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“Nicola Trussardi? Oggi lo chiameremmo visionario, allora il circoletto della moda diceva che era strano. Le sfilate generano traffico e caos, sono solo un problema per i cittadini”: Alberto Racca parla del rilancio del brand

Nel primo ricordo che Alberto Racca ha di Trussardi c’è una vecchia valigia portabiti, realizzata con due tipi di pelle, finiture e logo a contrasto e “una cura quasi maniacale per i dettagli”. Non un abito da passerella né una campagna pubblicitaria, ma un oggetto di uso quotidiano che vedeva circolare in casa molti anni prima di diventare amministratore delegato del marchio.

«Quello che mi colpiva era il gusto. Si vedeva che c’era un lavoro meticoloso di ricerca della bellezza tramite il dettaglio» racconta a FQMagazine. Una memoria personale che, a distanza di oltre vent’anni, è diventata anche una chiave per rileggere la storia della maison. Perché in quella valigia c’era tutto ciò che Nicola Trussardi aveva immaginato per il suo marchio: un’eleganza concreta, riconoscibile e soprattutto capace di accompagnare le persone nella vita di tutti i giorni.

Oggi quel nome appartiene al gruppo Miroglio, che lo ha acquisito nel 2024 dopo una lunga crisi aziendale. La nuova gestione sta cercando di restituirgli una posizione sul mercato, recuperando proprio la visione del suo artefice. L’occasione per parlarne è il ritorno di Trussardi al Salone Nautico di Genova, dove il marchio è stato coinvolto nell’allestimento di alcuni spazi istituzionali e della Vip Lounge, attraverso Trussardi Casa, oltre che nella realizzazione di una capsule collection.Un’iniziativa che rimanda alle collaborazioni attraverso le quali Nicola aveva costruito, decenni prima che diventasse una strategia diffusa, un universo attorno al proprio nome. Ma per capire che cosa Trussardi voglia essere oggi bisogna tornare indietro, alla storia di un imprenditore considerato da molti un outsider, a quando quel levriero era il simbolo della Milano da bere.

Nicola Trussardi, il guantaio bergamasco che inventò il lifestyle

La storia di Trussardi comincia a Bergamo nel 1911, quando Dante Trussardi apre un laboratorio di guanti di qualità tale da finire tra i fornitori della famiglia reale britannica. La svolta arriva con il nipote Nicola, che all’inizio degli anni Settanta prende in mano l’azienda di famiglia. Accanto a lui c’è Maria Luisa Gavazzeni, conosciuta quando lei aveva 16 anni e lui 18, sposata dieci anni dopo e al suo fianco in azienda per tutta la vita.

Nicola ha il fascino del divo e l’istinto del commerciante: lancia il primo profumo nel 1980, la prima collezione di abbigliamento nel 1983, il secchiello, i jeans, gli occhiali, perfino biciclette e telefoni. Arreda la lounge Alitalia di Fiumicino, collabora con Alfa Romeo, nel 1988 veste la nazionale italiana alle Olimpiadi di Seul e dà il nome al PalaTrussardi. Negli anni Ottanta il levriero diventa ben presto il marchio della Milano da bere e dell’Italia di Bettino Craxi, con cui Nicola è in buoni rapporti: per un congresso del Psi disegna perfino le divise delle hostess, giacche bianche con garofani rossi stilizzati.

Il levriero, appunto, lo scelse lui, e non a caso. «È il simbolo di un lusso non urlato. Il levriero sta davanti agli altri, però non ostenta», spiega Racca. Per il manager, economista teorico di formazione, le intuizioni di Nicola furono tre: il logo, usato quando ancora non era una pratica comune; il coraggio di portare il marchio in territori lontani dalla moda, «visti anche con un certo scetticismo»; e la cultura, con eventi creati insieme ad artisti, intellettuali, registi e cantanti.

«L’obiettivo di Nicola era creare oggetti utili, che si trattasse di un abito o di un cellulare. Spesso la moda sembra seguire la filosofia dell’“arte per amore dell’arte”: fare moda per il gusto di fare moda, per il bello, per la creatività. Ma la moda è arte per amore della vita. Questo era un concetto fondamentale per Nicola: la moda nasce dall’amore per la vita, per accompagnare la quotidianità». Una contaminazione tra moda, cultura e industria che oggi può sembrare ordinaria, ma che allora suscitava anche perplessità.

«Nicola Trussardi è stato uno dei primi, qualcuno dice il primo, a parlare di lifestyle, a declinare il concetto di eleganza e di attenzione al dettaglio in un posacenere, nelle auto, nei profumi, negli occhiali, prima di tanti altri» sottolinea Racca. Una scelta che racconta molto anche del suo carattere. «Umanamente mi colpisce perché ora la leggiamo come avanguardia, oggi lo chiameremmo visionario. Il mercato lo apprezzava, ma era percepito come strano dall’intellighenzia, dal circoletto della moda di quel tempo» osserva il manager.

Un’impressione che trova un’eco nelle parole pronunciate dal figlio Tomaso nel 2024, durante un’intervista al podcast 1% di Giacomo Freddi. L’erede aveva sostenuto che il padre fosse stato osteggiato dagli altri stilisti perché proveniva da Bergamo, non era uno stilista di formazione e, secondo la sua ricostruzione, anche perché «non era gay». «Lo trattavano come un diverso» aveva dichiarato, offrendo una lettura personale delle difficoltà incontrate dal padre nel farsi accettare dall’ambiente della moda.

Nicola, in ogni caso, aveva trovato un modo per non chiedere il permesso a quel mondo: portare la moda direttamente alle persone. Tra le iniziative più sorprendenti ci furono le sfilate organizzate in Piazza Duomo e alla Stazione Centrale di Milano, dove i viaggiatori potevano imbattersi in uno spettacolo solitamente riservato a pochi invitati. È proprio la sfilata alla Stazione Centrale l’episodio che più ha colpito l’immaginario di Racca: «In questi luoghi ci passano i pendolari, chi vive in periferia e torna a casa sua dopo una lunga giornata di lavoro e si trova la sfilata davanti. Era un chiaro segnale di cosa fosse Trussardi».

Come riuscì Nicola a difendere intuizioni tanto lontane dalle convenzioni del settore? «È una di quelle domande che avrei voluto fare a lui» confessa il ceo. Di una cosa, però, si dice convinto: «Aveva un’idea chiara sul brand e sul valore che potesse avere nel mondo».

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La famiglia Trussardi, i due incidenti e un’eredità difficile da raccogliere

Dietro l’imprenditore capace di conquistare la Milano degli anni Ottanta c’era anche un padre di quattro figli: Beatrice, Francesco, Gaia e Tomaso. Un uomo che, secondo i ricordi della primogenita Beatrice, era “la parte emotiva della famiglia”, amava la fotografia, portava i figli a conoscere l’arte e qualche volta si presentava persino nella loro scuola per spiegare ai bambini come si conciasse la pelle. Quella storia familiare, intrecciata al successo del marchio, cambia bruscamente nell’aprile del 1999, quando Nicola Trussardi muore a 56 anni in un incidente automobilistico sulla Tangenziale Est di Milano. La guida dell’azienda passa alla generazione successiva, in particolare a Francesco e Beatrice, ma appena quattro anni dopo, nel gennaio del 2003, un altro incidente d’auto si porta via Francesco, il figlio su cui erano riposte importanti responsabilità imprenditoriali.

Due tragedie che segnano profondamente la famiglia. Beatrice prosegue l’attività aziendale e sviluppa la Fondazione Nicola Trussardi, portando avanti quel legame con l’arte che aveva contraddistinto il padre. Gaia, invece, diventa direttrice creativa nel 2013, prima di lasciare l’incarico nel 2018, mentre Tomaso assume un ruolo sempre più centrale nella gestione del business. Non mancano i tentativi di rinnovamento, le nuove collezioni, i progetti legati alla ristorazione e al lifestyle. Eppure, nel corso degli anni, qualcosa nell’equilibrio tra creatività, identità e risultati economici comincia a incrinarsi.

Nel tentativo di spiegare cosa non abbia funzionato in questo passaggio, Racca spiega: «Nella moda c’è sempre un equilibrio tra arte e scienza e, trattandosi anche di arte, c’è sempre una componente personale». Con il passare del tempo e l’avvicendarsi delle persone, «magari persone con sensibilità forti e talvolta disallineate l’una dall’altra», il rischio è perdere rilevanza. «Se dovessi dare una mia lettura di ciò che è successo in quegli anni, è proprio questa: sensibilità diverse hanno faticato a tenere questo equilibrio e hanno perso di vista il cliente». Una riflessione che non pretende di esaurire le ragioni della crisi, ma che, in fin dei conti, come spiega il ceo, mette a fuoco un problema ricorrente anche nell’industria della moda: come continuare a innovare senza smarrire ciò per cui un marchio era stato scelto dai suoi consumatori.

Il declino e il rilancio fallito

Nel 2019 la famiglia cede il controllo: il fondo QuattroR rileva circa il 60%, Tomaso resta socio e presidente fino al 2021. Il nuovo amministratore delegato, l’americano Sebastian Suhl, tenta la svolta più radicale della storia del marchio e affida la direzione creativa a Benjamin Huseby e Serhat Işık, fondatori dell’etichetta berlinese GmbH, molto amata dalla scena dei club.

La prima collezione, a marzo 2022, è tutta nera, con molta pelle e un’aria vagamente sovversiva. Palazzo Trussardi alla Scala riapre con caffè e ristorante firmati Giancarlo Perbellini, Vogue America scrive che il marchio «si sta scrollando di dosso la polvere». Ma i vecchi clienti non si riconoscono e i nuovi non arrivano. Ad aggravare la situazione ci sono anche la pandemia e le sanzioni alla Russia, uno dei mercati chiave.

A febbraio 2023 si dimettono così il consiglio di amministrazione e l’amministratore delegato. Poche settimane dopo se ne vanno anche Huseby e Işık, dopo tre sole stagioni. Restano 51,5 milioni di debiti, una procedura di composizione negoziata della crisi e circa duecento dipendenti appesi agli ammortizzatori sociali.

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Il nuovo corso di Trussardi: recuperare Nicola senza vivere di nostalgia

Nel marzo 2024 la famiglia Trussardi esce definitivamente dalla proprietà del brand e arriva l’acquisizione da parte del gruppo Miroglio, che rileva il marchio, l’archivio storico, i diritti di licenza e una rete di 15 punti vendita italiani. Lo stile è affidato a una squadra di designer. Le ragioni dell’acquisto, per Racca, stanno nella «combinazione di credibilità del brand, storia, value proposition, rilevanza oggi e posizionamento, anche di prezzo». Le paure? «In tutte queste situazioni c’è sempre la paura di quello che non sai di non sapere». E poi c’è la questione della coerenza, ovvero il rischio di snaturare un’eredità così ampia: «È la sfida più grande ed è anche quella che non ti fa dormire di notte».

Nicola ripeteva che la moda doveva essere per molti, non per pochi. Racca precisa: «Per molti è diverso da per tutti. Penso che la massificazione abbia un po’ stancato». Il posizionamento è «premium, affordable, non è lusso», per clienti che, dopo l’abbuffata del fast fashion, cercano «pochi capi che però hanno un significato, che puoi anche scoprire nel tempo, un po’ come è capitato a me con la valigia». Poi aggiunge: «Dopo il Covid, c’è stato un aumento dei prezzi scorrelato dall’aumento del potere d’acquisto. Il rischio è abbandonare un cliente nella cui vita il marchio ha comunque un ruolo. Noi non siamo una torre d’avorio».

Oggi però, il cliente Trussardi non si limita a vestirsi. Da qui, ancora una volta, la scommessa lifestyle: la linea Trussardi Casa e le branded residences a Dubai, «fully furnished, in cui tutto è Trussardi», precisa il ceo. «Non trovi tanti brand premium di cui scriveresti il nome a fianco al termine “residences”». Il rischio di confondere le acque c’è, e Racca non lo nega. «Il cliente Trussardi è sempre lo stesso, ma fa cose diverse nella vita. L’obiettivo è accompagnarlo in ogni aspetto della sua vita ma il rischio è quello di diluire troppo il portfolio e quindi l’identità del brand. Ma è una sfida che vale la pena di raccogliere».

Non c’è, almeno nelle intenzioni, la volontà di ricostruire la Trussardi degli anni Ottanta come un’operazione nostalgica. «Non è una rievocazione storica, ma vogliamo ripartire dalla stessa visione di Nicola Trussardi», insiste il manager, convinto che gli insegnamenti dell’imprenditore possano avere ancora un valore contemporaneo. E sul nuovo corso di Trussardi, non ha dubbi: «Non ci piacciono le sfilate a porte chiuse. Non rappresentano il brand e per i cittadini sono solo un problema: sono sinonimo di traffico e caos. Noi cerchiamo contesti in cui tutti possano guardare, ascoltare, toccare i nostri prodotti. Per questo ora puntiamo sulle manifestazioni aperte al pubblico, come il Salone Nautico e il Salone del Mobile».

Racca, intanto, continua a pensare a quella vecchia valigia portabiti. Gli piacerebbe che, tra dieci anni, chiunque osservi una nuova creazione Trussardi possa riconoscervi qualcosa di ciò che rendeva speciale quell’oggetto, anche se saranno cambiati il prodotto, il gusto e l’epoca. «Se la nostra missione sarà vincente, vorrei che tra dieci anni qualcuno, guardando un oggetto Trussardi creato oggi, lo riconoscesse nei suoi tratti salienti. Mi piacerebbe che questi diventassero sempre più chiari, visibili e conosciuti da tutti». In fondo, è il problema che accompagna ogni dinastia imprenditoriale quando il cognome sopravvive a chi l’ha resa grande: capire che cosa sia davvero necessario conservare e che cosa, invece, bisogna avere il coraggio di cambiare.

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“La gente non ha da mangiare e questi buttano i soldi così”: Kylie Jenner debutta da Victoria’s Secret col reggiseno da 50 milioni di dollari, è polemica sui social

Un corpetto del valore di 50 milioni di dollari (circa 44 milioni di euro), privo di qualsiasi tessuto e costruito interamente su una struttura d’oro a 18 carati in cui sono incastonati 4.410 diamanti naturali, culminanti in una gemma gialla Fancy Vivid da 75,54 carati posizionata esattamente al centro del décolleté. È l’opera scultorea di alta gioielleria, frutto di oltre mille ore di lavoro da parte di quindici artigiani, che Kylie Jenner ha indossato domenica 18 ottobre segnando il suo debutto sulla passerella del Victoria’s Secret Fashion Show 2026.

La 29enne imprenditrice e star dei reality ha riportato sotto i riflettori il celebre “Fantasy Bra”, grande assente dalle sfilate del marchio dal 2018. Creata in collaborazione con la maison Jacob & Co., l’edizione di quest’anno ha disintegrato ogni record precedente: si tratta del modello più costoso mai realizzato nella storia di Victoria’s Secret, superando di netto il primato di 15 milioni di dollari stabilito nel 2000 dal “Red Hot Fantasy Bra” indossato da Gisele Bündchen.

Modellato sulle misure di Jenner per consentirle di muoversi agilmente ai Sony Pictures Studios di Culver City, a Los Angeles, il reggiseno vanta pietre lavorate in sette tagli differenti, incluso l’esclusivo Angel-Cut ideato da Jacob Arabo. La sola pietra centrale è valutata 22 milioni di dollari. Il look è stato completato da un perizoma argentato, una minigonna bianca semitrasparente, tacchi trasparenti e iconiche ali piumate, sfoggiati sotto gli occhi del compagno Timothée Chalamet, della madre Kris Jenner e del figlio Aire, presenti in platea.

L’ira dei puristi: “Mancanza di rispetto per le vere modelle”

La decisione di affidare il pezzo più rappresentativo della serata a un’influencer, negando l’opportunità a una supermodella veterana, ha spaccato l’opinione pubblica. Sotto il video ufficiale pubblicato sull’account Instagram di Victoria’s Secret, le reazioni entusiaste dei fan si sono scontrate con dure critiche. Diversi utenti hanno definito la sfilata una “pura mancanza di rispetto per le vere modelle”, chiedendosi perché Jenner sia stata scelta in una “stanza piena di modelle di talento”. Un commentatore ha accusato lo show di essere passato “dal glamour iconico a un circo di influencer”, sostenendo che “il peso sui social media e l’inclusività performativa hanno sostituito il vero talento da modella, l’eleganza e la presenza in passerella“. Un distacco dalla realtà criticato duramente anche dalla modella britannica Summer Nesbeth, che alla BBC ha sottolineato il paradosso economico dell’operazione: “La gente non ha da mangiare, la gente non può permettersi di tenere le luci accese. Penso che ci siano molte cose da dire su dove stiamo concentrando la nostra attenzione e dove stiamo mettendo i nostri soldi”.

L’analisi degli esperti: “I brand cercano visualizzazioni, non rischi”

Dietro le polemiche si cela una precisa virata nelle strategie di marketing aziendale. Secondo Joel Marlinarson, esperto di social media intervistato da BBC Newsbeat, l’apparizione di Jenner è stata ingegnerizzata appositamente per generare dibattito sul futuro del settore. “Naturalmente Kylie rappresenta una nuova era di celebrità in cui i marchi danno priorità a chi porterà il maggior numero di sguardi, al contrario di chi si adatta alla definizione standard di modella”, spiega Marlinarson, avvertendo che i nostalgici dell'”iconica era della moda di Naomi Campbell” potrebbero vivere questa dinamica come un “tradimento di ciò che conoscono”. I marchi storici come Victoria’s Secret, argomenta l’esperto, oggi “non vogliono correre rischi. Vogliono portare qualcuno che sanno genererà visualizzazioni, che genererà quei titoli e che potrà costantemente sollevare una folla, e questo è esattamente ciò che ha fatto Victoria’s Secret”.

La difesa del direttore creativo: “Kylie è un catalizzatore culturale”

La linea aziendale è stata difesa a spada tratta da Adam Selman, responsabile creativo di Victoria’s Secret. Intervistato da Vogue, Selman ha motivato la scelta definendo Kylie Jenner una “potenza culturale”. “Kylie si estende davvero oltre la moda, oltre la cultura, oltre la TV, oltre una singola cosa”, ha dichiarato Selman. “È esattamente la stessa cosa che facciamo noi. Lo show è così grande, è vero intrattenimento, e penso che lei sia un grande catalizzatore per questo. Ha davvero creato la sua cultura: quante persone possono dire una cosa del genere?”. Il ritorno del Fantasy Bra, ha spiegato il dirigente, era l‘elemento più richiesto in assoluto dal pubblico: “Penso che sia un abbinamento interessante quello che stiamo offrendo ai fan: diamo loro ciò che vogliono con questo fantastico Fantasy Bra e lo facciamo indossare a un talento inaspettato che ha un seguito enorme e un impatto culturale enorme”.

Dalla genesi con Claudia Schiffer al nuovo corso

La sfilata del 2026 aggiorna una tradizione inaugurata nel 1996, quando Claudia Schiffer indossò il “Million Dollar Miracle Bra” da un milione di dollari (sebbene il debutto fisico in passerella avvenne solo nel 2001 con Heidi Klum). Da allora, il reggiseno-gioiello è divenuto il baricentro mediatico del brand, indossato negli anni da icone come Adriana Lima, Alessandra Ambrosio, Tyra Banks e Karolína Kurková. L’ultima apparizione prima della sospensione risaliva al 2018, quando Elsa Hosk sfilò con un modello tempestato di diamanti Swarovski valutato un milione di dollari. Poco dopo, il marchio annullò gli show travolto dalle polemiche sul sessismo, i legami con l’affare Epstein e la mancanza di diversità, avviando una profonda ristrutturazione aziendale culminata in questo controverso, ma mediaticamente ineccepibile, ritorno al lusso estremo.

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I prodotti rubati nelle boutique di lusso durante le proteste in Francia finiscono su Vinted ed eBay: cosmetici a 10 euro, capi ancora con l’antitaccheggio e annunci con scritto “rubato durante le proteste”

Le immagini hanno fatto il giro del web in una manciata di ore durante il drammatico fine settimana di proteste: un gruppo di manifestanti — stretti in felpe nere, con il cappuccio issato e il volto celato dai passamontagna — che assalta a colpi di transenne una scintillante boutique di Celine nel cuore di Parigi, per poi uscirne stringendo al petto e abbracciando dozzine di borse e beni di lusso. Una scena di brutale foga predatoria che oggi, a pochi giorni di distanza, trova la sua naturale e illecita evoluzione digitale.

Parte di quel bottino milionario è infatti già riemerso sulle bacheche delle principali piattaforme di compravendita second hand. Rintracciarlo non è certo un’impresa da poco: la merce saccheggiata annega nel mare magnum dell’immenso mercato di prodotti disponibili online, mescolandosi sapientemente con i cosiddetti dupe — le imitazioni e i falsi immessi in rete da truffatori seriali pronti a sfruttare l’onda mediatica per ingannare chi va a caccia dell’originale a prezzo di saldo. Eppure, dietro l’apparente brivido dell’affare digitale a basso costo, si nasconde un fatto ineludibile che non bisogna mai dimenticare: vendere o acquistare questi articoli significa alimentare e rispondere in prima persona dei reati penali di furto e ricettazione.

Di fronte a una simile ondata di ricettazione alla luce del sole, la ministra per il Digitale francese, Anne Le Henanff, ha convocato d’urgenza i rappresentanti di Vinted, Amazon, eBay, Leboncoin, Meta e TikTok. “Gli oggetti rubati durante questo fine settimana vengono offerti in vendita su alcune piattaforme“, ha tuonato la ministra. “Ci aspettiamo che rimuovano gli annunci in questione senza indugio. Sarà inoltre richiesto loro di collaborare strettamente con le autorità statali affinché coloro che rivendono beni rubati possano essere perseguiti”.

L’assalto ai simboli della ricchezza: “Spazzati via anni di lavoro”

A sei mesi dalle elezioni per la successione a Emmanuel Macron, la Francia è stata scossa da una delle ondate di violenza urbana più devastanti degli ultimi anni. Nati per denunciare il carovita e il declino dei servizi pubblici, i cortei del 17 ottobre si sono trasformati in una guerriglia che ha terrorizzato il Paese, lasciando sul campo un morto per arresto cardiaco, mille agenti feriti e 2.400 arrestati.

A pagare il prezzo più alto è stato il settore del commercio e del lusso. Le autorità segnalano danni a quasi 3.000 attività. Solo a Parigi, come sottolineato da Dominique Restino della Camera di Commercio, sono stati vandalizzati tra i 300 e i 400 negozi. Nella blindatissima Place Vendôme, la porta di una boutique Dior è stata sfondata, mentre le vetrine di Rolex, Louis Vuitton, Ralph Lauren e Gucci sono andate in frantumi. A Marsiglia, i ladri hanno completamente ripulito i negozi di Hermès e Louis Vuitton, oltre allo store ufficiale della squadra di calcio dell’Olympique. La furia si è abbattuta anche su 50 supermercati Carrefour (20 dei quali saccheggiati), 20 filiali Sephora, negozi Apple, concessionari Tesla e piccole attività indipendenti, come un negozio di riparazione smartphone il cui proprietario è rimasto intrappolato e terrorizzato per quindici minuti mentre un centinaio di giovani cercava di sfondare la vetrina.

Le perdite assicurate minacciano di superare gli 1,2 miliardi di euro, scatenando le preoccupazioni degli investitori internazionali verso un governo già fragile e alle prese con l’approvazione di una cruciale manovra di bilancio. Il dramma umano ed economico è stato condensato nelle parole di Thierry Guibert, CEO di Lacoste, in un post su Instagram: “Quando i nostri negozi Lacoste e Aigle vengono saccheggiati, come tante altre aziende in tutta la Francia, non sono solo le vetrine a essere distrutte. Sono i posti di lavoro, anni di lavoro, le competenze e l’impegno di migliaia di donne e uomini a essere messi a repentaglio. Come leader, non posso sopportare di vedere distrutto in questo modo ciò che abbiamo collettivamente costruito”. La situazione è così grave che il Primo Ministro Sebastien Lecornu ha dovuto annunciare l’immediata attivazione della cassa integrazione per le attività devastate.

Il discount illegale su Vinted ed eBay: sfrontatezza senza limiti

Il cortocircuito più inquietante, tuttavia, si è consumato nelle ore successive, quando i saccheggiatori hanno iniziato a monetizzare il caos. Sulle bacheche di app come Vinted (gigante lituano del second hand valutato 8 miliardi di euro) sono spuntati sfacciatamente i frutti delle razzie. L’arroganza criminale ha raggiunto livelli inauditi: molti articoli di moda, come maglie da calcio e scarpe di lusso, sono stati fotografati e messi in vendita con le placche antitaccheggio ancora attaccate. In alcune inserzioni, un maglione veniva candidamente descritto come “rubato durante le proteste”, mentre altri venditori indicavano la data del “17 ottobre” o la provenienza esatta da una “protesta a Lione”.

I prezzi, ovviamente, erano stracciati: borse traboccanti di cosmetici Sephora offerte a 10 euro, lotti di sei lucidalabbra (dal valore di 78 euro) piazzati a 15 euro, profumi Christian Dior a 250 euro. L’ondata anomala ha riguardato anche il collezionismo e lo sport: su Vinted sono apparse centinaia di carte Pokémon sottratte al negozio “Le Coin des Barons” di Lille (con i codici a barre originali), mentre su eBay è stato messo all’asta per 1.250 euro il trofeo d’argento StarLadder, rubato alla sede parigina del club di e-sport Team Vitality, fotografato contro un muro imbrattato e intitolato sfacciatamente “STOLEN RARE VITALITY CS2 TROPHÉE”.

La stretta del governo e l’ombra sulle piazze italiane

Le piattaforme hanno assicurato massima allerta, consapevoli che i microchip integrati e i numeri di serie dei beni di lusso faciliteranno il tracciamento della merce. Un portavoce di Vinted ha garantito al Daily Mail: “La vendita di beni rubati, o la loro richiesta, è severamente vietata su Vinted, e abbiamo una tolleranza zero al riguardo. Da questo fine settimana, i nostri team hanno agito immediatamente per identificare e rimuovere gli annunci legati ai saccheggi […]. Quando le nostre regole vengono violate, agiamo contro gli account coinvolti, fino a bandirli permanentemente”. Sulla stessa linea eBay, che ha confermato l’impiego di “strumenti tecnologici proattivi” per bloccare l’attività criminale. Ma il problema non è confinato Oltralpe, perché l’Italia, e in particolar modo Milano (che insieme a Francia e Regno Unito rappresenta uno dei mercati principali di Vinted), ha vissuto nel weekend le stesse identiche scene di guerriglia: vetrine infrante, cariche della polizia e assalti alle vie dello shopping. È perciò altamente probabile, se non già una silente realtà operativa, che anche i beni trafugati dai negozi meneghini stiano finendo sulle medesime piattaforme di rivendita per essere monetizzati in fretta.

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