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Scanzi a La7: “Meloni preferirebbe sfidare Schlein anziché Conte, le fa meno paura”. E sulle primarie: “Sono la via meno brutta”

“Dovendo fare un pronostico, credo che Giorgia Meloni, se potesse scegliere, opterebbe per Elly Schlein alla guida del campo progressista. E non perché la stima di più, ma perché le fa meno paura di Giuseppe Conte. Secondo me, in termini di leadership, Schlein è più debole di Conte”. Così Andrea Scanzi interviene a Otto e mezzo (La7) sulla scelta del candidato premier del centrosinistra tra la segretaria del Pd Elly Schlein e il leader del M5s Giuseppe Conte, spiegando quale dei due, a suo giudizio, la presidente del Consiglio preferirebbe affrontare alle prossime elezioni politiche e indicando nelle primarie la soluzione più praticabile per arrivare a una candidatura condivisa.

L’occasione è la presentazione del suo nuovo saggio del giornalista del Fatto Quotidiano, “Ora o mai più – Dieci modi per sconfiggere (forse) Giorgia Meloni”, edito da Paper First, in uscita oggi nelle librerie e nelle edicole. Il titolo incuriosisce il filosofo Massimo Cacciari, mentre la conduttrice Lilli Gruber chiede a Scanzi quale sia uno dei modi per sconfiggere le destre di governo e se possa essere proprio Schlein a battere la presidente del Consiglio.
“Se penso al centrosinistra, allo stato attuale la regola più importante è fare squadra e trovare una quadratura del cerchio – risponde Scanzi – Ha ragione Cathy La Torre: per il cittadino medio la scelta del leader del campo largo non è appassionante. Purtroppo, però, è decisiva, perché finché non si risolve questa questione non si può andare avanti con tutto il resto. Non ne sono felice, ma mi sembra evidente che Schlein e Conte vogliano anzitutto decidere chi guiderà la coalizione”.

Quanto alla possibilità che sia la segretaria democratica a sfidare Meloni, il giornalista le riconosce piena legittimità a candidarsi, ma contesta la pretesa di ottenere la leadership senza una consultazione tra gli elettori.: “Elly Schlein ha sicuramente le carte in regola per provarci, perché, con tutti i suoi limiti, è la leader del più grande partito di opposizione. Ha quindi tutto il sacrosanto diritto di dire: ‘Voglio essere io la leader’. Secondo me, però, ha meno diritto a dire, in maniera anche abbastanza goffa: ‘Voglio essere la leader anche senza primarie’. Che cosa significa senza primarie? Chi lo decide? Tutti ti guardano e dicono: ‘Sì, sei la donna perfetta, sei la conducător del mondo’? Non credo”.

Gruber osserva che la posizione di Schlein si fonda sulla previsione di un Pd primo partito della coalizione di centrosinistra, ma Scanzi replica che non basta il peso elettorale dei democratici per stabilire una regola che Giuseppe Conte non intende accettare: “Schlein sa benissimo che non può decidere questa regola al posto di Conte. Per questo insisto sulla necessità di fare squadra. Conte ha detto in tutti i modi che, se le regole sono queste, lui non ci sta. A torto o a ragione, questa è la situazione”.

Per superare il contrasto tra i due leader, il giornalista ravvisa quindi nelle primarie la strada più semplice, pur ammettendo che avrebbe preferito una candidatura alternativa: “Credo che le primarie siano la via più facile, o comunque la meno brutta. Io avrei preferito un terzo nome, ma questo terzo nome non c’è. Bersani ha detto che non ne ha voglia, perché bisogna far girare la ruota e dare spazio ai giovani. Sono d’accordo con lui, ma questo giovane, a oggi, non è stato individuato”.
E in mancanza di una figura capace di mettere d’accordo le diverse componenti dell’opposizione, osserva il giornalista, la scelta resta circoscritta ai due leader.

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Scontri a Milano, Cacciari a La7: “Finiamola di fare le anime belle, ci sono milioni di giovani esasperati. La protesta è fisiologica”

“Ma c’è qualcuno che vede i telegiornali, anche esteri, qualche volta? A Parigi da mesi avvengono questi scontri. C’è una situazione di emergenza anche in Francia, e in Spagna. È una crisi europea. Ma vogliamo finalmente comprendere le cause delle cose? E questo vale per la Palestina e Israele, per l’Ucraina e la Russia. Ma in questo Paese vogliamo finalmente ragionare?”. Sono le parole di Massimo Cacciari, ospite di Otto e mezzo, su La7, mentre imperversa il dibattito sugli scontri che nel fine settimana hanno investito Milano. Il filosofo non cerca attenuanti per chi ha devastato negozi e aggredito le forze dell’ordine, ma contesta l’idea che la questione possa esaurirsi nella condanna dei tumulti e nell’annuncio di nuove misure di sicurezza, perché dietro le vetrine infrante c’è una crisi sociale e generazionale che attraversa l’Europa e che la politica sembra ormai incapace persino di riconoscere.

A finire nel mirino dell’ex sindaco di Venezia è la risposta securitaria del governo Meloni agli episodi che hanno richiamato le rivolte dei casseurs francesi: “Non capiamo le ragioni per cui ci sono queste proteste di massa che coinvolgono milioni di persone. Tra questi milioni di persone ci sono anche dieci sciagurati che portano acqua alla destra, sfasciando le vetrine. Ma sono milioni di giovani esasperati e, quando non sono esasperati perché non funziona la scuola, lo sono perché hanno lavori precari e sottopagati. C’è una crisi generale europea, una crisi tra generazioni. E noi presumiamo di risolvere le questioni con decreti sull’ordine pubblico: ma siamo fuori di senno. Semplicemente fuori di senno”.
Il giudizio di Cacciari sulla classe dirigente europea è impietoso: “Ormai non capisce più niente. Questa è la verità, non capisce più niente, è nel pallone totale”.

La conduttrice Lilli Gruber solleva un’obiezione che riguarda il rapporto tra la condanna delle violenze e la ricerca delle loro cause: “Si condanna e poi si aggiunge ‘però’”.
“Ma ‘però’ per niente, io parlo delle cause – replica Cacciari – Condanno Putin, ma voglio capire le cause per cui c’è una guerra tra Russia e l’Ucraina. Oppure, se io voglio capire qualcosa, ciò significa che giustifico? Ma siamo pazzi? Il fatto che io voglia ragionare e capire le cose significa che lo giustifico?”.
Il filosofo ricorda che la protesta è una conseguenza prevedibile delle tensioni sociali, anche se questo non rende accettabili le devastazioni: “Questa protesta è fisiologica. Ora, non deve necessariamente esprimersi come si è espressa, ma finiamola di fare le anime belle, pietà di me. Nelle situazioni di grande tensione politica e di grandi contraddizioni, lacerazioni e disuguaglianze come quelle che viviamo c’è sempre stata anche la violenza”.

Gruber richiama allora la posizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha espresso massima solidarietà alle forze dell’ordine. Cacciari ribadisce: “Ma certo, anch’io esprimo massima solidarietà, ma finiamola di fare le anime belle, pietà di me”. Il filosofo menziona il principio della forza legittima dello Stato, che ha il compito di difendere i cittadini e perseguire chi commette reati. Ma proprio l’esistenza di questo potere presuppone che la politica conosca la natura dei conflitti che è chiamata a governare: “Perché c’è la violenza legittima dello Stato? Perché dall’altra parte, in una forma o nell’altra, lo Stato, il politico intelligente sa che in situazioni di grande contraddizione e lacerazione momenti di violenza sono fisiologici. Smettiamola di fare le retoriche e le anime belle, pietà di me”.

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Scontro tra la presidente delle associazioni Italia-Israele e Fratoianni. “A Gaza nessun genocidio”. “Ma lei non si vergogna?”. Su La7

Scontro durissimo a Piazzapulita, su La7, tra Celeste Vichi, presidente dell’Unione Associazioni Italia-Israele, e Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e segretario di Sinistra Italiana.
A dare fuoco alle polveri è una frase di Vichi, che afferma: “Se i genitori dei bambini di Hamas fossero stati nelle loro case e avessero continuato a svolgere la vita precedente, forse tante persone successivamente non sarebbero morte“.
Il conduttore Corrado Formigli interviene immediatamente: “Ma questa è la legge del taglione“.

La polemica si riaccende quando la presidente dell’Uaii accusa Fratoianni e il suo partito di aver diffuso notizie false sulle vittime palestinesi: “Per mesi lei e quelli del suo partito ci avete raccontato che a Gaza ci sono stati 70mila morti”.
“Lo hanno detto tutte le organizzazioni internazionali“, replica Fratoianni.
L’avvocata ribatte: “Sì, organizzazioni internazionali come il Ministero della Sanità di Hamas, chiaramente”.
Il parlamentare le chiede allora se ritenga inventate anche le altre denunce sulla condotta israeliana: “Quindi la sua tesi è che è tutto inventato. Che a Gaza non c’è stato un genocidio, che non ci sono 75mila morti, che non ci sono 20mila bambini ammazzati, che in questo momento in Cisgiordania non c’è la pulizia etnica e che magari Israele non pratica l’apartheid“.
“A Gaza non c’è stato nessun genocidio – replica Vichi – e non c’è nessun apartheid, perché il 20% della sua popolazione è araba”.
Fratoianni commenta sarcastico: “Certo, Israele è una democrazia compiuta e tutto va benissimo”.

La presidente dell’Uaii afferma poi che la parola “genocidio” è nata proprio per “identificare quello che è stata la Shoah”. A insorgere stavolta è la storica Michela Ponzani: “Sta dicendo una cosa che non è vera storicamente”. Il termine, infatti, coniato dal giurista Raphael Lemkin nel 1944, venne codificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 e non riguarda esclusivamente lo sterminio degli ebrei, ma anche la distruzione intenzionale, totale o parziale, di altri gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi.

Particolarmente acceso il passaggio dedicato ai giornalisti uccisi a Gaza. Vichi sostiene che nella Striscia non siano entrati reporter stranieri “per motivi di sicurezza”. Fratoianni replica: “Nel senso che gli israeliani gli sparavano uno a uno, quindi li volevano proteggere, perché sapevano che i loro militari li puntavano alla testa. Infatti ne hanno ammazzati centinaia, lei lo sa, no?”.
“No, quelli erano terroristi che si facevano passare per giornalisti“, risponde Vichi.
Il confronto torna quindi sulla qualificazione giuridica delle operazioni militari israeliane. Il politico rilancia: “Lei è d’accordo con me che ci sono crimini di guerra?”.
Ancora una volta Vichi nega: “No, perché i crimini di guerra non sono stati ancora accertati. È gravissimo che un onorevole, un deputato, un rappresentante di un partito italiano dica questo”..

Il segretario di Sinistra Italiana, continuamente interrotto, sbotta: “Avvocata, impari a stare zitta un minuto e mi faccia concludere. È tutta la sera che lei ci sta spiegando che non c’è niente di accertato, non ci sono stati 75mila morti, 20mila bambini uccisi, crimini di guerra. Benjamin Netanyahu ha un mandato d’arresto per crimini di guerra, lei lo sa, no?“.
Fratoianni denuncia quindi “lo scempio del diritto internazionale” e richiama la situazione in Cisgiordania, affllitta dall’occupazione israeliana.

Vichi lo scimmiotta durante l’intervento.
“Per lei è legale l’occupazione? Le colonie sono legali?”, le chiede il deputato.
“Lei non conosce la risoluzione 142 del ’67?”, replica l’avvocata.
“Ma che c’entra con le colonie illegali? Lei non sa di cosa parla”, risponde Fratoianni.
“Lei invece sta dicendo il falso sapendo di dire il falso”, contrattacca Vichi.
La tensione non si attenua neppure in chiusura. Quando si parla del film-documentario Naza, la presidente dell’Uaii osserva: “È un film sicuramente molto suggestivo“.
Fratoianni reagisce con un’ultima stoccata: “Niente, lei non si vergogna neanche a fine trasmissione”.

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“Ho chiamato Passaparola il programma di Corrado Formigli… Diranno che è una gaffe freudiana perché voglio tornare a Mediaset. Tutte queste stupidaggini”: Enrico Mentana e la battuta sul telemercato

Una semplice gaffe può fornire diverse chiavi di lettura se al centro della scena c’è il telemercato. Lo sa bene Enrico Mentana, il direttore del TgLa7, come da abitudine, alla fine del notiziario ha ricordato la programmazione dell’access e del prime time della rete di Urbano Cairo: “Dopo il Tg, c’è Otto e mezzo con Lilli Gruber. E dato che è giovedì, c’è Passaparola con Corrado Formigli”.

Un lapsus che ha “colpito” il talk di Formigli diventato improvvisamente lo storico game show di Canale 5 condotto da Gerry Scotti. Al rientro in studio dopo il break pubblicitario, Mentana ha precisato: “Mi hanno detto di un lapsus di cui non mi sono minimamente accordo. Ho chiamato Passaparola il programma di Corrado Formigli, non merita questo lapsus. Me ne scuso”. Il giornalista ha scherzato sulle possibili chiavi di lettura dopo il suo errore: “Diranno che l’ho fatto apposta o che è una gaffe freudiana perché voglio tornare a Mediaset. Tutte queste stupidaggini. Mi scuso, è solo un innocente lapsus”, ha concluso Mentana.

L’innocente lapsus di Enrico Mentana tra Piazzapulita e Passaparola.

dal Tg La7 del 15 ottobre 2026 https://t.co/0IZd0afw05

— LALLERO (@see_lallero) October 15, 2026

Il futuro televisivo del giornalista continua però a tenere banco. Il suo contratto con La7, com’è noto, scadrà a dicembre 2026 ma le sue dichiarazioni pubbliche e le voci dal telemercato hanno contribuito a creare un piccolo giallo televisivo. “Vado a Mediaset o in Rai? Dove vi piace? Ho parlato con i dirigenti della Rai”, aveva dichiarato il direttore del TgLa7 nei giorni scorsi a “Il Foglio“. Il giornalista Carmelo Caruso lo aveva incalzato: “Resti o no a La7? ‘Sto portando via tutto quello che avevo in stanza’. Dunque, vai a Mediaset? ‘Mediaset? E perché no?‘. E con Mauro Crippa, direttore dell’Informazione, sei compatibile? ‘Io faccio il mio. Vi saluto'”. Poche parole che non avevano chiarito la situazione, non svelando la tappa futura della sua carriera.

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Travaglio a La7: “Questo è il primo centrosinistra che fa opposizione, ma per certi circoletti ne fa troppa. Vogliono rifilargli Renzi e Gentiloni”

“Il problema di questo centrosinistra è che per certi circoletti fa troppa opposizione. Quelli che vogliono rifilargli Renzi, Gentiloni e tutte queste amebe puntano semplicemente a sostituire Meloni con un centrosinistra che sia una brutta copia sbiadita del centrodestra e che sulle questioni importanti faccia la stessa cosa”. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio, che affonda il colpo contro chi, a suo giudizio, lavora per ricondurre l’opposizione nell’alveo delle politiche del centrodestra.
L’occasione è il dibattito sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre a Bruxelles, dedicato, tra gli altri temi, all’Ucraina, alla competitività, al Medio Oriente, alla difesa e alla sicurezza europea.
Gruber ricorda che Travaglio ha definito l’intervento della presidente del Consiglio un “comiziaccio” e gli chiede se Meloni faccia bene a sottolineare le divergenze del campo progressista, in particolare quelle sulla politica estera e sulle posizioni del leader del M5s Giuseppe Conte.

La replica del direttore del Fatto Quotidiano parte dalle contraddizioni interne al governo: “Intanto la Meloni non è d’accordo su niente a proposito dell’Ucraina e del riarmo con Salvini, che poi vota tutto perché ha un partito ormai in declino e rischia di essere sfiduciato dai suoi se rinuncia alle poltrone che ha. Il punto è che le divisioni del centrosinistra esistono anche nella maggioranza di governo”.
Travaglio sottolinea che la presidente del Consiglio utilizza le difficoltà degli avversari per nascondere quelle della propria coalizione: “A casa mia l’opposizione non ha nessun dovere di essere coesa. È la maggioranza che deve esserlo. Quindi, Meloni parla degli altri per non parlare di casa sua”.
Circa il ruolo della leader di Fratelli d’Italia negli equilibri europei, il direttore osserva un’altra palese contraddizione: “Continuiamo a ripetere che lei è antieuropeista e sovranista, ma forse dimentichiamo che la Meloni governa nella Commissione von der Leyen non solo dall’esterno, perché ha un vicepresidente importante che si chiama Raffaele Fitto. Lei, quando parla di Europa, sta parlando di se stessa. Se fosse fuori da quella maggioranza, potrebbe parlare. Ma dato che sta dentro a quella maggioranza, tra l’altro insieme a Forza Italia e al Pd, di che stiamo parlando?”.

Sulla guerra in Ucraina, Travaglio non nasconde che le differenze tra le forze di opposizione siano destinate a restare, ma contesta che vengano presentate come una peculiarità del centrosinistra: “Le divisioni nel centrosinistra sono destinate ad andare avanti fino a quando durerà la guerra in Ucraina, perché non c’è niente da fare: riflettono le divisioni che ci sono nel Paese”.
E ricorda che esiste una distanza profonda tra le posizioni rappresentate in Parlamento e quelle dell’opinione pubblica: “In Parlamento la maggioranza dei partiti è a favore di continuare a mandare soldi e armi all’Ucraina finché non morirà l’ultimo ucraino, mentre la stragrande maggioranza degli italiani è per farla finita, in modo da costringere le due parti a mettersi intorno a un tavolo.

Il direttore del Fatto, poi, rivendica una discontinuità rispetto alla storia recente delle opposizioni italiane e chiama in causa gli anni del berlusconismo: “Io fino a sei-sette anni fa non ho mai visto fare opposizione alla destra, questo è il primo centrosinistra che fa opposizione. Io il centrosinistra l’ho sempre visto fare i governi con Berlusconi, i patti del Nazareno con Berlusconi, le bicamerali con Berlusconi, le leggi sulla giustizia con Berlusconi. Di tutte le leggi vergogna che faceva Berlusconi non ne hanno cancellata una sola”.

E aggiunge: “Questa è la prima volta che c’è un centrosinistra che fa opposizione e sento incredibilmente che viene accusato di tutto. L’attacco che c’è ogni giorno alle primarie è perché rischia di vincerle qualcuno che magari, quando va al governo, fa qualcosa di radicalmente diverso. Io credo che l’unico modo per portare a votare i giovani e gli astensionisti che sono andati a votare al referendum – conclude – sia proprio quello di proporre qualcosa di radicalmente diverso perché la brutta copia del governo non funziona, non porta la gente a votare”.

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Travaglio a La7: “Renzi è come lo scorpione che punge la rana e fa affondare tutto, compreso se stesso”. Botta e risposta con Giannini

“Renzi ha fatto cadere tutti i governi amici: Letta, il suo e il Conte Due. Vi pare normale che adesso tutti debbano fidarsi di lui, come se non fosse lo scorpione che ogni volta che la rana se lo carica la punge e fa affondare tutto, compreso se stesso?”. Così il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, interviene a Otto e mezzo (La7), mettendo in discussione l’ipotesi di un’alleanza di Pd, M5s e Avs con Matteo Renzi. Il confronto si accende con Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, che sostiene invece la necessità di una coalizione più ampia possibile per battere Giorgia Meloni.
A innescare la discussione sono i dati dell’ultima rilevazione YouTrend citati da Lilli Gruber: il centrodestra senza Roberto Vannacci è al 42,9%, mentre il campo largo con Renzi raggiunge il 43,1%. Per la conduttrice, i numeri indicano che senza le formazioni minori il centrosinistra rischia di perdere le elezioni.

Travaglio contesta questa lettura e parte da quanto accaduto in Parlamento durante le comunicazioni della presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo: “Intanto Renzi, insieme alla destra del Pd, era lì ad applaudire la Meloni sull’Ucraina e sul resto. La Meloni, peraltro, aveva appena insultato i leader dei principali partiti del centrosinistra, naturalmente elogiando Calenda. Sarà un problema questo o no? Renzi ha riportato al potere le destre che erano rase al suolo durante la pandemia, facendo cadere il Conte Due e facendo nascere il governo Draghi”.
E insiste sulla questione della fiducia: “I primi a non fidarsi sono gli elettori, i veti li stanno mettendo loro. Non c’è un sondaggio in cui Renzi non sia ultimo, tranne quello in cui si chiede chi ti sta più sulle palle. Lì vince lui”.

Ma il problema, secondo Travaglio, non si risolve sommando le percentuali dei partiti: “Quei numerini dei sondaggi sono bellissimi, ma tengono conto sempre e solo di coloro che votano. Il centrosinistra deve portare alle urne quelli che non votano, come si è riusciti a fare al referendum. Quel popolo, assieme a quello che scende in piazza per Gaza, per la pace e contro il riarmo, con Renzi lo lasci a casa. Ti tieni sempre gli stessi numeretti, facendo finta che Renzi sia un valore aggiunto”.
Il direttore del Fatto propone quindi di rovesciare la prospettiva dei sondaggi: “Prova a fare una rilevazione chiedendo quanti voterebbero il centrosinistra senza Renzi. Avresti la stessa sorpresa del sondaggio in cui hanno chiesto quanto vale Vannacci nel centrodestra e quanto vale da solo. Vannacci da solo vale il doppio, perché nel centrodestra non è un valore aggiunto”.

Massimo Giannini rivendica una posizione, a suo dire, più pragmatica, pur ricordando i suoi problemi passati con Renzi. L’ex direttore de La Stampa spiega di considerare prioritaria la necessità di costruire una coalizione capace di vincere, aggiungendo: “Se guardo retrospettivamente quest’ultimo anno, non possiamo non vedere che uno dei più efficaci oppositori al governo Meloni, anche dal punto di vista della comunicazione, è stato Matteo Renzi”.
Travaglio insorge: “Ma ieri applaudiva la Meloni”.
Giannini e Gruber obiettano quasi all’unisono che Renzi ha applaudito soltanto il passaggio sull’Ucraina. L’editorialista insiste: “Anche quattro del Pd hanno applaudito quel passaggio, quindi che facciamo? Non facciamo l’accordo col Pd? Pure io ho elogiato Meloni perché per la prima volta nella sua vita ha criticato Trump”.
Il direttore del Fatto ironizza: “Sì, l’ha criticato per l’unica roba giusta che ha fatto”.
Il riferimento è alle comunicazioni rese da Giorgia Meloni al Senato, dove ha definito “molto rischiosa” la decisione di Donald Trump, annunciata il venerdì precedente, di raggiungere un accordo con la Russia per immettere sul mercato maggiori quantità di gasolio russo.
Giannini però fraintende il senso dell’osservazione di Travaglio, interpretandola come un riconoscimento della posizione di Meloni.

Il confronto torna poi sul futuro del centrosinistra. Giannini sostiene che la posta in gioco delle prossime elezioni sia troppo alta per permettersi esclusioni preventive e propone una coalizione costruita anche con forze politiche molto distanti tra loro. Poi l’appello: “Turiamoci il naso, smettiamola di dire che Renzi è un delinquente e imbarchiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà”.
La replica di Travaglio è immediata: “Sì, così il governo durerà un giorno”.

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Bersani a La7: “Io federatore del centrosinistra? No, bisogna puntare sulle nuove generazioni. Si facciano le primarie in grazia di Dio”

“Io non sono una verginella ritrosa, né faccio il Cincinnato. Ho una precisa idea politica: la sinistra deve far girare la ruota, assolutamente, anche correndo qualche rischio. Non deve stare sui vecchi passi, deve ingaggiare la nuova generazione”. Così a Otto e mezzo (La7) Pier Luigi Bersani risponde a Lilli Gruber, che gli chiede se è disposto a rivestire il ruolo di federatore del campo progressista, così come invocato da Rosy Bindi. L’ex ministra in una intervista al Corriere della Sera ha rilanciato la sua proposta, chiedendo un atto di generosità a Elly Schlein e a Giuseppe Conte e indicando proprio in Bersani un “padre nobile” al di sopra delle parti e capace di unire attraverso la squadra e il programma.
Bersani si schermisce per due ragioni: “Innanzitutto, bisogna mandare avanti un’altra generazione. In secondo luogo, io vorrei chiedere a chi generosamente mi propone come federatore: ma scusate ragazzi, con ogni probabilità siamo a sei mesi dalle elezioni e adesso apriamo pure un dibattito su chi federa? Cosa facciamo, le primarie per chi federa?“.

Gruber replica che avrebbe un consenso ovunque nei partiti del centrosinistra. Bersani dissente: “No, non è che tutti sarebbero d’accordo”. E insiste: a sei mesi dalle elezioni bisogna prendere una decisione e lavorarci in armonia.
“Mi pare che M5s e Pd abbiano deciso di fare le primarie. E non da oggi – sottolinea – Si facessero le primarie in grazia di Dio e tutti i potenziali federatori dessero una mano a farle come Dio comanda. Io darò seriamente una mano”.
Poi ripete la sua preoccupazione: “Non intendo dare l’idea che si torni sui vecchi passi. Anche correndo qualche rischio, se non mettiamo in campo una nuova generazione che raccolga il testimone di valori, di significati, di storie della sinistra, non ne usciamo”.

Aldo Cazzullo gli chiede se alle primarie voterebbe Schlein. “Io penso di sì, voterei Schlein – risponde l’ex segretario del Pd – Ma siccome sono amico di Giuseppe Conte, chiederei a tutte e due di essere amici perché non è affatto vero che chi perde alle primarie perde il suo ruolo. Nessuno dei due perde alla fine. Ciascuno avrà il suo risultato e avrà una sua responsabilità nella coalizione”.
L’unico problema, aggiunge, è che vadano d’accordo. Gruber osserva che non vanno d’accordo adesso, figuriamoci dopo.
Bersani chiude: “No, no, ma vedrà che da adesso andranno d’accordo, perché il nostro popolo vuole questa roba qui”.

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Scintille tra Gruber e Bersani. “Meloni è forte, voi siete deboli”. “È falso che Conte o Schlein non governerebbero meglio di lei”

Confronto vivace a Otto e mezzo (La7) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e l’ex ministro Pier Luigi Bersani sui nodi del campo progressista e sulla situazione delle opposizioni. La giornalista parte a gamba tesa con una domanda, che sa anche di rimbrotto nei confronti dell’ex segretario del Pd: “La Meloni è così forte perché voi siete così deboli. Oggi Giorgia Meloni ha avuto un gioco facile a sbeffeggiare i cosiddetti rappresentanti del campo largo presenti in Parlamento, li ha attaccati, li ha sbeffeggiati e ha affondato i colpi su delle cose oggettive che non sono state fatte, a cominciare dal fatto che questo campo largo non esiste perché non c’è unità su niente. Io lo so, le devo fare ogni volta la stessa domanda, ma perché siamo sempre allo stesso punto”.
Bersani scuote la testa e replica: ” Ma la sua non è una domanda, è un’affermazione non vera“.

Gruber ribatte che sul Documento programmatico di finanza pubblica le opposizioni hanno presentato sei mozioni distinte.
Ma l’ex ministro è fermo: “Vogliamo fare un giro del mondo come è messa la sinistra? E poi facciamo il paragone su come è messa la sinistra qui. Facciamo il giro d’Europa. Qui il problema è un altro: quell’ideologia di destra lì, dentro a un passaggio secolare, è molto radicato e molto forte, perché le idee sono più forti dei fatti. Tu puoi dirgli c’è inflazione, ma l’idea è più forte di un fatto. E di questo bisogna che se ne carichino tutti, anche i famosi liberali“.
Poi torna sui fatti: Pd, M5s, Avs Italia Viva e +Europa sono riusciti a depositare un testo unitario di ventuno punti sul Dpfp. Una cornice che parla di sanità, stipendi, diritto alla casa, congedo paritario, contrasto al fiscal drag e stop all’autonomia differenziata, e che Elly Schlein ha definito “prima bozza del programma”. Ma resta un’intesa stretta, ancora da precisare, e già incrinata sull’Ucraina.
Per Bersani è un passaggio positivo: “Non è vero quindi che non esistano punti comuni. E non è vero che Conte o Schlein non sarebbero in grado di governare meglio della Meloni”.
Aldo Cazzullo osserva che se si fanno le primarie tra i leader dei due principali partiti, chi perde va in crisi. Gruber conferma. Bersani dissente e chiede perché.
“Perché è così nei fatti”, risponde la conduttrice.

Il discorso scivola su Matteo Renzi. Gruber, come la sera prima con Tomaso Montanari, ricorda la richiesta di Conte a Schlein di fare da garante affinché Renzi non abbia ruoli importanti in un eventuale governo. Renzi ha risposto ricordando il passato politico di Conte.
La giornalista aggiunge: “Ma non sarebbe meglio che Conte dicesse tutto questo alla Schlein in una stanza senza grandi clamori e senza dirlo alla stampa? Quanto si può andare avanti con veti reciproci?”.
Bersani ironizza: “E Renzi chi lo mette in una stanza? C’è qualcuno capace?”.
Alla domanda se si fida di Renzi, risponde che in politica quella parola ha poco senso. E sottolinea: “Mi sembra assolutamente esagerata questa discussione, sono circuiti di chi se la canta e se la suona, perché non esiste questo problema qui. E non esiste nel senso che le dimensioni di Renzi quelle che sono“.
E conclude: “Per togliere via questo problema qui cosa ci vuole? La guerra mondiale? Guardate che alla gente gliene frega fin a un certo punto”.

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