Due territori con un patrimonio UNESCO alle spalle e la stessa scommessa sul digitale: Brescia e Hangzhou si incontrano.
Meno di un mese fa, il capo di gabinetto della Provincia di Brescia e sindaco di Montirone, Filippo Spagnoli, ha guidato una delegazione a Hangzhou, tra la Global Digital Trade Expo, visite ad aziende hi-tech e la Settimana dell’Amicizia Cina-Italia, unendo digitale, città intelligenti e patrimonio UNESCO.
In questa videointervista, Filippo Spagnoli racconta le sue esperienze in Cina: le oltre 20 realtà attive nell’AI e nell’open source incontrate, il confronto con imprese, istituzioni e università, e le prospettive di cooperazione per Montirone e la provincia di Brescia.
Dal passaggio dalle smart city alle regioni resilienti al dialogo tra patrimoni UNESCO, un confronto su innovazione, sostenibilità, sicurezza e cooperazione paritaria tra civiltà.
Mentre l'industria USA dell'AI continua ad accumulare debiti in triliardi di dollari, la cinese DeepSeek rlascia gratuitamente DeepInfer, il suo motore di inferenza per i modelli LLM distruggendo in un solo secondo le prospettive di reddito dei modelli di Business per le AI progettato dalla Silicon Valley.
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
Per quanto possa essere difficile da credere il più importante è pericoloso campo di battaglia della guerra mondiale a pezzi in corso ormai da oltre dieci anni è la gara tecnologica in corso tra Cina e USA per l'egemonia nel campo della Intelligenza Artificiale.
Solo in parte questa sfida tecnologica può essere paragonata con la “Corsa allo Spazio” tra USA e URSS della seconda metà del secolo scorso. Certo, in quella gara, che aveva anche venature romantiche (oltre che politiche), ci sono state importanti ricadute tecnico-scientifiche a vantaggio dell'industria aerospaziale. Nella battaglia della AI, tuttavia, c'è molto di più oltre alle ricadute sul piano industriale, di organizzazione sociale e del lavoro. In questa battaglia ci sarà un impatto sul piano economico finanziario – a causa degli enormi investimenti effettuati – che ben difficilmente il perdente riuscirà ad evitare il redde rationem di una crisi finanziaria dagli esiti devastanti sul piano dell'equilibrio economico generale delle nazioni e dunque sul piano sociale e politico.
Per quanto riguarda il futuro, le prospettive non sono da meno rispetto al 2025. Secondo le previsioni più accreditate si assume che i fornitori di soluzioni IA investiranno 7 trilioni di dollari in infrastrutture entro il 2030. Molto interessante a tale proposito uno studio della Brookings Institution, redatto dall'economista Stijn Van Nieuwerburgh della Columbia University e intitolato"Financing the AI buildout" nel quale si prevede che per finanziare i 183 GW necessari entro il 2032 serviranno investimenti pari a a 10,3 mila miliardi di dollari, ovvero, circa il 3,63% del PIL statunitense all'anno. Un ciclo di investimenti infrastrutturali che non ha pari nella storia degli Stati Uniti neanche ritornando all'epica della costruzione delle ferrovie o dell'elettrificazione.
Cifre, come è evidente, iperboliche. Ed è qui che sorge il problema principale e che può essere riassunto in maniera abbastanza comprensibile con il termine “ritorno sugli investimenti”, altrimenti conosciuto con l'acronico ROI. Si tratta di un indicatore finanziario che misura la redditività e l'efficienza economica di un capitale investito.
Sempre secondo lo stesso studio di Gartner, se questo rimarrà il ritmo degli investimenti, oltre 4 trilioni di dollari spesi in infrastrutture per l'IA potrebbero essere esposti a svalutazioni entro la fine del 2032. Con effetti catastrofici a livello di bilancio per le aziende (e conseguentemente per i creditori e per gli investitori).
Un caso emblematico dell'enorme bolla finanziaria che è l'intelligenza artificiale (intesa come business non come materia scientifica) è certamente quella di Anthropic, colosso americano del settore e massima promessa di guadagni stellari per gli investitori. E qui sta il problema: secondo il Wall Street Journal questa azienda per salvarsi dalla bancarotta, dovrebbe quotarsi in borsa per una cifra non inferiore ai 1500 miliardi di dollari. Cifra da capogiro giustificata dalla necessità di coprire le ingenti perdite. Sempre secondo il Wall Street Journal nel primo semestre del 2026 Anthropic ha registrato perdite per 80,7 miliardi di dollari, a fronte di ricavi pari a 16,3 miliardi. Come si può capire, una simile traiettoria è insostenibile per qualsiasi business sia esso maturo, sia esso all'inizio di un decantato radioso percorso di crescita.
Ed è proprio in questo snodo che vede intersecarsi le mirabolanti promesse di un radioso futuro e la granitica certezza di una montagna di debiti sottoscritti dai colossi americani dell'AI che si è inserita la strategia cinese sulla AI. Una strategia fondata sull'efficienza degli algoritmi soprattutto per quanto riguarda gli LLM e dunque i “Chat bot” (come per esempio Chat Gpt). Una strategia opposta, dunque, rispetto a quella americana fondata sulla potenza di calcolo dei chip, sugli enormi data center e dunque su rilevantissimi investimenti.
Già nel 2025 molti (tra i quali il sottoscritto) parlarono di Momento Sputnik quando la cinese DeepSeek rilasciò il suo modello LLM R1 (Si tratta di una chat bot tipo Chat GPT) con prestazioni del tutto simili a quelli americani però con una grande differenza; ossia il fatto di essere open source e completamente gratuito. Immediatamente la notizia generò un terremoto a Wall Street innescato dalle forti perdite del settore high-tech. Gli analisti finanziari avevano immediatamente capito che la strategia cinese era quella di “spiazzare” gli investimenti delle società dell'AI americano offrendo prodotti simili ma a basso costo o a costo zero, e soprattutto open source.
Chi pensava che i cinesi avessero alla fine desistito da questa strategia, deve ricredersi. Il loro silenzio non è inoperoso, anzi. Infatti è proprio di questi giorni la notizia che DeepSsee ha rilasciato Deepinfer, il suo motore di inferenza. Ovvero sia l'algoritmo fondamentale che si pone tra il Modello LLM e chi lo interroga. Il motore di inferenza per essere chiari, decide per esempio, come raggruppare le richieste di centinaia di utenti, come riutilizzare i calcoli già fatti e quanto in fretta restituire ogni singola parola; conseguentemente da questo dipende il costo per token (l'unità con cui si misura e si paga il testo generato) che un'azienda può praticare sulle proprie API (Application Programming Interface).
Come è facile intuire, la scelta dell'open source per un algoritmo così strategico consente di intervenire agli sviluppatori esterni, i quali possono segnalare bug, ottimizzare i kernel per diversi tipi di hardware (GPU, TPU, CPU) e aggiungere nuove funzionalità senza costi interni di sviluppo. Oltre al fatto che naturalmente, essendo open source, l'intera community degli sviluppatori può testarlo, modificarlo e integrarlo senza barriere legali o costi di licenza.
Come è facile intuire anche per i non addetti ai lavori, una simile scelta erode alla radice il modello di business che OpenAI, Anthropic e tutte le altre mejor vorrebbero imporre: quello di far pagare profumatamente le aziende e le pubbliche amministrazioni per consentir loro di creare le proprie API che non sono altro che i "ponti digitali" che permettono a qualsiasi software o applicazione di utilizzare le capacità di un modello di IA esterno (quale Claude, Chat GPT, Gemini ecc) senza doverne installare o addestrarne uno sul proprio computer.
In buona sostanza i cinesi continuano nell'opera di erodere le fonti di sostentamento del settore nella visione che vive dalla Silicon Valley. Il problema è ormai semplice: quale azienda sarebbe disposta a pagare migliaia o decine di migliaia di dollari per costruire la propria API, come vorrebbero i colossi USA, quando i cinesi offrono la possibilità di costruirla gratuitamente?
E' chiaro che siamo ben dentro ad una battaglia tra cinesi e americani che è parte di quell'enorme scontro in corso per l'egemonia sul piano tecnologico ed economico. Uno scontro che vede per ora gli USA in vantaggio sul piano tecnologico ma zavorrati da un enorme montagna di debiti. Ed è proprio lì che i cinesi fanno leva per riuscire a batterli regalando al mondo modelli magari meno performanti ma completamente gratuiti.
Mentre i cannoni e gli aerei bombardano in Europa e in Medio Oriente probabilmente la più importante battaglia per l'egemonia mondiale cinesi e americani la stanno combattendo nel cyberspazio.
23 ottobre. Sono trascorsi 70 anni dagli eventi che la storiografia occidentale definisce con tono solenne "insurrezione ungherese per la libertà" del 22-23 ottobre 1956. Gli archivi declassificati dipingono però un quadro completamente diverso, scrive Aleksandr Rostovtsev su PolitNavigator. Gli eventi di Budapest nell'autunno del 1956 non furono una "rivolta popolare spontanea", bensì la prima operazione ibrida occidentale, pianificata con relativo successo, volta a cambiare il corso di uno stato sovrano. Decenni dopo, la "ricetta ungherese" avrebbe portato alle "rivoluzioni colorate" nei Balcani, in Medio Oriente, in Ucraina.
Per parte nostra, ci limitiamo a osservare come, già diversi anni fa, numerose città e cittadine italiane, tra cui si erano distinte quelle amministrate da giunte della cosiddetta sinistra, abbiano dedicato piazze e viali a esponenti della polizia politica sovietica e qualcuno, all'epoca, aveva gridato terrorizzato a una revanche postuma degli antichi intendimenti stalinisti di cui, si diceva, quella “sinistra” non si è mai effettivamente liberata. In tale credenza c'era però un errore di fondo: nessuna difesa della “odiosa polizia segreta sovietica”; gli intenti erano esattamente opposti: intitolando quelle piazze, si intendeva innalzare agli allori della storia le “vittime innocenti” dei “rigurgiti dello stalinismo” nei paesi che, venuti a trovarsi nell'area socialista alla fine della seconda guerra mondiale, avevano tentato di imboccare la strada della “libertà” e della “democrazia”, con l'aiuto dei paesi a loro vicini e che, più “fortunati”, già da anni navigavano sulle acque del liberalismo. E una di quelle “vittime innocenti” o, forse, “l'eroe” par excellence, il cui nome campeggia su numerose targhe toponomastiche di città italiane, era Imre Nagy, l'ex Ministro dell'economia, ex Ministro degli interni ed ex Primo ministro ungherese, giustiziato nel 1958, a due anni dalla fine della rivolta “democratica” ungherese dell'ottobre-novembre 1956.
Di fatto, alcuni testimoni dell'epoca, ricordano come il liberale Nagy, per sfuggire al regime fascista ungherese di Miklós Horthy, nel 1930 fosse riparato in Unione Sovietica e, dopo un periodo di lavoro al Comintern, nella cerchia di Nikolaj Bukharin, nel 1933 fosse “arruolato” nello OGPU (Direzione politica statale unificata) e poi, nel 1938, dopo un arresto di qualche ora e su intervento della famosa 4° sezione della Direzione centrale del NKVD (Commissariato del popolo agli affari interni), avesse iniziato la sua attività di delatore contro gli esponenti ungheresi del Comintern.
Questo, per quanto riguarda il “martire” del cosiddetto “imperialismo russo” dell'epoca. E' però il caso di puntualizzare sulle radici di un'insurrezione organizzata all'insegna della “libertà dal giogo sovietico”, alla cui testa si distinse tra gli altri, per l'appunto, l'ex agente del NKVD Imre Nagy e che fino al giorno d'oggi viene presentata come una “sanguinosa repressione sovietica”. Delle oltre 2.700 vittime di quella “rivolta per la libertà”, oltre 700, tra le giornate dell'ottobre e quelle di novembre (allorché il Ministro della difesa sovietico Georgij Žukov, lanciò l'operazione “Vikhr-Turbine”) furono soldati dell'Armata Rossa e alcune altre centinaia furono i comunisti e gli esponenti del governo ungherese assassinati e appesi a testa in giù agli alberi di Budapest, dai fascisti dell'ex regime hortysta addestrati in Germania.
Il 23 ottobre 1956, ricorda Oleg Sarov su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, alla stazione ferroviaria di Keleti, diverse centinaia di soldati sovietici smobilitati stavano semplicemente aspettando la tradotta. Erano disarmati e certamente non si aspettavano la guerra. Poi una folla inferocita irruppe... Quasi simultaneamente, iniziarono gli attacchi alle poche guarnigioni militari e si scatenò un sanguinoso massacro. I giovani militari sovietici venivano trascinati per le strade, con la pancia squarciata; in Piazza degli Eroi si tenne una mostruosa "parata sanguinaria": soldati e civili sovietici venivano infilzati vivi con barre di ferro. Delle evidentemente legittime richieste di una popolazione ungherese ancora sofferente per un paese agricolo praticamente distrutto dalla guerra, approfittarono gli antesignani delle odierne “rivoluzioni colorate” nelle repubbliche ex sovietiche: gli ex capi filonazisti, addestrati dai servizi statunitensi, inglesi e tedeschi. Tra le richieste dei “democratici”, lanciate già prima dell'ottobre '56, c'erano anche quelle dell'abolizione dell'insegnamento della lingua russa e della soppressione della festa della liberazione dal fascismo (per qualche ragione, viene in mente la “romantica” euromajdan della Kiev del 2014). Non fu forse casuale che nei primi giorni dell'insurrezione, fossero liberati di galera oltre 9.000 ex fascisti e che moltissime vittime, appartenenti al governo, al partito comunista e agli organi della sicurezza, fossero di origine ebrea: tanto per ricordare da che parte stessero gli “insorti per la democrazia”.
Per la storia: alla fine della guerra, un gran numero di criminali, tra cui i fascisti del Partito delle Croci Frecciate, di Ferenc Szálasi, erano riusciti a fuggire, o a nascondersi, mantenendo attive le reti clandestine; a differenza di Germania Democratica, Romania e persino Finlandia, al 1956 l'Ungheria era stata solo parzialmente denazificata, ricorda Rostovtsev. All'epoca, l'Ungheria pullulava di strutture clandestine, che miravano a ripristinare il capitalismo "selvaggio", a restituire le terre agli ex proprietari e a recidere i legami con Mosca. Il XX Congresso del PCUS e il "rapporto segreto" Khruševiano fecero il resto: sotto pressione russa, il leader dei comunisti ungheresi, Mátyás Rákosi, considerato “stalinista”, fu costretto a dimettersi e il suo posto fu preso da Imre Nagy, antesignano degli esponenti del "socialismo dal volto umano".
La rivolta viene solitamente attribuita a "fallimenti delle politiche economiche", anche se mancano prove documentarie in questo senso. E, tuttavia, effettivamente le riforme di Rákosi non erano state indolori, dato che l'Ungheria, in quanto ex alleata di Hitler, era stata costretta a pagare pesanti riparazioni. Non sorprende che la principale forza motrice della ribellione fosse costituita dagli ex “padroni del vapore", insieme agli elementi fascisti risollevatisi e ai vertici della chiesa cattolica, con in testa il cardinale József Mindszenty, che stava scontando una pena per collaborazionismo con i nazisti.
Sorvolando su tutta la fase che, dalla liberazione dell'Ungheria a opera dell'Armata Rossa, nel 1944, fino alle vicende del 1955 e 1956, con le prime manifestazione “studentesche” e gli striscioni che inneggiavano all'amicizia sovietico-ungherese, è forse il caso di accennare soltanto al colpevole iniziale arretramento del contingente sovietico, che spianò la strada alle prime stragi compiute dagli ex nazisti e hortysti ai danni degli esponenti comunisti e che costò la vita, tra il 24 e il 29 ottobre, anche a circa 350 soldati sovietici e a una cinquantina di loro familiari. Le cronache più recenti ricordavano come la moglie dell'allora ambasciatore sovietico a Budapest, Jurij Andropov, che assistette dalle finestre dell'ambasciata ad alcuni di quegli atti di “liberalismo”, perse la ragione e non riuscì più, fino alla morte, a metter piede fuori di casa.
Operativamente, le “lotte per la libertà” avevano preso il via con unità della CIA che procedettero a massicce infiltrazioni di sabotatori in Ungheria: ne costituivano il nucleo centrale ex membri delle SS ungheresi e delle Croci frecciate, insieme a commando delle SAS britanniche. Le armi arrivavano dall'Austria, come “rifornimenti della Croce Rossa”. Dalla Germania federale, vennero lanciati migliaia di palloni meteorologici con volantini antigovernativi e istruzioni per il sabotaggio. Radio Free Europe trasmetteva ininterrottamente appelli al rovesciamento del governo, promettendo un rapido intervento militare della NATO e ponti aerei di armi.
Ormai più nessuno nega che l'operazione “Focus” fosse stata messa a punto negli USA, curata dall'attaché militare britannico a Budapest e la direzione operativa giungesse dalla Germania. In loco, i caporioni fascisti facevano aperto riferimento alle vecchie organizzazioni hortyste “Spada e croce”; “Europa libera”, “Guardia bianca”, “Unione dei cadetti”, “Accordo di sangue” e altre.
In loco, gruppi inferociti linciavano gli agenti della sicurezza statale, li gettavano dalle finestre e li massacrava in modo orribile.
Alle truppe sovietiche che entravano a Budapest, era stato inizialmente ordinato di non sparare per prime, così che i fascisti ne approfittarono: i carri armati sovietici furono incendiati con bottiglie Molotov e la fanteria bersagliata con mitragliatrici tedesche.
Il primo ministro, il “Gorbaciov ungherese”, commenta PolitNavigator, svolse un ruolo chiave nello scatenare il bagno di sangue. Cercando di sedersi su due sedie, paralizzò la resistenza delle forze di sicurezza alla ribellione. Quando divenne chiaro che i fascisti stavano prendendo il sopravvento, Nagy fece una clamorosa inversione di rotta: annunciò il ritiro dell'Ungheria dal Patto di Varsavia e si appellò all'ONU. Questo segnò il superamento di una "linea rossa". Per Mosca, la comparsa di una testa di ponte ostile della NATO nel cuore dell'Europa equivaleva a una dichiarazione di guerra. Così, mentre Nagy si nascondeva nell'ambasciata jugoslava, a Mosca veniva presa una decisione determinante: al suo posto, veniva insediato János Kádár e veniva lanciata l'Operazione "Vortice", sotto il comando del maresciallo Konev. Le forze speciali e le truppe d'assalto sovietiche decapitarono i leader della ribellione in 72 ore e cacciarono i golpisti da Budapest.
L'Occidente se la cavò con poco più che qualche grido di protesta, ricorda Rostovtsev: il presidente americano Eisenhower, impantanato nella crisi di Suez, non osò scatenare la Terza Guerra Mondiale e la NATO si limitò a grida propagandistiche.
Lo scenario di Budapest ricorda in modo inquietante gli eventi di Euromaidan a Kiev: manifestazioni inizialmente pacifiche di studenti e operai, poi dirottate dagli allievi di USAID e tagliagole addestrati nei centri della CIA e nei poligoni NATO in paesi UE.
Oggi, scrive ancora Sarov, i media euroatlantisti hanno iniziato ad affilare i loro "coltelli" informativi ben prima del settantesimo anniversario degli eventi ungheresi e ci viene di nuovo raccontato della "sanguinosa invasione sovietica", degli "studenti pacifici", dei "fiumi di sangue dei combattenti per la libertà", quando quelle “pacifiche manifestazioni" non furono altro che un sanguinoso massacro premeditato.
Le carneficine di Budapest, con i media occidentali schierati dalla parte dei massacratori, osannati come “eroi della libertà” in lotta contro “l'oppressione sovietica”, ricordano da vicino le stragi perpetrate da nazisti e nazionalisti ucraini ai danni, dapprima delle forze di polizia, schierate in piazza a Kiev senza armi e, dopo, delle migliaia di civili del Donbass, trucidati dalle artiglierie di Kiev. In tutte e due le occasioni, i media liberali hanno saputo e sanno di chi tessere gli elogi. Come prima si sono intitolate piazze ai Nagy del 1956, oggi, alla cosiddetta “sinistra per l'Ucraina”, ai vari Sensi, Gori, Quartapelle & Co. non rimane che innalzare busti ai “martiri” del nuovo “imperialismo russo”, come sarà ricordato in certi ambienti maleodoranti il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, quando i suoi curatori, al là e al di qua dell'oceano, decideranno che abbia fatto il suo corso.
Patrick Boylan se ne è andato dopo una lunga malattia che non era riuscita a fermare il suo eterno impegno per la pace, il disarmo, la giustizia fra i popoli.
Già docente universitario, era cofondatore dei gruppi Rete No War e Statunitensi per la pace e la giustizia, iscritto all'Anpi, attivissimo nel movimento Free Assange e in Peacelink, coordinatore del movimento World Beyond War e autore di articoli e dossier.
Patrick, ti salutiamo con un video omaggio ed il logo, da te ideato, di Rete No War
Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavretrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.
Ma è davvero così?
Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l'entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.
Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.
Via Torino e strade limitrofe
• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.
• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida
• Champions: marchio di abbigliamento sportivo di proprietà della multinazionale statunitense Authentic Brands Group (che possiede anche altri brand globali come Reebok e Forever 21), dopo essere stato acquistato dal gruppo Hanesbrands.
Via Orefici / Zona Cordusio
• Levi’s: grande multinazionale statunitense del settore dell’abbigliamento.
• Under Armour: azienda multinazionale statunitense fondata nel 1996 a Baltimora, nel Maryland. Opera e vende i suoi prodotti in tutto il mondo attraverso diversi segmenti geografici.
Corso Vittorio Emanuele II / San Babila
• Nike: multinazionale statunitense tra i leader mondiali nella produzione e nella distribuzione di calzature, abbigliamento e accessori sportivi.
Accusata dalle associazioni di diritti umani di schiavizzare bambini asiatici.
• La Rinascente: non è più italiana. Fa oggi parte di una grande multinazionale straniera.
Dal 2011, infatti, la catena di grandi magazzini di lusso è controllata al 100% da Central Group, un colossale conglomerato multinazionale con sede in Thailandia di proprietà della famiglia Chirathivat, tra i leader mondiali nel settore dei luxury department store.
Altre zone del centro (Largo Cairoli, San Babila, Corso Garibaldi)
• Decathlon (Piazza Castello / Largo Cairoli): grande azienda multinazionale francese specializzata nella progettazione, produzione e vendita di articoli sportivi, coinvolta anch’essa nella complicità sionista.
• Off-White (Via Pietro Verri): la boutique di lusso non è una multinazionale indipendente, ma un marchio globale di moda streetwear di lusso di proprietà della società di gestione statunitense Bluestar Alliance….
A quanto pare tra gli arrestati a Milano c'è anche un BAMBINO di 12 anni. Frequenta la seconda media e i giorni seguenti agli scontri i carabinieri lo hanno identificato, facendo scattare l’arresto in classe. Come se fosse strettamente necessario fare irruzione in una scuola e procedere senza mezzi termini, come se non fosse possibile, considerata la tenera età dell’imputato, nessun altro modus operandi.
Da accertare se si tratti dello stesso bambino che compare in un video che sta circolando in rete. Il filmato, condiviso anche dal ministro Salvini – il quale si è domandato incredulo se sia frutto dell'intelligenza artificiale –, mostra un bambino che viene definito "alto un metro e trenta" dall'autore del video, nel momento in cui l'infante gli si avvicina e lo guarda con aria di sfida, con un passamontagna e due occhioni azzurri che in realtà comunicano solo paura. Che sia lo stesso o si stia parlando di due bambini differenti non è rilevante. Ciò che qui rileva è che si parla di bambini. Probabilmente si farà avanti qualcuno per sollevare obiezioni della serie: "Definisci bambino”, obiezioni che bisogna contestare, dicendo che un bambino in primis è un bambino e non un ‘maranza’. Ma può diventarlo attraverso lo sguardo di adulti ottusi e pedagogicamente analfabeti.
Aggiungiamo però che, tra i bambini, c’è chi nasce in contesti socio-economici molto favorevoli e ha la certezza che ad aspettarlo ci sarà un futuro agiato e sicuro, e chi invece viene al mondo e si ritrova già da sempre inchiodato alla povertà, morale e materiale, quasi condannato ad essa senza appello, complice anche la totale assenza di autorevoli punti di riferimento in famiglia. Questo bambino, con tutta probabilità, resterà invisibile sino al giorno in cui non spaccherà una vetrina, trasformandosi per tutti solo in un vandalo: sarà allora imputabile di vari capi di imputazione per reati destinati a reiterarsi e moltiplicarsi, rendendolo un “recidivo”. È inevitabile chiedersi dove fossero i genitori mentre il figlio scorrazzava per la città emulando Attila, insieme a orde di ragazzini inferociti. Qui però il vero assente è lo Stato. Assente, colpevole e immensamente responsabile. Ma se è incapace di educare un bambino, è uno Stato che ha fallito clamorosamente, molto prima e molto più dei genitori.
Quindi no, non si tratta di intelligenza artificiale ma di precise politiche socioeconomiche, che da decenni preparano il terreno per questi scenari apocalittici di furiose rivolte urbane che sinora eravamo abituati a vedere solo negli USA.
Così il sistema neoliberale, finendo -di fatto- per criminalizzare la povertà, vanta il grande merito di inventarsi sempre nuove fattispecie di reati o inasprire le pene esistenti, sulla scorta di emergenze sociali o fatti di cronaca. Puro "populismo penale”, a cui non corrisponde alcuna efficacia. Chi commette un reato è raro che consulti preventivamente il codice penale prima di agire.
Non sbagliamo dunque a dire che il neoliberismo ha sostituito lo Stato sociale con lo Stato penale. E le ritirate istituzionali, che lo Stato attua da decenni oramai, si configurano a tutti gli effetti come vere e proprie forme di violenza dall’alto. Se le fasce più povere non vengono garantite, favorendo invece le più ricche, non si fa che alimentare le marginalità sociali, per poi punirle inasprendo le pene. Come ha fatto il Governo in quest’occasione, gettandosi in caduta libera in un’abominevole spirale, coerentemente con l’ipertrofia penale’, che non è una tra le tante turbe della sessualità ma una follia giuridica che, pur non trovando alcun riscontro sul piano dell’efficacia, è una via largamente perseguita. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione italiana, nel suo terzo comma, stabilisca chiaramente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L'ipertrofia invece sposta l'asse del sistema verso una concezione puramente retributiva. Bisogna cioè pagare il debito con la sofferenza. Così finisce per rendere la pena non educativa ma afflittiva. Anche in questo emuliamo gli ameri-cani, ripudiando con troppa disinvoltura Cesare Beccaria, gettato alle ortiche con un calcio dove non batte il sole.
Il 20 ottobre L’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo intitolato «Gaza senza pane», con la fotografia di palestinesi affamati e disperati in attesa di cibo. Il testo si apre con mezzo milione di persone rimaste «senza più nessun sostegno alimentare vitale» e indica subito la causa: «È la conseguenza del taglio dei fondi» destinati al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Israele compare soltanto in un riferimento incidentale al controllo militare della «linea gialla». Non viene spiegato il ruolo delle autorità israeliane nel determinare l’accesso agli aiuti e le condizioni che hanno reso la popolazione dipendente dall’assistenza internazionale. L’appello finale è rivolto alla «comunità internazionale», perché intervenga «per impedire che a Gaza si muoia letteralmente di fame». Il lettore si trova davanti una folla affamata e un buco di bilancio, come se Gaza si fosse ridotta alla fame da sola.
Va detto con chiarezza ciò che l’articolo omette. La fame di Gaza è stata provocata da Israele, ed è parte di un genocidio. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso a Gaza quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948, tra cui l’imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica di un gruppo. È la conclusione di un organo d’inchiesta delle Nazioni Unite, non ancora una sentenza: il ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia è tuttora pendente. Ma affamare un popolo è esattamente ciò che quella norma descrive.
Non c’è bisogno di indovinare le intenzioni, perché i responsabili le hanno annunciate. Il 9 ottobre 2023 l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò di aver ordinato un «assedio completo»: «niente elettricità, niente cibo, niente carburante», «tutto è chiuso». Il giorno dopo, parlando alle truppe al confine di Gaza, disse: «Stiamo combattendo contro animali umani». Pochi giorni dopo l’allora ministro dell’Energia Israel Katz scrisse che a Gaza non sarebbe stato acceso nessun interruttore, aperto nessun rubinetto, fatto entrare nessun camion di carburante finché gli ostaggi non fossero tornati a casa. Il presidente Isaac Herzog disse che a essere responsabile era «un’intera nazione». Le parole di Gallant, Katz e Herzog sono citate nell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024. Netanyahu invitò gli israeliani a ricordare «ciò che Amalek vi ha fatto», evocando un comando biblico di sterminio. Nell’agosto 2024 il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich disse che lasciar morire di fame due milioni di persone a Gaza «potrebbe essere giustificato e morale» finché gli ostaggi non fossero restituiti, e si rammaricò che il mondo non lo avrebbe permesso.
Alle parole sono seguiti i fatti, ai valichi. Nel 2024, dopo che l’esercito israeliano aveva preso il controllo del valico di Rafah, centinaia di camion carichi di cibo e acqua restarono fermi per settimane alla periferia di al-Arish, nel Sinai, in attesa di un permesso israeliano. Un autista raccontò di aver aspettato più di cinquanta giorni prima che il carico, ormai scaduto, venisse rimandato indietro, e Reuters documentò il cibo destinato a Gaza che marciva al sole.
Nel 2025 la fame è diventata un sistema. Dal 2 marzo Israele chiuse ogni valico per undici settimane: non entrarono cibo, medicine né carburante, mentre secondo l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, circa 3.000 camion carichi di aiuti attendevano oltre il confine. Tra la fine di maggio e la fine di luglio, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, più di 1.300 palestinesi furono uccisi mentre cercavano cibo, in gran parte dal fuoco dell’esercito israeliano. Ad agosto l’IPC, la Classificazione integrata della sicurezza alimentare, il sistema con cui le agenzie delle Nazioni Unite e le principali organizzazioni umanitarie misurano la fame, confermò la carestia nel governatorato di Gaza, la prima mai accertata in Medio Oriente.
Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato il genocidio. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della tregua al 12 ottobre di quest’anno Israele ha ucciso nella Striscia 1.493 palestinesi, 57 dei quali nelle due settimane precedenti. In Cisgiordania, nel solo 2025, forze israeliane e coloni hanno ucciso 240 palestinesi, tra cui 55 bambini, e dall’inizio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato oltre 2.060 attacchi di coloni. Gli aiuti restano ostaggio delle stesse autorità: il cibo entra da un solo valico merci operativo, e l’ingresso di materiali agricoli, pezzi di ricambio e olio motore è limitato. L’Osservatore scrive che il pane manca «nelle tende dei rifugiati palestinesi», ma non dice che, con l’inverno alle porte, le autorità israeliane continuano a respingere 8.600 kit per rifugi d’emergenza già pronti fuori dalla Striscia.
Il 16 ottobre, nel messaggio alla FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, papa Leone XIV ha scritto che il pane non deve «mai essere usato come arma di guerra». Un’arma ha sempre qualcuno che la impugna. Quattro giorni dopo il quotidiano della Santa Sede ha mostrato le vittime di quell’arma senza dire chi la impugna. Il Papa ha enunciato il principio; il suo giornale non lo ha applicato al caso che aveva sotto gli occhi.
Chiediamo all’Osservatore Romano di raccontare la storia per intero: chi ha promesso di tagliare acqua, luce e cibo, chi ha lasciato marcire gli aiuti ai confini, chi ha distrutto le case perché nessuno potesse tornarci, chi vuole Gaza vuota. I suoi lettori, e i tanti cattolici che seguono Gaza con angoscia sincera, hanno diritto di saperlo.
Nel rapporto «La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio» (A/81/249), reso pubblico il 12 ottobre 2026, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese osserva che la copertura giornalistica ha frequentemente omesso o minimizzato la responsabilità israeliana. Quando i media diffondono narrazioni che, nelle sue parole, «occultano, giustificano o legittimano crimini atroci», «la violenza acquista un’apparenza di legittimità e l’impunità diventa più facile da mantenere» (nostra traduzione dall’inglese). Raccontare la fame tacendo il nome di chi affama significa proteggere i responsabili e alimentare quell’impunità. Per un giornale che parla a nome della Chiesa, è una complicità morale.
A Gaza la fame ha un nome e un indirizzo. Il giornale del Papa dovrebbe avere il coraggio di scriverli.
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LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"
Cadono ormai tutte le maschere nell'Unione Europea, finta e stucchevole paladina di diritti umani, libertà e democrazia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato un giro di vite sulle manifestazioni pubbliche, ordinando alle autorità di vietare le proteste ritenute “illegittime” e di limitare anche le marce organizzate ufficialmente. Si tratta di una scelta disperata per trovare una soluzione alle proteste sempre più partecipate di studenti, lavoratori e cittadini che semplicemente pretendono un presente fatto di diritti sociali e non di austerità, suicidio energetico e guerra. Lo riporta oggi il Guardian oggi.
Le restrizioni, annunciate giovedì dall'Eliseo a seguito di una riunione d’emergenza con i capi dei servizi segreti e i ministri di alto livello, precedono un’altra ondata di manifestazioni prevista per sabato. Il presidente francese Macron ha affermato che le autorità locali proibiranno gli assembramenti organizzati da individui o gruppi ritenuti privi di legittima autorità, mentre le manifestazioni organizzate da organizzazioni riconosciute, come i sindacati, saranno prese in considerazione per l’approvazione, ma potrebbe essere richiesto loro di utilizzare percorsi alternativi. «La raccomandazione generale è che non ci siano manifestazioni nei prossimi giorni», ha dichiarato Macron, insistendo sul fatto che le misure fossero necessarie per ristabilire la calma e proteggere le attività commerciali e gli edifici pubblici.
«Sabato scorso abbiamo assistito ad atti politici e sediziosi da parte di gruppi di estrema sinistra il cui obiettivo è rovesciare la Repubblica», ha affermato, accusando i radicali organizzati di orchestrare violenze e saccheggi.
L’annuncio inasprisce notevolmente le restrizioni sugli assembramenti di massa in un Paese in cui il diritto di protesta è tutelato dalla Costituzione. Secondo la legge francese, le autorità possono vietare le manifestazioni se ritenute una minaccia all’ordine pubblico, sebbene tali decisioni debbano essere proporzionate e possano essere impugnate in tribunale. Giovedì un tribunale amministrativo di Parigi ha annullato il divieto della polizia su una manifestazione studentesca, consentendo a migliaia di manifestanti di radunarsi nonostante le obiezioni ufficiali. Secondo l’AP, la manifestazione si è svolta pacificamente sotto una massiccia presenza di forze dell’ordine.
Tuttavia, le autorità hanno già vietato le manifestazioni di sabato nel centro di Lione. Restrizioni simili sono state imposte a Marsiglia, Nizza e Tolone. A Parigi, una marcia autorizzata è stata deviata lontano dal centro città, mentre un’altra, che coinvolgeva studenti e membri del movimento dei Gilet Gialli, è stata vietata.
Le manifestazioni della rabbia giovanile sono nate in Francia e poi si sono diffuse in tutta Europa. Nate per protestare contro la carenza di insegnanti e il deterioramento delle condizioni scolastiche si sono presto trasformate in un movimento più ampio contro l’aumento dei prezzi, le disuguaglianze e i tagli ai servizi pubblici. Macron, che non rappresenta che una piccolissima porzione dei cittadini francesi, ha poca credibilità e autorevolezza per poter affrontare una crisi di questa portata. L’Alliance Police Nationale, intanto, ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio lo Stato, accusando i funzionari di aver abbandonato gli agenti durante i disordini e di non aver fornito attrezzature adeguate e istruzioni chiare.
La narrazione del Fronte Eurobellicista e degli organi di stampa a gettone sulle proteste in corso è la seguente:
1) Questa sarebbe la “rivolta dei maranza”.
Anche se la maggior parte di chi protesta sono Italiani in Italia, Francesi in Francia, Greci in Grecia, Albanesi in Albania, Spagnoli in Spagna, ecc. le uniche foto che circolano sono quelle dei maranza che saccheggiano i negozi. Per trovare dichiarazioni politiche, contestazioni del carovita, richieste di sostegno al welfare, ecc. bisogna setacciare il web. L’immagine che si vuole imporre è quella della rivolta degli ingrati del sistema, ospitati per puro spirito di carità, ed ora incapaci di accettare le leggi di chi li ospita.
2) Questo sarebbe un momento dello “scontro di civiltà”.
I maranza sono l'avanguardia degli islamici per la conquista del potere in Europa. Qui si fa appello alle (sacrosante) istanze di autopreservazione della popolazione locale rispetto a movimenti migratori incontrollati, incidentalmente, movimenti VOLUTI DAGLI STESSI CHE PROMUOVONO LA GUERRA.
Il quadretto è:
“Invasione della barbarie islamica fancazzista” VS “Cittadini virtuosi che alzano la serranda ogni mattino e sopportano eroicamente i sacrifici che la patria richiede”.
3) Abbiamo le mani legate, lasciateci mettere ordine.
L’apparato repressivo messo in campo negli ultimi anni sul piano giuridico, per limitare il diritto di sciopero, il diritto di manifestazione, il diritto di protestare in qualunque forma, viene ora presentato come un sistema timido, che soffre dei troppi lacci e lacciuoli, e non consente di tornare ai bei tempi in cui il generale Bava Beccaris usava l’artiglieria pesante su chi protestava contro il carovita (allora si trattava del prezzo del pane).
Qui qualche inflitrato strategico serve a giustificare la repressione.
Una semplice conclusione. Chi si beve questa pila di stronzate costruite a tavolino merita di restare in catene per tutta l’eternità. E se ciò non accadrà, non accadrà solo grazie a quelli che, al posto loro, hanno disturbato il manovratore.
Coloro che affermano che la Russia rappresenti una minaccia bellica per l'Europa fanno della «schizofrenia politica».
Intervistato dal giornalista russo Pavel Zarubin dopo aver partecipato al congresso dell’Unione dei lavoratori del teatro presso il Teatro Bolshoi di Mosca., il presidente russo Vladimir Putin è tornato a rivolgersi ai funzioari europei. Dopo aver negato con forza le ripetute accuse secondo cui Mosca si starebbe preparando in alcun modo alla guerra con l’Europa, liquidandole come parte della «campagna anti-russa» in corso nel continente, Putin ha dichiarato: «Ora arrivano addirittura a parlare costantemente di una “minaccia russa” e persino a discutere di preparativi per una guerra con la Russia – il che, a mio avviso, equivale a una sorta di schizofrenia politica. Ma spero che sia una fase passeggera», ha dichiarato Putin.
Il conflitto in Ucraina ha chiaramente dimostrato che la Russia non può essere sconfitta sul campo di battaglia, ha sostenuto il presidente, aggiungendo che l’idea di infliggere una «sconfitta strategica» al Paese era «semplicemente irrealistica». Putin ha espresso la speranza che coloro che ancora nutrono tale scenario possano «arrivare a riconoscere le realtà della vita moderna». «Si renderanno conto, si spera, che è meglio vivere in armonia con la Russia – una strada che serve davvero gli interessi dei loro stessi popoli. Se si osservano i processi politici attualmente in corso in Europa, diventa evidente che i popoli europei non hanno alcun desiderio di entrare in guerra con la Russia», ha affermato il presidente.
«Se l’attuale leadership ucraina vuole combattere, allora che combatta. Ma perché si aspetta che siano tutti gli altri a pagare il conto e a fornirle armi? Immagino che abbiano le loro ragioni – probabilmente radicate in promesse di aiuto fatte in passato. Ma sembra che quell’“aiuto” fosse destinato a durare fino all’ultimo ucraino», ha proseguito Putin.
Il presidente russo ha anche accennato alle questioni territoriali tra Mosca e Kiev, sottolineando che la perdita di regioni un tempo ucraine non dovrebbe essere considerata come tale, poiché non sono mai state ucraine in primo luogo. “Non è il loro territorio, è parte della Russia storica,” ha sottolineato, aggiungendo che i residenti locali hanno votato per la secessione dall’Ucraina e la riunificazione con la Russia.
La Russia rimane pronta a risolvere il conflitto ucraino attraverso la diplomazia, ha affermato Putin, ribadendo la disponibilità di Mosca a riprendere i colloqui trilaterali con Washington e Kiev. «Lo scopo di questi negoziati sarà discutere come garantire la sicurezza sia dell’Ucraina che della Russia a seguito della conclusione di accordi di pace, in particolare accordi definitivi e a lungo termine, piuttosto che una mera cessazione temporanea delle ostilità», ha dichiarato il presidente, aggiungendo che le discussioni dovrebbero coinvolgere un’architettura di sicurezza paneuropea più ampia.
DI SEGUITO LE DICHIARAZIONI COMPLETE DI PUTIN TRADOTTE IN ITALIANO
Nonostante i proclami trionfali, la strategia di Washington sul fronte medioorientale continua a muoversi lungo il sottile filo del calcolo politico ed elettorale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a parlare dell'Iran, lasciando apertamente sul tavolo l'ipotesi di nuove incursioni e azioni militari contro Teheran.
"Li abbiamo colpiti duramente e potremmo farlo ancora", ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca di fronte ai giornalisti, rivendicando con la consueta retorica l'efficacia dei recenti raid. Un’ostentazione di forza che nasconde tuttavia una forte inquietudine interna, legata a doppio filo al consenso dell'elettorato americano in vista delle imminenti elezioni di metà mandato.
Interpellato sul possibile impatto che la gestione dell'escalation con l'Iran potrebbe avere sulle urne, lo stesso Trump ha dovuto concedere spazio al realismo: "In un certo senso, alla gente probabilmente non piace". Una rara ammissione dell'impopolarità di un nuovo coinvolgimento bellico nell'opinione pubblica, subito bilanciata con il ricorso al registro patriottico: "Ma molte persone, molti grandi patrioti, lo apprezzano davvero".
Resta ferma, nella narrazione della Casa Bianca, la giustificazione strategica dell'unilateralismo: la necessità imperativa di impedire a Teheran l'accesso all'arma atomica. "C'è un prezzo da pagare, e lo sapevo fin dal primo momento", ha concluso Trump, confermando come la politica estera della superpotenza rimanga ostaggio di un rischioso equilibrio tra escalation militare e calcolo di bottega politica.
L'impianto propagandistico dei media occidentali mostra crepe sempre più profonde. A confermarlo è la stessa BBC, travolta dalle ammissioni shock di un suo alto dirigente rimasto anonimo che, in un'intervista al quotidiano The National, ha squarciato il velo di ipocrisia sulla linea editoriale dell'emittente britannica: la copertura del massacro a Gaza è stata contrassegnata da un'evidente "accondiscendenza nei confronti di Israele".
"La BBC si è messa in una posizione in cui la parola 'genocidio' è diventata un tabù. Ed è un errore gravissimo", ha confessato la fonte interna. Il servizio pubblico britannico si sarebbe trasformato in una cassa di risonanza delle tesi difensive dell'IDF e del governo Netanyahu, piegando la realtà "anche laddove è palesemente ovvio, persino per gli spettatori, che ciò che sta accadendo a Gaza è uno scandalo internazionale".
La tanto decantata "imparzialità" dell'emittente di Londra viene smascherata come uno schermo dietro cui celare la minimizzazione delle sofferenze palestinesi. Per bilanciare narrativamente il massacro in atto, la linea editoriale ha trasformato l'attacco di Hamas del 7 ottobre in un passe-partout giustificatorio per ogni violazione del diritto internazionale. Il tutto mentre all'interno delle redazioni regna un clima di terrore psicologico: il personale evita di denunciare la deriva per il fondato timore di ritorsioni e licenziamenti.
A confermare l'esistenza di questo radicato pregiudizio filo-israeliano sono i dati e gli analisti:
Umanizzazione a senso unico: Faisal Hanif del Centre for Media Monitoring (CfMM) ha evidenziato come i media britannici descrivano le vittime israeliane con un linguaggio emotivo 11 volte più spesso rispetto a quelle palestinesi.
Censura sistemica nei titoli: Un recente rapporto della Relatrice Speciale ONU, Francesca Albanese, cita la BBC come esempio emblematico di un sistema informativo occidentale "intrinsecamente legato al genocidio", evidenziando come l'emittente abbia oscurato la responsabilità israeliana nell'83% dei propri titoli.
Rimozione della storia: La narrazione della BBC ha scientificamente cancellato decenni di occupazione e blocco illegale, riducendo la storia del conflitto al solo inizio del 7 ottobre.
Le testimonianze degli ex giornalisti dell'emittente — alcuni dei quali dimessisi per non farsi complici della deumanizzazione del popolo palestinese — confermano quanto denunciato fin dal novembre 2023 da gruppi di dipendenti ad Al Jazeera: l'uso riservato ed esclusivo di termini come "massacro" o "atrocità" solo quando si parla di azioni palestinesi, a fronte dell'accettazione acritica e passiva di ogni velina militare proveniente da Tel Aviv.
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La diplomazia della guerra psicologica si arricchisce di un nuovo capitolo, dove la pop culture e il simbolismo cinematografico diventano strumenti di deterrenza geopolitica. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un esplicito avvertimento a Washington affidando alla piattaforma X un’immagine ispirata al celebre film Matrix. Ma con una differenza fondamentale rispetto alla narrazione hollywoodiana: nella versione di Teheran non c’è alcuna illusione di scelta o di "salvezza".
Ten pills, all bad. No red, no blue. All soot. You don’t have to take any, but if you do, you will take all. Break the manufactured matrix. Leave. https://t.co/uN0zG6iyKJ
— ???????? ??????? | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) October 22, 2026
Nell'illustrazione, il personaggio di Morpheus non offre l'alternativa tra la pillola rossa e quella blu. Stringe invece tra le mani dieci pillole grigie, ciascuna contrassegnata dai costi devastanti che gli Stati Uniti dovrebbero pagare in caso di nuova escalation militare contro la Repubblica Islamica.
"Dieci pillole, tutte cattive. Non c'è rosso, non c'è blu. È tutta fuliggine", ha scritto Ghalibaf sul suo profilo. Il messaggio rivolto alla Casa Bianca è perentorio: Washington può ancora evitare il baratro della guerra, ma se deciderà di varcare quella soglia non potrà selezionare le conseguenze a proprio piacimento. "Non sei obbligato a prenderne nessuna, ma se lo fai, le prenderai tutte. Rompi questa matrice artificiale. Vattene", si legge nel post.
Le opzioni elencate da Ghalibaf compongono un quadro dettagliato dei punti vulnerabili della società americana in caso di conflitto aperto:
Shock economico interno: Impennata dei prezzi di benzina e diesel, crollo dei mercati finanziari, esplosione dei mutui, aumento del debito e crollo dei salari reali.
Costo umano e militare: Perdita di velivoli da guerra e un numero esponenziale di soldati americani uccisi al fronte.
Geopolitica e reputazione: Danno irreversibile al patrimonio strategico e all'immagine internazionale degli Stati Uniti.
Come sottolineato dall'agenzia di stampa statale IRNA, la mossa del presidente del Parlamento iraniano mira a parlare non solo ai vertici del Pentagono, ma direttamente all'opinione pubblica americana. L'obiettivo è smontare la narrazione secondo cui un'avventura militare contro l'Iran possa rivelarsi un'operazione chirurgica a costo zero: se Washington sceglierà la strada delle armi, dovrà accettare un impatto sistemico e rovinoso per l'intero paese.
L'asse sotterraneo tra Tel Aviv e Riad non è più un mistero, ma un ingranaggio sempre più esplicito della strategia regionale orchestrata da Washington. Secondo quanto rivelato dal Jerusalem Post, che cita un alto funzionario della Difesa israeliana, Israele sta fornendo intelligence militare di alto livello all'Arabia Saudita per sostenere le sue operazioni contro il movimento Ansarullah (Houthi) in Yemen, avvalendosi della costante mediazione degli Stati Uniti.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno mettendo a disposizione di Riad "capacità eccezionali" per guidare e potenziare i raid aerei contro le infrastrutture dello Yemen. Un’assistenza che risponde direttamente agli "interessi nazionali di Israele e alle direttive della leadership politica", come confermato dalla fonte militare, e che sfrutta la strumentalizzazione delle spaccature confessionali regionali per ricompattare il fronte monarchico sunnita sotto l'ombrello di sicurezza israeliano.
Da Tel Aviv l'analisi è chiara: spingere i Paesi del Golfo a percepire l'avanzata yemenita come una minaccia esistenziale per giustificare un'alleanza tattica con il regime israeliano. Nel frattempo, l'aviazione saudita intensifica le incursioni su vasta scala, con l'obiettivo di erodere le capacità logistiche e militari di Ansarullah.
Per Israele, questo scambio strategico garantisce un triplo vantaggio:
Indebolimento preventivo: Riduce le capacità di una forza considerata un nemico diretto sul lungo periodo.
Laboratorio tattico: Offre all'IDF l'opportunità di osservare, analizzare e "imparare dai metodi operativi e dalle tattiche" impiegate sul campo di battaglia yemenita.
Consolidamento del fronte anti-Iran: Inquadra l'operazione nella preparazione a uno scontro globale su più fronti.
I preparativi dell'IDF si spingono infatti ben oltre lo Yemen: le forze israeliane stanno ultimando i piani per uno scenario di scontro simultaneo che coinvolge l'asse della resistenza — dall'Iran a Hezbollah, fino alle milizie irachene. Tutto questo mentre si rincorrono le voci di nuovi piani congiunti tra Tel Aviv e Washington per riaprire le ostilità dirette contro Teheran, la quale ha già avvertito che qualsiasi nuova aggressione riceverà una risposta di potenza senza precedenti.
Se vi avessero raccontato che un giorno dagli Stati Uniti qualcuno avrebbe potuto accusare il Canada di guerra ibrida e voler influenzare le elezioni solo poco tempo lo avreste preso (giustamente) per pazzo. Eppure in una scheda informativa pubblicata mercoledì, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Ottawa è arrivata proprio a questo.
Gli Stati Uniti hanno accusato apertamente funzionari canadesi di tentare di interferire nelle elezioni americane, citando misure commerciali mirate politicamente, campagne pubblicitarie anti-Trump e incontri con politici democratici in vista delle elezioni di medio termine del mese prossimo. Nella scheda si legge: “Il governo canadese liquida le preoccupazioni relative a potenziali interferenze nelle elezioni statunitensi, anche se i suoi ministri e primi ministri provinciali descrivono apertamente piani per influenzare la politica americana in documenti ufficiali e apparizioni pubbliche,” ha affermato l’ambasciata.
Nel documento si fa particolarmente riferimento alla ministra dell’Industria canadese Melanie Joly, che, in relazione alle politiche commerciali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, aveva dichiarato a marzo: «Ci stiamo assicurando di esercitare pressione sulle imprese americane, negli Stati chiave repubblicani, per fare pressione sull’amministrazione Trump». E ancora: «Stiamo agendo con saggezza e strategia per esercitare pressione politica», ha aggiunto ad agosto.
Washington ha inoltre messo in discussione gli incontri di Joly con funzionari democratici a Boston e Chicago a settembre, nonché una campagna pubblicitaria contro i dazi lanciata dal premier dell’Ontario Doug Ford, in cui l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan criticava le politiche commerciali protezionistiche. L’ambasciata ha inoltre sottolineato una recente partecipazione della console generale canadese Bernadette Jordan, affiancata da due membri del Congresso democratici, a una tavola rotonda nel Vermont sulle tensioni commerciali, appena tre settimane prima delle elezioni di medio termine. Si fa, infine, riferimento ad una campagna pubblicitaria del governo canadese su cartelloni pubblicitari rivolta a 12 Stati, per lo più a maggioranza repubblicana, e a Washington, DC. «Tutti i canadesi dovrebbero astenersi dal tentare di partecipare o influenzare in qualsiasi modo le elezioni statunitensi», conclude la scheda informativa. «Sono gli americani a decidere le elezioni americane».
Ottawa ha respinto le accuse. Carney ha insistito sul fatto che le misure del Canada fossero volte a proteggere i propri lavoratori e le proprie imprese dai dazi statunitensi, mentre Ford ha negato qualsiasi interesse a interferire nelle elezioni statunitensi. Joly ha difeso i suoi incontri con i politici americani come normale attività diplomatica, sottolineando di aver interagito sia con i repubblicani che con i democratici.
Sono, in estrema sintesa, dichiarazioni di due paesi al limite dalla rottura delle relazioni diplomatiche.
La Pubblica Amministrazione locale soffre — e certo non da oggi — di gravi carenze di organico e di una vera e propria fuga verso altri comparti. Le statistiche parlano chiaro: migliaia di dimissioni volontarie all'anno stanno determinando da tempo un calo costante del numero di dipendenti. A questo si aggiunge un altro fenomeno: per palese incapacità gestionale, moltissimi servizi sono stati progressivamente esternalizzati.
Si tratta di un tema già affrontato in molte occasioni. La "fuga dai Comuni" è legata a cause ben note: salari bassi, carichi di lavoro eccessivi, orari rigidi e assenza di strumenti contrattuali in grado di restituire dignità e adeguata remunerazione al lavoro pubblico. I dati IFEL mostrano che, tra il 2017 e il 2024, oltre 115 mila dipendenti comunali hanno lasciato il proprio posto. Inoltre, da almeno 4-5 anni il numero dei pensionamenti supera sistematicamente quello delle nuove assunzioni.
Se le regole di reclutamento del personale rimarranno inalterate, sarà quasi impossibile dotare le Funzioni Locali delle risorse necessarie. Le criticità sono note, ma l'inerzia della politica ha finito per alimentare il malessere dei lavoratori e cronicizzare il degrado in cui versano, in particolare, i piccoli Enti.
Perfino le promesse del sindacato si sono perse per strada: nonostante le storiche battaglie per la perequazione retributiva con gli altri comparti della PA, gli stipendi degli enti locali continuano a essere i più bassi di tutto il pubblico impiego.
Paradossalmente, sugli Enti locali si è scaricato anche il peso gestionale dello smart working e delle pratiche legate al Superbonus 110%. I bassi salari restano tuttavia la causa principale di questa disaffezione, soprattutto per chi lavora nei piccoli Comuni dove il salario accessorio è pressoché irrisorio.
Alcuni esperti individuano nella scarsa propensione al lavoro agile un'ulteriore causa di abbandono. Spesso, però, la flessibilità oraria viene esaltata in modo acritico come un valore in sé. È pur vero che i contratti delle Funzioni Locali limitano lo smart working alle sole attività compatibili, con dirigenti fin troppo riluttanti a concedere più di un giorno a settimana. Ma dietro queste resistenze si cela una verità inconfessabile: la drammatica arretratezza tecnologica dei Comuni più piccoli. Senza investimenti reali e adeguata formazione, pensare di trasformare la tecnologia in servizi concreti resta un’illusione. Presto, infatti, si dovranno fare i conti con i fondi PNRR spesi e i progetti realmente realizzati.
In questo mare di parole, ogni riflessione sugli enti locali rischia di scivolare nel luogo comune se non si affronta con urgenza una riforma complessiva della PA, superando una volta per tutte la Riforma Delrio che ha depotenziato le Province. Da parte sua, il sindacato potrebbe fare un passo concreto: evitare di sottoscrivere intese al ribasso che continuano ad alimentare le sperequazioni con il resto del pubblico impiego. Sarebbe già un primo, importante risultato.
Da grande piattaforma manifatturiera mondiale, storicamente competitiva soprattutto per i costi di produzione e le economie di scala, la Repubblica popolare cinese si sta affermando oggi come una delle principali potenze della manifattura avanzata, attraverso l'innovazione tecnologica, l'automazione e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi produttivi. Ciò che più conta è invece l’impostazione strategica alla base di questo processo di trasformazione.
Le autorità cinesi sono infatti impegnate a collegare sempre di più Stato, ricerca e imprese al fine di rafforzare la sicurezza e la resilienza del sistema economico-produttivo di fronte alle incertezze del quadro internazionale e migliorarne il posizionamento globale. L’innovazione manifatturiera rappresenta quindi un pilastro fondamentale, che contribuisce anche a rispondere ai bisogni della popolazione.
Nelle direttive trasmesse alla Conferenza nazionale sulla manifattura avanzata del 16-17 settembre, Xi Jinping ha indicato tre priorità fondamentali: sviluppo intelligente e di qualità, sostenibilità ambientale e integrazione industriale.
Queste indicazioni si inseriscono nel quadro strategico del pensiero sul “socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era”, che individua nella modernizzazione socialista del Paese uno degli obiettivi fondamentali. Ciò significa, nelle parole di Xi, continuare ad “applicare pienamente e coerentemente, in tutti gli ambiti, la nuova filosofia dello sviluppo; garantire al contempo uno sviluppo di alta qualità e una maggiore sicurezza; promuovere uno sviluppo intelligente, verde e integrato; continuare ad ampliare e rafforzare il settore manifatturiero avanzato e rendere le filiere industriali del Paese più autonome, autosufficienti e resilienti ai rischi.” La ricerca di una maggiore autonomia strategica, e di una minore vulnerabilità, insieme al miglioramento delle condizioni di vita del popolo cinese, rappresenta a mio avviso una delle principali forze motrici di questa trasformazione.
L’operatività e la concretezza di queste indicazioni strategiche si evincono anche analizzando i dati dei primi nove mesi del 2026 – pubblicati il 19 ottobre dall’Ufficio nazionale di statistica cinese – che mostrano chiaramente non soltanto una crescita del valore aggiunto della manifattura complessiva pari al 5,6% tra le imprese industriali di maggiori dimensioni, ma soprattutto una crescita ancor più sostenuta della manifattura ad alta tecnologia +14,3%. Ancora più significativi sono gli incrementi del valore aggiunto nella fabbricazione di circuiti integrati (+79,2%) e di prodotti digitali (+13,6%), nonché della produzione di apparecchiature per la stampa 3D (+62,5%). Meritano attenzione anche gli incrementi della produzione di batterie agli ioni di litio per i veicoli elettrici (+43,5%) e di gruppi turbina-idroelettrici (+43,1%).
La portata di questa trasformazione va ben oltre i singoli settori industriali. Secondo le stime preliminari dell'Ufficio nazionale di statistica cinese, nei primi nove mesi del 2026 i nuovi motori industriali, tra cui la manifattura ad alta tecnologia e quella digitale, pur rappresentando poco più del 20% del valore aggiunto industriale, hanno contribuito per oltre il 50% alla sua crescita. Considerando l'intera economia nazionale, i nuovi motori dello sviluppo, comprendenti anche l'economia digitale e i servizi moderni, hanno contribuito per oltre il 40% alla crescita del PIL.
Si tratta di un cambiamento che assume particolare rilievo in una fase caratterizzata da difficoltà nel settore immobiliare, dal rallentamento degli investimenti e da crescenti tensioni internazionali. La modernizzazione industriale si configura così come un fattore di resilienza e trasformazione dell'intera economia nazionale.
L'intelligenza artificiale, la robotica e le fabbriche intelligenti stanno progressivamente diventando componenti strutturali dell'apparato industriale. Il premier Li Qiang ha tradotto questi orientamenti in priorità operative: rafforzamento della ricerca di base, sviluppo delle tecnologie fondamentali, diffusione dell'intelligenza artificiale nell'industria, modernizzazione dei settori tradizionali e integrazione tra manifattura avanzata e servizi moderni.
Questo mutamento qualitativo si innesta su una base industriale già dominante per dimensioni. Secondo l'UNIDO, la quota della Cina nel valore aggiunto manifatturiero mondiale è passata dal 2,8% nel 1990 al 32% nel 2024, consolidando il primato mondiale del paese. Sempre nel 2024 la quota cinese superava quella combinata di Stati Uniti (15%), Giappone (6,3%), Germania (4,6%) e Corea del Sud (3,3%). Si tratta di una trasformazione storica degli equilibri produttivi internazionali, che ha progressivamente spostato il baricentro della manifattura verso l'Asia.
La specificità del percorso cinese risiede nella capacità di coordinare indirizzi strategici di lungo periodo, ricerca scientifica, investimenti e sviluppo industriale, favorendo la diffusione delle innovazioni tecnologiche su una scala produttiva difficilmente replicabile altrove.
Oggi, dunque, la Cina combina una capacità produttiva senza precedenti con una crescente specializzazione tecnologica, facendo della manifattura avanzata uno dei pilastri della propria modernizzazione socialista e ampliando le possibilità di cooperazione industriale e tecnologica con i partner di tutto il mondo.
Il panorama politico contemporaneo non è semplicemente in transizione: si trova in uno stato di asfissia strutturale. La rigida e artificiale polarizzazione tra i blocchi esistenti ha smesso da tempo di produrre pensiero, riducendosi a un mero esercizio di conservazione del potere: una recita a soggetto in cui le élite si spartiscono le spoglie di uno Stato sociale in via di liquidazione.
In questo scenario di totale paralisi, l'invocazione di una forza o di un movimento capace di scompaginare gli schieramenti non è un pio desiderio idealistico, ma un'urgente necessità sistemica. Tuttavia, per comprendere l'assenza di un reale fattore di rottura e il fallimento sistematico delle nuove proposte elettorali, occorre abbandonare la pigra retorica del giornalismo da talk-show ed esaminare la questione con il rigore freddo, analitico e spietato della sociologia e delle scienze politiche. Il verdetto dei dati empirici è inequivocabile: la rappresentanza democratica è crollata, sostituita da un oligopolio della conservazione.
L'attuale immobilismo evoca con precisione la celebre e drammatica diagnosi di Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere: la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo chiaroscuro si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Il "fenomeno morboso" della nostra epoca è la riduzione della politica a un puro simulacro. Assistiamo a un teatro dell'assurdo in cui i cartelli elettorali si scontrano con violenza verbale su futilità identitarie e diritti di facciata, con l'unico scopo di mascherare una totale, oscena convergenza sulle scelte macroeconomiche di stampo neoliberista.
La prova empirica macroscopica di questa finzione è il dato spaventoso sull'astensionismo strutturale. Come documentato dai dati del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali e dai report periodici dell'Istat, la diserzione dalle urne ha ormai superato stabilmente la soglia psicologica del 50% in quasi tutte le ultime elezioni amministrative ed europee. Il non-voto non è più una manifestazione di apatia passeggera, bensì il primo effettivo "partito" del Paese. Studi demoscopici condotti da istituti di ricerca sociale confermano che oltre il 57% di chi si astiene lo fa per una scelta deliberata e informata, motivata dalla totale mancanza di fiducia in partiti considerati incapaci di produrre effetti visibili sulla vita reale dei cittadini. Non siamo di fronte all'ignoranza democratica, ma al rifiuto politico e ragionato di una truffa istituzionale.
Per analizzare scientificamente lo spazio in cui un ipotetico attore di rottura dovrebbe muoversi, è necessario ricorrere al concetto di modernità liquida formulato da Zygmunt Bauman. In una società in cui le istituzioni intermedie si sono sciolte e le vecchie identità di classe sono state atomizzate, i partiti tradizionali operano come zombie burocratici. Tentano di intercettare un elettorato precario e frammentato utilizzando categorie novecentesche ormai svuotate di senso. I dati ufficiali dell'Istat certificano un declino inarrestabile dell'interesse dei cittadini: meno della metà della popolazione si informa settimanalmente di politica (48,2%) e solo una percentuale irrisoria (10,8%) frequenta dibattiti o comizi.
Un reale movimento scompaginatore non può nascere limitandosi a occupare lo spazio mediano del parlamento — operazione che la scienza politica liquida come un banale posizionamento spaziale su un asse unidimensionale. Deve, al contrario, agire come un solvente chimico capace di ridefinire lo spazio multidimensionale del conflitto, aggregando quella stragrande maggioranza invisibile che ha scelto l'astensione come estrema forma di renitenza alla leva elettorale.
La gabbia elettorale: come le leggi soffocano la democrazia
In questo quadro di decomposizione, la sociologia elettorale deve puntare il dito contro il principale dispositivo di ingegneria istituzionale utilizzato per blindare l'esistente: i sistemi elettorali attuali. Lungi dall'essere meri meccanismi tecnici e neutrali per la traduzione dei voti in seggi, le leggi elettorali contemporanee operano come veri e propri filtri censitari e politici, strutturati per negare una reale rappresentanza democratica e neutralizzare sul nascere qualsiasi spinta trasformatrice.
La perversione dei sistemi misti o surrettiziamente maggioritari risiede nella loro dichiarata ossessione per la "governabilità", un feticcio tecnocratico eretto a scapito della rappresentatività. Attraverso l'uso combinato di sbarramenti elettorali ingiustificatamente elevati, premi di maggioranza iper-maggioritari e coalizioni forzate ed eterogenee, questi sistemi ricattano l'elettore. Si produce così il paradosso del "voto utile", che costringe la cittadinanza a scegliere non il progetto politico in cui crede, ma il "meno peggio" all'interno di un'offerta pre-digerita dalle segreterie di partito.
Ancor più grave è il vulnus democratico rappresentato dai listini bloccati e dai collegi uninominali disegnati a tavolino. Privando il cittadino della reale facoltà di scegliere i propri rappresentanti, i sistemi elettorali hanno trasformato i parlamentari in dipendenti nominati direttamente dai leader. Questo meccanismo spezza definitivamente il legame di responsabilità politica tra eletto ed elettore: il parlamentare risponde unicamente a chi firma la sua candidatura, non ai bisogni del territorio o della classe sociale che dovrebbe rappresentare.
Il risultato di questa ingegneria dell'esclusione è la radicale sterilizzazione del dissenso. I sistemi elettorali attuali funzionano come una diga artificiale: non riflettono la società civile, ma la respingono, trasformando il Parlamento in una cittadella fortificata, impermeabile alle istanze popolari e strutturata per garantire la sopravvivenza della medesima ed esausta classe dirigente.
L'oligopolio del potere e la trappola della comunicazione digitale
La feroce resistenza delle attuali coalizioni a questo rimescolamento trova una spiegazione scientifica nei concetti di campo del potere e habitus elaborati da Pierre Bourdieu. I partiti politici funzionano come sistemi oligopolistici chiusi, il cui unico scopo reale è l'autoconservazione e la riproduzione del proprio personale politico. Chiunque acceda a questo campo è costretto a interiorizzare un habitus conformista che ne neutralizza il potenziale di rottura.
Questa paralisi sistemica è ulteriormente esasperata dal fenomeno della polarizzazione asimmetrica, ampiamente analizzato dalla sociologia politica contemporanea. Gli studi sui flussi elettorali dimostrano che la polarizzazione non colpisce i blocchi in modo identico: assistiamo a una spaccatura geografica e di classe che frammenta la società, dove la destra nazionalista capitalizza la rabbia delle periferie deindustrializzate e dei piccoli centri, mentre le forze progressiste tradizionali rimangono arroccate nei centri storici delle grandi città, trasformandosi in sindacati di garanzia per i ceti medio-alti e integrati nella globalizzazione. Le tensioni interne ai blocchi non sono l'espressione di un dibattito democratico vitale, ma le scosse di assestamento di cartelli elettorali uniti dal panico di perdere le proprie rendite di posizione.
Sotto il profilo della teoria della comunicazione, il fallimento storico dei movimenti che hanno preteso di scardinare il sistema risiede nell'ingenua illusione che la disintermediazione digitale potesse sostituire l'architettura dei partiti di massa. Come evidenziato da Jürgen Habermas nella sua disamina dell'agire comunicativo, lo spazio pubblico non è stato democratizzato, bensì colonizzato e devastato dalle logiche mercantili dell'algoritmo. Le analisi sulle interazioni online rivelano che i tassi di polarizzazione sulle piattaforme social superano il 58%, alimentando dinamiche tossiche di echo chamber in cui le opinioni si estremizzano per asimmetria algoritmica. I nuovi movimenti che pretendono di scompaginare gli schieramenti utilizzando le armi del marketing emotivo e dello storytelling istantaneo finiscono per essere metabolizzati dal sistema stesso, degradati a merci elettorali intercambiabili.
L'illusione tecnocratica e la spinta verso l'autoritarismo
In questo deserto pneumatico, la reazione difensiva più insidiosa del sistema è la commercializzazione di movimenti di matrice tecnocratica. Queste formazioni si presentano come manageriali, post-ideologiche e neutrali, promettendo di sostituire il conflitto politico con l'ottimizzazione amministrativa. Dal punto di vista della sociologia critica, tuttavia, la tecnocrazia commette un crimine teorico e pratico: postula che le scelte pubbliche siano problemi ingegneristici dotati di un'unica soluzione oggettiva. Sotto la maschera della competenza e del rigore dei conti, i movimenti tecnocratici nascondono la sistematica violenza della depoliticizzazione: sottraggono al voto popolare e alla discussione parlamentare le decisioni fondamentali sulla redistribuzione della ricchezza, sulla tassazione dei grandi patrimoni e sul finanziamento del welfare.
Quando queste ricette falliscono inevitabilmente — poiché l'efficienza millantata non fa che esasperare la povertà e favorire i mercati finanziari — il crollo della fiducia nelle istituzioni diventa totale. La tecnocrazia non lascia dietro di sé stabilità, ma terra bruciata democratica. È precisamente in questo deserto di rappresentanza che si creano le condizioni ideali per l'irruzione e la vittoria elettorale delle forze più retrive.
Le conseguenze tragiche di questo cortocircuito sono oggi drammaticamente visibili su scala internazionale. Lo scenario dell'America Latina offre una spaventosa convalida scientifica di come il fallimento dei moderatismi e delle soluzioni tecniche spiani sistematicamente la strada a formazioni di destra estrema e populismo reazionario. I dati sul consenso elettorale nella regione certificano un'autentica svolta autoritaria:
In Cile, la travolgente ascesa delle destre radicali guidate da José Antonio Kast ha cavalcato il risentimento contro la stagnazione economica;
In Colombia, la violenta polarizzazione ha demolito i tentativi di riforma progressista;
In Argentina e Brasile, il radicamento di programmi iper-liberisti uniti a un brutale punitivismo penale evidenzia come la distruzione dei partiti tradizionali lasci spazio unicamente a leadership autocrate e messianiche.
Quando la tecnocrazia fallisce nel garantire la giustizia sociale, le masse impoverite non tornano verso un centro moderato e screditato, ma si rifugiano nella promessa securitaria di un ordine radicale e nella demagogia dell'uomo forte, sul modello repressivo inaugurato a El Salvador da Nayib Bukele.
Etica della responsabilità e superamento del personalismo
Qui si innesta la fondamentale distinzione weberiana tra l'etica della convinzione e l'etica della responsabilità. La sociologia della politica di Max Weber in La politica come professione ci ricorda che il demagogo populista vive della politica, sfruttando elettoralmente la rabbia immediata senza curarsi delle conseguenze (etica della convinzione). Al contrario, un movimento autenticamente trasformatore deve assumersi il carico dell'etica della responsabilità, costruendo risposte strutturali e di lungo periodo.
I dati empirici sulla composizione dell'astensionismo indicatoci dimostrano che a non votare sono, in stragrande maggioranza, le fasce della popolazione a basso reddito e con un minor livello di istruzione formalizzata. La protesta pura dei populismi di cartone non riesce a tradursi in proposta di governo perché priva di una visione strategica e di una cultura delle istituzioni, finendo per riconsegnare lo Stato a quelle stesse élite che diceva di voler combattere.
L'ostacolo più severo alla nascita di una vera forza scompaginatrice rimane l'iper-personalizzazione patologica delle nuove formazioni politiche. Come analizzato da Richard Sennett nel suo saggio sulla caduta dell'uomo pubblico, assistiamo a una degradazione della politica a puro tratto psicologico, caratteriale ed estetico del leader di turno. Il narcisismo esasperato dei moderni attori politici, che riducono complessi progetti collettivi a propri personal brand, è il meccanismo di difesa più efficace del sistema dominante. Una leadership carismatica è una condizione iniziale utile, ma senza una classe dirigente diffusa, senza un radicamento capillare nei territori e senza il rifiuto del personalismo, qualsiasi fiammata si spegne non appena si esaurisce l'effetto novità sui media.
Conclusione: ricostruire la sovranità popolare
In conclusione, rimescolare le carte della politica non può essere un'operazione cosmetica guidata da comitati d'affari tecnocratici o da effimeri movimenti di opinione digitali. Lo spazio teorico ed empirico per una rottura dei blocchi esiste, ed è certificato dal collasso storico della partecipazione democratica. Tuttavia, questo vuoto non può essere colmato da una generica invocazione della competenza, da sterili populismi di destra o da sistemi elettorali truccati per auto-riprodurre l'oligarchia.
La vera causa dell'asfissia democratica occidentale risiede nel dogma neoliberista, che per quarant'anni ha programmaticamente svuotato di significato la sovranità popolare e generato una mostruosa, insostenibile sovrapproduzione di disuguaglianze socio-economiche.
L'unica reale forza scompaginatrice in grado di invertire questa rotta non è la nascita dell'ennesimo partito centrista o tecnocratico, ma il rilancio immediato di una partecipazione popolare di matrice progressista e radicalmente anti-neoliberista. Occorre scardinare le leggi elettorali vigenti, imponendo il ritorno a sistemi proporzionali puri — come il modello scandinavo a doppio livello con seggi di compensazione — che restituiscano reale peso al voto di ogni singolo cittadino, privando le segreterie del potere oligarchico di nomina.
È attraverso la ricostruzione dei corpi intermedi, la ripoliticizzazione del conflitto sociale nei luoghi di lavoro e il primato assoluto dei diritti collettivi sulle logiche predatorie del libero mercato che si può spezzare l'egemonia culturale delle destre estreme. Solo restituendo alle classi subalterne gli strumenti organizzativi per combattere la precarietà esistenziale, ridistribuire la ricchezza accumulata dalle oligarchie e riappropriarsi fisicamente dello spazio pubblico sarà possibile sconfiggere l'astensionismo e ridare una dignità, un senso e una carne concreta alla democrazia.
Nonostante i proclami trionfali, la strategia di Washington sul fronte medioorientale continua a muoversi lungo il sottile filo del calcolo politico ed elettorale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a parlare dell'Iran, lasciando apertamente sul tavolo l'ipotesi di nuove incursioni e azioni militari contro Teheran.
"Li abbiamo colpiti duramente e potremmo farlo ancora", ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca di fronte ai giornalisti, rivendicando con la consueta retorica l'efficacia dei recenti raid. Un’ostentazione di forza che nasconde tuttavia una forte inquietudine interna, legata a doppio filo al consenso dell'elettorato americano in vista delle imminenti elezioni di metà mandato.
Interpellato sul possibile impatto che la gestione dell'escalation con l'Iran potrebbe avere sulle urne, lo stesso Trump ha dovuto concedere spazio al realismo: "In un certo senso, alla gente probabilmente non piace". Una rara ammissione dell'impopolarità di un nuovo coinvolgimento bellico nell'opinione pubblica, subito bilanciata con il ricorso al registro patriottico: "Ma molte persone, molti grandi patrioti, lo apprezzano davvero".
Resta ferma, nella narrazione della Casa Bianca, la giustificazione strategica dell'unilateralismo: la necessità imperativa di impedire a Teheran l'accesso all'arma atomica. "C'è un prezzo da pagare, e lo sapevo fin dal primo momento", ha concluso Trump, confermando come la politica estera della superpotenza rimanga ostaggio di un rischioso equilibrio tra escalation militare e calcolo di bottega politica.
L'asse sotterraneo tra Tel Aviv e Riad non è più un mistero, ma un ingranaggio sempre più esplicito della strategia regionale orchestrata da Washington. Secondo quanto rivelato dal Jerusalem Post, che cita un alto funzionario della Difesa israeliana, Israele sta fornendo intelligence militare di alto livello all'Arabia Saudita per sostenere le sue operazioni contro il movimento Ansarullah (Houthi) in Yemen, avvalendosi della costante mediazione degli Stati Uniti.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno mettendo a disposizione di Riad "capacità eccezionali" per guidare e potenziare i raid aerei contro le infrastrutture dello Yemen. Un’assistenza che risponde direttamente agli "interessi nazionali di Israele e alle direttive della leadership politica", come confermato dalla fonte militare, e che sfrutta la strumentalizzazione delle spaccature confessionali regionali per ricompattare il fronte monarchico sunnita sotto l'ombrello di sicurezza israeliano.
Da Tel Aviv l'analisi è chiara: spingere i Paesi del Golfo a percepire l'avanzata yemenita come una minaccia esistenziale per giustificare un'alleanza tattica con il regime israeliano. Nel frattempo, l'aviazione saudita intensifica le incursioni su vasta scala, con l'obiettivo di erodere le capacità logistiche e militari di Ansarullah.
Per Israele, questo scambio strategico garantisce un triplo vantaggio:
Indebolimento preventivo: Riduce le capacità di una forza considerata un nemico diretto sul lungo periodo.
Laboratorio tattico: Offre all'IDF l'opportunità di osservare, analizzare e "imparare dai metodi operativi e dalle tattiche" impiegate sul campo di battaglia yemenita.
Consolidamento del fronte anti-Iran: Inquadra l'operazione nella preparazione a uno scontro globale su più fronti.
I preparativi dell'IDF si spingono infatti ben oltre lo Yemen: le forze israeliane stanno ultimando i piani per uno scenario di scontro simultaneo che coinvolge l'asse della resistenza — dall'Iran a Hezbollah, fino alle milizie irachene. Tutto questo mentre si rincorrono le voci di nuovi piani congiunti tra Tel Aviv e Washington per riaprire le ostilità dirette contro Teheran, la quale ha già avvertito che qualsiasi nuova aggressione riceverà una risposta di potenza senza precedenti.