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Autista del Tribunale di Milano accusato di passare informazioni riservate al clan: arrestato

22 October 2026 at 09:13

Un foglio con i nomi degli indagati, stampato dal registro giudiziario e fotografato per essere condiviso con i vertici di un’organizzazione criminale. È uno degli elementi al centro dell’inchiesta che ha portato a 30 arresti e che, secondo la ricostruzione degli investigatori riportata dal Corriere della Sera, ha svelato anche il ruolo di un dipendente del Tribunale di Milano: autista dell’Ufficio dei giudici per le indagini preliminari, accusato di aver avuto accesso abusivo ai sistemi informatici della giustizia e di aver rivelato informazioni coperte da segreto.

L’indagine ruota attorno a una presunta banca ombra con sede operativa in un autonoleggio di Pero, alle porte di Milano. Il gruppo avrebbe offerto un servizio finanziario illecito per compensare le fatture false di imprenditori lombardi accusati di evasione fiscale, utilizzando contanti raccolti nella comunità cinese e trasferendoli su portafogli di criptovalute e conti esteri. La commissione richiesta per le operazioni sarebbe stata compresa tra il 2% e il 5%. Secondo l’accusa, il sistema avrebbe avuto collegamenti con ambienti della ’ndrangheta, della camorra e della cosiddetta quarta mafia foggiana. Le contestazioni comprendono associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione mafiosa, riciclaggio internazionale, frodi fiscali, bancarotte e traffici di droga.

Il foglio riservato e le informazioni ai presunti referenti mafiosi

Tra i 30 arrestati, 16 sono stati condotti in carcere e 14 posti ai domiciliari. Il giudice per le indagini preliminare Luca Milani ha disposto anche il sequestro di 21 milioni di euro. Tre degli arresti sono stati eseguiti in Spagna e Svizzera. L’autista, posto ai domiciliari, è accusato dai pubblici ministeri Grazia Colacicco e Pasquale Addesso di aver effettuato accessi abusivi al sistema informatico giudiziario e rivelato segreti su richiesta di persone ritenute vicine a cosche della ’ndrangheta crotonese. Tra queste figurano Giuseppe Piscioneri e Paolo Pelaggi, indicati dagli inquirenti come referenti del gruppo.

Il presunto tramite sarebbe stato un avvocato, già impegnato in numerosi processi di ’ndrangheta e anche lui finito ai domiciliari. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe veicolato le informazioni riservate, tra cui l’elenco delle persone sottoposte a indagine nell’inchiesta, aggiornato al 9 e al 18 dicembre 2025. Una volta ricevuto il documento, Piscioneri avrebbe raggiunto Pelaggi nella sua abitazione a Segrate. I due avrebbero quindi avvisato, attraverso la piattaforma di messaggistica criptata Signal, Luigi Mercadante, indicato dagli inquirenti, come un altro vertice della presunta banca ombra ed esponente del clan camorristico dei Casalesi. Per farlo, gli avrebbero inviato una fotografia della pagina stampata dal registro degli indagati.

Il precedente del Fondo Unico Giustizia

Il nome di Bruno era già emerso la scorsa estate in un’altra indagine. In quell’occasione non era stato arrestato, ma risultava indagato per truffa ai danni dello Stato e falso, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Secondo gli accertamenti, avrebbe tentato di svincolare dal Fondo Unico Giustizia quasi un milione di euro, somma bloccata prima che potesse essere trasferita a beneficio di un esponente della ’ndrangheta che aveva già favorito la latitanza di un importante boss calabrese.

Il dipendente del Tribunale avrebbe inoltre svolto negli anni mansioni delicate legate alla gestione dei beni sequestrati, senza che, secondo quanto riportato nell’inchiesta, fosse ancora chiaro attraverso quali ordini di servizio gli fossero state affidate tali funzioni.

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“Camorra e ‘ndrangheta infiltrate nella ricostruzione post terremoto nelle Marche”, 51 indagati e sequestri per 57 milioni

22 October 2026 at 07:38

La ricostruzione post sisma nelle Marche finisce al centro di un’inchiesta sulle infiltrazioni della criminalità organizzata calabrese e campana negli appalti pubblici e nei lavori privati. L’indagine, condotta dalla Guardia di finanza di Ancona e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, ha fatto emergere un presunto sistema illecito nella gestione delle commesse legate alla ricostruzione dopo il terremoto del 2016 e agli appalti banditi dalla Regione Marche, da Erdis Marche e dall’Università di Camerino.

L’operazione, denominata “Ricostruzione’” e condotta dal nucleo di Polizia economico-finanziaria di Ancona, ha più filoni e reati contestati. Il primo riguarda una presunta truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche destinate alla ricostruzione privata nei territori colpiti dal sisma. Secondo quanto riferito dagli investigatori, i lavori sarebbero stati subappaltati anche a persone collegate alla criminalità organizzata calabrese e campana. Un secondo filone si concentra invece sulla corruzione che, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbero state messe in atto da pubblici ufficiali e imprenditori. Due direttrici che si intrecciano nel settore degli appalti e delle risorse destinate alla ricostruzione, sul quale si concentrano gli accertamenti degli inquirenti.

L’indagine ha portato a una vasta attività di perquisizioni e acquisizioni documentali, con oltre 50 interventi in programma in 13 province: Ancona, Macerata, Pesaro-Urbino, Fermo, Roma, Caserta, Napoli, Reggio Calabria, Modena, Terni, Chieti, Treviso e Piacenza. Le operazioni hanno impegnato circa 230 militari della Guardia di finanza. Sono 51 le persone complessivamente indagate. Per otto di loro il giudice per le indagini preliminari ha disposto la custodia cautelare in carcere. Per altre cinque è stato disposto l’interrogatorio preventivo. L’inchiesta ha inoltre portato al sequestro di beni e risorse per oltre 57 milioni di euro.

I dettagli dell’operazione saranno illustrati nel corso di una conferenza stampa convocata per le 15 al Comando provinciale della Guardia di finanza di Ancona, alla presenza della procuratrice Monica Garulli.

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Una banca occulta per riciclare denaro con le frodi fiscali: 30 indagati, sequestri per oltre 21 milioni. Contestato il metodo mafioso

21 October 2026 at 07:19

Una banca occulta, capace di muovere denaro oltre i confini nazionali e di intrecciare il riciclaggio internazionale con le frodi fiscali e altri affari criminali. È questo lo scenario al centro della vasta operazione della Guardia di finanza coordinata dalla Procura di Milano, attraverso la Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo, che sta portando all’esecuzione di 30 misure cautelari e al sequestro di beni per oltre 21 milioni di euro.

L’intervento è scattato tra Milano, Monza Brianza e diverse province italiane, ma si spinge anche all’estero, con arresti in corso in Spagna e in Svizzera. Un dispositivo imponente, composto da oltre 350 finanzieri, affiancati da reparti specializzati e dalla componente Antiterrorismo Pronto Impiego delle Fiamme gialle.

Al centro dell’inchiesta c’è un’associazione per delinquere che, secondo l’ipotesi investigativa, operava attraverso un sistema criminale articolato, aggravato dall’agevolazione e dal metodo mafioso. Le attività contestate comprendono il riciclaggio internazionale, le frodi fiscali, i reati fallimentari, il traffico di stupefacenti e quelli in materia di armi.

L’ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari di Milano dispone la custodia in carcere per 16 indagati e gli arresti domiciliari per altri 14. Accanto alle misure personali, gli investigatori stanno dando esecuzione a un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per un valore superiore a 21 milioni di euro.

Il denaro e i patrimoni sono uno dei fronti centrali dell’operazione. Nel corso degli interventi si sta procedendo al sequestro di contanti, conti correnti e criptovalute, ma anche di automobili, imbarcazioni, gioielli e orologi di lusso. Tra i beni ricercati figurano inoltre macchinette conta soldi, strumenti che si inseriscono nel quadro delle attività di ricostruzione dei flussi finanziari. La dimensione internazionale dell’inchiesta ha richiesto una cooperazione specifica anche sul fronte operativo. In Spagna e in Svizzera, le attività sono condotte con il supporto dell’unità I-CAN di Interpol, dedicata alla cooperazione contro la ’Ndrangheta, e in stretto contatto con gli esperti per la sicurezza della Direzione centrale della polizia criminale presenti a Madrid e Berna.

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Game over per la destra meloniana: mafia-appalti ‘solo’ concausa della strage di via D’Amelio

20 October 2026 at 13:38

Salvatore De Luca torna in Antimafia e spegne definitivamente le ambizioni della destra meloniana di riscrivere la storia delle stragi terroristico-mafiose del 1992: game over. Finalmente!

Chissà se Chiara Colosimo se ne è accorta? Probabilmente sì, considerati la furia con la quale ancora una volta ha provato a censurare preventivamente le domande legittimamente poste da un commissario, questa volta l’onorevole Gubitosa del M5S e l’intervento al 90° minuto con il quale ha provato a strappare a De Luca almeno una rassicurazione sul nesso tra “mafia/appalti” e la strage. E tuttavia la pista “mafia/appalti” da causa principale della strage di Via D’Amelio (e perché no, anche di quella di Capaci) dopo essere stata archiviata dal gip Santi Bologna sul piano giudiziario su richiesta della stessa Procura, non essendo stato possibile trovare uno staccio di prova, esce da questa audizione mestamente retrocessa ad eventuale con-causa, da inserire necessariamente all’interno di un contesto molto più complesso. Ironia della storia è il caso di dire.

Il Procuratore De Luca infatti finisce per offrire, forse involontariamente, la giusta chiave interpretativa anche della madre di tutte le presunte prove a carico delle “vipere” che tramarono per escludere Paolo Borsellino dall’inchiesta “mafia/appalti”, trescando per tanto indirettamente (quanto meno sul così detto piano “morale”) con i mafiosi stessi che, paventando a loro volta il lavoro che Borsellino avrebbe fatto sul filone “mafia/appalti”, avrebbero accelerato l’esecuzione del piano stragista a tutela del sistema di potere che li vedeva attovagliati insieme a politici (rigorosamente della “Prima Repubblica”) e grandi imprenditori del Nord (rigorosamente impegnati nel calcestruzzo), con la benedizione di magistrati “avvicinabili” e “malleabili” (almeno nella percezione dei mafiosi stessi). Quale? La parziale archiviazione dell’inchiesta mafia/appalti chiesta dai pm Lo Forte e Scarpinato il 13 luglio, di cui si sarebbero guardati bene dall’informare Borsellino durante la riunione del giorno dopo, 14 luglio 1992, nonostante le dichiarazioni di segno contrario raccolte negli anni.

Il Procuratore De Luca, descrivendo il lavoro del proprio Ufficio, ha fieramente rivendicato di procedere con il “metodo Falcone” il quale prevede per l’appunto di “archiviare per poi ri-aprire” filoni di indagine quando non ci siano in un dato momento prove sufficienti a reggere in dibattimento, il che è precisamente quanto fecero allora Lo Forte e Scarpinato, come successivamente documentato dalla relazione che Gian Carlo Caselli, da Procuratore di Palermo, consegnò nel febbraio del 1999 alla Commissione parlamentare antimafia, la quale ricostruiva puntualmente tutta l’evoluzione della indagine “mafia/appalti”, che negli anni produsse processi e condanne definitive. Relazione mai contraddetta.

Oggi insomma è ufficialmente fallito il progetto di “vendetta” preteso dal generale Mori e servito freddo sul tavolo della presidente Colosimo fin dal giugno del 2023.

Ma c’è di più. Durante l’audizione è stata evocata, ma soltanto per essere categoricamente liquidata, la nemesi della “causale mafia/appalti” e cioè la “trattativa Stato-mafia”. La trattativa Stato-mafia come causale dell’accelerazione dell’attentato di Via D’Amelio è proprio l’interpretazione che chiamerebbe in causa la responsabilità morale del Generale Mori e dell’allora capitano De Donno e che tanto travaglio ha provocato loro: Cosa Nostra, non da sola, avrebbe deciso di eseguire senza indugio l’attentato a Paolo Borsellino, perché Borsellino sarebbe stato un ostacolo insuperabile alla “soluzione politica” della contrapposizione devastante tra Cosa Nostra e Stato (“muro contro muro”). In Commissione De Luca ha fatto riferimento alla sentenza di Appello del processo Trattativa che ha escluso tale causale sulla base della cronologia dei fatti: i colloqui tra Mori, De Donno e Vito Ciancimino sarebbero iniziati nel mese di luglio e Borsellino ne sarebbe venuto a conoscenza nell’imminenza dell’attentato, che quindi doveva già essere stato deciso ed organizzato a prescindere.

Al riguardo, mi corre l’obbligo di ricordare che Gian Carlo Caselli nella sua seconda audizione in Commissione Antimafia, il 19 novembre del 2025, ebbe modo di avvertire come nell’ultimo libro firmato insieme da Mori e De Donno, intitolato L’altra verità, un particolare richiamato dagli autori stessi e relativo all’incontro tra De Donno e Ciancimino (la prima pagina del Corriere della Sera che Ciancimino stava leggendo), consentisse di retrodatare la “trattativa” alla prima metà del mese di giugno del 1992, la qual cosa potrebbe cambiare tutto. Mentre ancora si discute se Borsellino il 14 luglio fosse stato o meno informato della parziale archiviazione di “mafia/appalti”, di certo sappiamo che non fu informato di questi colloqui, nemmeno il 25 giugno alla caserma Carini. Sed ne bis in idem.

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Il Riesame dispone il carcere per le sorelle di Matteo Messina Denaro, il gip aveva negato l’arresto. Ora la parola alla Cassazione

19 October 2026 at 15:52

Il tribunale del Riesame di Palermo, accogliendo l’appello della Procura, ha disposto il carcere per Giovanna e Bice Messina Denaro, sorelle del capomafia deceduto Matteo, indagate per favoreggiamento e procurata inosservanza di pena aggravati. Per gli inquirenti della Dda avrebbero aiutato il fratello a sottrarsi alla cattura.

I pm avevano contestato loro l’associazione mafiosa e ne avevano chiesto l’arresto al gip, ma il giudice, pur ritenendo l’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza, non aveva disposto la misura per mancanza di esigenze cautelari. Sulla decisione del Riesame, che non è esecutiva, in caso di ricorso, si pronuncerà quindi la Cassazione.

Il quadro giudiziario della famiglia Messina Denaro resta complesso. Attualmente è detenuta Rosalia Messina Denaro, condannata a 14 anni per associazione mafiosa. Patrizia Messina Denaro, dopo avere scontato una pena di 14 anni e mezzo, è stata scarcerata nel luglio del 2025, mentre il fratello Salvatore è già libero.

In carcere si trova ancora Francesco Guttadauro, figlio di Rosalia, mentre il padre Filippo Guttadauro, marito della donna, sta scontando il cosiddetto “ergastolo bianco”. Detenuto anche Gaspare Como, marito di Bice Messina Denaro, condannato in appello a 22 anni per mafia: la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio di secondo grado per la rideterminazione della pena. È morto invece in carcere Rosario Allegra, marito di Giovanna Messina Denaro. Ha infine già scontato la propria condanna Vincenzo Panicola, marito di Patrizia Messina Denaro.

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