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Bufera sull’inviato Usa Witkoff: dopo la liberazione di Hubbard ha definito Putin “compassionevole”. Trump e Vance lo difendono

Compassionevole. Non è certo il termine che chiunque, nemmeno i suoi più stretti collaboratori, userebbe per descrivere Vladimir Putin. Ma preso dall’euforia per la liberazione del prigioniero americano Stephen Hubbard, in giorni di distensione nei rapporti tra Washington e Mosca, è proprio questo l’aggettivo che l’inviato speciale americano Steve Witkoff ha usato per descrivere il capo del Cremlino. “Parla tanto del fatto che il mio presidente, il presidente Trump, sia compassionevole. Anche lei è compassionevole, glielo riconosco, la lodo per questo e la ringrazio ancora”, gli ha detto direttamente nel corso della sua trasferta a San Pietroburgo.

Parole che, come prevedibile, sono costate una valanga di accuse all’inviato speciale anche da parte dei membri del Partito Repubblicano, come ad esempio il senatore John Corbyn che ha voluto ricordargli che “Putin è un assassino spietato“. Oppure come il deputato conservatore Don Bacon che ha definito le parole di Witkoff un “altro imbarazzo“. Il senatore del Gop, Thom Tillis, lo ha invece invitato a “guardare sul dizionario cosa significa compassionevole. Dovrebbe tornare in Ucraina e chiedere alla famiglie dei bambini rapiti e uccisi da Putin se pensano che sia compassionevole”.

Witkoff, però, può contare sul sostegno della Casa Bianca. Prima ha parlato il vicepresidente JD Vance che si è detto “d’accordo con il fatto che Steve abbia rivolto parole gentili a una persona che ha appena liberato un ostaggio americano. A prescindere dal fatto che si condivida o meno il sentimento di fondo, Steve è un diplomatico. Il suo lavoro consiste nell’andare laggiù e portare a termine un compito. Dovremmo tutti festeggiare questo risultato, anziché lamentarci di ciò che Steve ha detto per riuscire a ottenerlo”.

Dopo di lui, è stato il presidente Trump in persona a confermare la piena fiducia nell’operato del proprio inviato: “Suppongo che si potrebbe dire per quel motivo in particolare, allo scopo di permettere a un uomo che pensava di finire in prigione a vita di uscire”.

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Guerra in Ucraina, la Russia apre alla svolta: “Ci avviamo alla conclusione”

Ucraina, il Cremlino: “La fine della guerra è vicina”. A novembre possibili colloqui trilaterali ad Abu Dhabi

Il conflitto in Ucraina si sta avviando verso la fase finale, anche se la tempistica resta incerta. A dichiararlo è stato il consigliere presidenziale russo per la politica estera, Yuri Ushakov, in un’intervista all’emittente televisiva Vesti: “Non so quanto siamo vicini alla fine, ma ci stiamo muovendo in quella direzione”, ha affermato.

A dimostrazione di questo cauto ottimismo, Ushakov ha rivelato che si sta lavorando a un nuovo round di colloqui trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, che potrebbe tenersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. “Stiamo prendendo in considerazione Abu Dhabi e siamo d’accordo sul fatto che gli incontri si terranno intorno a metà mese”, ha precisato il diplomatico del Cremlino.

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Mondiali under 21 di karate, la Polonia ferma alla frontiera gli atleti russi e bielorussi: “Li avevamo avvisati”

La Federazione Russa aveva sconsigliato di partecipare; nonostante ciò, un gruppo di atleti russi e bielorussi, con visti turistici, si è presentato in Polonia per partecipare ai campionati mondiali di karatè under 21, in programma dal 14 al 18 ottobre. Risultato: le guardie di frontiera di Bielsko-Biala hanno fermato quattro russi e undici bielorussi, imponendo loro un ordine di espulsione. Tra i motivi che hanno spinto i polacchi a fermare gli atleti, anche il fatto che alcuni di loro provenivano da una scuola che supporta l’invasione dell’Ucraina.

La Federazione Russa, con una presa di posizione ufficiale rilanciata dalla Tass, ha dichiarato che “aveva previsto questo sviluppo e pertanto non ha raccomandato la partecipazione di nessuno al torneo, ma non ha potuto impedire agli atleti di competere in questa importante competizione internazionale. Non abbiamo nulla da obiettare alla Federazione Mondiale di Karate (WKF), con la quale abbiamo instaurato un rapporto molto costruttivo”. Paweł Połtorzecki, presidente della Federazione polacca di karate, ha ricordato che Varsavia non avrebbe gradito la presenza di atleti russi e bielorussi, e per questo “li avevamo avvertiti in anticipo di non venire, tramite i nostri contatti nel mondo del karate”.

Ma la vicenda non si concentra solo su divieti imposti prima di entrare sul tatami. Uno dei nodi principali riguarda l’appartenenza di alcuni atleti fermati dalle guardie di frontiera polacche con la Oryol Karat, istituto scolastico e sportivo che supporta le truppe russe mandate a combattere in Ucraina. Alcuni media hanno segnalato che, questo sostegno si concretizza con la preparazione da parte degli studenti di abbigliamento – li chiamano “i battaglioni del cucito” – oppure ospitando reduci dal fronte, dedicando loro cartoline e messaggi di incoraggiamento, e partecipando a programmi di addestramento per l’utilizzo di droni.

Su Vkontakte – principale social network russo e dei paesi della Federazione – Oryol Karat è definita “la migliore del Distretto Federale Centrale e una delle migliori in Russia nel karate”. L’istituto non aveva fatto mistero sulla volontà di fare partecipare i propri atleti ai mondiali under 21, con un messaggio pubblicato il 12 ottobre: “Ieri abbiamo salutato Alexey Pankratov e due dei suoi atleti, Valeria e Nikita Milovanov, diplomati della nostra scuola di karate Orel-Karat, in partenza per i Campionati del Mondo 2026 che si terranno la prossima settimana in Polonia! Crediamo nella vittoria dei nostri ragazzi!”. Il direttore della scuola di karate si chiama Oleg Koshelev, ed è anche vice presidente della Federazione Russa della disciplina; sostenitore del presidente Putin e delle sue motivazioni per “l’operazione speciale”, Koshelev alle elezioni di settembre ha invitato a votare per “il presidente e una Russia forte”.

Il 19 ottobre Piotr Borys, viceministro dello sport e del turismo, all’emittente TVN24 ha ribadito che il governo non gradisce che atleti russi partecipino a competizioni ospitate sul suolo polacco, non solo quelle sotto bandiera di Mosca, ma anche in veste di atleti neutrali. Poltozhetsky, presidente della federazione di karate polacca, ritiene che nonostante i divieti la comitiva formata da russi e bielorussi contava di passare la frontiera per iscriversi al campionato mondiale all’ultimo minuto, e per questo avevano visti turistici e non quelli richiesti a cittadini che non provengono dall’Unione europea, per i quali è richiesta la motivazione di ingresso in Polonia.

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Guerra in Ucraina, Witkoff vede Putin e parla di colloqui “produttivi” a Oslo con Zelensky

I negoziati con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, a Oslo sono stati “produttivi”. Lo ha dichiarato l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff, durante il suo incontro a San Pietroburgo con il presidente russo, Vladimir Putin. Witkoff ha detto a Putin di aver portato con sè i “documenti” relativi ai colloqui di ieri e ha dichiarato che “si è lavorato per raggiungere un cessate il fuoco in Ucraina“.

L’inviato del presidente americano Steve Witkoff è atterrato a Mosca e oggi avrà colloqui con Vladimir Putin volti a porre fine alla guerra in Ucraina, all’indomani degli incontri con Volodymyr Zelenskyy caratterizzati, secondo entrambe le parti, da progressi reciproci. Al termine di questi colloqui a Oslo con Witkoff e l’inviato Jared Kushner (quest’ultimo in videoconferenza per motivi di salute), nonché con i leader norvegesi e finlandesi, il presidente ucraino ha accolto con favore la ripresa della condivisione delle informazioni da parte degli Stati Uniti e ha chiesto di essere coinvolto in qualsiasi negoziazione riguardante il futuro del suo Paese. Da parte sua, un funzionario statunitense ha parlato all’Afp di discussioni “molto produttive e costruttive”, constatando “ora un forte allineamento tra Stati Uniti, Ucraina ed Europa sulle prossime tappe” e ha aggiunto che Witkoff incontrerà oggi Putin per portare avanti il processo diplomatico.

È “impossibile” discutere una soluzione definitiva alla guerra in Ucraina senza la presenza di rappresentanti di Kiev. Lo ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, all’agenzia Interfax. A Peskov era stato chiesto un commento sulla proposta del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di escludere il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, dal tavolo delle trattative.

Donald Trump non esclude che un accordo di pace in Ucraina possa essere concluso senza la presenza contemporanea di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky nella stessa stanza. “Non lo so. Dipende”, ha risposto il presidente americano a una domanda sulla necessità che i due leader si incontrino per firmare l’intesa. “Credo di poterlo fare in un altro modo”, ha aggiunto.

La prima nave carica di diesel russo diretta negli Stati Uniti partirà domani. Lo ha annunciato il vice primo ministro russo responsabile dell’Energia, Aleksandr Novak, citato dalle agenzie di stampa. “Secondo le previsioni, la prima petroliera partirà domani alla volta degli Stati Uniti”, ha dichiarato. All’inizio di ottobre, Donald Trump aveva annunciato un accordo tra Washington e Mosca per la fornitura di diesel russo al mercato statunitense, revocando così alcune sanzioni contro la Russia e attirandosi aspre critiche da parte di Kiev e dei suoi alleati. Tale misura è stata interpretata come un tentativo di ridurre i prezzi del carburante per i consumatori americani in vista delle elezioni di metà mandato, previste per il 3 novembre.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha annunciato la liberazione dello statunitense Stephen Hubbard. La comunicazione è arrivata durante l’incontro tra Putin e l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff. Hubbard, oggi settantaquattrenne, era stato catturato dalle forze russe nell’aprile del 2022 mentre combatteva a fianco dell’esercito ucraino. Un segnale a Trump in vista dei negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina.

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L’Anticorruzione perquisisce gli uffici della Banca nazionale dell’Ucraina e la residenza del presidente Andriy Pyshny

L’Ufficio nazionale (Nabu) e la Procura specializzata anti-corruzione (Sapo) hanno perquisito gli uffici della Banca nazionale dell’Ucraina e la residenza del suo presidente Andriy Pyshny. L’indagine sarebbe legata, tra le altre cose, alla gestione di Sense Bank, l’istituto bancario nazionalizzato nel 2023 che sarebbe stato usato per riciclare parte del denaro usato per pagare la cauzione di Herman Galushchenko, ex ministro dell’Energia e della Giustizia arrestato a febbraio nell’inchiesta “Midas“.

Questa circostanza è emersa il 19 agosto, quando Nabu e Sapo hanno perquisito gli uffici Iryna Mudra, vice capo dell’Ufficio di Volodymyr Zelensky, nell’ambito dell’inchiesta “Forrest Gump”, secondo cui Mudra sarebbe stata tra i coordinatori delle operazioni di riciclaggio. Il 20 agosto, le autorità anti-corruzione hanno pubblicato la seconda parte dell’inchiesta, denominata “Themis”, su come lo stesso gruppo abbia messo in atto operazioni di raiding su immobili e imprese a Kiev, coperto anche dalle istituzioni finanziarie. Il 2 settembre, la Banca Nazionale ha riconosciuto che il direttore di Sense Bank, Oleksiy Stupak – coinvolto nell’inchiesta “Forrest Gump” -, non possedeva i requisiti di idoneità professionale, ha richiesto la sua sostituzione e due giorni dopo il dirigente è stato rimosso.

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“Satellite russo si avvicina a uno europeo che fornisce supporto all’Ucraina”: le manovre di Cosmos-2612

Solo il mese scorso, gli Stati Uniti avevano annunciato di possedere per la prima volta armi nello spazio. Dichiarazioni a cui era seguito un avvertimento della Cina, mentre Pechino e Mosca, anche nello spazio, rappresentano le vere potenziali minacce per Washington. Di certo, la militarizzazione dello spazio è un fenomeno antico quanto la corsa allo spazio stessa. E un recente episodio, avvenuto recentemente, ha sollevato ulteriori preoccupazioni. Un satellite militare russo si è avvicinato a sole poche decine di metri da un satellite commerciale europeo, sotto contratto con gli Stati Uniti, che fornisce supporto all’Ucraina. Le manovre sono iniziate a fine settembre, quando il satellite militare russo Cosmos-2612 ha modificato bruscamente la propria velocità per raggiungere la stessa orbita del satellite commerciale finlandese Iceye-X36.

Lanciato in orbita bassa dalla Russia ad aprile, il Cosmos-2612 ha poi proseguito le manovre avvicinandosi al satellite finlandese fino a una distanza angolare di un centesimo di grado, secondo i dati sulle traiettorie dei due satelliti analizzati dall’Afp. Stando agli esperti, la mattina del 18 ottobre la distanza tra i due satelliti era inferiore a cento metri. L’episodio, monitorato dalla comunità scientifica, ha sollevato interrogativi sulle capacità del satellite russo, in particolare per quanto riguarda l’intercettazione, il disturbo delle comunicazioni (jamming) o lo spionaggio nello spazio.

Non è la prima volta che satelliti russi effettuano manovre per posizionarsi nelle immediate vicinanze di satelliti di altri Paesi. “La combinazione di diversi fattori ha reso questo evento particolarmente preoccupante”, ha dichiarato Clayton Swope, esperto di sicurezza spaziale presso il Center for Strategic and International Studies. “Il satellite si è allineato sullo stesso piano orbitale, in orbita terrestre bassa”, con il satellite commerciale Iceye che “fornisce supporto all’Ucraina”, ha spiegato. Secondo Clayton Swope, “non vi è alcun elemento che lasci pensare che il satellite russo avesse necessità di compiere tali manovre per scopi pacifici”.

Un portavoce della filiale statunitense di Iceye ha dichiarato di essere “a conoscenza della situazione” e di “seguirla da vicino”. In un documento dedicato alle minacce nello spazio, la Forza Spaziale degli Stati Uniti (Ussf) sottolinea che, nel maggio di quest’anno, la Russia ha compiuto manovre orbitali “ad alto consumo di carburante” per posizionare quattro satelliti militari in prossimità di un satellite radar commerciale occidentale utilizzato dall’Ucraina.

(immagine d’archivio)

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Zelensky recupera l’intelligence americana, non la certezza di poter decidere la pace

Ukrainian President Volodymyr Zelenskyy, center, stands beside Norwegian Prime Minister Jonas Gahr St¿re, right, Finnish President Alexander Stubb, 2nd left, and U. S. envoy Steve Witkoff, in Oslo, Norway, Tuesday, Oct. 20, 2026. (Heiko Junge, Pool Photo via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Gli Stati Uniti hanno ripreso a condividere con l’Ucraina informazioni di intelligence utili ad anticipare gli attacchi missilistici russi. Lo ha detto Volodymyr Zelensky dopo l’incontro con l’inviato americano Steve Witkoff a Oslo, in Norvegia. «Adesso funziona. È ottimo», ha detto il presidente ucraino, spiegando che gli avvisi preventivi possono salvare vite umane. Il ripristino delle informazioni arriva dopo giorni in cui Kyjiv sembrava aver perso una parte del sostegno di Washington, in una delle fasi più difficili dei rapporti tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa.

L’incontro si è svolto dopo una settimana di forti tensioni. Il 9 ottobre, ricorda il Guardian, Donald Trump aveva annunciato un’intesa con Mosca sul diesel russo, mentre Kyjiv aveva subito una temporanea interruzione della condivisione di intelligence e restrizioni nell’utilizzo di Starshield, la versione militare di Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Le limitazioni hanno compromesso la capacità ucraina di condurre alcuni attacchi con droni a medio raggio contro le posizioni russe. Trump ha negato che ci sia stata una decisione politica per danneggiare l’Ucraina e ha continuato a criticare Zelensky, sostenendo che Kyjiv avrebbe potuto raggiungere un accordo con Mosca già due anni fa.

A Oslo il presidente ucraino ha cercato di ricostruire un canale di dialogo. Witkoff ha incontrato Zelensky insieme, in collegamento video, a Jared Kushner, genero di Trump. Hanno partecipato anche il premier norvegese Jonas Gahr Støre, il presidente finlandese Alexander Stubb e rappresentanti europei e britannici della sicurezza. Il colloquio è stato definito «costruttivo» da un funzionario americano. Zelensky ha parlato anche con il segretario di Stato Marco Rubio e ha detto di aver discusso con lui le restrizioni a Starshield e le garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

Certo, è difficile aspettarsi che l’incontro produca cambiamenti sostanziali. Il risultato più concreto potrebbe essere proprio il ripristino della condivisione di intelligence, il pieno funzionamento dei sistemi satellitari e la prosecuzione del programma Purl, attraverso cui i Paesi alleati acquistano armi americane per Kyjiv. Intanto Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin in Russia. Secondo Washington, l’obiettivo è aprire la strada a negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, oltre che a colloqui multilaterali.

Resta però il nodo di chi debba sedersi al tavolo. Zelensky ha respinto l’ipotesi di un vertice tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping che escluda Kyjiv, proposta attribuita al leader russo. «Non può esserci nulla sull’Ucraina senza l’Ucraina», ha detto Zelensky a Oslo. E ha aggiunto: «Se si parla dell’Ucraina e del nostro futuro, può essere accettabile soltanto se siamo al tavolo dei negoziati».

Per Kyjiv, il ripristino dell’intelligence è un segnale importante, ma non risolve le divergenze sul futuro della guerra. E per l’Europa resta il timore che Washington e Mosca cerchino un’intesa sulle condizioni della pace senza tenere adeguatamente conto delle richieste ucraine.

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Guerra in Ucraina, bombardata Zaporizhzhia: ennesima notte di sangue. Wsj: “Musk ha ordinato il rallentamento di Starlink”

Un drone russo a pilotaggio remoto ha colpito un autobus di linea a Zaporizhzhia, ferendo una persona. A denunciare l’attacco, secondo quanto riportato da ‘Ukrinform’, è stato il capo ad interim dell’amministrazione militare regionale di Zaporizhzhia, Mykhailo Semikin, con un messaggio su Telegram. “Le forze russe hanno attaccato un autobus municipale a Zaporizhzhia. Un drone Fpv si è schiantato sul tetto dell’autobus”, hanno dichiarato le autorità regionali in un post su Telegram.

Le forze ucraine hanno colpito le infrastrutture energetiche nella città di Chystiakove, nell’oblast di Donetsk, mentre sono stati segnalati blackout in Crimea a causa di attacchi di droni. Lo riporta ‘The Kyiv Independent’, spiegando anche che un sito di telecomunicazioni a Luhansk è stato colpito. In particolare, un massiccio attacco di droni ha preso di mira Chystiakove, mentre nel distretto di Krasnoperekopskyi, in Crimea, alcuni testimoni oculari hanno segnalato attacchi di droni vicino alla stazione ferroviaria e il rumore di sistemi di difesa aerea russi in funzione.

Elon Musk avrebbe ordinato di limitare la velocità di connessione dei satelliti Starlink utilizzati dall’Ucraina per la propria difesa. Lo riporta il Wall Street Journal, che, citando funzionari statunitensi e persone a conoscenza dei fatti, scrive che Musk, fondatore e amministratore delegato di SpaceX, “ha imposto un limite alle velocità con cui l’hardware ucraino poteva rimanere connesso alla rete satellitare” di Starlink. Tale decisione avrebbe reso “praticamente inutilizzabili” alcuni droni offensivi e intercettori ucraini, scrive il quotidiano, secondo cui Musk e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbero discusso della decisione relativa a Starlink “durante una telefonata poco dopo che la limitazione era stata resa pubblica”, ma avevano già affrontato l’argomento in precedenza, hanno riferito le fonti al Wsj.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha attribuito a Starlink, la compagnia guidata da Elon Musk, la decisione finale che riguarda la copertura satellitare richiesta dall’Ucraina nel conflitto con la Russia. Quando gli è stato chiesto se il Pentagono avesse ridotto l’impiego della rete satellitare, come sostenuto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Hegseth ha risposto: “Non abbiamo ridotto nulla. Ci sono condizioni di servizio che devono essere rispettate e, in ultima analisi, spetta a Starlink decidere in merito. Ma, dal nostro punto di vista, non è cambiato nulla. Non abbiamo impartito direttive né fatto nulla del genere e, naturalmente, auguriamo agli ucraini di avere successo”.

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La Russia si dice pronta a entrare nella città strategica di Kramatorsk: “Presi i villaggi alle porte”. Ma Kiev smentisce

Kramatorsk, e di conseguenza Sloviansk, da mesi convivono con il cappio russo intorno al collo. Nessuno strappo netto, ma uno stringersi lento e graduale che contribuisce a prolungare l’agonia di una città presa ad esempio per la sua strenua resistenza contro l’avanzata russa. Adesso, però, il nemico è veramente alle porte. E Vladimir Putin ha chiesto al suo capo di Stato Maggiore delle forze armate, Valery Gerasimov, di sferrare il colpo fatale nel Donetsk.

Nel corso di una visita a un posto di comando ausiliario avanzato, il presidente russo ha ribadito che la conquista di tutta la regione del Donbass meridionale rimane tra i principali obiettivi della “operazione militare speciale”. E ha poi sottolineato come la creazione di una zona di sicurezza in Ucraina non sarà oggetto di discussione a eventuali colloqui per la soluzione del conflitto: “Il nostro obiettivo è garantire la sicurezza assoluta nei territori di confine della Russia per il futuro e non intendiamo farne un argomento di potenziali negoziati di pace con l’Ucraina”.

Nelle ultime ore, come detto, la Russia sostiene di aver sfondato gli ultimi tre ‘cancelli’ che aprono le porte per Kramatorsk: Mosca dice di aver conquistato le cittadine di Dobropillia, Kostiantynivka e Oleksiievo-Druzhkivka, oltre a quelle di Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka, nella regione di Zaporizhzhia. Se le informazioni venissero confermate, Mosca si appresterebbe a sferrare l’offensiva sulla fondamentale città del Donetsk in inverno e, in caso di successo, avrebbe superato un importante ostacolo per l’accerchiamento di Kharkiv, la seconda città del Paese dopo Kiev.

Le autorità ucraine, però, smentiscono le conquiste rivendicate dalla Federazione russa, circa 6.500 chilometri quadrati di territorio e 310 insediamenti dall’inizio dell’anno. Lo Stato maggiore, in particolare, definisce false le dichiarazioni di Gerasimov sulla conquista delle tre cittadine alle porte di Kramatorsk, al termine di una campagna che da settembre avrebbe portato sotto il controllo russo oltre 1.800 chilometri quadrati di territorio e 92 centri abitati. Il portavoce dello Stato maggiore ucraino, Andriy Kovalyov, ha smentito queste cifre, sostenendo che dall’inizio dell’autunno le forze ucraine hanno riconquistato più territorio di quanto ne abbia preso l’esercito russo. E ha poi aggiunto che Dobropillia, Oleksiievo-Druzhkivka, Orikhiv, Novopavlivka e Novoandriivka restano sotto il controllo delle forze di Kiev, mentre a Kostiantynivka sono ancora in corso combattimenti. Smentita anche l’affermazione sulla presenza dei soldati di Mosca a cinque chilometri dalla periferia meridionale di Zaporizhzhia. Si trovano ancora a 22 chilometri dalla città, ha riferito Kovalyov. Anche Velykomykhailivka, nella regione di Dnipropetrovsk, resta sotto controllo ucraino, ha concluso.

Accuse di diffondere notizie su false conquiste arrivano anche dal Primo Corpo della Guardia Nazionale “Azov” che su Telegram ha smentito la conquista di Zolotyi Kolodiazh, Novotroitske e Petrivka, nel Donetsk. “Tali affermazioni non corrispondono al vero. Tutti e tre gli insediamenti rimangono sotto il controllo di unità della brigata ‘Bureviy’ e di altri reparti delle Forze di Difesa ucraine”, scrivono accusando i soldati di Mosca di infiltrare piccoli gruppi di fanteria in aree abitate per piantare bandiere e scattare foto, così da dare l’illusione di una conquista mai avvenuta.

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Armi all’Ucraina, Balzano incalza Sensi: “Non convincerà mai Conte e Avs, lei è nel posto sbagliato”. “Il M5s la pensa come Vannacci, Le Pen e AfD”

“Ma lei reputa verosimile che, una volta al governo, riusciate a convincere Conte, Fratoianni e Bonelli a mandare le armi all’Ucraina? Voi che siete obiettivamente una minoranza nel Pd e nella coalizione progressista?”. A Battitori liberi, su Radio Cusano Campus, Savino Balzano pungola il senatore dem Filippo Sensi su uno dei principali motivi di scontro nel campo progressista: il sostegno militare a Kiev. Il parlamentare riformista non ha dubbi: “Non c’è un governo europeo di nessun segno politico, di sinistra, di centro o di centrodestra, che non stia dentro una linea di sostegno all’Ucraina. Pensare che l’Italia possa rompere questa linea secondo me è poco verosimile. Un governo italiano darà sempre sostegno all’Ucraina”.

L’argomento della puntata verte sullo scambio a distanza del 15 ottobre tra Sensi e il deputato M5s Francesco Silvestri, intervistati da Manolo Lanaro per Il Fatto Quotidiano. Dopo gli applausi di alcuni riformisti Pd alle parole di Giorgia Meloni sull’Ucraina, Sensi ha sostenuto che un futuro governo progressista debba inviare armi a Kiev “per davvero”, accusando l’attuale esecutivo di non farlo da oltre un anno. Silvestri ha replicato sarcastico: “Se Sensi vuole più armi, gliele porti lui personalmente, se le carica e gliele porta”. E ha puntualizzato che un governo alternativo alla destra dovrebbe invece interrompere le forniture militari e favorire il dialogo con Putin. I conduttori Balzano e Gianluca Fabi ripartono proprio dalla battuta di Silvestri, chiedendo scherzosamente a Sensi se intenda portare personalmente le armi in Ucraina. Il senatore replica: “A Silvestri non manca l’umorismo, però poi dice delle cose un po’ enormi, come quella che bisogna dialogare con Putin”. E attacca il riferimento del deputato M5s alle conseguenze economiche della guerra: “Ma non c’è un minimo di umanità? Lì muoiono persone ogni giorno, vengono distrutte città”.

Balzano sottolinea che mai M5s e Avs potrebbero accettare di mandare armi a Kiev. Il senatore dem richiama l’esperienza del governo Draghi, del quale fecero parte sia il M5s sia la Lega, oggi contraria a nuove forniture militari. A suo giudizio, l’appartenenza dell’Italia all’Europa pesa più delle differenze tra i partiti di una futura maggioranza. Ma Balzano insiste: come può una componente minoritaria della coalizione convincere Conte, Fratoianni e Bonelli, oltre alla stessa Schlein?Il parlamentare ribadisce che il sostegno militare a Kiev è la posizione ufficiale del Pd, confermata dalla segretaria e dai voti parlamentari. Ammette che non tutti nel partito la pensano come lui, ma rivendica la continuità di quella scelta. Poi arriva l’affondo contro i possibili alleati: “Il Pd la pensa in un modo, secondo me giusto, in coerenza con quello che pensano i grandi partiti in tutta Europa, e il M5s la pensa come Vannacci, come Marine Le Pen, come l’AfD. Penso che se ne dovranno fare una ragione”.

Fabi introduce anche il problema del consenso degli elettori, chiedendo se il Pd sia pronto a scontrarsi con un’opinione pubblica sempre più preoccupata dalle difficoltà sociali ed economiche. Sensi contesta che gli italiani siano contrari al sostegno all’Ucraina: “Ci sono sondaggi che vanno in questa direzione molto chiari e molto espliciti, altri che invece dicono no, però c’è più freddezza”. Richiama quindi le imminenti elezioni americane di midterm e sostiene che negli Stati Uniti il tema controverso sia soprattutto la guerra in Iran, per le sue conseguenze energetiche, più che quella in Ucraina. “Non penso che in Italia noi stiamo soffrendo perché non abbiamo il gas o il gasolio russo. Penso che non ci creda nessuno”. Ma è sulla durata del conflitto che il confronto si fa più serrato. Fabi osserva che, nonostante le armi inviate finora, la guerra prosegue senza una vittoria decisiva di nessuno dei contendenti. Sensi risponde ricorrendo a una metafora: “Se tu dai le armi, cioè dai la medicina al malato, gli stai facendo male perché la medicina gli consente di stare in piedi?”. Precisa che l’Ucraina non è un malato e definisce gli ucraini combattenti dal “coraggio leonino”. Per il senatore, “fornire le armi non vuol dire prolungare la guerra. Significa prolungare l’esistenza dell’Ucraina”. E di fronte alle obiezioni del conduttore e alle immagini dei bombardamenti russi su Kharkiv, sbotta: “Ma di che stiamo parlando? Mi sembra il mondo alla rovescia”.

Fabi insiste: “Noi fino a oggi abbiamo fatto quello che dice lei, ma da soli che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo vincere contro Mosca, che ha il più grande arsenale nucleare del mondo? Questo state proponendo? E peraltro con che armi?”. Il senatore evoca i partigiani: “Se si fosse fatto questo ragionamento ai tempi della Resistenza, l’Italia oggi starebbe sotto i nazisti”. “No, è completamente diverso”, obietta Balzano. Sensi riconosce la diversità delle circostanze, ma ribadisce che togliere le armi agli ucraini non significa automaticamente fermare la guerra. Balzano torna sulle prospettive del conflitto: “Lei si rende conto che l’Ucraina come l’abbiamo conosciuta prima del 2022 non esisterà mai più? Voi con questa cosa ci dovete fare pace, perché è un dato di fatto”. E invita a valutare concessioni territoriali alla Russia per evitare conseguenze ancora peggiori. Sensi respinge la posizione del conduttore: “Non lo dovete dire a chi cerca di difendere l’Ucraina, dovete dirlo a Putin”. Ricorda che Zelensky propone un cessate il fuoco sulle linee attuali e accusa Mosca di continuare a bombardare le città ucraine: “Perché fate questo discorso a chi dice che forse l’Ucraina sta resistendo e resiste pure in nome e per conto dell’Europa? Questo mi sembra un po’ il mondo alla rovescia”.

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Guerra in Ucraina, Trump conferma tutto: “Pronto a incontrare Xi e Putin per la pace”. Ma non cita Zelensky

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha detto di essere pronto a mettersi attorno a un tavolo con Vladimir Putin e Xi Jinping per mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, anche se non ci fosse il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Li incontrerei per qualsiasi cosa io possa fare per porre fine alla guerra, che ci sia qualcuno presente oppure no. E loro vogliono davvero avere un incontro”, ha detto rispondendo alle domande dei giornalisti.

Trump ha invocato di nuovo una successione al Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Quando gli è stato chiesto dai giornalisti cosa pensasse del commento di Zelensky, secondo il quale lui si era messo dalla “parte sbagliata della storia”, Trump ha risposto: “Zelensky non sa di cosa sta parlando. Zelensky è un uomo che avrebbe dovuto far finire questa guerra molto tempo fa. Adesso è ora che qualcun altro negozi per conto dell’Ucraina”.

Parlando in remoto con i senatori americani di entrambi gli schieramenti, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha spiegato che le restrizioni Usa all’utilizzo di Kiev dei sistemi satellitari Starlink e Starshield, entrambi controllati da Elon Musk, stanno “ostacolando la capacità dell’Ucraina di abbattere i droni d’attacco russi”. È quanto riporta Axios. Zelensky ha rivelato ai senatori americani la mancanza di Patriot per contrastare gli attacchi russi. “Non ci sono praticamente più intercettori Patriot forniti dai nostri partner statunitensi”, ha detto. “Tutto questo lascia pensare che sia stata presa una decisione politica per rallentare il sostegno a nostro favore”, ha aggiunto Zelensky. “Vogliamo capire che cosa sta succedendo, perché sta succedendo e dove ci porterà tutto questo”, ha concluso.

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Il propagandista italiano che riscrive la strage di Mariupol

Mariupol Ucraina

La parola «bambini» era stata dipinta in grandi lettere bianche sul piazzale del teatro di Mariupol. Il 16 marzo 2022, durante l’assedio russo alla città, un’esplosione sventrò l’edificio dove centinaia di civili si erano rifugiati. L’inchiesta dell’Associated Press, “20 Days in Mariupol”, ha contato circa seicento morti. Quattro anni dopo, sul palco del teatro ricostruito e ancora sotto il controllo russo, un documentario prova a capovolgere la storia: non sarebbe stata Mosca a colpire, ma l’esercito ucraino.

Il film si intitola “Witnesses” e lo ha girato Vittorio Nicola Rangeloni, giornalista italiano che da anni alza il volume della propaganda del Cremlino. Intervista persone che accusano il battaglione Azov impegnato nella difesa della città, altri sostengono che gli ucraini avevano nascosto esplosivi sotto il palco e li hanno fatti detonare per attribuire la strage ai russi. «Questo è stato un attacco premeditato compiuto da soldati ucraini», dice Rangeloni, definendolo una provocazione destinata a screditare Mosca. Ma non c’è uno straccio di prova in grado di sostenere l’accusa.

D’altronde, le indagini indipendenti raccontano altro. Amnesty International ha concluso che il teatro fu probabilmente distrutto da due bombe da circa cinquecento chili sganciate da aerei russi. Secondo l’Associated Press, nessuno dei presenti ha detto di aver visto militari ucraini nell’edificio. Anche Gareth Collett, ex responsabile britannico degli artificieri militari, ha giudicato i danni compatibili con una grossa munizione sganciata dall’aviazione russa.

In “Witnesses” una strage documentata si trasforma in un episodio fuori dalla logica, in cui si ribalta il rapporto tra aggressore e vittima. Il New York Times dice che il documentario ha già superato le seicentomila visualizzazioni. Il teatro, demolito alla fine del 2022 e poi ricostruito, è stato riaperto nel dicembre 2025. Per Mosca è il simbolo della rinascita dei territori occupati: sul palco restaurato, la propaganda mette in scena anche la propria versione del passato.

Rangeloni è nato a Lecco nel 1991, da padre italiano e madre ucraina russofona – come in molti casi per le persone nate durante l’occupazione sovietica dell’Ucraina. Nel 2014 si trovava a Kyjiv durante le proteste di Euromaidan, che ha descritto come «un colpo di Stato sostenuto dall’Occidente» (ma non si capisce per quale ragione). L’anno successivo è andato nei territori di Donetsk e Luhansk controllati dalle milizie filorusse. Da allora si è presentato come reporter indipendente, raccontando il conflitto quasi esclusivamente dalla prospettiva russa: un assist al Cremlino dietro l’altro.

Nel 2016 ha fondato LNR Today-Italia, un’agenzia informativa legata alle autorità separatiste che dichiarava di voler combattere una «guerra dell’informazione» contro il governo e l’esercito ucraini. Ha stretto rapporti con le amministrazioni autoproclamate del Donbas – non riconosciute da nessuno a livello internazionale, se non Russia e Corea del Nord – e ha ottenuto la cittadinanza russa. Nel 2023 ha girato “Vopreki”, un documentario realizzato seguendo la brigata paramilitare filorussa Pyatnashka, associata a episodi di tortura di civili ucraini e prigionieri di guerra. Per lui l’invasione su vasta scala dell’Ucraina iniziata nel 2022 è una «guerra di liberazione».

Reporters Without Borders (Rsf) lo descrive come un propagandista che imita il giornalismo per diffondere la linea del Cremlino. L’organizzazione internazionale riferisce che dal 2019 è oggetto di un’indagine della magistratura ucraina per partecipazione a gruppi armati illegali: un’accusa, non una condanna. Mentre il Telegraph aggiunge che Rangeloni ha parlato dell’apertura di un procedimento italiano dopo una denuncia dell’ambasciata ucraina, senza fornire ulteriori dettagli.

La sua traiettoria non si è fermata in Ucraina. Nel 2024 è passato a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per lavorare con African Initiative, agenzia di propaganda russa fondata a Mosca nel 2023 e finanziata da Viktor Lukovenko, già attivo nella rete di propaganda che era legata a Evgenij Prigožin (ex leader del gruppo Wagner). Ha seguito manifestazioni antiamericane e intervistato il ministro della Difesa burkinabè, mentre altri giornalisti venivano repressi o espulsi. Per Jeanne Cavelier, responsabile di Rsf per l’Europa orientale e l’Asia centrale, il suo lavoro serve a giustificare la guerra russa in Ucraina e a promuovere Mosca nel Sahel.

Il metodo è sempre lo stesso, cambia solo lo scenario: usa la parvenza di metodi e strumenti del giornalismo per propagandare una narrazione politica, con testimonianze selezionate per confermare una tesi già decisa.

Quando è stato contattato dai giornalisti del New York Times, Rangeloni ha difeso il documentario così: «Ho guardato negli occhi le persone che erano lì quel giorno. Non ho motivo di non credere a queste persone». Ma in questo modo la fiducia personale nei testimoni prende il posto di verifiche indipendenti e prove materiali, rendendo le stesse dichiarazioni dei testimoni poco credibili).

La parte peggiore di questa storia è che mentre il teatro viene usato per riscrivere una strage brutale, la vita quotidiana a Mariupol parla di una ricostruzione assai meno trionfale. Un articolo del Kyiv Independent spiega che in città persistono gravi carenze idriche, l’inesistente raccolta dei rifiuti, la carenza di risorse e personale per qualunque altro servizio essenziale. L’assenza di medici, ad esempio, rende impossibile far funzionare i centri diagnostici appena costruiti. Petro Andriushchenko, ex consigliere del sindaco di Mariupol e responsabile del Center for the Study of the Occupation, ha detto al Kyiv Independent: «Hanno costruito diversi enormi centri diagnostici a Mariupol, e ne stanno costruendo altri, ma sono lì, vuoti. Non c’è nessuno che ci lavori». Andriushchenko denuncia il collasso del sistema sanitario e la mancanza di personale disposto a trasferirsi in una città vicina al fronte.

È lo stesso Andriushchenko che, parlando al Telegraph di “Witnesses”, ha avvertito che Mosca prepara gli argomenti che qualcuno potrebbe usare domani per giustificare o attenuare l’aggressione russa. A Mariupol oggi convivono una città reale, segnata dalla distruzione e dall’occupazione, e una città di finzione, quella della narrazione del Cremlino, trasformata nel simbolo di una liberazione che cancella le responsabilità di chi l’ha bombardata.

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Vertice Putin-Trump-Xi, l’esperto: “Potremmo trovarci di fronte a un vero punto di svolta”

Ucraina, un accordo senza Zelensky? Simonini: “Trump può far leva sulla stanchezza degli ucraini”

Mentre i diplomatici lavorano dietro le quinte per definire le geometrie di un possibile vertice trilaterale, la prospettiva di un incontro a tre tra Vladimir Putin, Donald Trump e Xi Jinping ridisegna le coordinate della politica internazionale. Sul tavolo non c’è solo il futuro della guerra in Ucraina, ma il tentativo del Cremlino di accreditarsi come terza potenza ordinatrice del pianeta, estromettendo Kiev e l’Europa per ridurre ogni negoziato a un affare esclusivo tra superpotenze.

Ma un accordo sul conflitto ucraino negoziato senza la partecipazione di Zelensky è davvero realizzabile? Quali sono le reali motivazioni di Mosca e i rischi che corrono le cancellerie europee? E soprattutto, fino a che punto la Cina è disposta a spingersi nel ruolo di mediatrice senza compromettere la propria strategia sull’Indo-Pacifico?

A fare il punto è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la fattibilità del summit, gli obiettivi strategici di Mosca, Washington e Pechino e i possibili scenari futuri. 

Quanto è concreta la proposta di Putin di un vertice trilaterale con Trump e Xi Jinping e quali obiettivi strategici persegue Mosca?

La proposta russa di un vertice trilaterale con Stati Uniti e Cina veniva ventilata già da settimane. Avanzata lo scorso settembre, è stata poi rilanciata durante la telefonata del 9 ottobre fra Donald Trump e Vladimir Putin, la stessa che ha visto confermare l’intesa sul gasolio russo e sospendere alcune sanzioni fino all’aprile 2027. Al di là della concretezza della proposta e della scenografia degli incontri, le decisioni maturano sempre prima, nei meandri delle diplomazie.

Epperò gli obiettivi di Mosca appaiono nitidi. Anzitutto estromettere dal tavolo Kiev e le cancellerie europee, ritenute dal Cremlino i principali ostacoli a una soluzione favorevole, così da ridurre «la pace» a un mero affare fra grandi potenze. Di qui il secondo scopo, di natura simbolica, ovvero sedere da pari accanto a Washington e Pechino per restituire alla Russia il rango di potenza ordinatrice ed emanciparsi, almeno in parte, dall’immagine di socio di minoranza della Repubblica popolare.

Infine profittare della fretta della Casa Bianca per incassare il più possibile dalle eventuali trattative, a dispetto delle gravi difficoltà sul campo di battaglia e prima che l’inverno rallenti ulteriormente le operazioni.

Un eventuale accordo sulla guerra in Ucraina senza la partecipazione di Zelensky sarebbe davvero possibile? Quali rischi correrebbero Kiev e l’Europa?

Sul piano tecnico, la sopravvivenza dell’Ucraina è dipesa finora dalla logistica, dalla tecnologia, dai rifornimenti e soprattutto dall’intelligence statunitense. Benché in oltre quattro anni di guerra il paese abbia saputo accrescere la propria produzione autoctona di droni e di altri sistemi d’arma, resta legato a doppio filo alle forniture occidentali.

A ciò si aggiunge la stanchezza della popolazione. Secondo un sondaggio di inizio ottobre, il 62% degli ucraini ritiene che nessuno dei due belligeranti stia prevalendo e il 56% accetterebbe cessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza americane ed europee. Una spossatezza su cui Washington potrebbe far leva per imporre a Kiev le concessioni necessarie a un compromesso con Mosca, dall’amputazione del Donbass alla neutralità, fino alla rinuncia proprio a quelle garanzie che gli Stati Uniti non intendono offrire in prima persona e che tenterebbero semmai di accollare di straforo agli alleati europei.

Le trattative sono in pieno svolgimento e, tra i rapporti di forza sul campo e l’urgenza washingtoniana di volgersi all’Indo-Pacifico, potremmo trovarci dinanzi a un autentico punto di svolta.

Che cosa cerca di ottenere la Cina da questo incontro e quanto potrebbe rafforzare il proprio ruolo di mediatrice tra Mosca e Washington?

Per Pechino il vertice costituisce allo stesso tempo un’occasione e un’insidia. Ospitare a Shenzhen gli inquilini della Casa Bianca e del Cremlino consacrerebbe simbolicamente la Repubblica popolare come potenza indispensabile, l’unica in grado di favorire la pace. Di converso lo Zhongnanhai sa bene che l’incontro rischierebbe di ridursi a un atto meramente cerimoniale, privo di ricadute concrete se non a proprio detrimento.

In primo luogo, Mosca potrebbe, nei mesi successivi, recuperare margini di manovra al di fuori del rapporto obbligato con il potente vicino, allentando di riflesso la dipendenza che oggi lega le due capitali. In secondo luogo, ed è il punto decisivo, Washington, sgravata parzialmente dall’assillo del quadrante est-europeo, potrebbe concentrare le proprie pressioni sull’Impero di mezzo.

Di qui la prudenza mandarina, sospesa fra la necessità di vestire in pubblico i panni di paladina di un vantaggio reciproco tanto proclamato quanto fittizio e la convenienza di trarre partito dall’impantanamento delle potenze rivali. Con lo sguardo sempre fisso su Taiwan all’interno di un tempo limitato.

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Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

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Nuovo allarme di Zelensky: “Starlink non funziona sui droni veloci”. L’esercito ucraino: gli alleati non ci avvisano sui missili balistici

Il sistema Starlink/Starshield non funziona più “in diversi settori del fronte” in Ucraina per componenti montate sui droni che viaggiano a velocità comprese fra i 130 e i 161 chilometri orari. Volodymyr Zelensky è tornato a denunciare i malfunzionamenti del servizio satellitare gestito dal Pentagono fondamentale per le forze armate di Kiev nell’utilizzare i droni e nell’intercettare quelli nemici.

“Ho tenuto una riunione in videoconferenza sulla situazione nelle regioni dell’Ucraina dopo l’ennesima ondata di attacchi russi. Purtroppo si sono registrati danni a 28 sottostazioni e ad altre importanti infrastrutture energetiche“, ha esordito il presidente ucraino in un messaggio su Telegram. In base a “un rapporto separato del Comandante in Capo delle Forze Armate ucraine basato sulle informazioni ricevute dai reparti riguardo alla situazione dell’uso dei servizi Starlink / Starshield”, ha scritto il capo del governo di Kiev, “registriamo che in diversi settori del fronte le apparecchiature smettono di funzionare a velocità comprese tra 130 e 161 chilometri all’ora. Questo rallenta la nostra logistica al fronte e limita l’uso di droni di vario tipo, in particolare i ‘mid-strike’ e gli intercettori degli ‘Shahed’ a reazione. Oggi questo aspetto deve essere discusso ancora una volta con i partner a tutti i livelli. La velocità è fondamentale per proteggere le vite umane”, ha aggiunto Zelensky in relazione alle informazioni ricevute da Mykhailo Drapaty.

Le autorità militari ucraine continuano a denunciare anche il mancato supporto degli alleati nel trasmettere informazioni sull’arrivo degli attacchi russi. Nella notte del 19 ottobre “ci sono stati due raid con armi balistiche. Uno alle 23.00, il secondo alle 3.00 del mattino”, ha detto il colonnello Yuriy Ignat, portavoce dell’aeronautica militare, in una diretta tv. “Ricordate quando abbiamo avuto 39 missili in quel massiccio attacco?”, ha domandato Ignat riferendosi al massiccio attacco combinato sferrato dalla Russia nella notte del 14 ottobre.

“Anche allora le informazioni da parte dei partner la prima volta non sono arrivate, ma la seconda volta sì – ha proseguito -. In linea di principio, è andata così anche questa notte. Voglio però sottolineare che abbiamo anche fonti nostre che ci informano sui lanci. C’è il campo radar, che viene monitorato nei limiti del possibile”. “Precisiamo ancora una volta che la prima volta le informazioni, per determinate ragioni, non sono effettivamente pervenute. Su questo i nostri esperti stanno approfondendo insieme ai partner, perché non è la prima volta che si verifica una situazione del genere. Per quanto riguarda il raid delle tre di notte”, invece, ha precisato il colonnello, “l’informazione è arrivata”.

Il 16 ottobre a Bruxelles Zelensky aveva specificato che l’Ucraina riceve informazioni da decine di partner internazionali, ma gli Stati Uniti sono la sua unica fonte di informazioni sui lanci di missili balistici. “Molti paesi condividono informazioni con noi – ha detto il leader ucraino -. Stiamo parlando di decine di paesi. Abbiamo sviluppato questo tipo di collaborazione durante la guerra. Si tratta di un aiuto sostanziale e prezioso. Siamo loro grati. Per quanto riguarda la balistica, nello specifico i lanci balistici, riceviamo queste informazioni dagli Stati Uniti d’America“. Zelensky ha specificato meglio il concetto due giorni dopo: “Abbiamo decine di Paesi che ci aiutano – ha ribadito in un’intervista a Meet the Press su NBC News -. Ma solo gli Usa possiedono in esclusiva queste informazioni che ci permettono di essere informati quando la Russia utilizza missili balistici. E non le abbiamo ricevute durante gli attacchi missilistici durati tre giorni”.

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Svitolina-Monfils, la coppia del tennis si separa. Le parole dell’ucraina: “La guerra mi ha segnata, certe battaglie si combattono nel profondo”

“Questa è la cosa più difficile che abbia mai dovuto condividere“. Inizia così il post di Elina Svitolina, tennista ucraina, in cui annuncia la rottura con il collega e marito Gael Monfils. I due – tra le coppie più amate dal pubblico social tennistico e non – hanno annunciato la separazione con un messaggio scritto proprio dalla tennista ucraina, oggi numero 6 del mondo. “Tutti sanno quanto l’Ucraina significhi per me. Ciò di cui ho parlato raramente è ciò che questa guerra ha lasciato dentro di me. L’anno scorso vi ho detto che avevo bisogno di allontanarmi dal circuito perché non stavo bene emotivamente. Oggi voglio aprirmi un po’ di più. Quello che non avete visto sono le notti insonni, i dubbi e la sensazione di perdere lentamente me stessa”, ha scritto l’ucraina.

Qui il punto focale del messaggio: “Gaël ha visto tutto. Non mi ha mai lasciato la mano. Abbiamo combattuto insieme per molto tempo, con tutte le nostre forze. Ma alcune battaglie si combattono nel profondo di te stesso, e nessun amore esterno può vincerle al posto tuo. Col tempo, ho capito che devo ritrovare me stessa e che non posso farlo all’interno del nostro matrimonio“, ha scritto Svitolina annunciando la fine del rapporto con il tennista francese, che proprio pochi giorni fa ha annunciato il ritiro dal tennis. “È la verità più difficile che abbia mai dovuto affrontare e la cosa più difficile che abbia mai dovuto dire alla persona che amo. Gaël ha ascoltato. Ha rispettato i miei bisogni con una forza e una grazia che non dimenticherò mai”.

Svitolina ha però precisato che è stato un fine rapporto civile, sereno e condiviso: “Gaël mi ha amato nei momenti più belli e in quelli più bui, e io l’ho amato con tutto il cuore. Insieme abbiamo costruito una vita meravigliosa e ci è stato donato il regalo più prezioso di tutti: nostra figlia, Skai. Skai verrà sempre prima di tutto. Il nostro matrimonio sta finendo, ma la nostra famiglia no. Saremo sempre i suoi genitori, fianco a fianco, in ogni fase della sua vita. Sappiate che non c’è nessuno da incolpare. Ci sono solo due persone che si sono amate profondamente e una storia che sta cambiando. Vi chiediamo comprensione e lo spazio di cui abbiamo bisogno per guarire“, ha concluso Svitolina.

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Trump accusa Zelensky: “Non vuole la pace in Ucraina”. Rubio: “Discussioni in corso su vertice del presidente Usa con Xi e Putin”

Il segretario di Stato Usa Marco Rubio conferma la discussione in corso su un possibile incontro a tre: allo stesso tavolo siederebbero Trump, Xi e Putin. Itanto, il presidente americano ha accusato Zelensky di voler proseguire il conflitto: “Il leader ucraino “non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto. Avrebbe potuto ottenere un accordo migliore due anni fa di quello che può ottenere ora”, mentre “io voglio che questa guerra finisca!”.

Il possibile vertice Trump-Xi-Putin

Dopo le indiscrezioni del Wall Street Journal, secondo cui Putin avrebbe proposto un vertice a tre con Trump e Xi da svolgersi a Novembre, Rubio ha confermato la discussione sulla possibilità di un incontro. Secondo il segretario di Stato, in ogni caso, nessun piano sul possibile incontro è stato ancora definito: “Credo si stia parlando di un incontro. Non so se sia stato ancora deciso qualcosa”, ha dichiarato.

Trump accusa Zelensky

Il tycoon ha rivendicato il suo impegno “nel processo di negoziazione della pace nella guerra tra Russia e Ucraina”, e di non voler “fare nulla che possa allontanare, in modo sciocco, la Russia dal tavolo delle trattative”. Trump ha sottolineato “grandi progressi, e questo include le attuali negoziazioni sugli ostaggi. Firmare quel documento in questo momento farebbe proprio questo, e io posso firmarlo più tardi, o in qualsiasi momento io voglia!”. Il presidente Usa ha mandato un messaggio a Putin sul versante del Medio Oriente: “Forse ancor più importante, la Russia sta facendo pochissimo, se non nulla, per aiutare la Repubblica Islamica dell’Iran, rispetto a quello che potrebbe fare, e io voglio mantenere le cose così, e lo farò, a meno che persone stupide non si mettano in mezzo”.

Secondo Trump “Zelensky sta utilizzando le raffinerie di diesel in Russia come bersaglio, sapendo che questi attacchi stanno danneggiando seriamente i mercati mondiali del diesel, inclusi quelli negli Stati Uniti. Agricoltori, allevatori e imprese di ogni tipo stanno soffrendo grandemente per questo, ma la Russia, nondimeno, sta inviando, a un prezzo basso, milioni di barili di diesel al mondo”. “A Zelensky non importa, e francamente, con tutti i soldi che l’Europa gli sta dando, e che Joe Biden gli ha dato in passato, lui non vuole porre fine a questa guerra, e probabilmente non l’ha mai voluto”.

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Putin vuole un vertice con Trump e Xi sull’Ucraina, senza Zelensky

In this image taken from video provided by Russian Presidential Press Service Friday, Oct. 16, 2026, Russian President Vladimir Putin speaks to officers as he visits one of the command posts of the Joint Group of the Russian Forces, in an undisclosed location. (Russian Presidential Press Service via AP) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Vladimir Putin ha proposto un vertice con Donald Trump e Xi Jinping per discutere un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Il presidente russo vorrebbe tenere l’incontro a novembre, escludendo dai colloqui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui il Cremlino punta a sfruttare il riavvicinamento con Washington per arrivare a una soluzione favorevole.

La proposta sarebbe stata avanzata durante la telefonata tra Putin e Trump il 9 ottobre. Secondo le fonti citate dal quotidiano americano, dalla stessa conversazione sarebbe emerso un accordo sull’acquisto di diesel russo da parte degli Stati Uniti e sulla sua commercializzazione sui mercati internazionali. Un’intesa che segnala un ulteriore avvicinamento tra i due leader, mentre Washington ha anche sospeso alcune delle sanzioni contro Mosca. Il vertice trilaterale potrebbe svolgersi a margine del prossimo summit dell’Apec, il forum di cooperazione economica dell’Asia-Pacifico, previsto in Cina a novembre.

Il Cremlino ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. Ma, secondo un alto funzionario statunitense citato dal Wall Street Journal, Trump non ha ancora accettato la proposta. Non è quindi chiaro se il vertice si terrà né quale potrebbe essere il suo ordine del giorno.

L’ipotesi di un negoziato sull’Ucraina senza la partecipazione di Kyjiv dice molto sulla linea politica con cui ci si avvicina a questo ipotetico summit. Putin potrebbe discutere direttamente con Trump e Xi le condizioni per porre fine al conflitto, senza il coinvolgimento del Paese che ha invaso nel febbraio del 2022.

Negli ultimi giorni Trump ha aumentato le critiche a Zelensky, accusandolo di ostacolare la fine della guerra. E ha mostrato una crescente disponibilità a trattare con Mosca.

Per Xi, la proposta presenta vantaggi e rischi. Un incontro con gli altri due leader potrebbe rafforzare il ruolo diplomatico della Cina, ma rischierebbe anche di complicare i suoi rapporti con l’Europa. Il governo cinese dovrebbe inoltre confrontarsi con una questione delicata: sostenere un processo negoziale senza apparire come parte di un’intesa decisa sopra la testa degli ucraini.

La proposta di Putin arriva mentre non si intravedono progressi decisivi verso la fine della guerra. Resta da capire se Trump accetterà di partecipare e se Xi sarà disposto a sedersi al tavolo. Per ora, il progetto è soltanto un’ipotesi diplomatica.

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