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Auto, dazi ed elettrico. Cosa potrebbe cambiare negli USA dopo il voto di Midterm

Le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre potrebbero cambiare gli equilibri della politica industriale degli Stati Uniti, con conseguenze per i costruttori automobilistici e la filiera dei componenti. Una vittoria democratica alla Camera e al Senato, scenario considerato possibile dai sondaggi, darebbe al Congresso maggiori strumenti per intervenire sulle scelte dell’amministrazione Trump in materia di dazi, accordi commerciali e mobilità elettrica.

Secondo un’analisi della testata specializzata Automotive News, il ritorno dei democratici alla guida delle due Camere aprirebbe una fase di confronto con la Casa Bianca su alcune delle questioni che condizionano gli investimenti del settore. Trump conserverebbe il potere di veto, ma il Congresso potrebbe avviare indagini sulle politiche commerciali, convocare i responsabili delle agenzie federali e cercare di limitare l’autorità presidenziale.

Per l’industria automobilistica il primo nodo riguarda i dazi, che incidono sulle importazioni, sui costi di produzione, sui prezzi delle vetture e sull’organizzazione delle catene di fornitura. Un Congresso democratico potrebbe sottoporre a maggiori controlli le misure adottate dall’amministrazione, senza arrivare alla loro cancellazione. Anche tra i democratici, del resto, la difesa della produzione nazionale e dell’occupazione industriale resta una priorità.

Un passaggio sarà la revisione dell’USMCA, l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada. I tre Paesi ospitano una rete di stabilimenti e fornitori nella quale componenti e veicoli attraversano più volte le frontiere prima di arrivare sul mercato. La revisione prevista nel luglio 2027 potrebbe modificare le condizioni degli scambi e incidere sulle strategie produttive dei gruppi presenti in Nord America: il Congresso potrebbe influenzare il negoziato, chiedendo maggiori garanzie e controlli.

L’altro fronte è quello dell’elettrificazione. La politica di Trump ha ridotto il sostegno normativo alla diffusione delle auto a batteria, mentre diversi costruttori hanno investito nella produzione di veicoli elettrici e accumulatori. Una maggioranza democratica potrebbe tentare di recuperare parte delle misure a favore della transizione, incontrando però i limiti imposti dal potere presidenziale.

A pesare sarà anche il risultato delle elezioni in California, che ha fissato l’obiettivo di arrivare al 100% di vendite di nuove auto a zero emissioni nel 2035, una scadenza adottata da altri Stati americani. La normativa è al centro di una controversia giudiziaria dopo gli interventi del Congresso contro l’autonomia regolatoria californiana. Il prossimo governatore, con il democratico Xavier Becerra favorito, avrà un ruolo nella definizione della strategia. Le sue dichiarazioni hanno alternato il sostegno all’obiettivo del 2035 alla richiesta di considerare costi e infrastrutture.

Un’altra occasione di confronto potrebbe arrivare nel 2027, quando gli Stati Uniti rischiano di raggiungere il tetto del debito federale. I democratici potrebbero utilizzare il negoziato per ottenere concessioni anche sulle politiche energetiche e sui trasporti.

Per i costruttori, l’esito delle elezioni non comporterebbe dunque un cambio immediato delle regole. Potrebbe invece incidere sui tempi e sui contenuti delle decisioni che riguardano importazioni, produzione e investimenti nell’elettrico. Questioni sulle quali l’industria deve programmare attività e risorse con anni di anticipo.

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Trump scommette sull’intesa con Putin come biglietto da visita per il voto di midterm: così l’Ucraina potrebbe diventare centrale alle elezioni

È una scommessa che, per Donald Trump, non sarà facile vincere. La scommessa è il cosiddetto “diesel deal”, l’accordo stipulato tra il presidente Usa e Vladimir Putin per la fornitura sul mercato statunitense e globale di migliaia di tonnellate di diesel. L’obiettivo dichiarato è bloccare l’aumento record dei costi energetici negli Stati Uniti e riuscire a farlo in modo consistente e rapido, prima delle elezioni di midterm del 3 novembre. Con lo stesso obiettivo, il tycoon ha poi deciso di sospendere le sanzioni nei confronti di Mosca. Gli elementi in gioco sono però molti, molto incerti, tali da rendere la strategia di Trump un azzardo, prima ancora che una scommessa.

Il “diesel deal” è una storia globale, che dalle pianure del Montana porta all’Iran e dall’Iran alla Russia. L’evento da cui partire è sicuramente il 28 febbraio 2026, quando i jet militari Usa lanciano le prime bombe su Teheran. Il midterm è ancora lontano e gli americani sono certi della vittoria totale nel giro di “4/5 settimane”. Cosa è successo è noto. Nonostante i proclami di Trump, la vittoria non c’è stata e gli Stati Uniti le hanno tentate tutte – minaccia di distruzione, aperture al negoziato, promessa di affari miliardari per gli ayatollah – prima di rendersi conto che le cose non sono andate come previsto. È a questo punto – più o meno nel corso dell’estate 2026 – che tra i responsabili dell’amministrazione si fa strada la possibilità più temuta, quella di un voto di midterm a guerra in corso, Stretto di Hormuz chiuso, americani furibondi per l’esorbitante costo della vita. A Washington si cerca quindi di correre ai ripari e il riparo trovato ha un nome: Ucraina. Un conflitto dimenticato per mesi, lasciato tragicamente vivacchiare perché considerato insolubile, torna improvvisamente d’attualità.

È chiaro ciò cui Trump e i suoi pensano, nel disegnare il “diesel deal”. Pensano di aggirare il “problema Iran” promuovendo un accordo tra Mosca e Kiev che faccia affluire sul mercato centinaia di migliaia di tonnellate di diesel e serva come calmiere dei prezzi. Trump sa ovviamente molto bene che europei e soprattutto ucraini non sono per nulla convinti da una strategia che appare come una resa di fronte alle richieste del Cremlino. Il suo problema in questo momento non sono però europei e ucraini, bensì gli agricoltori del Montana, l’industria manifatturiera e siderurgica del Midwest, i consumatori delle grandi città, tutti gli americani che subiscono costi della vita troppo alti e che il 3 novembre andranno a votare. È in nome della difesa del voto repubblicano, e della sua sopravvivenza politica, che il presidente riapre il canale d’affari con la Russia di Putin e abbandona gli ucraini al loro destino.

Il “diesel deal” è quindi ciò che dovrebbe risollevare l’America dalla crisi in cui è precipitata a partire dal 28 febbraio scorso. Le incognite sono però molte. Perché il piano abbia successo, gli Stati Uniti hanno anzitutto bisogno di piegare le resistenze degli ucraini. I messaggi partiti nei giorni scorsi da Washington, direzione Kiev, sono molto chiari. Trump ha chiesto agli ucraini di sospendere gli attacchi sulle raffinerie russe, mentre i russi continuano tranquillamente a bombardare le infrastrutture energetiche ucraine. Ancora Trump si è scatenato in una filippica contro Volodymyr Zelensky, chiedendone le dimissioni. L’esercito ucraino ha quindi perso, senza preavviso, l’accesso a una versione militare di Starlink, Starshield, pagata dal Pentagono e che ha sinora consentito di scambiarsi intelligence sul campo di battaglia. Ci sono pochi dubbi sul fatto che il “diesel deal” rappresenti la morsa che Mosca e Washington stringono attorno alle speranze di Kiev di opporsi all’invasione russa. Non sembra, almeno per ora, che il piano abbia sicuro successo. L’intervista di Zelensky al Financial Times giovedì, con l’annuncio della ripresa delle operazioni militari sulle raffinerie russe, è una sfida ai piani di Trump e la prova che l’Ucraina non ritiene inevitabile una conclusione del conflitto ai suoi danni.

Ciò in cui Zelensky confida, oltre all’immutato appoggio europeo, è infatti l’aleatorietà del piano. L’intesa con la Russia viola anzitutto l’Ending Importation of Russian Oil Act del 2022 che vieta l’importazione di prodotti energetici russi sino a quando Mosca non porrà fine alla guerra, riconoscendo l’integrità territoriale dell’Ucraina. Trump potrebbe certo, lo ha fatto altre volte, trascurare il dettato della legge e impegnarsi in una prova di forza con il Congresso. In questo caso, dovrà però affrontare non solo l’ostilità dei Democratici, ma anche la resistenza di vasti settori del suo partito. “L’accordo che hai concluso con il presidente Putin il 9 ottobre non porterà a cose giuste, né andrà a vantaggio degli americani. L’accordo è un regalo al nostro avversario e un tradimento nei confronti dei nostri alleati. Deve essere revocato”, ha scritto in una lettera un gruppo bipartisan di senatori, tra cui i repubblicani Mitch McConnell, Alan Armstrong e John Cornyn. Ci sono poi i ricorsi in tribunale per violazione della legge del 2022 ed eccesso di potere esecutivo che affluiranno sicuramente numerosi da parte di associazioni, membri del Congresso, soggetti commerciali.

Ci sono infine due altri elementi che rendono così incerto il futuro del dell’intesa. Anzitutto, non si sa quanto la Russia sia in grado di sostenerla in termini produttivi. Gli attacchi dei droni ucraini hanno seriamente danneggiato gli impianti di raffinazione. La ripresa delle operazioni militari, orgogliosamente rivendicata da Zelensky, rischia di aggravare la situazione e rendere impraticabile il rispetto dei target di esportazione fissati. Quelle esportazioni non rappresentano del resto l’affare del secolo per Mosca – le 300 tonnellate iniziali valgono circa 400 milioni di dollari – e si può supporre che Putin non sia disponibile a svuotare il mercato interno per salvare Trump al midterm. Per il capo del Cremlino, il “diesel deal” ha un valore soprattutto politico, più che economico, in quanto segnala come Trump abbia deciso di scaricare Zelensky. C’è infine quella che potrebbe diventare la pietra tombale sull’intesa. L’accordo risolve molto poco. I volumi fissati per le esportazioni sono troppo bassi, le raffinerie russe troppo malmesse, la crisi energetica troppo profonda e carica di ostacoli logistici. Non sarà insomma l’accordo con Putin a risollevare Trump. Come in altre fasi della sua irresistibile ascesa, il presidente ha sperato che un annuncio, una promessa, la rappresentazione di qualcosa che non c’è bastasse a ridargli lo slancio perduto. È un gioco che oggi, in America, non funziona forse più.

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Marcia indietro di Trump sull’esecuzione dell’autore della strage di Fort Hood: “Non sarà giustiziato in diretta streaming”

Donald Trump ha dovuto fare un passo indietro sull’esecuzione in diretta streaming di Nidal Malik Hasan, l’ex soldato autore della strage nella base di Fort Hood del 2009, nella quale uccise 13 suoi commilitoni. Le proteste bipartisan, l’opposizione della Chiesa e anche il rifiuto di una parte dell’esercito di prendere parte all’uccisione dell’ex militare hanno reso quello che doveva essere l’atto più eclatante dell’amministrazione in vista del midterm, quello che avrebbe dovuto compiacere l’ala più estremista del mondo MAGA, in un boomerang.

Il presidente, come spesso accade, ha dato l’annuncio sul suo social Truth: “Morirà, come previsto, davanti a un plotone d’esecuzione, ma l’evento non sarà trasmesso in streaming – ha scritto il tycoon – Tuttavia, i familiari più stretti delle vittime potranno assistere all’esecuzione di persona, se lo desiderano. Meritano di vedere la giustizia in azione”.

Sulla questione da giorni è in corso un dibattito molto intenso negli Stati Uniti. Critiche sono arrivate non solo dalle opposizioni, ma anche da membri del Congresso tra le file repubblicane. Anche il vicepresidente JD Vance aveva preannunciato che, nel caso fosse stata trasmessa, non avrebbe guardato l’esecuzione. Un indirizzo contrario era arrivato anche da Papa Leone XIV e dai Vescovi americani, mentre 60 militari avevano chiesto di essere esentati dalla partecipazione all’uccisione di Hasan. La trovata di Hegseth si stava quindi trasformando in un autogol e Donald Trump ha tentato di rimediare con una smentita.

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Trump valuta di colpire l’Iran prima delle elezioni di midterm

President Donald Trump speaks with reporters before boarding Marine One on the South Lawn of the White House, Wednesday, Oct. 7, 2026, in Washington. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Di tutte le scelte impulsive e scriteriate di Donald Trump, la guerra in Iran è forse quella che più di tutte gli si è ritorta contro. Il conflitto è impopolare, i prezzi della benzina sono aumentati e i candidati repubblicani temono che l’argomento possa essere la causa di un risultato disastroso al voto del 3 novembre. Anche per questo nelle ultime settimane si era instaurata una specie di regola non scritta: niente nuovi grandi attacchi americani prima delle elezioni di midterm. Una certezza che adesso si sta sbriciolando, come tutte le certezze che pensiamo acquisite ai tempi di Trump.

La Casa Bianca ha chiesto al Pentagono di preparare opzioni per nuovi attacchi contro obiettivi iraniani che potrebbero essere eseguiti anche prima del voto. La notizia l’ha data ieri l’Atlantic dopo aver sentito diversi funzionari dell’amministrazione. I piani vengono elaborati dal Central Command, il comando militare che coordina le operazioni americane nella regione. «La dimensione e gli obiettivi degli attacchi potenziali, così come l’eventualità che l’amministrazione decida infine di procedere, sono ancora oggetto di discussione», scrive l’Atlantic, ma il semplice fatto che il Pentagono stia preparando delle opzioni è significativo.

Il ragionamento alla Casa Bianca è soprattutto politico. Trump vuole abbassare il prezzo della benzina e mostrare agli elettori di essere riuscito a ottenere un risultato dalla guerra. Anche i sostenitori di una nuova azione riconoscono che «attacchi limitati non basterebbero, da soli, a riportare l’Iran al tavolo dei negoziati, a ripristinare la sicurezza dei trasporti attraverso lo stretto di Hormuz o a far scendere il prezzo della benzina prima del giorno delle elezioni», scrive l’Atlantic. La loro speranza è che una nuova operazione, dopo mesi di relativa calma, permetta invece a Trump di mostrare la propria forza e di rivendicare una qualche forma di vittoria, dando ai repubblicani una spinta necessaria verso il voto.

Eppure in questi mesi la guerra ha già dimostrato di poter produrre l’effetto contrario. Il petrolio è arrivato quasi a 118 dollari al barile nella primavera scorsa e anche dopo le successive discese è rimasto intorno ai cento dollari. La benzina negli Stati Uniti costa in media 4,37 dollari al gallone, contro poco meno di tre dollari prima dell’inizio dell’offensiva americana e israeliana del 28 febbraio. «L’azione militare non ha fatto nulla per abbassare i prezzi del petrolio; ha fatto esattamente il contrario», ha detto all’Atlantic Will Walldorf, professore alla Wake Forest University e senior fellow di Defense Priorities.

A Linkiesta l’abbiamo detto fin dall’inizio, Trump fa annunci roboanti per risolvere militarmente problemi che prima dell’inizio della guerra semplicemente non esistevano. E dal punto di vista elettorale non è un problema da poco, perché nei due rami del Congresso la maggioranza repubblicana è a rischio, e anche per molti candidati repubblicani in tutto il Paese il contraccolpo dell’improvvisazione trumpiana potrebbe costare caro. Un esempio su tutti: Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato in Texas, ha detto in privato ai suoi finanziatori che l’aumento dei prezzi di benzina e diesel provocato dalla guerra è «di gran lunga il nostro problema più grande».

Va detto anche che Trump ieri sera ha provato a smentire la notizia di un attacco. «Non attaccheremo l’Iran in nessun momento prima delle elezioni di medio termine che si terranno negli Stati Uniti il ​​3 novembre», ha scritto su Truth, il suo social. Ma i suoi annunci, roboanti o meno, vanno sempre presi con le pinze. Soprattutto perché il primo a smentirli potrebbe essere lo stesso Trump, anche nelle prossime ore.

A Washington si teme anche che sia Teheran a voler sfruttare le settimane che precedono le elezioni. A inizio settimana, Semafor scriveva che alcuni funzionari dell’amministrazione considerano concreta la possibilità che l’Iran cerchi di danneggiare politicamente Trump prima delle midterm. «Potrebbero voler infliggere dei danni al presidente prima delle elezioni», ha detto a Semafor un funzionario dell’amministrazione, ipotizzando una possibile iniziativa iraniana nelle prossime settimane.

«L’Iran sta guardando il calendario e sa che si avvicinano le elezioni», ha scritto ancora l’Atlantic citando un consigliere dell’amministrazione. Ed è proprio questo a rendere più complicato il calcolo americano: un attacco prima del voto potrebbe servire a Trump per dimostrare forza, ma potrebbe anche riportare la guerra al centro della campagna elettorale, con conseguenze indesiderate – anche sulla sicurezza delle circa cinquantamila truppe americane in Medio Oriente.

La situazione sempre più intricata è dettata dal grado di improvvisazione, sempre più elevato, dell’amministrazione Trump. La Casa Bianca avrebbe voluto arrivare alle midterm con la guerra fuori dalle prime pagine e con il prezzo della benzina in discesa. Ma per ottenere entrambe le cose Trump sta valutando un nuovo attacco: farebbe tutto il necessario per poter dichiarare una vittoria, anche a costo di mandare tutto all’aria riaccendendo una guerra impopolare nel momento peggiore possibile.

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