Bull Fire containment grows to 98%





Dopo la risposta di “Duc in altum” [qui], anche l’arcivescovo Viganò ha reagito [qui] alla lettera inviata al blog dall’avvocato Pietro Piciocchi a proposito del commento dello stesso monsignor Viganò al discorso di Leone XIV all’Eliseo.
Propongo il nuovo intervento di Monsignore, facendolo precedere, per comodità del lettore, dalla lettera dell’avvocato Piciocchi già apparsa in “Duc in altum”.
*
Gentile dott. Valli,
ho letto il commento di Mons. Viganò [qui] sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.
Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe “aprire ad ogni culto” ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.
Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.
Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.
Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.
Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.
È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.
Con stima,
Pietro Piciocchi
*
Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Tess 2, 11-12
Non expedit. Il conservatorismo di maniera dinanzi all’apostasia sinodale
Arcivescovo Carlo Maria Viganò
Caro Avvocato Piciocchi,
ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare [qui]; da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.
La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il Papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.
La formula è semplice: noi non pretendiamo dal Papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i Papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.
Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.
Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata Mondiale della Gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato.
Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal Papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.
Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un Presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.
Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo. Quella stessa matrice rivoluzionaria dei “diritti” — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare “diritto” l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.
La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).
Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.
Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un Papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.
Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.
Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.
La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.
Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un Papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del Papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’equivoco, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).
Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.
Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un Papa che finalmente parla da Papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.
Un Pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico. Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.
Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.
Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9, 10).
Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.
I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un Papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.
Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.
Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
Viterbo, 1 ottobre 2026
S. Remigii Episcopi et Confessoris
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A cura di Margherita Furlan Con la collaborazione di Gionata Chatillard, Ivan Bodyan e Jeff Hoffman Editing di Mario Ferdinandi
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Il prezzo alla pompa è l’ultimo anello di una catena che l’Italia non governa più: greggio dal Golfo in guerra, gasolio da raffinerie passate in mani straniere o dall’India, prezzo fissato da una quotazione privata. E oggi Washington chiede all’Europa di svuotare le scorte di diesel, minacciando di bloccare le proprie esportazioni.
A Levante, venerdì 2 ottobre, Margherita Furlan, fondatrice di Casa del Sole TV, e Vincenzo Maddaloni, giornalista e già corrispondente da Mosca e Varsavia, partono dal distributore per allargare lo sguardo al mondo multipolare. Conduce Jeff Hoffman.
Affrontiamo insieme:
L’ultimatum americano sul gasolio e perché colpisce soprattutto Germania e Francia
Raffinerie: dalla ventina di impianti degli anni Novanta alle dieci di oggi, metà della capacità in mani estere
Il Platts CIF Med, cioè chi fa davvero il prezzo, e le accise mobili dal 6 ottobre
BRICS, unanimità a geometrie variabili: pagamenti, cavi, calcolo, minerali dopo il vertice di Nuova Delhi
Il Valdai di Putin e il cuneo fra America ed Europa
I 100 miliardi di Draghi per l’intelligenza artificiale: a chi andranno i calcolatori?
Il ddl sull’antisemitismo e la frattura nel Pd
GLI ARTICOLI DI CUI PARLIAMO
Margherita Furlan, «BRICS, unanimità a geometrie variabili», La Fionda, 15 settembre 2026
Margherita Furlan, «Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese», La Fionda, 19 settembre 2026
I LIBRI DEGLI OSPITI
Vincenzo Maddaloni, «Voglia di rivoluzione. Storia e storie di un desiderio inappagato», Nexus Edizioni, 2024
Vincenzo Maddaloni con Modini, «L’atomica degli ayatollah», Nutrimenti, 2006
Margherita Furlan, «BRICS Scacco Matto» (italiano, inglese, russo),2025
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Investigamos o que importa para os brasileiros além do que passa na campanha eleitoral. Leia mais reportagens como essa clicando aqui.
Noite de 12 de setembro de 2026, Jaraguá do Sul, Santa Catarina. Um grupo de militantes de esquerda se reúne em uma casa após uma atividade política na cidade. Integra o grupo a advogada Fernanda Klitzke, candidata à suplente na chapa de Décio Lima (PT) ao Senado. Vizinhos chamam a Polícia Militar (PM), reclamando de barulho.
A polícia chega e a candidata se apresenta como advogada aos policiais e questiona uma abordagem. Fernanda é agredida com um mata leão, derrubada no chão, chutada, baleada com tiros de borracha e levada presa. Ela foi liberada em seguida e teve que passar por atendimento médico.
A partir desse caso, de 12 a 28 de setembro, um levantamento da Agência Pública compilou casos de violência política denunciados por candidatos nas eleições deste ano. Foram identificadas 11 ocorrências em quatro das cinco regiões do Brasil. Ao menos uma a cada 37h. O dado que mais chama a atenção é que dos 11 casos, 6 deles (54,5%) envolvem policiais ou agentes de segurança privada como os agressores.
A frequência de casos de violência política levantados pela Pública nesses 17 dias de campanha para o primeiro turno é maior do que a aferida no mais recente estudo realizado pelas ONGs Justiça Global e Terra de Direitos, que há 10 anos compila dados de violência política. No período entre o final do 2º turno da eleição de 2024 e a véspera do início da campanha política de 2026, dia 15 de agosto, foram 354 casos, um a cada 44h. Esse foi o período pré-eleitoral mais violento da série histórica, afirmam as organizações autoras do estudo.
Os 354 casos de violência política do estudo das ONGs representam um aumento de 18,4% em relação aos 299 casos registrados no período pré-eleitoral da edição anterior da pesquisa, entre 1º de novembro de 2022 e 15 de agosto de 2024. O levantamento aponta que a violência política não desaparece fora do calendário eleitoral, tanto que em 2025, ano sem eleições, 225 casos foram registrados.

O levantamento da Agência Pública encontrou três episódios em que não houve violência física, mas intimidação criminosa a candidatos durante suas atividades de campanha. Foram dois incidentes em São Paulo e um em Pernambuco, envolvendo dois candidatos homens e duas candidatas mulheres.
No último dia 15, a deputada estadual Rosa Amorim (PT), candidata a deputada federal, e a vereadora Jô Cavalcanti (PSOL), candidata a uma vaga na Assembleia Legislativa de Pernambuco, faziam panfletagem em frente ao Instituto Federal de Pernambuco, no Recife. Ambas são negras. Seguranças de uma empresa que prestava serviço na organização da fila de um exame pré-Enem retiraram o material das mãos dos estudantes e jogavam no lixo.
Em São Paulo, no Vale do Anhangabaú, o motoboy e candidato a deputado estadual pelo PSOL, Júnior Freitas, um homem negro, realizava uma atividade de campanha, no dia 19 de setembro, com bandeiras com um grupo de apoiadores quando foram abordados por um segurança dizendo que não era possível fazer campanha no local, que seria privado. O Vale do Anhangabaú é uma praça pública que passou por uma recente modernização e a gestão do espaço e segurança foram privatizados pela prefeitura de São Paulo. Depois da abordagem, questionada pelo candidato, a atividade prosseguiu.
Já o vereador Nabil Bonduki (PT) comandava uma pedalada com apoiadores no Minhocão, no dia 20 de setembro, uma via elevada para carros na capital paulista que aos finais de semana e feriados é liberada para pedestres e bicicletas. Ele foi abordado três vezes durante a atividade, uma delas por uma policial militar que pediu o RG do candidato, perguntou quantas pessoas estavam reunidas com ele e o tempo que ficariam no local.
Para o advogado Alberto Rollo, especialista em direito eleitoral, apesar de não-violentas, as três abordagens configuram o crime previsto no artigo 332 do código eleitoral: impedir propaganda, com pena de detenção de 1 a 6 meses de prisão e multa. Para o jurista, contudo, o que mais preocupa não é a abordagem em si, mas a presença da PM e um eventual direcionamento da polícia.
“O que preocupa mais é, pode ser ignorância [da policial militar que abordou o candidato], ela não sabe, ou pode ser ordem de alguém? É isso que preocupa. A Polícia Militar, eu não vou falar de prefeitura, vou falar de Estado. Polícia Militar é do Estado. Será que existe algum tipo de ordem para dificultar a propaganda de adversários políticos?”, questionou Rollo.
Em Prata, no Cariri paraibano, um grupo de simpatizantes do PT organizou e informou as autoridades locais sobre uma atividade com som em apoio à reeleição do presidente Lula no dia 12 de setembro. PMs e policiais da reserva apareceram no local atirando para o alto e para o chão. Manifestantes foram chamados de baderneiros e vagabundos. O PT denunciou o caso à Corregedoria da PM. A corporação afirmou, entretanto, que houve resistência à abordagem e que, por isso, foi necessário um disparo de advertência.

As ações violentas recentes contra candidaturas de esquerda chamaram a atenção do ex-senador Eduardo Suplicy, 85, fundador do PT e atualmente deputado estadual em busca da reeleição. Em vídeo publicado em seu Instagram, ele compilou diversos episódios ocorridos recentemente e defendeu uma atuação conjunta das forças políticas. “É preciso uma ação suprapartidária e denunciar à corregedoria e à ouvidoria da PM e ao Ministério Público e à Justiça Eleitoral”, afirmou.
De acordo com o jurista Alberto Rollo, o policial militar que impede ou atrapalha uma atividade de campanha política “pratica ato de abuso de autoridade, porque está impedindo alguma coisa que é lícita. Então, além do crime do Código Eleitoral, tem o crime de abuso de autoridade”.
Para o advogado, os candidatos vítimas de violência ou de abordagens policiais atrapalhando suas atividades políticas, devem, além de denunciar os casos à Justiça Eleitoral, procurar também a Justiça comum para denunciar o abuso de autoridade.
Segundo Gisele Barbieri, coordenadora de incidência política da Terra de Direitos, os casos de violência policial identificados na pesquisa “vem aumentando” e geralmente ocorrem durante manifestações em defesa de demandas populares e na forma de apreensão irregular de materiais de campanha.
“É preciso cobrar respostas quanto à apuração e responsabilização dos [agentes públicos] envolvidos por parte das corporações. São casos que nos preocupam e apontam para abuso de autoridade por agentes de segurança que deveriam proteger esses representantes políticos, principalmente, no período de campanha e no exercício de seus direitos políticos”, afirmou.

Para Glaucia Marinho, diretora-executiva da ONG Justiça Global, a participação de agentes de segurança pública na violência política é uma ameaça à democracia. “A pesquisa mostra que inclusive grupos criminosos e, até mesmo, policiais entre os responsáveis pelos atos de violência. Estamos diante de um cenário que ameaça não apenas a vida de representantes políticos, mas também o funcionamento das instituições democráticas. O Estado brasileiro precisa desenvolver e aperfeiçoar mecanismos eficazes de prevenção, proteção, investigação e responsabilização para enfrentar essa violência de forma contínua.”.
A pesquisa realizada pelas ONGs indicou ainda que em 64 episódios (18,1% do total) o agressor também possuía mandato eletivo ou cargo público. Quando somados a policiais e outros agentes estatais, os ataques cometidos por representantes do próprio Estado chegam a quase um terço do total (29,9%).
Situação relatada pelo policial civil e deputado estadual Leonel Radde (PT) ilustra essa realidade. Ele participava de uma atividade política em Charqueadas (RS), no dia 20 de setembro, acompanhado de uma vereadora da cidade, quando passou a ser ameaçado de morte por um policial penal armado e que, o deputado afirma, estaria alcoolizado.
No Rio de Janeiro, em 28 de setembro, o deputado estadual Flavio Serafini (PSOL) denunciou o colega de Alerj, Alexandre Knoploch (PL), por ameaça e invasão. Ambos disputam a reeleição. Em vídeo registrado por apoiadores de Serafini, Knoploch aparece mostrando uma arma na cintura. Em entrevistas, o candidato do PL admitiu ainda ter usado spray de pimenta contra os adversários políticos e afirmou ter sido intimidado.

A menção ao gênero e à identidade racial de alguns dos políticos vítimas dos casos de violência levantados pela Pública nessa reportagem não é aleatória. A pesquisa da ONG Justiça Global e da Terra de Direitos aponta que metade das vítimas de violência política no período analisado é mulher, apesar de as mulheres ocuparem apenas 18% dos cargos no legislativo, segundo dados do TSE. A violência política, aponta a pesquisa das ONGs, além de machista é racista. Uma a cada três vítimas mulheres de violência política é preta ou parda.
Nos casos compilados pela Pública há 13 vítimas diretas, sendo cinco mulheres, três delas se autodeclaram negras. Entre os oito homens vítimas de violência política, um é negro.
Uma das mulheres negras vítima de violência política é a vereadora Iza Lourença (PSOL), de Belo Horizonte. Candidata a deputada estadual, ela teve o comitê atacado por adolescentes com uma bomba caseira que explodiu no portão do imóvel. Dois funcionários do comitê foram agredidos.
No local, afirma a vereadora, foi roubado um banner e outros materiais da candidata e deixado material de campanha do deputado federal e candidato à reeleição Nikolas Ferreira (PL). Imagens que ela obteve de câmeras de segurança mostram os menores correndo e entregando uma sacola com o banner furtado nas mãos de um homem, que se disse apoiador do PL e que foi detido.
A pesquisa da Justiça Global e da Terra de Direitos encontrou ações assumidas inclusive por grupos ou perfis declaradamente neonazistas ou supremacistas. Foram quatro casos de ameaça, todos contra mulheres pretas, em quatro estados: a prefeita Professora Nilda, de Parnamirim (RN), e as vereadoras Alice Carvalho (Santa Maria, RS), Vivi Reis (Belém, PA) e Adriana Gerônimo (Fortaleza, CE).
Em uma das ameaças, o grupo exigiu que a vítima renunciasse ao cargo para parar com as agressões. No caso de Belém, um grupo que se denomina “Nova Ordem Ariana”, ameaçou de estupro e morte a vereadora Vivi Reis e fez menção a um massacre. O caso de Fortaleza descreve as armas e um plano de dupla execução na casa da vereadora Adriana Gerônimo, alcançando também a esposa da parlamentar.
O último incidente do levantamento da reportagem da Pública também aconteceu em Santa Catarina. Na noite de domingo (27), em Itajaí, a casa da mãe do candidato a senador pelo PT, Décio Lima, uma idosa de 88 anos, que tem Alzheimer, foi atacada a pedradas por uma pessoa em um carro. A pedra quebrou uma janela do imóvel e parte de uma estrutura em madeira. Havia três pessoas no local, mas ninguém se feriu. Na frente da casa havia banners do candidato.




When CofE bishops in London read in a Left-wing rag that anti-small boat activists were attending church, they immediately released a statement. Where are all the statements about Left-wing activists, wonders Julian Mann.
The post Are People Who Are Concerned About Illegal Immigration Welcome in the Church of England? appeared first on The Daily Sceptic.
FP-7 ballistic missile made in Ukraine were deployed for the first time. This is progress, but one should not expect miracles.
“Ukrainian tactical ballistic missile. FP-7. First combat deployment. Thank you for the results. Next step: serial production. Glory to Ukraine!” With these words and a short video, Ukrainian president Volodymyr Zelensky announced a long-awaited milestone in Ukraine’s arms programme. The next step is expected to be the deployment of the larger and more dangerous FP-9 missile.
Ukrainian tactical ballistic missile. FP-7. First combat use. Thank you for the result. Next up: production. Glory to Ukraine! pic.twitter.com/IxdjVg51c1
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) October 1, 2026
For now, however, this was only its first deployment against an unknown target, with an unknown outcome. The Russian analytical channel Military Informant did not rule out the possibility of the footage being recorded at a training ground with the intention to deflect criticism of Fire Point, the Kyiv-based manufacturer whose production is behind schedule.
The FP-7 missile is an interesting technical achievement that could expand the Ukrainian army’s ability to strike important targets. Expectations should be kept low. This is because the missile has not yet entered serial production its specifications lag behind those of Russia’s short-range Iskander missiles.
The FP-7 is based on the Soviet-origin 48N6 surface-to-air missile, used in some versions of the S-300 system and still deployed by Russia in the more modern S-400. A Ukrainian outlet says that the FP-7 has an estimated range of only 200 km and a warhead weighing up to 150 kg.
Russia’s Iskander missiles weighs more than twice as much, and Russia has already used a version with an extended range well beyond 500 km. The Ukrainian FP-7’s use will therefore be limited to areas up to roughly 100 km from the front line. It is certainly not a means for strategic strikes against Russian industry deep inside enemy lines.
Ukraine could strike further with a FP-9 missile, and developing them remains a goal to work towards. The two types of missile differ significantly. They were analysed in August by the Russian Telegram channel Russian Engineer. The FP-7 is smaller and the FP-9 larger. Its maximum range is estimated at 855 km (far enough to reach Moscow,) its warhead is expected to weigh up to 800 kg.
The outlet focusing on the war’s technical parameters compared the Iskander with the FP-9:
“The 9M723 Iskander-M missile has a diameter of 920 mm, while the FP-9’s is 1,100 mm. The missiles are 7.2 and 9.5 metres long. The solid-fuel rocket motor is approximately 4.2 metres long in the 9M723 and 6.5 metres in the FP-9. Fuel mass is estimated at 2.6 and five tonnes. With a warhead weighing around 500 kg, calculations indicate ranges of up to 500 km and 1,000+ km. If the warhead weighs around 800 kg, the range will be approximately 800 km.”
The media’s performance estimate therefore matches official Ukrainian data.
According to the Russian Engineer Telegram channel, the FP-9 is conceptually based on the Iskander and builds on the Ukrainian Sapsan project, which was never brought to the final stage.
The Ukrainians displayed both missiles at a trade fair in Denmark in August, where the following photographs were also taken:
The Russians have started attacking Kyiv’s bridges. This fulfils the wishes of Russian pro-war hawks, who for years have complained that bridges in the capital of the invaded country were still standing.
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