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Sir Paul McCartney perde centimetri e la pazienza: «Il mio sosia è troppo basso»

18 October 2026 at 10:30

Quattro film per raccontare la leggenda dei Fab Four, ma Sir Paul ha già trovato qualcosa che non va. Il suo interprete Paul Mescal sembra più basso di John Lennon. E il regista Sam Mendes finisce sotto esame.

Hanno rivoluzionato la musica, conquistato il pianeta e trasformato quattro ragazzi di Liverpool in un fenomeno immortale. Ma a quanto pare la grandezza dei Beatles, almeno al cinema, si misura anche in centimetri.

A sollevare la questione è Paul McCartney, 84 anni e una carriera che basterebbe a riempire un’enciclopedia. Il problema? Nei quattro film dedicati ai Beatles, diretti da Sam Mendes, l’attore incaricato di interpretarlo, Paul Mescal, appare troppo basso rispetto al collega che veste i panni di John Lennon. Una faccenda apparentemente minuscola. Ma Sir Paul, evidentemente, non intende farsi ridimensionare. Nemmeno per esigenze cinematografiche.

Abbey Road, la guerra dei centimetri

La miccia si accende davanti a una fotografia delle riprese che ricrea la leggendaria copertina di Abbey Road. McCartney nota che Mescal sembra più basso di Harris Dickinson, il nuovo Lennon.

Apriti cielo. Durante il podcast Good Hang di Amy Poehler, il musicista racconta di aver contattato Mendes per protestare. Il regista lo tranquillizza: sarebbe soltanto una questione di falcata. E gli spedisce un’altra immagine nella quale le proporzioni tornano accettabili.

Del resto, McCartney rivendica una verità storica: John, Paul e George erano sostanzialmente della stessa altezza. Soltanto Ringo era leggermente più basso. Una specie di democrazia dei centimetri.

Quattro Beatles, quattro film e qualche malumore

Il progetto, atteso nell’aprile 2028, prevede quattro pellicole, una per ciascun componente della band. Mescal sarà McCartney, Dickinson interpreterà Lennon, Joseph Quinn sarà George Harrison e Barry Keoghan vestirà i panni di Ringo Starr.

Non è la prima volta che Paul contesta la propria rappresentazione cinematografica. Già nel film Nowhere Boy, del 2009, aveva trovato il suo personaggio troppo minuto e remissivo rispetto a Lennon. Intanto qualche mugugno arriva anche dall’universo femminile dei Beatles: Jane Asher non intende vedere i film, mentre Pattie Boyd ha lamentato di non essere stata consultata.

Insomma, Sam Mendes dovrà gestire quattro film, milioni di fan e una leggenda musicale praticamente intoccabile. Ma soprattutto dovrà ricordarsi una cosa: Paul McCartney può anche aver scritto Yesterday. Non per questo accetterà di essere ricordato come il Beatle formato tascabile.

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Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

17 October 2026 at 11:00

Dalla PFM a Fabrizio De André, passando per David Byrne: il grande musicista torna con un album di inediti dopo 23 anni. E racconta perché il prog è morto, la musica va riscoperta e la nostalgia può diventare una trappola.

C’è chi a ottant’anni si gode la pensione, chi passa il tempo a raccontare quanto fosse bella la musica di una volta e chi, come Mauro Pagani, preferisce continuare a inventarsela. Ventitré anni dopo l’ultimo album di inediti, l’ex polistrumentista della Premiata Forneria Marconi torna con Tutto è già qui. Un titolo apparentemente definitivo per un musicista che, invece, non ha alcuna intenzione di mettere il punto.

Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

Violinista, compositore, produttore e instancabile esploratore di sonorità, Pagani ha attraversato mezzo secolo di musica italiana evitando di trasformarsi in un monumento a se stesso. Dalla PFM alle collaborazioni con Fabrizio De André, fino alle Officine Meccaniche, il suo studio milanese, ha sempre preferito la curiosità alla rendita di posizione.

Il progressive? Morto per overdose di virtuosismo

In una recente intervista, Pagani riserva una diagnosi impietosa al genere che contribuì a rendere celebre: il progressive si è suicidato per eccesso di note. Assoli interminabili, virtuosismi esasperati, libertà compositiva diventata ostentazione. Alla fine degli anni Settanta, mentre punk e new wave spazzavano via le cattedrali sonore del rock sinfonico, Pagani aveva già cambiato strada.

Nel 1978 pubblicava il suo primo album solista, gettando le basi di quell’esplorazione delle musiche del mondo che avrebbe trovato la consacrazione in Crêuza de mä, capolavoro realizzato a quattro mani con De André nel 1984.

Mauro Pagani, il funerale del progressive rock: «Si è suicidato per troppe note». E a 80 anni ricomincia da capo con “Tutto è già qui”

David Byrne, il Mediterraneo e il piacere di cercare

Proprio quell’album conquistò David Byrne, il leader dei Talking Heads, che lo indicò tra le opere musicali più straordinarie. Pagani ammette di averne ricavato una comprensibile soddisfazione, senza però trasformare il complimento in un lasciapassare per la vanità. Oggi guarda al Mediterraneo con amarezza, denunciando le tragedie dei migranti e la chiusura dell’Occidente. Ma continua a cercare bellezza, anche nelle nuove generazioni: nell’album compare Daniela Pes, ospite del brano Rotta Orientale.

«Il nuovo disco è un diario intimo ed essenziale, aperto al mondo – afferma Pagani – e scriverlo ha significato fare i conti con la mia storia, riscoprire la forza dei legami resistenti alle tempeste degli anni. Avevo il bisogno di narrare le mie umane vulnerabilità, il mio amore per la vita. Celebro il traguardo dei miei ottant’anni trasformando le canzoni in uno specchio dell’esistenza. Il mio bisogno di scavare nei sentimenti profondi dell’animo umano, esplorando la nostalgia, l’amore, l’amicizia e la fragilità del tempo. Non mancano i bilanci personali, ho scelto una narrazione trasparente che mette sullo stesso piano le vittorie e le sconfitte».

E mentre lo streaming riversa migliaia di canzoni ogni giorno, Pagani invita a recuperare il piacere di comprare dischi, leggere copertine e conoscere chi li ha realizzati. Niente nostalgia obbligatoria, dunque. Nei suoi archivi aspettano ancora decine di provini. Perché il passato può essere magnifico, ma trasformarlo nell’unico posto in cui abitare è il modo migliore per smettere di fare musica.

Foto di Chiara Mirelli

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