Bayeux Tapestry's London tour spurs enthusiasts to Battle of Hastings reenactment
A reenactment of the Battle of Hastings, which took place almost a millennium ago, is drawing crowds of enthusiasts in the UK.
A reenactment of the Battle of Hastings, which took place almost a millennium ago, is drawing crowds of enthusiasts in the UK.
di Francesco Santoianni
Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.
P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):
La festa: i pali, la spirale e la spada
Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.
Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.
Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.
Tre miliardi di ascolti, zero carri armati
La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".
Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.
Spontaneo o regia? Tutti e due
Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.
Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.
È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.
Come funziona il soft power cinese
Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:
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Strumento |
Come funziona |
Esempio |
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Media internazionali |
Testate statali in decine di lingue |
Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group |
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Lingua e cultura |
Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere |
Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente |
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Turismo e visti |
Ingresso senza visto per soggiorni brevi |
Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026 |
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Economia e infrastrutture |
Investimenti e prestiti all'estero |
Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese |
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Piattaforme e intrattenimento |
App, cinema, videogiochi, cultura pop |
TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong |
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Patrimonio e feste |
Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze |
Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi |
I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.
Curiosità

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
10 ottobre. La notizia che compare su quasi tutte le prime pagine dei giornali è quella, naturalmente, delle centinaia di migliaia di tonnellate di prodotti energetici russi che “inonderanno” il mercato americano, risollevando (forse) un po' i numeri del Partito repubblicano in vista delle elezioni di medio termine e del ritiro di alcune sanzioni USA contro la Russia. Una questione tutta interna agli Stati Uniti, si dice. E in parte è così. Ma c'è un passaggio che sembra ampliare “leggermente” la faccenda, legandola più direttamente al conflitto in Ucraina: Donald Trump avrebbe specificato che l'accordo con Moskva è legato anche al mantenimento delle capacità delle strutture energetiche russe. Vale a dire che Kiev dovrebbe smettere di attaccare raffinerie e depositi russi: lo chiede la Casa Bianca.
E quando una richiesta arriva sul Dnepr dal Potomac, forse per i nazigolpisti non è il caso di ignorarla completamente, fermi restando, ca va sans dire, i rapporti di forza UE-USA e i relativi “messaggi” che giungono all'Ucraina, per un verso da Bruxelles e, per un altro verso, da Washington. Dunque, secondo quanto riporta Axios, citata da La Stampa, non meglio precisati funzionari yankee avrebbero specificato che «Zelenskij sta valutando male la situazione. Continuando a colpire le raffinerie, sta compromettendo la fiducia e la disponibilità ottenuta da Trump negli ultimi sei mesi».
In un modo o in un altro, Zelenskij sembra aver completamente perso la capacità di valutare adeguatamente la situazione. La risposta data da Moskva alle sue «operazioni di pressione sulla Russia» ha privato l'Ucraina di interi settori industriali, delle sue principali fonti di reddito da esportazione, e ha messo a nudo la vulnerabilità dei ponti sul Dnepr e del settore energetico. Non pago, Zelenskij ha nuovamente minacciato la Russia, dicendo che potrebbe sconfiggerla in due o tre mesi, se solo Trump aumentasse le pressioni sul Cremlino, fornisse a Kiev missili antiaerei e balistici e allargasse l'accesso ucraino al sistema Starlink per attacchi a lungo raggio. «Aiutateci a proteggere i cieli e a dominarli. E poi Putin si siederà al tavolo delle trattative. Perché? Perché perderà tutto. Tre mesi, due mesi e perderà tutto», ha detto Zelenskij. Proprio di questo erano incaricati di parlare i suoi emissari in USA il 9 e 10 ottobre; il 9 sera è arrivato l'annuncio di Trump sul diesel russo, dopo che il nazigolpista-capo aveva proclamato i suoi “desiderata”.
Commentando il discorso di Zelenskij del 8 ottobre, in cui ha di fatto accusato Trump di non voler aiutare Kiev a sconfiggere la Russia, il corrispondente di guerra Evghenij Poddubnyj osserva che egli ha «raggiunto un nuovo livello di isteria... C'è una totale mancanza di istinto di autoconservazione, senza considerare le conseguenze».
Su Moskovskij Komsomolets, il colonnello Levon Arzanov dichiara che Zelenskij non ha bisogno di un cessate il fuoco, tanto meno di una pace duratura, che per lui significherebbero una rapida morte politica, se non fisica: «Zelenskij è chiaramente isterico. Ha paura della pace. Ma l'Occidente, o almeno i governanti di Gran Bretagna, Germania e Francia, non sono interessati a una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina... L'Occidente non vuol porre fine alla guerra. Tutte le loro azioni mirano a una escalation, mentre continuano a inondare l'Ucraina di armi, trascinandola ostentatamente nella NATO».
Nessuno è disposto a negoziare con la Russia, dice Poddubnyj; l'Occidente punta alla sconfitta militare o politica della Russia. Se non riusciranno a sconfiggere la Russia militarmente, contano sui disordini interni e fanno il possibile per fomentarli: le lamentele di Zelenskij sulla mancanza di missili e fondi sono finalizzate a prolungare il conflitto.
Le esternazioni dell'ex ministro degli esteri golpista Dmitrij Kuleba su Foreign Affairs del 30 settembre ne sono testimonianza più che eloquente. Zelenskij, scrive Mikhail Pavliv su Ukraina.ru, si è mostrato apertamente irritato dalle osservazioni del Segretario di stato USA Marco Rubio sul vicolo cieco diplomatico; il succo della critica del nazigolpista-capo è stato che gli USA possiedono tutti gli strumenti necessari per costringere Moskva alla capitolazione, ma per qualche ragione si rifiutano di usarli. È significativo, osserva Pavliv, che ciò sia stato detto alla presenza di un rappresentante della Gran Bretagna, da sempre favorevole a un massiccio supporto militare a Kiev; Zelenskij continua a parlare di colloqui di pace, ma non propone soluzioni diplomatiche, bensì una preliminare coercizione militare ed economica della Russia, perché accetti le condizioni ucraine.
L'intervento di Kuleba va proprio in questa direzione, tanto più che Kuleba non è affatto, semplicemente, un ex ministro degli esteri e anzi mantiene contatti negli ambienti dell'élite occidentale e partecipa alle riunioni del Gruppo Bilderberg. Kuleba, dunque, come già riportato nei giorni precedenti, cita un non meglio precisato Istituto norvegese, per sostenere che, per i paesi europei, il costo di una pace con la vittoria russa sarebbe più oneroso di quello per la continuazione della guerra: nei prossimi quattro anni gli europei dovrebbero sborsare da 1.300 a 1.800 miliardi, in caso di sconfitta dell'Ucraina, contro i 910 miliardi per aiutare Kiev a sconfiggere la Russia. È dunque vantaggioso investire nella guerra, lascia direttamente intendere Kuleba, tanto più che la somma citata non verrebbe solo dai bilanci europei, ma anche da beni russi congelati.
Ora, scrive Pavliv, l'aspetto più interessante di questi calcoli non sono tanto le somme che si chiede agli europei di sborsare, quanto l'orizzonte temporale ipotizzato dagli autori di tali calcoli: parlando di quattro anni, significa che la guerra si protrarrebbe di fatto fino al 2030, con una “curiosa” coincidenza temporale: la scadenza dell'attuale mandato presidenziale di Vladimir Putin; seguendo la logica di quelle «élite occidentali che considerano il conflitto ucraino non solo come una situazione di stallo per l'Ucraina, ma anche come uno strumento di pressione strategica sulla Russia, un simile orizzonte di pianificazione assume un ulteriore significato politico». In questa logica, una guerra di lunga durata può essere vista come un modo per accumulare costi economici, sociali e politici a carico della Russia, con l'obiettivo di creare i presupposti per un colpo di stato secondo lo scenario del “majdan” alle prossime elezioni presidenziali in Russia. Ed è possibile che, insieme all'orizzonte temporale della pianificazione, cambino anche gli obiettivi che i sostenitori occidentali della continuazione del conflitto si prefiggono per Kiev, o che la leadership ucraina è disposta a perseguire di propria iniziativa.
In questo quadro, assumono un'altra dimensione anche tutte le cantiche, quantomeno su buona parte della proclamata “opposizione pacifista” ucraina, così che, ancora su Ukraina.ru, Vladimir Skachko parla di Zelenskij e neonazisti che stanno approntando a proprio beneficio un surrogato di opposizione. Dunque, ecco che la deputata Anna Skorokhod ha presentato alla Rada un disegno di legge di modifica costituzionale per riportare il paese a uno status neutrale, abbandonando i piani di adesione alla NATO. Anche l'ormai “famoso” - alla maniera di Erostrato - Aleksej Goncharenko chiede di non precipitarsi nella NATO, di abbandonare il confronto con la Russia e avviare negoziati di pace con Moskva. Artëm Dmitruk, imprenditore riparato a Londra, parla della necessità di ristabilire buoni rapporti di vicinato con Moskva e Minsk. Aleksandr Dubinskij e Evghenij Ševcenko – entrambi agli arresti con accusa di tradimento - sostengono posizioni pressoché identiche. È così anche per Julija Mendel, ex addetta stampa di Zelenskij e Aleksej Arestovic, a lungo consigliere presidenziale: entrambi stanno riversando tonnellate di fango e materiali compromettenti su Zelenskij.
La particolarità della situazione è che, fatta eccezione per Goncharenko, i più critici sono proprio coloro che Zelenskij nel 2019 aveva promosso ad alti livelli politici nel partito “Servo del Popolo” o nello staff presidenziale. Ora, dice Skachko, Zelenskij è un perdente politico, terrorista e criminale di guerra; nel 2019 incarnava però le speranze di un popolo stremato dalla guerra e dalla povertà. E, promettendo pace e prosperità, era riuscito a far eleggere duecentocinquanta deputati alla Rada, reclutandoli tramite annunci pubblicitari, tra persone scelte a caso, prive di base ideologica. Persone che, per un certo periodo, sono rimaste unite in una monolitica frazione parlamentare di maggioranza, grazie a lauti compensi, cui si aggiungevano quelli per voti "appropriati". Quando la situazione ha iniziato a vacillare e i fondi dei finanziatori a diminuire, ecco che la coesione dei "Servi del Popolo" ha iniziato a traballare. Ormai da due anni, la frazione "Servo del Popolo" alla Rada non riesce ad assicurarsi i voti necessari "per il presidente", senza che una delle altre fazioni non l'appoggi dietro “piccoli compensi”, con un “listino prezzi” in continua evoluzione. È lecito supporre che finanziatori e supervisori dell'Ucraina abbiano deciso di utilizzare alcuni dei "Servi" nelle nuove circostanze, per salvare il regime e, almeno temporaneamente, rafforzarlo. Quindi, afferma Skachko, l'odierna opposizione, rumorosa, ostentata e fantasiosa, fatta di individui con o senza mandato parlamentare, non deve trarre in inganno: si tratta probabilmente di un gioco politico a scoppio ritardato. Qualcuno deve agire ora, facendo da apripista per sfogare il malcontento e la protesta popolare, distogliendo l'opinione pubblica dai fallimenti del regime, con una apparente opposizione e promettendo di rinnovarlo man mano che il processo si sviluppa.
In sostanza, tutti i cosiddetti oppositori sono direttamente responsabili sia dell'instaurazione del regime di Zelenskij, sia del fatto di aver ingannato il popolo per molti anni e sono diventati improvvisamente "audaci" quando hanno perso la loro comoda posizione accanto al nazigolpista-capo, o sono stati costretti a farsi da parte per perseguire nuovi interessi. Finora, tutti loro avevano servito fedelmente Zelenskij e il trionfo del suo cannibalismo politico; il regime stesso ha ora iniziato a preparare queste persone come suoi successori, sottoponendole in modo plateale a finta repressione e apparenti procedimenti penali, creando un'immagine di persecuzione in vista del futuro. Il messaggio è: cittadini, votate per loro; hanno sofferto sotto il regime di Zelenskij e, una volta al potere, saranno migliori degli attuali ferventi suoi sostenitori.
In realtà, afferma Skachko, cosa indica questa finta opposizione a Zelenskij e ai suoi burattinai? Innanzitutto, indica che qualcuno si sta preparando a preservare il potere degli attuali neonazisti in Ucraina; un potere che potrebbe rimanere sulla scena anche dopo la fine del conflitto, seppur leggermente modificato. In secondo luogo: alcuni degli attuali curatori neonazisti sperano ancora di preservare almeno una parte dell'Ucraina così com'è: un paese attanagliato da un'aggressiva russofobia e che si prepara a una nuova guerra con la Russia, persino dopo aver firmato un trattato di pace e aver soddisfatto tutte le richieste russe.
In altre parole: la sostanza è la continuazione della guerra, per cui si prodigano le cancellerie belliciste europee e che verrà decisa in parte dai rapporti di forza tra Bruxelles e Washington, ferma restando la determinazione delle “autocrazie euroasiatiche” a perseguire la propria legittima strategia di sviluppo, lontana dai “valori occidentali”.

di Agata Iacono
Ho avuto la fortuna di frequentare la facoltà di Sociologia ad Urbino, proprio quando Franco Basaglia ci fece pervenire una richiesta di aiuto.
In sintesi, ci invitava a raggiungere lui e il suo team a Gorizia e Trieste per condividere la sua rivoluzionaria esperienza.
Io partii immediatamente per Trieste.
Non si trattava di "chiudere i manicomi", come oggi si semplifica ogni anno il 10 ottobre per la giornata mondiale della salute mentale.
L'approccio era totalmente differente.
Cos'è la follia? Si chiedeva Franco.
Il mio team era composto da antropologi culturali.
Noi ci chiedevamo "cos'è la civiltà? Esiste un solo modello o hanno tutte la stessa dignità? Come emanciparci dal pensiero unico, dominante e omologato, senza però inficiare con la nostra osservazione partecipante altre culture?
Come possiamo decolonizzare il nostro punto di vista?"
E ci rendemmo conto che le nostre meravigliose ricerche in Amazzonia, (andavamo tutti lì alla ricerca di civiltà non sporcate da noi occidentali), potevano aiutare ad attuare una piccola grande rivoluzione in casa nostra.
Da quell'esperienza cambiò veramente il mio modo di rapportarmi alla società: dalla teoria, dall'ideologia, mi scontrai con la prassi.
E non fu facile.
Diventai facilitatore dell'applicazione della legge 180, quando ancora nei reparti di psichiatria le persone erano legate nude a brandine fatiscenti o chiuse in strutture punitive e soprattutto isolanti.
Eravamo noi "sani" e omologati che volevamo difenderci dai cosiddetti pazzi, non il contrario.
La loro vista era uno specchio della nostra follia.
Da epidemiologa tracciai le incidenze, per sesso, età, reddito, situazione familiare, istruzione, condizione territoriale...
e mi accorsi subito che prevaleva una netta divisione di classe.
Ma non solo: laddove il cosiddetto scemo del villaggio era un tempo parte integrante di una comunità rurale, la società standardizzata, (che Bauman definisce genialmente liquida), non tollera deviazioni di sorta.
Devi sentirti talmente solo, inadeguato, alienato, da cercare in tutti i modi di sopravvivere, omologandoti, diventando uguale allo standard, pur di ottenere un'identità sociale riconosciuta.
Fui fortunata: vinsi il concorso alla ASL e lavorai immediatamente per il Dipartimento di Salute Mentale a livello territoriale.
Avevamo, sull'Etna, la maggiore intensità di strutture differenziate sul territorio, dalle RSA alle case famiglia alle case appartamento.
Ottenemmo due pulmini che andavano a prendere a domicilio gli utenti dimessi dai manicomi e per ognuno concordavamo un percorso monitorato, di riabilitazione, fino alla completa autonomia.
Praticamente ogni mese dovevamo lottare perché la ASL non ci togliesse i pulmini e le risorse sul territorio che coinvolgevano volontari, insegnanti, artisti, centri sportivi e laboratori artigianali.
Prima di criticare la legge Basaglia, bisognerebbe tentare di applicarla.
E non aumentando di qualche piccola mancia lo stipendio del personale sanitario, ma dando risorse legate ad obiettivi concreti e verificabili.
Invece, proprio oggi, nel celebrare la giornata della salute mentale, si ignora che le diagnosi seguono protocolli aleatori legati alla percezione dei sintomi che ha il singolo operatore.
Si ignora che qualsiasi disagio viene immediatamente psichiatrizzato e medicalizzato.
Si ignora che nelle scuole, ormai ridotte come le Asl ad aziende, qualsiasi "ritardo" sulla tabella di marcia di un bambino viene segnalato e trattato come disturbo psichico, senza alcuna attenzione per la soggettività.
A pagamento, migliaia di logopedisti, esperti di psicomotricità, neurologi infantili, sono pronti ad intervenire per modellare il "bambino tipo" o "l'adolescente standard".
E, se falliscono nella clonazione, sono pronti a certificarne lo stigma della diversità.


Tudo começou com um cansaço aparentemente banal. Uma pessoa ativa, profissionalmente realizada, habituada a uma vida normal, começa a sentir que algo mudou. As escadas parecem mais longas. O percurso habitual até ao trabalho torna-se mais exigente. Ao final do dia, a energia desaparece mais depressa do que seria expectável. Primeiro atribui-se a culpa ao stress. Depois à idade. Mais tarde, à falta de descanso. Mas o cansaço não passa.
Meses depois surgem outros sinais. Perda de peso sem explicação. Suores noturnos. Uma sensação constante de fraqueza. Finalmente, chega o diagnóstico: Mielofibrose. Para a maioria dos portugueses, o nome diz pouco ou nada. No entanto, para quem recebe este diagnóstico, representa uma mudança profunda na sua vida.
Embora seja uma doença pouco conhecida, a Mielofibrose tem um impacto significativo na vida de quem com ela convive. Por isso, vale a pena falar sobre esta doença, que permanece praticamente invisível para a sociedade até ao momento em que entra, sem aviso, na vida de alguém.
A Mielofibrose é um cancro raro do sangue que afeta a medula óssea. À medida que a doença evolui, a produção normal de células sanguíneas torna-se menos eficaz, levando frequentemente ao aparecimento de anemia, aumento do baço e sintomas constitucionais como febre, perda de peso, fadiga e suores noturnos.
Apesar dos avanços científicos das últimas décadas, continua a existir uma realidade difícil de ignorar: muitas pessoas vivem durante bastante tempo com sintomas que são subvalorizados, quer pelos próprios doentes, quer por quem os rodeia. Talvez porque todos nós nos habituámos a normalizar o cansaço.
Vivemos numa sociedade onde estar cansado é quase um estado permanente. Trabalhamos mais. Dormimos menos. Acumulamos responsabilidades. Por isso, quando alguém se queixa de fadiga persistente, raramente imagina que possa estar perante uma doença hematológica grave.
Contudo, para muitos doentes com Mielofibrose, a anemia torna-se uma das manifestações mais incapacitantes da doença. Os números ajudam a perceber a dimensão do problema: cerca de 38% dos doentes apresentam anemia no momento do diagnóstico, percentagem que ultrapassa os 50% durante a evolução da doença. Mas os números contam apenas parte da história.
A verdadeira dimensão da anemia mede-se de outra forma. Mede-se no avô que deixou de brincar com os netos porque já não tem energia. Na pessoa que abandona a atividade física que sempre praticou. No profissional que passa a ter dificuldade em cumprir um dia de trabalho. Na família que reorganiza a sua rotina em função de consultas, exames ou transfusões. Mede-se, sobretudo, na perda gradual de autonomia. É por isso que, quando falamos de Mielofibrose, não estamos apenas a discutir resultados laboratoriais. Estamos a falar de qualidade de vida.
Sabemos hoje que a anemia associada à Mielofibrose não é apenas um sintoma incómodo. Está associada a um pior prognóstico da doença e constitui um dos fatores considerados na avaliação do risco destes doentes. Além disso, pode aumentar a necessidade de cuidados médicos e condicionar profundamente o bem-estar físico, emocional e social.
Recentemente, um grupo de hematologistas portugueses, do qual faço parte, reuniu a evidência científica disponível e a experiência da prática clínica nacional para desenvolver recomendações destinadas a melhorar a abordagem das alterações sanguíneas que afetam os doentes com Mielofibrose. O objetivo é simples: contribuir para cuidados mais uniformes, mais eficazes e mais centrados nas necessidades reais das pessoas que vivem com esta doença. Mas os profissionais de saúde não conseguem mudar esta realidade sozinhos. A consciencialização da sociedade continua a ser uma peça fundamental.
Nenhuma campanha de sensibilização eliminará uma doença rara. Mas pode ajudar a reduzir o desconhecimento que frequentemente a acompanha. Pode fazer com que mais pessoas valorizem sintomas persistentes. Pode levar alguém a procurar ajuda mais cedo. Pode diminuir o isolamento que muitas vezes acompanha os doentes com patologias pouco conhecidas.
Por isso, deixo um convite simples. Valorizemos os sinais que o nosso corpo nos dá. Nem todo o cansaço esconde uma doença grave. Felizmente, a esmagadora maioria das vezes não esconde. Mas quando o cansaço é persistente, inexplicável e acompanhado por sinais como perda de peso involuntária, anemia, febre, suores noturnos ou aumento abdominal, merece ser investigado. Porque, por vezes, a diferença entre ignorar um sintoma e procurar uma explicação pode mudar o rumo de uma vida. Porque nenhuma doença rara deveria permanecer invisível apenas porque afeta poucos doentes. A cada uma dessas pessoas, a sua doença não parece rara. Parece apenas a coisa mais importante do mundo.
* Hematologista – ULS de Santa Maria, Coautora da publicação ‘Gestão prática das citopenias no doente com mielofibrose adaptada à realidade em Portugal’

© Polícia de Varsóvia
Todays Forecast: It will be a warm and sunny start to the weekend across southern Colorado. Temperatures will be above the seasonal average once again. Highs will top out in the 70s, 80s, and near 90 in the eastern Plains. They will top out near 80 degrees in Colorado Springs and mid-to-upper 80s in Pueblo, while the high valleys reach the 60s to lower 70s. Southwest flow aloft is helping to draw in Pacific moisture. This could lead to a few showers and storms over the high country and mountains this afternoon/evening. East of the I-25 corridor could see a few clouds in the afternoon but should remain dry.
Extended outlook forecast: Warm temperatures will continue through Monday. Highs will still be in the 70s and 80s. There will be continued showers and storms over the San Juans and the high country. The rest of the region should see plenty of sunshine. By Tuesday a cold front moves through the region as a large system shifts into the area. Exact timing of the front is still in question as it depends on the speed of the overall system. Temperatures drop into the 70s region wide. Winds and isolated shower chances return by Tuesday evening. Snow could start to fall across the higher elevations. For the rest of the week, temperatures will finally feel like fall and where they should for October. Highs will drop into the 50 and 60s for the region. High valleys could see their first freeze Wednesday night!
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© NOAA/EUA
This is an edition of The Wonder Reader, a newsletter in which our editors recommend a set of stories to spark your curiosity and fill you with delight. Sign up here to get it every Saturday morning.
“Forgive the bad texters,” Julie Beck wrote in a recent Atlantic essay. Beck is one of them: She routinely leaves messages unanswered for days or even weeks, not because she doesn’t care but because she gets distracted, is burned-out, or simply forgets. Yet in a world where everyone is expected to be constantly reachable, a delayed reply can easily be mistaken for indifference.
Texting has made staying in touch easier than ever, but it has also turned communication into a near-constant obligation. A third of Americans report feeling overwhelmed by the number of texts they need to respond to, Beck writes. People have felt guilty about unanswered correspondence for centuries, but technology has escalated both those expectations and the anxiety that comes with meeting them.
Being a good texter, Beck suggests, isn’t the same as being a good friend. Someone who takes days to reply might still be the first to show up when you need them. So the next time a friend leaves you on read, consider giving them the benefit of the doubt. And if you’re the one with a growing pile of unanswered messages, maybe give yourself a little grace too.
The Texting Trap
Forgive the Bad Texters
By Julie Beck
We are truly sorry for our delayed response.
The Agony of Texting With Men
By Matthew Schnipper
Many guys are bad at messaging their friends back—and it might be making them more lonely. (From 2025)
Another Symptom of Growing Isolation
By Olga Khazan
A recent study found that people spoke fewer words a day in 2019 than in 2005.
Still Curious?
Other Diversions
PS
My colleague Isabel Fattal recently asked readers to share a photo of something that sparks their sense of awe in the world. “About ten years ago, I saw a Joro spider for the first time. They are an invasive species from Asia. Since that time, they have become ubiquitous in my area,” Nancy C. from Marietta, Georgia, writes. “Last year I began to notice how incredibly beautiful the adult female spiders are. Their abdomens have a gorgeous, intricate design that looks like a colorful maze. I realized that for years, I had been walking by such sublime beauty, and I hadn’t even recognized it.”
We’ll continue to feature your responses in the coming weeks.
— Rafaela

© Qi Yang / Getty
A quinta edição reúne Alessandro Sciarroni, Vera Mantero e Clara Andermatt, entre outros artistas, de 4 a 14 de novembro.
O conteúdo Festival Pedra Dura leva dança, concertos e instalações artísticas a Lagos aparece primeiro em Barlavento.

Democrats are hoping to win back Latino voters who have soured on both parties. They hope Latino content creators will bridge the gap.
(Image credit: Matt Rourke)

Carve a pumpkin? You can do better than that. Fun and unusual ways to celebrate the season, from writing a gratitude letter to making an ancestral altar.
The United States is one of the few developed Western democracies that still carries out the death penalty, with dozens of executions every year.
However, even by American standards, the execution planned for December is unusually severe.
Secretary of War Pete Hegseth has said that Major Nidal Malik Hasan, sentenced to death in 2013 by a general court-martial under the Uniform Code of Military Justice (UCMJ), will be executed by firing squad at Fort Hood, Texas, and that the execution will be public.
The Pentagon has since said it will livestream the execution.
It was here in Fort Hood, Texas, that Major Hasan opened fire inside a crowded medical readiness center at Fort Hood, killing 13 people and injuring 32 others in 2009.
Before opening fire on unarmed soldiers, Hasan shouted “Allahu Akbar.” He also shot at the backs of soldiers fleeing toward the parking lot.
Hasan later said it was an effort to stop them from going to Afghanistan and killing his fellow Muslims.
This will mark the first U.S. military execution in over 60 years, the first military execution by firing squad since World War II, and the world’s first-ever officially livestreamed execution.

The last time the U.S. military carried out an execution was in 1961, when Army Pvt. John Bennett was executed by hanging.
The last time the U.S. military carried out a death sentence by firing squad was in 1945.
The best-known case is Private Eddie Slovik, shot by a 12-man firing squad in France in January 1945 for desertion, the only U.S. soldier executed for desertion during the Second World War and since the Civil War.
Nearly 10 months later, Dan J. Lee was executed by the U.S. military’s firing squad in the Philippines in November 1945 for murder and/or rape.
Hasan, therefore, could become the first U.S. servicemember to be executed by a firing squad in over eight decades.
His execution could also become the world’s first officially live-streamed death penalty.
Public executions were common in the medieval period.
In “Discipline and Punish,” French philosopher Michel Foucault writes that the death penalty was a “spectacle.”
“Public torture and execution of criminals provided one of the most popular spectacles of eighteenth-century France,” Foucault wrote in his book.
However, gradually, most countries outlawed public executions.
The UK abolished public executions in 1868 with the passing of the Capital Punishment Amendment Act 1868, which moved all executions behind prison walls.
France followed suit in 1939. In the U.S., the last public execution was carried out in 1936.
Amnesty International said in its report on executions in 2025 that it knew of at least 17 public executions – 11 in Iran and 6 in Afghanistan.
The U.S., therefore, joins a handful of countries like Iran and Afghanistan where public executions are still carried out.
Notably, the U.S. is currently at war with Iran and fought a 20-year-long war with Afghanistan from 2001 to 2021.
The question, then, is what precisely Washington hopes to achieve by joining the league of its adversaries?
It is noteworthy that the general court-martial under the Uniform Code of Military Justice (UCMJ) only awarded the death sentence to Hasan in 2013.
Military appeals later affirmed that sentence. The Supreme Court declined review in 2025.
In October 2026, Defense Secretary Hegseth recommended death by firing squad, and President Trump approved the recommendation.
Hegseth later said that the execution will be public, with the Pentagon clarifying that it will be live-streamed.
Hegseth explained part of the reason himself.
“Execution by firing squad. Army major betrays his country. Radical Islamist kills a bunch of Americans at Fort Hood. Of course, we’re going to do it at Fort Hood and do it on a Thursday. We’re going to do it at 1 o’clock, which is when he did it, and it’s going to be soldiers with rifles executing the firing squad,” Hegseth said in an interview with Jack Posobiec on Real America’s Voice.
“It was a radical Islamist attack in uniform inside the ranks, and so he’s going to get a firing squad of soldiers, as it should be. And we’ll make sure that people can watch it, that it’s public, because people need to understand that there are serious consequences for these types of things.”
“Army firing squad for convicted terrorist Nidal Malik Hasan, the jihadist who opened fire on unarmed American soldiers at Fort Hood in 2009. He killed 13 people and wounded 32 others while shouting ‘Allahu Akbar’ during the attack,” Chief Pentagon spokesman Sean Parnell said.
The remarks make it clear that the Pentagon wants to send a strong message against internal threats and reassert the Uniform Code of Military Justice’s (UCMJ) ultimate authority.
It is notable that while, in theory, the UCMJ has the power to award the death penalty for criminal behavior in the armed forces, in practice, the awarding of the death penalty by the UCMJ, and its actual implementation, has had a chequered history.
UCMJ is the federal criminal code and procedural system that governs the U.S. armed forces.
The UCMJ was enacted in 1950 and took effect in 1951.
The code creates one uniform system of military justice for all branches. Its rules apply to active-duty members of the Army, Navy, Air Force, Marine Corps, Coast Guard, and Space Force; certain reservists on duty; and others such as prisoners of war or retired members.

Its stated objective is to promote justice, maintain good order and discipline, support efficiency and effectiveness in the armed forces, and thereby strengthen national security. It balances the military’s need for discipline and readiness with procedural protections for the accused.
It contains punitive articles that define both uniquely military offenses, such as desertion, absence without leave, insubordination, and disrespect, and ordinary crimes, like murder, larceny, and sexual offenses.
The general courts-martial under the UCMJ have the authority to impose the death penalty.
From its founding in 1951 till 1961, the U.S. Army carried out 10 executions awarded by the UCMJ, all by hanging.
The last military execution in the U.S. was carried out in 1961, after President Eisenhower approved it.
However, in 1972, the U.S. Supreme Court, in a landmark judgment in the Furman v. Georgia case, effectively placed a temporary moratorium on the death penalty across the United States.
In 1984, President Ronald Reagan signed an order that set detailed rules for military death-penalty trials.
It established that the court-martial could not sentence someone to death just because the crime was serious. The prosecutors must also establish one more “aggravating” factor, such as the killing of more than one person, or killing someone during robbery.
Furthermore, the panel could impose the death sentence only if all members agreed on guilt and the sentence. Under these rules, the UCMJ authorized capital punishment again.
From 1984 till mid-2000s, the military sought the death sentence against the accused in 47 cases.
The panel, however, awarded the death penalty in only 15 out of those 47 cases. Even in these 15 cases, many were later reduced to life imprisonment on appeal or commuted.
For instance, former President Barack Obama commuted Dwight Loving’s 1989 sentence to life in 2017.
Currently, four men remain under a UCMJ death sentence: Ronald Gray (1988), Hasan Akbar (2005), Timothy Hennis (2010), and Nidal Hasan (2013).
Notably, former President George Bush approved Gray’s death sentence in 2008, becoming the first U.S. President since Eisenhower, after a gap of 47 years, to approve a death sentence awarded by the UCMJ.
However, a federal judge stayed that execution so Gray could challenge the sentence in court. His execution has still not been carried out.
Now Trump has become only the second President to approve the death sentence awarded by the UCMJ in 65 years.
Hasan’s death sentence is set for December 3.
Notably, President Trump has not only approved Hasan’s death sentence, but also approved his execution by a firing squad and its live-streaming.
Hasan’s execution, therefore, could mark the return of military executions in the U.S. after over six decades.
The post Fort Hood Live Execution: How Nidal Hasan’s Livestreamed Firing Squad Could Strengthen UCMJ’s Authority appeared first on EURASIAN TIMES.

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(Image credit: Matt Rourke)