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La strana ossessione di misurare e classificare ogni cosa

20 October 2026 at 03:45

Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema dei limiti, disponibile in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

C’è chi ha annusato oltre 5600 piedi e ascelle, chi ha rotto 46 sedili del water con la testa in un minuto e chi ha saltato 6 taxi in fila con un saltarello a molla. Consultare i record contenuti nel Guinness dei primati provoca quel leggero spaesamento di chi non sa se ammirare la dedizione o compatire l’ostinazione di chi si è dedicato a simili imprese, investendo tempo, energie e a volte denaro per raggiungere primati spesso di nessuna utilità. Eppure sono in molti a subire il fascino di queste prove di irrefrenabile fantasia, al punto che ogni anno il Guinness Book of Records vende 3 milioni e mezzo di copie nel mondo. Come se l’umanità avesse un urgente bisogno di sapere chi ha costruito la piramide di lavatrici più alta o fatto il maggior numero di flessioni con un gatto addosso. Il successo del volume, d’altra parte, supera le aspettative dei suoi fondatori fin dalla sua prima edizione. 

Nel 1951 Sir Hugh Beaver, direttore della birreria Guinness di Dublino, manca un uccello durante una battuta di caccia e si ritrova a discutere con i compagni su quale sia il volatile più veloce d’Europa. Nessuno lo sa. Beaver coinvolge quindi i gemelli Norris e Ross McWhirter, due giornalisti ossessionati dai fatti e dalle misurazioni, nel raccogliere pareri sull’argomento e nel 1955 pubblica la prima edizione del Guinness Book of Records. Doveva essere un gadget per i pub che servivano la birra Guinness, un divertimento da bancone: diventa invece un fenomeno culturale globale e, per chi entra a farne parte, una forma di immortalità, pure se non sempre in luce lusinghiera, cui ogni anno ambiscono 36.000 persone, che si candidano per nuovi primati.

 

Bruce Masters ha trasformato il pub crawling in una missione di vita. Dal 1960 al 2014 ha visitato ben 46 495 pub e bar. Appassionato di viaggi, Masters teneva un archivio dettagliatissimo di ogni visita, annotando nomi, date, drinks e birre. Negli anni arrivò a una media impressionante di circa 20 pub a settimana, spendendo decine di migliaia di sterline in pinte. Illustrazione di Stefano Natali.

La selezione però è spietata: i record non nascono dal caos, ma da un sistema di regole rigidissime. E ciascun risultato deve essere misurabile, verificabile, ripetibile. Per questo motivo, un tempo, per asseverare un risultato, un giudice doveva essere presente al tentativo: ecco perché uno come Mick Meaney, un irlandese che nel 1968 è rimasto in una bara per 61 giorni, non è mai finito nel Guinness. Meaney è rimasto sì disteso sottoterra, con un buco per respirare e alimentato attraverso un tubo (per defecare ce n’era un altro). Ma ha trascurato di invitare un giudice del Guinness a verificare il suo tentativo e così ha buttato due mesi di vita (in cambio di un certo riposo, probabilmente). 

Oggi invece, prima di fare il tentativo, l’aspirante primatista deve inviare una domanda online e, se la sua proposta viene accettata, è obbligato a osservare linee guida specifiche che spiegano esattamente cosa fare, come misurare la prova e quali evidenze raccogliere per la valutazione della sua impresa in video. Proprio questa sistematicità ha consentito al Libro dei Record di diventare qualcosa di più di un atlante dell’assurdo: una garanzia di veridicità. In un’epoca in cui tutto è fluido, incerto, falsificabile, non è poco: l’inclusione del testo offre al suo pubblico il sigillo dell’autenticità. Se qualcosa è nel Libro, fosse pure una stranezza come una casa di carte da gioco alta 75 metri, è reale e come tale è stata misurata, certificata, registrata. Se qualcuno è nel Libro, questa persona ha davvero lasciato un segno nella storia dell’umanità (non necessariamente migliorando il mondo, con esso). Forse è proprio la solidità della prova che ha reso il Guinness così resistente al tempo.

Nel 1988 il gatto Blackie entrò nel Guinness dei Primati come il felino più ricco della storia. Il suo padrone, il miliardario britannico Ben Rea, commerciante di antiquariato, morì lasciandogli un’eredità di 12,5 milioni di dollari, pari a circa 32 milioni attuali. Illustrazioni di Stefano Natali

Ora però il Libro dei record non è più l’unico palcoscenico dell’impossibile. Da un lato esistono piattaforme come RecordSetter che ampliano la formula del “record”, certificando attività assurde come  la “la più veloce spoliazione dalle decorazioni di un albero di Natale” o il tempo più lungo trascorso dentro un sacco di carta (299 minuti per chi volesse batterlo). Dall’altro lato, su YouTube ci sono canali come Dude Perfect che ogni settimana propongono qualche sfida estrema, come un tiro da basket lanciato dal tetto di un un grattacielo. Non c’è nessun giudice né alcuna regola da rispettare: eppure il canale raccoglie milioni di visualizzazioni più del canale del Guinness Book. È la prova che il monopolio delle imprese eccezionali, siano esse straordinarie o bislacche, non appartiene più al Guinness. 

Per continuare a esistere, allora, il Guinness dei primati ha dovuto diventare qualcosa di più di un archivio: si tramutato in un ecosistema commerciale fatto di eventi, tour, format televisivi e soprattutto di una divisione di consulenza che aiuta aziende e brand a inventare record su misura a fini promozionali. In pratica, Guinness invia i propri giudici (con la loro uniforme ufficiale) a valutare i “record” stabiliti da varie aziende, i quali ricevono una certa attenzione mediatica, perché infrangono frontiere impensate (letteralmente, dato che non li aveva mai concepite nessuno al di fuori del reparto marketing). Per questa bella visibilità Guinness chiede 330 000 dollari a tentativo. Nel 2013, secondo il periodico Vox queste attività rappresentavano il 20% dei ricavi; oggi arrivano al 50%. È così che nascono record come quello per la “più grande coreografia di auto”, detenuto da Nissan o per la pizza più lunga del mondo, tentato da Domino’s Pizza. Sono iniziative sponsorizzate che danno visibilità ai marchi e che il Guinness non si limita solo a certificare: contribuisce a farle accadere. Ed è qui, con il suo snaturamento commerciale, che il tentativo di segnare un limite delle possibilità umane mostra tutta la sua… limitatezza. Anzi, il suo essersi trasformato in un fine in sé, a prescindere dal senso.

Nel 2016 lo svizzero Hannes Roth dimostrò che anche il momento del bagno può essere vissuto in modo estremo. Roth prese una normalissima vasca da bagno e – dopo oltre 300 ore di lavoro – la trasformò in un missile su ruote grazie a un telaio da go-kart, un motore dalla potenza di 120 cavalli e a tanta follia creativa. Illustrazione di Stefano Natali

Come ha brillantemente spiegato il filosofo C. Thi Nguyen nel suo libro The Score (Penguin), ormai viviamo in un mondo in cui punteggi, classifiche e numeri non si limitano a misurare i valori, ma finiscono per sostituirli. Il fatto è che una metrica chiara, semplice, comparabile ci dà l’illusione di capire ciò che è complesso e perciò, gradualmente, utilizziamo quel numero come un rimpiazzo del valore stesso. È un meccanismo chiamato value capture: il numero finisce per diventare lo scopo di un’attività, lo standard su cui ci regoliamo. Ecco allora che, per esempio, la qualità di un’università si riduce alla sua posizione in un ranking o  la creatività di un artista al suo numero di follower. È riduttivo, ma il Guinness in fondo rispetta lo stesso criterio. 

Nessuno ha davvero bisogno di impilare M&M’s o di indossare cento T shirt in un minuto. Eppure, nel momento in cui questa impresa diventa un record, un numero da battere, un certificato da ottenere, quell’attività diventano improvvisamente significativa. Il valore non precede la metrica: è la metrica a generare il valore. Ecco perché le aziende investono milioni in attività non necessarie, come un ballo eseguito da automobili. Ecco perché le persone si allenano per mesi a mangiare più hot dog in dieci minuti o progettano oggetti giganteschi solo per entrarci a beneficio del Libro, trasformando un gesto qualunque in una performance misurabile. È un’ottimizzazione distorta: non si cerca più ciò che ha valore, ma ciò che fa superare una soglia.

Il 3 febbraio 2018 Paul Morgan trovò il modo perfetto per non invecchiare troppo in fretta: festeggiare il suo 28° compleanno per ben 48 ore consecutive. Come ci è riuscito? Inseguendo i fusi orari in aereo tra Samoa, Auckland, Los Angeles e Hawaii. Illustrazioni di Stefano Natali

Nel Guinness vediamo amplificato ciò che accade ovunque: la complessità si appiattisce, il gesto si svuota, il punteggio diventa un feticcio. E forse la lista dei primati bizzarri ci affascina proprio per questo: perché in quelle imprese assurde, come la gara per il minor tempo necessario a far rotolare un’arancia per 1,5 km con il naso  (per la cronaca: il record è di 22 minuti e 41 secondi), riconosciamo la stessa logica aritmetica che governa le nostre giornate, dai passi contati dal pacer alle ore di sonno controllate via smartwatch ai like sui social. Ogni primato, allora, è un piccolo specchio: ci mostra come la metrica possa diventare un feticcio e come, senza accorgercene, rischiamo di vivere dentro meccanismi che non abbiamo scelto, fissandoci su obiettivi irrilevanti, inseguendo numeri che non dicono nulla di ciò che conta davvero.

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