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Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

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A Madrid insulti a Sánchez, a Ceuta Abascal con Bardella: la morsa dell’estrema destra sulla festa nazionale

Il “Día de la Hispanidad”, che si celebra il 12 ottobre con una parata militare, è stato cavalcato dai nazionalisti in pieno clima elettorale. Attacco al premier socialista accolto dalle urla: “Hijo de puta”. Gruppi estremisti cercano di colpire i manifestanti accampati in...

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Quante influenze esterne in Ue. Chi sono e come difendersi

Circa 700 think tank interagiscono con le istituzioni dell’Ue, un centinaio dei quali con sede a Bruxelles. Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato per le Politiche Sociali (HCSP), organismo legato al governo francese, essi forniscono competenze, plasmano i dibattiti politici e fungono da canali di influenza, ma l’ecosistema sta diventando più fragile e conteso. I finanziamenti si concentrano tra governi stranieri, fondazioni e grandi aziende, mentre le fonti filantropiche tradizionali si indeboliscono. I fondi cinesi, ancora modesti, diventano visibili, compreso il sostegno della Missione cinese presso l’Ue e di aziende come Huawei e Shein. Il Qatargate avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. Ha invece rivelato un problema irrisolto: l’influenza straniera raramente si manifesta apertamente. Passa attraverso società di lobbying e consulenza, Ong, studi legali e gruppi di pressione, spesso in nome dei diritti umani, dell’ambiente o della lotta alla corruzione. Gran parte di ciò è legale: la domanda è se le istituzioni europee sappiano chi plasma le politiche, per chi e con chi.

In Germania nel 2021, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha istituito la Stiftung Klima- und Umweltschutz MV: sulla carta una fondazione ambientalista, ma con un braccio commerciale che aiutava le aziende di Nord Stream 2 ad affrontare le minacce di sanzioni statunitensi, ricevendo circa 192 milioni di euro dalla Nord Stream 2 AG, controllata da Gazprom. Ma l’influenza passa soprattutto per canali discreti: accesso, reputazione, appoggio dei parlamentari, capacità di trasformare una controversia privata in causa pubblica.

La Fondazione polacco-belga per il dialogo aperto (Odf) opera in questo ambito: guidata dalla cittadina ucraina Lyudmyla Kozlovska, per anni si è impegnata in campagne a favore di imprenditori e politici provenienti da ex repubbliche sovietiche e ha lavorato anche sulla riforma dell’Interpol, sulle sanzioni in stile Magnitsky e sulle norme antiriciclaggio. Nulla di tutto ciò è di per sé scorretto. Le organizzazioni della società civile hanno il diritto di interagire con le istituzioni europee. Ciò che è meno chiaro è se Bruxelles disponga delle garanzie necessarie per distinguere l’attività di lobbying indipendente dalle campagne legate a più ampi conflitti finanziari o geopolitici. Questo è importante perché un’udienza, una lettera di eurodeputati o un incontro a Strasburgo hanno un peso all’estero. Per una figura dell’opposizione o un imprenditore che rischia un processo nel proprio paese, il sostegno politico europeo conferisce legittimità. Il governo che lo perseguita può altrettanto facilmente presentare lo stesso intervento come un’ingerenza straniera. Le istituzioni europee possono finire per essere parte in queste controversie senza volerlo.

Il caso di Mukhtar Ablyazov dimostra come funziona questo meccanismo. Le autorità kazake accusano l’ex presidente di BTA Bank di appropriazione indebita di diversi miliardi di dollari e di coinvolgimento in gravi reati. Lui e i suoi sostenitori affermano che i casi sono politicamente motivati e derivano dalla sua opposizione al governo kazako. Un contenzioso nel Regno Unito ha prodotto sentenze contro Ablyazov per miliardi di dollari, oltre a conclusioni secondo cui aveva violato diversi ordini del tribunale. Nel 2012, la giustizia britannica lo ha condannato alla detenzione in contumacia. La vicenda è diventata politicamente esplosiva in Italia nel 2013, quando sua moglie, Alma Shalabayeva, è stata arrestata ed espulsa. Successivamente, delegazioni parlamentari italiane si sono recate in Kazakistan e i politici europei si sono maggiormente interessati alle questioni relative ai prigionieri politici e alle figure dell’opposizione presenti nel Paese. A distanza di oltre dieci anni, il caso è ancora pendente presso i tribunali italiani.

Ablyazov ha inoltre ottenuto sostegno politico in Europa. Secondo i dati dell’Odf, diverse personalità italiane lo hanno appoggiato pubblicamente. Nel 2015 Brando Benifei è stato uno dei 18 eurodeputati del Pse che hanno firmato una lettera in cui si esortava la Francia a proteggere Ablyazov dall’estradizione. Nel 2019 il Times ha riferito che oltre 1,5 milioni di sterline sarebbero transitati attraverso società di comodo scozzesi prima di raggiungere conti collegati all’ODF. Il quotidiano ha affermato che il denaro era collegato ad attività di lobbying riguardanti Ablyazov e l’imprenditore moldavo Veaceslav Platon. L’Odf ha respinto le accuse. Platon sta attualmente contestando l’estradizione dal Regno Unito alla Moldova, dove i procuratori lo accusano di reati collegati al “russian laundromat”, uno schema attraverso il quale sarebbero stati trasferiti fuori dalla Russia circa 22 miliardi di dollari. Lo schema ricorda molto da vicino il caso Ablyazov.

Le norme sulla trasparenza possono consentire a organizzazioni come Odf, che rappresentano interessi non commerciali, di dichiarare il proprio bilancio complessivo e ampie categorie di finanziamento senza indicare ogni donatore rilevante. Il pubblico può sapere chi svolge attività di lobbying ma senza sapere chi la finanzia.

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Tutte le tappe del tour romano di Delcy Rodriguez

“Portiamo l’esperienza del Venezuela. Lavoriamo con la convinzione che l’accesso agli alimenti sia un diritto fondamentale”. Nessun riferimento alla transizione politica del Paese sudamericano, nessun accenno alla crisi umanitaria che continuano a patire i venezuelani. Atterrata a Roma, la leader del regime chavista, Delcy Rodriguez, si è concentrata sul principale motivo del suo viaggio: la partecipazione, insieme ad un’ampia delegazione, al World Food Forum della Fao in programma dall’8 al 16 ottobre. A ricevere Rodriguez c’era Máximo Torero, economista capo della Fao e coordinatore del forum; il ministro degli Affari esteri venezuelano, Félix Plasencia e l’ambasciatrice del Venezuela in Italia, Maria Elena Uzzo. Non ci sono stati rappresentanti del governo italiano.

Nonostante gli scandali di corruzione del regime di cui da anni fa parte, Rodriguez farà parte dell’evento ed è stata designata per pronunciare un discorso. Negli Stati Uniti continuano i processi e le indagini su come la rivoluzione bolivariana ha usato il programma di sussidi di alimenti e medicine per arricchimenti e malversazioni di fondi, con il prestanome di Nicolas Maduro, Alex Saab, a capo di questo sistema.

Le sanzioni internazionali contro funzionari del regime continuano a essere in vigore, ma Rodriguez può entrare in territorio italiano per l’immunità diplomatica che le permette di partecipare a questi eventi (come alle Nazioni Unite a New York). Il governo di Pedro Sánchez l’ha anche invitata al Summit Iberoamericano a Madrid il 4 e il 5 novembre.

Non è da escludere qualche incontro con la direzione dell’Eni, con cui il Venezuela ha firmato di recenti nuovi accordi.

Intanto, un gruppo di venezuelani ha organizzato una protesta contro la presenza della leader del regime a Roma.

Llegamos a Roma, Italia, para participar en el Foro Mundial de la Alimentación de la FAO. 🇻🇪🇮🇹 https://t.co/h8MyTm1JSe

— Delcy Rodríguez (@delcyrodriguezv) October 11, 2026

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Tregua o non tregua, l’Ucraina parla alla difesa europea

Volodymyr Zelensky

«È una buona notizia per tutti, ed è importante che diventi realtà». Zelensky ha commentato così ieri, con la consueta finezza diplomatica, l’annuncio unilaterale di Donald Trump di una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Nelle stesse ore in cui Washington dichiarava l’accordo, Kyjiv denunciava nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche, compresa una centrale nella regione di Kharkiv. La distanza tra un post su Truth e la corrente che torna nelle case resta ampia.

La discussione europea sulla difesa dovrebbe partire da qui. Da una sala operatoria che deve restare illuminata, da un acquedotto che continua a funzionare, dal riscaldamento di una scuola o dalle comunicazioni dei soccorritori. Sono le condizioni materiali della vita civile. Proteggerle è parte del compito di chi governa.

Ieri la newsletter GeoStrategia ha richiamato un documento pubblicato a settembre dalla Nato: i nuovi requisiti di preparazione degli Stati alle crisi. Il testo, tecnico, pone una questione semplice. Un paese deve poter continuare a funzionare anche quando qualcuno cerca di paralizzarlo. Servono reti elettriche in grado di resistere, trasporti disponibili, comunicazioni sicure e servizi sanitari capaci di reggere un’emergenza prolungata. La difesa militare dipende anche da queste capacità civili.

In più occasioni, negli ultimi mesi, l’Ucraina ha condiviso con la Nato e gli alleati le lezioni apprese sul campo: come mantenere operativi energia, comunicazioni, evacuazione medica e coordinamento locale sotto attacco. Non è un esercizio teorico. È un’esperienza pagata a un prezzo che nessun paese dovrebbe essere costretto a sostenere. Mentre in Europa si discute se e come sostenere Kyjiv, gli ucraini possono indicare come proteggere i propri cittadini.

Alla luce di questa esperienza, lo slogan «soldi agli ospedali anziché alle armi» appare insufficiente. Un ospedale ha bisogno di personale, attrezzature e risorse. Ma se una centrale viene colpita, se le comunicazioni saltano o se i soccorsi non possono muoversi, servono anche sistemi di emergenza, reti alternative e la capacità di ridurre la probabilità che il prossimo attacco arrivi a destinazione. Il diritto alla salute va finanziato e, allo stesso tempo, protetto.

Questo non rende automaticamente giustificata ogni spesa militare, né autorizza a definire sicurezza qualsiasi stanziamento. Impone invece scelte rigorose e verificabili. Quali infrastrutture sono più vulnerabili, non solo a missili e droni ma anche a sabotaggi, attacchi ibridi o interruzioni delle filiere? Quanto possono resistere gli ospedali a un blackout prolungato? Chi coordina le risposte? Quando i piani sono stati aggiornati e messi alla prova? Sono domande da rivolgere al governo, alle Regioni e ai gestori dei servizi. Anche le opposizioni dovrebbero pretenderle.

L’Europa può trasformare la lezione ucraina in una politica comune: proteggere insieme le reti critiche, organizzare riserve e soccorsi, rafforzare la difesa aerea e la capacità di risposta rapida, evitare che la vulnerabilità di un paese diventi quella dei vicini. È un programma concreto per un’Unione che intenda assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Zelensky chiede che una tregua annunciata diventi realtà. Agli europei tocca fare in modo che la protezione promessa ai cittadini diventi capacità effettiva. La pace si misura anche dalla possibilità di tenere acceso un ospedale quando qualcuno cerca di spegnerlo.

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Trump, il prezzo dell’insicurezza e il conto dell’Europa. La riflessione di Volpi

Una guerra arriva anche dove non si combatte. Arriva nella fattura di un trasportatore, nel premio richiesto per assicurare una nave, nella decisione di un’impresa di rinviare un investimento. Questi costi entrano nella vita delle società, modificano le convenienze, consumano consenso. Alla lunga, condizionano anche la libertà di decidere.

L’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump dopo il colloquio con Vladimir Putin mette gli europei davanti a una questione scomoda. Washington cerca di contenere il prezzo dell’energia; Mosca ottiene uno spazio commerciale e politico. L’annuncio prevede oltre trecentomila tonnellate nell’immediato, cinquecentomila a novembre e un ulteriore milione successivamente, destinate al mercato americano e a quello globale.

L’effettiva disponibilità e l’impatto duraturo sui prezzi restano da verificare. Il significato della scelta, però, è già evidente: l’urgenza economica americana può modificare le condizioni della pressione sulla Russia. Per un’Europa che dal 2023 ha chiuso le porte ai prodotti petroliferi russi, non è un dettaglio.

A completare il quadro sono arrivate le accuse di Trump a Zelensky per le occasioni negoziali che avrebbe mancato, fino all’invito a cambiare presidente, insieme al rimprovero di colpire le infrastrutture energetiche russe. Il rischio, per Kyiv, è che la sua resistenza venga giudicata anche attraverso il prezzo del carburante americano. Per l’Europa, che sostiene l’Ucraina e vive le conseguenze della guerra sulla propria sicurezza, dovrebbe essere materia di una riflessione assai meno rituale.

Essere informati, essere consultati e concorrere a decidere sono condizioni diverse. La solidità di un’alleanza si misura anche nella distanza fra queste tre possibilità. Le reazioni europee, arrivate a cose fatte, dicono già in quale ci troviamo.

Il collegamento fra i fronti passa attraverso l’energia. La guerra in Medio Oriente e l’insicurezza delle rotte producono tensioni che accrescono il valore negoziale delle forniture disponibili altrove. Mosca può dunque trovare opportunità nelle conseguenze di un conflitto esterno al teatro ucraino. Non serve immaginare una strategia concordata per riconoscere una convergenza temporanea di convenienze.

Il prezzo del barile racconta soltanto una parte del problema. Contano la raffinazione, la disponibilità di gasolio, il trasporto e la possibilità stessa di assicurare il viaggio. A settembre Paul Bradshaw, dirigente di Enoc, ha indicato costi di transito attraverso Hormuz saliti nell’ordine di dieci-venti milioni di dollari, trainati da premi per il rischio di guerra che prima non esistevano. Non è una tariffa, è un ordine di grandezza. Basta però a misurare quanto l’insicurezza pesi sul commercio.

Anche aggirare uno stretto può significare esporsi a un’altra vulnerabilità. L’IEA ha documentato come i nuovi attacchi, Mar Rosso compreso, frenino il recupero dei flussi dal Golfo, e gli attacchi all’oleodotto saudita Est-Ovest hanno mostrato che la principale alternativa a Hormuz è a sua volta un bersaglio. La diversificazione richiede quindi infrastrutture, protezione e continuità diplomatica.
Se questa condizione si prolunga, il rischio europeo va oltre l’inflazione. Le imprese investono dove possono prevedere costi e consegne. L’incertezza persistente può spostare produzioni, capitali e competenze. Potremmo ritrovarci a spendere di più per la sicurezza con una base economica meno capace di sostenerla.

L’aumento delle commesse nella difesa non risolve questa contraddizione. Può creare occupazione e accelerare tecnologie importanti, ma il fatturato di alcuni settori non rappresenta il bilancio complessivo di una guerra. Restano le distruzioni, le risorse sottratte ad altri investimenti e il costo quotidiano imposto a famiglie e imprese.

Se la vulnerabilità è economica prima ancora che militare, la risposta deve tenere insieme industria, energia e sicurezza. È su questo terreno che l’Europa dovrebbe organizzarsi. Il Canada, primo Paese non europeo a partecipare allo strumento Safe, offre un precedente concreto di collaborazione industriale e strategica più ampia. Il suo avvicinamento suggerisce una prospettiva: rendere più fitti e affidabili i rapporti fra democrazie che condividono interessi di sicurezza, capacità produttive e bisogno di prevedibilità.

Per l’Italia questa rete potrebbe svilupparsi attraverso la cooperazione con Regno Unito e Giappone, ai quali il programma Gcap ci lega già in un vincolo industriale di lungo periodo, e con il Canada, affiancata da accordi mirati con i partner del Mediterraneo e del Golfo. Relazioni diverse, da governare con chiarezza: collaborazione politica fra democrazie, intese economiche e di sicurezza con altri interlocutori. Energia, porti, infrastrutture sottomarine e protezione delle rotte sono ambiti nei quali il nostro Paese può proporre iniziative e assumere responsabilità.

La ricaduta industriale dipende dalla qualità di questo disegno. Programmare insieme fabbisogni e investimenti può sostenere cantieristica, tecnologie energetiche, sorveglianza e sistemi di protezione. Ordini coordinati e finanziamenti stabili possono dare alle imprese la dimensione necessaria per crescere. La politica estera acquista così strumenti materiali, mentre l’industria trova un orizzonte più solido dell’emergenza.

La Nato resta essenziale. Proprio per questo serve una componente europea capace di agire e di sostenere un confronto fra alleati, anche quando Washington cambia priorità. Attendere ogni volta una nuova definizione dell’interesse americano significa rinviare la definizione del nostro.

Le democrazie impegnano la propria credibilità quando chiedono sacrifici in nome della sicurezza. Devono saper dimostrare che quei sacrifici costruiscono una prospettiva sostenibile. All’Europa spetta questa responsabilità: trasformare la propria forza economica in capacità di scelta. Altrimenti continuerà a finanziare le conseguenze di decisioni sulle quali pesa troppo poco.

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L’Ue stringe la presa sull’industria militare russa. Nel mirino la filiera di missili e droni

Bruxelles prova a mettere sotto pressione la catena industriale che sostiene lo sforzo bellico russo. Il Consiglio dell’Unione europea ha adottato lunedì 12 ottobre nuove misure restrittive nei confronti di 1.569 persone ed entità riconducibili al complesso militare-industriale della Federazione Russa: 826 aziende e 743 persone fisiche, in gran parte amministratori delegati delle società interessate. È, secondo il Consiglio, il più ampio insieme di nuove designazioni approvato dall’Ue dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Il totale dei soggetti colpiti dal regime europeo legato alla tutela dell’integrità territoriale ucraina sale così a quasi 4.600.

Il criterio seguito dall’Ue punta soprattutto sui fornitori di livello intermedio, cioè su quella fascia di imprese che collega la disponibilità delle tecnologie e dei componenti alla produzione finale dei sistemi d’arma. Secondo Bruxelles, le società interessate costituiscono una parte centrale dell’apparato industriale militare russo, con almeno 20 miliardi di euro di fatturato annuo complessivo e più di 250 mila dipendenti.

È qui che si trova l’elemento più significativo del nuovo pacchetto. Le imprese individuate dal Consiglio forniscono componenti destinati ad alcuni dei sistemi più avanzati utilizzati dalle Forze armate russe: missili, velivoli senza pilota e aerei. La lista comprende aziende attive nell’elettronica e nella produzione di semiconduttori, microcircuiti e computer, ma anche fornitori di radar, antenne e ricetrasmettitori, sistemi aeronautici e satellitari, tecnologie missilistiche, esplosivi, munizioni, apparati ottici e strumenti di navigazione. Più della metà delle nuove designazioni, sottolinea il Consiglio, interessa direttamente la catena produttiva dei missili balistici russi.

La logica è quella di intervenire sui nodi industriali meno visibili, ma difficilmente sostituibili nel breve periodo. Dopo oltre quattro anni di guerra, l’apparato militare russo dipende infatti non soltanto dalla capacità produttiva dei grandi conglomerati della difesa, ma da una rete molto più estesa di imprese specializzate che garantiscono elettronica, comunicazioni, navigazione, sensoristica e componentistica. Colpire questi passaggi significa provare ad aumentare i costi di produzione, complicare l’approvvigionamento e restringere ulteriormente gli spazi per l’accesso a tecnologie e capitali europei.

“Questo non è il momento di allentare la pressione su Mosca, ma di aumentarla”, ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri Kaja Kallas. Nelle parole di Kallas, la decisione è direttamente collegata anche alla prosecuzione degli attacchi russi contro le infrastrutture e gli obiettivi civili ucraini. Il Consiglio richiama, in particolare, gli attacchi contro Kiev e contro le infrastrutture legate al trasporto del grano per motivare la necessità di mantenere la pressione economica sul Cremlino.

Dal punto di vista giuridico, le nuove designazioni rientrano nel regime di misure restrittive europee contro le azioni che minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina. Per le aziende e le persone inserite nell’elenco scatta il congelamento dei beni nell’Ue e il divieto, per operatori europei, di mettere direttamente o indirettamente a loro disposizione fondi o altre risorse economiche. Alle persone fisiche si applica inoltre il divieto di ingresso e transito nel territorio dell’Unione. Gli atti sono stati pubblicati nella Gazzetta ufficiale europea.

Il nuovo intervento conferma un’evoluzione della strategia sanzionatoria europea. Bruxelles tenta di ricostruire sempre più nel dettaglio l’architettura industriale che rende possibile la produzione bellica, individuandone i fornitori, i dirigenti e gli snodi tecnologici. La questione decisiva sarà ora l’effettiva capacità di impedire che semiconduttori, apparati elettronici e altre tecnologie controllate continuino a raggiungere la Russia attraverso società intermediarie e Paesi terzi.

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Cina, condannato a 14 anni l’ex sindaco di Wuhan. Ma non per la gestione del Covid

Zhou Xianwang è stato giudicato colpevole di corruzione per aver accettato tangenti per il valore di oltre 7 milioni di euro. L’ex primo cittadino del luogo da cui partì la diffusione del coronavirus nel 2020 era diventato il volto pubblico degli errori commessi durante la fase...

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La Russia ha interferito sulla Brexit, e Londra ammette di non aver indagato abbastanza

Britain's Prime Minister Andy Burnham delivers his Leader's Speech during the Labour Party Conference in Liverpool, England, Tuesday, Sept. 29, 2026. (AP Photo/Jon Super)

La Russia ha interferito nel referendum sulla Brexit del 2016. La notizia non è poi così sorprendente: voci di questo tipo circolano già dal 2020. Ma stavolta le parole sono del premier britannico Andy Burnham, che ha raccontato di aver chiesto chiarimenti sull’eventuale coinvolgimento di Mosca quando è entrato a Downing Street, ricevendo una risposta affermativa. «Ho posto la domanda quando sono arrivato a Downing Street: c’è stata un’ingerenza russa nel referendum del 2016? Ho avuto una risposta chiara: sì, c’è stata», ha detto in un’intervista al podcast “The Rest Is Politics”.

L’intervento di Burnham segna una discontinuità rispetto alla posizione dei precedenti governi conservatori, che sostenevano non ci fossero prove di un’interferenza russa riuscita nel voto che portò il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Burnham, tuttavia, non ha precisato chi gli abbia fornito la valutazione, su quali prove si basi né se le attività russe abbiano effettivamente influenzato il risultato del referendum.

Già nel 2020, una commissione parlamentare britannica che si occupa dell’intelligence aveva criticato il governo e i servizi segreti per non aver indagato adeguatamente sui tentativi di interferenza di Mosca. Secondo il rapporto, non era stata richiesta una valutazione completa delle attività russe, nonostante gli indizi relativi all’uso di media controllati dallo Stato e account sui social network per influenzare la politica britannica. A differenza di quanto avvenuto negli Stati Uniti dopo le presidenziali del 2016, non era stata condotta neppure un’analisi complessiva successiva al referendum.

Per Burnham, rendere pubbliche queste informazioni è oggi particolarmente importante per aiutare le altre democrazie europee a riconoscere le operazioni di influenza straniere. «Credo che sia importante mettere chiaramente a verbale queste cose, anche per aiutare gli elettori in Germania e in Francia a capire che una parte di questa politica è fomentata dai nostri nemici, vale a dire la Russia», ha spiegato. «Siamo stati troppo sulla difensiva e non abbiamo informato abbastanza le persone sulla misura in cui dall’estero si cerca di destabilizzare il processo politico».

Il premier ha affrontato il tema durante la visita a Berlino della scorsa settimana, parlando con il cancelliere tedesco Friedrich Merz della minaccia rappresentata da Alternative für Deutschland (AfD), il partito di estrema destra. Secondo Burnham, Merz ha espresso preoccupazione per i legami tra la formazione e Mosca: «L’AfD è chiaramente legata alla Russia, finanziata, credo». Ha aggiunto che «dalla Russia arriva sicuramente disinformazione e informazione falsa diretta alla politica tedesca».

Londra sta intanto sviluppando un nuovo Centro nazionale per la difesa dell’informazione, incaricato di individuare e contrastare le campagne straniere che mirano a indebolire la democrazia britannica. Il governo ha inoltre annunciato una collaborazione con Berlino contro le minacce ibride.

Le dichiarazioni di Burnham arrivano mentre il premier ha riaperto anche il dibattito sul futuro rapporto con Bruxelles, lasciando aperta la possibilità di un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea. La questione russa e quella europea si intrecciano così nella sua strategia: dieci anni dopo il referendum, Londra vuole fare i conti con le possibili interferenze che hanno accompagnato la Brexit e, allo stesso tempo, rivalutare il rapporto politico con il continente.

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La Russia porta la guerra ibrida fin dentro l’industria europea della difesa

Recruits attend an oath-taking ceremony of the German army at the Defence Ministry in Berlin, Germany, Monday, July 20, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La Russia sta intensificando i tentativi di colpire i vertici delle aziende europee della difesa, fino a pianificare attentati contro la loro vita. È l’allarme lanciato da cinque agenzie d’intelligence europee al Financial Times, secondo cui il Cremlino sta ampliando le operazioni di sabotaggio e di guerra ibrida in Europa per indebolire il sostegno occidentale all’Ucraina. Tra i bersagli ci sono soprattutto gli amministratori delegati e i dirigenti delle società che producono armamenti, ma anche le aziende più piccole impegnate nella fabbricazione di droni e componenti.

La nuova fase arriva mentre il conflitto in Ucraina resta bloccato sul campo di battaglia e l’economia russa attraversa difficoltà. Secondo le fonti dell’intelligence citate dal quotidiano britannico, gli omicidi di obiettivi civili europei, considerati in passato un limite anche per i servizi segreti russi, stanno assumendo un peso crescente nei piani di Mosca. «Il livello di minaccia in Europa è aumentato. Nei confronti delle proprietà, ma anche delle persone», ha dichiarato un alto funzionario dell’intelligence europea.

In Germania, il servizio di intelligence interno (BfV) ha intensificato i contatti con i dipendenti e i dirigenti delle aziende della difesa, raccomandando anche di ricorrere a squadre di protezione personale private. «La Russia sta pianificando deliberatamente atti di violenza contro individui attraverso soggetti statali o controllati dallo Stato», ha avvertito lunedì il capo del BfV, Sinan Selen. Secondo il funzionario, si sta ampliando anche il ricorso a strutture della criminalità organizzata.

La responsabilità di queste operazioni, definite nel gergo dei servizi russi «lavori sporchi», ricadrebbe soprattutto sul Gru, l’intelligence militare di Mosca. Le modalità operative starebbero cambiando: gli ufficiali russi collaborano sempre più con gruppi criminali, utilizzano reti di agenti che attraversano le frontiere e distribuiscono le diverse fasi dei complotti – dalla sorveglianza alla logistica, fino all’esecuzione – tra cellule e individui distinti. Non più soltanto singoli esecutori reclutati online in cambio di denaro.

Alcuni piani sono già stati scoperti e sventati. In altri casi gli investigatori hanno rilevato attività sospette di sorveglianza sistematica delle potenziali vittime, nelle loro abitazioni e nei luoghi di lavoro. Ma, secondo le fonti citate dal Financial Times, l’obiettivo russo non è necessariamente portare a termine gli attentati: basta alimentare la percezione di essere nel mirino per ottenere un effetto sulle scelte delle aziende. «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico», ha spiegato un funzionario. «Facendo semplicemente credere alle persone di poter diventare un bersaglio, ottengono già il loro effetto. Vogliono che gli individui ci pensino due volte prima di fare affari con l’Ucraina».

Le conseguenze sono già visibili nelle misure di sicurezza. Diversi dirigenti della difesa hanno rafforzato la propria protezione negli ultimi sei mesi su indicazione delle autorità, mentre alcune imprese stanno valutando anche il trasferimento degli stabilimenti. Ad agosto, in Svezia, due giovani turisti russi erano stati arrestati dopo aver piantato una tenda nei pressi della proprietà di Micael Johansson, amministratore delegato del gruppo della difesa Saab. Sono stati rilasciati poco dopo, senza che questo episodio dimostri di per sé l’esistenza di un complotto.

L’allerta è alta almeno dall’inizio del 2024, quando i servizi segreti statunitensi e tedeschi scoprirono un piano russo contro Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, uno dei principali produttori europei di armi e sostenitore della fornitura di armamenti a Kiev. Papperger ha dichiarato di essere ora protetto ventiquattr’ore su ventiquattro da guardie private e polizia. Il costo di queste misure, insieme a quello della protezione degli impianti, rischia di diventare un onere significativo soprattutto per le imprese più piccole, proprio mentre l’industria europea della difesa è chiamata ad aumentare la produzione per sostenere l’Ucraina.

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