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Perché serve una proposta davvero alternativa (di Alessandro Volpi)

 

di Alessandro Volpi

La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni assommerebbe a circa 23 miliardi, praticamente nulla, visto che ben oltre la metà serve solo a rifinanziare le misure, come il taglio del cuneo fiscale, introdotte una tantum.

E' chiaro, alla luce di ciò, che serve una concreta alternativa.

Provo a spiegarmi meglio.

La stesura della Legge di Bilancio rappresenta annualmente il momento di massima sintesi politica ed economica per il Paese, eppure la sua costruzione si rivela sempre più un esercizio di bilanciamento estremo, imbrigliata com'è all'interno di una morsa contabile quasi insuperabile.

Da un lato vi è il Quadro tendenziale, ovvero la proiezione della spesa e delle entrate a legislazione vigente, che assorbe la quasi totalità delle risorse disponibili solo per coprire i costi contratti in passato, l'indicizzazione, in realtà solo parziale, delle prestazioni e la spesa, ormai enorme, per interessi sul debito pubblico.
 
Dall'altro lato agiscono con forza i vincoli europei, ulteriormente irrigiditi dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita, voluto da Paolo Gentiloni e firmato da Giorgia Meloni, che impongono traiettorie severe di rientro dal deficit e dal debito, riducendo al minimo i margini di deficit aggiuntivo.
In questo scenario strutturale, lo spazio di manovra effettivo per qualsiasi governo si riduce a pochi spiccioli, trasformando la manovra finanziaria in un intervento marginale, incapace di rispondere alle emergenze del Paese.

Proprio alla luce di questa ristrettezza drammatica appare del tutto paradossale la pressante richiesta di ottenere flessibilità contabile dai partner europei per autorizzare circa 7 miliardi di euro di nuova spesa militare da finanziare a debito.

Richiedere una deroga ai vincoli di bilancio per incrementare gli armamenti e la difesa, mentre si dichiara l'impossibilità di trovare risorse per la salute, la scuola o il trasporto pubblico, svela una precisa gerarchia di priorità politiche che svuota di senso la retorica dell'austerità inevitabile.

La scarsità di risorse non è infatti un dato naturale o un destino cinico, bensì il risultato di precise scelte strutturali sul lato delle entrate: quelle coltivate per anni dal neoliberalismo.

Per uscire da questa paralisi e restituire fiato alla spesa sociale non servono stratagemmi contabili o misure una tantum – utili solo a tamponare un singolo esercizio finanziario – ma una vera e propria riforma fiscale organica incardinata su pilastri di equità e progressività.

Un intervento strutturale fondato sull'introduzione di una patrimoniale dell'1% sui patrimoni netti superiori ai due milioni di euro permetterebbe di redistribuire la ricchezza accumulata ai vertici della piramide sociale.

A questo si dovrebbe affiancare un aumento dell'aliquota Ires al 30% per i settori che hanno registrato extra-profitti record, come gli istituti bancari e i grandi gruppi energetici, chiamando chi ha guadagnato di più a contribuire in maniera proporzionata al benessere collettivo.

Fondamentale sarebbe poi l'allargamento della base imponibile Irpef attraverso l'eliminazione dei molteplici regimi sostitutivi e delle cedolari secche che oggi frammentano il prelievo e favoriscono le rendite rispetto al lavoro dipendente, unito a una lotta seria, determinata e tecnologica all'evasione fiscale.
Un'impostazione di questo tipo non solo garantirebbe un gettito ingente e costante, ma andrebbe a migliorare in modo decisivo lo stesso Quadro tendenziale di partenza.
 
Elevando in modo permanente la base delle entrate dello Stato, il punto di partenza di ogni futura Legge di Bilancio si libererebbe dalla mossa dei vincoli, consentendo di programmare investimenti pubblici di lungo periodo e di finanziare un'ampia espansione della spesa sociale, dalla sanità universale al sostegno ai redditi bassi, senza dover ricorrere a un indebitamento insostenibile o a paradossali richieste di flessibilità per scopi bellici.

Penso che questa sia ormai una scelta ineluttabile per chi vuole combattere seriamente l'immiserimento di gran parte della popolazione italiana.

I maranza putiniani (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio*

 

L’altra sera ho scartato una vignetta di Natangelo su un Putin preoccupato perché, dopo un paio di giorni di piazze in fiamme, nessuno gli aveva ancora dato la colpa. Va bene che la satira deve esagerare, mi son detto, ma non esageriamo. E mal me ne incolse: i giornali di ieri sono pieni di “Ha stato Putin” per le rivolte dilaganti in tutta Europa. La polizia brancola nel buio, gli 007 non sanno dove girarsi, ma il senatore Borghi (il più comico, quello renziano) ha già risolto il caso: “I disordini non sono casuali, qualcuno può averli incanalati”. Indovinate chi? “L’interesse della Russia è infilarsi come il sale sulle ferite delle pubbliche opinioni per… diminuire la coesione dei Paesi che sostengono l’Ucraina… Tutto questo fa il gioco del Cremlino”. Hai capito chi c’è dietro i dodicenni spaccatutto e i maranza putiniani? Anche la pidina Lia Quartapelle evoca “potenze straniere”. E appena dal centrosinistra piove una scempiaggine, Crosetto s’ingelosisce: lui lo dice “da quattro anni”, purtroppo “inascoltato”, che questa “è la guerra ibrida che qualcuno porta nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, social, YouTube, senza che l’Occidente se ne renda conto e reagisca”. Forse perché sono tutti social americani, a parte TikTok che nasce cinese, ma negli Usa è stato appena nazionalizzato. Può mancare Libero? No: “Russi e iraniani soffiano sulle rivolte. Il movimento di protesta si trasforma in un’arma”. E il Riformista? No: “Ottobre russo. Chi manovra il conflitto permanente?”. E De Angelis sulla Stampa? No: “Qualche mago del Cremlino come Dugin inneggia alla rivolta”, senza scordare i NoVax, che si portano su tutto.

In fondo è rassicurante. Siccome gli europei detestano i propri sgovernanti e non sanno più come dire che li vogliono fuori dai piedi, quelli dovrebbero giustificare i loro ciclopici fallimenti e andare a nascondersi: molto più comodo di battere il mea culpa sul petto di Putin. Perdono voti a rotta di collo? È Putin che trucca le elezioni. Crollano nei consensi? È Putin che trucca i sondaggi. Le piazze li insultano? È Putin che le riempie. Macron riuscì persino a sostenere che il video di Brigitte che lo prendeva a sganassoni sull’aereo era un fake della propaganda russa. E Sánchez, subito smentito dalla sua polizia, ha raccontato che tutti quei marocchini a Ceuta li mandava Putin. Tesi peraltro copiata da Crosetto, che attribuì il raddoppio degli sbarchi in Sicilia in èra Meloni agli spingitori della brigata Wagner, puntualmente sbugiardato dai suoi Sservizi. Putin è come la nonna o la zia morta per gli studenti somari che non hanno fatto i compiti. Se non esistesse, o fosse morto (con tutte le malattie letali che ha, c’è da stupirsi che sia ancora vivo), lo inventerebbero uguale identico.

*Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2026

L'unico esito davvero catastrofico delle proteste

 

di Andrea Zhok*

Al netto del disappunto per saccheggi e vandalismi vari, credo che l'unico esito davvero catastrofico delle proteste in corso sarebbe che cessassero.

Possiamo tutti concordare che altre soluzioni sarebbero idealmente auspicabili. Sarebbe meglio un ordinato sciopero generale di tutto il mondo del lavoro, unanime, a tempo indeterminato, finché il governo non cestini tutti i piani bellicisti, finché non riconverta la spesa destinata alle armi a costruire case popolari e rimettere in sesto la sanità, finché non riprenda a commerciare civilmente con tutto il mondo (Russia, Cina e Iran inclusi).

Sarebbe bello, ma nella vita come nella storia si sceglie tra le opzioni disponibili, non tra quelle che vorremmo fossero disponibili.

Tutti i danni vandalici accaduti in Europa nell'ultima settimana sono una frazione ridicola del livello di distruzione che ha luogo in 5 minuti, presi a caso, nella guerra russo-ucraina, da anni, ogni giorno (o di quella subita a Gaza o Teheran per mano dei nostri alleati, con il nostro supporto, tra un talk-show e l'altro).
Dunque, una volta chiarito che non siamo in uno scenario ideale, smettiamo di mugugnare.

Il rammarico per un'auto in fiamme ci ricorda - provvidenzialmente - con un minuscolo memento, cosa significa distruzione vera.

Se serve a svegliare qualcuno, bene così. Ci sono evidenti tentativi - molti documentati - di utilizzare infiltrati per superare una soglia di scontro tale da giustificare la repressione. Dobbiamo essere consapevoli che il gioco della rappresentazione mediatica lavora tutto in quella direzione.

Gli stessi che ci vogliono eroicamente pronti a esporre i petti alle baionette russe - per i valori della von der Leyen - ci stanno chiedendo di mandare le teste di cuoio per salvare qualche vetrina da un mazzo di adolescenti sbandati (e di colleghi infiltrati).

La semplice verità, che ci riguarda tutti, è che non stiamo scegliendo tra un futuro sereno e prospero e il disturbo creato da teppisti incivili.

La scelta attuale, l'ultima che ci hanno lasciato, è tra venir stritolati nell'impotenza dell'ennesima crisi "fatale", e fargli capire, con tutti i mezzi a disposizione, che la misura di sopportazione è colma.

*Commento Facebook del 22 ottobre 2026

Il boom della manifattura avanzata sulla strada del socialismo con caratteristiche cinesi

 

di CGTN

Da grande piattaforma manifatturiera mondiale, storicamente competitiva soprattutto per i costi di produzione e le economie di scala, la Repubblica popolare cinese si sta affermando oggi come una delle principali potenze della manifattura avanzata, attraverso l'innovazione tecnologica, l'automazione e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei processi produttivi. Ciò che più conta è invece l’impostazione strategica alla base di questo processo di trasformazione.

Le autorità cinesi sono infatti impegnate a collegare sempre di più Stato, ricerca e imprese al fine di rafforzare la sicurezza e la resilienza del sistema economico-produttivo di fronte alle incertezze del quadro internazionale e migliorarne il posizionamento globale. L’innovazione manifatturiera rappresenta quindi un pilastro fondamentale, che contribuisce anche a rispondere ai bisogni della popolazione.

Nelle direttive trasmesse alla Conferenza nazionale sulla manifattura avanzata del 16-17 settembre, Xi Jinping ha indicato tre priorità fondamentali: sviluppo intelligente e di qualità, sostenibilità ambientale e integrazione industriale.

Queste indicazioni si inseriscono nel quadro strategico del pensiero sul “socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era”, che individua nella modernizzazione socialista del Paese uno degli obiettivi fondamentali. Ciò significa, nelle parole di Xi, continuare ad “applicare pienamente e coerentemente, in tutti gli ambiti, la nuova filosofia dello sviluppo; garantire al contempo uno sviluppo di alta qualità e una maggiore sicurezza; promuovere uno sviluppo intelligente, verde e integrato; continuare ad ampliare e rafforzare il settore manifatturiero avanzato e rendere le filiere industriali del Paese più autonome, autosufficienti e resilienti ai rischi.” La ricerca di una maggiore autonomia strategica, e di una minore vulnerabilità, insieme al miglioramento delle condizioni di vita del popolo cinese, rappresenta a mio avviso una delle principali forze motrici di questa trasformazione.

L’operatività e la concretezza di queste indicazioni strategiche si evincono anche analizzando i dati dei primi nove mesi del 2026 – pubblicati il 19 ottobre dall’Ufficio nazionale di statistica cinese – che mostrano chiaramente non soltanto una crescita del valore aggiunto della manifattura complessiva pari al 5,6% tra le imprese industriali di maggiori dimensioni, ma soprattutto una crescita ancor più sostenuta della manifattura ad alta tecnologia +14,3%.  Ancora più significativi sono gli incrementi del valore aggiunto nella fabbricazione di circuiti integrati (+79,2%) e di prodotti digitali (+13,6%), nonché della produzione di apparecchiature per la stampa 3D (+62,5%). Meritano attenzione anche gli incrementi della produzione di batterie agli ioni di litio per i veicoli elettrici (+43,5%) e di gruppi turbina-idroelettrici (+43,1%).

La portata di questa trasformazione va ben oltre i singoli settori industriali. Secondo le stime preliminari dell'Ufficio nazionale di statistica cinese, nei primi nove mesi del 2026 i nuovi motori industriali, tra cui la manifattura ad alta tecnologia e quella digitale, pur rappresentando poco più del 20% del valore aggiunto industriale, hanno contribuito per oltre il 50% alla sua crescita. Considerando l'intera economia nazionale, i nuovi motori dello sviluppo, comprendenti anche l'economia digitale e i servizi moderni, hanno contribuito per oltre il 40% alla crescita del PIL.

Si tratta di un cambiamento che assume particolare rilievo in una fase caratterizzata da difficoltà nel settore immobiliare, dal rallentamento degli investimenti e da crescenti tensioni internazionali. La modernizzazione industriale si configura così come un fattore di resilienza e trasformazione dell'intera economia nazionale.

L'intelligenza artificiale, la robotica e le fabbriche intelligenti stanno progressivamente diventando componenti strutturali dell'apparato industriale. Il premier Li Qiang ha tradotto questi orientamenti in priorità operative: rafforzamento della ricerca di base, sviluppo delle tecnologie fondamentali, diffusione dell'intelligenza artificiale nell'industria, modernizzazione dei settori tradizionali e integrazione tra manifattura avanzata e servizi moderni.

Questo mutamento qualitativo si innesta su una base industriale già dominante per dimensioni. Secondo l'UNIDO, la quota della Cina nel valore aggiunto manifatturiero mondiale è passata dal 2,8% nel 1990 al 32% nel 2024, consolidando il primato mondiale del paese. Sempre nel 2024 la quota cinese superava quella combinata di Stati Uniti (15%), Giappone (6,3%), Germania (4,6%) e Corea del Sud (3,3%). Si tratta di una trasformazione storica degli equilibri produttivi internazionali, che ha progressivamente spostato il baricentro della manifattura verso l'Asia. 

La specificità del percorso cinese risiede nella capacità di coordinare indirizzi strategici di lungo periodo, ricerca scientifica, investimenti e sviluppo industriale, favorendo la diffusione delle innovazioni tecnologiche su una scala produttiva difficilmente replicabile altrove.

Oggi, dunque, la Cina combina una capacità produttiva senza precedenti con una crescente specializzazione tecnologica, facendo della manifattura avanzata uno dei pilastri della propria modernizzazione socialista e ampliando le possibilità di cooperazione industriale e tecnologica con i partner di tutto il mondo.

Gli Houthi colpiscono il Ministero della Difesa saudita con un attacco diretto

 

Il movimento Houthi ha rivendicato un'ampia offensiva contro diversi obiettivi strategici in Arabia Saudita, colpendo la sede del Ministero della Difesa a Riyadh, due aeroporti internazionali e alcuni impianti petroliferi della compagnia Aramco.

L'annuncio è giunto tramite il portavoce militare del gruppo, Yahya Saree, che ha presentato le azioni come una ritorsione diretta per i recenti cento giorni di campagna militare condotta dalle forze saudite nello Yemen, accusate di aver causato centinaia di vittime tra i civili attraverso oltre duemila e novecento attacchi aerei e missilistici.

L'operazione, condotta nell'arco di quarantotto ore mediante l'impiego coordinato di droni e missili balistici, si è articolata in quattro attacchi principali. Oltre al raid contro il quartier generale della Difesa nella capitale, le forze Houthi sostengono di aver colpito l'aeroporto internazionale King Fahd a Dammam, provocando il blocco del traffico aereo, e lo scalo di Abha nel sud-ovest del Paese.

Un ulteriore raid ha interessato il complesso energetico di Aramco a Yanbu, sulla costa occidentale, dove l'impatto avrebbe innescato un incendio.

Oltre a confermare la prosecuzione delle azioni militari in territorio saudita, i vertici del gruppo ribelle hanno lanciato un fermo avvertimento a Riyadh contro eventuali ritorsioni rivolte alle tribù yemenite, prospettando conseguenze di vasta portata per la stabilità dell'intera regione. La leadership Houthi ha ribadito la volontà di mantenere una linea di massima pressione fino al completo arresto delle operazioni ostili e alla rimozione del blocco imposto allo Yemen.

 

Una «nuova Yalta». Il Cremlino: Putin, Xi e Trump potrebbero tenere un “vertice storico”

 

Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbero tenere un incontro trilaterale “storico” in occasione del vertice APEC in Cina. Lo ha affermato il consigliere del Cremlino Yury Ushakov.

Il vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) è in programma a Shenzhen, in Cina, il 18 e 19 novembre. Intervistato mercoledì dal canale russo Vesti, Ushakov ha affermato che Pechino ha già avviato i preparativi per i potenziali colloqui. «Tutti sono pronti per questo, ma molto, se non tutto, dipende dai padroni di casa cinesi del vertice», ha detto. La possibilità di colloqui trilaterali è stata discussa anche durante l’incontro di Putin con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff a San Pietroburgo mercoledì, secondo quanto riferito dal Cremlino.

Ushakov ha descritto l’incontro proposto come potenzialmente «storico», sottolineando che si tratterebbe del primo incontro dei tre leader in questa configurazione. Putin e Trump si sono incontrati di persona l’ultima volta in occasione di un vertice ad Anchorage, in Alaska, nell’agosto 2025, e sono rimasti in contatto telefonico, l’ultima volta il 9 ottobre.

Alla domanda se i colloqui potrebbero contribuire anche agli sforzi di pace nel conflitto ucraino, Ushakov ha affermato che un singolo incontro non sarebbe sufficiente. «Anche se l’incontro durasse una, due o cinque ore, non sarebbe comunque possibile risolvere tutti i problemi», ha detto. Commentando la possibilità che il vertice possa equivalere a una «nuova Yalta», Ushakov ha dichiarato: «Penso che, se l’incontro avrà luogo, ci sarà una valanga di commenti e valutazioni».

La Conferenza di Yalta del 1945 riunì il leader sovietico Joseph Stalin, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill per discutere delle fasi finali della Seconda guerra mondiale e dell’ordine internazionale del dopoguerra.

L'ucrainizzazione dell'Europa ha avuto inizio. E il Corriere della Sera ne è il profeta

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

22 ottobre. A Kiev, la signora Marta Serafini va a scuola di “ucrainicità”. Poi, appresa la lezione impartita dall'ex ministro degli esteri nazigolpista Dmitrij Kuleba, si fa portatrice del Vangelo a vantaggio dei lettori del Corriere della Sera. Così, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Kiev e il Verbo era Kiev”(Giovanni – 1,1). Il punto centrale è quello del “tradimento” americano; quindi, esordisce il Maestro, tutti noi «Dobbiamo imparare a vivere senza gli americani e l’Europa deve capire come sopravvivere a Putin». Tale è la questione delle questioni: il “nefasto autocrate” vuole la dipartita di tutti gli europei – che, da assioma UE-NATO, non comprendono i russi – a partire dagli ucraini, ultimo vallo a difesa dei valori liberali. Così, alla domanda se gli USA non siano «più alleati dell'Ucraina e dunque dell'Europa?», col che si sottintende una sorta di simbiosi, di amalgama etno-geografico, di nuovo a far da argine alla irruente aggressività russa, l'esimio pedagogo declama che «Formalmente lo sono. Ma la domanda onesta è un’altra: i soldati americani moriranno per l’Europa? Penso che al momento la risposta sia no». E quindi, chiede al precettore l'attenta discepola, «Cosa dovrebbe fare allora l'Europa?». È qui che l'insegnamento entra nel cuore del vangelo nazigolpista e “in quel tempo, io vi ordinai tutte le cose che dovevate fare” (Deuteronomio – 1,18) - l'Europa dovrebbe «rispondere a una domanda molto semplice, che ha poco a che fare con l’Ucraina: la Russia è un nemico? Se non lo pensate, non ci sarà un cambiamento sostanziale delle politiche attuali». Dunque, voi europei, affrettatevi «ad affrontare il problema nel lungo periodo» e partite dal presupposto che Putin «sia un avversario, e non soltanto una minaccia ibrida». E che diamine! “Disse allora il Signore a Mosè: “Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi?”(Esodo – 16,28). Basta con le mezze misure e gli innocenti allarmi sulla “guerra ibrida”: Putin è un nemico della “civiltà occidentale”, attenta ai “valori euroliberali”; quindi, contro un simile pericolo mortale per le angeliche sorti dell'Eden euro-ucraino, servono armi vere, droni a reazione e missili, per rimpiazzare i Patriot che quegli infidi di americani non vogliono darci. Ragion per cui, incalza l'istitutore, voi europei dovete armarvi il più possibile e il prima possibile e fornirci quante più armi possibile, perché «non vedo una sola ragione per cui Putin non dovrebbe prendersela con l’Europa».

“Ma se non mi ascolterete e se non metterete in pratica tutti questi comandi Volgerò la faccia contro di voi e voi sarete sconfitti dai nemici; quelli che vi odiano vi opprimeranno e vi darete alla fuga, senza che alcuno vi insegua”(Levitico – 14,17). E allora, o Vate, «cosa può offrire Kiev alla sicurezza europea?». Ascolta e ripeti con me, sussurra Kuleba all'allieva: «senza gli Stati Uniti, l’unico esercito in Europa temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi sarebbe quello ucraino... L’Ucraina sopravvive finché si sviluppa, costruisce capacità proprie e garantisce l’unità con l’Europa». Va' e riporta il Verbo a tutti quegli sprovveduti che non credono nella necessaria ucrainizzazione dell'Europa; e ricorda: “io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo – 10,16). Infine, come disse l'altissimo a Marta (per l'appunto!) solo chi crede nella ucrainicità vivrà e “chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno"(Giovanni – 11,25-26).

Peccato che, nella stessa Ucraina, si esprimano pareri non altrettanto evangelici. 

L'emigrata russa liberale Julija Latinina ritiene che il repentino cambio di posizione di Donald Trump sull'Ucraina sia dovuto al fatto che la sconfitta dei banderisti sia ormai inevitabile, come testimoniato dal «predominio strategico russo che, già emerso negli ultimi mesi, sta entrando nella fase finale, nella fase di esaurimento dell'Ucraina». Ciò che accade non è tanto il risultato degli eventi al fronte, dove poco accade, quanto della sconfitta di Zelenskij nella guerra delle città, afferma Latinina; una sconfitta schiacciante: aveva dichiarato una campagna di 40 giorni per costringere la Russia a fare la pace, dopo di che si è scoperto che non aveva né missili balistici, né protezione per i cieli sopra Kiev. E solo quando è diventato evidente che le forze in campo erano completamente impari, Trump, che propende sempre per la forza, si è reso conto che, continuando sulla precedente strada, avrebbe dovuto affrontare problemi strategici ben maggiori dei vantaggi che avrebbe ottenuto. Solo allora Trump ha detto: "Basta", con ciò riconoscendo il vantaggio strategico della Russia.

E c'è addirittura chi pronostica – per quanto, di tali predizioni, se ne siano ripetute parecchie: mai avveratesi; quantomeno nell'immediato – un prossimo colpo di stato: la storia dei ritiri statunitensi dai paesi in cui hanno sostenuto una delle parti in conflitto, si è sempre conclusa in modo disastroso per gli ex protetti di Washington e il cocainomane Zelenskij non può fare a meno di rendersene conto, scrive l'ex funzionario di Naftogaz Ukraina, Jurij Korolchuk. «Se ricordate, come gli Stati Uniti abbiano sempre risolto (con successo, meno successo o senza successo) i problemi con i paesi in cui hanno iniziato conflitti o in cui vi sono stati partecipi... la soluzione è stata sempre un colpo di stato, una rivoluzione, una cospirazione, un putsch. È solo per l'innata modestia degli ucraini che oggi tali parallelismi storici vengono raramente menzionati». A detta di Korolchuk, Zelenskij starebbe correndo un serio rischio, intralciando il processo negoziale tra Stati Uniti e Russia. «Se qualcuno crede che tutte le dichiarazioni di Trump siano puramente una manovra pre-elettorale dei repubblicani, ciò è semplicemente ridicolo. La questione ucraina è così insignificante per gli elettori americani che tutti questi “scontri nella piccola Kiev” non avranno alcun impatto... è un errore pensare che solo Trump, che lo ha dichiarato apertamente, voglia rimuovere Zelenskij. Sono convinto che anche tra i leader silenziosi della UE vi sia chi la pensa allo stesso modo». Korolchuk ritiene che gli attuali rivali di Zelenskij degli ambienti militari (Zaluzhnyj, Budanov o Biletskij) sperino erroneamente che un ipotetico colpo di stato porti loro dei vantaggi: il «beneficiario potrebbe essere chiunque, da un capitano a un colonnello e non è un caso che oligarchi come Akhmetov e Pinchuk si siano incontrati a Londra, si siano abbracciati e tifino insieme per il calcio. E non solo per il calcio».

Kiev deve trovare soluzioni per porre fine alla guerra entro sei mesi, altrimenti anche i finanziamenti europei cesseranno, afferma Gennadij Druzenko, il “dottor Mengele” ucraino, fondatore di un ospedale mobile noto per le sevizie sui prigionieri. «La discussione dovrebbe vertere su quando negoziare, quando avremo una finestra di opportunità, quando non saremo costretti a piegarci e inginocchiarci. Credo non prima della primavera. Ma l'estate sarà molto peggio, perché la situazione delle risorse sta cambiando... siamo completamente dipendenti dai nostri partner europei... più a lungo si andrà avanti, più difficile sarà per gli europei pagare per la nostra guerra. E più a lungo andrà avanti, meno saranno disposti a farlo... È chiaro che non si impegneranno per sempre in una guerra che li riguarda da lontano».

Fin dentro il parlamento, c'è chi dichiara che gli Stati Uniti stanno spingendo l'Ucraina verso la capitolazione. Serghej Rakhmanin, della Commissione Difesa della Rada, afferma che «Ci stanno spingendo verso la pace, secondo la loro visione, e verso la capitolazione, secondo la nostra. Permettetemi di ricordarvi che c'è stato Anchorage, che è stato il primo, come pensavano i partecipanti a questa cospirazione, un tentativo riuscito di prendere una decisione su di noi senza il nostro consenso. Non ha funzionato, e ora c'è un secondo tentativo, che viene semplicemente rafforzato da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti: le elezioni di metà mandato. Beh, ci stanno ricordando che dipendiamo dagli Stati Uniti».

In questo quadro e nella gesuitica cornici della euro-ucrainicità, da parte europeista ci si preoccupa comunque di trarre il massimo beneficio da quell'esercito che, sul vecchio continente, come certifica il Verbo del nazigolpista Kuleba, sarebbe l’unico «temprato dalla battaglia e capace di svolgere compiti difensivi». E anche non difensivi. PolitNavigator riporta come l'eurodeputato polacco Grzegorz Braun, abbia detto senza mezzi termini che la UE sta addestrando gli ucraini come mercenari che combatteranno per gli interessi di Bruxelles in Africa e in altre regioni del mondo. «Mentre voi siete impegnati a coltivare e sovvenzionare il regime di Kiev, trasformando questo regime corrotto e neonazista nel vostro principale partner e cercando di farlo entrare nella UE, la guerra e le azioni militari sono diventate l'industria nazionale ucraina e il suo principale prodotto di esportazione... «Qualche settimana fa, il Primo ministro del Niger ha avvertito l'ONU che si osserva una forte concentrazione di forze armate francesi e ucraine al confine settentrionale. E qual è stata la vostra reazione? Volete che sovvenzioniamo guerre che l'Ucraina condurrà in diversi continenti usando i soldi e le risorse di diverse nazioni».

È questa l'ucrainizzazione dell'Europa. E il Corriere della Sera ne è il profeta.

Gli Stati Uniti evacuano le basi in Medio Oriente – NBC

 

L’esercito statunitense ha iniziato in sordina a ritirare le truppe dalle basi in tutto il Medio Oriente e il personale diplomatico dai paesi del Golfo. E' quanto riferisce la NBC, sottolineando come queste decisioni arrivino mentre il presidente Donald Trump sta effettivamente valutando di lanciare una nuova ondata di attacchi contro l’Iran. "Tali ritiri", prosegue l'emittente USA, "ricordano i preparativi messi in atto dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato in vista dei primi attacchi statunitensi-israeliani a febbraio scorso".

Secondo la NBC, in particolare, tra le truppe in fase di trasferimento figurano quelle di stanza in Giordania, Qatar e Kuwait. Secondo quanto riferito, Washington intende mantenere una presenza limitata nelle proprie basi regionali, compreso il personale responsabile della difesa aerea e della sicurezza.

In vista dell’attacco del 28 febbraio, il Pentagono aveva ritirato un gran numero di truppe dalle basi potenzialmente vulnerabili per proteggerle dalla prevista rappresaglia iraniana. Teheran aveva per questo accusato Washington di utilizzare i residenti del Golfo come “scudi umani” dopo che migliaia di militari statunitensi avevano trovato rifugio in alberghi civili ed edifici adibiti a uffici.

Il portavoce del Comando Centrale degli Stati Uniti, Timothy Hawkins, ha rifiutato di commentare i presunti spostamenti di truppe, affermando che le forze statunitensi vengono regolarmente riposizionate per “ottimizzare la prontezza operativa” e rimangono pronte a difendere il personale e gli interessi statunitensi. Il Dipartimento di Stato ha inoltre ordinato al personale non essenziale e alle loro famiglie di lasciare l’Arabia Saudita, citando l’escalation degli attacchi da parte del movimento Houthi yemenita contro aeroporti civili e altre infrastrutture critiche.

Questi sviluppi giungono mentre circolano notizie secondo cui alti funzionari militari statunitensi avrebbero presentato a Trump diverse opzioni per nuovi attacchi contro l’Iran. Secondo la NBC, le proposte includono attacchi contro impianti nucleari iraniani, strutture sotterranee e isole strategiche, tra cui l’isola di Kharg, un importante snodo per l’esportazione di petrolio, e Qeshm nello Stretto di Hormuz. Reuters sempre oggi riporta che Washington sta preparando ulteriori ritiri diplomatici in tutto il Golfo, citando funzionari statunitensi, ma il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott ha definito le notizie su ulteriori ritiri «inesatte».

Proteste studenti: "Scioperiamo con i lavoratori, la vostra guerra non ci fermerà"

Giulia Bertotto è stata presente alla Conferenza alla sede della Stampa Estera a Roma, dove i giornalisti internazionali hanno ascoltato le ragioni delle proteste studentesche con gli esponenti di Osa, Cambiare rotta e Piamo Casa.
I giovani hanno affermato che la guerra è la madre e al contempo l'esito più drammatico e violento di tutte le oppressioni, le quali si declinano nel caro carburanti, affitti insostenibili, gentrificazione, liberalizzazione selvaggia del mercato della casa non più calmierato, sanità privatizzata e militarizzazione sociale.
Dunque problemi politici e sociali radicati e incistiti da decenni, inaspriti da tagli da parte di partiti di ogni colore, appiattiti invece dal Governo Meloni (ma anche dalle sedicenti opposizioni) su questioni di ordine pubblico e repressi con nuovi approcci securitari.

La conferenza è stata organizzata dal giornalista Max Civili. Colleghi sono pervenuti da agenzie e tv inglesi, norvegesi, brasiliane e molte altre ancora. Grandi testate italiane non pervenute ad ascoltare le ragioni degli studenti, che stanno scendendo in piazza con operai, portuali, agricoltori e autotrasportatori.
Uniti verso lo sciopero del 30 ottobre.  

Regno Unito, sanzioni e sorveglianza per chi manifesta per Gaza

 

Un recente rapporto di Amnesty International ha messo in luce una linea di forte fermezza adottata dalle università del Regno Unito nei confronti di studenti e docenti che esprimono solidarietà alla causa palestinese e si oppongono all'azione militare israeliana a Gaza. L'analisi, che prende in esame decine di casi verificatisi tra la fine del 2023 e la seconda metà del 2025, evidenzia l'uso sistematico di misure punitive quali divieti di accesso ai campus, ingiunzioni legali, sorveglianza attiva e lunghi procedimenti disciplinari per arginare le manifestazioni pacifiche.

Gli accertamenti dell'organizzazione mostrano come i provvedimenti abbiano colpito anche condotte di per sé pacifiche, inclusa la semplice esposizione di simboli come la kefiah o la partecipazione a cori di protesta, interpretati dai vertici accademici come atti di disturbo pur in assenza di danni o minacce concrete. Le ripercussioni più gravi hanno interessato gli studenti e il personale di origine araba, musulmana o palestinese, sottoposti a controlli sproporzionati, nonché i cittadini internazionali in possesso di visto, la cui permanenza nel Paese è stata messa a rischio dalle procedure disciplinari. In diversi casi è emersa persino la creazione di dossier riservati sulle attività degli studenti, raccolti senza consenso e resi inaccessibili ai diretti interessati.

Tra gli atenei coinvolti figurano prestigiosi istituti come Oxford, Cambridge e la London School of Economics. In quest'ultima, comunicazioni interne avrebbero liquidate le mobilitazioni studentesche con toni svalutativi, equiparandole a proteste infantili. Secondo l'organizzazione per i diritti umani, la linea rigorosa risponde a un preciso orientamento di settore, alimentato da direttive governative, pressioni esterne e dall'applicazione delle normative antiterrorismo, di cui si chiede ora l'abolizione nell'ambito educativo.

Amnesty International sottolinea come molte delle restrizioni adottate violino gli obblighi vincolanti degli atenei in materia di diritti umani, avendo limitato in modo sproporzionato e discriminatorio la libertà di espressione e di manifestazione. Il clima di forte rigore ha finito per generare un marcato effetto deterrente all'interno del mondo accademico britannico, spingendo molti a rinunciare al dibattito pubblico per il timore di conseguenze sul piano disciplinare, professionale o d'immigrazione.

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Trump sull'Iran: "Non credo che stiamo negoziando; qualcosa accadrà molto presto"

 

Il 21 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il confronto con Teheran troverà presto una soluzione "in un modo o nell'altro", senza tuttavia fornire dettagli sullo stato delle trattative.

Rispondendo alla corrispondente di NewsNation, Libbey Dean, che gli chiedeva se il dialogo con l'Iran fosse ancora aperto, Trump ha inizialmente risposto che c'era "un po'" di dialogo, aggiungendo che si vedrà cosa succederà. Quando però gli è stato domandato di nuovo se ritenesse ormai conclusi i colloqui, ha precisato di non credere che ci siano negoziati in corso e che qualcosa accadrà molto presto. Ha poi aggiunto che molti pensano che ciò avverrà dopo le elezioni, ma che si vedrà.

Nel corso delle sue dichiarazioni, ha descritto la tensione con la Repubblica islamica come un "piccolo conflitto", affermando che gli Stati Uniti stanno ottenendo "ottimi risultati sia sul piano militare che finanziario" e definendo "incredibile" ciò che è stato fatto nei confronti dell'Iran. Il presidente ha rilasciato queste battute sulla pista della base aerea di Andrews, nel Maryland, di ritorno da un evento elettorale in Carolina del Sud.

USA e Israele riprendono i piani di attacco contro l'Iran in attesa di una data chiave

 

Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari statunitensi e fonti informate confermano che gli Stati Uniti e Israele hanno elaborato piani specifici per riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni americane di metà mandato.

Mentre prende sempre più piede l'ipotesi di un'operazione rapida ma intensa, le forze armate di entrambi i paesi hanno intensificato le esercitazioni e condotto sorvoli sull'Iraq per simulare manovre d'attacco. A conferma del passaggio della pianificazione alla fase operativa, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha incontrato questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere di nuove opzioni offensive.

La testata ha tuttavia evidenziato diversi motivi di scetticismo sulla riuscita di un nuovo conflitto rispetto alla prima fase dell'aggressione israelo-americana tra febbraio e aprile, la quale aveva già causato il rialzo dei prezzi dell'energia e dell'inflazione globale, compromesso la stabilità regionale e messo a dura prova le difese aeree del Pentagono. Inoltre, il giornale sottolinea come l'approvazione finale da parte del presidente Donald Trump non sia affatto scontata. Trump ha infatti posto ripetutamente il veto su vari piani di attacco su larga scala, compreso quello di questo mese, stoppando le operazioni quando gli eserciti erano ormai pronti all'azione.

 

L'Iran a Rubio: i diktat degli USA e la mancata osservanza degli accordi ostacolano un'intesa

 

L'Iran ha sottolineato come il mancato rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti e i loro continui tentativi di imporre diktat unilaterali rappresentino il principale ostacolo alla diplomazia e al raggiungimento di un intesa duratura.

Rispondendo alle recenti affermazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio — che aveva indicato nelle convinzioni religiose degli iraniani la causa dello stallo nei negoziati —, il portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Esmail Baqai, ha dichiarato che non si possono pretendere concessioni rifiutando la reciprocità o imponendo condizioni senza considerare i legittimi interessi dell'altra parte.

Nel suo intervento, Baqai ha contestato apertamente la ricostruzione americana, chiedendosi cosa c'entrino il mancato rispetto degli impegni diplomatici e il ricorso alla forza da parte di Washington con la fede degli iraniani. Ha poi osservato come la religione non escluda affatto la razionalità, così come il secolarismo non sia di per sé garanzia di saggezza, ribadendo che a rendere impossibili le trattative non sono le credenze religiose dell'Iran, bensì l'atteggiamento degli Stati Uniti, incline all'imposizione anziché al vero confronto diplomatico.

In un momento storico particolarmente delicato per il paese, impegnato in uno dei passaggi diplomatici più complessi dai tempi dell'accordo sul nucleare del 2015, Teheran ribadisce dunque che il dialogo resta inutile a fronte di continue sanzioni e minacce. Rivolgendosi direttamente a Rubio e ai vertici americani, il portavoce iraniano ha infine sollecitato le autorità statunitensi ad abbandonare i pregiudizi ideologici per iniziare a comprendere le reali esigenze di sicurezza dell'Iran, assumendosi la piena responsabilità delle promesse finora disattese.

 

Il mondo non si governa più da Washington: Putin, Xi e Trump verso un vertice storico

Un incontro tra Vladimir Putin, Xi Jinping e Donald Trump potrebbe diventare uno degli appuntamenti diplomatici più importanti dell’anno. Secondo Yuri Ushakov, consigliere presidenziale russo, i leader di Russia, Cina e Stati Uniti hanno confermato la propria disponibilità a incontrarsi in occasione del prossimo vertice APEC, previsto a Shenzhen, in Cina. I preparativi sarebbero già in corso da parte degli organizzatori cinesi, mentre gli esperti avrebbero iniziato a lavorare sui possibili contenuti del colloquio.

Resta tuttavia da garantire la presenza simultanea dei tre presidenti. Ushakov ha precisato che, in uno scenario favorevole, l’incontro potrebbe entrare nell’agenda del vertice. La cautela diplomatica non nasconde la portata dell’iniziativa. Un confronto diretto tra i leader delle tre maggiori potenze avrebbe inevitabilmente ripercussioni sugli equilibri internazionali, dalla sicurezza globale ai conflitti in corso, fino alle relazioni economiche e commerciali. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha respinto i paragoni con una nuova Conferenza di Yalta, il vertice del 1945 nel quale Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito discussero l’assetto dell’Europa e dell’ordine internazionale dopo la Seconda guerra mondiale. Peskov ha tuttavia riconosciuto che un simile incontro avrebbe una rilevanza mondiale.

La differenza rispetto al passato è sostanziale: oggi il sistema internazionale è attraversato dall’ascesa della Cina, dal consolidamento della partnership strategica russo-cinese e dalla crescente difficoltà degli Stati Uniti di gestire unilateralmente le crisi globali. Un eventuale vertice a tre non significherebbe necessariamente un accordo su tutte le questioni, né la nascita di un nuovo direttorio mondiale. Potrebbe però aprire uno spazio di confronto diretto tra potenze i cui rapporti, tra competizione e cooperazione, condizionano sempre più il futuro del pianeta.

In un contesto segnato dalle tensioni geopolitiche e dalla crisi delle istituzioni internazionali, la disponibilità al dialogo rappresenterebbe già un segnale significativo. La vera posta in gioco sarà capire se le tre capitali riusciranno a trasformare questa apertura in iniziative concrete per la sicurezza e la stabilità globale.



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La Cina trasforma lo spirito della Lunga Marcia in forza tecnologica e militare

La Cina celebra i 90 anni dalla vittoria della Lunga Marcia, trasformando la memoria della storica impresa dell’Armata Rossa in un simbolo dello sviluppo militare nazionale. Dai sottomarini nucleari Changzheng ai cacciatorpediniere Zunyi, i nomi legati all’epopea rivoluzionaria richiamano oggi la determinazione di Pechino a superare gli ostacoli attraverso l’autonomia tecnologica.

Come evidenziano i media cinesi, i sottomarini nucleari Changzheng sono arrivati alla terza generazione e hanno effettuato con successo test di missili strategici lanciati in immersione. Anche le navi da guerra di ultima generazione riflettono i progressi dell’industria militare nazionale.

Il richiamo alla Lunga Marcia non è soltanto commemorativo: Pechino lo presenta come un’eredità di forza, autosufficienza e coesione nazionale, da tradurre in capacità tecnologiche e militari sempre più avanzate. Un messaggio che lega la memoria rivoluzionaria alle ambizioni della Cina di rafforzare la propria autonomia strategica.


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Cuba denuncia i ricatti USA

 

Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha denunciato le pressioni esercitate dagli Stati Uniti sui governi stranieri per indurli a votare contro la risoluzione dell’ONU che chiede la fine del bloqueo contro Cuba, il cui esame è previsto per il 27 e 28 ottobre. Secondo L’Avana, Washington ricorre a minacce e ricatti diplomatici per contrastare il sostegno internazionale alla revoca delle sanzioni.

Rodríguez ha inoltre condannato l’inasprimento del ‘bloqueo’, compreso il blocco energetico che ostacola l’approvvigionamento di carburante, definendolo una forma di punizione collettiva con gravi conseguenze umanitarie. Il ministro ha ricordato che la politica statunitense mira a provocare carenze e malcontento nella popolazione, richiamando il Memorandum Mallory del 1960.

Secondo i dati presentati da Cuba alle Nazioni Unite, i danni accumulati in oltre sei decenni di blocco ammontano a circa 178,7 miliardi di dollari, mentre quelli registrati tra marzo 2025 e febbraio 2026 hanno raggiunto la cifra record di 8,08 miliardi di dollari.

Rodríguez ha infine invitato i governi a resistere alle pressioni di Washington e a sostenere la fine delle sanzioni.


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La Cina avanza, gli Stati Uniti rincorrono: la partita geopolitica per l’Asia centrale

Gli Stati Uniti tornano a bussare alla porta dell'Asia centrale, ma dietro la diplomazia commerciale di Marco Rubio si intravede soprattutto la crescente preoccupazione di Washington per l'avanzata della Cina. Il 19 ottobre, il segretario di Stato è arrivato a Samarcanda, in Uzbekistan, accompagnato da quasi 300 rappresentanti delle imprese USA. Una spedizione economica e diplomatica che racconta molto delle difficoltà statunitensi nel conservare la propria influenza internazionale. Al centro della missione ci sono i minerali critici, le infrastrutture e le catene di approvvigionamento. Washington vuole ridurre la dipendenza industriale dalla Cina proprio mentre Pechino consolida la propria posizione in settori strategici, dalle tecnologie avanzate alla trasformazione delle materie prime. Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti cercano alternative alla potenza asiatica rivolgendosi a una regione nella quale la presenza economica cinese è già profondamente radicata.

La Cina ha investito nelle reti di trasporto, sviluppato relazioni commerciali e costruito legami economici di lungo periodo con le cinque repubbliche centroasiatiche. La Russia, dal canto suo, mantiene rapporti consolidati nei settori dell'energia, del commercio, della migrazione e della sicurezza. Washington arriva quindi in un contesto nel quale non può più dare per scontato che la propria capacità finanziaria e diplomatica sia sufficiente a orientare le scelte degli altri. Non sorprende che Rubio abbia dichiarato di non voler costringere Uzbekistan e gli altri Paesi della regione a scegliere tra Stati Uniti, Russia e Cina. È un riconoscimento pragmatico dei nuovi rapporti di forza: le repubbliche centroasiatiche hanno ormai margini di manovra che non intendono sacrificare per assecondare le strategie di una singola potenza. Ma la questione è anche più profonda. Washington non cerca soltanto nuove fonti di approvvigionamento: vuole impedire che la Cina continui a consolidare il proprio vantaggio nelle filiere industriali strategiche. Possedere le materie prime, infatti, non basta. Il potere economico risiede anche nella capacità di trasformarle, controllare le tecnologie e dominare i segmenti a maggiore valore aggiunto.

Per questo l'Uzbekistan insiste sulla creazione di impianti di lavorazione e poli industriali locali, anziché limitarsi all'esportazione di risorse. Le repubbliche della regione non vogliono diventare semplici fornitori di materie prime per le ambizioni industriali altrui. Vogliono utilizzare la competizione tra le grandi potenze per sviluppare le proprie economie e rafforzare la propria sovranità. Anche il progetto del corridoio transcaspico, che dovrebbe migliorare i collegamenti commerciali tra Asia centrale ed Europa, richiede investimenti ingenti e una cooperazione duratura. Non basteranno le delegazioni imprenditoriali e le dichiarazioni solenni a colmare il divario accumulato negli anni sul terreno delle infrastrutture e delle relazioni economiche. La missione USA si inserisce dunque in una competizione globale nella quale gli Stati Uniti cercano di recuperare posizioni, mentre la Cina ha già costruito legami produttivi e commerciali difficili da sostituire. La retorica della diversificazione non cancella questa realtà, né garantisce che le imprese statunitensi riescano a conquistare lo spazio auspicato da Washington. Il punto decisivo è che l'Asia centrale non è più una periferia da contendere secondo le vecchie logiche egemoniche. I suoi governi possono negoziare con più interlocutori e scegliere le partnership più vantaggiose, senza accettare ultimatum geopolitici. Per gli Stati Uniti, la sfida di Samarcanda è quindi anche una prova dei limiti della propria influenza.

Dopo anni trascorsi a utilizzare sanzioni, pressioni e restrizioni tecnologiche per contenere i rivali, Washington deve ora convincere altri Paesi a investire nella propria alternativa economica. E deve farlo in una fase in cui la Cina dispone già di un peso industriale, commerciale e infrastrutturale che gli annunci statunitensi non possono cancellare. La vera domanda, allora, non è se gli Stati Uniti riusciranno a firmare nuovi accordi, ma se saranno capaci di recuperare il terreno perduto. Perché la corsa alle risorse dell'Asia centrale è soltanto un altro fronte della più ampia competizione per un ordine mondiale nel quale il predominio statunitense non è più indiscusso.

Dalla povertà alle rivolte: la vera «guerra ibrida» contro gli italiani

 

di Clara Statello per l'AntiDiplomatico

 

Si racconta che un ufficiale nazista, osservando il Guernica, chiese a Picasso: - Avete fatto voi questo orrore? – No, siete stati voi a farlo – rispose il maestro. Allo stesso modo si potrebbe rispondere a quanti si chiedano in questo momento da dove provenga la violenza distruttiva delle rivolte di Milano.

“È la vostra stessa violenza”.

L’alibi della “regia esterna”

La stampa persegue teorie del complotto, secondo cui la regia dei disordini starebbe a Mosca. L’ombra di Putin dietro i riot occupa le prime pagine dei giornali. Tra i dietrologi: Lia Quartapelle, Stefania Craxi, Enrico Borghi, Matteo Salvini. I primi agitano lo spauracchio dei russi, l’ultimo degli islamici.

Marco Taradash, dalle pagine social de Linkiesta, accusa fantomatici putiniani, “islamopalestinesi, e nichilisti”, ignorando le regole di punteggiatura, oltre che la realtà.

Giorgia Meloni è convinta che “entità esterne” abbiano soffiato sul fuoco, scrive il Corriere. “Anche se vuole attendere «elementi certi» per denunciarlo pubblicamente“, specifica. Per Crosetto le rivolte di piazza sono il risultato di una guerra ibrida che “qualcuno sta portando nelle nostre nazioni” attraverso YouTube, Tik Tok e i social.

Interviene – dall’estero – persino il presidente ucraino Zelensky, mettendoci in guardia sulle interferenze russe attraverso i social. Il Capo di Stato Mattarella, infine, parla di non precisati “soggetti inediti”.

La classe dirigente si aggrappa a improbabili cospirazioni, come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili, inviso a dittatori e autocrati pronti a tutto per sabotare il nostro insuperabile stile di vita.

Se i leader europei ci assicurano che viviamo nel giardino fiorito, i dati statistici ci descrivono un’altra realtà.

 

La povertà imposta è violenza

Secondo i dati ISTAT pubblicati il 15 ottobre, in Italia ci sono oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. Di questi, 1 milione 136mila sono minori. Questo vuol dire che il 12,5% dei minori residenti vivono in una condizione di povertà assoluta.

Figli vuol dire povertà. L’intensità della povertà per le famiglie con minori, pari al 21,6%, è più elevata di quella calcolata sul totale delle famiglie (18,5%), evidenziando la diffusa condizione di disagio economico, scrive ISTAT.

L’incidenza della povertà aumenta all’aumentare dei figli minori, attestandosi al 7,8% per le coppie con un figlio, 10% per quelle con due e 17,7% se i figli minori sono almeno tre. L’11,6% delle famiglie monogenitore è in povertà assoluta.

Altrettanto allarmanti i dati della povertà relativa, che colpisce il 10,8% delle famiglie e il 14,8% degli individui. Sono oltre 2,8 milioni le famiglie in povertà relativa, per un totale di quasi 8,7 milioni di individui.

L’indagine ISTAT traccia un Paese in cui circa una famiglia su dieci è povera, mentre un minore su otto vive in una condizione di povertà assoluta.

A fronte di questo spaccato, ISTAT rivela che l’indice dei prezzi al consumo a settembre 2026 è aumentato del 4,2% in un anno.  Se è vero che nel secondo trimestre 2026 il risparmio delle famiglie è aumentato dello 0,4%,  la quota di reddito destinato ai consumi è aumentata dell’1,7%.  Ciò ha determinato una riduzione della propensione al risparmio delle famiglie di 1,2% rispetto al trimestre precedente. In calo anche il potere d’acquisto dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.

Questi dati rivelano una tendenza generale della popolazione italiana all’impoverimento.

Un lavoratore può guadagnare poco più di 1400 euro al mese. Una borsa esposta nei negozi attaccati dai giovanissimi “maranza” milanesi vale almeno tre volte tanto. Qual è il crimine peggiore: spaccare una vetrina o condannare milioni di giovani alla miseria irreversibile? 

 

La “guerra ibrida” contro gli italiani

Le rivolte e i saccheggi non sono il risultato di una guerra ibrida condotta da entità esterne per distruggere l’Italia immaginaria del Bengodi che esiste solo negli studi della Telemeloni.

Sono la conseguenza di questo desolante quadro sociale descritto dalle statistiche, a cui si aggiunge il dato delle morti sul lavoro: oltre 1100 dall’inizio dell’anno ad oggi, secondo l’Osservatorio sulle morti sul lavoro. È un bollettino di guerra.

La domanda che dovremmo farci non è “chi sta dietro i maranza?”, ma “cosa c’è dietro queste statistiche?”

Le cause del deterioramento sociale e delle condizioni di vita non vanno ricercate nei russi o negli islamici. Il progressivo immiserimento degli italiani è proporzionale alla progressiva cessione di sovranità a entità esterne. Prima hanno scelto per noi privatizzazioni e austerity. Adesso ci impongono guerra e genocidio, decidendo di sostituire il nostro sistema di welfare con uno di warfare.

L’unica guerra ibrida è quella che la NATO e la UE combattono contro le classi lavoratrici e le famiglie italiane, tramite il governo Meloni. E questa guerra ibrida ha un nome specifico: lotta di classe dall’alto verso il basso.

Lasciare i malati senza cure è violenza. Lasciare gli anziani con una pensione da fame è violenza. Lasciare madri e padri senza asili pubblici per i loro figli è violenza. Lasciare famiglie senza casa è violenza. Relegare nelle periferie degradate adolescenti figli di operai o che non hanno grandi disponibilità economiche è violenza.

Le cause della violenza dei rivoltosi vanno ricercate nella violenza delle politiche disumane e disumanizzanti adottate dai vari governi italiani, condizionate dal cosiddetto vincolo esterno.

 

Chi sono davvero i rivoltosi?

Non c’è il “soggetto inedito” evocato dal presidente Mattarella, né le interferenze maligne non convenzionali menzionate dal ministro Crosetto.

Privati delle ideologie di liberazione o salvezza, delle organizzazioni sociali o soggetti politici, i giovani rivoltosi agiscono in maniera spontanea, utilizzando i social per coordinarsi. Non hanno davanti a sé grandiosi orizzonti politici, ma obiettivi concreti: possedere quei beni status symbol che trapper e influencer celebrano, ma che il sistema gli nega.  

Le rivolte di sabato non sono affatto inedite. Sono come le Banlieue francesi, sono i riots di Londra del 2011. Adesso, dopo anni di austerity, emergenza sanitaria e guerra, sono esplose anche in Italia.

La repressione dei “leader democratici”

Lo Stato si autoassolve e anziché ascoltare le istanze di chi manifesta, cerca un capro espiatorio.

Macron, Meloni, Merz, gli stessi leader che promuovevano regime change per difendere giovani manifestanti dalla repressione in Iran, Georgia e Venezuela, hanno promesso dura repressione per i giovani manifestanti europei.   

La Francia ha imposto il coprifuoco, il governo italiano manderà 500 militari a Milano. Non militari qualsiasi. Manderà i parà della Folgore contro ragazzini dai 12 ai 17 anni. Inoltre sarà disposto un inasprimento delle pene, incluso il pagamento dei danni inferti.

Una famiglia con un reddito inferiore a 1500 euro al mese potrebbe essere costretta a ripagare i danni ad un negozio che vende borse da 5000 euro l’una.

Viviamo in un Paese in cui i governi non riescono a tutelare milioni di minori, donne e anziani. Ma mandano i reparti speciali per proteggere una borsa Louis Vuitton o Ermes.

Colpo di Stato liberal: così le democrazie reprimono il dissenso

 

di Giuseppe Giannini

Cosa distingue i governi "liberali" dell'Occidente dalle autocrazie? Quando, in tutti i modi, si cerca di evitare che fuoriescano dalle elezioni volontà popolari antisistemiche, e quando le stesse non avendo possibilità di rappresentanza non hanno altra scelta che quella residuale della protesta, per far transitare, per vie diverse, le istanze che non trovano recepimento, ma anche per reclamare il rispetto di ogni condizione sociale, allora, accade che gli esecutivi di destra, ma spesso forze centriste sostenute da componenti socialdemocratiche, si comportino come i regimi stranieri che dicono di voler combattere in nome della libertà.

In questo modo, i media generalisti sostengono il gioco liberista, fingendo di indignarsi per la sorte degli altri popoli, ma non per i propri, sicuri e tutelati nelle mani “democratiche”.

Fanno notizia la repressione cui sono sottoposti i cittadini delle repubbliche islamiche, e le donne che reclamano laicità.

Le richieste di una vita autonoma dal pensiero teocratico e la libertà di scelta, la possibilità di manifestare il proprio dissenso.

Dall’esterno, gli osservatori, più o meno interessati, sono tutti, formalmente, d’accordo.

Se la questione velo, il numero degli studenti stranieri per classe, la presenza “formativa” (indottrinamento) dell’esercito nelle scuole o la stessa protesta degli studenti sulla condizione degli edifici, i costi per gli alloggi e la mancanza di risorse vengono proiettati nel nostro quotidiano la risposta degli esecutivi qual è? E il comportamento delle forze dell’ordine?

La differenza rispetto ai regimi oppressivi è palese, tuttavia, la libertà di espressione, movimento e scelta da noi sembrano essere sempre più ridotte.

Appannaggio di una parte ristretta delle nazioni, che si identifica e non contesta l’ordine liberista.

La costituzionalizzata democrazia borghese conteneva degli anticorpi contro l’autoritarismo, oggi, anche a causa di iter, procedure e cd. riforme, che vanno dalla decretazione d’urgenza al rafforzamento abnorme degli esecutivi, che fanno a meno del parlamentarismo, viene meno il quadro di riferimento normativo.

Le regole sembrano essere saltate. Questo comporta la messa in discussione degli assetti istituzionali; implica una distanza da coloro che dovrebbero essere rappresentati difficile da recuperare.

E, dinnanzi ad ogni evento complesso o difficile da interpretare l’unica risposta è data dall’uso della forza. Cosi, vengono approntate misure punitive per i minori, abbassando l’età per l’imputabilità.

Il populismo penale come sostituto dell’educazione e della prevenzione. La repressione come forma normalizzata dall’ordine capitalistico.

Lo stesso avviene contro qualsiasi forma di protesta sociale, che sia relativa alle condizioni lavorative, abitative, o al caro vita. Oppure che attenga ai diritti ambientali, civili, dei migranti, al ripristino di un sistema sanitario efficiente.

Ogni questione, colpevolmente trascurata, in questi decenni di austerità e policrisi è stata esasperata dagli ultimi anni di guerra interessata. E, adesso, sono tutti impoveriti ed arrabbiati.

Il potere, però, non tollera il dissenso.

In Francia ogni responsabilità viene addebitata all’Insoumise ed alle componenti di sinistra, sindacale, e antifascista. Uno Stato che assume sempre più le sembianze assolutistiche: coprifuoco e, addirittura, il tentativo di arresto di un parlamentare insoumis, in violazione delle prerogative (immunità) e delle prassi (approvazione parlamentare).

Sembra quasi che i governi europei, privi di autorevolezza e spessore internazionale, succubi dei ricatti di Trump cerchino, attraverso la repressione, di imitarne il modello tecno-autoritario.

Per il presidente tycoon le regole democratiche sono un orpello da rimuovere, sia con riguardo alle istituzioni (il condizionamento della giustizia, gli arresti arbitrari dell’ ICE) che verso i soggetti autonomi (i ricatti alle università,  i tagli agli organismi della cooperazione internazionale, il considerare i movimenti antifascisti alla pari delle organizzazioni terroristiche).

Da noi sta accadendo lo stesso con la sospensione dei diritti, la deportazione dei migranti, l’intoccabilità di Israele, ed i decreti che impediscono il dissenso.

Focalizzare l’attenzione sulle città ricche messe sotto sopra e gli episodi di violenza, accomunando le ragionevoli richieste agli atti vandalici di giovanissimi, protagonisti e vittime dell’assenza genitoriale e di una socialità che si spende on line, e del consumismo indotto, lo stesso che simboleggia l’immagine di quelle opulente città-vetrina (ma non per quanto riguarda i quartieri periferici) già convertite e da preservare per il turismo delle élite, serve a distrarre, a fare propaganda interessata.

Mentre ciò che accade al centro-sud con i blocchi stradali degli autotrasportatori, la disperazione degli agricoltori che hanno difficoltà ad andare avanti, e che incidono sugli approvvigionamenti della grande catena di distribuzione non fa notizia.

Non vende come un episodio di cronaca qualunque.

Meglio concentrarsi per altri mesi sulla vicenda di Garlasco, per distrarre e controllare i bravi cittadini ubbidienti.

 

La mappa di Netanyahu: alleanze con separatisti e tensione col mondo arabo

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha presentato una mappa del Medio Oriente allargato che mostra Israele e gli Emirati Arabi Uniti allineati con un gruppo paramilitare in Sudan, accusato di genocidio, e con diverse fazioni separatiste in Libia, Yemen e Somaliland.

La mappa, che riportava il logo dell'istituto tedesco Friedrich-Ebert-Stiftung, non ha sorpreso gli osservatori regionali, ma potrebbe rivelarsi imbarazzante per alcuni partner di Israele e alimentare forti sospetti tra i Paesi arabi.

Nel documento cartografico, Israele e gli Emirati Arabi Uniti appaiono come parte di un’"Alleanza Esagonale" insieme a Grecia, Etiopia e parte dell'India. La mappa indicava inoltre come "amica" un'ampia area del Sudan sudoccidentale, attualmente controllata dalle Forze di Supporto Rapido (RSF).

Esperti delle Nazioni Unite e numerose inchieste giornalistiche — incluse quelle di Middle East Eye — hanno svelato l'ampio sostegno degli Emirati Arabi Uniti alle RSF, la milizia guidata dall'ex leader dei Janjaweed, Mohamed Hamdan Dagalo, accusata di genocidio in Darfur. Gli Emirati continuano tuttavia a negare ufficialmente ogni coinvolgimento.

La presentazione della mappa si inserisce nell'illustrazione della nuova dottrina di sicurezza israeliana da parte di Netanyahu: un approccio basato su attacchi preventivi e sull'istituzione di "zone cuscinetto" lungo i confini.

"La Guerra di Redenzione ha reso necessario un aggiornamento dei principi fondamentali della dottrina di sicurezza nazionale: priorità alla prevenzione e all'offensiva rispetto a contenimento e difesa, compresi attacchi preventivi per contrastare minacce in evoluzione; rafforzamento della difesa interna e consolidamento dello status di Israele come potenza regionale", ha dichiarato l'ufficio del Premier. "Si sono create nuove opportunità per stringere alleanze nella regione e oltre."

L'“Alleanza sunnita del diamante” e i gruppi secessionisti

Ciò che colpisce è l'allineamento con gruppi secessionisti a scapito dei partner storici con cui Israele ha firmato trattati di pace: la mappa non include infatti Egitto e Giordania tra gli alleati diretti.

L'Egitto viene inserito in un’"Alleanza sunnita del diamante" assieme a Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, mentre la Giordania — il cui trattato di pace con Tel Aviv risale al 1994 — figura semplicemente come Paese "amico" di tale alleanza.

Questa visione alimenta le preoccupazioni dei critici riguardo al potenziale sostegno israeliano ai movimenti secessionisti e alla frammentazione di Stati già fragili. La mappa mostra infatti come alleati:

In Libia: Il governo orientale controllato dal generale Khalifa Haftar.

In Yemen: Il movimento separatista del Sud (ex Consiglio di Transizione Meridionale, riorganizzatosi come Consiglio di Transizione dell'Arabia Meridionale), sostenuto dagli Emirati.

In Somaliland: La repubblica separatista della Somalia, recentemente riconosciuta da Israele, dove sia Tel Aviv che Abu Dhabi hanno ampliato la propria presenza militare.

La mappa dimostra come Tel Aviv concepisca la propria sicurezza all'interno di uno scacchiere molto più ampio rispetto al solo mondo arabo: la Grecia e l'Etiopia sono definite nazioni "amiche". Quest'ultima si trova attualmente al limite di un conflitto su vasta scala con l'Eritrea, area in cui Israele mira da tempo a stabilire una base militare sul Mar Rosso.

Infine, la presentazione ha ribadito i legami strategici consolidati tra Hezbollah, gli Houthi e l'Iran, inquadrati all'interno del cosiddetto "Asse della Resistenza".

 

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