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Gli autotrasportatori fermi a Napoli: “Protestiamo contro il caro vita, lottiamo per tutti”

21 October 2026 at 18:46

In Campania prosegue la protesta degli autotrasportatori e aumentano i disagi per i cittadini. Quasi tutti i distributori di benzina nella città di Napoli hanno esaurito le scorte di carburante e fuori le poche stazioni di servizio ancora attive, per tutta la mattinata si sono create code di decine di auto e persone con le taniche in mano per un rifornimento extra. Nei supermercati gli scaffali sono sempre più vuoti e in alcuni punti vendita non è certa la riapertura nei prossimi giorni se dovesse proseguire il blocco dei rifornimenti. “Noi stiamo protestando per tutti – ci spiega uno degli autotrasportatori in presidio a via Brecce, nel blocco davanti al deposito di carburante nei pressi del porto di Napoli – protestiamo contro il caro gasolio e in generale contro il caro vita. E su questi temi non abbiamo avuto ancora nessuna risposta dal governo, non è possibile pagare il gasolio ad oltre 2 euro e 40 a litro, costi che si aggiungono poi all’aumento dei prezzi in generale, ci stanno portando verso la rovina”.

Gli autotrasportatori minacciano di proseguire il blocco fino al 27 ottobre, data del prossimo incontro con il governo e intanto puntano il dito contro l’esecutivo reo di non ascoltare le motivazioni degli autisti che non riescono più a sostenere i costi del carburante. Una contestazione che in Campania ha letteralmente bloccato per tutto il giorno i collegamenti con la rete autostradale. “Facciamo un appello al governo – dicono i manifestanti dal presidio di Casoria, in provincia di Napoli – i circa 400 milioni di cui parlava ieri il ministro Salvini a noi non interessano, così come non interessano gli sgravi fiscali, i risultati li vogliamo vedere davanti al distributore di benzina quando abbasseranno i prezzi, altrimenti da qui non ce ne andiamo. Vogliamo risposte concrete su come poter sostenere il costo del carburante che sta rendendo impossibile per noi lavorare e il costo della vita in generale che ormai è diventato insostenibile per molte famiglie non solo al sud”.

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Viaggio tra i supermercati della Campania. Tra chi fa scorte (“Sembra di essere in guerra”) e chi è parte della protesta (“Mio marito è autotrasportatore)

21 October 2026 at 08:55

A Cavalleggeri Aosta, lo storico rione nella parte occidentale di Fuorigrotta, c’è una donna di 40 anni. Si chiama Claudia, si aggira tra i corridoi del supermercato che conosce come le sue tasche e con gli occhi cerca il posto dove solitamente c’è la pasta. Ma la pasta non c’è al Sole365, catena di grandi distribuzioni attiva esclusivamente in Campania. E neppure la farina, il latte, lo zucchero, i prodotti freschi. Passate e pelati neppure a parlarne. Manca tutto: salumi, formaggi, uova, pancarré. Ora che lei è riuscita a prendere l’ultima confezione rimasta, di quello integrale, non ce n’è più neppure l’ombra. “C’è solo del cioccolato, le caramelle e pochi pacchi di biscotti” constata.

Poi prende fiato e butta giù. “Sembra di essere in guerra” dice. E ha ragione. Ma la guerra ha più fronti e, ad appena 16 chilometri da Cavalleggeri, c’è un’altra donna. Si chiama Francesca. Lei ha 44 anni, ma sembra una ragazzina. Vive a Torre del Greco, in provincia di Napoli, e anche lei in questi giorni è andata al supermercato. Ha due figli, quindi ci è andata eccome. E vicino casa, anche qui, c’è il Sole365. Ma Francesca non è una cliente come tutti gli altri, perché lei un autotrasportatore l’ha sposato sedici anni fa, ne conosce la battaglia, che oggi fa sua e in quegli scaffali vuoti suo malgrado la rivede e la rivendica tutta.

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Al Sole 365 del rione Cavalleggeri (Napoli)

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Scaffali vuoti al Giolì di Villaggio Coppola, a Castel Volturno

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Gli scaffali al supermercato Sole 365 del rione Cavalleggeri (Napoli)

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Un avviso alla clientela, al Sole 365 del rione Cavalleggeri (Napoli)

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Mancano frutta e verdura all'Eurospin di San Giorgio a Cremano (Na)

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Scaffali vuoti all'Md di Ercolano (Napoli)

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Al Giolì di Pineta Mare, a Castel Volturno

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Al Sole365 di Torre del Greco

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scaffali vuoti Torre del Greco (Napoli) Sole 365

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Scaffali vuoti a Fuorigrotta.jpg-2026-10-20-19-49-26_3

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Scaffali vuoti al supermercato Mi.Ca di Marcianise

La guerra dietro gli scaffali vuoti

“Ho fatto la spesa sabato, poi i supermercati si sono tutti svuotati. Non solo il Sole365. Se vai al discount Md è la stessa cosa. Ci sono le foto” dice. Ed è da giorni, infatti, che sui social e nelle chat di gruppo girano centinaia di immagini dei supermercati del Sud. In Campania, in Puglia, da Foggia al Salento, ma anche in Calabria, per esempio a Scalea e Lamezia Terme. Cosa ne pensa Francesca? “Mio marito sta perdendo giorni di lavoro, ma non credo che tutti abbiano capito – e lo dico con dispiacere – perché è nato questo sciopero. Il problema non è solo l’aumento del prezzo del gasolio, ma è anche il fatto che prima un chilo di pomodori costava 2 euro e oggi ne costa 6, quando poi al contadino si pagano 0,75 euro al chilogrammo per le zucchine che, però, al supermercato si trovano a 6 euro. Lo facciamo per il futuro dei nostri ragazzi”. È una storia vera e amara che, evidentemente, direttive e buoni propositi non sono riusciti a modificare.

Quando finirà?

A Torre del Greco si torna dopo. Perché a Cavalleggeri c’era Claudia che provava a fare questa benedetta spesa e con lei c’era anche sua sorella. Elvira, quarantasei anni, che vive a Fuorigrotta. Lei la spesa l’ha fatta all’Md di via Diocleziano. All’uscita del supermercato si accorge di aver speso appena dieci euro. Ed è decisamente la prima volta. “È avvilente non tanto perché non c’è la merce – racconta – frigo vuoti, banchi vuoti e persino chiusi. La cosa che più colpisce è vedere che tutti camminano nei corridoio, quasi intontiti, domandandosi la stessa cosa. Cosa sta succedendo? Come è possibile? Come andrà domani?”.

Intanto, al Vomero, si fanno rifornimenti di pasta, acqua e carta igienica. Mario, 60 anni, ha fatto il giro dei supermercati: Conad, Dodeca e Sole365. E la situazione non è certo rassicurante. La signora Linda ha un bar in piazza Rossini: “Va male, tra supermercati vuoti, benzina zero e allerta meteo con le scuole chiuse”. Già, fuori c’è da pensare anche alle code per la benzina e all’inferno che si è scatenato.

Ora non ci pensa Pasquale. Pensionato, 80 anni, è lo zio di Elvira. È stato in un supermercato Giolì, al Villaggio Coppola di Castel Volturno (Caserta). E lui aggiorna, al telefono, su come va la situazione da quelle parti. Lo fa anche con la figlia che vive fuori. Le dice del pane: “Sono vuoti. Conad ce l’ha per il momento, l’Md non ha neppure quello”. Perché molti produttori hanno dovuto fermare o ridurre la produzione, dato che era impossibile far arrivare la semola proveniente dai molini di Puglia e Sicilia in tempo, perché non andasse a male. Lui ha sentito che le cose potrebbero migliorare, ma di certo non v’è nulla.

Viaggio tra gli scaffali vuoti dei paesi vesuviani (e non solo)

Se ci si lascia Napoli alle spalle e ci si dirige a Sud, si attraversano i Comuni vesuviani. E gli effetti del blocco dei tir, qui, si possono osservare un po’ più che a macchia di leopardo. Giovanna, 51 anni, fa la spesa all’Eurospin (nella foto). Ma prima si è fatta il giro di tutti i supermercati. “Sono vuoti, dalla pasta alla frutta, fino alla verdura, non c’è nulla. Non puoi non pensare al Covid” dice. E allora, forse, toccherà inventarsi qualcosa come in quei mesi, quando mezza Italia era chiusa in casa, anche a cucinare, un po’ per gestire il tempo libero forzato, un po’ per trovare conforto. “Ma durante il Covid il cibo al supermercato si trovava” è la giusta osservazione.

A Ercolano c’è Paola all’Md: smartphone in mano, sta facendo fotografie e video per l’amica Vittoria, che vive nella vicina Portici. “Tutto vuoto” le scrive. E poi valanghe di video. E Vittoria le risponde con una foto altrettanto esaustiva di un altro supermercato vuoto, a Baronissi (Salerno). L’ha inviata al marito Alessandro un collega che vive lì. Si va a Pompei. “Lunedì pomeriggio al Superstore Conad, all’interno del centro commerciale La Cartiera, gli scaffali erano semivuoti, ma la situazione è precipitata nelle ultime ore” racconta Tony. Cinquant’anni da poco compiuti, sposato con Daniela, due figli. Se manca qualcosa all’ultimo minuto può andare tranquillamente sotto casa, al minimarket La speseria, del Gruppo 365. Si fa presto a dire tranquillamente, perché è proprio qui che ha avuto l’amara sorpresa: “Scaffali completamente vuoti e, la prima cosa che ha notato, non solo mancano frutta e verdura, ma persino l’acqua. Persino lo spazio della mozzarella, che normalmente è strapieno, è deserto. A dire il vero, anche quello dei saponi liquidi”.

Per ora niente scorte particolari. “In casi particolari, faccio scorte di pasta, olio, legumi, la carta igienica. E metto in garage, ma speriamo non ce ne sia bisogno” spiega. Si torna a Torre del Greco, magari si è sbloccato qualcosa. Sulla strada del Sole 365 c’è più confusione. “Sono le code chilometriche per la benzina” spiega Gigi. Anche lui ha trovato il supermercato vuoto. La sorella Sara vive a Roma con la famiglia. Chiama e aggiorna: “Qui ancora niente, sembra tutto normale, ma hanno già messo la confezione da 250 grammi di pomodorini a 6 euro. Una follia”. Ecco, appunto.

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Protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti, A1 chiusa al bivio con la A30: code e disagi nel Casertano

21 October 2026 at 08:37

La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti continua a provocare disagi alla circolazione in Campania. Dalle 7 circa di questa mattina, mercoledì 21 ottobre, è stato temporaneamente chiuso il nodo tra l’autostrada A1 Milano-Napoli e la A30 Caserta-Salerno per i veicoli provenienti da Roma, a causa della manifestazione che sta interessando la sede autostradale. Le ripercussioni sul traffico si concentrano nel tratto casertano. Si registrano tre chilometri di coda tra Caserta Nord e il bivio con la A30 in direzione Napoli, mentre altri due chilometri di rallentamenti interessano il tratto tra la barriera di Napoli Nord e Caserta Nord verso Roma. Lunghe file di mezzi pesanti sono segnalate anche nella zona di Caserta Sud.

La mobilitazione ha comportato inoltre la chiusura della stazione di Nocera Pagani in uscita, per chi proviene da entrambe le direzioni, e del nodo tra la A1 e la strada provinciale 1 di Casoria per i veicoli provenienti da Roma e diretti verso la statale 7 Appia. Sul posto sono presenti le pattuglie della Polizia stradale e il personale del sesto Tronco di Cassino di Autostrade per l’Italia, impegnati nella gestione della viabilità e nell’assistenza agli automobilisti.

I percorsi alternativi

Per limitare i disagi, Autostrade per l’Italia ha indicato diversi itinerari alternativi. Agli automobilisti provenienti da Roma e diretti a Napoli viene consigliato di uscire a Caserta Nord, percorrere la viabilità ordinaria e rientrare in autostrada a Caserta Sud. Chi è diretto a Salerno o deve proseguire sulla A30 in direzione sud è invitato, invece, a uscire a Caserta Nord, seguire le indicazioni per Maddaloni e rientrare sulla A30 attraverso la stazione di Maddaloni.

Per chi proviene da Napoli, l’indicazione è di utilizzare il nodo A1 Nord-A30 Sud fino all’uscita di Maddaloni, percorrere la viabilità ordinaria lungo la statale 700 in direzione nord e rientrare sull’A1 alla stazione di Santa Maria Capua Vetere, in direzione Napoli.

La protesta continua nonostante l’intervento del Governo

La mobilitazione in Campania prosegue nonostante l’incontro tenutosi a Milano tra il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e i rappresentanti della categoria (leggi l’articolo di Chiara Brusini sui fondi stanziati). Al termine del confronto, il Governo ha annunciato lo sblocco di 480 milioni di euro destinati al settore e ulteriori interventi, fissando per il 27 ottobre un nuovo tavolo di confronto.

Le misure annunciate non hanno tuttavia fermato la protesta nella regione, dove i presidi continuano a incidere sulla circolazione autostradale. La mobilitazione interessa anche la A30 Caserta-Salerno: nei giorni scorsi erano stati segnalati presidi e code in corrispondenza del casello di Nola. Diversa la situazione in Sicilia, dove il Comitato dei trasportatori ha annunciato la revoca del fermo, pur in presenza di alcuni presidi ancora attivi sull’isola.

Rischio per i trasporti pubblici

Martedì sera l’Ente Autonomo Volturno (Eav) ha annunciato il taglio dei servizi su gomma da oggi almeno sino al 24 ottobre quando potrebbero fermarsi metro e treni, a causa della carenza di carburante a disposizione e restano a rischio i trasporti su mare verso Ischia e Procida. Tagli alle corse in vista anche per Air Campania. Nel frattempo, la psicosi tra i cittadini si alimenta: sono segnalati sempre più distributori a secco, con lunghe code alle pompe con riserve di carburante specialmente a Napoli e si moltiplicano anche i supermercati con gli scaffali vuoti, per carenza di prodotti freschi. È segnalata in difficoltà l’Asia per il recupero dei rifiuti.

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Protesta dei tir, Salvini annuncia “un miliardo” ma i nuovi fondi si fermano a 160 milioni (da trovare). E i rimborsi in arrivo erano bloccati da 7 mesi

20 October 2026 at 18:48

“Abbiamo sbloccato un miliardo di euro”. Parola del viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi che, dopo l’incontro in Prefettura a Milano con le associazioni di rappresentanza degli autotrasportatori in protesta, ha annunciato “da domani” il rimborso degli extracosti dovuti al caro gasolio. Dal canto suo Matteo Salvini, pur ostentando soddisfazione, ammette che “è l’inizio di un percorso”. La realtà è che le risorse nuove che dovrebbero arrivare via decreto legge nei prossimi giorni si fermano a poco più di 160 milioni. E i pagamenti in arrivo non sono altro che aiuti già attesi da almeno sette mesi (una parte è ancora più risalente nel tempo) ma che finora sono rimasti sulla carta. Non a caso le sigle di categoria hanno già in agenda un altro vertice tra una settimana – il 27 ottobre, stavolta al ministero – per verificare che stavolta i ristori arrivino a destinazione. E se il Comitato dei trasportatori siciliani ha revocato il fermo, in Campania e Calabria i blocchi rimarranno. Con il rischio che la carenza di prodotti nei supermercati si aggravi.

Il primo e più importante punto dell’intesa di martedì è lo sblocco immediato dei pagamenti dei crediti di imposta pari al 70% della maggior spesa per il gasolio sostenuta tra marzo e agosto rispetto ai costi di febbraio, prima dell’inizio della guerra in Iran e della conseguente esplosione dei prezzi. Un supporto previsto già dal decreto varato dal governo il 18 marzo, quello che ha riconosciuto il primo taglio delle accise per gli automobilisti. Da allora a fine settembre oltre 30mila aziende hanno fatto domanda. “Erano stati stanziati 100 milioni poi via via aumentati fino ad arrivare a 434“, spiega Sergio Lo Monte, segretario nazionale di Confartigianato Trasporti e segretario di Unatras, il coordinamento unitario delle associazioni nazionali dell’autotrasporto merci. “Ma tra mancanza di liquidità e burocrazia che si è messa di traverso non è mai arrivato un euro”. Considerato che tra febbraio e agosto il rincaro medio alla pompa è stato di circa 33 centesimi al litro, con punte di oltre 40 centesimi in aprile e agosto, un’impresa con una piccola flotta di cinque camion e un consumo medio mensile di 15mila litri ha speso 4.900 euro in più ogni mese, 30mila nel semestre, senza ricevere alcuna compensazione.

“Ora ci è stato assicurato lo sblocco”, prosegue Lo Monte, “con l’aggiunta di ulteriori 50 milioni al plafond, per coprire tutte le domande. In più ci hanno annunciato che sono stati trovati altri 60 milioni che consentiranno di coprire anche settembre e ottobre: le domande si faranno nella prima decade di novembre e tra gennaio e febbraio dovrebbero arrivare i versamenti. E il termine del 31 dicembre per la fruizione è stato prorogato al 31 marzo, altrimenti chi non aveva scadenze fiscali da compensare avrebbe perso i crediti”.

Nel decreto legge che dovrebbe arrivare a giorni entrerà anche, è la promessa, “il rafforzamento della clausola di adeguamento automatico dei corrispettivi versati dal committente al prezzo del gasolio, il cosiddetto il fuel surcharge. Abbiamo chiesto che venga prevista per legge l’incidenza e che vengano fissati parametri certi in modo che valga per tutti i contratti, anche quelli in forma non scritta, che sono quelli prevalenti e diffusi soprattutto al Sud. In questo modo ci sarà automaticamente la possibilità per gli autotrasportatori di ribaltare il sovra-costo in fattura“.

A novembre infine è stato garantito l’arrivo del contributo noto come marebonus, riservato alle imprese insulari che utilizzano le “Autostrade del mare“. Anche qui ci sono contributi che “non vengono pagati fin dalle annualità 2023-24 e 2024-25”, racconta il segretario di Unatras. “Mancava la cassa, ora verranno avviati i pagamenti grazie a un’altra sessantina di milioni”. Ma per finanziare anche gli imbarchi del 2026 serviranno altre risorse, pena ritrovarsi di nuovo di fronte a una pila di istanze non pagate.

Ma come si arriva al “miliardo” evocato da ministro e viceministro? “Si è parlato anche del fondo da 590 milioni per il rinnovo del parco veicolare, destinato a incentivare la sostituzione dei mezzi più inquinanti. C’era già il decreto interministeriale, ma anche quella misura è bloccata da marzo al ministero dell’Economia. Ci dicono che dobbiamo sostituire i veicoli inquinanti e poi…”. E poi, stando a Salvini, “ci sono normative europee che limitano la possibilità di allocare questi soldi”. E qui la quadra è ancora da trovare: “Siamo in una discussione serrata con Bruxelles”. Come dire: l’attesa non è ancora finita.

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Blocchi e proteste, anche la pasta inizia a scarseggiare. Produttori in attesa che arrivi la semola da Puglia e Sicilia: “Il governo trovi ora una soluzione”

20 October 2026 at 19:06

Il pastificio La Molisana di Campobasso ha ridotto drasticamente l’attività, Cosimo Rummo, amministratore dell’omonimo pastificio di Benevento aveva parlato già una settimana fa di “conseguenze non più sostenibili” e oggi lo stabilimento è fermo. Anche Garofalo ha fermato la produzione sabato, 18 ottobre. “Siamo ripartiti solo questa mattina (20 ottobre, ndr) con il 40 per cento della produzione e non riusciamo ancora a consegnare. Ora aspettiamo e speriamo che la situazione si sblocchi quanto prima” racconta a ilfattoquotidiano.it Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Lucio Garofalo. La protesta degli autotrasportatori e degli agricoltori mette in crisi la produzione della pasta, nel paese per cui questo alimento è rito quotidiano e identità nazionale insieme. Accade perché la produzione ha una particolare geografia e necessita di passaggi fondamentali che, in questi giorni, stanno incontrando diversi ostacoli. La Puglia è considerata la vera capitale del grano duro, coprendo circa il 25 per cento della produzione complessiva (alcune stime arrivano al 30%), in particolare è il Tavoliere delle Puglie, la provincia di Foggia, l’area di maggiore coltivazione. Se in Puglia, infatti, ci sono circa 340mila ettari coltivati, solo in quell’area ce ne sono più di 183mila. La seconda regione è la Sicilia, con un’altra fetta (tra il 18% e il 20%) della produzione nazionale che arriva da circa 320mila ettari coltivati. E dato che la protesta dei camion dei trattori ha bloccato prima queste due regioni (coinvolgendo tutto il Sud) si capisce perché il settore è particolarmente colpito da quanto sta avvenendo.

Da Claai Calabria a Garofalo, vicinanza per le ragioni della protesta

In queste ore, manifesta tutta la sua preoccupazione anche Giuseppe Bellamena, presidente del settore panificazione della Claai (Confederazione libere associazioni artigiane italiane) di Reggio Calabria che, però, esprime vicinanza alla protesta: “Oggi le nostre aziende non sono più in grado di andare avanti a queste condizioni. Il governo deve intervenire immediatamente con misure straordinarie per calmierare e abbassare in modo strutturale i costi di luce, gas e carburanti. Esprimiamo piena vicinanza allo sciopero degli agricoltori e degli autotrasportatori. Come panificatori Claai siamo pronti e favorevoli a far fronte comune e a scendere in piazza per uno sciopero regionale”. Vicinanza alle ragioni della protesta manifesta anche Massimo Menna: “Non potrebbero essere altrimenti, dato che i nostri rapporti contrattuali con il settore sono legati al costo del carburante, quindi comprendiamo la situazione”. La protesta di un settore, ne danneggia un altro. “Sì, ma capiamo le ragioni. Ci si poteva muovere anche prima, per esempio incontrando subito gli autotrasportatori. Ci siamo resi conto giorni fa – aggiunge l’amministratore delegato del Pastificio Garofalo – di quali potessero essere i rischi dei blocchi. Ad oggi, però, l’importante è trovare una soluzione tempestiva che, almeno per il momento, se non strutturale possa almeno dare ossigeno. E voglio sottolineare anche la disponibilità e la collaborazione che in questi giorni abbiamo trovato da parte dei nostri fornitori”.

La geografia della produzione del pane che ora fa fermare le produzioni

Anche quelli di Garofalo sono per la maggior parte in Puglia. Per capire cosa sta avvenendo in queste ore, infatti, al dato sulle coltivazioni di grano duro è necessario aggiungere il racconto di ciò che avviene al grano coltivato. Perché per ogni passaggio, in queste ore, rappresenta un problema insormontabile. Primo: la semola di grano duro, quella tradizionalmente utilizzata per la pasta, si coltiva soprattutto in Puglia e Sicilia, quindi spesso a diversi chilometri di distanza dagli stabilimenti di produzione che, per esempio, ci sono in Campania o in Molise. E già questo sarebbe un ostacolo. Secondo problema: se il grano duro in chicchi è una materia prima resistente e può essere stoccato nei silos dei mulini per molti mesi senza perdere le sue proprietà nutrizionali e tecnologiche, discorso diverso vale per la semola (il prodotto della macinazione del grano). Una volta che il chicco viene spezzato e ridotto in sfarinato, infatti, entra a contatto con l’ossigeno e questo avvia un processo rapido di ossidazione e degradazione enzimatica. Per produrre una pasta secca di alta qualità, quindi, la semola deve essere idratata e impastata quasi subito, idealmente entro 24 ore dalla macinazione. Terzo: non tutti i pastifici hanno molini propri. Ergo: il mulino, che magari si trova in Puglia o in Sicilia, deve smettere di macinare perché non può spedire la semola fresca e non ha senso accumularla nei silos, perché andrebbe comunque a male. E così, non ricevendo la semola fresca entro le 24 ore dalla macinazione e una volta esaurite le scorte, i pastifici in Campania (e non solo) sono costretti a spegnere le linee di produzione, anche se a pochi chilometri di distanza ci sono silos stracolmi di grano intatto. Sette impianti molitori, in particolare, si trovano presso la sede centrale del Gruppo Casillo, a Corato, nel Barese.

I pastifici costretti a ridurre o fermare la produzione

A parte la Barilla, che ha diversi stabilimenti anche al Nord e a Pedrignano (Parma) c’è lo stabilimento storico con un grande mulino e il pastificio più grande del mondo, i principali produttori di pasta del Paese si trovano quasi tutti al Sud. Alcuni pastifici, come De Cecco, sono autosufficienti per i mulini, mentre altri – come Garofalo e Rummo – non lo sono e dipendono proprio dai camion che portano la semola fresca da Puglia e Sicilia. Come ha raccontato a La Repubblica Cosimo Rummo, amministratore delegato dell’omonimo pastificio, la produzione è stata interrotta dal 13 ottobre (“non arrivano camion né cisterne e abbiamo finito le scorte)”. La Molisana, invece, che ha sede a Campobasso è autosufficiente perché ha dei mulini di proprietà, ma lo è solo per metà produzione. L’azienda ha già ridotto drasticamente l’attività a causa delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e degli imballaggi, oltre che dei problemi nella distribuzione del prodotto finito. Perché il problema riguarda sia l’arrivo delle forniture necessarie alla lavorazione e al confezionamento della pasta, sia l’impossibilità di spedire regolarmente la merce prodotta, con il rischio di esaurire gli spazi di stoccaggio. L’azienda ha confermato che lo stabilimento è ancora operativo, ma lavora a ritmi sensibilmente ridotti, utilizzando le scorte disponibili nei magazzini. Se i blocchi dei trasporti dovessero proseguire, la produzione potrebbe fermarsi completamente nel giro di pochi giorni. Si parla dei brand più venduti, stando ai dati di report di settore che includono non solo le vendite nella grande distribuzione, ma anche i canali di Food Service/Horeca, ossia ristorazione, hotel e catering, oltre che la vendita al dettaglio. La geografia della produzione di pasta è ben nota agli addetti ai lavori ed è proprio per questo che, nei giorni scorsi, il presidente di Italmopa, l’associazione che rappresenta l’industria molitoria nazionale, aveva scritto non solo al prefetto di Foggia, Antonio Giannelli, ma anche al ministro degli Interni, Matteo Piantedosi “per segnalare la situazione di assoluta emergenza derivante dal blocco spontaneo e non autorizzato dei mezzi pesanti attualmente in corso sul territorio pugliese”. Sono passati giorni, ma la protesta di camion e trattori sembra essere finita in agenda solo quando non è stato più possibile girarsi dall’altra parte.

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Sciopero dei tir, in Sicilia il Comitato revoca la protesta: sbloccati 480 milioni per il gasolio

20 October 2026 at 17:52

La paralisi dei trasporti nell’isola è stata sventata in extremis. In Sicilia le associazioni di categoria hanno disposto la revoca del fermo dei tir, mettendo in salvo la catena della distribuzione alimentare e l’approvvigionamento dei carburanti.

La svolta è arrivata al termine di un serrato confronto con le istituzioni, culminato con lo sblocco di risorse finanziarie decisive per il comparto logistico della regione.

Perché i tir ricominciano a circolare in Sicilia

A disinnescare la protesta è stato il via libera definitivo ai fondi di compensazione. Il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi, ha confermato l’immediata disponibilità di 480 milioni di euro destinati ad abbattere i costi di insularità e a mitigare l’impatto dei rincari sulla movimentazione delle merci.

Preso atto dell’accoglimento di quasi tutte le istanze presentate nella piattaforma rivendicativa, il Comitato trasportatori siciliani ha sospeso il blocco dei camion per dare un segnale di apertura al ministro Matteo Salvini, pur mantenendo lo stato di agitazione fino all’attuazione completa delle misure.

A stretto giro è arrivata anche la fermata del presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, che ha promesso di affiancare alle risorse nazionali ulteriori interventi regionali a tutela della continuità territoriale e della competitività delle imprese locali.

La protesta del caro carburante continua nel resto del Sud

Se in Sicilia si evita il peggio, nel resto del Mezzogiorno la morsa della protesta non accenna a flettere. La combinazione tra l’esplosione dei costi del gasolio e i ritardi negli interventi statali sta spingendo autotrasportatori e agricoltori a bloccare i principali snodi viari del Sud:

  • in Campania la mobilitazione ha congelato la viabilità con presidi a oltranza e blocchi notturni ai caselli di Nola sulla A30, Avellino Est e lungo gli svincoli della A2 nel Vallo di Diano;
  • in Puglia i cortei di tir e trattori hanno invaso la viabilità ordinaria tra Bari e Bitonto, paralizzando il traffico per denunciare margini di profitto ormai azzerati;
  • in Molise i presidi dei camionisti stanno già provocando i primi ritardi nelle consegne dei prodotti freschi e rallentamenti nelle catene di produzione industriale.

Dopo i fornai anche i pescherecci pronti al blocco nazionale

A rendere il quadro ancora più critico è l’effetto contagio che sta travolgendo gli altri settori energivori. Dopo i fornai, anche le marinerie italiane sono pronte a spegnere i motori e a incrociare le braccia contro i rincari energetici innescati dalle tensioni geopolitiche internazionali.

In prima fila c’è la flotta del Molise: gli armatori della marineria di Termoli hanno confermato che i motopesca resteranno ormeggiati nei porti. Tra le richieste urgenti indirizzate al Governo spiccano la proroga del credito d’imposta sul carburante fino al 31 dicembre, il saldo dei ristori arretrati e un’immediata sburocratizzazione per il comparto della blue economy.

Caro gasolio, perché la rivolta dei camionisti si concentra al Sud. Tra ritardi della politica e fragilità strutturali

20 October 2026 at 15:24

Il governo si impegna per 480 milioni di euro complessivi destinati a compensare il caro gasolio, più ulteriori risorse per altri interventi, anche per i collegamenti marittimi e per adeguare automaticamente le tariffe ai rincari. È la risposta alle proteste degli autotrasportatori, che si aspettano di vedere i fatti entro il prossimo incontro del 27 ottobre. Anche perché i ristori non risolvono i problemi strutturali che il caro carburante ha fatto esplodere, soprattutto nel Mezzogiorno, dove i rincari sono gli stessi ma hanno un peso differente. Piccole imprese, scarso potere contrattuale, costi logistici elevati e mercati lontani sono problemi comuni all’intero settore, ma che in alcune aree del Sud si sommano l’uno all’altro riducendo o azzerando i margini per assorbire i rincari.

“Quella che era una difficoltà è diventata per molte imprese, soprattutto quelle più piccole che hanno un potere contrattuale minore, disperazione”, ha spiegato il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, alla Adnkronos. Due i problemi: quanto costa riempire il serbatoio, e quanto resta in tasca all’autotrasportatore. Se la ditta è piccola e ha pochi committenti, i margini per imporre aumenti tariffari sono ridotti. E se il prezzo del gasolio sale, si rischia di dover scegliere tra lavorare in perdita e perdere il cliente. La geografia, poi, non aiuta. Secondo l’Istat, nel 2024 il 68,2% delle merci trasportate su strada aveva origine nelle regioni settentrionali, dove si concentra anche il 56,4% del Pil nazionale. Fotografia di un mercato molto più ricco, con grandi poli industriali e logistica che alimentano l’autotrasporto e dovrebbero garantire maggiore continuità nelle commesse.

Al Sud le cose cambiano e per la Sicilia lo svantaggio è stato persino quantificato. Uno studio del 2023 della Regione Sicilia, realizzato col supporto di Prometeia, ha stimato un indice dei costi di trasporto superiore del 58,8% alla media nazionale, dando maggiore peso ai collegamenti con le regioni coi mercati economicamente più grandi. Non è una misura delle tariffe pagate, ma quella di uno svantaggio strutturale che spiega perché la distanza dai mercati precede e si somma con i rincari del carburante. A incidere sui collegamenti marittimi c’è anche l’Ets europeo, il sistema per incentivare la decarbonizzazione che impone alle compagnie di navigazione di acquistare quote per le emissioni inquinanti. Dal 2026 il meccanismo è entrato a pieno regime, con costi che possono far aumentare le tariffe dei traghetti. Un ulteriore aggravio per chi deve attraversare il mare che, ha detto il viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi, ricade “soprattutto sulle isole”.

Poi c’è la questione decisiva di chi paga davvero gli aumenti. La legge prevede meccanismi di adeguamento dei corrispettivi al prezzo del carburante, il cosiddetto fuel surcharge. Il problema è che non è sempre facile farli valere, soprattutto quando il trasportatore è piccolo e dipende da pochi committenti, dunque con scarsa forza contrattuale. “Il mercato dell’autotrasporto è un mercato che non ha una tariffa di legge”, ricorda Russo. Anche un aumento richiesto del 15% resta quindi affidato alla negoziazione con il committente. E non sempre quest’ultimo se lo può permettere o più semplicemente lo accetta. Come non bastasse, ha denunciato lo stesso Russo, gli sconti sul gasolio ottenuti dal governo dopo aver fatto pressione sulle compagnie petrolifere, sarebbe finito soprattutto nei distributori stradali e non sulla cosiddetta extrarete, dove molti camionisti acquistano il carburante all’ingrosso. E secondo Conftrasporto, proprio lì ci sarebbero stati i maggiori aumenti dei prezzi.

Problemi che si incrociano con quelli dell’agricoltura che in molte regioni alimenta la domanda di trasporto. Se i produttori non riescono a incassare abbastanza per le proprie merci, come lamenta il settore, è ben difficile riconoscere tariffe maggiori ai camionisti. E i blocchi dei tir rischiano di aggravare ulteriormente la situazione della filiera. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, avverte che l’ortofrutta rischia di restare nei campi, mentre il latte incontra difficoltà nel raggiungere trasformazione e commercializzazione. Una situazione che il governo dovrebbe conoscere, almeno da maggio. Da quando a Palazzo Chigi fu sottoscritto un protocollo con le associazioni per le compensazioni economiche. “Se si fossero portati avanti nei tempi concordati, forse non si sarebbe arrivati alle proteste di oggi”, osserva Russo. Ora che sono stati presi nuovi impegni, si chiede almeno che i provvedimenti arrivino in fretta e così i soldi.

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Piano nazionale energia e clima: fra ritardi e sprechi, l’Italia ha raggiunto appena il 15% degli obiettivi al 2030

20 October 2026 at 11:01

Le emissioni tornano a crescere e, per rispettare gli impegni europei, l’Italia deve ora tagliare – in appena cinque anni – circa un quarto di quelle nazionali. Mancare gli obiettivi potrebbe costare tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro. Le risorse pubbliche per la transizione restano inutilizzate o vengono disperse, mentre trasporti ed edifici sono i settori più in ritardo. Già, perché circolano 445mila auto elettriche, contro un obiettivo di 4,3 milioni al 2030 e perché negli edifici la quota di rinnovabili termiche è ferma da cinque anni, mentre del Fondo nazionale per l’efficienza energetica sono stati utilizzati solo 18 milioni di euro su quasi trecento. Nel frattempo, in vista della neutralità climatica al 2050, l’Italia non ha neppure una strategia di uscita dal gas. Sono alcuni degli elementi principali del progress report annuale presentato dal think tank Ecco sul Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) dell’Italia. Il risultato? “Nonostante l’avvicinarsi del 2030, la transizione energetica in Italia rallenta e l’Italia è al 15 per cento nel raggiungimento degli obiettivi”. “Il ritardo nella transizione lo paghiamo due volte: in bolletta e nei conti pubblici, fino a 5,7 miliardi di euro per compensare le emissioni in eccesso” spiega Chiara Di Mambro, direttrice Strategia Italia e Europa di Ecco, secondo cui “la Legge di bilancio può cambiare rotta” a patto che su usi la flessibilità concessa da Bruxelles “per elettrificare i consumi e iniziando a riequilibrare tasse e oneri che oggi rendono l’elettricità più cara del gas”.

Quanto ci costerà la crescita delle emissioni

Nel 2025, le emissioni di gas serra sono tornate a crescere, di circa 9 milioni di tonnellate di Co2 equivalente (MtCO2eq) rispetto al 2024. Per rispettare gli impegni europei al 2030, l’Italia deve ancora ridurre le proprie emissioni di circa 95 milioni di tonnellate di CO2 equivalente rispetto ai livelli del 2025. Gli obiettivi europei di riduzione per trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e piccola industria (tutti settori sottoposti al Regolamento Effort Sharing perché esclusi dall’Ets, il mercato europeo del carbonio) sono vincolanti per il Paese. Con l’attuale ritmo di riduzione delle emissioni, però, l’Italia rischia di mancare tali obiettivi. Secondo le proiezioni Ispra, infatti, tra il 2021 e il 2025 il Paese ha già accumulato un eccesso per circa 30 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, destinato a salire a 39 entro il 2030. Questo può comportare un rischio di spesa stimato tra 3,8 e 5,7 miliardi di euro per l’acquisto di diritti di emissione. Nel frattempo, le risorse pubbliche impiegate nella transizione vengono disperse a causa di quello che Ecco definisce “un incoerente meccanismo di governance delle politiche energia e clima” e per la mancanza di una chiara strategia di finanziamento. Il Piano nazionale di Ripresa e resilienza si chiude con il 45% dei fondi per la transizione effettivamente spesi. Dei 18,2 miliardi di euro incassati dalle aste Ets tra il 2012 e il 2024, solo il 9% dei proventi è andato a misure per il clima, secondo le rendicontazioni pubbliche. “Bisogna poi anticipare il finanziamento del Piano Sociale per il Clima, che vale oltre 9 miliardi di euro ma non sarà operativo prima del 2027 – spiega Chiara Di Mambro – sono risorse che servono subito alle famiglie più esposte al caro energia”.

Trasporti ed edifici sono i settori più in ritardo

I trasporti sono il primo settore per emissioni, con oltre il 30% del totale. Circolano 445mila auto elettriche, contro un obiettivo di 4,3 milioni al 2030. Gli incentivi dedicati all’elettrico hanno portato le immatricolazioni al 9% tra la fine del 2025 e il 2026, contro il 22% della media europea. Finiti a giugno, il mercato è tornato ai livelli precedenti. Le risorse oggi disponibili sono poche e disperse tra più tecnologie. Per quanto riguarda gli edifici, invece, la quota di rinnovabili termiche è ferma da cinque anni e la direttiva Case Green tanto osteggiata dal Governo Meloni non è ancora stata recepita. Inoltre, gli strumenti che sembrano funzionare meglio sono sottofinanziati: il Conto Termico, ad esempio, ha esaurito i fondi annuali in un solo mese (Leggi l’approfondimento). Quelli che funzionano meno restano fermi: del Fondo nazionale per l’efficienza energetica sono stati utilizzati solo 18 milioni di euro su 284 disponibili.

Gas e rinnovabili: ecco perché le bollette restano alte

La domanda italiana di gas rimane inferiore di 11,2 miliardi di metri cubi rispetto al livello del 2019. Nonostante il lieve aumento del 2025, in cui i consumi sono tornati a salire (+2,1%), trainati dalla produzione termoelettrica (+7,2%), il settore mostra una tendenza strutturale alla riduzione della domanda. “Manca, tuttavia, una vera strategia di abbandono del gas, passo necessario per l’obiettivo di neutralità climatica al 2050” scrive Ecco. Al contrario, scelte di investimento mostrano il protrarsi della dipendenza oltre il 2030, con la prospettiva di metanizzazione della Sardegna che si concluderà non prima del 2033. Un segnale positivo “ma insufficiente” arriva dalle rinnovabili, con circa 7 gigawatt (GW) installati nel 2025, a fronte dei 10 GW annui necessari al raggiungimento del target al 2030. A frenarne lo sviluppo restano però i tempi ancora troppo lunghi delle autorizzazioni e la saturazione virtuale della rete. Nel 2025 l’energia rinnovabile prodotta ma persa per curtailment, cioè per i distacchi sulle reti di alta e altissima tensione, è salita a circa 802 gigawattora (Gwh), più del doppio del 2024. L’aspetto più problematico è che la crescita delle rinnovabili non si traduce ancora in benefici per le famiglie e le imprese: “Il prezzo dell’elettricità continua a essere determinato in larga parte dal gas e tasse e oneri pesano sulla bolletta elettrica molto più che su quella del gas”. Decisioni come il rinvio dell’uscita dal carbone al 2038 mandano inoltre un segnale incerto agli investitori.

L’elettrificazione inesplorata e il futuro incerto dell’industria

Il tasso di elettrificazione dei consumi finali è sostanzialmente stabile ed è al 23%. Nel 2024, l’elettricità copriva il 49% dei consumi nei servizi e il 40% nell’industria, ma solo il 21% nel settore civile e solo il 2% nei trasporti. Uno dei fattori che ostacola l’elettrificazione dei consumi in Italia è lo squilibrio tra i prezzi dell’elettricità e quelli delle fonti fossili, come il gas. L’Italia, infatti, è tra i Paesi europei con il più alto rapporto tra il costo dell’elettricità e del gas. Allo stesso tempo “gli incentivi alla decarbonizzazione dell’industria sono frammentati e di breve periodo – spiega il think tank – senza una strategia che sostenga investimenti e costi operativi in un contesto di forti pressioni internazionali sui prezzi dell’energia e sulla competitività”. Il caso ex Ilva (nella foto) ne è il simbolo. Sulle tecnologie della transizione, idrogeno rinnovabile, biometano e Cattura e stoccaggio (Carbon Capture and Storage), l’Italia resta molto lontana dagli obiettivi 2030 nonostante i nuovi strumenti di sostegno. “La decarbonizzazione dell’industria italiana rimane uno degli aspetti più critici della transizione energetica nazionale. L’assenza di una strategia unitaria che affronti sia le spese in conto capitale (per l’acquisto di immobili, macchinari, veicoli per esempio) – conclude Chiara Di Mambro – sia le spese operative per garantire il funzionamento delle aziende continua a frenare una trasformazione strutturale del comparto manifatturiero”.

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La protesta di tir e trattori arriva a Roma. Le ragioni che il ministro Lollobrigida dimentica, condannando i blocchi

19 October 2026 at 12:26

La mobilitazione di autotrasportatori e agricoltori si estende, sale verso Roma e Firenze. Contro il rincaro dei carburanti che, però, si aggiunge a una serie di problemi accumulati nel tempo e a cui non si è data una risposta concreta. Neppure in queste ore. Domenica, camion e trattori hanno presidiano i principali snodi stradali in Puglia (Leggi l’approfondimento), Sicilia e Calabria e, nelle ultime ore, con il prezzo medio del gasolio vicino alla soglia dei 2,3 euro al litro (con un incremento di quasi il 40 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), ci sono nuove manifestazioni e blocchi, con effetti sulla circolazione anche in Campania, Molise e Basilicata, ma anche sull’approvvigionamento delle merci che, dopo diversi giorni di sciopero, hanno iniziato a scarseggiare in diverse regioni, dalla Sicilia alla Campania. I ministri dell’Agricoltura del G7 si riuniscono in queste ore a Parigi – per la seconda volta in quattro mesi – per discutere, in particolare, della sicurezza degli approvvigionamenti di fertilizzanti, messa a dura prova dalla guerra nello Stretto di Hormuz, mentre gli autotrasportatori attendono con ansia l’esito della riunione con il ministro Matteo Salvini, confermata per il 20 ottobre. Non sarà il ministro ad andare dove si protesta, ma saranno gli autotrasportatori a dover andare in prefettura, a Milano. Il punto, però, è che sono tanti i fronti su cui dare delle risposte. Sembra non accorgersene il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida che, invece di dare risposte esaustive agli agricoltori, è intervenuto su Facebook per dire che “manifestare è lecito e degno di rispetto, ma bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato”.

Le ragioni della protesta

Ma la protesta non riguarda solo il Sud. “Il gasolio agricolo brucia il futuro degli agricoltori” è lo slogan con cui centinaia di agricoltori, allevatori, floricoltori, pescatori di Coldiretti si sono presentati in piazza Duomo a Firenze, di fronte alla sede della presidenza della Regione Toscana, per chiedere risorse straordinarie contro l’impennata dei prezzi di gasolio, fertilizzanti, concimi azotati, vasi, manichette e materiali di consumo. Non è solo il caro carburanti e gasolio, di fatto, che rende insostenibili i costi per far viaggiare i camion e per usare i trattori nei campi, ma anche l’aumento generale delle spese per materie prime ed energia, a fronte di margini di guadagno sempre più ridotti. Gli agricoltori denunciano da anni che i loro prodotti vengono pagati troppo poco lungo la filiera e, periodicamente, devono far fronte a perdite fuori programma. Nella provincia di Agrigento, tanto per fare un esempio, gli olivicoltori hanno avviato una mobilitazione e hanno deciso di lasciare le olive nei magazzini dopo il crollo del prezzo dell’olio a 6,70 euro al chilogrammo. Una decisione pesante in paesi che vivono di questo, come Lucca Sicula, Burgio, Montevago e Menfi. Ma il calo del prezzo dell’olio colpisce anche gli olivicoltori pugliesi, come raccontato a ilfattoquotidiano.it. Perché anche a quelle latitudini, il dramma è frutto di più fattori che il ministro Lollobrigida conosce bene. Per questo il suo appunto sui blocchi delle strade ha suscitato una valanga di critiche sui social.

La mappa dei blocchi

Nel frattempo, la protesta punta a Roma. Si registrano lunghe code sull’A1, l’Autostrada del Sole, in particolare ai caselli di Ferentino e Frosinone, mentre nella Capitale è in programma una manifestazione a piazza dei Cinquecento. In Campania, la circolazione è rallentata o anche bloccata lungo gli snodi autostradali, tra cui l’A1 e l’A30, tra Napoli Nord, Caserta Sud (dove la strada è occupata), Caserta Nord, ma anche a Palma Campania, Sarno, Nocera-Pagani. La protesta degli autotrasportatori è partita verso mezzanotte in zona Caianello e sta fortemente condizionando la viabilità in tutta la regione. Nei giorni scorsi la situazione era diventata particolarmente critica, in Calabria, per via del blocco della raffineria Eni di Taranto, nodo strategico per l’intero sud Italia nell’approvvigionamento di carburanti, e per la mancanza di prodotto ai depositi di Vibo Marina. Dopo lo sblocco dei presidi a Taranto e l’arrivo del carburante alla raffineria vibonese, la protesta proclamata da Fedralog, la Federazione regionale della logistica, è andata avanti. Nelle ultime ore, un nuovo presidio è stato attivato lungo la Statale 18 nel Comune di Fuscaldo (Cosenza), mentre gli studenti dei liceo Metastasio di Scalea, hanno deciso di rimanere fuori dalla scuola manifestando solidarietà alla protesta dei tir. A Gioia Tauro, i cittadini si sono uniti alla protesta e, dopo la pausa del fine settimane, riprende il sit-in all’ingresso del porto. È stato, invece, tolto all’alba il blocco attuato da autotrasportatori e agricoltori allo svincolo dell’Autostrada A2 a Falerna, nel Lametino (Catanzaro). Da Altamura, in provincia di Bari, è partito un corteo di 35 motrici e circa cento persone, diretto a Bari per un incontro con il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro. Ma la protesta si allarga e arriva anche nel centro di Campobasso, in Molise. Altri presidi sono segnalati anche agli ingressi di Potenza e nella zona industriale di Tito del raccordo autostradale tra il capoluogo lucano e Sicignano degli Alburni (Salerno). Sempre in Basilicata, disagi – ma senza blocchi della circolazione stradale – si registrano sul tratto lucano della strada statale Jonica, nel Metapontino, al confine con Puglia e Calabria. Dopo alcuni giorni complicati, invece, è tornata quasi alla normalità la situazione ai distributori di carburante.

L’incontro imminente con il ministro Salvini

Ma la tensione resta alta. “Sono in contatto da giorni con le associazioni nazionali, con i principali sindacati che incontrerò in prefettura a Milano martedì mattina, sia con i gruppi più spontanei – li ho sentiti personalmente – in Sicilia, in Puglia, in Calabria, che incontrerò sempre a Milano martedì pomeriggio” ha confermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini che ha chiesto “buon senso e rispetto per il lavoro degli altri, perché alcuni blocchi stanno danneggiando il lavoro di altri loro colleghi. Solo che autotrasportatori e agricoltori non ce la fanno più e non dagli ultimi giorni. Salvini, anticipando l’intenzione di “sbloccare risorse già finanziate, rallentate per motivi burocratici” non ha perso l’occasione per addossare le colpe sulle misure dell’Unione europee legate alla transizione. Il ministro, infatti, vuole aggiungere altre misure “visto il caro gasolio, le guerre che vanno avanti e alcune misure europee demenziali che danneggiano, per esempio, gli autotrasportatori delle isole. Perché le tasse imposte dall’Europa sulle emissioni chiamate Ets – accusa – ci costringono a trovare ulteriori risorse”.

La richiesta di un incontro con Lollobrigida

Anche gli agricoltori chiedono un incontro al ministro Lollobrigida. Lo ha invocato il comitato agricoltori Sicilia coordinato da Mariano Ferro, storico leader dei Forconi. “Gli agricoltori siciliani, costretti a scendere in strada in queste settimane da una situazione ormai assolutamente impossibile riguardante i costi di produzione, liberi da qualunque tessera associativa – ha scritto – chiedono di essere convocati dal ministero competente per rappresentare, per l’ennesima volta, le ormai arcinote problematiche di sempre mai seriamente affrontate e alle quali oggi, grazie a nefaste congiunture internazionali si è aggiunto il caro gasolio”. E ancora: “Basta dare un’occhiata al recente passato e ci si rende conto che mobilitazioni di questo genere si ripetono sempre più frequentemente. È ormai evidente che in assenza totale di risposte strutturali questa spirale pericolosa trascinerà migliaia di piccole e medie aziende alla chiusura”. Emblematiche, sulle reazioni di Lollobrigida, le parole di Piero De Luca (Pd), capogruppo in commissione Politiche Ue. “Il caro carburanti, il caro energia e il carrello della spesa stanno strozzando famiglie e imprese, e dal governo non è arrivata alcuna risposta. L’unico a farsi sentire è stato il ministro Lollobrigida, che si è permesso di attaccare i manifestanti evocando ipotesi di reato. Puntare il dito contro le piazze è l’ennesimo modo per sfuggire alle proprie responsabilità”.

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Sciopero trasporti e forni spenti fino al 20 ottobre: da novembre prezzi su di pane e farina

19 October 2026 at 09:17

Le proteste del settore trasporti non accennano a rientrare, trascinando nella mobilitazione diversi altri comparti produttivi del Paese. Ai blocchi degli autotrasportatori e alle rivendicazioni degli agricoltori si sono uniti in modo compatto anche i panificatori artigianali. Nato inizialmente come un fermo di 48 ore, il blocco è stato esteso fino al 20 ottobre, spingendo il Governo ad anticipare i tavoli di confronto con le categorie in protesta.

La situazione rischia di paralizzare l’approvvigionamento di un bene primario come il pane, con la filiera dell’arte bianca stretta tra l’esplosione dei costi di gestione e la difficoltà nel reperire le materie prime.

Perché anche i fornai hanno incrociato le braccia

A spingere i panificatori a spegnere i forni sono molteplici fattori ormai insostenibili. I costi dell’energia elettrica e del gas necessari per alimentarli sono arrivati a livelli critici, mentre il fermo del trasporto merci iniziato il 16 ottobre, in coincidenza con la Giornata mondiale del pane fresco, sta bloccando le consegne di grano e farine dai mulini ai laboratori.

A gravare sui bilanci dei piccoli artigiani si aggiungono le spese di confezionamento, aumentate fino al 50%, il rincaro del gasolio per le consegne e le storture imposte dalla Grande distribuzione organizzata, come le trattenute sui rincari al dettaglio e l’obbligo di farsi carico del pane invenduto. In queste condizioni, per molti panifici proseguire la produzione significa lavorare in perdita.

Dal 1° novembre aumentano i prezzi delle farine

Oltre ai disagi immediati, all’orizzonte si profila un’ulteriore stangata per le famiglie. I principali impianti di macinazione hanno infatti già inviato i nuovi listini delle farine alimentari, che prevedono aumenti di circa 10 euro al quintale ed entreranno in vigore a partire dal prossimo 1° novembre.

L’impatto economico si farà sentire in modo particolare sul pane di prima fascia e sulla grande distribuzione, dove la tariffa base passerà da circa 3,00 a 3,80 euro al chilo, fino a ripercuotersi su tutti i prodotti derivati da forno: dai biscotti ai grissini, fino alle fette biscottate, alle pizze e agli impasti surgelati.

Mettendo a confronto le stime con i dati ufficiali Istat del 2025, che certificavano un prezzo medio nazionale di 3,90 euro al kg con oscillazioni tra i 3,00 euro kg della Gdo e i 5,00 euro dei panifici del Nord, l’effetto degli aumenti sarà diversificato a seconda del canale d’acquisto:

Canale d’acquisto Media 2025 Stima dal 1° novembre Variazione annua
Gdo 3,00 euro al kg 3,80 euro al kg +26,67% (+0,80 euro)
Media nazionale generale (Istat) 3,90 euro al kg 3,80 €/kg -2,56% (-0,10 euro)

Corsa alle scorte nei supermercati

L’annuncio del prolungamento dello sciopero fino al 20 ottobre e la prospettiva dei rincari imminenti hanno scatenato la corsa agli acquisti. Nelle regioni del Mezzogiorno, dove i blocchi e i presidi autostradali proseguono ormai da quattro giorni consecutivi, si registrano lunghe code presso i panifici di quartiere, mentre nei supermercati si segnalano i primi scaffali vuoti nei reparti dedicati a farina, lievito e prodotti da forno a lunga conservazione.

Senza interventi strutturali sul costo dell’energia, dei carburanti e sul contrasto alle pratiche commerciali sleali lungo la filiera, le associazioni di categoria avvertono che il rischio di nuove mobilitazioni resta concreto.

Sciopero del 16 ottobre, si fermano EasyJet, scuola e trasporti: gli orari

By: matrun
16 October 2026 at 04:00

Il 16 ottobre ci saranno sia uno sciopero nazionale della scuola, sia uno della compagnia aerea low cost EasyJet, una delle più diffuse e utilizzate in tutto il Paese. Se la prima mobilitazione potrebbe avere conseguenze limitate e dipendenti dall’adesione, è quasi sicuro che il secondo creerà molti disagi.

Oltre a questi scioperi, ci saranno anche alcune mobilitazioni locali che colpiranno il settore dei trasporti pubblici locali, sia su strada, sia marittimi.

Lo sciopero di EasyJet il 16 ottobre

Lo sciopero dei voli di EasyJet durerà tutta la giornata e si estenderà in tutta Italia. Ci potranno quindi essere ritardi e cancellazioni su tutti i voli della compagnia aerea, che è tra le più diffuse nel nostro Paese. Ci sono però delle eccezioni. Oltre allo sciopero di EasyJet, in Toscana si fermeranno anche le aziende che gestiscono gli aeroporti di Pisa e Firenze.

I voli garantiti

L’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, ha diffuso l’elenco dei voli garantiti per il 16 ottobre. Si tratta di:

  • Eju 4115 Napoli (Lirn)-Olbia (Lieo)
  • Eju 4116 Olbia (Lieo)-Napoli (Lirn)
  • Eju 3599 Malpensa (Limc)-Lampedusa (Licd)
  • Eju 3600 Lampedusa (Licd)-Malpensa (Limc)
  • Eju 3897 Malpensa (Limc)-Sharm El-Sheikh (Hesh)

Questi voli seguono alcune linee guida di Enac in caso di sciopero. Le compagnie aeree devono infatti garantire sia i collegamenti per le isole, la cosiddetta continuità territoriale, sia i voli intercontinentali che arrivano e partono dall’Italia. Infine, saranno garantiti tutti i voli in partenza nelle fasce di garanzia:

  • dalle 7 alle 10 del mattino;
  • dalle 18 alle 21 la sera.

Gli altri scioperi dei trasporti

Sempre il 16 ottobre ci saranno una serie di scioperi del trasporto pubblico locale:

  • lo sciopero di Minervabus a Fiumicino per tutta la giornata;
  • lo sciopero di Arriva a Bergamo con fasce di garanzia dalle 6:00 alle 8:30 e dalle 12:30 alle 16:00;
  • lo sciopero del trasporto pubblico nelle province di Pescara e Chieti.

Quest’ultimo, in particolare, coinvolgerà diverse aziende, ognuna con i propri orari:

  • TUA, 9-13;
  • Di Fonzo, 8:30-12:30;
  • La Panoramica, 8:30-12:30;
  • Satam, 9-13;
  • Baltour, 9-13;
  • Di Giacomo Angelo Domenico, 8:30-12:30.

Infine, il 16 ottobre sarà l’ultimo giorno dello sciopero di 48 ore dei marittimi nei porti di Napoli e Salerno.

Lo sciopero della scuola il 16 ottobre

Il 16 ottobre si terrà anche uno sciopero nazionale della scuola. Il personale si fermerà per tutta la giornata e la mobilitazione coinvolgerà:

  • il personale Ata;
  • gli insegnanti;
  • i dirigenti.

Il sindacato che organizza questa protesta è Sisa, una sigla relativamente poco diffusa. L’ultima volta che ha indetto uno sciopero simile, l’adesione è stata circa dell’1%. I disagi quindi potrebbero essere limitati per studenti e genitori, ma potrebbero comunque acuirsi in istituti che hanno una maggiore densità di iscritti a questa sigla.

Caro carburanti, la protesta degli autotrasportatori in Sicilia: camion fermi per cinque giorni e stop allo scarico delle merci dalle navi

15 October 2026 at 16:57

A partire dalla mezzanotte del 16 ottobre e fino al 20 ottobre in Sicilia i mezzi pesanti rimarranno fermi nei rispettivi piazzali e le navi con i prodotti ortofrutticoli per i supermercati non li scaricheranno. La serrata decisa dal Comitato trasporto siciliano serve a protestare contro l’aumento del costo dei carburanti. “Dobbiamo fermare l’effetto domino che si va a innescare: l’impennata del carrello della spesa e il rincaro di tutte le materie prime che trasportiamo finiscono per abbattersi direttamente sull’utente finale, ovvero il cittadino” ha spiegato Salvatore Bella, rappresentante del Comitato trasporto siciliano.

Lo sciopero era stato annunciato qualche giorno fa da Confindustria Catania, che riportava il malcontento del settore degli autotrasporti per “una condizione economica divenuta insostenibile“. I numeri indicano un prezzo medio mensile del gasolio per autotrazione cresciuto di 0,35 euro al litro rispetto a febbraio, superando i 2,16 euro al litro il mese scorso: ciò si traduce in un aumento della spesa per il carburante di oltre 8mila euro in otto mesi per un veicolo che percorre 100mila chilometri l’anno.

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Nuovo Codice della Strada cosa cambia a multe e regole e quando entra in vigore

14 October 2026 at 07:46

Il nuovo Codice della Strada 2026 approvato in Consiglio dei Ministri introduce una serie di modifiche su multe, controlli, assicurazioni e documenti di guida. La riforma, secondo il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, punta a rendere le sanzioni meno gravose nei casi ordinari, ma più severe per i comportamenti considerati più pericolosi. Tra le principali novità ci sono la riduzione di alcuni importi, il blocco dell’adeguamento automatico biennale all’inflazione e l’arrotondamento al ribasso delle cifre.

Nuovo Codice della Strada 2026, multe ridotte e sanzioni riorganizzate

La riforma prevede una riorganizzazione generale delle sanzioni principali. Le fasce sanzionatorie vengono ridotte da 82 a 21. La prima fascia prevede, in linea generale, un minimo di 25 euro e un massimo di 100 euro, mentre l’ultima arriva da 10.000 a 40.000 euro.

Il principio indicato dal Mit è quello di mantenere una funzione deterrente, evitando però importi considerati eccessivamente penalizzanti nei casi meno gravi. Allo stesso tempo, il testo introduce un inasprimento per le condotte più rischiose, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza stradale. I minimi edittali da 26 e 42 euro scendono rispettivamente a 25 e 40 euro. Le multe da 83 e 87 euro vengono invece ridotte a 80 euro.

Stretta su chi guida senza assicurazione

Una delle misure più rilevanti riguarda la circolazione senza copertura assicurativa. Per chi viaggia senza assicurazione è previsto il divieto di marcia a tempo indeterminato. Il provvedimento interviene anche sui veicoli con targa straniera: chi circola in Italia per più di 30 giorni dovrà avere un’assicurazione conforme alle regole italiane. È previsto inoltre un meccanismo di recupero delle somme non pagate dagli utenti stranieri, così da rendere più efficace la riscossione delle multe.

Le novità per autovelox, patente e libretto cartacei

Cambiano anche i tempi di notifica delle sanzioni quando l’infrazione viene accertata da remoto, senza contestazione immediata. Il termine scende da 90 a 45 giorni. La novità riguarda, ad esempio, i verbali legati a rilevazioni effettuate tramite dispositivi automatici.

La riforma prevede anche che ogni procedura di riscossione coattiva sia preceduta da un avviso bonario, per consentire al cittadino un confronto prima dell’attivazione del recupero forzoso.

Il nuovo Codice supera l’obbligo di portare con sé i documenti fisici di guida e circolazione. Patente e carta di circolazione non saranno più documenti da esibire necessariamente su carta. In caso di controllo, le forze dell’ordine potranno verificare i dati tramite l’accesso alle banche dati digitali nazionali. Anche il verbale potrà essere redatto in formato digitale e notificato in via telematica attraverso il servizio delle notifiche digitali della Pubblica amministrazione.

Novità per disabili, moto e monopattini

La riforma semplifica le procedure relative al Contrassegno Unificato Disabili Europeo, il CUDE. Tutti i Comuni dovranno aderire alla piattaforma nazionale, così da garantire il riconoscimento del contrassegno su tutto il territorio italiano.

Per i motociclisti viene introdotta la possibilità di utilizzare la corsia di emergenza in autostrada in caso di sinistri o rallentamenti, fermo restando l’obbligo di lasciare spazio ai mezzi di soccorso e di polizia.

Per i monopattini elettrici è previsto il divieto di circolazione quando rappresentano un intralcio o un pericolo per i pedoni. I Comuni potranno inoltre individuare aree di sosta sui marciapiedi, purché resti garantito il passaggio sicuro dei pedoni e delle persone con disabilità.

Trasporto professionale fino a 70 anni

Il nuovo Codice della Strada 2026 interviene anche sulle patenti del gruppo 2, cioè quelle per autotrasporto e autobus. Il limite di età viene innalzato da 68 a 70 anni, con verifiche mediche periodiche. La misura riguarda le patenti C1, C1E, C, CE, D1, D1E, D e DE. Per alcune categorie sono previste limitazioni specifiche dopo i 70 anni, soprattutto per l’autotrasporto professionale per conto terzi e per la guida di veicoli destinati al trasporto persone.

L’accisa del nostro scontento

30 July 2026 at 09:16

Le accise non sono solo una fonte di gettito, sono strumenti per orientare i comportamenti dei cittadini. Vale per il tabacco come per i carburanti. Serve dunque coerenza tra le misure introdotte e gli obiettivi che la politica pubblica dichiara di perseguire.

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