprenditoriale sia per consolidare un’impresa costituita da pochi anni.

Cosa prevede il bando On-Oltre del Mimit

Il bando riguarda diversi comparti dell’economia, dalla produzione di beni ai servizi, dal commercio al turismo. Per accedere al sostegno occorre però rispettare specifici requisiti societari, predisporre un piano d’impresa credibile e presentare la domanda attraverso la piattaforma telematica di Invitalia.

Il finanziamento agevolato ha una durata massima di dieci anni e mira a rafforzare la capacità della misura di sostenere nuove iniziative imprenditoriali, favorendo l’ingresso dei giovani e delle donne nel tessuto produttivo nazionale.

Le domande invece vengono esaminate attraverso una procedura valutativa a sportello. Questo significa che la presentazione dell’istanza non determina automaticamente il diritto al finanziamento, perché il progetto deve essere valutato e deve rispettare le condizioni richieste.

La misura riconosce in alcuni casi anche contributi a fondo perduto. Tuttavia, il 30 giugno 2026 il Mimit ha comunicato l’esaurimento delle risorse destinate a questi aiuti. Di conseguenza, per le domande presentate successivamente alla pubblicazione di quell’avviso, le agevolazioni sono concesse esclusivamente sotto forma di finanziamento a tasso zero.

Chi può richiedere il finanziamento a tasso zero

L’agevolazione si rivolge alle micro e piccole imprese dove sia i soci che le quote di partecipazione, alla data di presentazione della domanda, risultino appartenere a giovani di età compresa tra 18 e 35 anni oppure a donne. Tale condizione riguarda contemporaneamente la componente numerica dei soci e la distribuzione delle quote societarie. Non è sufficiente, per esempio, che una donna detenga una partecipazione minoritaria se non sono rispettate anche le altre condizioni previste.

Possono fare richiesta sia le attività nate da poco sia quelle già avviate. Tuttavia, il bando distingue le imprese costituite da non più di 36 mesi da quelle costituite da oltre 36 mesi e fino a un massimo di 60 mesi. La categoria alla quale si appartiene determina l’importo massimo delle spese finanziabili.

L’incentivo è accessibile anche alle persone fisiche che intendono costituire una nuova impresa. In questo caso, però, i promotori devono impegnarsi a completare la costituzione della società e a trasmettere la documentazione richiesta entro i termini indicati nella comunicazione di ammissione alle agevolazioni. Se la domanda viene accolta favorevolmente, chi ha presentato il progetto riceve una comunicazione ufficiale. Da quel momento scatta un termine di tempo definito (solitamente qualche mese).

Quali attività e progetti possono essere finanziati

On-Oltre sostiene iniziative imprenditoriali realizzabili su tutto il territorio nazionale. I progetti devono però appartenere a uno dei settori ammessi dalla misura. Rientrano:

  • la produzione di beni nell’industria e nell’artigianato;
  • la trasformazione dei prodotti agricoli;
  • la fornitura di servizi alle imprese e alle persone;
  • il commercio;
  • il turismo, compresi i servizi legati all’innovazione sociale e le attività turistico-culturali orientate alla valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico. Possono rientrare nell’ambito dell’incentivo anche iniziative finalizzate a migliorare la ricettività e l’accoglienza turistica.

Il progetto deve inoltre essere coerente con il piano d’impresa presentato e con le spese che la normativa considera finanziabili.

Quanto spetta

I programmi devono essere realizzati entro 24 mesi dalla data di stipula del contratto di finanziamento, che può arrivare a:

  • 1,5 milioni di euro per le società costituite da non più di 36 mesi;
  • 3 milioni di euro per le imprese costituite da oltre 36 mesi e fino a 60 mesi.

Per le imprese più giovani, entro il limite complessivo previsto, può essere riconosciuta anche una quota destinata al capitale circolante. Questa componente deve essere adeguatamente motivata nel piano d’impresa e può essere utilizzata per sostenere spese come:

  • l’acquisto di materie prime;
  • i servizi necessari allo svolgimento dell’attività;
  • il godimento di beni di terzi.

L’importo destinato a tali esigenze non può comunque superare il 20% delle spese di investimento ammissibili.

Come presentare la domanda

Le domande per accedere a On-Oltre devono essere presentate esclusivamente attraverso la procedura informatica disponibile sul sito di Invitalia. Le istanze vengono esaminate fino all’esaurimento delle risorse disponibili.

L’erogazione delle agevolazioni avviene normalmente per stati di avanzamento lavori (Sal), in un massimo di cinque quote, compresa quella finale a saldo. Per questo motivo, la disciplina prevede anche la possibilità di presentare, entro determinati limiti, titoli di spesa non ancora quietanzati, cioè fatture che non risultano ancora pagate:

  • per il primo stato di avanzamento, questa possibilità è ammessa entro il limite del 20% delle agevolazioni concesse;
  • per gli stati di avanzamento successivi al primo, il limite è del 30%.

Resta fermo l’obbligo di dimostrare, per le erogazioni successive alla prima, l’effettivo pagamento dei titoli di spesa presentati per ottenere la quota precedente, attraverso le relative quietanze.

È prevista anche la possibilità di richiedere un’anticipazione, previa presentazione di una fideiussione bancaria, ma l’importo anticipato non può superare il 40% del totale delle agevolazioni concesse.

  •  

Quali sono le regioni con più scorte di vino in Italia, la classifica: chi vince tra Nord e Sud

Nelle cantine italiane risultano a oggi presenti oltre 41 milioni di ettolitri di vino, il 14,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo confermano i dati del report Cantina Italia, pubblicati dal ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) il 9 ottobre 2026.

Tuttavia, dall’analisi emerge una distribuzione delle giacenze tutt’altro che equilibrata. Nonostante i circa 23.600 operatori sparsi in tutta la penisola, infatti, oltre il 57% delle scorte di vino si concentra solo in alcune regioni.

La classifica delle regioni italiane con più scorte di vino

Al 30 settembre 2026, il Veneto è la regione italiana con il maggior quantitativo di vino in giacenza. Con oltre 10,2 milioni di ettolitri, questo territorio beneficia del peso delle produzioni legate al Prosecco e di altre importanti denominazioni. Le cantine qui primeggiano in quanto a scorte soprattutto se si considera la distanza rispetto alle altre regioni. Basti pensare che la Toscana, seconda in classifica, si ferma a circa 5,1 milioni di ettolitri. Le sue scorte sono per la maggior parte dei casi produzioni a denominazione di origine protetta. I vini Dop nelle cantine – tra cui Chianti e Chianti Classico – raggiungono infatti i 3.228.140 ettolitri, mentre quelli a indicazione geografica protetta (Igp) risultano essere in quantità pari a 1.498.107 ettolitri.

A seguire, in graduatoria, si posizionano:

  • Emilia-Romagna, con 3.914.062 ettolitri;
  • Puglia, con 3.913.879 ettolitri;
  • Piemonte, con 3.731.848 ettolitri;
  • Sicilia, con 2.717.353 ettolitri;
  • Abruzzo, con 2.137.462 ettolitri;
  • Lombardia, con 2.076.504 ettolitri;
  • Trentino Alto Adige, con 2.056.085 ettolitri;
  • Friuli Venezia Giulia, con 1.609.827 ettolitri;
  • Campania, con 907.804 ettolitri;
  • Marche, con 756.033 ettolitri;
  • Lazio, con 610.229 ettolitri.

Chiudono la classifica:

  • Sardegna, con 443.844 ettolitri;
  • Umbria, con 428.210 ettolitri;
  • Calabria, con 138.369 ettolitri;
  • Basilicata, con 125.935 ettolitri;
  • Molise, con 103.111 ettolitri;
  • Liguria, con 43.036 ettolitri;
  • Valle d’Aosta, con 26.797 ettolitri.

Nord vs Sud: dove si concentra il vino italiano?

Nel complesso:

  • il Nord detiene 23.669.334 ettolitri di vino, pari al 57,7% delle giacenze nazionali;
  • il Sud Italia custodisce invece 7.326.560 ettolitri, pari al 17,9% del totale (una quota sostenuta soprattutto dalla Puglia, dalla Sicilia e dall’Abruzzo);
  • il Centro raggiunge 6.883.017 ettolitri, equivalenti al 16,8%, grazie soprattutto alla Toscana;
  • le Isole, considerate separatamente, totalizzano 3.161.198 ettolitri, pari al 7,7%, con la Sicilia davanti alla Sardegna.

Le province con più giacenze

Il primato del Veneto è confermato anche dall’analisi provinciale. Infatti:

  • Treviso è la provincia con le maggiori scorte, con 4.603.697 ettolitri (l’11,2% delle giacenze nazionali);
  • segue Verona, con 3.498.991 ettolitri (l’8,5% delle giacenze nazionali).

Le due province, da sole, superano gli 8,1 milioni di ettolitri, una parte determinante delle giacenze regionali. Treviso è particolarmente rilevante per la filiera del Prosecco, mentre Verona ospita importanti produzioni, tra cui quelle della Valpolicella.

A completare la top 10 delle province con più vino in cantina troviamo:

  • Cuneo, con 2.049.103 ettolitri (5,0%);
  • Siena, con 2.006.479 ettolitri (4,9%);
  • Chieti, con 1.692.443 ettolitri (4,1%);
  • Trento, con 1.573.382 ettolitri (3,8%);
  • Firenze, con 1.446.390 ettolitri (3,5%);
  • Trapani, con 1.287.099 ettolitri (3,1%);
  • Ravenna, con 1.066.414 ettolitri (2,6%);
  • Brescia, con 967.984 ettolitri (2,4%).

Quali vini sono più presenti nelle cantine italiane

Oltre alla distribuzione geografica, il report permette di comprendere quali tipologie di vino costituiscono la maggior parte delle giacenze nazionali. E in questo caso:

  • la componente più consistente è rappresentata dai vini Dop, con 23.292.160 ettolitri, pari al 56,8% del totale;
  • seguono i vini Igp, con 10.384.623 ettolitri, equivalenti al 25,3%;
  • i vini da tavola e gli altri vini raggiungono 6.665.192 ettolitri, ossia il 16,2%, mentre i vini varietali rappresentano una quota marginale, pari all’1,7%, con 698.135 ettolitri.

Anche all’interno delle singole categorie:

  • tra i vini Dop, i rossi raggiungono 12.133.807 ettolitri, i bianchi 10.435.195 ettolitri e i rosati 723.158 ettolitri;
  • per i vini Igp, i rossi ammontano a 5.872.466 ettolitri, i bianchi a 4.098.514 ettolitri e i rosati a 413.642 ettolitri.

Cosa succede se il vino in cantina non viene venduto?

Un accumulo di vino nelle cantine non è necessariamente una cattiva notizia in assoluto, ma rappresenta un campanello d’allarme. Numeri a confronto, se si tiene conto del fatto che al 30 settembre 2025 le giacenze di vino in Italia ammontavano a 35.952.457 ettolitri, rispetto ai 41.040.109 ettolitri di quest’anno l’incremento delle scorte è stato oltre 5 milioni di ettolitri (+14,2%) nel 2026.

Per il settore vitivinicolo, un aumento delle giacenze richiede attenzione perché può influire sull’equilibrio tra disponibilità di prodotto, domanda e prezzi. Questi dati, da soli, non sono però sufficienti per concludere che esista un eccesso strutturale di offerta. Tutto dipende infatti anche dalle vendite, le esportazioni, i prezzi medi, i volumi della nuova produzione e le prospettive dei diversi segmenti di mercato.

Quando il vino non riesce a trovare sbocchi commerciali e le bottiglie o i grandi contenitori restano pieni, la filiera si trova a fronteggiare criticità come costi di gestione e una conseguente erosione dei margini di guadagno che spesso costringe i produttori a svendere il prodotto per fare cassa, con il rischio di svalutare l’intera denominazione.

  •  

Matrimoni social, fino a 3.500 euro per foto e video da condividere su Instagram e TikTok

Non basta più avere un fotografo che immortali il giorno del sì e un videomaker che realizzi il filmato delle nozze. Sempre più coppie vogliono anche foto, stories e reel pronti da pubblicare su Instagram e TikTok mentre il matrimonio è ancora in corso. È così che si sta facendo spazio il wedding content creator, una figura specializzata nella produzione di contenuti social durante questi eventi.

A volte il servizio si affianca al fotografo tradizionale, altre è proposto direttamente dagli studi fotografici. Nella maggior parte dei casi ha comunque un costo aggiuntivo rispetto al reportage classico e può richiedere un investimento che va da poche centinaia di euro per una copertura essenziale a oltre 3.500 euro per le formule più articolate.

Che cos’è il wedding content creator e come funziona il servizio

Il wedding content creator si occupa di raccontare il matrimonio attraverso contenuti pensati per i social network. La produzione di foto e video, a differenza di un tradizionale fotografo o videomaker, è immediata, breve e adatta alla fruizione da smartphone.

Può riprendere i preparativi degli sposi, il momento dell’ingresso in chiesa o in municipio, gli abbracci con gli invitati, il taglio della torta e i momenti più divertenti della festa. A seconda del pacchetto, immagini e video possono essere:

  • montati rapidamente per essere pubblicati sui profili degli sposi il giorno stesso (quindi praticamente in tempo reale) o entro 24 ore;
  • consegnati in file grezzi, ma pronti per essere poi montati e pubblicati in un secondo momento;
  • editati, in sequenze verticali e stories organizzate secondo le esigenze delle piattaforme.

La differenza incide direttamente sul prezzo.

Quanto costa il servizio: il listino prezzi

Consultando i siti delle principali agenzie specializzate nella produzione video e content creation per eventi (compresi platform e marketplace per eventi, intrattenimento e professionisti del wedding), il costo di un wedding content creator dipende da:

  • durata della copertura social legata all’evento;
  • complessità del servizio richiesto;
  • velocità nella post-produzione.

Indicativamente, i prezzi delle diverse proposte osservate sono i seguenti:

  • il pacchetto base solitamente va da 200 a 1.200 euro ed è pensato per chi desidera documentare soltanto una parte della giornata, con un singolo operatore e una selezione di contenuti brevi per immortalare i momenti clou (per esempio ingresso, momento del sì, il primo ballo e il taglio della torta). Il servizio può prevedere una copertura parziale di circa quattro-otto ore e la consegna può comprendere file originali, Stories o brevi video, con tempi che, a seconda dell’accordo, possono arrivare a 24-48 ore;
  • il pacchetto intermedio va invece da 1.200 a 2.500 euro e comprende una copertura più lunga, la produzione di reel e stories e la consegna rapida di foto e video pronti da condividere. La copertura può estendersi a dieci-dodici ore, accompagnando gli sposi dai preparativi fino alla festa e al taglio della torta. In questo caso, il servizio può comprendere fotografie e video verticali, reel montati, stories pronte per Instagram e TikTok e una galleria digitale di foto. A distinguere questa opzione dal pacchetto base è però soprattutto la velocità, poiché alcuni contenuti possono essere preparati e postati durante l’evento;
  • il pacchetto premium, infine, va da 2.500 a oltre 3.500 euro ed è destinato alle coppie che richiedono una copertura estesa, più operatori, montaggio in tempo reale. Possono essere inclusi contenuti con montaggio avanzato, riprese aggiuntive e supporto alla pubblicazione sui profili degli sposi.

Spese extra

Tra gli extra indicati nelle stime di mercato figurano invece i costi per:

  • un secondo operatore per il montaggio live, che può comportare un aumento di circa il 40% rispetto al pacchetto di partenza, secondo le stime considerate;
  • riprese con drone o Fpv, che possono aggiungere circa 200-400 euro, quando consentite e compatibili con le condizioni operative e le regole applicabili;
  • foto selezionate e corrette nel colore entro 24 ore, ovvero un servizio di post-produzione accelerata che può comportare un costo aggiuntivo indicativo di 600-1.000 euro.

Infine, in qualsiasi proposta valutata, il prezzo può aumentare ulteriormente quando il servizio riguarda un destination wedding, cioè un matrimonio organizzato in una località diversa da quella di residenza degli sposi, oppure un evento distribuito su più giorni.

  •  

Bonus assunzione donne al Sud, quanto si può risparmiare col cumulo degli incentivi

Assumere una donna a tempo indeterminato nel Mezzogiorno può consentire alle imprese di ridurre il costo del personale grazie ai bonus previsti per le nuove assunzioni. Si tratta di diverse misure, cumulabili tra loro, nel rispetto dei requisiti previsti e delle condizioni imposte dalla normativa.

Non è possibile sommare automaticamente più esoneri contributivi sulla stessa assunzione, mentre un incentivo sui contributi a carico dell’azienda può affiancarsi a un’agevolazione fiscale. Il risparmio, però, dipende dalla combinazione scelta e dai requisiti della lavoratrice.

Quali bonus si possono richiedere per l’assunzione di donne al Sud

Le imprese che intendono assumere una lavoratrice nel Mezzogiorno possono ricorrere a:

  • gli incentivi contributivi Inps che riducono, entro determinati limiti, i contributi previdenziali che il datore di lavoro deve versare. Rientrano in questa categoria il bonus donne e le agevolazioni previste per l’assunzione di giovani o per determinate imprese che operano nella Zes Unica. Questi tuttavia non sono cumulabili, pertanto l’azienda deve individuare quello applicabile e valutare quale garantisca il beneficio economico più conveniente;
  • la superdeduzione fiscale del costo del lavoro, che opera sul reddito imponibile dell’impresa, consentendo di dedurre un importo maggiorato rispetto al costo del personale ammesso al beneficio. Non riduce direttamente i contributi previdenziali, ma può determinare un risparmio sulle imposte sui redditi ed è cumulabile con gli sgravi contributivi.

Di conseguenza, le imprese possono valutare due combinazioni principali, ovvero:

  • bonus donne Mezzogiorno e superdeduzione fiscale, per le assunzioni che rispettano i requisiti di entrambe le misure;
  • bonus giovani Zes e superdeduzione fiscale, quando la lavoratrice rientra nelle condizioni previste per l’incentivo destinato ai giovani.

Ovviamente, queste opzioni non sono alternative equivalenti per tutte le imprese. La scelta dipende dall’età della lavoratrice, dalla sua storia occupazionale, dalla sede di lavoro, dalle dimensioni dell’azienda e dalla normativa applicabile al momento dell’assunzione.

Bonus donne Mezzogiorno e superdeduzione al 130%: quanto si risparmia

Possono ricorrere al bonus donne e alla superdeduzione fiscale le imprese che intendono assumere a tempo indeterminato una lavoratrice in possesso dei seguenti requisiti:

  • residente nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia);
  • priva di un impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi.

In questi casi:

  • l’esonero contributivo è pari al 100% dei contributi previdenziali datoriali (esclusi i premi e contributi INAIL) fino a un massimo di 800 euro mensili (pari a 9.600 euro annui) per una durata massima di 24 mesi, nel rispetto della normativa sugli aiuti di Stato;
  • la superdeduzione Ires/Irpef del costo del lavoro è pari al 120%, che sale al 130% in caso di assunzione di lavoratrici meritevoli di maggiore tutela (quali donne svantaggiate o molto svantaggiate, donne con due o più figli minori, o donne vittime di violenza).

Tuttavia, l’impresa (o datore di lavoro autonomo) che intende beneficiare di entrambe le agevolazioni deve soddisfare le seguenti condizioni operative e normative:

  • per ottenere il bonus donne Inps, l’assunzione deve determinare un effettivo incremento della forza lavoro in termini di U.L.A. (Unità di Lavoro Annuo) rispetto alla media dei 12 mesi precedenti;
  • per ottenere il superbonus fino al 130%, il numero totale di dipendenti a tempo indeterminato e il totale complessivo della forza lavoro al termine del periodo d’imposta devono risultare superiori alla media dell’anno precedente.

Inoltre:

  • le agevolazioni spettano se risulta un’assunzione effettuata con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (full-time o part-time) o una trasformazione di un contratto da tempo determinato a indeterminato;
  • l’impresa deve essere in possesso di un Durc (Documento unico di regolarità contributiva) in corso di validità, rispettare i contratti collettivi nazionali (territoriali e aziendali) e la normativa in materia di sicurezza sul lavoro e diritti fondamentali dei lavoratori.

Sono esclusi:

  • il lavoro domestico;
  • l’apprendistato;
  • il lavoro intermittente a chiamata;
  • le prestazioni occasionali.

Bonus giovani Zes e superdeduzione per assumere donne under 35

Un’altra possibilità riguarda le imprese che intendono assumere una donna under 35 che non sia mai stata occupata a tempo indeterminato. Se si verifica questa eventualità, è possibile verificare l’accesso al bonus giovani. L’incentivo consiste in un esonero contributivo totale (100% dei contributi a carico del datore di lavoro) fino a un massimo di 650 euro mensili per una durata massima di 24 mesi se l’assunzione avviene in sedi di lavoro ubicate nelle regioni del Mezzogiorno rientranti nella Zes Unica.

Se una giovane candidata ha lavorato di recente con un contratto a tempo determinato o una collaborazione conclusa, ad esempio, 2 o 3 mesi prima, non possiede il requisito per il bonus donne. Di conseguenza il datore di lavoro può ricorrere al bonus giovani, per il quale non è richiesta la disoccupazione da 6 mesi. L’unico requisito legato alla carriera è non essere mai stato occupato con un contratto a tempo indeterminato.

Inoltre, anche in questo caso può aggiungersi la superdeduzione fiscale del costo del lavoro. Se l’assunzione dà diritto all’agevolazione e sono rispettati i requisiti fiscali, l’impresa può beneficiare della deduzione maggiorata al 120% o al 130%, secondo la categoria di appartenenza della lavoratrice e le regole applicabili.

Quanto si può risparmiare assumendo una donna al Sud

Per comprendere il possibile vantaggio economico, si può considerare un’assunzione a tempo indeterminato per la quale l’impresa abbia diritto al bonus donne Mezzogiorno, ottenendo l’esonero contributivo totale massimo di 800 euro al mese. Ipotizzando che l’azienda possa utilizzare l’intero massimale per 24 mesi, il risparmio contributivo teorico sarebbe di 19.200 euro in due anni.

Inoltre, se a questa agevolazione si affianca l’impatto della superdeduzione fiscale al 130%, considerando ipoteticamente un costo annuo del lavoro riconosciuto pari a 30.000 euro, l’importo deducibile dal reddito d’impresa ai fini delle imposte sale a 39.000 euro all’anno, riducendo in modo significativo la base imponibile e, di conseguenza, l’Ires o l’Irpef dovuta.

Per chi invece ricorre al bonus giovani, per l’assunzione di una lavoratrice under 35 mai occupata, per il datore di lavoro al quale spetta l’esonero contributivo totale massimo (650 euro per 24 mesi), il risparmio genera un abbattimento sui contributi datoriali pari a 15.600 euro complessivi.

Considerando però che le assunzioni giovanili standard non rientrano automaticamente tra le categorie potenziate si applica, per la superdeduzione, la maggiorazione ordinaria del 120%. Quindi, sulla stessa base di costo annuo del lavoro pari a 30.000 euro, l’importo deducibile dal reddito d’impresa ai fini delle imposte sale a 36.000 euro all’anno. Solo se la lavoratrice è una madre di due o più figli minori o rientra nelle cosiddette categorie svantaggiate lo sconto Irpef/Ires sale al 130%, traducendosi in una deduzione pari a 39.000 euro all’anno come nell’esempio precedente.

  •  

L’apertura dei data center in Italia sblocca nuovi posti di lavoro: le figure più richieste

Secondo i dati di Indeed, ad agosto 2026 l’indice degli annunci legati ai data center in Italia ha raggiunto quota 237. Si tratta di un aumento del 137% rispetto ai livelli precedenti alla pandemia, che colloca il nostro Paese tra i mercati europei con la crescita più significativa.

La crescita delle opportunità occupazionali è legata sia alla costruzione di nuove infrastrutture sia alla necessità di assumere professionisti in grado di gestirle e mantenerle operative.

L’Italia tra i Paesi europei con la maggiore crescita delle offerte di lavoro nei data center

L’Italia figura tra le nazioni europee in cui le imprese cercano con maggiore velocità nuovo personale specializzato per supportare la realizzazione e la gestione dell’infrastruttura di rete e server. L’indice fornito da Indeed misura infatti il volume di annunci di lavoro attivi rispetto a un livello base (di norma fissato pari a 100). Un valore di 237 indica che, ad agosto 2026, la quantità di posizioni aperte nel settore specifico è più che raddoppiata rispetto alla quota base.

A livello europeo:

  • a guidare la crescita è la Spagna, con un indice di 260;
  • a seguire si posiziona l’Italia, a quota 237 appunto;
  • e infine l’Irlanda, con un indice pari a 210.

Tra le dinamiche più interessanti emerse, mentre le offerte di lavoro per le altre professioni tech rimangono al di sotto dei livelli pre-pandemia in nove dei dieci Paesi esaminati, le posizioni collegate ai data center mostrano un andamento decisamente più favorevole. Per esempio:

  • in Italia la distanza tra l’indice degli annunci per i data center e quello relativo alle altre professioni tecnologiche raggiunge 173 punti;
  • nei Paesi Bassi l’indice è arrivato a 138;
  • in Polonia a 134;
  • in Svizzera a 133.

Germania e Regno Unito hanno invece registrato incrementi più contenuti, rispettivamente del 25% e del 24% rispetto al periodo di riferimento.

Quanti data center ci sono in Italia

Per comprendere le prospettive occupazionali è utile osservare anche la distribuzione delle infrastrutture già presenti in Europa. Secondo l’ultima mappatura, nel 2025, l’Italia disponeva di 168 data center, contro i 144 registrati sia in Spagna sia in Polonia. In Svizzera, invece, le strutture erano 121.

Il numero maggiore di strutture si trova però in Germania (529 data center) e nel Regno Unito (523). A seguire, prima del nostro Paese, la Francia (322) e i Paesi Bassi (298).

Nel mercato italiano c’è dunque ancora spazio per crescere, soprattutto se gli investimenti nel digitale continueranno ad aumentare. L’apertura di nuovi impianti richiede infatti personale già durante le fasi di progettazione e realizzazione, oltre a tecnici e specialisti destinati a occuparsi del funzionamento quotidiano delle strutture.

Le figure professionali più ricercate

Secondo l’analisi di Indeed, cinque grandi categorie professionali concentrano tra il 50% e il 60% degli annunci europei collegati ai data center. Tenendo conto della distribuzione delle offerte, le opportunità non riguardano soltanto i profili altamente specializzati nell’intelligenza artificiale. Accanto alle competenze digitali più avanzate, le aziende hanno bisogno di:

  • professionisti delle infrastrutture It, operations e supporto, che si occupano del funzionamento dei sistemi informatici, della gestione dei server, del monitoraggio delle prestazioni e della risoluzione dei problemi tecnici. Possono essere coinvolti anche nella gestione delle reti, nell’amministrazione dei sistemi e nel supporto agli utenti o ai clienti aziendali. Sono competenze fondamentali per evitare interruzioni e garantire la disponibilità dei servizi;
  • sviluppatori software per la realizzazione e la manutenzione dei software che utilizzano queste infrastrutture, mentre le competenze di automazione e gestione dei sistemi possono diventare particolarmente utili nei contesti tecnologici più complessi;
  • manager e responsabili delle infrastrutture, per coordinare risorse, personale, sicurezza, budget e attività operative. I profili manageriali hanno quindi il compito di supervisionare il funzionamento delle strutture, gestire i team e assicurare il rispetto degli standard aziendali. In questo ambito possono essere richieste esperienza nella gestione di infrastrutture tecnologiche, capacità organizzative e conoscenze dei processi operativi;
  • tecnici di installazione e manutenzione che intervengono sugli impianti e sulle apparecchiature che permettono al data center di funzionare. Le attività possono comprendere l’installazione dei sistemi, la manutenzione preventiva, la diagnosi dei guasti e il controllo delle apparecchiature elettriche e di raffreddamento. La continuità del servizio rende queste competenze particolarmente importanti;
  • project manager, poiché la realizzazione di un nuovo data center coinvolge numerosi soggetti e richiede il coordinamento di attività differenti. Questi responsabili di progetto devono pianificare tempi e risorse, monitorare l’avanzamento dei lavori, gestire fornitori e professionisti e affrontare eventuali criticità.

Le competenze più richieste

La domanda di personale interessa sia le attività di costruzione sia quelle successive di gestione. Tuttavia, nell’analisi di Indeed gli annunci del settore indicano mediamente un numero maggiore di competenze rispetto alle altre offerte appartenenti alla stessa categoria professionale. Tra i requisiti ricorrenti figurano:

  • le conoscenze informatiche e software;
  • la cybersecurity;
  • una buona padronanza della lingua inglese.

Anche le capacità organizzative hanno un peso significativo. Per le posizioni di coordinamento e gestione dei progetti, le aziende tendono a cercare candidati con esperienza nella pianificazione delle attività, nella gestione dei fornitori, nel controllo dei costi e nel rispetto delle scadenze.

  •  

Ryanair lascia 13 aeroporti, quali le destinazioni coinvolte (e cosa cambia per l’Italia)

Ryanair lascia 13 aeroporti europei tra il 2026 e il 2027, interrompendo progressivamente i collegamenti con diverse delle sue destinazioni più popolari. Alla base di questa decisione ci sono soprattutto i costi aeroportuali, le tasse e le condizioni economiche considerate poco vantaggiose dalla compagnia low cost irlandese.

Perché Ryanair cancella i voli

La principale ragione economica alla base delle cancellazioni è la necessità di contenere i costi. Il modello delle compagnie low cost si fonda sulla capacità di mantenere tariffe competitive attraverso un’elevata produttività degli aeromobili, una gestione efficiente delle operazioni e accordi economici favorevoli con gli aeroporti.

Le tasse sui passeggeri, i diritti aeroportuali e gli altri oneri legati all’utilizzo degli scali possono però incidere sulla convenienza di una rotta. E se a questi costi si aggiungono quelli relativi alla sicurezza, ai servizi aeroportuali e al controllo del traffico aereo in determinati scali o tratte, la conseguenze sono due, ovvero:

  • la riduzione dei voli;
  • il posizionamento degli aeromobili su basi più convenienti, fino alla completa cancellazione dei collegamenti.

La scelta, quindi, non dipende soltanto dalla domanda turistica o dal numero di persone interessate a una destinazione, ma dalle condizioni contrattuali con gli aeroporti e il margine economico ottenibile da ciascun volo.

L’elenco delle destinazioni coinvolte

Alcune delle uscite dalla rete Ryanair sono già avvenute, mentre altre sono programmate per i prossimi mesi o per la fine della stagione invernale 2026 2027.

Ecco l‘elenco degli aeroporti dai quali la compagnia ha interrotto o prevede di interrompere tutti i collegamenti. Dopo Vigo, in Spagna, a gennaio 2026, hanno chiuso a marzo 2026:

  • Amman, in Giordania;
  • Asturie, in Spagna;
  • Clermont Ferrand, in Francia;
  • Ponta Delgada e Terceira, nelle Azzorre, in Portogallo.

Ad agosto 2026 ha chiuso invece a Rodez, in Francia, mentre questo ottobre è prevista la chiusura a:

  • Bodrum, in Turchia;
  • Dalaman, in Turchia;
  • Kalamata, in Grecia;
  • Niš, in Serbia;
  • Volos, in Grecia.

L’ultimo stop sarà invece a marzo 2027, a Brema, in Germania.

Le date si riferiscono al periodo di interruzione dei collegamenti o alla cessazione prevista delle operazioni. Chi intende partire da o per gli aeroporti interessati dagli stop di ottobre e marzo dovrebbe quindi prima verificare la disponibilità effettiva dei voli.

Che cosa cambia per l’Italia

Tra i collegamenti interessati dalla chiusura dell’aeroporto tedesco figura anche quello con Lamezia Terme, in Calabria. Se l’interruzione prevista per il 27 marzo 2027 sarà confermata nei termini annunciati, chi utilizza questo collegamento per raggiungere Brema dovrà organizzarsi diversamente.

Tuttavia, la compagnia ha specificato che ad essere cancellati saranno i collegamenti diretti. Quindi, rimarranno comunque accessibili le tratte con scalo intermedio, permettendo ai passeggeri di raggiungere la destinazione attraverso coincidenze operative presso altri hub della rete Ryanair.

Tuttavia, nonostante l’uscita dai 13 aeroporti, Ryanair ha programmato per il 2026 una media di 3.272 movimenti giornalieri, il 4% in più rispetto al 2025. L’idea è quella di ridurre la presenza in alcuni scali ma non ridimensionare l’intera attività. Il vettore trasferirà infatti la capacità liberata verso aeroporti che offrono tariffe inferiori, incentivi più vantaggiosi o prospettive di crescita della domanda.

Il meccanismo è quello di un’allocazione selettiva delle risorse. Gli aeromobili vengono destinati ai collegamenti che, secondo le valutazioni della compagnia, possono garantire i risultati migliori.

  •  
❌