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Evasione fiscale, la Cassazione apre al sequestro dei conti correnti anche per soldi guadagnati legalmente

22 October 2026 at 15:23

In caso di evasione fiscale, il sequestro può riguardare anche somme di denaro presenti sui conti correnti e provenienti da attività economiche lecite. La possibilità emerge dagli orientamenti della Corte di Cassazione sulla confisca del profitto dei reati tributari, con particolare riferimento alle sentenze n. 6287 del 2026 e n. 21685 del 2023. Le pronunce affrontano due questioni che possono avere conseguenze economiche per imprese e contribuenti: la possibilità di sequestrare il patrimonio di uno dei soggetti coinvolti in una frode fiscale e il trattamento delle somme depositate sui conti bancari dopo la commissione dell’illecito. La Cassazione ha chiarito che il sequestro deve rispettare il valore del profitto contestato e i presupposti previsti dalla legge, ma la provenienza lecita di successivi versamenti non basta necessariamente a escludere la confisca.

Evasione fiscale, quando possono essere sequestrati i conti correnti

Il sequestro preventivo è uno strumento che consente all’autorità giudiziaria di vincolare determinati beni durante un procedimento penale, anche in vista di una successiva confisca. Nei reati tributari, il profitto illecito può consistere nel risparmio ottenuto attraverso il mancato versamento delle imposte. Un’impresa che non paga determinate somme al Fisco conserva infatti una disponibilità economica che avrebbe dovuto destinare all’Erario.

Il problema si presenta quando il denaro viene utilizzato o mescolato con gli incassi derivanti dalla normale attività aziendale. Secondo l’orientamento richiamato nella sentenza n. 21685 del 2023, la natura fungibile del denaro può consentire di sottoporre a sequestro somme presenti sul conto corrente anche se provenienti da operazioni successive e lecite. La fungibilità significa che il denaro è intercambiabile: non è sempre necessario individuare materialmente le stesse banconote corrispondenti al profitto originario. Resta comunque necessario verificare i presupposti della confisca diretta e il collegamento giuridicamente rilevante con il profitto del reato.

Il caso esaminato dalla Cassazione

La controversia esaminata dalla Cassazione con la sentenza n. 21685/2023 riguardava una società di trasporti coinvolta in un procedimento per una presunta omissione fiscale. Il vantaggio economico contestato era stato quantificato in 166.240 euro. L’autorità giudiziaria aveva disposto il sequestro preventivo di una somma corrispondente, individuata nelle disponibilità bancarie dell’impresa.

La società aveva contestato il provvedimento sostenendo che il denaro presente sui conti derivasse dall’attività commerciale regolarmente svolta dopo la violazione tributaria. La questione riguardava quindi la possibilità di distinguere le risorse prodotte lecitamente da quelle riconducibili al mancato pagamento delle imposte.

Secondo il principio richiamato nella pronuncia, il successivo svolgimento di attività economiche regolari non rende automaticamente insequestrabili le disponibilità bancarie. Per un’impresa, il blocco dei conti può incidere direttamente sulla gestione quotidiana, limitando la possibilità di pagare dipendenti, fornitori e altre spese operative.

Le differenze tra confisca diretta e per equivalente

Per comprendere le decisioni della Cassazione occorre distinguere due strumenti previsti dall’ordinamento. La confisca diretta riguarda il profitto derivante dal reato, compreso il risparmio fiscale ottenuto attraverso il mancato pagamento delle imposte. La confisca per equivalente permette invece, nei casi previsti dalla legge, di colpire beni diversi dal profitto originario, per un valore corrispondente. La distinzione assume particolare importanza quando il vantaggio economico non è più direttamente individuabile.

Nel valutare la natura della misura, è necessario considerare anche la possibilità di dimostrare il collegamento tra il denaro sequestrato e il reato contestato. La confisca per equivalente ha una funzione sanzionatoria e deve rispettare i limiti stabiliti dalla normativa, tra cui quelli previsti dall’articolo 12-bis del decreto legislativo n. 74 del 2000.

L’economia sommersa e illegale vale oltre 218 miliardi nel 2024. I lavoratori irregolari salgono a 3,27 milioni, +4,6%

16 October 2026 at 09:31

Oltre 218 miliardi di euro, quasi un decimo del Pil italiano. È il valore (aggiornato al 2024) dell’economia non osservata, che comprende il sommerso e le attività illegali. Il fenomeno, secondo le stime diffuse dall’Istat, si allarga in valori assoluti dai 217,6 miliardi del 2023 ma rallenta lievemente in rapporto al pil: l’incidenza sul prodotto interno lordo è scesa al 9,9% dal 10,2% del 2023. Continua però ad allargarsi il fronte del lavoro irregolare. Nel 2024 le unità di lavoro non regolari sono state 3 milioni e 277mila, oltre 145mila in più rispetto all’anno precedente, con un aumento del 4,6%. Il tasso di irregolarità, calcolato sul totale delle unità di lavoro, è salito così dal 12,7% al 13,1%: più di un’unità di lavoro su otto è irregolare.

L’economia sommersa, al netto delle attività illegali, si attesta a 198,4 miliardi di euro, 800 milioni in più rispetto al 2023. La sua incidenza sul Pil torna al 9%, dal 9,2% dell’anno precedente, interrompendo la crescita registrata nel biennio precedente. Ma all’interno del sommerso le componenti si muovono in direzioni opposte. La sotto-dichiarazione dei redditi d’impresa, ottenuta attraverso comunicazioni intenzionalmente errate di fatturato e costi, resta la voce più consistente: vale 107,6 miliardi, contro i 108,2 miliardi del 2023, con una flessione dello 0,6%.

Al contrario, il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare sale a 80,3 miliardi, dai 77,2 miliardi dell’anno precedente: 3,1 miliardi in più, pari a una crescita del 3,9%. Il lavoro irregolare pesa così per il 36,8% sul valore dell’intera economia non osservata, contro il 35,5% del 2023. La quota riconducibile alla sotto-dichiarazione scende invece dal 49,7% al 49,3%. Si riducono anche le componenti residuali del sommerso, che comprendono tra l’altro fitti e mance non dichiarati: da 12,2 a 10,6 miliardi, con una contrazione del 13,1%.

Anche le attività illegali, che comprendono il traffico di stupefacenti, i servizi di prostituzione e il contrabbando di tabacco, arretrano leggermente, passando da circa 20 miliardi a 19,8 miliardi, lo 0,9% in meno, pari allo 0,9% del Pil. Il valore aggiunto del traffico di droga scende da 15,3 a 14,9 miliardi, mentre quello dei servizi di prostituzione sale da 4,1 a 4,2 miliardi.

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Perché l’Italia non riesce a tassare bene gli immobili

24 July 2026 at 11:03

Mentre si discute di patrimoniale, i dati rivelano un paradosso sull’Imu. La casa è il bene immobile per eccellenza, ma l’imposta non sempre viene riscossa. Anzi, è più evasa dell’Iva. Un semplice cambiamento potrebbe spingere i contribuenti a pagarla.

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