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Clamoroso Pisa: l’ex Juve Comolli è il nuovo presidente e ad del club. Silurati i Corrado dopo 10 anni

Senza nessun sentore, senza nessuna anticipazione, totalmente a sorpresa. L’ex Juventus Damien Comolli è il nuovo presidente e amministratore delegato del Pisa, società che gioca nel campionato di Serie B dopo la retrocessione dello scorso anno. Ad annunciarlo è stato lo stesso club nerazzurro con una nota ufficiale: “Il Pisa Sporting Club è lieto di annunciare la nomina di Damien Comolli a Presidente e Amministratore Delegato del Club. Contestualmente Damien Comolli entrerà a far parte del Consiglio di Amministrazione”. A sorpresa, quindi, via anche Giuseppe e Giovanni Corrado, rispettivamente presidente e direttore generale del club, ma non più patron dal 2021, da quando la maggioranza è stata rilevata dal magnate Alexander Knaster.

“Dieci anni rappresentano un’era. Il Pisa Sporting Club rimarrà sempre una parte fondamentale delle nostre vite. Desideriamo quindi ringraziare tutti i collaboratori e la gente di Pisa per la disponibilità dimostrata e per l’affetto che ci hanno riservato”, scrivono i Corrado nel comunicato. “Un ringraziamento speciale ad Alex Knaster per il sostegno e l’amicizia dimostrati dopo la fase iniziale del progetto, avviata insieme a Enzo Ricci. Auguriamo al Pisa di proseguire con successo lo straordinario percorso di crescita intrapreso nel corso di questi dieci anni”.

Queste invece le prime parole di Damien Comolli, che fino a giugno 2026 era un tesserato della Juventus: “Sono molto felice di entrare a far parte del Pisa SC come Presidente e Amministratore Delegato. Sotto la proprietà di Alexander Knaster, il Club ha compiuto progressi davvero significativi. Questo dimostra che il Pisa SC è un Club stimolante in cui entrare, con un potenziale di crescita decisamente importante, a partire dalla propria organizzazione e dalla realizzazione di un nuovo centro sportivo all’avanguardia. Non vedo l’ora di contribuire, sotto ogni aspetto, al prossimo capitolo del percorso di sviluppo del Club. Forza Pisa!”.

Una mossa totalmente a sorpresa, commentata anche dal patron Alexander Knaster: “Dopo diverse stagioni durante le quali abbiamo assistito a significativi miglioramenti in tutte le aree del Club, ritengo che sia arrivato il momento per il Pisa SC di entrare in una nuova fase di crescita e sviluppo. Sono convinto che questo possa avvenire sotto la guida di Damien, che porta con sé una grande esperienza e una profonda conoscenza del calcio, sia dentro che fuori dal campo. Damien entra a far parte del Pisa SC con un contratto iniziale di tre anni.”, prima dei ringraziamenti alla famiglia Corrado.

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Psg-Barcellona a rischio rinvio, il ministro rassicura Nuñez: “Si gioca”. Cresce la paura per scontri e violenze a Parigi

A Parigi dovevano essere ore di attesa per il big match tra Psg e Barcellona (le due squadre oggi più forti in Europa), invece negli ultimi giorni a prendersi la scena sono state le forti proteste nella capitale francese e nel resto del Paese (tra cui anche Marsiglia, Bordeaux e Lione), per il carovita. Città devastate, violenze in diverse città, migliaia di persone fermate. Il 17 e il 18 ottobre in Francia sono state giornate complicate e nella capitale i disordini si sono protratti fino a notte fonda del 18, con negozi saccheggiati e attacchi alle varie strutture. Motivo per cui è anche circolata la voce che la sfida di Champions League tra Psg e Barcellona potrebbe non giocarsi. O meglio, la logica porta a pensare ciò ma il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha affermato che “non c’è alcun problema per la partita di martedì sera tra Paris Saint–Germain e Barcellona” a Parigi “e per altre partite che potrebbero svolgersi nelle competizioni europee”, in particolare “a Lille“. “Le partite non sono in dubbio“, ha insistito il ministro.

Intanto il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, ha annunciato di aver chiesto ai prefetti di “decretare alcuni coprifuoco“. Sul tema è intervenuto anche l’allenatore del Psg Luis Enrique, che ha ribadito: “Ho le mie convinzioni. Non sono io la persona adatta a parlare di questo argomento; sono qui per parlare di calcio. Certamente non ci piace questo tipo di violenza, ma questa è la società. Per quanto riguarda le manifestazioni, è una battaglia, e nel nostro caso dobbiamo rimanere concentrati sulla partita. Non ho paura, ma spero che la partita possa svolgersi in condizioni normali“, ha spiegato l’allenatore parigino, mostrando qualche preoccupazione per la situazione.

Martedì sera sono attesi 2mila e 200 tifosi del Barcellona nel settore ospiti del Parco dei Principi e nonostante la partita non sia classificata come “ad alto rischio“, l’attenzione sarà inevitabilmente concentrata sull’area esterna allo stadio, che dovrebbe ospitare oltre 40mila tifosi. Motivo per cui – dopo un fine settimana di tanta violenza nelle strade di Parigi – crescono timori per quello che potrebbe succedere. Anche in Spagna, la stampa catalana ha mostrato preoccupazione alla vigilia. “Una Parigi in fiamme attende il Barça”, titolava ad esempio Mundo Deportivo. “La Francia e la sua capitale sono attualmente teatro di gravi disordini”, insisteva il quotidiano.

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L’Arsenal vuole licenziare 60 dipendenti e rinnova Arteta per 25 milioni all’anno. Il tecnico: “Bisogna prendere decisioni per raggiungere il successo”

Quasi venticinque milioni di euro all’anno fino al 2030 per l’allenatore e sessanta posti di lavoro a rischio per i dipendenti. Da una parte il rinnovo milionario di Mikel Arteta fino al 2030, dall’altra un piano di ristrutturazione che rischia di lasciare a casa decine di lavoratori. Il paradosso in casa Arsenal ha acceso più di qualche critica in Inghilterra. E le dichiarazioni di Arteta sulla questione di certo non aiutano. Si considera la persona meno adatta per parlarne – “Questa non è una domanda da fare a me” – ma quando c’è da difendere la scelta del club non si tira di certo indietro: “Bisogna prendere delle decisioni per mettere le persone giuste nei posti giusti e continuare a investire per raggiungere i nostri obiettivi e il successo che vogliamo costruire. Questo mi è stato spiegato in seguito a un’analisi condotta in tutto il club, sempre con l’intento di evolvere e migliorare”. Facile dire così quando per i prossimi anni puoi diventare l’allenatore più pagato della Premier League.

Annunciata mercoledì dalla dirigenza al personale, la ristrutturazione riguarda principalmente i dipartimenti amministrativi e commerciali. Il tempismo non è di certo dei migliori. “Questo è quello che mi è stato detto. Non sono la persona giusta per dare risposte su questi argomenti”, ha aggiunto lo spagnolo. Ma il contrasto resta evidente. E per certi versi inspiegabile, considerati i ricavi del club inglese negli ultimi anni.

Quasi un miliardo di ricavi

Ricavi record e fatturato in crescita. I numeri raccolti negli ultimi anni raccontano un Arsenal in piena espansione. Nella stagione 2024/25, i Gunners hanno registrato ricavi per 903 milioni di euro, contro i 788 milioni dell’annata precedente: di fatto un incremento del 14,5%, influenzato dai diritti tv e dal business legato allo stadio. Ma è soprattutto sul fronte commerciale che l’Arsenal ha accelerato, raggiungendo quota 307,6 milioni di euro. Un risultato favorito anche da accordi di sponsorizzazione come quello con Sobha Realty (multinazionale di sviluppo immobiliare di lusso), che nel febbraio 2024 ha acquisito i diritti sul nome del centro di allenamento del club. E con la finale di Champions League raggiunta nella passata stagione, le entrate sono destinate a crescere ulteriormente.

A crescere, fino a poco tempo fa, era anche il numero dei dipendenti. Per fare un esempio, al 31 maggio 2025 l’Arsenal contava 564 lavoratori nei settori commerciale e amministrativo, contro i 513 dell’anno precedente. Oggi la tendenza è un’altra. Il fatturato sale, ma per una parte dei dipendenti il futuro diventa sempre più incerto. E nessuno sembrerebbe preoccuparsi. L’obiettivo della ristrutturazione, infatti, sarebbe quello di risparmiare tra i 5 e i 7 milioni di sterline all’anno (circa 8 milioni di euro). Praticamente un terzo di quanto guadagnerà Mikel Arteta ogni stagione.

Il precedente in casa Gunners

Per l’Arsenal, però, non si tratta di una novità. Già nell’agosto del 2020, in piena pandemia di Covid–19, il club londinese aveva annunciato un piano di riduzione del personale che prevedeva il licenziamento di 55 dipendenti, principalmente nei settori sportivo, commerciale e amministrativo. Una scelta che aveva scatenato numerose polemiche e provocato la reazione negativa dei tifosi, anche perché arrivata dopo che i calciatori avevano accettato una riduzione dei propri stipendi proprio per contribuire alla tenuta economica della società in un periodo di difficoltà.

Anche in quell’occasione Arteta si era schierato a sostegno delle decisioni del club. Sei anni dopo la storia si ripete. Nel mese di settembre i Gunners si erano infatti affidati al Boston Consulting Group (BCG), società leader a livello internazionale nel campo della consulenza aziendale, con il compito di analizzare alcune aree del club nell’ottica di un miglioramento operativo e organizzativo. Risultato? La decisione di licenziare 60 dipendenti, ritenuti di troppo. Intanto Arteta ringrazia per il rinnovo faraonico.

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“Quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità”: l’appello di Pep Guardiola per la Palestina

“Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi”. Comincia così il video–appello per la Palestina pubblicato sui social da Pep Guardiola. Il più influente allenatore di calcio del nuovo millennio ha infatti scelto di sposare la causa dell’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi. Il video è stato rilanciato dal canale spagnolo dell’UNRWA, che chiede di continuare a “parlare di Palestina”.

È il messaggio di fondo dell’appello di Guardiola, che dice: “Quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità“. Il tecnico catalano invita quindi a continuare a denunciare ciò che accade a Gaza e al popolo palestinese: “Le loro vite contano quanto le nostre; il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo”. Quindi l’appello a sostenere all’Agenzie delle Nazioni Uniti: “Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria“.

Il discorso integrale di Pep Guardiola

Non sono morti, sono persone assassinate. Non sono statistiche, sono vite con nomi, volti, famiglie, sogni e ricordi. Non sono danni collaterali, sono bambini. E quando smettiamo di chiamare le cose con il loro nome, quando accettiamo un linguaggio che nasconde il dolore, iniziamo a perdere la nostra umanità. Stiamo vivendo un momento molto buio della nostra storia.

Vediamo bambini a Gaza che cercano i loro genitori tra le macerie, che implorano aiuto, che soffrono la fame, che vengono lasciati soli. Li vediamo perdere tutto prima ancora di aver avuto la possibilità di crescere, e l’inferno continua, insieme alla disumanizzazione del popolo palestinese. Le loro vite contano quanto le nostre, il loro dolore non ci è estraneo. Non dimentichiamolo. La solidarietà con la Palestina non può fermarsi.
Né può fermarsi la nostra responsabilità. Oggi, proprio oggi, il governo israeliano ha ucciso più di 74.000 persone a Gaza e continua a ostacolare l’ingresso degli aiuti umanitari. E mentre Gaza continua a essere devastata, la demolizione delle case palestinesi e gli sfollamenti forzati in Cisgiordania continuano. In questo contesto, è importante ricordare una cosa.

Per milioni di rifugiati palestinesi, la sofferenza non è appena iniziata. Hanno sopportato decenni di sfollamento, violenza, perdite, dolore, traumi, incertezza e ingiustizia. Eppure, perseverano. Quanto ammiriamo la resilienza del popolo palestinese. Ma non dovrebbero essere costretti a essere resilienti. Nessun popolo dovrebbe dover trascorrere generazioni a dimostrare la propria capacità di sopportare la sofferenza.

Nessun bambino dovrebbe crescere imparando a sopravvivere anziché a vivere. E in questo terribile contesto, c’è un’organizzazione che non li ha mai abbandonati, nemmeno per un solo giorno. Si chiama UNRWA. Da oltre 75 anni, l’UNRWA sostiene i rifugiati palestinesi fornendo assistenza sanitaria, protezione e aiuti umanitari. Ma l’UNRWA è molto più che aiuti. È anche memoria.

Ed è l’istituzione che ha preservato la storia, l’identità e i diritti di generazioni di rifugiati palestinesi. È la prova che la loro esistenza non può essere cancellata. Oggi, sostenere l’UNRWA è più necessario che mai. Sostenere l’UNRWA significa sostenere coloro che continuano a resistere alla fame, alla violenza, alla paura e all’abbandono. Perché per continuare a distruggere, bisogna imporre il silenzio. E noi non ci faremo mettere a tacere.

Oggi il silenzio è una forma di schieramento, ma non possiamo voltarci dall’altra parte. La Palestina conta, e la Palestina ha bisogno di giustizia e pace. Ora, per favore, continuate a parlare della Palestina. Continuate a difendere l’umanità di fronte all’indifferenza. Per favore, se potete, sostenete l’UNRWA affinché possa continuare a fornire aiuti a chi ne ha più bisogno. Grazie di cuore.

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“I dirigenti seguono le logiche del guadagno. Per loro i giovani sono un problema, i vecchi una garanzia”: l’accusa di Baldini

“Il problema non sono i giocatori giovani, ma i dirigenti. Non c’è un problema di materia prima, ma di dirigenti che hanno il loro modo di organizzare il calcio e fare le loro cose“. Così Silvio Baldini, ct dell’under 21, dopo aver ricevuto a Roma il premio ‘Scopigno-Pulici’ per l’immagine italiana nel mondo. “Il mondo del calcio è in mano a persone che mettono la coscienza in secondo piano, mentre prevalgono il guadagno e la visibilità. Ci sono dei valori che non possono cambiare – ha aggiunto – quando i nostri dirigenti non si assumono le loro responsabilità in coscienza ci sarà sempre questo problema”, ha detto Baldini puntando il dito appunto contro i dirigenti. “Non vanno a vedere se un ragazzo vale e può essere una risorsa importante. Vedono i giovani come un problema e i vecchi come una garanzia“, ha dichiarato l’attuale commissario tecnico dell’Under 21 che a giugno ha guidato la nazionale maggiore per due partite, lanciando diversi giovani e dando il via a un cambio di mentalità anche per il futuro.

“Non voglio passare per quello che ha fatto scoccare la scintilla, ma dopo le due partite che abbiamo fatto a giugno con la Nazionale ho visto nel calcio italiano molte società che hanno cominciato a far giocare più giovani, più ragazzi. È una cosa che in futuro sicuramente aiuterà il nostro calcio a venir fuori anche da queste posizioni di ranking che non rispettano i nostri valori”, ha poi proseguito Baldini, parlando appunto delle differenze tra questa prima parte di campionato e le scorse annate. Per risollevare il calcio italiano, secondo Baldini, “dobbiamo partire da fuori il calcio e poi andare dentro. Cosa significa? Non sono le idee a fare la differenza, ma le persone. Se non sono valide non combinano niente, a prescindere da come la pensano. Quindi al di là delle idee servono persone che sappiano portare avanti i principi“, ha concluso il ct.

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Gattuso, l’ombra di Zenica e la svolta con i giovani: “Questa generazione mi faceva imbestialire, poi ho capito che dovevo cambiare io”

Le dichiarazioni ai media nei dopo-partita sono quasi sempre di una banalità sconcertante, ma la coda di Juventus-Lazio ha rappresentato la classica eccezione. Protagonista, Gennaro Gattuso. Si è lasciato andare, come se invece di parlare di fronte alle telecamere, stesse confrontandosi con il suo strizzacervelli. L’analisi delle sue parole, per forza di cose, parte da lontano: esattamente da sette mesi fa. La sera del 31 marzo, dopo il successo ai rigori della Bosnia sull’Italia, Rino – e con lui milioni di persone che amano il calcio – era un uomo a pezzi, sprofondato nel momento più buio della sua carriera. La terza eliminazione di fila della nazionale al mondiale lo aveva travolto. Annichilito. Umiliato. La faccia della vergogna del nostro calcio era la sua: quella di una persona onesta, di indubbi valori morali, ma incapace. Sappiamo tutti che dietro alla sconfitta di uno sport di squadra non esiste un unico colpevole, ma per il ruolo che ricopre un allenatore, è lui il vero responsabile. Gattuso è sparito dal radar, poi, improvvisa e inattesa, la chiamata della Lazio. Lotito gli ha offerto una seconda chance. La sera del 16 agosto, alla prima partita ufficiale, un flop colossale: Lazio superata 2-0 in casa dal Mantova, in Coppa Italia. Gattuso già sulla graticola e voci di un possibile esonero, condite da parole impietose: “Non si è ripreso dalla vergogna di Zenica e chissà se mai ci riuscirà”.

Due mesi dopo, Gattuso è in testa al campionato, in tandem con l’Inter. La sua Lazio gioca un bel calcio: non ha la rosa vasta di altre candidate al titolo, ma non partecipare alle coppe europee rappresenta paradossalmente un vantaggio. La Lazio può fare una cosa che nel calcio moderno è spesso e colpevolmente secondaria: allenarsi bene. Il 3-0 in casa della Juve ha liberato le acque. Gattuso, per la prima volta dopo i giorni oscuri di Zenica, ha parlato non solo della sua Lazio, ma ha allargato gli orizzonti, aprendo una finestra sulla complessità dei rapporti di un allenatore con i giocatori.

Il contrasto generazionale appartiene alla cronaca dell’umanità. Non è storia di oggi. All’alba del terzo millennio, i normali temi che contrappongono i giovani con gli adulti sono stati però amplificati, nel calcio, da due elementi dirompenti: la figura del procuratore che piomba nelle vite dei giocatori quando sono ancora bambini e la comparsa dei social. Le linee guida sono offerte spesso non dalle famiglie – sulle quali bisognerebbe poi aprire un dibattito -, ma dai loro manager – ovvero gente che si preoccupa quasi sempre dei propri interessi – e dalle piattaforme web. La gioventù tende a isolarsi e, in diversi casi, questa realtà distopica annebbia il cervello dei più fragili, con il risultato di sfuggire al controllo e alla comprensione degli adulti (ma anche gli “over”, a proposito di social, non scherzano ). Fare gruppo e comunicare, lontani dalla tecnologia, rappresenta spesso un problema. Immaginare questo scenario trapiantato in una squadra di calcio, dove un allenatore deve gestire non più quindici-sedici giocatori come un tempo, ma venticinque.

“Fino a qualche anno fa – le parole di Gattuso – faticavo a interagire con la squadra. Vedevo cose che mi facevano imbestialire. Questa generazione ha un approccio completamente diverso da quello che avevamo io e miei compagni di allora. Piano piano ho capito che dovevo cambiare atteggiamento. Ho cercato di andare incontro a questo mondo nuovo. Lascio più libertà, purché siano rispettati quei concetti di base sui quali non transigo”. Gattuso ha 48 anni. Non è molto più avanti con l’età rispetto a giocatori over 35, eppure oggi bastano due generazioni di differenza per scavare un solco talvolta incolmabile.

L’inaspettato exploit della Lazio ha però ragioni più profonde: “Gestisco un gruppo che ha voglia di affermarsi, rispetta le regole fondamentali e in settimana lavora duro, senza lamentarsi. Il nostro mercato non è stato facile. C’erano pochi soldi a disposizione, ma abbiamo preso i giocatori giusti. Ora ci godiamo questa bella vittoria a Torino, ma da domani, si volta pagina e si pensa alla gara con al Parma. La strada è questa: non guardare lontano e concentrarsi sull’obiettivo immediato”.

La terza bocciatura dell’Italia resta una ferita aperta: “Me la porterò dietro per il resto della vita. Non la supererò mai. Avevamo svolto un buon lavoro, poi quella maledetta serata di Zenica. Sono tornato in pista perché non riesco a stare a casa senza lavorare. Ho commesso qualche errore in passato accettando situazioni rischiose anche per questa ragione. Il mio mondo, la mia vita è il calcio: lo spogliatoio, gli allenamenti, le partite”.

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Di Canio elogia l’Inter: “Maestra sul mercato”, Bergomi non ci sta: “Quello degli ultimi due anni non ha reso, stiamo aspettando”

L’Inter domina in Italia e fatica in Europa. È una squadra dai due volti quella vista in questa prima parte di stagione: solo vittorie e un pareggio contro la Roma in Serie A, solo sconfitte in Champions League. A proposito di ciò, domenica sera a Sky Calcio Club, si è aperto un dibattito sui nerazzurri e se l’inizio di stagione sia positivo o meno: “Tu non puoi fare la Champions con Diouf in quel ruolo. Sto parlando di un giocatore che è stato tra i migliori nelle due partite, ma è un gioco di squadra e lì devi avere un difensore che attacca”, ha esordito Giancarlo Marocchi, che ha posto l’accento tra l’altro su uno dei migliori dell’Inter in questi primi mesi.

A quel punto è intervenuto anche Paolo Di Canio, che ha specificato: “Volevano Palestra infatti, stanno mettendo delle toppe per il prezzo, ma l’investimento era quello. L’Inter ha consolidato la sua forza in Italia. Loro sanno operare sul mercato e sanno anche cosa possono andare a fare le avversarie. L’Inter è stata maestra in questo”, ha precisato Di Canio. Pronta però la risposta di Beppe Bergomi, che ha risposto a Di Canio con un punto di vista differente: “Gli ultimi due anni però non stanno rendendo come mercato dico. Stiamo aspettando”, ha detto facendo riferimento agli arrivi degli ultimi due anni. In casa Inter infatti Luis Henrique – tra gli acquisti più onerosi dell’anno scorso – non ha mai reso. Quest’anno tra i tre inglesi nessuno ha ancora dato qualcosa: Jones nella fase iniziale (poi infortunato), Spence è appena rientrato ma già contro il Brugge ha commesso un errore grave, mentre Stones si è infortunato e tornerà dopo la sosta. Stankovic sembra tra quelli pronti a dare qualcosa, ma ha fin qui trovato poco spazio. Di Canio ha poi precisato: “L’impianto comunque è solido per centrare l’obiettivo in Serie A. Per questo dico nel campionato italiano”.

Poi l’ex attaccante della Lazio ha continuato, difendendo l’operato del club nerazzurro: “Quando arrivò io lo dissi che Akanji era un lusso per l’uscita palla, scuola Guardiola. Ma già dal Dortmund non era difensore. Qui da centrale deve fare il leader difensivo ora. Bisseck non è bravissimo come tattica difensiva individuale in campo aperto. Ma la differenza netta è che l’Inter è forte, forte, forte, forte, forte”, ha spiegato Di Canio, parlando sempre di Serie A. “In Europa non è obbligata a vincere, è un’opportunità: è forte, ma se cala di poco ci sono squadre che fanno male, più organizzate anche. Il Club Brugge ha consolidato questo modo di giocare negli anni, tra Champions ed Europa League. Hanno la mentalità, nel loro giorno giusto è così”, ha concluso.

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Juventus nel baratro: la croce addosso a Spalletti, ma Carnevali ha fatto pure peggio

Fischiato, contestato, i tifosi hanno già emesso il loro verdetto. Rivogliono Antonio Conte, ancora, e magari stavolta saranno pure accontentati. Luciano Spalletti è il colpevole dell’ennesimo sfacelo juventino, la seconda stagione che rischia di essere compromessa ancora prima di cominciare. Capro espiatorio no: non c’è dubbio che abbia le sue responsabilità, che sia probabilmente un tecnico “finito” (questo è un capitolo che meriterà di essere approfondito a parte). Ma farlo oggi sarebbe come sparare sulla croce rossa, perché che squadra gli hanno fatto?

Questa Juve è la più scarsa che si ricordi, dagli anni immediati del post Calciopoli ad oggi. Una formazione senza né capo né coda, non soltanto perché il suo allenatore non è riuscito a trovarglieli. Ricordiamoci quali erano le premesse di quest’estate: la nomina a giugno di Giovanni Carnevali come nuovo amministratore delegato. Dopo gli eccessi di Giuntoli e le stravaganze dell’alieno Comolli, finalmente un dirigente forte e italiano, capace di unire le competenze gestionali a quelle di campo, profondo conoscitore del nostro campionato e del mercato. L’uomo giusto per ritrovare l’identità perduta della “Vecchia signora”. Insieme a Massara (direttore sportivo), fin qui ha fatto persino peggio dei tanto bistrattati predecessori.

È vero che i bilanci non si fanno dopo soltanto sei mesi, ma se nella frenesia del calcio moderno siamo abituati a giudicare allenatori e giocatori così rapidamente, non si vede perché non debba valere anche per i dirigenti. In fondo c’è stato un mercato di mezzo e a Comolli non è stato concesso più tempo, forse perché non godeva di buona stampa. Sicuramente la Juve si oggi sconta gli errori del passato, follie come Koopmeiners e Openda sono zavorre pesantissime per il bilancio del club. Però quest’estate, nell’anno della rifondazione, si è sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare.

Bisogna partire dal presupposto – evidente da subito a tutti, probabilmente anche ai diretti interessati – che la coperta era corta, non c’erano sufficienti risorse per completare la rivoluzione necessaria. Proprio per questo, diventano ancora più scellerati certi investimenti, che comunque ci sono stati: quasi 150 milioni di euro in cartellini, pur a saldo quasi zero sul bilancio. Sono stati spesi 50 milioni di euro per una punta (Kolo Muani) che non era tale, dopo averla inseguita per due anni quasi non ci fossero altri attaccanti nel mondo, a dimostrazione anche proprio di mancanza di idee, più che di soldi. Si è deciso di puntare forte su Alajbegović, giovane di sicuro talento, in una batteria di fantasisti già affollata dai vari Yildiz, Boga, Zhegrova, Conceição, volendo lo stesso McKennie visto che viene impiegato spesso in quel ruolo, mentre restava scoperto il reparto nevralgico.

Nel calcio moderno è col centrocampo che si dominano e si vincono le partite: la Juventus ha pensato di poter affrontare un’intera stagione con Koopmeiners (oggetto misterioso), Kephrem Thuram (rotto), Douglas Luiz (sul mercato), Sarr (prestito dell’ultimo minuto) e praticamente il solo Locatelli, con tutti i suoi limiti, come certezza, che si è pure infortunato subito perché la lingua batte dove il dente duole. È stato un errore dilettantesco, di cui qualsiasi tecnico pagherebbe le conseguenze. Così come ritrovarsi il primo settembre con insostituibile Nico Gonzalez, dopo aver provato a venderlo in tutti i modi fino al 31 agosto. Oppure soffiare Celik alla Roma a suon di milioni, con l’ennesimo ingaggio sconsiderato che affosserà il bilancio nei prossimi anni; giubilare a furor di popolo Di Gregorio, per incassare gli stessi gol con Vicario in porta.

Se Giuntoli con Thiago Motta aveva avviato un percorso in cui si era intravisto a tratti qualcosa, le ultime avvisaglie di vera Juve. Se Comolli era comunque mosso dall’ambizione di creare qualcosa di diverso (l’anno scorso quello bianconero ci sembrava l’attacco più forte del campionato, prima di vederlo giocare). Il mercato dimesso, conservativo di Carnevali sancisce il completamento di una parabola che ha portato la Juventus, la Signora del calcio italiano, ad essere oggi più debole non solo sul campo, ma anche sulla carta, di Milan, Roma, persino del Como (l’Inter non la prendiamo nemmeno in considerazione). A questo caos Spalletti non è riuscito a trovare un senso, non porta più alcun valore aggiunto, anzi semmai il contrario. Ma in questi casi – come si dice – il pesce puzza sempre dalla testa, bisogna risalire alla società, e forse anche più su (vero Elkann?). Che poi, confermare un tecnico a fine corsa dopo la mancata qualificazione in Champions è soltanto l’ennesima colpa che ricade più su chi decide che sul malcapitato in panchina.

X: @lVendemiale

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Sarri furioso con l’arbitro Chiffi per il caso Rabiot: “Se lo faccio io prendo il rosso”. Le proteste in Milan-Atalanta

“Oggi ho scoperto che ci sono giocatori che possono mandare affa… l’arbitro”. Maurizio Sarri esplode la sua furia dopo la sconfitta a San Siro, dove il Milan ha battuto per 3 a 2 la sua Atalanta: i rossoneri erano andati in vantaggio di tre reti, beneficiando anche di due calci di rigore (uno sbagliato), prima della rimonta solo sfiorata dei bergamaschi. Ma il tecnico non ha digerito l’arbitraggio di Daniele Chiffi, non solo per gli episodi in area.

Nella sua intervista post-partita a Sky, Sarri ha puntato il dito in primis sul caso che ha riguardato Adrien Rabiot. Il centrocampista del Milan sul finire del primo tempo ha avuto un acceso diverbio con Chiffi ed si è preso un cartellino giallo. Il francese è stato anche redarguito da Amorim e dalla panchina rossonera, che lo ha invitato a calmarsi. Poco dopo, lo stesso Rabiot ha firmato il gol del 2 a 0 con cui si è chiuso il primo tempo di Milan-Atalanta. Proprio all’intervallo, Sarri ha protestato duramente con l’arbitro, perché ha sentito un vaffa dell’avversario verso il direttore di gara.

Sarri non nomina mai Rabiot nell’intervista, ma il riferimento è chiaro: “L’ho detto all’arbitro e lui mi ha risposto ‘Sì, però l’ho ammonito‘. Lasciamo perdere, se lo faccio io prendo il rosso“. Insomma, secondo il tecnico dell’Atalanta Chiffi avrebbe dovuto espellere Rabiot. Che a sua volta ha ammesso di essersi arrabbiato parecchio in campo: “L’arbitro in 3-4 falli clamorosi contro di noi non ha tirato fuori il giallo, poi ha fischiato su De Ketelaere. Ci arrabbiamo perché proviamo a giocare e ci sono decisioni sbagliate“.

Chiffi insomma lo avrebbe graziato. E a Sarri non è piaciuta la direzione di gara anche nella gestione dei falli di mano. I due rigori dati al Milan, per fallo di mano prima di Obric e poi di Kristensen, erano abbastanza evidenti. C’è stato però anche un altro episodio: un tocco di De Winter nell’area rossonera, non sanzionato. “Tre falli di mano nelle due aree. Nella nostra è sempre stato fischiato il rigore, mentre nell’area del Milan non è stato dato. Il primo rigore, sinceramente, è un rigore molto leggero, perché il movimento di Obric mi sembrava molto congruo. Se si chiama il VAR per quello, si chiama anche per De Winter”, l’analisi di Sarri.

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Napoli, la partenza peggiore da 17 anni: Allegri sotto pressione, tra il caso De Bruyne e due sfide decisive

Non succedeva questo da 17 anni. Dal Napoli di Donadoni. Un’epoca fa. Massimiliano Allegri i numeri li guarda pochissimo, lo dice sempre. Ma chi li guarda, invece, sente suonare un campanello d’allarme. Il secondo nel giro di tre anni, quando Garcia raccolse l’eredità pesantissima, quasi impossibile, di Spalletti post scudetto ma soprattutto i cocci di un gruppo che andava ricomposto e che ricomposto non era. Conte, rispetto a Spalletti, aveva lasciato una squadra diversa. Non rotta, ma scarica. E Allegri di fatto con quella squadra ha a che fare. La stessa. Non possono certo bastare Badiashile e Favasuli a cambiare la fisionomia di un gruppo che deve ritrovare da solo le energie. E non basta nemmeno pensare di aver recuperato De Bruyne. Anche perché, di fatto, De Bruyne recuperato non è.

La sconfitta contro il Venezia è pesata come un macigno in casa Napoli. Con De Laurentiis che per ora resta silenzioso anche per evitare di creare quell’entropia che proprio tre anni fa spaccò in maniera irrimediabile il gruppo e portò a un’annata rovinosa. Allegri non rischia. Non ancora. Ma è chiaro che un brutto segnale contro il Bodo Glimt nella partita di domani in Champions potrebbe aumentare la pressione, soprattutto pensando che nel weekend arriverà la Roma. Non l’avversario migliore da affrontare, in questo momento.

I problemi

I problemi sono tanti. Forse troppi. Dopo la partita contro il Venezia, l’allenatore è stato chiaro: “Non ci resta che lavorare”, ha dichiarato. “Ci sono gli episodi che vanno male e soprattutto ci sono dei problemi in fase difensiva, dove dobbiamo intervenire”. Quella fase difensiva che viene criticata perché considerata vecchio–stampo. “Sembra che difendere sia diventato quasi un disonore”, aveva detto proprio Allegri prima della gara giocata in Laguna. Il fatto è che il Napoli, oltre a subire, fatica a segnare. Gli attaccanti sono a secco (l’ultimo gol di Hojlund, peraltro fermo a 2 finora, risale al 5 settembre, contro l’Inter) e soprattutto chi doveva davvero cambiare volto alla squadra non lo sta facendo. E, a proposito di volto, in campo appare sempre più cupo.

Il riferimento è a quel De Bruyne che a Napoli sembra proprio non essere riuscito a trovare la quadra giusta. C’è chi lo ha già rinominato ‘mestocampista’, chi nota che il suo connazionale, Mertens, a Napoli ha trovato quel calore che invece nelle Fiandre mancava. Non è quindi una questione di nazionalità, insomma, ma di testa. E forse d’età. Mertens era arrivato a Napoli a 26 anni, De Bruyne a 34. Il primo doveva ancora maturare del tutto, il secondo aveva già vinto tutto e l’aspettativa su di lui era altissima. Eppure già l’anno scorso, con Conte, non si trovò bene e lo dichiarò a fine stagione. Con Allegri non sembra andare meglio: il bisticcio in panchina durante la gara con il Villarreal è lì a certificarlo e il rigore sbagliato contro il Venezia è un sintomo di come le cose al momento non girino.

Serve svoltare e dimostrare che i problemi in casa azzurra non siano strutturali. Perché, alla fine, Roma, Inter e Como dopo le batoste in Champions si sono riprese alla grande. Il Napoli no.

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Alta tensione Juve, Bremer tuona: “Non posso prendere in braccio tutti”. Spalletti lo zittisce: “C’è dentro anche lui”

“Siamo 11 giocatori più 5 che entrano e io non posso prendere in braccio tutti“. Così Bremer, pilastro della difesa della Juventus, ai microfoni di Sky dopo la partita di ieri sera persa contro la Lazio per 3 a 0. “Non voglio puntare il dito, ma ognuno ha il suo carattere: c’è chi quando le cose vanno male esce fuori e chi, al contrario, si nasconde“, ha insistito il brasiliano.

È una presa di posizione netta quella del difensore bianconero, uno sfogo durissimo. dopo una prestazione, a detta degli stessi protagonisti, decisamente non sufficiente. Bremer però manda un messaggio chiaro ai compagni, sostenendo che al momento tra di loro c’è “chi ha più carattere e chi meno, chi sente i fischi si nasconde e ha paura e chi no”.

Le dichiarazioni del numero 3 della Juventus sono arrivate anche a Luciano Spalletti, allenatore dei bianconeri, che però non ha gradito la polemica del proprio giocatore: “Bremer è bene che faccia delle analisi, ma lui è dentro la partita di stasera come ci sono io, per cui prima di parlare della squadra bisogna parlare di noi stessi. Bremer non è escluso da quella che è la prestazione di stasera, ci è dentro come tutti“.

Le dichiarazioni dell’ex ct della nazionale mettono in mostra, dunque, uno spogliatoio teso, specchio di un momento di difficoltà della squadra bianconera certificato anche dall’ottava posizione in classifica con 11 punti conquistati dopo 7 giornate. L’uscita di Bremer forse doveva servire a scuotere la squadra, ma ha messo in mostra solamente una grave frattura nello spogliatoio. E la replica piccata di Spalletti apre ora un nuovo fronte di tensioni interne, di cui la Juve non aveva certo bisogno visto l’ottavo posto in Serie A.

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Serie A, la Juve crolla e il Milan resta in scia. Lazio prima con l’Inter: risultati, nuova classifica e partite di oggi

La Lazio travolge la Juventus a Torino nel posticipo domenicale della settima giornata di Serie A. La squadra di Gattuso domina e vince 3-0, tornando in testa alla classifica a quota 19 punti insieme all’Inter e a +2 sulla Roma. La Juventus di Spalletti, invece, resta ferma a 11 punti all’ottavo posto. Il Milan invece sale in quarta posizione dopo la vittoria (con brivido finale) contro l’Atalanta. I rossoneri però possono essere superati ancora dal Cagliari, impegnato oggi a Monza. L’altro match in calendario è Parma-Torino.

Serie A – Risultati 7ª giornata

Venerdì 16 ottobre
– Frosinone-Sassuolo 4-2

Sabato 17 ottobre
– Venezia-Napoli 1-0
– Bologna-Inter 1-3
– Roma-Genoa 2-0

Domenica 18 ottobre
– Udinese-Lecce 0-3
– Fiorentina-Como 1-3
– Milan-Atalanta 3-2
– Juventus-Lazio 0-3

La nuova classifica di Serie A

1. Inter – 19 punti (7 partite)
2. Lazio – 19 punti (7)
3. Roma – 17 punti (7)
4. Milan – 15 punti (7)
5. Como – 14 punti (7)
6. Cagliari – 13 punti (6)
7. Frosinone – 13 punti (7)
8. Juventus – 11 punti (7)
9. Napoli – 10 punti (7)
10. Atalanta – 9 punti (7)
11. Lecce – 9 punti (7)
12. Sassuolo – 8 punti (7)
13. Torino – 7 punti (6)
14. Bologna – 5 punti (7)
15. Monza – 4 punti (6)
16. Parma – 4 punti (6)
17. Udinese – 4 punti (7)
18. Genoa – 4 punti (7)
19. Fiorentina – 4 punti (7)
20. Venezia – 3 punti (7)

Prossime partite Serie A

7ª giornata – Partite da giocare oggi

Lunedì 19 ottobre
– Ore 18:30 – Monza-Cagliari
– Ore 20:45 – Parma-Torino

8ª giornata – Calendario

Venerdì 23 ottobre
– Torino-Monza, 20.45

Sabato 24 ottobre
– Cagliari-Bologna, 15
– Como-Sassuolo, 15
– Napoli-Roma, 18
– Lazio-Parma, 20.45

Domenica 25 ottobre
– Inter-Fiorentina, 12.30
– Atalanta-Frosinone, 15
– Genoa-Venezia, 15
– Lecce-Juventus, 18
– Udinese-Milan, 20.45

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