Paolo Giordano vuole un computer senza Internet, io lo trovo persino poco paranoico

Il primo paragrafo è per tutti, e fa così: ieri sul Corriere c’era un articolo di Paolo Giordano sulle sue paranoie tecnologiche, sul suo voler comprare un computer airgapped, cioè che non si sia mai connesso alla rete e che perciò nei film comprano i buoni che vogliono tutelarsi da servizi segreti deviati e Mark Zuckerberg assortiti (l’ultima cui l’ho visto fare è la protagonista di “The Social Reckoning”).
Il secondo paragrafo è quello dove una certa categoria di paranoici deve smettere di leggere, e fa così: ho pensato, leggendo Giordano, diverse cose, su cui nel corso della giornata ho cambiato idea, e alla fine ho pensato che, per scrivere quell’articolo, Giordano si era, con metodo Strasberg, trasformato in Jerry Fletcher.
Il terzo paragrafo è quello all’altezza del quale spero che i più giovani, quelli che hanno inventato quell’ubriaco concetto denominato “spoiler”, abbiano già smesso di leggere, perché sto per dire che Jerry Fletcher era il personaggio interpretato da Mel Gibson in un film di ventinove anni fa, e se andate avanti a leggere farò persino la spericolata scelta di svelarvi come andasse a finire un film che avete avuto ventinove anni di tempo per non perdervi.
Ma prima dobbiamo, come sempre, parlare di me. Le mie paranoie sono intermittenti. Ogni volta che apro l’homebanking dalla connessione d’un bar o simili, penso: ecco, ora mi svuotano il conto – però poi lo faccio lo stesso, perché nella mia vita due forze trainanti esistono, ed esse sono la comodità e la pigrizia.
Sì, potrei organizzarmi e fare quel bonifico al sicuro della mia connessione casalinga (Jerry Fletcher direbbe che non è poi tanto sicura, ma Jerry Fletcher vive nel 1997: mai potrebbe concepire che arrivassimo a trasmettere i nostri dati più sensibili usando la connessione di Mario il barista), ma sono qui, sto bevendo il cappuccino, ho un paio di minuti da buttare: vuoi mettere che comodità?
Sulla cloud, sono paranoica da prima di Giordano, che ha smesso di salvare solo ora il suo romanzo che è certo le multinazionali del male vogliano arrubbargli: io non l’ho proprio mai attivata, ma non perché pensi che Sam Altman mi copierà i compiti, per una ragione molto più alla buona. Ho frequentato per un po’ un tizio che passava le nottate a frugare nelle cloud della gente famosa. Senza – è un’aggravante, mica un’attenuante – alcun fine di lucro: solo per farsi i fatti altrui. Se esiste lui, ne esisteranno migliaia di altri (nessuno di noi è un modello unico), e qualcuno potrebbe avere tanto di quel tempo libero da farsi persino i pochissimo interessanti fatti miei.
Giordano dice anche che non manderà il nuovo libro via mail alla sua agente, perché ha deciso che tutto è intercettabile e bisogna tornare al cartaceo. In questo senso l’editoria è paranoica già da un po’: c’è un tizio (non quello che frequentavo io, un altro: ve l’ho detto che non esistono modelli unici) che crea indirizzi mail somiglianti a quelli di chi lavora nell’editoria, e li usa per domandare pdf di libri in uscita. La vanità è il più pericoloso dei peccati, e un domani io potrei credere che Alessandro Baricco mi stesse davvero scrivendo di mandargli per favore subito la mia ultima fatica, e neppure m’insospettirei perché Baricco dice «ultima fatica» come un dottorando qualunque.
Appoggio il ritorno al cartaceo perché crea un valore in termini di deperibilità e di preziosità: che pensiate al manoscritto di Jo March bruciato dalla sorella in “Piccole donne”, o a quello di Kenneth Branagh buttato nel fiume Hudson dalla ex in “Celebrity”, vi sarà chiaro che un’epica del genere non è a nostra disposizione se ci affidiamo ai file condivisi.
Ieri leggevo su People un’intervista di Billy Crystal su quando, l’anno scorso, la zona di Los Angeles in cui viveva ha iniziato ad andare a fuoco. Lui e la moglie sono andati via, e dopo qualche giorno la casa è stata rasa al suolo dagli incendi, ma quel che mi ha colpito è che sono andati via solo coi vestiti che avevano addosso e neanche una valigia, solo gli album di foto. Le foto del matrimonio dei genitori di Crystal, nato nel 1948, mica stanno sulla cloud: te le metti in tasca, e scappi dall’incendio.
Sull’intervento dell’intelligenza artificiale nella posta, poi, sono stata paranoica dal primo giorno: ho subito disattivato tutto. Giordano racconta di non averlo fatto immediatamente per non avere la casella piena di mail non risposte: l’ia gli separava i messaggi promozionali da quelli personali. Ma, benedetto ragazzo, tutto devo spiegarti: servono più caselle, sennò non ti raccapezzi.
In una tutte le mail commerciali: serve per sapere se sei ancora abbonata al tal giornale e quando arriverà il pacco che hai ordinato a Net-à-porter. In una tutte le mail di lungo corso: è quella che hai da quando eri giovane e ti faceva piacere che le case editrici ti mandassero i libri in omaggio, scrivono lì gli uffici stampa e la gente cui prima o poi risponderai. In una i social: le notifiche non servono assolutamente a nulla, vanno lì a morire. E una è quella che usi, dove ti scrivono quelli per cui lavori o i vecchi amici; se qualcuno confinato alle altre caselle osa scriverti lì, viene subito segnalato come spam.
In questo modo, nell’unica casella che tieni sul telefono non hai mai mail non risposte, e l’intelligenza artificiale la disattivi subito da tutto.
Insomma, ho letto Giordano trovandolo non sufficientemente paranoico, almeno rispetto a quanto lo sono io, che ogni settimana scrivo una newsletter e ogni settimana clicco sul tastino che Substack mette a disposizione: quello che verifica quanta parte della newsletter è stata prodotta da un essere umano. Direte voi: l’hai scritta te, saprai bene che l’ha scritta un’umana, o ti percepisci cyborg? Ci clicco perché mi dà moltissima soddisfazione avere reiterate conferme che il mio giro di frase è così imprevedibile da non sembrare artificiale: mica Pangram sa davvero chi ha scritto cosa, sa solo se gli accostamenti tra le parole che gli dai in pasto li ha già visti in giro.
Poi però nel pomeriggio ho letto, in giro per social, le reazioni all’articolo di Giordano, e mi sono ricordata che una volta avevo scritto di non aver mai usato l’intelligenza artificiale (era vero, lo è ancora), e mi aveva risposto gente stranamente aggressiva, accusandomi di sembrare una che diceva di scrivere con la Olivetti, una luddista, una contraria a quegli spot dello shampoo che ti promettono di farti stare dentro al progresso e alla performance.
È sempre interessante capire le proiezioni che fanno sì che la gente si agiti quando qualcuno dice «io faccio così», o persino «secondo me bisogna fare così»: se la prendono per il nostro bene o per il loro? È perché credono davvero che dire che l’intelligenza artificiale non fa bene alla scrittura (un’ovvietà così ovvia che neanche c’è da argomentarla) sia come voler vietare la tv a colori? O è perché scambiano un editoriale per un disegno di legge che vieterà loro di utilizzare l’intelligenza artificiale per sembrare meno scarsi quando scrivono?
Jerry Fletcher è un tassista, versione meno cupa del Travis Bickle di “Taxi Driver”, e a dare il titolo a “Ipotesi di complotto” è la sua newsletter, “Conspiracy Theory”, che è un ciclostilato che nessun Substack gli paga e nessun Pangram controlla sia davvero il frutto della sua follia e non di qualche cervellone elettronico.
“Ipotesi di complotto” è del 1997, e non c’erano cloud da cui sconnettersi per assicurarti che non ti spiassero: quando Jerry, cioè Mel Gibson, piomba nell’ufficio d’un’avvocatessa che lavora per il ministero di Giustizia (Julia Roberts: erano gli anni in cui i film si costruivano attorno al sorrisone di Julia Roberts, che rendeva ricevibili anche le storie più inquietanti) dicendole che ogni volta che c’è un terremoto lo space shuttle si trova in orbita e il presidente si trova in viaggio all’estero, e quindi lui ha capito che la Nasa sta sperimentando i terremoti come arma, sia Julia sia noialtri nella poltrona del cinema stabiliamo che è un picchiatello.
E infatti ha mille sistemi meccanici per controllare che nessuno gli entri in casa, per fare ciò che noi c’illudiamo di fare usando un computer non connesso all’internet (i sistemi meccanici erano più cinematografabili: oggi quella di Jerry Fletcher sarebbe una storia fatta tutta di prendere a ditate schermi, mica di bottiglie di birra in bilico per controllare che nessuno abbia aperto la porta a tua insaputa).
In quel cinema del 1997 mi venne il dubbio d’essere stata anch’io picchiatella, una decina d’anni prima: Mel dice a Julia che Jerry Garcia dei Grateful Dead non è mica morto, è una messinscena, è un agente segreto inglese, e io avevo passato l’adolescenza a leggere libri che dicevano che Jim Morrison aveva finto di morire e viveva a Parigi. Non è che ci credessi davvero, però li compravo.
Solo che, spero che i paranoici dello spoiler a questo punto siano già passati alla lettura dell’oroscopo, Jerry Fletcher aveva ragione. C’era in effetti un complotto per non farlo parlare, un complotto per non far sapere a Julia Roberts il terribile segreto riguardante la morte del padre, c’erano molti complotti e, come le aveva spiegato lui che era lucido nel suo picchiatellismo, «una buona cospirazione è una cospirazione che non potrai mai provare».
E quindi, se ieri gli amici di Paolo Giordano si sono telefonati per dirsi poverino, mica pensavo stesse così male, a me viene il sospetto che abbia ragione: forse Anthropic sta davvero leggendo tutti i miei appunti, e presto Pangram mi dirà che la mia prosa gli ricorda roba già letta, e sarà allora che saprò che è tutto finito.
L'articolo Paolo Giordano vuole un computer senza Internet, io lo trovo persino poco paranoico proviene da Linkiesta.it.

