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Tregua o non tregua, l’Ucraina parla alla difesa europea

Volodymyr Zelensky

«È una buona notizia per tutti, ed è importante che diventi realtà». Zelensky ha commentato così ieri, con la consueta finezza diplomatica, l’annuncio unilaterale di Donald Trump di una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Nelle stesse ore in cui Washington dichiarava l’accordo, Kyjiv denunciava nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche, compresa una centrale nella regione di Kharkiv. La distanza tra un post su Truth e la corrente che torna nelle case resta ampia.

La discussione europea sulla difesa dovrebbe partire da qui. Da una sala operatoria che deve restare illuminata, da un acquedotto che continua a funzionare, dal riscaldamento di una scuola o dalle comunicazioni dei soccorritori. Sono le condizioni materiali della vita civile. Proteggerle è parte del compito di chi governa.

Ieri la newsletter GeoStrategia ha richiamato un documento pubblicato a settembre dalla Nato: i nuovi requisiti di preparazione degli Stati alle crisi. Il testo, tecnico, pone una questione semplice. Un paese deve poter continuare a funzionare anche quando qualcuno cerca di paralizzarlo. Servono reti elettriche in grado di resistere, trasporti disponibili, comunicazioni sicure e servizi sanitari capaci di reggere un’emergenza prolungata. La difesa militare dipende anche da queste capacità civili.

In più occasioni, negli ultimi mesi, l’Ucraina ha condiviso con la Nato e gli alleati le lezioni apprese sul campo: come mantenere operativi energia, comunicazioni, evacuazione medica e coordinamento locale sotto attacco. Non è un esercizio teorico. È un’esperienza pagata a un prezzo che nessun paese dovrebbe essere costretto a sostenere. Mentre in Europa si discute se e come sostenere Kyjiv, gli ucraini possono indicare come proteggere i propri cittadini.

Alla luce di questa esperienza, lo slogan «soldi agli ospedali anziché alle armi» appare insufficiente. Un ospedale ha bisogno di personale, attrezzature e risorse. Ma se una centrale viene colpita, se le comunicazioni saltano o se i soccorsi non possono muoversi, servono anche sistemi di emergenza, reti alternative e la capacità di ridurre la probabilità che il prossimo attacco arrivi a destinazione. Il diritto alla salute va finanziato e, allo stesso tempo, protetto.

Questo non rende automaticamente giustificata ogni spesa militare, né autorizza a definire sicurezza qualsiasi stanziamento. Impone invece scelte rigorose e verificabili. Quali infrastrutture sono più vulnerabili, non solo a missili e droni ma anche a sabotaggi, attacchi ibridi o interruzioni delle filiere? Quanto possono resistere gli ospedali a un blackout prolungato? Chi coordina le risposte? Quando i piani sono stati aggiornati e messi alla prova? Sono domande da rivolgere al governo, alle Regioni e ai gestori dei servizi. Anche le opposizioni dovrebbero pretenderle.

L’Europa può trasformare la lezione ucraina in una politica comune: proteggere insieme le reti critiche, organizzare riserve e soccorsi, rafforzare la difesa aerea e la capacità di risposta rapida, evitare che la vulnerabilità di un paese diventi quella dei vicini. È un programma concreto per un’Unione che intenda assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Zelensky chiede che una tregua annunciata diventi realtà. Agli europei tocca fare in modo che la protezione promessa ai cittadini diventi capacità effettiva. La pace si misura anche dalla possibilità di tenere acceso un ospedale quando qualcuno cerca di spegnerlo.

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I cortei che ignorano Hamas in realtà non vogliono la pace

Giornata mondiale di sostegno alla Palestina, corteo e manifestazione di varie associazioni, sigle sindacali e studenti , per mantenere vivo l'interesse sulla guerra in medio oriente.Roma 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse) World day of support in Palestine, courtship and demonstration of various associations, centuries-old syndacali and students, to keep alive the interest in the war in the Middle East. Rome 10 ott 2026 (Benvenuti/Lapresse)

Sabato scorso, in diverse città italiane, si sono svolte manifestazioni organizzate da sindacati e partiti della sinistra, con partecipazione di movimenti per la Palestina. I cortei hanno denunciato quello che definiscono «genocidio» israeliano a Gaza e indicato come «complici» i governi di Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Giorgia Meloni. Con il passare del tempo, la memoria dell’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas ha ucciso circa milleduecento persone e rapito oltre duecentocinquanta, tende a sfumare nel discorso pubblico.

Esiste una soglia oltre la quale la solidarietà con i civili palestinesi può confondersi con la legittimazione di chi ha innescato la guerra o con la messa in discussione del diritto di Israele a esistere. A Torino una portavoce di un coordinamento per Gaza ha definito il 7 ottobre «giornata di resistenza»; a Milano il corteo è stato aperto da uno striscione per una Palestina «dal fiume al mare» accompagnato dalla condanna del sionismo. Definire «resistenza» un massacro di civili e ostaggi cambia il nome agli autori e cancella quello delle vittime. Chi invoca una Palestina dal fiume al mare dovrebbe precisare quale spazio residuo immagina per gli israeliani. Non tutti i manifestanti condividono queste posizioni; il silenzio di chi non le condivide pesa comunque.

In questo contesto è stato assegnato il Nobel per la pace 2026 a Navi Pillay, che ha presieduto la commissione d’inchiesta Onu secondo cui Israele ha commesso atti genocidi a Gaza. La sua lunga carriera a difesa dei diritti umani non viene cancellata da questa conclusione, ma una commissione d’inchiesta non è un tribunale e un premio non equivale a una sentenza. Le conclusioni vanno discusse nel merito: la critica al governo israeliano non autorizza a processare l’esistenza stessa di Israele.

Lo stesso vale per il documentario “Naza”, basato su testimonianze anonime di personale militare e di intelligence israeliano. L’esercito contesta i contenuti e la verificabilità delle fonti; alcuni oppositori di Netanyahu interpretano gli stessi sistemi di targeting come strumenti volti a ridurre, non ad aumentare, le vittime civili. Un film non costituisce prova processuale, e il termine «algoritmo» non equivale a una confessione.

Resta una domanda spesso elusa: quale responsabilità ha Hamas nella catastrofe di chi pretende di rappresentare? Il movimento governa Gaza da quasi vent’anni e ha utilizzato fondi di solidarietà per costruire una vasta rete di tunnel destinati alla guerra. Interrogato sul perché non fossero stati realizzati rifugi per i civili, Mousa Abu Marzouk ha risposto che i tunnel servono ai combattenti e che ai civili deve pensare l’Onu. Altri dirigenti, tra cui Yahya Sinwar, hanno descritto le vittime civili come un elemento di valore strategico. La logica è nota: combattere da case, scuole e ospedali e poi esibire macerie e morti come arma politica. Per Hamas la sofferenza dei civili non è solo un costo: è anche propaganda.

Le cifre che dominano il dibattito provengono dal ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, che non distingue tra civili e combattenti. Ripeterle senza riserve critiche non è necessariamente pietà: è accettazione di una fonte parte in causa. I palestinesi non sono tutti Hamas, così come i tedeschi degli anni Trenta non erano tutti nazisti. Per questo le colpe di Hamas non possono essere cancellate in nome dei palestinesi. Né il solo numero dei morti dimostra un genocidio: serve l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale. È su questo punto che le conclusioni della commissione Onu vanno messe alla prova. Pretendere che Israele rispetti il diritto di guerra è legittimo; non lo è lasciare che chi usa gli scudi umani si presenti come loro unico difensore.

Chi chiede conto a Israele di ogni scelta e a Hamas di quasi nulla applica una morale selettiva. Chi chiama «resistenza» il 7 ottobre riabilita un massacro.

Infine, diversi governi europei hanno riconosciuto uno Stato palestinese che ancora oggi non è in grado di tenere elezioni programmate in Cisgiordania e denunciano la tragedia di Gaza all’arrivo dell’inverno. Una task force europea per portare soccorsi direttamente a Gaza resta assente. Il non detto è che Hamas non ha deposto le armi e che gli aiuti rischiano di finire nelle mani delle sue milizie. La pace richiede una Palestina libera anche da Hamas e un Israele che non debba negoziare il proprio diritto a esistere. Una piazza che non riesce a pronunciare entrambe le condizioni non ha ancora chiarito quale pace vuole.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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