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Autista del Tribunale di Milano accusato di passare informazioni riservate al clan: arrestato

Un foglio con i nomi degli indagati, stampato dal registro giudiziario e fotografato per essere condiviso con i vertici di un’organizzazione criminale. È uno degli elementi al centro dell’inchiesta che ha portato a 30 arresti e che, secondo la ricostruzione degli investigatori riportata dal Corriere della Sera, ha svelato anche il ruolo di un dipendente del Tribunale di Milano: autista dell’Ufficio dei giudici per le indagini preliminari, accusato di aver avuto accesso abusivo ai sistemi informatici della giustizia e di aver rivelato informazioni coperte da segreto.

L’indagine ruota attorno a una presunta banca ombra con sede operativa in un autonoleggio di Pero, alle porte di Milano. Il gruppo avrebbe offerto un servizio finanziario illecito per compensare le fatture false di imprenditori lombardi accusati di evasione fiscale, utilizzando contanti raccolti nella comunità cinese e trasferendoli su portafogli di criptovalute e conti esteri. La commissione richiesta per le operazioni sarebbe stata compresa tra il 2% e il 5%. Secondo l’accusa, il sistema avrebbe avuto collegamenti con ambienti della ’ndrangheta, della camorra e della cosiddetta quarta mafia foggiana. Le contestazioni comprendono associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione mafiosa, riciclaggio internazionale, frodi fiscali, bancarotte e traffici di droga.

Il foglio riservato e le informazioni ai presunti referenti mafiosi

Tra i 30 arrestati, 16 sono stati condotti in carcere e 14 posti ai domiciliari. Il giudice per le indagini preliminare Luca Milani ha disposto anche il sequestro di 21 milioni di euro. Tre degli arresti sono stati eseguiti in Spagna e Svizzera. L’autista, posto ai domiciliari, è accusato dai pubblici ministeri Grazia Colacicco e Pasquale Addesso di aver effettuato accessi abusivi al sistema informatico giudiziario e rivelato segreti su richiesta di persone ritenute vicine a cosche della ’ndrangheta crotonese. Tra queste figurano Giuseppe Piscioneri e Paolo Pelaggi, indicati dagli inquirenti come referenti del gruppo.

Il presunto tramite sarebbe stato un avvocato, già impegnato in numerosi processi di ’ndrangheta e anche lui finito ai domiciliari. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe veicolato le informazioni riservate, tra cui l’elenco delle persone sottoposte a indagine nell’inchiesta, aggiornato al 9 e al 18 dicembre 2025. Una volta ricevuto il documento, Piscioneri avrebbe raggiunto Pelaggi nella sua abitazione a Segrate. I due avrebbero quindi avvisato, attraverso la piattaforma di messaggistica criptata Signal, Luigi Mercadante, indicato dagli inquirenti, come un altro vertice della presunta banca ombra ed esponente del clan camorristico dei Casalesi. Per farlo, gli avrebbero inviato una fotografia della pagina stampata dal registro degli indagati.

Il precedente del Fondo Unico Giustizia

Il nome di Bruno era già emerso la scorsa estate in un’altra indagine. In quell’occasione non era stato arrestato, ma risultava indagato per truffa ai danni dello Stato e falso, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Secondo gli accertamenti, avrebbe tentato di svincolare dal Fondo Unico Giustizia quasi un milione di euro, somma bloccata prima che potesse essere trasferita a beneficio di un esponente della ’ndrangheta che aveva già favorito la latitanza di un importante boss calabrese.

Il dipendente del Tribunale avrebbe inoltre svolto negli anni mansioni delicate legate alla gestione dei beni sequestrati, senza che, secondo quanto riportato nell’inchiesta, fosse ancora chiaro attraverso quali ordini di servizio gli fossero state affidate tali funzioni.

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“Camorra e ‘ndrangheta infiltrate nella ricostruzione post terremoto nelle Marche”, 51 indagati e sequestri per 57 milioni

La ricostruzione post sisma nelle Marche finisce al centro di un’inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese e campana negli appalti pubblici e nei lavori privati. L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza di Ancona e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, ha fatto emergere un presunto sistema illecito nella gestione delle commesse legate alla ricostruzione dopo il terremoto del 2016 e agli appalti banditi dalla Regione Marche, da Erdis Marche e dall’Università di Camerino.

L’operazione, denominata “Ricostruzione’” e condotta dal nucleo di Polizia economico-finanziaria di Ancona, ha più filoni e reati contestati. Il primo riguarda una presunta truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche destinate alla ricostruzione privata nei territori colpiti dal sisma. Secondo quanto riferito dagli investigatori, i lavori sarebbero stati subappaltati anche a persone collegate alla criminalità organizzata calabrese e campana. Un secondo filone si concentra invece sulla corruzione che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state messe in atto da pubblici ufficiali e imprenditori. Due direttrici che si intrecciano nel settore degli appalti e delle risorse destinate alla ricostruzione, sul quale si concentrano gli accertamenti degli inquirenti.

L’indagine ha portato a una vasta attività di perquisizioni e acquisizioni documentali, con oltre 50 interventi in programma in 13 province: Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza. Le operazioni hanno impegnato circa 230 militari della Guardia di finanza. Sono 51 le persone complessivamente indagate. Per otto di loro il giudice per le indagini preliminari ha disposto la custodia cautelare in carcere. Per altre cinque è stato disposto l’interrogatorio preventivo. L’inchiesta ha inoltre portato al sequestro di beni e risorse per oltre 57 milioni di euro.

I dettagli dell’operazione saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa convocata per le 15 al Comando provinciale della Guardia di finanza di Ancona, alla presenza della procuratrice Monica Garulli.

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