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Anche i dipendenti pubblici potranno monetizzare i riposi accumulati e non fruiti: cosa cambia

22 October 2026 at 07:20

Dopo oltre un decennio di restrizioni e controversie operative cambia il quadro normativo che disciplina il pubblico impiego. L’entrata in vigore della legge n. 174 del 5 ottobre 2026 segna il definitivo superamento del divieto che impediva al personale delle Pubbliche amministrazioni di monetizzare le giornate di riposo accumulate e non fruite. Questo provvedimento nasce con l’obiettivo specifico di riallineare la disciplina del lavoro pubblico a quella del settore privato, cancellando la limitazione automatica introdotta nel 2012 nel quadro delle misure di contenimento della spesa pubblica dal Decreto legge n. 95 del 2012, noto come decreto sulla spending review. Con questa nuova norma, lo Stato ridefinisce in modo strutturale l’equilibrio tra la tutela del diritto alla salute del lavoratore e le garanzie contrattuali dei dipendenti statali.

I riferimenti normativi e la tutela costituzionale del riposo

Il quadro di riferimento della riforma si fonda su principi giuridici e costituzionali ben definiti. La legge numero 174 del 5 ottobre 2026 supera la rigidità e gli automatismi previsti dal Decreto legge 95/2012, ma non trasforma le ferie in un beneficio economico liberamente monetizzabile durante il normale svolgimento dell’attività lavorativa. Rimane infatti pienamente intangibile il principio sancito dall’articolo 36 della Costituzione italiana, secondo cui il lavoratore ha il diritto inalienabile e l’inviolabile dovere di riposare per recuperare le proprie energie psicofisiche. La monetizzazione delle ferie rimane quindi preclusa in costanza di rapporto di lavoro e si attiva esclusivamente al momento della cessazione definitiva del servizio. Nello specifico, le casistiche in cui è previsto il pagamento economico comprendono il raggiungimento del pensionamento, le dimissioni volontarie rassegnate dal dipendente, l’intervenuta inidoneità fisica o psicofisica al servizio e la naturale scadenza del contratto nei rapporti di lavoro a tempo determinato.

L’onere della prova e i nuovi obblighi per le amministrazioni

La novità principale del provvedimento risiede nel completo ribaltamento dell’onere della prova a carico del datore di lavoro pubblico. Sotto la precedente disciplina del Decreto Legge n. 95/2012, non fruire delle ferie spettanti comportava la perdita automatica di qualsiasi forma di compensazione finanziaria. Oggi, per poter legittimamente negare la monetizzazione delle ferie alla fine del rapporto di lavoro, la Pubblica amministrazione ha l’obbligo di dimostrare di aver posto in essere ogni misura necessaria affinché il dipendente fruisse dei riposi spettanti. L’amministrazione deve provare, nello specifico, di aver invitato per iscritto il lavoratore a pianificare ed effettuare i propri giorni di riposo, di averlo informato in modo esplicito che la mancata fruizione entro i termini prescritti avrebbe comportato la perdita del diritto senza alcuna compensazione economica e di aver garantito concretamente i mezzi e le condizioni organizzative per assentarsi. Qualora l’ente non riesca a fornire la prova scritta di tali adempimenti, l’obbligo di monetizzazione scatta di default alla cessazione del contratto. La mancata erogazione dell’indennità resta un’ipotesi residuale, applicabile solo nel caso in cui la Pubblica Amministrazione riesca a dimostrare che la mancata fruizione è stata il frutto di una scelta consapevole e ostinata del dipendente.

Confini di applicazione temporale e responsabilità dirigenziale

Le disposizioni introdotte dalla Legge n. 174 del 5 ottobre 2026 presentano limiti precisi per quanto riguarda l’efficacia temporale. Il nuovo regime non ha carattere retroattivo e trova applicazione soltanto per i giorni di ferie maturati a partire da ottobrferie 2026, ovvero dalla data di entrata in vigore del provvedimento. Le giornate di riposo accumulate negli anni precedenti restano pertanto escluse dal meccanismo di monetizzazione automatica. Inoltre, le nuove regole comportano una diretta responsabilizzazione dei dirigenti pubblici. L’erogazione dell’indennità sostitutiva rappresenta infatti un costo e un esborso finanziario per l’ente pubblico. Il dirigente che omette di invitare formale ed esplicitamente il dipendente a godere delle ferie rischia di dover rispondere direttamente per danno erariale di fronte alla Corte dei Conti. Per questo motivo, l’invito scritto e sistematico alla fruizione dei riposi diventa una prassi amministrativa obbligatoria per evitare un grave danno alle casse dello Stato legato al pagamento della monetizzazione delle ferie.

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Assegni più bassi (e un mese in più al lavoro) per chi va in pensione nel 2027: che cosa cambia

21 October 2026 at 12:21

Dal primo gennaio 2027 si andrà in pensione un mese più tardi rispetto a quest’anno e gli assegni a parità di età di uscita saranno più bassi. L’anno prossimo infatti entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione del montante contributivo, aggiornati su base biennale per tenere conto tra il resto dell’evoluzione dell’aspettativa di vita. I coefficienti determinano l’importo della pensione annua in rapporto al montante contributivo accumulato e all’età del lavoratore al momento del pensionamento. In pratica con lo stesso montante contributivo e la stessa età di pensionamento la pensione che si riceverà sarà più magra. La nuova tabella dei coefficienti pubblicata dal ministero del Lavoro mostra che a 67 anni il coefficiente di trasformazione scenderà da 5,608 a 5,514 mentre per chi ha 68 anni passerà da 5,808 a 5,707. Più tardi si esce più il coefficiente sarà alto, ma comunque in calo rispetto a quest’anno.

La revisione dei coefficienti, spiega il decreto del ministero del Lavoro di concerto con quello dell’Economia anticipato dal Corriere della Sera, avviene “sulla base delle rilevazioni demografiche e dell’andamento effettivo del tasso di variazione del Pil di lungo periodo rispetto alle dinamiche dei redditi soggetti a contribuzione previdenziale, rilevati dall’Istat”. Nel 2027 chi andrà in pensione a 64 anni grazie ad un’uscita anticipata avrà un coefficiente di trasformazione del proprio montante contributivo del 5,009 a fronte del 5,086 del biennio 2025-2026.

L’anno prossimo l’incremento di un mese dell’età pensionabile è previsto per tutte le uscite, sia per il pensionamento di vecchiaia (a 67 anni e un mese) sia per quello anticipato (con 42 anni e 1 mese di contributi per gli uomini, 41 anni e 11 mesi per le donne). Nel 2028 i requisiti crescono di ulteriori due mesi portando l’età per la vecchiaia a 67 anni e tre mesi e i contributi necessari alla pensione anticipata a 43 anni e un mese per gli uomini e a 42 anni e 1 mese per le donne. A questi per l’anticipata si aggiunge l’attesa per avere la pensione: la cosiddetta finestra mobile di tre mesi per il settore privato e cinque mesi per il pubblico.

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Bonifico da genitore a figlio: ecco cosa sapere per non incorre in accertamenti fiscali, sanzioni o imposte inaspettate

20 October 2026 at 07:07

Effettuare un bonifico dai genitori ai figli rappresenta una delle operazioni finanziarie più diffuse nelle famiglie italiane. Che si tratti di un aiuto per le spese quotidiane, di un sostegno per completare gli studi o di un contributo per acquistare la prima casa, il trasferimento di denaro tra familiari stretti è una prassi consolidata. Tuttavia, anche se può sembrare un’operazione banale, l’ordinamento italiano e l’amministrazione finanziaria prevedono regole precise che distinguono le transazioni esenti da quelle che rischiano di generare contestazioni, accertamenti o imposte inaspettate.

Dal punto di vista del Fisco, il bonifico dai genitori ai figli rientra nell’ambito delle donazioni e delle liberalità parentali. Il principio fondamentale è che il denaro ricevuto a titolo di regalo o sostegno non costituisce reddito imponibile per chi lo incassa: di conseguenza, il figlio non deve inserire queste somme nella propria dichiarazione dei redditi. Per quanto riguarda l’imposta sulle successioni e donazioni, la legge garantisce una protezione molto ampia per i trasferimenti in linea retta. È prevista infatti una franchigia di un milione di euro per ciascun genitore e per ciascun figlio. Soltanto sull’eventuale quota che supera tale limite si applica un’aliquota pari al 4%. Di conseguenza, se la somma complessivamente donata rimane al di sotto del milione di euro, l’operazione non comporta il pagamento di alcuna imposta.

Il quadro legale richiede attenzione anche sotto il profilo civile. Quando si tratta di somme modeste, proporzionate alle disponibilità economiche di chi dona, si parla di una donazione di modico valore, la quale si perfeziona con il semplice versamento bancario senza adempimenti formali. Diversa è la situazione se il bonifico dai genitori ai figli riguarda un importo di rilevante valore. Per le donazioni dirette di cifre elevate, il codice civile impone la stipula di un atto pubblico davanti al notaio con la presenza di due testimoni, pena la nullità dell’atto. Una deroga fondamentale riguarda la donazione indiretta, ovvero quando il bonifico è finalizzato a uno scopo preciso, come l’acquisto di un immobile o di un’automobile. In questi casi non serve l’atto notarile per il bonifico né si pagano imposte di donazione, a patto che nell’atto d’acquisto del bene venga espressamente dichiarata la provenienza dei soldi forniti dai genitori.

Il punto più critico per evitare problemi con il Fisco riguarda la redazione della causale bancaria e l’onere della prova. L’Agenzia delle Entrate dispone di un forte potere presuntivo: ogni accredito sul conto corrente si presume reddito non dichiarato, a meno che il contribuente non dimostri la natura esente dell’entrata. L’importanza di questo aspetto è stata evidenziata dalla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte con la sentenza numero 773 del 2021. In tale vicenda, un padre aveva bonificato una somma rilevante alla figlia indicando come causale la parola restituzione. La contribuente aveva sostenuto che si trattasse del saldo di un vecchio investimento familiare, ma non è stata in grado di fornirne la prova documentale. La commissione ha stabilito che la dicitura restituzione è del tutto incompatibile con la donazione: in mancanza di prove sull’operazione sottostante, il bonifico è stato riqualificato come reddito occulto e sottoposto ad Irpef ordinaria e sanzioni. Per evitare questo rischio, la causale deve sempre indicare in modo trasparente la liberalità parentale.

Un altro aspetto giurisprudenziale decisivo riguarda le conseguenze dei controlli fiscali sulle donazioni informali non registrate. La Corte di Cassazione – con l’ordinanza numero 15315 del 2026, richiamando la precedente pronuncia numero 7442 del 2024 – ha chiarito cosa accade quando un trasferimento di denaro rilevante viene scoperto soltanto in sede di accertamento. Se una donazione informale o indiretta che supera la franchigia non è stata registrata spontaneamente e viene individuata d’ufficio dal Fisco, si applica un’aliquota punitiva pari all’8% sulla quota eccedente il milione di euro, anziché la tariffa ordinaria del 4%. Tale maggiorazione funziona come una vera e propria sanzione per omessa registrazione. Compilare una causale chiara ed effettuare i corretti passaggi formali rimane quindi l’unico modo per tutelare i risparmi familiari.

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Bonus affitto per genitori separati, chi ha diritto al contributo di 500 euro al mese e come fare richiesta entro il 28 ottobre

17 October 2026 at 08:57

Con l’apertura della piattaforma telematica del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è scattato il conto alla rovescia per richiedere il bonus affitto genitori separati, una misura pensata per sostenere le spese di locazione dei padri e delle madri rimasti senza un alloggio di proprietà a seguito di una separazione o di un divorzio. L’intervento punta a mitigare l’impatto economico di chi deve sostenere un doppio costo abitativo dopo la rottura familiare, assicurando un contributo finanziario che può raggiungere il 50% del canone mensile versato, fino a un tetto massimo di 500 euro mensili per un totale non superiore a 6.000 euro annui.

I tempi per accedere al beneficio sono particolarmente stretti: la scadenza per l’invio delle istanze è fissata per le ore dodici del 28 ottobre. I richiedenti devono muoversi con la massima tempestività, anche se la normativa specifica che l’ordine cronologico di trasmissione non garantisce alcuna priorità nell’accesso alle risorse. Non siamo infatti di fronte a un clic day gestito a sportello, bensì a una selezione formale coordinata a livello centrale che sfocerà in specifiche graduatorie regionali per l’assegnazione finale del bonus.

Chi ha diritto al bonus affitto genitori e le condizioni di reddito

L’accesso al contributo è subordinato al rispetto di requisiti anagrafici, patrimoniali e reddituali ben delineati. La misura è riservata in via esclusiva ai soggetti che risultino legalmente separati o divorziati e che non siano stati individuati come assegnatari della casa coniugale nel provvedimento emesso dal Tribunale. Per beneficiare del sostegno economico è indispensabile essere titolari di un contratto di locazione ad uso abitativo regolarmente registrato, e dimostrare di non possedere altri immobili idonei ad uso abitativo nello stesso Comune della ex casa familiare o nei Comuni confinanti ed entro un raggio di cinquanta chilometri.

Sul piano economico, il parametro di riferimento prescelto per il bonus affitto genitori si discosta dai consueti indicatori della situazione economica equivalente. Per fare richiesta non occorre presentare la dichiarazione Isee, poiché la valutazione si basa unicamente sul reddito complessivo individuale relativo all’ultima dichiarazione dei redditi. Tale valore non deve superare la soglia limite dei 35.000 euro. A completare i vincoli formali vi è la presenza di figli minori o maggiorenni fiscalmente a carico fino al compimento dei ventuno anni di età, oltre alla dimostrazione di essere in regola con il versamento degli assegni di mantenimento stabiliti dal giudice.

Come compilare la richiesta per il bonus affitto genitori sul portale del Ministero

L’iter per la presentazione della domanda si svolge interamente online tramite l’applicazione denominata Sostegno abitativo genitori separati o divorziati, accessibile dal sito del Ministero. Per avviare la procedura occorre autenticarsi tramite Carta di Identità Elettronica, Carta Nazionale dei Servizi oppure Spid. Una volta completato il riconoscimento iniziale, la piattaforma recupera automaticamente le generalità del richiedente, che dovrà confermare o integrare i propri recapiti di posta elettronica e telefono.

La fase successiva prevede l’inserimento dei dati inerenti allo stato civile e al nucleo familiare per completare l’istanza del bonus affitto genitori. Nello specifico, il sistema richiede l’indicazione della data e degli estremi del provvedimento giudiziario o dell’accordo di negoziazione assistita che ha sancito la separazione o il divorzio. Vanno quindi aggiunti i codici fiscali dei figli a carico indicando la relativa percentuale. Si passa poi alla sezione dell’immobile in locazione, inserendo gli estremi di registrazione del contratto d’affitto e la quota di canone mensile pattuita al netto delle spese condominiali. Dopo aver rilasciato l’autodichiarazione sul limite reddituale, la procedura si chiude digitando il proprio codice Iban per ricevere l’erogazione del contributo in un’unica soluzione.

Il calcolo dei punteggi per la graduatoria regionale

Al termine del periodo di apertura della piattaforma, ogni istanza presentata per il bonus affitto genitori riceverà una valutazione numerica utile alla formazione delle graduatorie su base territoriale. La griglia premia le fasce sociali maggiormente esposte alla fragilità economica e abitativa: la quota principale dei punti viene attribuita sulla base dello scaglione di reddito, con quindici punti assegnati a chi dichiara fino a 15.000 euro, tredici punti per la fascia tra 15.000 e 25.000 euro e dieci punti per quella fino a 35.000 euro.

Oltre al reddito, il sistema attribuisce peso alla composizione familiare e alla presenza di disabilità. Per ogni figlio a carico under ventuno si sommano due punti, che raddoppiano a quattro per ciascun figlio con disabilità. Ulteriori quattro punti vengono assegnati se è il genitore richiedente a versare in condizioni di disabilità.

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Cambio dell’ora, risoluzione alla Camera per rendere l’ora legale permanente: la battaglia in Ue, i benefici e gli svantaggi

16 October 2026 at 09:38

Torna in Parlamento la battaglia per abolire il cambio dell’ora. Proprio mentre si avvicina il nuovo passaggio all’ora solare (tra sabato 24 e domenica 25 ottobre le lancette andranno spostate indietro di 60 minuti), alla Camera è stata presentata una risoluzione che, se approvata, impegnerebbe l’Italia a essere in prima fila in Europa per rendere l’ora legale permanente. In altre parole, abolire il cambio dell’ora per due volte l’anno. Un tema di cui si dibatte da anni e che divide gli esperti, tra chi ritiene che siano maggiori i benefici e chi mette l’accento sugli svantaggi.

L’iter parlamentare era cominciato a marzo scorso con l’avvio di di un’indagine conoscitiva dedicata agli effetti dell’abolizione del cambio dell’ora, su impulso della Società italiana di medicina ambientale (Sima), di Consumerismo No profit e del deputato Andrea Barabotti (Lega), che aveva presentato la proposta un anno fa. Il documento conclusivo è stato approvato all’unanimità il primo ottobre: il risultato, in sintesi, propende per l’abolizione del cambio dell’ora, ma non sulla soluzione da adottare. Ora legale tutto l’anno oppure ora solare per 365 giorni?

L’ora legale permanente potrebbe garantire un risparmio energetico annuo complessivo di circa 462 milioni di kilowattora, rispetto ai 302 milioni attuali, e favorire il commercio, la ristorazione, il turismo, la frequentazione degli spazi pubblici e l’attività fisica grazie a un’ora di luce in più nel tardo pomeriggio. Tra il 2004 e il 2025, l’ora legale ha già consentito all’Italia di risparmiare oltre 12 miliardi di kilowattora, pari a circa 2,3 miliardi di euro, sebbene i benefici energetici si siano ridotti con la diffusione di tecnologie più efficienti e le stime future restino incerte.

D’altra parte, mantenere l’ora legale in inverno ritarderebbe l’alba, che al solstizio invernale arriverebbe alle 9.04 a Torino, alle 9 a Milano, alle 8.34 a Roma e alle 8.23 a Napoli, costringendo molti studenti e lavoratori a iniziare la giornata al buio. L’ora solare permanente, invece, garantirebbe maggiore luminosità al mattino, favorendo la sincronizzazione dell’orologio biologico e potenzialmente il benessere del sonno e dei ritmi circadiani, mentre comporterebbe meno luce naturale nel tardo pomeriggio, limitando le opportunità per attività ricreative e sociali all’aperto.

La politica però ha preso la sua decisione: la risoluzione infatti chiede al Governo di impegnarsi in Europa per promuovere l’estensione dell’ora legale permanente in tutta l’Ue. Qui però si arriva al secondo nodo della faccenda. La discussione sul cambio dell’ora in Europa ha origine dalla consultazione pubblica promossa dalla Commissione europea nel 2018, alla quale parteciparono 4,6 milioni di cittadini: l’84% si espresse a favore dell’abolizione. L’anno successivo il Parlamento europeo approvò una proposta per lasciare ai singoli Stati la scelta tra ora solare o legale permanente, ma il processo si è fermato tra pandemia e divisioni tra i Paesi membri.

La scelta dell’ora infatti spetta agli Stati, ma deve essere coordinata: se ognuno decidesse in autonomia, si rischierebbe infatti un fuso orario a macchia di leopardo in Europa. Il dossier quindi per il momento resta bloccato a Bruxelles. Quindi, anche se l’Italia decidesse di sposare la battaglia per l’ora legale permanente – magari con una maggioranza bipartisan – in ogni caso l’abolizione del cambio dell’ora non potrà mai essere un processo rapido. Per il momento, il rito notturno del giro di lancetta continuerà a scandire la primavera e l’autunno degli italiani.

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