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Se Trump sgancia gli Usa dalla sicurezza europea. Il monito di Camporini

Degli Stati Uniti bisogna fidarsi, ma con prudenza. Ne è convinto il generale Vincenzo Camporini, alla luce delle parole di Trump su Zelensky, dell’accordo sul diesel Casa Bianca-Mosca e dell’attacco all’Arabia Saudita portato dagli Houthi. “Se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini”, dice a proposito della Nato.

Trump ha accusato Zelensky di non voler raggiungere un accordo per porre fine alla guerra e di creare problemi al mondo con gli attacchi alle raffinerie russe suggerendo a Kiev di trovare un nuovo leader in grado di raggiungerlo. Queste parole come cambiano lo scenario nell’immediato e soprattutto in un eventuale ormai difficile tavolo diplomatico?

Diciamo che è un distacco ormai formale della politica estera americana da quello che accade in Europa e in Ucraina, quindi dobbiamo prendere atto che a questo punto l’interesse di Trump per la politica europea e per la sicurezza in Europa non è più rilevante. C’è un fatto che io credo sia abbastanza significativo, ovvero le imminenti elezioni di midterm che secondo me stanno scatenando il panico alla Casa Bianca.

In che senso?

Indubbiamente i risultati che si possono prevedere sono molto negativi per i repubblicani e a questo punto bisogna incolpare qualcuno di quello che dispiace all’elettorato americano, come l’aumento del costo dei carburanti. Per cui l’ideale è scaricare la colpa non su chi ha creato il conflitto con l’Iran, ma su chi neutralizza le capacità di raffinazione da parte russa che, come tutto il mondo sa, non essere assolutamente determinante per questo aspetto, ma che lui può far passare come la causa di tutti i mali. Quindi a questo punto lascia Ucraina ed Europa al loro destino.

Per quanto tempo ancora la Nato potrà far finta di nulla?

Abbiamo qualche motivo di seria preoccupazione. C’è in generale una volontà di salvaguardare il principio della solidarietà transatlantica: io stesso faccio parte di un gruppo di lavoro con altri colleghi di altri Paesi per cercare di trovare il modo di attenuare l’attuale situazione. Ma è chiaro che in questo momento se qualcuno mi chiedesse di scommettere sulla validità dell’articolo cinque, non rischierei i miei quattrini.

L’accordo sul diesel tra Trump e Putin che scenari apre anche in seno all’Europa?

Premetto che l’accordo dal punto di vista quantitativo è irrisorio, visto che stiamo parlando del fabbisogno di un paio di giorni del mercato americano quindi nulla che possa significativamente influire sul prezzo del gasolio. Ma dal punto di vista dello scenario europeo, è chiaro che ci sarà qualcuno che avrà la tentazione di usarlo: purtroppo vi sono ambienti che apertamente nutrono simpatie per la posizione di Mosca e che cercheranno di sollecitare un allineamento con il governo americano. In alcuni Paesi questo non ha nessuna possibilità di riuscire ma in altri, come l’Italia, temo di sì perché è particolarmente permeabile alla propaganda di Mosca e certamente qualche voce si leverà in tal senso.

In generale oggi l’Europa è autosufficiente dal punto di vista della difesa?

No, oggi l’Europa non è autosufficiente per una serie di capacità specifiche e non certo dal punto di vista delle forze perché le forze europee sono abbastanza adeguatamente numerose e con equipaggiamenti di ottima qualità. Ma ci sono alcune capacità nel campo delle intelligence, della sorveglianza del territorio, delle comunicazioni, della trasmissione dati, della sorveglianza satellitare e della difesa antimissile che oggettivamente gli europei non hanno mai sviluppato. Se vorranno essere autonomi e avere voce in capitolo sulla scena internazionale dovranno sviluppare nell’immediato futuro, anche se sono cose che non si costruiscono dall’oggi al domani ma richiedono anni.

Secondo la sua opinione l’attacco degli Houthi all’Arabia Saudita ci dice anche che l’ombrello americano non è così esteso come immaginavamo?

Mah, è un ombrello molto randomico, nel senso che gli Stati Uniti hanno un accordo di collaborazione militare con l’Arabia Saudita. Evidentemente la cosa è considerata irrilevante dal punto di vista dell’azione quindi l’attacco è un’ulteriore dimostrazione che degli Stati Uniti bisogna fidarsi ma con molta prudenza.

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Green deal e allanze, in Ue a dare le carte sarà ancora il Ppe. Le previsioni di Cattaneo

Sta cambiando rapidamente il quadro: politico interno, internazionale, economico. Per questa ragione Manfred Weber ha riunito in queste ore il Ppe a Taormina per fare il punto della situazione, tra progetti da implementare (green, energia, difesa) e obiettivi (come la prossima commissione europea e le elezioni in Francia e Spagna). Non a caso al meeting siciliano sono presenti anche Ursula von der Leyen e Roberta Metsola. Formiche.net ne ha parlato con il deputato di Forza Italia Alessandro Cattaneo, reduce dalla tre giorni di lavoro a Milano promossa da Antonio Tajani.

ALESSANDRO CATTANEO

In vista del vertice di Taormina, ma soprattutto del 2029 come nuovo orizzonte per la Commissione europea di domani, quali sono le strategie del Ppe alla luce del mutevole scenario politico e geopolitico?

Il Ppe si candida autorevolmente, non da oggi, ad essere il baricentro concreto e pragmatico che tuteli i valori europei, rappresenti il ceto medio e quello produttivo, tenendo insieme la coesione europea all’interno di tutta la nostra area. Dico pragmatismo e concretezza perché, nelle ultime legislature europee, si è dovuta fare una mediazione continua con le altre forze, soprattutto socialiste e non di rado le posizioni sono state molto distanti, penso soprattutto all’epoca di Timmermans. Grazie al Ppe però sono state edulcorate, a mio avviso molto in meglio, alcune politiche. C’è ancora tanto da fare, però, penso a un ambientalismo che non abbia una visione fanatica ma che sia pragmatico e in cui le aziende siano alleate per trovare le soluzioni. Penso anche a interpretare i valori europei nella maniera più moderna e migliore possibile: insomma, sta a noi fare tutto ciò.

A proposito di ambientalismo, la data del 2034 verrà spostata in avanti? Quale l’idea del Ppe su questo elemento che sta portando tante preoccupazioni, soprattutto alle aziende dell’automotive?

Io credo che soprattutto sui temi dell’ambiente, la sinistra ha rischiato di farci deragliare secondo una visione che ha mortificato e mette ancor oggi in pericolo molte aziende che invece determinano il progresso della nostra Europea: questo va assolutamente modificato. Noi vogliamo che le tematiche ambientali siano al centro perché tutti sappiamo che il cambiamento climatico è una realtà e dobbiamo quindi ridurre le emissioni di CO2. Questo, ça va sans dire, è assolutamente il tema ed è una priorità anche per il Ppe. Però tutto ciò si si può perseguire sempre consapevoli che l’area europea emette circa il 7% degli inquinanti del mondo. Quindi noi dobbiamo fare la nostra parte ma, ahimè, non siamo determinanti.

Come procedere?

Dobbiamo insieme alle aziende lavorare sull’innovazione del prodotto e su cicli industriali che sappiano risparmiare energia utilizzarne di più verde. È un percorso che assolutamente stiamo facendo però dialogando con le imprese e coi lavoratori si vede che gli obiettivi sono troppo ambiziosi: io sono un ingegnere e so che in queste sfide di innovazione si possono avere accelerazioni o viceversa bisogna avere più pazienza per raggiungere certi obiettivi. Ma insomma l’area europea sta percorrendo tutto questo tragitto di evoluzione. Pensiamo al grande sviluppo delle rinnovabili: dobbiamo andare avanti ma aggiornare passo passo, senza fanatismi e soprattutto tutelando il nostro sistema industriale e difenderci dai grandi competitor come la Cina.

Un esempio di cooperazione positiva?

Il nuovo Regolamento Ue 2025/40 sugli imballaggi, l’esempio del packaging, dimostra che è stato fatto un grande lavoro anche da Forza Italia: significa che con applicazione e metodo siamo riusciti a modificare una legge che avrebbe condannato a morte una filiera italiana di grande valore.

La prossima sfida?

Le case green. La casa è storica priorità di Forza Italia: il parco case italiano ha delle specificità che gli altri Paesi non hanno. C’è una piccola proprietà molto più diffusa, quindi serve una difesa di una logica rispettosa dell’ambiente ma anche che in qualche modo possa incentivare un approccio non punitivo. Infatti stiamo pensando ai fondi messi a disposizione sul comparto energia che ci permetteranno di sforare di circa 7 miliardi di euro nella prossima manovra al fine di indirizzarli sul tema casa magari, con una nuova stagione più sostenibile ed equilibrata sugli ecobonus in edilizia.

Gli ultimi sondaggi dicono che se si votasse oggi sia in Spagna che in Francia, il centrodestra vincerebbe a mani basse. Il prossimo anno si voterà anche in Italia. Sta cambiando la cartina politica dei Paesi membri? E quale il ruolo del Ppe?

Ogni nazione ha dei suoi percorsi, uno diverso dall’altro. Noi come Forza Italia rivendichiamo la nascita del centrodestra ad opera di Berlusconi che ebbe tale intuizione nel 1994, inserendo il bipolarismo in Italia che non c’era. Da allora questa alleanza funziona perché non è un cartello elettorale, ma una squadra con identità simili che riescono a trovare una sintesi, anche alla luce della cultura di governo dei singoli partiti. Noi abbiamo anche provato nelle ultime elezioni europee ad allargare questa esperienza all’Europa: la Germania invece ha un altro tipo di esperienza con un baricentro al centro, però lì si sta consumando proprio in questi mesi la crisi di quell’impostazione. Io penso che possa essere invece un assetto capace di prendere sempre più il sopravvento. Ma in Italia abbiamo già provato i populismi a Palazzo Chigi con il Movimento Cinque Stelle. E gli italiani hanno visto che con quei populisti al governo i problemi non si risolvono ma si aggravano. E che sono delle illusioni quelle che vengono declamate in campagna elettorale rispetto poi a una incapacità di governare, con anche una logica dissennata sui conti pubblici: un’assistenza che diventa assistenzialismo, una visione di Paese che è populista ma direi anche qualunquista. Ed è quanto di più lontano dall’idea di PPe, di Forza Italia e del centrodestra.

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Quante influenze esterne in Ue. Chi sono e come difendersi

Circa 700 think tank interagiscono con le istituzioni dell’Ue, un centinaio dei quali con sede a Bruxelles. Secondo un rapporto dell’Alto Commissariato per le Politiche Sociali (HCSP), organismo legato al governo francese, essi forniscono competenze, plasmano i dibattiti politici e fungono da canali di influenza, ma l’ecosistema sta diventando più fragile e conteso. I finanziamenti si concentrano tra governi stranieri, fondazioni e grandi aziende, mentre le fonti filantropiche tradizionali si indeboliscono. I fondi cinesi, ancora modesti, diventano visibili, compreso il sostegno della Missione cinese presso l’Ue e di aziende come Huawei e Shein. Il Qatargate avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. Ha invece rivelato un problema irrisolto: l’influenza straniera raramente si manifesta apertamente. Passa attraverso società di lobbying e consulenza, Ong, studi legali e gruppi di pressione, spesso in nome dei diritti umani, dell’ambiente o della lotta alla corruzione. Gran parte di ciò è legale: la domanda è se le istituzioni europee sappiano chi plasma le politiche, per chi e con chi.

In Germania nel 2021, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha istituito la Stiftung Klima- und Umweltschutz MV: sulla carta una fondazione ambientalista, ma con un braccio commerciale che aiutava le aziende di Nord Stream 2 ad affrontare le minacce di sanzioni statunitensi, ricevendo circa 192 milioni di euro dalla Nord Stream 2 AG, controllata da Gazprom. Ma l’influenza passa soprattutto per canali discreti: accesso, reputazione, appoggio dei parlamentari, capacità di trasformare una controversia privata in causa pubblica.

La Fondazione polacco-belga per il dialogo aperto (Odf) opera in questo ambito: guidata dalla cittadina ucraina Lyudmyla Kozlovska, per anni si è impegnata in campagne a favore di imprenditori e politici provenienti da ex repubbliche sovietiche e ha lavorato anche sulla riforma dell’Interpol, sulle sanzioni in stile Magnitsky e sulle norme antiriciclaggio. Nulla di tutto ciò è di per sé scorretto. Le organizzazioni della società civile hanno il diritto di interagire con le istituzioni europee. Ciò che è meno chiaro è se Bruxelles disponga delle garanzie necessarie per distinguere l’attività di lobbying indipendente dalle campagne legate a più ampi conflitti finanziari o geopolitici. Questo è importante perché un’udienza, una lettera di eurodeputati o un incontro a Strasburgo hanno un peso all’estero. Per una figura dell’opposizione o un imprenditore che rischia un processo nel proprio paese, il sostegno politico europeo conferisce legittimità. Il governo che lo perseguita può altrettanto facilmente presentare lo stesso intervento come un’ingerenza straniera. Le istituzioni europee possono finire per essere parte in queste controversie senza volerlo.

Il caso di Mukhtar Ablyazov dimostra come funziona questo meccanismo. Le autorità kazake accusano l’ex presidente di BTA Bank di appropriazione indebita di diversi miliardi di dollari e di coinvolgimento in gravi reati. Lui e i suoi sostenitori affermano che i casi sono politicamente motivati e derivano dalla sua opposizione al governo kazako. Un contenzioso nel Regno Unito ha prodotto sentenze contro Ablyazov per miliardi di dollari, oltre a conclusioni secondo cui aveva violato diversi ordini del tribunale. Nel 2012, la giustizia britannica lo ha condannato alla detenzione in contumacia. La vicenda è diventata politicamente esplosiva in Italia nel 2013, quando sua moglie, Alma Shalabayeva, è stata arrestata ed espulsa. Successivamente, delegazioni parlamentari italiane si sono recate in Kazakistan e i politici europei si sono maggiormente interessati alle questioni relative ai prigionieri politici e alle figure dell’opposizione presenti nel Paese. A distanza di oltre dieci anni, il caso è ancora pendente presso i tribunali italiani.

Ablyazov ha inoltre ottenuto sostegno politico in Europa. Secondo i dati dell’Odf, diverse personalità italiane lo hanno appoggiato pubblicamente. Nel 2015 Brando Benifei è stato uno dei 18 eurodeputati del Pse che hanno firmato una lettera in cui si esortava la Francia a proteggere Ablyazov dall’estradizione. Nel 2019 il Times ha riferito che oltre 1,5 milioni di sterline sarebbero transitati attraverso società di comodo scozzesi prima di raggiungere conti collegati all’ODF. Il quotidiano ha affermato che il denaro era collegato ad attività di lobbying riguardanti Ablyazov e l’imprenditore moldavo Veaceslav Platon. L’Odf ha respinto le accuse. Platon sta attualmente contestando l’estradizione dal Regno Unito alla Moldova, dove i procuratori lo accusano di reati collegati al “russian laundromat”, uno schema attraverso il quale sarebbero stati trasferiti fuori dalla Russia circa 22 miliardi di dollari. Lo schema ricorda molto da vicino il caso Ablyazov.

Le norme sulla trasparenza possono consentire a organizzazioni come Odf, che rappresentano interessi non commerciali, di dichiarare il proprio bilancio complessivo e ampie categorie di finanziamento senza indicare ogni donatore rilevante. Il pubblico può sapere chi svolge attività di lobbying ma senza sapere chi la finanzia.

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Italia-Usa, l’alleanza transatlantica resta il pilastro dell’Occidente. Gelmini spiega il valore del Columbus Day

Ogni postura che porti ad incrinare l’unità dell’Occidente è una postura sbagliata ma anche velleitaria. Indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione americana, serve lavorare per l’ancoraggio all’Occidente e all’alleanza transatlantica, passando per il sostegno all’Ucraina. Punti fissi che sono stati tali per il governo Meloni, ma non per il campo largo. Così a Formiche.net la senatrice di Noi Moderati, Mariastella Gelmini, presidente della Sezione bilaterale di amicizia Italia-Stati Uniti dell’Unione Interparlamentare.

MARIASTELLA GELMINI MINISTRO PER GLI AFFARI REGIONALI E LE AUTONOMIE

Il 12 ottobre è stato proclamato dal Presidente Trump il “giorno di Colombo”. Tra l’altro qualche giorno fa lei ha ricevuto a Roma una delegazione di Camera e Senato Usa. Come procedono le relazioni italo-americane?

Sono relazioni molto intense e, come lei ricordava, abbiamo proprio avuto questa settimana un confronto con una delegazione statunitense, interessata al funzionamento del Parlamento nei rapporti con i governi e un incontro sulle tematiche economiche, compresi i rapporti tra Europa e Cina, con uno sguardo anche sull’Ucraina. Le nostre eccellenti relazioni, come è noto, restano quindi improntate all’alleanza Nato ma anche alla diplomazia parlamentare. Tra i presenti, anche una delegazione dell’House Democracy partnership, una delegazione bipartisan di repubblicani e democratici.

Come prosegue la cooperazione tra Usa e Italia sulle questioni chiave? Che peso ad esempio avrà nel futuro un accordo così importante come quello sulla pax Silica?

Un peso assolutamente di rilievo. Da parte americana devo dire che c’è stato un grande rispetto nei confronti del lavoro che il governo Meloni sta facendo e un grande interesse per l’identità italiana negli Stati Uniti, come dimostra il richiamo alla figura di Cristoforo Colombo e alla necessità di non cedere alla cultura woke. Occorre fare in modo che questa identità italiana venga riconosciuta negli Stati Uniti e abbia una continuità nel tempo.

Quanto incide nelle relazioni con gli Stati Uniti la volontà del governo Meloni di rafforzare l’atlantismo, soprattutto mentre qualche leader europeo guarda troppo a Pechino?

Ciò che ho potuto cogliere da questi momenti di confronto è che c’è piena consapevolezza del ruolo che l’Italia sta svolgendo in Europa, dall’influenza della premier italiana sui dossier europei al rafforzamento dell’Alleanza atlantica rispetto alla questione cinese. Io ho avuto modo di evidenziare come il posizionamento italiano non possa prescindere dalla presa di coscienza degli effetti di sussidi pubblici massivi verso le società. I mercati cinesi non sempre sono improntati al rispetto della proprietà intellettuale, per cui il tema della concorrenza sleale esiste e, specialmente per noi del nord est, è un tema che impatta sul sistema delle piccole e medie imprese, che subisce da decenni la concorrenza cinese. Ho rappresentato loro tale quadro e hanno riconosciuto alla premier italiana di essersi sempre mossa nell’ottica di rafforzare l’alleanza transatlantica. E poi ho sottolineato l’importanza di un Occidente unito, quindi di rafforzare i rapporti non solo con l’Italia, che sono già buoni, ma con l’Europa intera. Tra Stati Uniti ed Europa inoltre c’è stata una recente direttiva sulla questione cinese che ritengo sia un passo nella giusta direzione.

Ieri sull’Acropoli il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, in un interessantissimo discorso ha rivolto un appello all’Occidente che si trova ad un bivio: il prossimo decennio determinerà se si manterrà al suo posto, al vertice del mondo, oppure se si accontenterà di un futuro in declino. Perciò le chiedo: quale la strada da imboccare per l’Occidente e soprattutto in che modo?

Intanto credo che serva una profonda consapevolezza di cosa rappresenta l’Occidente e della necessità di evitare atti di autolesionismo, perché molte volte siamo stati noi i primi a dividere l’Occidente. Democrazia, libertà, stato di diritto, rispetto dei diritti umani: non dimentichiamo che l’Occidente è esattamente questo e quindi credo che sia molto importante la consapevolezza di ciò che rappresentiamo, del portato storico di alcune conquiste e quindi di schierarci dalla parte giusta della storia, fino alla necessità di difendere l’unità dell’Occidente. Sicuramente oggi ogni postura che porti ad incrinare l’unità è una postura sbagliata ma anche velleitaria. Quindi credo che si debba assolutamente partire da lì e, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione americana, serve lavorare per l’ancoraggio all’Occidente e all’alleanza transatlantica, passando per il sostegno all’Ucraina. Punti fissi che sono stati tali per il Governo Meloni, ma non per il campo largo.

 

 

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Perché il discorso di Rubio sull’Acropoli riguarda tutto l’Occidente

“L’Occidente si trova a un bivio: il prossimo decennio determinerà se manterrà il suo posto al vertice del mondo o si accontenterà di un futuro di declino, sottomissione e indebolimento”. Il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha scelto la collina della Pnice, dinanzi all’Acropoli, per un discorso che evidentemente non era rivolto solo alla Grecia di oggi, pur celebrando quella di ieri. La Pnice infatti, non solo si trova a strapiombo sull’antica agorà, ma era la sede dell’ecclesia, l’assemblea dei cittadini ateniesi. Per cui quelle parole pronunciate da Rubio sono un monito per il futuro occidentale, in un frangente internazionale in cui le pressioni economiche della Cina da un lato e quelle belliche di Iran e Russia dall’altro rappresentano il nocciolo delle nuove sfide. “Scegliamo di rafforzare il nostro Paese, senza scuse, di riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche, di reindustrializzare la nostra economia, di ricostruire le nostre difese e di puntare al predominio nelle tecnologie e nei settori del futuro”.

Ecco il primo punto: le catene, i commerci, le materie prime, la scienza. Non è un caso che Rubio, al di là di tutti i riferimenti all’antica Grecia, ha inteso fare puntuali riferimenti a dossier strategici, che però è lecito ammettere fino ad oggi sono stati sottovalutati dall’occidente, in primis quello sulla terre rare (non a caso gli Usa hanno voluto riequilibrare la partita con la Pax Silica). Prima però Rubio aveva ripreso il filo della storia, ricordando che la Grecia è impressa nell’architettura del governo americano, nelle imponenti colonne e nei monumenti che adornano la capitale. “Gli antichi Greci sembrano esercitare un potere quasi mistico sulla nostra memoria. Ci invitano a tornare a loro ancora e ancora”, ha insistito, come per mescolare passato e futuro.

“Atene ci ha donato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno donato la filosofia. Ad Atene abbiamo assistito alla prima espressione completa di ciò che è venuto a definire l’Occidente”, ha aggiunto, sottolineando un altro elemento che si aggiunge alla lunga schiera “di prospettiva”.

Quando il ministro egli Esteri Usa dice che per gli antichi greci la ricerca dell’eccellenza era il principio cardine dell’esistenza umana e che coloro che costruirono il Partenone guardavano in alto (perché credevano che la più alta ambizione fosse quella di superare tutti gli altri, di sforzarsi di essere i migliori) tocca il punto centrale dello sviluppo futuro. L’occidente, e quindi anche l’Ue, deve cambiare angolo di visuale per ricostruire”Esistono grandi rovine in tutto il mondo. In molti casi, si tratta di luoghi in cui la Storia sembra essersi esaurita, vestigia di civiltà lontane scomparse da tempo dalla memoria collettiva. Ma l’Acropoli è diversa”, ha affermato.

Per poi entrare nel cuore del dibattito futuro quando ha detto di credere che l’Europa possa “risvegliarsi dal suo lungo sonno e riaccendere la fiamma che fu accesa qui millenni fa”.

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Vi racconto la strategia italiana sull’Artico. L’analisi del gen. Di Somma

Il libro bianco sull’Artico del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa Rauti terrà il 29 ottobre. Li, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti. Lo dice a Formiche.net il generale Carlo Di Somma, presidente del Comitato di Indirizzo Interforze per gli ambienti Artico, Sub-Artico e Antartide, a margine della Conferenza Nazionale Polare ideata e coordinata dal Cnr in collaborazione con Enea, Ingv e Ogs. Una tre giorni di analisi e riflessioni, per raccontare come l’Italia sia perfettamente consapevole di quanto questa regione del mondo rappresenti un quadrante strategico negli equilibri e come l’azione del governo sia intrecciata alle buone prassi dei soggetti coinvolti.

Generale Carlo Di Somma

Artico, nuove rotte, scienza: come questi tre elementi si intersecano con gli obiettivi geopolitici italiani?

L’Italia è da sempre presente in loco, già con le antiche esplorazioni di fine ‘800 del Duca degli Abruzzi, poi con Umberto Nobile e le due missioni: il nord e dirigibile Italia. Fu una iniziativa importante dove parteciparono tutte le forze armate insieme alla ricerca scientifica. Per cui siamo presenti in quelle regioni in modo costante e sviluppiamo un’attività di osservazione e di ricerca che per la difesa è strategica. Conoscere vuol dire poter pianificare, quindi anche in un momento in cui non c’erano tensioni geostrategiche l’Italia ha potuto mantenere la consapevolezza di una conoscenza e di una preparazione delle proprie forze armate per poter operare in quelle regioni.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha più volte ribadito che la questione va affrontata nell’ambito Nato. Per cui come procedere oggi, dove l’attenzione e la conflittualità geostrategica stanno aumentando?

Diciamo che ci sentiamo di dover puntare ulteriormente la nostra attenzione su questo scenario, sempre in collaborazione con i partner europei e con la Nato. Le forze armate italiane partecipano a tutte le operazioni di deterrenza e insieme alla comunità agli alti dicasteri cerca di mantenere una presenza importante. Come giustamente lei diceva, le rotte sono diventate un tema primario, dopo l’arretramento dei ghiacci: per cui chiaramente cambieranno gli equilibri rispetto al passato e per noi è importante capire cosa succederà per organizzarci e per poter pianificare al meglio le nostre possibilità di intervento.

Materie critiche e cyber sicurezza: che cosa stiamo facendo e soprattutto che cosa potremo fare di più in Artico?

Sono temi centrali insieme all’altro dominio, quello cognitivo, perché vanno di pari passo e proprio l’attuale competizione geostrategica in quell’ambiente vede questi due domini particolarmente centrali. A quelle latitudini si avverte il rumore di fondo di cose che accadono nell’ombra, come gli attacchi alle strutture sottomarine: essi determinano la necessità di poter organizzarci al meglio per affrontare questo tipo di minacce. Ricordo che la difesa italiana, con l’iniziativa del Polo nazionale subacqueo, è molto all’avanguardia e questo punto di vista stiamo cercando di coprire quel gap tecnologico che al momento ci vede in difficoltà nell’intervenire tempestivamente e fare deterrenza per difendere le infrastrutture subacquee critiche. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, lo ha annunciato nel disegno di legge ad hoc: stiamo cercando di trovare delle strutture di governance che ci aiutino ancora di più ad essere efficaci a livello interforze ed Inter dicasteri, perché in quegli ambienti, con scenari altamente complessi, non si fa nulla da soli: o si collabora con il sistema Paese o non si riesce a gestire il tipo di minaccia.

Il libro bianco sull’Artico presentato dal Cnr in che maniera potrà inserirsi nell’azione del governo?

Il libro bianco è un documento operativo che darà attuazione a quella che è la politica nazionale in Artico quella che è stata presentata lo scorso gennaio dai ministri Crosetto, Tajani e Bernini, ampliandola nella parte dedicata all’Antartide e al cosiddetto terzo polo con una visione anche più estesa. Esiste un’idea molto sentita anche da parte nostra, di vedere la complessità in una maniera unitaria, anche se la situazione geostrategica è molto differente, ma per gli aspetti climatici di sicurezza e anche di cooperazione internazionale, di ricerca scientifica e tecnologica questi tre ambienti sono tutti fortemente collegati. Quindi il libro bianco del Cnr è una bellissima iniziativa e sarà una buona premessa per la seconda Conferenza che la sottosegretaria alla Difesa la senatrice Isabella Rauti terrà il 29 ottobre. Lì, in quell’occasione, il tema geopolitico sarà centrale: ovvero analizzare in maniera unitaria gli ambienti polari e, quindi, mettere nero su bianco una strategia più ampia e più unitaria su questi ambienti.

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Chi vota contro la stretta alla Cina non difende l’Europa. La versione di Gambino

Un brutto incidente, quello accaduto oggi a Strasburgo in occasione della risoluzione sui rapporti tra Unione europea e Cina, in cui viene chiesta una risposta “più forte” nei confronti degli squilibri commerciali con Pechino. Mentre il centrodestra composto da Ecr e Ppe ha votato compatto per il sì, le opposizioni si sono divise: Avs e Pd astenuti, M5s e vannacciani contrari. Con il centrodestra solo Elisabetta Gualmini, Pina Picierno e Irene Tinagli.

ALBERICO GAMBINO FDI

“Viene da pensare che in Italia c’è un gruppo politico a cui non stanno a cuore gli interessi dell’Europa, mentre quelli della Cina sì”, dice a Formiche.net l’eurodeputato di Ecr/FdI Alberico Gambino, vicepresidente della commissione per gli Affari esteri e membro della commissione per la sicurezza e la difesa del Parlamento Europeo, secondo cui “anziché essere uniti e dimostrarsi patrioti, questi partiti remano contro gli interessi in Italia degli italiani e in questo caso dell’Europa e delle industria europee, una deriva che cozza non poco con i proclami di responsabilità che il Pd continua a fare, dipingendosi un partito responsabile e in grado di guidare l’Italia: è vero esattamente l’opposto”.

Non va dimenticato infatti che il deficit commerciale dell’Unione Europea nei confronti della Cina ha superato i 360 miliardi di euro annui, per questa ragione Bruxelles ha iniziato a riconsiderare i propri strumenti di difesa economica, tramite iniziative mirate. Già due giorni fa Francia e Germania in una lettera aperta avevano chiesto alla Commissione europea di attivare nuovi strumenti di difesa: pur se non citata esplicitamente nella lettera indirizzata da Merz e Macron a Von der Leyen, appare evidente il riferimento alla Cina dell’iniziativa: “Abbiamo bisogno di uno strumento credibile nelle mani della Commissione che consenta una reazione decisiva e sistemica – ovvero attivabile tramite maggioranza qualificata inversa – e l’adozione di misure forti, fino all’esclusione immediata dal mercato interno se necessario”. L’azione si tradurrebbe in un blocco immediato (il cosiddetto kill switch), consentendo a Bruxelles di reagire rapidamente tramite poteri in capo alla Commissione.

L’eurodeputato meloniano ritiene che con la Cina “bisogna avere un’interlocuzione e un dialogo sempre aperto ovviamente, ma ciò non significa essere succubi o silenti dinanzi a regole che valgono solo per noi e che stanno causando moltissimi danni alle imprese europee”. E aggiunge: “Negli anni passati l’Ue si è assuefatta al green deal mettendo da parte gli interessi dell’industria europea. Adesso bisogna recuperare il tempo passato, ma non sarà una cosa semplice. Noi siamo l’Europa e abbiamo dimostrato di poter superare i momenti difficili, come dimostra la storia del secolo scorso: abbiamo le intelligenze, le capacità e l’industria competitiva per poterlo fare. E la politica dovrà accompagnare questa rinascita”.

Con quali obiettivi? “Non avere un padrone, spiega, ma porsi allo stesso livello di Usa e Cina, per potersi sedere ai tavoli che contano e ovviamente pensare allo sviluppo del territorio a tutto tondo. Se non daremo energia all’industria perderemo competitività, posti di lavoro, capacità di contare e pesare nelle assise internazionali. Questo cambio di consapevolezza nasce dal 2022, da quando il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha iniziato a far sentire la propria voce a Bruxelles per dire che così non si può più andare avanti. E oggi la sterzata dell’eurocamera ricalca in toto le osservazioni che Meloni ha più volte fatto nei consigli europei: il tema degli squilibri commerciali con Pechino.

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