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Hormuz, la stoccata di Teheran a Washington: 'Perché vi rivolgete a Mosca?'"

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha ribadito la vigilanza del Paese sullo Stretto di Hormuz e ha difeso i legittimi diritti della Repubblica Islamica, nonostante le pressioni degli Stati Uniti.

Lunedì, Baqai ha respinto le accuse che mettono in dubbio la sorveglianza marittima e il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell'Iran, affermando che "i mercati finanziari non prestano attenzione né danno credito alle affermazioni degli americani". Dopo aver osservato che gli Stati Uniti hanno dovuto fare affidamento su altri Paesi per l'approvvigionamento di carburante, "il che la dice lunga sulla situazione", ha affermato che la situazione nello Stretto di Hormuz dal 28 febbraio 2026 è "una conseguenza delle azioni degli Stati Uniti e di Israele". "Finché Washington insisterà nel mettere a repentaglio la sicurezza di questa via navigabile attraverso un blocco economico e una guerra navale, la sicurezza non tornerà nello stretto", ha aggiunto.

Ha inoltre affrontato le sfide che gli Stati Uniti e i mercati energetici si trovano ad affrontare a causa della situazione nello Stretto di Hormuz dopo la guerra, e ha sottolineato: "Se, come affermano gli Stati Uniti, non ci sono problemi nello Stretto di Hormuz e la situazione è già risolta, come si spiega che Washington debba rivolgersi alla Russia per risolvere alcuni dei suoi problemi?".

Riguardo alle sette condizioni poste dall'Iran per porre fine alla guerra e all'inadeguata risposta di Washington, il portavoce ha osservato che lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington continua attraverso i mediatori. "Quanto presentato a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e soprannominato il 'piano dei sette giorni' dell'Iran rappresentava una rivendicazione dei legittimi diritti dell'Iran", ha sottolineato, precisando i punti chiave del piano: "La revoca del blocco navale, la cessazione della guerra su tutti i fronti e il rilascio dei beni iraniani; in breve, tutto ciò che avevamo concordato nell'ambito di un memorandum d'intesa".

Nel sottolineare che gli Stati Uniti devono soddisfare queste condizioni, Baqai ha affermato che la posizione di Washington, secondo cui la principale preoccupazione rimane la questione nucleare iraniana, contiene una grave contraddizione: "Hanno ripetutamente affermato di aver completamente distrutto il programma nucleare iraniano e continuano a parlare della fittizia minaccia delle armi nucleari dell'Iran".

Riguardo alle sanzioni statunitensi, Baqai ha chiesto: "Se il popolo iraniano non è il bersaglio delle sanzioni, allora chi lo è?". Ha inoltre denunciato Washington per aver considerato persino il territorio, le risorse naturali e l'ambiente dell'Iran come obiettivi legittimi, sottolineando che gli Stati Uniti hanno imposto le sanzioni più severe negando al contempo che queste colpiscano la popolazione: "Non è forse un atto contro gli iraniani privarli di cure mediche, istruzione e persino degli esami IELTS e TOEFL?". Ha denunciato anche le restrizioni all'accesso ai servizi di aviazione civile, che contraddicono l'ordinanza provvisoria della Corte Internazionale di Giustizia del 2018, concludendo che "senza dubbio, ogni singolo iraniano è bersaglio dell'ostilità e delle azioni malevole degli Stati Uniti".

Infine, il portavoce iraniano ha messo in dubbio le preoccupazioni occidentali riguardo a un possibile ritiro dell'Iran dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), affermando che "questa preoccupazione è inutile, poiché sono stati loro stessi a causare questa situazione". Baqai ha osservato che in meno di nove mesi impianti nucleari pacifici iraniani sono stati attaccati — nonostante l'Iran sia membro del trattato dal 1970 — senza una risposta adeguata dell'AIEA o un'azione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ha dunque messo in discussione l'utilità di rimanere in un trattato i cui tre pilastri (disarmo, non proliferazione e uso pacifico dell'energia nucleare) sono stati indeboliti da chi avrebbe dovuto proteggerli, chiedendosi infine come sia possibile che coloro che hanno assassinato la Guida Suprema, l'Ayatollah Seyed Ali Khamenei — il quale aveva emesso una fatwa contro le armi nucleari — possano ora esprimere preoccupazione per la presunta esistenza di tali armi in Iran.

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Teheran boccia la risposta di Washington sullo Stretto di Hormuz

 

Gli Stati Uniti hanno accettato soltanto alcune delle sette condizioni stabilite dall'Iran, ma Teheran considera la risposta di Washington "inadeguata". A dichiararlo domenica, attraverso un post su X, è stato il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Mohsen Rezaei.

"Gli Stati Uniti hanno accettato alcune delle sette condizioni poste dall'Iran, ma riteniamo la loro risposta INADEGUATA", ha scritto Rezaei. "La diplomazia iraniana è cambiata e non ci sarà alcun ritorno allo status quo precedente."

The U.S. has agreed to some of Iran’s seven conditions, but we consider its response INADEQUATE. Iranian diplomacy has changed and there will be no return to the status quo ante.

— ???? ????? (@ir_rezaee) October 11, 2026

In un secondo intervento, Rezaei ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire lo Stretto di Hormuz, accusando apertamente Washington di ricorrere al contrabbando: "Ora che la flotta statunitense non è riuscita a riaprire lo Stretto di Hormuz, si è data al contrabbando. L'esercito americano non era mai caduto così in basso!"

L'Iran aveva presentato una proposta articolata in sette punti durante l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, offrendosi di riaprire lo Stretto di Hormuz e ripristinare il regolare traffico marittimo entro sette giorni, a patto che tutte le richieste venissero accolte. La replica degli Stati Uniti è giunta successivamente attraverso la mediazione del Qatar.

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Rabbia Netanyahu contro NAZA: chiesti processi per i soldati

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto un'indagine sui partecipanti al documentario NAZA, nel quale alcuni soldati israeliani descrivono di aver compiuto massacri di civili a Gaza.

In un post pubblicato su X, Netanyahu ha definito il film una "trama falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele" e le sue forze armate, aggiungendo che l'opera reca un grave danno alla reputazione internazionale del Paese.

Per questo motivo, il premier ha chiesto al capo delle forze armate, al servizio di sicurezza Shin Bet e al procuratore generale di avviare un'indagine approfondita nei confronti di tutti i partecipanti, chiedendo di portarli a processo per gravi reati di sicurezza informatica, diffamazione e lesione degli interessi politici e di sicurezza di Israele.

NAZA, acronimo ebraico che sta per "danni collaterali", sostiene che Israele abbia impiegato sistemi tecnologici avanzati — inclusi alcuni gestiti dall'intelligenza artificiale — per rintracciare ed eliminare presunti combattenti, conducendo attacchi con la consapevolezza che avrebbero causato la morte di un numero elevato di civili.

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Araghchi: L'Iran è pronto a contribuire al dialogo tra l'Arabia Saudita e gli Houthi

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, per discutere degli ultimi sviluppi nella regione mediorientale, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Tasnim.

Nel corso della telefonata, il capo della diplomazia di Teheran ha espresso forte preoccupazione per l'escalation delle tensioni, sottolineando che insistere su una linea militare e ignorare la via diplomatica non farà altro che complicare ulteriormente lo scenario attuale. Araghchi ha ribadito che le crisi nell'area non possono avere una risposta di tipo militare e ha assicurato che l'Iran è pronto a fornire tutta l'assistenza necessaria per facilitare il dialogo tra l'Arabia Saudita e il movimento Houthi, favorendo il raggiungimento di un accordo.

La conversazione è avvenuta a seguito dell'intensificarsi delle azioni militari da parte del movimento Houthi, che ha fornito dettagli sulle recenti operazioni di rappresaglia condotte contro il territorio saudita. Attraverso una nota ufficiale, le forze armate Houthi hanno dichiarato di aver portato a termine quattro operazioni di precisione nelle ultime 24 ore mediante l'uso di missili balistici, da crociera e droni, confermando l'intenzione di proseguire e intensificare gli attacchi in risposta alle aggressioni subite.

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Pakistan’s Emergency Rule Raises Uncomfortable Questions for Brussels

The imposition of emergency rule in Khyber Pakhtunkhwa, an opposition-controlled province, raises disturbing questions about the relationship between Pakistan’s civilian government and its powerful military establishment. Is this a legitimate response to terrorism, or another calculated assault on democracy?

There is an old saying in Pakistan that most countries have an army, but in Pakistan the army has a country. It is a cynical observation, certainly, but one that has survived successive governments, constitutional crises and military interventions with remarkable durability.

The latest developments in Khyber Pakhtunkhwa, the northwestern province governed by the Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) party of imprisoned former Prime Minister Imran Khan, suggest that the observation may be as relevant today as ever.

President Asif Ali Zardari’s decision to impose emergency rule in the province, ostensibly in response to deteriorating security conditions, has prompted an obvious and deeply uncomfortable question: is Pakistan witnessing another military coup, albeit one conducted without tanks surrounding parliament or generals appearing on television to announce the suspension of democracy?

The answer depends largely upon how one defines a coup.

A constitutional manoeuvre with political consequences

Under Pakistan’s constitutional framework, federal authorities possess emergency powers that can, under specified circumstances, override provincial administrations.

Such powers are not inherently illegitimate. Khyber Pakhtunkhwa has experienced serious violence involving the Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), and the federal government has a responsibility to protect citizens against terrorist attacks.

Nevertheless, the timing of the intervention demands scrutiny.

The province represents one of the most significant remaining political strongholds of Imran Khan, whose imprisonment and continuing confrontation with Pakistan’s political establishment have generated considerable unrest.

Suspending an elected provincial administration in these circumstances inevitably raises suspicions that national security has become a convenient instrument for achieving political objectives.

The crucial distinction is between responding to a genuine emergency and exploiting that emergency to neutralise an inconvenient opposition.

Pakistan’s authorities must demonstrate not merely that a security threat exists, but that the removal of elected provincial leadership is necessary and proportionate.

The army that never really left politics

Pakistan’s military has exercised an extraordinary degree of influence over the country’s political development since independence in 1947.

General Ayub Khan seized power in 1958. General Zia-ul-Haq overthrew Zulfikar Ali Bhutto’s government in 1977. General Pervez Musharraf removed Prime Minister Nawaz Sharif in 1999.

These were unmistakable military coups, involving direct intervention against civilian authority.

Yet Pakistan’s experience also demonstrates that generals need not formally assume the presidency to dominate political affairs. The military establishment has long maintained substantial influence over national security, relations with India, Afghanistan policy and, at various moments, the composition and survival of civilian governments.

Under Field Marshal Asim Munir, the relationship between the armed forces and civilian political authority has again attracted intense scrutiny. The central question is therefore not simply whether Pakistan’s generals have seized power. It is whether elected politicians retain sufficient independence to exercise it.

Imran Khan and the price of political defiance

Imran Khan’s political trajectory illustrates the extraordinary volatility of Pakistan’s relationship between civilian leadership and military power.

Once widely regarded as enjoying the establishment’s favour, Khan subsequently became one of its most prominent critics. His removal through a parliamentary no-confidence vote in April 2022 marked the beginning of an increasingly bitter confrontation.

His subsequent imprisonment, the prosecution of PTI figures and restrictions affecting the party’s political activities have fuelled allegations that Pakistan’s democratic institutions are being manipulated to exclude a popular opposition movement.

The authorities reject accusations of politically motivated persecution, while Khan’s supporters insist that his treatment demonstrates the extent to which democratic competition has been compromised.

Against this background, emergency intervention in a PTI-governed province cannot reasonably be viewed in isolation. It forms part of a wider struggle over who ultimately controls Pakistan’s political future.

A coup without the traditional trappings?

The latest emergency is particularly significant because Pakistan’s civilian government and military leadership appear aligned in their criticism of PTI.

According to Reuters reporting on 11 October, the province will be administered by a governor for an initial six months, with troops deployed to support security operations.

Hundreds of activists and three of Khan’s sisters have reportedly been detained ahead of opposition demonstrations.

PTI spokesperson Zulfikar Bukhari has characterised the emergency as a disguised coup. Even Maulana Fazlur Rehman, whose party has been involved in mediation efforts, condemned the intervention as an attack on democracy.

Yet evidence that the military directly ordered the takeover remains absent from the public record. Accusations of military involvement should be investigated rather than treated as established fact.

Nevertheless, a coup need not always involve soldiers removing a prime minister. Democratic institutions can also be progressively hollowed out through ostensibly lawful decisions that concentrate authority and deprive opposition parties of meaningful power.

A dangerous precedent for Pakistan

For Pakistan’s international partners, including the European Union, the implications extend beyond an internal constitutional dispute.

Pakistan benefits from preferential access to European markets under the EU’s GSP+ trading arrangement, which is linked to commitments concerning human rights, democratic governance and international conventions. Brussels should therefore be watching developments closely.

If emergency powers become a mechanism for suppressing political opposition rather than protecting public security, the European Commission will face legitimate questions about Pakistan’s adherence to its international obligations.

The immediate crisis may not constitute a conventional military coup. But the more troubling possibility is that Pakistan’s political system is evolving towards a form of government in which elections continue, civilian politicians remain in office, and the military’s influence is sufficiently powerful to determine the boundaries of democracy.

For Imran Khan‘s supporters, that distinction may offer little consolation.

Pakistan’s generals have seized power openly before. The question now is whether they need to do so again.

Geneva side event sharpens focus on Pakistan’s GSP+ status and rights record

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