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Il Tour de France stupisce ancora, ecco il percorso 2027: 71 km di crono, partenza dalla Scozia e finale sui Pirenei. “In questa edizione troveremo le salite del futuro”

22 October 2026 at 14:44

Il Tour de France 2027 partirà il 2 luglio da Edimburgo: mai la Grande Boucle aveva preso il via così a nord. Il percorso, presentato al Palais des Congrès di Parigi, conta 21 tappe per 3.479 chilometri e un dislivello record di 53.450 metri. Non sono le uniche novità di un percorso capace di stupire ancora, tra l’assenza di molte salite epiche e il finale sui Pirenei. Tre le giornate iniziali nel Regno Unito, dalla Scozia all’Inghilterra fino al debutto in Galles. “Il Galles è come la Liegi-Bastogne-Liegi. I primi dieci giorni sono pensati per favorire un continuo cambio di maglie”, spiega il direttore Christian Prudhomme.

Le cronometro individuali saranno due, per un totale di 71 chilometri: non erano così tanti dal 2012. La prima, alla settima tappa, collegherà Blois a Chambord. “È la crono dei castelli: magnifica, 38 chilometri completamente pianeggianti”, afferma Prudhomme. La seconda è in programma a Tolosa, alla sedicesima tappa: 33 chilometri che comprendono la ripida salita di Pech David, una delle scoperte recenti degli organizzatori.

L’alta montagna comincerà alla nona tappa, con l’arrivo sul Grand Colombier. Seguiranno due frazioni alpine, con la doppia scalata di Domancy e il traguardo a Les Saisies. Mancano Galibier, Izoard e Alpe d’Huez: gli organizzatori hanno scelto di dare spazio anche a salite meno note. “Se si vogliono scoprire altri valichi, bisogna accettare il fatto che non ci siano sempre i più celebri”, sostiene Prudhomme. “In questa edizione troveremo le salite del futuro, altrettanto temibili. E ci sarà il Tourmalet”.

Ai Pirenei è affidata infatti la fase decisiva per la maglia gialla. La diciottesima tappa prevede 5.400 metri di dislivello, con il Col du Soulor, il Tourmalet e la Hourquette d’Ancizan prima dell’arrivo al Col du Portet, sopra Saint-Lary-Soulan: a 2.215 metri sarà il punto più alto di questa edizione. La penultima frazione, verso Libourne, offrirà un’occasione ai velocisti. Chiusura il 25 luglio sugli Champs-Élysées a Parigi, con il passaggio da Montmartre confermato per il terzo anno consecutivo.

Tutte le tappe del Tour de France 2027

  1. Venerdì 2 luglio – prima tappa: Edimburgo-Carlisle, 185 km
  2. Sabato 3 luglio – seconda tappa: Keswick-Liverpool, 223 km
  3. Domenica 4 luglio – terza tappa: Welshpool-Cardiff, 223 km
  4. Martedì 6 luglio – quarta tappa: Cherbourg en Cotentin-Cherbourg en Cotentin, 171 km
  5. Mercoledì 7 luglio – quinta tappa: Pontorson-Plumelec, 178 km
  6. Giovedì 8 luglio – sesta tappa: Vannes-Angers, 193 km
  7. Venerdì 9 luglio – settima tappa: Blois-Chambord, 38 km (crono individuale)
  8. Sabato 10 luglio – ottava tappa: Bourges-Le Creusot, 224 km
  9. Domenica 11 luglio – nona tappa: Villars les Dombes – Grand Colombier, 162 km
  10. Martedì 13 luglio – decima tappa: Annecy-Sallanches, 171 km
  11. Mercoledì 14 luglio – undicesima tappa: Cluses-Les Saises, 150 km
  12. Giovedì 15 luglio – dodicesima tappa: Chambery-Valence, 162 km
  13. Venerdì 16 luglio – tredicesima tappa: Aubenas-Montpellier, 164 km
  14. Sabato 17 luglio – quattordicesima tappa: Montpellier-Mende, 199 km
  15. Domenica 18 luglio – quindicesima tappa: Rodez-Albi, 169 km
  16. Martedì 20 luglio – sedicesima tappa: Tolosa-Tolosa, 33 km (crono inviduale)
  17. Mercoledì 21 luglio – diciassettesima tappa: Muret-Pau, 186 km
  18. Giovedì 22 luglio – diciottesima tappa: Pau-Col du Portet, 174 km
  19. Venerdì 23 luglio – diciannovesima tappa, Hasparren-Laruns, 160 km
  20. Sabato 24 luglio – ventesima tappa, Maubourguet-Libourne, 198 km
  21. Domenica 25 luglio – ventunesima tappa, Saint Quentin en Yvelines-Parigi Campi Elisi, 116 km

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Dramma nel rugby, Cléa Menier morta per un violento colpo alla testa durante una partita: aveva 17 anni

22 October 2026 at 09:34

La Francia del rugby è sconvolta: la giocatrice Cléa Ménier, di soli 17 anni, è morta a seguito di un incidente avvenuto durante una partita lo scorso sabato. Secondo le ricostruzioni dei media locali, Menier è stata vittima di un brutto fallo durante il match tra la sua squadra, l’Union du Bassin Marmandais, e i rivali dell’Agen. La 17enne ha subito un violento colpo alla testa, probabilmente seguito da un arresto cardiorespiratorio. Dopo giorni di apprensione, mercoledì è arrivo il tragico annuncio del suo decesso.

“Siamo sotto choc” e viviamo “una profonda tristezza”, ha scritto il suo club in un lungo messaggio sui social. “I nostri primi pensieri vanno alla sua famiglia, ai suoi genitori Cécile e Johann, a suo fratello Clément e a sua sorella Coline, anche lei giocatrice del nostro club. Questa è una terribile prova per il nostro club. La affronteremo insieme, uniti e solidali, prendendoci cura gli uni degli altri”, si legge nel comunicato, che ringrazia anche “tutte le squadre di soccorso e gli operatori sanitari che si sono alternati nella cura di Cléa, dai vigili del fuoco e dallo SMUR alle équipe di pronto soccorso e di terapia intensiva chirurgica dell’ospedale Pellegrin di Bordeaux“.

La 17enne infatti era stata trasferita d’urgenza all’ospedale Pellegrin di Bordeaux, dove è poi morta a causa delle conseguenze del colpo subito. Al momento la Federazione di rugby francese non ha fornito ulteriori chiarimenti sulla dinamica dell’incidente: “Sarà fatto tutto il possibile per comprendere le circostanze di quanto accaduto e sarà attivato un servizio di supporto psicologico per sostenere tutte le persone colpite da questa tragedia e accompagnarle in questi momenti particolarmente dolorosi”, si legge in una nota della FFR.

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Terremoto nel basket greco: arrestato il presidente della federazione, sequestrato oltre mezzo milione di euro. L’inchiesta sui match truccati

21 October 2026 at 15:28

Una bufera senza precedenti travolge la pallacanestro in Grecia. Nella giornata di oggi, le forze dell’ordine greche hanno arrestato Vangelis Liolios, presidente della Federazione di basket greca (EOK), dopo una vasta operazione giudiziaria che ha portato all’arresto di alti dirigenti della federazione e figure chiave del movimento cestistico nazionale. A darne notizia e a ricostruire i dettagli dell’inchiesta è la testata CNN Grecia, che parla apertamente di un vero e proprio “Basket Gate“.

Secondo quanto riferito da CNN Grecia, le perquisizioni condotte dagli agenti di polizia e dalla Sezione Reati Finanziari nelle abitazioni, negli uffici privati e nelle sedi istituzionali legate ai soggetti coinvolti hanno portato alla luce grosse somme di denaro liquido, che arriva dall’attività illecita. In particolare, durante l’ispezione nella residenza di uno dei principali indagati, le autorità hanno rinvenuto e sequestrato una cifra superiore al mezzo milione di euro in contanti (oltre 500mila euro), accuratamente nascosta. Grandi somme di denaro non giustificato, fascicoli contabili paralleli e dispositivi informatici sono stati trovati anche nelle disponibilità di altri dirigenti dell’EOK e figure arbitrali finite nel mirino della magistratura.

Le indagini, che andavano avanti in gran segreto da diversi mesi sotto il coordinamento della Procura dello Sport, delineano un sistema ramificato ed esteso di match–fixing (scommesse e partite truccate). La rete illegale non si limitava ai massimi livelli del campionato nazionale (la A1), dove gli interessi economici e i volumi delle scommesse sono tradizionalmente più alti, ma partiva fin dai tornei giovanili e juniores (i campionati “Efibika”).

Questo elemento rivela un condizionamento profondo dell’intero ecosistema della pallacanestro greca: venivano truccati anche alcuni mercati di nicchia delle scommesse clandestine (come gli scarti punti, i punteggi dei singoli quarti e le statistiche individuali dei giovani atleti). Il meccanismo, estremamente capillare, vede coinvolti in una fitta rete di complicità dirigenti federali, intermediari, arbitri e tesserati, tutti funzionali ad alterare gli eventi sul campo per alimentare un giro d’affari milionario legato al betting e al conseguente riciclaggio di denaro sporco.

L’arresto di Vangelis Liolios e la contestuale caduta dei vertici federali rappresentano un punto di non ritorno per la gestione del basket in Grecia. Lo shock istituzionale rischia ora di travolgere anche la regolarità dei campionati in corso. Intanto sono arrivate anche le prime reazioni dei proprietari dei club, a partire da Dimitris Giannakopoulos, patron del Panathinaikos, che attraverso alcune storie pubblicate sul proprio profilo Instagram ha commentato gli sviluppi giudiziari con dichiarazioni particolarmente dure, prendendosi una “rivincita”. “Volevate anche una guerra contro di me. Pensavate di vincere. Non vi siete informati? Una sconfitta, e anche quella, se voglio, oggi alle 14:00 la ribalto, ma lasciamola pure lì dov’è. Un bacino a tutti voi”, ha dichiarato il numero uno del club ateniese.

Il proprietario del Panathinaikos ha successivamente pubblicato un secondo intervento, chiamando in causa coloro che negli anni avrebbero messo in discussione i successi sportivi della sua società: “Aspetto di vedere la posizione delle persone che per tutti questi anni, senza che nessuno fosse mai stato accusato, senza che nessuno fosse mai stato condannato dalle autorità, hanno diffamato e sminuito le nostre vittorie, i nostri campionati, arrivando ad abbandonare il campo durante partite e campionati. Voglio vedere in che modo condanneranno ciò che è emerso oggi e che continua a emergere…”, ha concluso.

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Morto Mateusz Chmura: il bodybuilder è crollato sul palco durante un’esibizione. La gara è poi ripresa

21 October 2026 at 10:03

Aveva 33 anni e si stava esibendo davanti al pubblico, nel momento che avrebbe dovuto coronare mesi di allenamenti e preparazione. Per Mateusz Chmura, bodybuilder amatoriale di origine polacca che viveva a Wakefield, nel Regno Unito, la competizione si è trasformata in tragedia. Domenica 18 ottobre, durante le PCA British Finals, è stato colto da un malore mentre si trovava sul palco del Telford International Centre. Trasportato d’urgenza in ospedale, è morto poche ore più tardi. Al momento non sono state rese note le cause del decesso.

Chmura partecipava alla categoria Classic Bodybuilding Medium, una delle divisioni della competizione organizzata dalla Physical Culture Association. La sua esibizione si è interrotta bruscamente quando si è accasciato davanti agli spettatori e agli altri atleti. I soccorsi sono scattati immediatamente, con i paramedici presenti alla manifestazione, affiancati da alcuni professionisti sanitari che assistevano alla gara, che hanno cercato di rianimarlo. Stando alle ricostruzioni, uno dei soccorritori ha iniziato subito le manovre di rianimazione cardiopolmonare. Sul posto sono intervenuti anche un’ambulanza e un elicottero della Midlands Air Ambulance. Dopo le prime operazioni di emergenza, il trentatreenne è stato portato in ospedale, dove è deceduto.

Nel frattempo, mentre l’atleta si trovava ancora in ospedale, gli organizzatori hanno incontrato i concorrenti per decidere come e se proseguire la manifestazione. Dal confronto è emersa la scelta di riprendere le gare, quando ancora non era arrivata la notizia della morte di Chmura. La conferma è giunta il giorno successivo, lunedì 19 ottobre, attraverso una comunicazione ufficiale della PCA. La federazione ha espresso il proprio cordoglio, rivolgendosi in particolare alla moglie, ai familiari e agli amici del bodybuilder. Nel messaggio ha inoltre riconosciuto il lavoro svolto da medici, volontari e spettatori intervenuti durante l’emergenza, invitando tutti a tutelare la riservatezza delle persone vicine all’atleta. Un appello è stato rivolto anche a evitare congetture sulle circostanze della morte, in attesa di informazioni certe.

A restituire un’immagine più personale delle ultime ore trascorse da Chmura è stato il suo amico e collega Reza Eradi Bahrani. Commentando il comunicato della PCA, ha raccontato che l’atleta si era sposato da meno di due mesi e che il giorno della competizione coincideva con il suo compleanno. Soltanto due giorni prima, i due si erano incontrati in palestra per allenarsi e perfezionare le pose da presentare sul palco. “La vita può essere così crudele e ingiusta“, ha scritto Bahrani.

La scomparsa ha suscitato commozione anche in Polonia, dove gli appassionati e gli esponenti del bodybuilding hanno ricordato Chmura con affetto. La sua morte arriva inoltre a pochi giorni da quella della professionista cilena Marianne von Gierke, deceduta a 40 anni la settimana precedente. Due lutti ravvicinati che hanno riportato l’attenzione sulla salute degli atleti impegnati nelle competizioni di bodybuilding, senza tuttavia chiarire le cause dei singoli decessi.

La vicenda di Chmura si inserisce in una serie di decessi che riguardano esponenti del bodybuilding nel corso del 2026. Tra i casi ricordati figurano quello di Jason Lowe, morto a gennaio a 38 anni, già partecipante all’Olympia, per il quale non è stata resa nota una causa ufficiale. A maggio è scomparso il ventiduenne influencer brasiliano Gabriel Ganley: sul suo certificato di morte è stata indicata una morte improvvisa associata a cardiomiopatia ipertrofica. Ad agosto è morto Dwayne Quamina, 40 anni, pochi giorni dopo aver conquistato il sesto posto all’Atlanta Pro. Più recentemente, la morte di Marianne von Gierke è arrivata a meno di tre settimane dal suo tredicesimo posto all’Olympia.

A questi episodi si aggiunge una cifra che circola nel settore: secondo una stima non verificata in maniera indipendente, nel 2025 sarebbero morti 56 bodybuilder, con un’età media di 35 anni. Il dato va considerato con cautela, considerando che non esiste un registro ufficiale che raccolga sistematicamente i decessi legati a questa disciplina. Ma sicuramente è un dato che fa riflettere.

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Claudio Mattio trovato morto in una scarpata: storico dirigente del ciclismo cuneese, aveva 66 anni

20 October 2026 at 18:03

Da tre anni era andato in pensione dal suo lavoro, ma mai dalla sua passione. Anche ieri, lunedì 19 ottobre, Claudio Mattio era salito a Elva per un appuntamento in Municipio: sta lavorando a un sopralluogo su alcuni percorsi destinati a un prossimo evento ciclistico. Non è più tornato a casa. La moglie ha lanciato l’allarme, le ricerche sono proseguite per tutto il giorno. Poi la tragica scoperta: l’auto di Mattio è stata ritrovata in una scarpata della strada del Colle di Sampeyre. È morto a 66 anni, lasciando un grande vuoto nella sua famiglia e anche nel ciclismo cuneese.

Mattio era appunto un ex dipendente del Comune di Revello. Grande appassionato di ciclismo, aveva gareggiato fino ai dilettanti e poi era salito in ammiraglia. Era presidente della società Vigor di Piasco, ma si occupava anche dell’organizzazioni di gare ed eventi. “Pur non avendolo avuto come dipendente – ricorda il sindaco di Revello, Paolo Motta – conoscevo Claudio personalmente e ne ho apprezzato le doti umane e professionali, il suo entusiasmo nell’organizzazione di eventi sportivi”.

“Amava il ciclismo e la sua passione per la bicicletta raccontava qualcosa di lui, del suo modo di vivere e di sentire. Davanti a questa notizia che mi lascia sconvolta, faccio fatica ad accettare che il suo viaggio si sia interrotto”, scrive invece la sindaca di Piasco, Stefania Dalmasso. Il suo ricordo commosso prosegue: “Piasco perde un amico, una persona legata a una passione autentica, quella del ciclismo, che da decenni coinvolge tutta la nostra comunità. E io perdo qualcuno a cui ero legata da affetto e amicizia. Non posso che esprimere le sincere condoglianze, anche a nome della nostra comunità alla moglie Maria e alla figlia Erika, oltre che ai fratelli Silvio e Luciano e a tutta la grande famiglia Mattio”.

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“Una donna non si realizza solo se fa dei figli, è una mentalità bigotta. C’è chi ha un altro tipo di realizzazione in testa”: parla Sofia Goggia

20 October 2026 at 10:48

Idee chiare e nessun giro di parole. Per Sofia Goggi – sciatrice che sta recuperando dagli ultimi problemi fisici – sposarsi e avere figli non sono passaggi obbligati per sentirsi realizzati nella vita. “È una mentalità bigotta. La realizzazione delle persone passa per quello che vogliono ottenere nella propria esistenza. Ci sono donne che vogliono diventare mamme, che giocano con la famiglia delle Barbie fin da bambine, con il vestito da sposa, e ci sono magari donne che hanno un altro tipo di realizzazione in testa. Quello che è giusto per me non è detto che sia giusto anche per gli altri“. Nel suo caso, la carriera sugli sci ha sempre avuto un ruolo centrale, lasciando poco spazio alle pressioni esterne e alle aspettative legate alla vita privata. “No, perché ero invasata con lo sci. E penso che mi abbia anche aiutata a non mettermi nei casini, visto il mio animo un po’ frizzante”, ha spiegato Goggia nel corso di un’intervista a Vanity Fair.

Oggi Goggia si trova in una fase diversa della sua vita, con la consapevolezza di avere meno anni di carriera davanti rispetto a quelli già vissuti. “Penso di essere in una fase dove ho molti meno anni di carriera davanti rispetto a quelli che ho alle spalle. Penso di non essere più una ragazzina ma di essere diventata più donna, e penso di essere a un punto della mia vita dove guardo con fierezza quello che ho fatto fino ad ora e dove so di poter vivere con leggerezza ancora qualche anno sugli sci, fisico permettendo. Penso, poi, di avere la serenità necessaria per affrontare qualsiasi cosa mi accadrà”. Una serenità che considera una conquista, anche se non sempre è facile mantenerla. “Sì, è una bella conquista. A volte lo sono, a volte meno, però è normale. Tirando le fila, diciamo che è così”.

La sua storia sportiva è iniziata quando era ancora una bambina. A soli nove anni, infatti, aveva già scritto in un tema scolastico quello che sarebbe diventato il suo grande obiettivo. “A nove anni avevo fatto un tema a scuola scrivendo: voglio vincere le Olimpiadi di discesa libera. A venticinque anni, l’ho fatto“. Per raggiungere quel traguardo, Goggia ha vissuto un’adolescenza diversa da quella di molti coetanei, fatta di allenamenti, gare e sacrifici. “Non ho vissuto la mia adolescenza nel senso classico in virtù della scelta che ho fatto: non ho mai vissuto quella fase in cui crei un tessuto sociale, vivi una vita più normale. Ero, però, contenta di leggere un libro la sera e di andare a letto presto perché la domenica mi dovevo alzare per andare a fare la gara”.

Una crescita precoce, che l’ha portata a essere molto seria fin da giovanissima. “A volte mi dico che ero più seria quando avevo quattordici anni di quanto non sia adesso, a trent’anni passati: però l’ho vissuta con serenità, perché è sempre stata la mia passione e ho avuto il privilegio di trasformarla nel mio lavoro. Forse però sì, ci sono delle cose che non ho vissuto, come probabilmente non avrei vissuto questa vita sugli sci se avessi inseguito quelle altre cose”.

Nel corso degli anni, l’indipendenza è diventata un aspetto fondamentale del suo carattere. Goggia ha sempre cercato di cavarsela da sola, senza pesare sugli altri, anche se con il tempo ha imparato a essere più flessibile. “Ultimamente, con l’età, sono diventata più malleabile. Sono sempre stata molto indipendente: da quando sono diventata maggiorenne non ho più chiesto un centesimo ai miei genitori. Ho sempre tenuto molto alla mia indipendenza per non gravare sugli altri”.

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Morta Anna Mellano, 17enne promessa del basket: “Un’altra terribile notizia, in un giorno già tristissimo”. Aveva esordito in Nazionale U15

19 October 2026 at 17:26

È morta Anna Mellano, promessa del basket, a soli 17 anni. La giovanissima cestista negli ultimi tempi combatteva contro una malattia. Oggi il decesso, comunicato anche dalla Federazione Italiana Pallacanestro (Fip): “Un’altra terribile notizia, in un giorno già tristissimo per la pallacanestro italiana. All’età di soli 17 anni si è spenta Anna Mellano, giovane atleta del 2009 del Basket Venaria. A portarla via un male ingiusto, contro il quale ha lottato con la stessa determinazione che ha sempre dimostrato sul parquet”.

Mellano aveva anche esordito in Nazionale under 15 un paio di anni fa: “Nel luglio 2024 era stata tra le protagoniste della Nazionale Under 15 al Torneo dell’Amicizia disputato a Varese. Il presidente Giovanni Petrucci, a titolo personale e a nome di tutta la FIP, partecipa con commozione ed affetto al dolore della famiglia Mellano, dei genitori Danilo e Marta e della società Basket Venaria. Ad Anna, che lascia un vuoto incolmabile nei cuori di compagne, allenatori e tifosi, l’amorevole abbraccio di tutto il basket italiano”, si legge nella nota ufficiale.

A inizio nota si legge “un’altra terribile notizia“, perché qualche ora prima, sempre la Fip, aveva comunicato la morte di Maurizio Cremonini, 70 anni, tecnico federale per il minibasket molto noto in campo nazionale: “Ci toglie il fiato sapere che Maurizio Cremonini non c’è più. Ci ha lasciati questa notte per un infarto. Maurizio Cremonini, 70 anni, tecnico federale per il minibasket, era molto più di un istruttore e di un formatore per la FIP, lavoro che faceva da più di trent’anni con passione e lungimiranza. Maurizio era un educatore grazie al minibasket e credeva nel messaggio formativo del gioco sport a cui ha dedicato la vita“, ha scritto la Federazione nella nota.

“Maurizio Cremonini, istruttore nazionale minibasket dal 1981, ha costruito con coscienza e professionalità un percorso di conoscenze e sperimentazioni che l’hanno portato ad essere una figura leader sia in Italia, sia all’estero dove collaborava con la FIBA in numerosi progetti educativi”, si legge ancora nel comunicato.

Credit foto: basketvenaria.it e FEDERAZIONE ITALIANA PALLACANESTRO

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“Uno squalo mi si scagliò contro, iniziai a colpirlo con calci e pugni ma mi scrollò via come una foglia”: il surfista Flamming racconta la morte sfiorata in diretta tv

19 October 2026 at 14:41

Ci sono momenti nello sport in cui la competizione si azzera di botto e lascia spazio a un istinto di sopravvivenza. Per Mick Fanning, tre volte campione del mondo di surf, quel momento ha una data e un luogo ben precisi: il 19 luglio 2015 nelle acque di Jeffreys Bay, in Sudafrica. Il giorno in cui, durante la finale del J-Bay Open, un enorme squalo bianco attaccò in mondovisione l’atleta australiano e lui si salvò, ancora non sa bene come, grazie a una scarica di pugni e calci. A distanza di anni, Fanning ripercorre oggi quell’evento sconvolgente nella sua autobiografia, ‘All Heart’. Nell’attesa del momento giusto per partire, racconta, “sento un grande tonfo dietro di me. Guardando oltre la spalla sinistra, intravedo un’enorme sagoma scura nell’acqua. Un’incredibile scarica di paura mi assale. Che diavolo è?”. In un attimo, uno scossone lo ribalta e – sbalzato dalla tavola e tirato verso il basso dal cavo di sicurezza legato alla caviglia – capisce al volo la situazione in cui è finito: davanti a lui “l’inconfondibile pinna di uno squalo“.

Questo momento viene ripreso dalle telecamere, che mostrano Fanning aggrapparsi convulsamente alla tavola, prima che un’onda copra la visuale e la regia poi stacchi del tutto. “Un secondo di panico totale – ricorda l’australiano nel libro -. Poi: thwack! La coda dello squalo si frusta e mi colpisce sulla guancia sinistra. Vengo trascinato giù nell’acqua agitata, con una forza tale da strapparmi quasi la gamba dall’articolazione“, ha spiegato Fanning. Tornato a galla, l’animale punta dritto contro di lui “come un siluro. È allora che inizio a urlare”, ricostruisce il surfista, che nel frattempo, con la forza della disperazione, reagisce: “Lo squalo mi si scaglia contro di lato e io mi metto a colpire alla cieca con i pugni, urlando, tirando pugni e calci. Mi scrolla via come una foglia. Cado di nuovo all’indietro tra le onde e, quando la testa riemerge, lo vedo nuotare via da me verso l’orizzonte“. Pericolo scampato, mentre – noncurante – il connazionale e rivale Julian Wilson continuava a nuotare verso di lui per aiutarlo, tra gli insulti di Fanning che non vuole che rischi nulla.

È sulla barca dei soccorsi, salvi, che “iniziamo entrambi a ridere come matti, ubriachi fradici di adrenalina e puro sollievo, come se avessimo vinto una guerra, ingannato la morte”. Uno strato di trance e adrenalina pura che durò molto poco: arrivati a terra, trovarono gli altri surfisti sotto choc e in lacrime, pietrificati dal terrore. Fu osservando il replay della diretta negli uffici dell’organizzazione che Fanning prese reale coscienza dell’accaduto. Guardando la mole dell’animale – lungo oltre tre metri e mezzo – la percezione cambiò radicalmente, mentre i pensieri per la madre alla tv e l’abbraccio della moglie Bec lo fecero crollare in un pianto a dirotto. “All’improvviso non mi sentii più invincibile. Mi sentii soltanto molto, molto fortunato“.

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“È una cosa che mi ha devastato la vita, il mio corpo si sta spegnendo”: l’atleta Beth Dobbin passa 22 ore al giorno a letto, basta una luce per causarle un “crash”

19 October 2026 at 10:26

Per chi se la ricorda in pista, mentre corre la semifinale dei 200 metri alle Olimpiadi di Tokyo oppure mentre indossa la medaglia di bronzo ai Giochi del Commonwealth 2022, sapere quali siano oggi le condizioni di Beth Dobbin è uno choc. L’ex atleta britannica, oggi 32enne, passa praticamente tutta la sua giornata distesa nel letto, lontana da luci o rumori troppo forti: qualsiasi sforza non previsto o troppo forte le può infatti causarle un “crash” che dura dalle 24 alle 48 ore, se non settimane o messi. Anche durante l’intervista alla BBC in cui ha raccontato la sua condizione, Dobbin ha confessato che quella chiacchierata di circa 30 minuti le costerà probabilmente un periodo di malessere o forte debolezza “fino al 2027“. Nonostante questo, però, ha voluto parlare, per raccontare che cos’è la sua malattia invalidante e incurabile: la ME, ovvero l’encefalomielite mialgica. È conosciuta anche come sindrome da fatica cronica. “Sentivo che era davvero importante diffondere il messaggio”, ha spiegato Dobbin.

L’encefalomielite mialgica è una malattia cronica e non ha una cura. Dobbin era un’atleta professionista, aveva appunto partecipato alle Olimpiadi e vinto una medaglia a Birmingham con la staffetta 4×400: oggi è costretta a passare la sua giornata a letto, per almeno 22 ore. “Mi è capitato di fare piccole cose, come andare a fare un prelievo di sangue dal medico, e poi rimanere a letto per mesi”, ha raccontato alla BBC. “È una cosa che mi ha devastato la vita, non riesco nemmeno a descriverla a parole. Mi sento come se avessi perso tutto. Ho ancora la mia famiglia, ma ho perso la mia indipendenza, la mia salute, la capacità di lavorare, la capacità di fare esercizio fisico”, ha aggiunto, spiegando che nel 2026 è riuscita a uscire di casa solamente per 5 volte.

Per Dobbin tutto è iniziato con una doppia infezione: prima il Covid, poi una mononucleosi. Ha continuato a gareggiare, ma le sue condizioni sono via via peggiorate: “Mi riposai moltissimo e i sintomi continuarono ad accumularsi. Le cose peggioravano sempre di più. Facevo fatica ad alzarmi, dormivo tantissimo, stavo a letto tutto il tempo. Dopo sei settimane, sono tornata ad allenarmi. Sono riuscita a resistere per tre settimane. I medici erano davvero scioccati dal fatto che non stessi ancora bene, nonostante avessi contratto quei due virus mesi prima”. Man mano che passava il tempo, la diagnosi è diventata purtroppo chiara a tutti: “Tutti gli specialisti dicevano ‘questa è la ME‘ e non vogliamo che sia così perché non esiste una cura“.

Ora l’ex velocista britannica sente che “il corpo si sta spegnendo, come se mancassero pochi giorni alla morte“. Per questo Dobbin ha deciso di parlare dell’encefalomielite mialgica: “Purtroppo è molto desolante. Spero che si troverà qualcosa in futuro. Si tratta di sensibilizzare l’opinione pubblica. E purtroppo, agli atleti si crede molto di più che alla persona media. Molte delle persone affette da questa malattia con cui ho parlato mi hanno detto: ‘Non mi credono, pensano che io sia pigro‘”. La sua testimonianza, da ex atleta professionista, potrebbe quindi diventare cruciale: “Se una cosa del genere accadesse alla maggior parte delle persone, non sarebbero in grado di parlarne, quindi sento di avere una sorta di dovere nel farlo“, ha concluso Dobbin.

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NBA Freestyle | LeBron se ne va, Doncic eredita i Lakers: l’ultimo assalto al titolo del Re e i dubbi sulla squadra costruita attorno allo sloveno

17 October 2026 at 07:27

La nuova stagione NBA è alle porte. Si parte il 20 ottobre. È da sempre un momento divertente, ricco di grandi aspettative. Si fanno analisi sul futuro, previsioni sul futuro, scommesse sul futuro. Raramente ci si azzecca. Non credete a chi vi dice che un anno fa pensava che i New York Knicks sarebbero stati campioni, per dire. Questa nuova stagione offre una quantità enorme di spunti a tutti gli appassionati di basket americano. Questi sono alcuni temi da tenere sott’occhio nei prossimi mesi.

San Antonio, favorita?

Sì, tutti i commentatori dicono che San Antonio sia la squadra favorita. Come dar loro torto. Victor Wembanyama non è una superstar, è un dominatore dell’universo. Sarà il prossimo MVP o sarà rivolta popolare. “Rivoluzione francese”. Stephon Castle ha un anno in più di esperienza, con playoff e finali giocate tra alti e bassi da protagonista. Chi può vantare tanto? Stesso discorso per Dylan Harper, un veterano nel corpo di un ventenne, con ghiaccio nelle vene in modalità Mr. Freezer.

Fox deve farsi perdonare tanto, ma è comunque un giocatore solido. La struttura del roster è rimasta intatta, compresa la presenza rassicurante da “faccio ciò che serve senza lagne” di Harrison Barnes e la mano con il mirino laser di Champagnie. Anzi, hanno aggiunto un veterano come Tobias Harris, che potrà dare un aiuto dalla panchina a livello offensivo quando il sesto uomo dell’anno Keldon Johnson sparisce emotivamente come in finale. Sarà divertente.

LeBron James e i Sixers

Se i “super team” fossero garanzia di successo, allora i Lakers del 2003 con Shaq, Kobe, Karl Malone, Gary Payton e Horace Grant non avrebbero avuto rivali. Invece non è (quasi) mai stato così. LeBron James ha ancora benzina nel serbatoio ed è approdato a Philadelphia. È sempre una notizia. A quasi 42 anni è ancora almeno tra i primi venti giocatori della lega. Ha giocato dei buonissimi playoff. È probabilmente il miglior passatore della storia. Tenta un ultimo assalto all’anello, non così scontato. Intanto è fuori per un problema al piede. Jaylen Brown è un All-Star in grado di attaccare e difendere con la stessa efficacia, che tratta la palla così e così, ma che troverà la stessa ispirazione di Boston anche nella città dell’amore fraterno.

Con l’esplosivo secondo anno VJ Edgecombe e Tyrese Maxey, la cosa attualmente più veloce in NBA con la palla tra le mani, il quintetto base è di livello “superstar”. Problemi? Joel Embiid si è asciugato tanto fisicamente, ma ogni volta che atterra dopo un rimbalzo difensivo sembra gli si stia staccando una rotula. Le immagini viste nel precampionato non riscaldano certo il cuore. La panchina, elemento fondamentale per puntare in alto, non sembra da corsa.

OKC e la chiave Williams

Gli infortuni per loro saranno un tema. Come lo scorso anno. Se sani e “robusti”, rimangono la squadra da battere, con qualche incognita all’orizzonte. Shai Gilgeous–Alexander è l’uno contro uno più velenoso, imprevedibile e ritmato della west (e della lega). Isaiah Hartenstein come rollante è un punto di riferimento tra i top del ruolo. La chiave di volta è Jalen Williams. Giocatore versatile di una completezza senza senso, che tratta la palla, sa tirare, ha punti nelle mani, può segnare in mille modi. E soprattutto difende.

Con lui in salute, i Thunder hanno quel secondo creatore di gioco in grado di alzare il livello dell’attacco dell’intera squadra. Le incognite? Causa salary cap hanno dovuto rinunciare a pedine solide dalla panchina, come il tiratore Isaiah Joe e l’ala Aaron Wiggins. Inoltre, il buon Chet Holmgren è uscito un po’ acciaccato emotivamente dal confronto diretto con la “Rivoluzione Francese” dei San Antonio Spurs. Buoni segnali in prestagione dai rookie Aday Mara, interminabile centro di 2,23 con mani morbide e piedi mobili, e Bennett Stirtz, che sembra il nuovo Kon Knueppel per come vede il canestro dal perimetro.

Il secondo anno di Cooper Flagg

Preparate i popcorn, Cooper Flagg sta iniziando il suo secondo anno nella NBA. Non ha ancora 20 anni. Il secondo anno è sempre un momento complesso. Finisce la spinta del clamore iniziale. Sei chiamato a confermare quello che hai fatto, cosa spesso ancora più complessa. Gli avversari ti hanno studiato meglio, possono trovare contromisure più efficaci. Dicono che sia cresciuto in altezza.

Bella forza, a 19 anni sei ancora in fase di crescita fisica. Adesso è 2,08 da 2,05. Alto come Hakeem “The Dream” Olajuwon. Una fluidità che scorre (non semplicemente “corre”) per il campo in modo naturale, quasi in simbiosi col parquet. Tempismo. Velocità di esecuzione. Mezzi atletici. Efficacia senza palla in mano. Trattamento della sfera. Ci sarà da divertirsi. Preparate i popcorn.

I Lakers di Doncic

Hanno smantellato, i Los Angeles Lakers. Una sorta di ricostruzione. Che non parte però dal fondo. Parte da più in alto perché con Luka Doncic nel fondo non puoi stare. Ora, il fatto che abbiano trattato LeBron James come se fosse un Hachimura qualunque ha poco di tecnico e tanto di poco stile. La perplessità è: vuoi fare una squadra costruita attorno a Doncic? Perché hai preso giocatori che sulla carta poco si adattano al sistema di gioco “Doncic-centrico” che hai in mente? Prendiamo il punto più alto della carriera dello sloveno: le finali con Dallas del 2024. Doncic domina la palla, crea tanto per sé. Ma ha bisogno, comunque, di punti di riferimento costanti ed efficaci in taglio e sul perimetro da servire. Centri come Daniel Gafford che vanno a prendersi l’alley-oop dopo un pick and roll o esterni come PJ Washington e Derrick Jones Jr. che la mettono da fuori dopo uno scarico (e in difesa mordono le caviglie dei giocatori più pericolosi). Stop.

Dove sono questi giocatori ai Lakers? Quentin Grimes lo scorso anno ha tirato il 33% da tre con i Sixers e in carriera è sempre stato sotto il 40%. Matisse Thybulle negli ultimi due anni ha giocato a malapena 45 partite. Non tira male, ma su un volume di conclusioni decisamente sotto la media per il ruolo. Il centro Walker Kessler, arrivato da Utah come se fosse (a parere dei Lakers) la reincarnazione del compianto Bill Walton, non è certo un giocatore verticale e lo scorso anno ha giocato appena 5 gare (58 l’anno precedente). Insomma, la squadra non sembra costruita in modo funzionale per dare alla stella di Los Angeles la libertà di esprimere il basket che vuole. Sarà il campo, ovviamente, a dire la sua a brevissimo.

I New York Knicks si ripeteranno?

E i campioni NBA? A giudicare dalle recenti dichiarazioni di Karl–Anthony Towns sul rinnovo del suo contratto, non si parte proprio col vento in poppa. Anche perché tocca rinnovare anche gente meno pesante, ma in ogni caso pesante, come Miles McBride e soprattutto Josh Hart. Di certo, poi, la perdita di Robinson non sarà indolore, perché il lungo con due lastre di marmo al posto delle mani garantiva gran presenza a rimbalzo offensivo e diversi extra possessi per la felicità di Jalen Brunson e compagnia “perimetrale”.

In ogni caso, lo stesso Brunson venderà cara la pelle, perché è l’unico modo che conosce per fare la differenza su un campo da basket. OG Anunoby è vera e propria élite nel ruolo di ala. Towns, se non gli scema la voglia sentendosi il brutto anatroccolo sottopagato, come lungo in grado di colpire da fuori e puntare il lungo dal palleggio rimane tremendamente efficace. Sarà un’altra stagione di alto livello? Sì. Vinceranno di nuovo il titolo? Mah, i back-to-back ormai sono più rari di un quadrifoglio nel deserto del Sahara.

That’s all Folks!
Alla prossima settimana.

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“Saronni? Gli ha dato di volta il cervello, si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo ed è sempre polemico”: così Francesco Moser

16 October 2026 at 17:39

“Se andiamo più d’accordo io e Saronni oppure Elly Schlein e Giuseppe Conte? Noi non siamo mai andati d’accordo e continuiamo a non andarci nemmeno oggi, perché Saronni è sempre polemico”. Francesco Moser, uno dei ciclisti italiani più noti di sempre, si è raccontato oggi a ‘Un Giorno da Pecora’, su Rai Radio1, a partire dallo sport che lo ha visto trionfare tante volte passando per la politica e non solo.

“Io veramente – ha detto Moser a proposito di Saronni – l’ho anche invitato a casa, abbiamo fatto dei pranzi e pedalato insieme. Poi, improvvisamente, non so se gli ha dato di volta il cervello ma si è messo a fare dichiarazioni di ogni tipo. Ha detto che gli ho rubato un Giro d’Italia, ma le classifiche mica le faccio io”. La rivalità tra Francesco Moser e Giuseppe “Beppe” Saronni ha infatti segnato l’età d’oro del ciclismo italiano tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta (1978–1986). Poi, qualche battuta sulla politica: “Che ciclisti potrebbero essere Schlein e Meloni? Schlein è capace solo di andare contro, quando c’erano loro al governo non mi pare abbiano fatto meglio dell’esecutivo attuale.

Moser ha poi detto la sua su Vannacci e Meloni: “Sono posizioni completamente diverse, la Meloni ha tante cose a cui pensare, Vannacci gioca sulle cose che non vanno. Se tirerei ‘la volata’ alla premier? Sì, certamente”. In chiusura, Moser ha parlato della sua quotidianità: “Oggi vado con la bici elettrica, il mio fisico l’ho già strapazzato abbastanza. Troppo comoda? Credetemi, si può faticare anche così. Ho appena fatto il monte Bondone, 18km di salita, sono andato su in prima, se la fai con la bici normale arrivi su che non riconosci nemmeno più chi hai intorno. Così vai in bici senza impiccarti“.

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Dramma nel rugby: Hyron Andrews trovato morto nel bagno dell’hotel prima del match di Champions

16 October 2026 at 15:38

Una notizia drammatica scuote il mondo del rugby proprio nelle ore che precedono il ritorno delle grandi sfide europee. Hyron Andrews, seconda linea sudafricana di 31 anni, è stato trovato senza vita nella camera d’albergo in cui soggiornava a La Rochelle insieme ai compagni dei Lions, squadra sudafricana impegnata nelle competizioni europee. Il ritrovamento è avvenuto alla vigilia della partita d’esordio in Champions Cup contro la formazione francese, in programma sabato alle 18.30. Al momento non è ancora arrivata una comunicazione ufficiale sul rinvio, che però salvo clamorose decisioni avverrà.

Stando alle prime ricostruzioni, Andrews sarebbe stato trovato privo di vita nella doccia del bagno della sua stanza. Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di un arresto cardiaco, seguito da una caduta. Le circostanze della morte, tuttavia, non sono ancora state confermate ufficialmente. La notizia ha iniziato a circolare nelle prime ore del pomeriggio attraverso i media sudafricani, raggiungendo successivamente anche la stampa europea. In un primo momento, l’identità del giocatore non era stata resa nota. È stata poi la stessa federazione sudafricana a confermare il nome di Andrews, dopo aver espresso le proprie condoglianze alla famiglia.

Il rugbista lascia la moglie Maighlin. Nel corso della sua carriera aveva vestito le maglie di diverse squadre, tra cui i KZN Sharks in Sudafrica e i Sale Sharks in Inghilterra. Nel 2015 aveva inoltre rappresentato il Sudafrica con la nazionale Under 20, nel ruolo di seconda linea. Un percorso che gli aveva permesso di guadagnarsi rispetto e considerazione all’interno dell’ambiente rugbistico del suo Paese. La scomparsa di Andrews ha provocato profonda commozione nella comunità del rugby. A esprimere il cordoglio della federazione è stato il presidente Mark Alexander, che ha voluto rivolgere un pensiero alla famiglia del giocatore e a tutta la squadra dei Lions.

“È una notizia terribile e sconvolgente; il nostro pensiero va alla famiglia di Hyron e a tutta la comunità rugbistica dei Lions” ha dichiarato Mark Alexander, presidente della Federazione Sudafricana: “Non ci sono parole adeguate per esprimere il nostro shock e la profondità della solidarietà che proviamo per sua moglie Maighlin, per la sua famiglia allargata, per gli amici, i compagni di squadra e tutte le persone a lui care in questo momento di immenso dolore. Hyron era un membro rispettato della comunità rugbistica, e il suo contributo al gioco e l’impatto che ha avuto su chi gli stava intorno saranno ricordati con grande affetto. La sua scomparsa prematura è una perdita devastante e condividiamo il dolore di tutti coloro che lo conoscevano e gli volevano bene. I pensieri e le preghiere dell’intera famiglia del rugby sudafricano sono con Maighlin e con tutte le persone che piangono la sua scomparsa. Possano trovare forza, conforto e pace nei ricordi condivisi con lui e nel sostegno di chi è loro vicino”.

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Milan scrive la storia a Shanghai: prima il record del mondo, poi l’oro. Ganna vince il bronzo: abbraccio e commozione tra i due

16 October 2026 at 13:47

Show dell’Italia ai Mondiali su pista di Shanghai: nell’inseguimento individuale Jonathan Milan vince la medaglia d’oro mentre Pippo Ganna conquista il bronzo. Milan, che nelle qualificazioni aveva stabilito il nuovo record del mondo con 3’58″850, abbattendo il muro dei 3’59” e migliorando di 303 millesimi il precedente primato, sempre suo, stabilito il 18 ottobre 2024 a Copenaghen, nella finale per il titolo iridato riesce a spuntarla sul danese Frederik Madsen: 4’00″769 il crono dell’azzurro che rifila oltre cinque secondi al rivale (4’06″038). L’altra sfida Italia-Danimarca nella finale per il terzo posto premia ancora gli azzurri, con Ganna che chiude in 4’02″275 e si prende il bronzo a spese di Rasmus Pedersen.

Italia che così conquista l’oro nell’inseguimento individuale, dopo esser stata battuta in quello a squadre ieri dalla Danimarca. Per Milan è il secondo titolo iridato in carriera dopo quello di due anni fa a Ballerup, è nettamente il più forte al mondo di questa disciplina. Anche in finale, dopo l’impresa di qualche ora prima, nei primi due chilometri Milan ha viaggiato sotto il record del mondo stabilito in mattinata. Poi ha deciso di controllare la gara chiudendo alla grande una stagione che lo ha visto trionfare per 12 volte pure su strada, compreso il titolo italiano e l’ultima tappa del Giro a Roma.

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“Ebbi un infarto a Sky, crollai a terra. Rizzica mi salvò e ci provò anche Guido Meda, ma con lui la mia pelle diventava grigia”: così Riccardo Magrini

16 October 2026 at 11:19

“Nel 2017 ho avuto un arresto cardiaco negli studi di Sky: era il giorno di riposo della Vuelta e Giovanni Bruno mi aveva chiamato per commentare quanto stava accadendo nella corsa. Sono improvvisamente crollato a terra“. Inizia così il racconto di Riccardo Magrini, storica voce del ciclismo e volto delle telecronache di Eurosport e Discovery Plus insieme a Luca Gregorio, che ha ripercorso uno dei momenti più drammatici della sua vita durante il vodcast “Campioni di Salute – Sport, Salute & Territorio”, promosso da Regione Lombardia.

Intervistato da Giovanni Bruno, Magrini è tornato con la memoria al grave problema cardiaco che lo colpì nove anni fa, raccontando anche le abitudini che, a suo giudizio, contribuirono a mettere a rischio la sua salute. “Un po’ di responsabilità è anche mia: avevo smesso di andare in bicicletta con la frequenza di un tempo, ero aumentato di peso e, prima dell’arresto cardiaco del 2017, avevo già avuto due piccoli infarti“.

La sua vita aveva preso una direzione diversa da quella degli anni trascorsi da sportivo. “Dal 2005 avevo cominciato a occuparmi delle telecronache su Eurosport. Trascorrevo tantissime ore a commentare le gare e, poco alla volta, ero diventato sempre più sedentario“, ha spiegato Magrini, ripercorrendo le circostanze dell’emergenza. Quel giorno, negli studi Sky, la sua fortuna fu trovarsi accanto a persone preparate a intervenire. Il giornalista Lucio Rizzica, presente insieme a Bruno, mise in pratica le manovre di primo soccorso apprese durante i corsi organizzati dall’emittente. A fare la differenza fu anche la presenza di un defibrillatore nella struttura. “Lucio mi ha salvato la vita grazie a quello che aveva imparato. Sono rimasto quasi quattro minuti senza attività cardiaca”.

Dopo l’arresto cardiaco, Magrini venne ricoverato all’ospedale San Raffaele e si risvegliò in seguito a un periodo di coma indotto, con la sensazione di trovarsi in una dimensione quasi irreale. I medici gli impiantarono un defibrillatore e iniziò un percorso che gli avrebbe permesso di tornare gradualmente alla quotidianità. “Sono stato davvero fortunato. Oggi, a distanza di nove anni, posso raccontare quello che mi è successo, ho perso peso, sono tornato a pedalare e continuo a lavorare per Eurosport”.

Durante i soccorsi il traffico rallentò l’arrivo dell’ambulanza e chi stava praticando le manovre salvavita cominciò ad accusare la stanchezza. “A un certo punto Lucio aveva bisogno che qualcuno lo sostituisse, perché non riusciva più a continuare. Ci provò anche Guido Meda, ma con lui il colore della mia pelle passava dal roseo al grigio“, ha raccontato scherzando. Un modo per sdrammatizzare un momento drammatico: “Ma devo ringraziare Guido, oltre naturalmente a Lucio”.

L’esperienza in ospedale ha rappresentato per Magrini un punto di svolta, imponendogli di rivedere le proprie abitudini e prestare maggiore attenzione alla salute. “È stato come un’esplosione che ha cambiato tutto. Da allora non ho più avuto attacchi e sono riuscito a riportare il mio peso quasi alla normalità, anche se la pigrizia continua a farsi sentire”. Per tornare a pedalare senza rinunciare alla sicurezza, oggi utilizza una bicicletta a pedalata assistita, che gli consente di mantenersi attivo e godersi le uscite. Fondamentale anche la disciplina maturata negli anni in cui praticava sport a livello agonistico. “Aver avuto un passato da sportivo aiuta a rispettare le regole. Prendere ogni giorno le nove pasticche prescritte non mi pesa affatto. Adesso sto bene”.

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In piedi su uno skateboard a oltre 150 km/h: il video del nuovo record del mondo di Diego Poncelet

15 October 2026 at 18:26

Diego Poncelet è lo skateboarder più veloce della storia. L’atleta Red Bull, 27enne spagnolo, ha raggiunto i 151,83 km/h sfrecciando lungo la Route du Port di Les Éboulements, in Québec (Canada). Una velocità mai raggiunta prima da un uomo in piedi su uno skateboard, che gli vale il titolo Guinness World Records.

Poncelet è già due volte campione del mondo di downhill skateboarding. Da tempo si preparava per questa impresa: anni di preparazione tra aerodinamica, condizione fisica, sviluppo dell’attrezzatura e meteorologia.

“A 146,88 km/h non ero ancora soddisfatto. Solo quando ho toccato i 151 km/h ho provato una gioia totale”, racconta Poncelet. Infatti, già nel primo giorno di prove lo spagnolo aveva battuto il precedente record di 146,73 km/h, stabilito da Pete Connolly nel 2017 sulle stesse strade canadesi. Poncelet però non si è voluto fermare, ha atteso cinque giorni prima che il vento gli concedesse la finestra giusta. Così ha portato il limite oltre i 150 km/h.

Credit photo: Charly López / Red Bull Content Pool

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Safiya Al Sayegh lascia il ciclismo: “Ho preso la decisione di dare la priorità all’obbedienza ad Allah e alle regole della mia religione”

15 October 2026 at 17:31

“Condivido con tutti coloro che mi hanno accompagnata negli ultimi dieci anni della mia vita da ciclista la notizia del mio ritiro dalle competizioni e dal ciclismo“. Comincia così il lungo post di Safiya Al Sayegh, ciclista emiratina che corre per la UAE–Adq, la squadra femminile del team di Tadej Pogacar, ed è professionista dal 2022. Al Sayegh era l’unica ciclista a correre con l’hijab e con una divisa che le copriva interamente il corpo. “Gli ultimi due anni sono stati mentalmente difficili, non perché questo sport sia difficile, ma perché mi sono ritrovata ad affrontare una crisi d’identità. Da una parte, sono una donna musulmana che crede fermamente nel valore del velo e dell’abbigliamento moderato; dall’altra, sono una ragazza che ha sempre amato gareggiare, andare in bicicletta e praticare sport“.

Due aspetti che Al Sayegh vede contrastanti, considerando che nel ciclismo le divise sono aderenti per una questione di aerodinamica, che le gare richiedono abbigliamento tecnico specifico e che il corpo è sottoposto a sforzi intensi, con esigenze di comfort e termoregolazione. “Quest’anno ho finalmente preso la decisione di dare la priorità all’obbedienza ad Allah e alle regole della mia religione in materia di abbigliamento femminile, scegliendo ciò che ritengo giusto rispetto a ciò che ho amato e che per così tanto tempo ho messo da parte nella mia mente“, ha spiegato la ciclista musulmana, che ha così annunciato il ritiro dalle corse a partire dalla fine di quest’anno.

Una scelta arrivata dopo un lungo conflitto interiore negli ultimi mesi, che l’ha portata poi ad abbandonare lo sport a livello agonistico: “Ho riflettuto a lungo su come vorrei essere ricordata. Spero che le persone conservino il ricordo della mia educazione, dei miei sorrisi, del mio impegno nel portare gioia a chi mi circonda e del mio tentativo di dimostrare, ovunque sia andata nel mondo, quanto sia meraviglioso l’Islam: una religione di pace, equilibrio e obbedienza al nostro Creatore, Allah”, spiega Al Sayegh.

Nel corso della sua carriera ha vinto 11 titoli degli Emirati Arabi e ha partecipato alle Olimpiadi di Parigi 2024: “Sono orgogliosa di aver rappresentato il mio Paese e di aver dato il massimo in ogni fase della mia carriera, ma non posso continuare a fare qualcosa che, nel profondo del mio cuore, sento essere sbagliato“, ha concluso l’ormai ex ciclista prima di ringraziare tutti per il supporto.

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Irma Testa: “Vannacci sul ring? Non so se avrebbe il coraggio di sfidarmi, lo metterei ko con un montante al fegato”

15 October 2026 at 16:26

“Quale politico ha il pugno del ko? In questo momento penso proprio Giorgia Meloni, è quella più agguerrita. Vannacci? Lo metterei a tappeto con un montante al fegato“. È il pensiero della campionessa di pugilato Irma Testa, intervistata a ‘Un Giorno da Pecora’, su Rai Radio1, da Giorgio Lauro e Nancy Brilli. Tra le eccellenze dello sport italiano, Irma Testa ha conquistato un bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020, un oro e un argento ai Mondiali (2023 e 2022), due ori agli Europei (2019 e 2022), un bronzo ai Giochi europei di Cracovia 2023 e un oro ai Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026. Un palmares di tutto rispetto per la campionessa di boxe.

“Chi è invece il politico che dà i colpi sotto la cintura? Non so se possiamo dirlo perché non c’è più… ma Silvio Berlusconi mi dava l’idea che poteva dare i colpi sotto la cintura, almeno nell’immaginario collettivo del pugile un po’ scorretto“. La pesi leggeri napoletana delle Fiamme Oro, medaglia di bronzo ai Giochi di Tokyo 2020, si è dichiarata già da tempo omosessuale. A proposito di ciò, Irma Testa ha risposto a una domanda su come si troverebbe su un ring con il generale Roberto Vannacci. “Come mi troverei su un ring col generale Vannacci, viste le sue posizioni sui gay? Intanto bisognerebbe capire se il generale avrebbe il coraggio di salire su un ring e prendere anche le botte“, ha esordito Irma Testa.

“Se lo sfiderei? Per divertirmi, per allenamento, anche se da regolamento non si potrebbe”. Testa pensa che riuscirebbe a metterlo ko? “Secondo me sì, ma gliela farei un po’ credere, gli farei prendere coraggio e poi quando è nel pieno della sua capacità, quando ci sta credendo lo metterei a tappeto. Magari con un montante al fegato, così gli togliamo un po’ il fiato”, conclude l’azzurra. Poi Lauro ha ribadito: “Allora la organizziamo questa sfida con Vannacci eh, la sfida è ufficiale”, con Testa che sorridendo ha accettato: “Va bene, con piacere”.

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Federica Pellegrini ai suoi allievi: “Se la sera prima vi viene un cagotto, il giorno dopo non gareggiate? Sì, gareggiamo anche con 40 di febbre. Dipende da quanto lo vuoi”. Scoppia la polemica

15 October 2026 at 11:27

L’ultimo reel caricato da Federica Pellegrini sul suo profilo Instagram sta scatenando diverse polemiche. La campionessa del nuoto ha pubblicato un video in cui parla con i suoi allievi della FedeAcademy, la scuola che gestisce insieme al marito Matteo Giunta. Il tema toccato da Pellegrini è delicato: “Se la sera prima vi viene un cagotto, il giorno dopo non gareggiate? Esatto, gareggiamo anche con la febbre. Io ho gareggiato anche con 40 di febbre, con una spalla che non girava. Poi dipende da quanto uno lo vuole, ok?”. Parole che hanno generato molti apprezzamenti ma anche tantissime critiche.

Per alcuni, sono concetti simbolo di una mentalità positiva. Per altri, invece, è un discorso pieno di “tossicità“, che insegna ai giovani atleti a non rispettare i limiti del proprio corpo. Tanto che, di fronte alle molte polemiche, la stessa FedeAcademy ha replicato per chiarire il significato delle parole di Pellegrini: “Il senso del messaggio non è allenarsi con 40 di febbre, ma parlare di motivazione, determinazione e capacità di affrontare le difficoltà”. E ancora: “Ovviamente, questo non significa ignorare i segnali del proprio corpo o mettere a rischio la propria salute“.

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