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🔴Putin e Xi riscrivono le regole | TG 01.09.26

1 September 2026 at 19:00

– Vladivostok apre e promette il corridoio di Jeff Hoffman
– SCO: l’occidente non detta più le regole di Jeff Hoffman
– Il G20 riapre a Mosca, chiude a Pechino di Jeff Hoffman
– Hormuz, due petroliere e l’abbraccio di Mosca di Jeff Hoffman
– Falkland, Washington ricatta Londra di Jeff Hoffman
– Kabul apre le miniere, la base resta chiusa di Jeff Hoffman
– Atene si consegna a Tel Aviv di Jeff Hoffman
– Pechino tra sicurezza e autosufficienza di Jeff Hoffman
– Caccia cinesi per l’Uzbekistan di Gionata Chatillard
– Apple costruisce un’intelligenza su misura per Pechino di Margherita Furlan
– Buon giro intorno al Sole

A cura di Margherita Furlan Con la collaborazione di Gionata Chatillard e Jeff Hoffman Editing di Mario Ferdinandi e Simone Orletti

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Il woke dopo il woke

1 September 2026 at 17:40

Valerio Savioli

Le dichiarazioni agostane di Alexandra Ocasio-Cortez, icona del neoprogressismo radicale statunitense, rilasciate in un’intervista con ABC News, hanno generato un certo dibattito anche alle nostre latitudini, a dimostrazione dell’interdipendenza politico-ideologica, trasversale anche nello spettro “centrodestra/centrosinistra” istituzionali, che, dal dopoguerra, lega stabilmente le due sponde dell’Atlantico e il modo di intendere l’agire, l’intendere politico e le sue categorie.

Della Cortez (AOC), dalle principali testate e opinionisti nostrani, è stato ripreso esclusivamente questo passaggio: “Woke was crazy”, il woke era follia, ponendo poca attenzione al passaggio immediatamente successivo, nel quale AOC, pur riconoscendo l’impraticabilità odierna di certa retorica, sostiene che molte delle discussioni aperte durante quella stagione siano state “molto produttive” (quite fruitful).

La citazione di AOC ha portato a un gran numero di riflessioni, da destra e sinistra, entusiastiche e pensose, il cui dibattito langue impietosamente in una cornice ben definita.

Da destra viene riproposta una lettura e una conseguente condanna prettamente liberali del fenomeno woke, concentrate principalmente sull’insofferenza, in parte condivisibile, di un fenomeno che ha fatto della censura e della sanzione, anche sociale, una delle proprie inappellabili cifre.

A sinistra si leggono approfondimenti pensosi, tipici delle classiche sedute psicanalitiche collettive proprie delle direzioni nazionali nostrane appena uscite da sonore batoste.

Dimostrazione di come ci si possa sentire smarriti quando dalla centrale operativa d’oltreoceano giungono inaspettatamente nuove coordinate.

Lo abbiamo già accennato: entrambi gli schieramenti soffrono di un vincolo esterno ideologico e culturale il cui perno ruota principalmente intorno ai principi liberali comprensivi degli interessi, da intendersi nell’accezione più ampia, “occidentali” ossia statunitensi.

Rispetto a questo atteggiamento avevamo coniato il termine “geopoliticamente corretto”.

La ricezione italiana, quindi, continua ad essere mediata dal paradigma ideologico e strategico liberal-progressista da una parte e liberal- conservatore dall’altra.

Elaborazioni del lutto col coltello tra i denti per i liberal nostrani e sfregamento di soddisfacimento e rivalsa per i conservatori: al vincitore dell’acerrima contesa il premio di sestante in seconda dell’Occidente.

Un dibattito sconsolante, racchiuso in un perimetro entro il quale è difficile dire se a preoccupare sia più la sterilità del confronto o l’incapacità di avvertire la necessità di produrre un punto di vista autenticamente afferente agli interessi europei e italiani.

Occorre quindi uscire, il più rapidamente possibile, da questo recinto per osservare quello che sta accadendo nella politica statunitense.

La battuta di AOC, tra l’altro attribuita al consigliere comunale newyorchese e figura di primo piano di Black Lives Matter Chi Ajani Ossé, più che intonare il de profundis di una stagione politica, pare piuttosto segnalare la mutazione e il conseguente riposizionamento iniziati già da tempo nella sinistra americana.

E la mutazione è per definizione un cambiamento in atto, una trasformazione, un passaggio da uno stato (Woke 1.0) a un altro (Woke 2.0? / New Left 2.0?).

Una trasformazione che non consiste tanto nell’abbandono delle istanze progressiste maturate nell’ultimo quindicennio, quanto nella loro progressiva subordinazione a un linguaggio politico tornato a ruotare attorno alla questione sociale.

Non è una resa ma una strategia che dimostra la vitalità tipica di un organismo vivo e il pragmatismo di una prospettiva politicamente sfruttabile, anche in considerazione della situazione socioeconomica degli Stati Uniti e dell’oggettiva difficoltà del partito Repubblicano.

A che cosa dobbiamo, di grazia, gli articoli scritti al ritmo dei nostrani cin-cin conservatori-liberali (con la i)?

Proviamo ad arretrare almeno fino al 2016.

Altro mondo, qualcuno dirà. Si noti, però, che, ai tempi, a riportare al centro della politica democratica un vocabolario appartenente ad un altro mondo ancora fu Bernie Sanders: classe, sanità (possibilmente universale), salari (infarciti di divario di genere) ruolo dei sindacati e indebitamento delle famiglie americane.

Un conflitto abilmente presentato principalmente in termini verticali: da una parte una minoranza estremamente ricca (gli happy few, i pochi felici), capace di esercitare un’influenza determinante sulle istituzioni; dall’altra il resto degli statunitensi obbligato a vivere alla giornata.

La sinistra americana di oggi che parla di “oligarchi” pesca a piene mani in quella stagione.

Proprio AOC nacque in questo brodo culturale e quindi politico. La sua affermazione nel 2018, con la sorprendente vittoria nelle primarie democratiche contro Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’apparato del partito Dem, rappresentò una delle prime manifestazioni della capacità del sandersismo di provare a produrre una propria classe politica.

Fu però negli anni immediatamente successivi che quel populismo economico venne a intrecciarsi sempre più strettamente con un secondo movimento, proveniente in larga parte dalle università, dall’attivismo digitale e dai nuovi movimenti identitari.

Quest’ultimo uno strumento di rara efficacia, già portatore delle principali istanze culturali e politiche del cosiddetto Politicamente Corretto e della sua deriva, razziale e intersezionale, nota come woke.

La morte di George Floyd segnò l’apogeo di quella stagione, l’ascesa di Black Lives Matter, le cui rivolte e istanze si erano già manifestate durante la presidenza obamiana, sebbene tenute in disparte dal comparto mediatico progressista, solerte invece nell’ingigantirlo in occasione della prima amministrazione trumpiana.

In quell’epoca fece la sua comparsa anche la parola d’ordine defund the police (togliamo i fondi alla polizia), l’espansione delle categorie intersezionali, le politiche DEI (diversity, equity, inclusion) e una crescente attenzione normativa al linguaggio, che costituirono, con forza e impatto, i riferimenti principali del movimento woke.

Era l’acme della mutazione del conflitto sociale: il politicamente corretto inteso come fusione di istanze progressiste figlie, in buona parte, della Scuola di Francoforte, entusiasticamente sostenute dall’ultima evoluzione del capitalismo finanziario.

A mutare, infatti, per le istanze progressiste, fu la gerarchia delle questioni e, soprattutto, la loro percezione pubblica: una crisi del tradizionale soggetto di classe che, in particolare in Herbert Marcuse, condusse a rivolgere crescente attenzione verso soggetti marginali, minoranze e nuove forme di opposizione sociale.

Dall’homo consumens, in cui si poteva comunque rintracciare ancora un afflato di qualsivoglia appartenenza e identità, all’Uomo Residuo le cui fondamenta, esistenziali e ontologiche, dovevano e devono vertere sulla fluidità intesa come fluidificante di un sistema, finanziario e quindi politico, che non tollera più sassolini nell’ingranaggio: la decostruzione delle appartenenze si è dimostrata efficacemente funzionale alla forma contemporanea del capitalismo finanziario.

Fu quella la stagione nella quale il woke, salendo di livello, cessò di essere “soltanto” un fenomeno circoscritto all’attivismo e penetrò profondamente nel linguaggio delle grandi imprese, delle università, dell’industria culturale, dell’informazione e di parti considerevoli dell’apparato pubblico.

Ed è proprio per questa ragione che sarebbe superficiale confondere l’attuale ridimensionamento della sua retorica con la scomparsa degli effetti prodotti durante quella fase.

Inoltre, il Partito Democratico, a seguito della sconfitta del 2024, fu testimone di una crisi di rappresentanza: continuava a rafforzarsi nell’America urbana e istruita, mentre perdeva terreno tra gli elettori privi di laurea e in ampi segmenti della classe lavoratrice.

Tornare a parlare di salari, sanità, casa e concentrazione della ricchezza diventava quindi non soltanto coerente con la tradizione sandersiana, ma politicamente necessario. È in questo contesto che deve essere letto il successivo riavvicinamento alla questione sociale.

Nel 2025 Sanders lanciò il suo Fighting Oligarchy Tour, al quale Ocasio-Cortez partecipò assumendo progressivamente un ruolo di primo piano.

Il dato interessante, per l’analisi che si dovrebbe fare oggi, non riguardava soltanto i temi economici affrontati, peraltro perfettamente coerenti con la tradizione sandersiana, ma il tentativo esplicito di allargare il perimetro della coalizione progressista.

Fu proprio in uno di quei comizi che AOC si rivolse anche a coloro che avevano votato diversamente, a chi non conosceva “le parole giuste” da utilizzare e persino a chi dissentiva da lei su alcune questioni.

Il discrimine diventava la disponibilità a combattere per altri americani e contro la concentrazione del potere economico, sullo sfondo di una nazione sempre più fratturata al suo interno, incapace di riconoscersi e soprattutto di definirsi: per ironia della sorte, proprio quelli che ora cercano di riposizionare strategicamente il messaggio politico, hanno pesantemente contribuito a quella crisi di identità che così tanto lacera, dall’interno, la nazione americana, sempre più oggetto di una fondamentale domanda: America chi sei?

È proprio su questa frattura che Donald Trump e l’universo politico (e di apparati), culturale ed economico raccoltosi attorno al suo ritorno alla Casa Bianca hanno costruito una parte consistente della propria forza.

Al di là del risultato elettorale contingente, il trumpismo ha saputo intercettare il bisogno, ormai esplicito, di ricomporre una nazione sempre meno capace di riconoscersi e un impero costretto a fare i conti con i limiti della propria sovraestensione, sognando di ribaltare il tavolo delle guerre culturali in patria, proponendo, a loro volta, un Woke a trazione conservatrice: si pensi solo allo psicodramma sull’antisemitismo, combattuto anche – e non è un caso – nei più prestigiosi contesti universitari statunitensi.

Comunque, l’intento trumpiano di un Woke a trazione conservatrice è, al momento, fallito.

Se all’apparato liberal-progressista può essere imputata una parte rilevante della disgregazione culturale culminata nella stagione Woke, il mondo conservatore americano non può dichiararsi estraneo ai processi economici e geopolitici che hanno contribuito alla medesima crisi: dalla globalizzazione alla deindustrializzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia alla proiezione imperiale perseguita per decenni da amministrazioni repubblicane e democratiche.

Due percorsi apparentemente opposti che hanno finito per concorrere, ciascuno a proprio modo, all’indebolimento delle appartenenze, delle sicurezze materiali e della stessa capacità degli Stati Uniti di darsi una definizione condivisa.

Tornando ad AOC, il suo passaggio è tutt’altro che secondario. Non siamo di fronte a una sinistra divenuta improvvisamente conservatrice né, tantomeno, a un’abdicazione rispetto alle battaglie identitarie degli anni precedenti. Stiamo assistendo piuttosto a un mutamento della loro funzione politica.

Ciò che fino a pochi anni fa costituiva uno dei principali strumenti di mobilitazione sembra progressivamente retrocedere sullo sfondo, mentre in primo piano tornano il salario, la casa, la sanità, il costo della vita, il potere dei monopoli e la concentrazione della ricchezza.

L’esperimento di Zohran Mamdani a New York, asceso al successo grazie all’affordability (sostenibilità e convenienza) e poi, probabilmente solo come inevitabile esito, alle tematiche afferenti alle guerre culturali di matrice woke, rappresenta probabilmente la manifestazione più compiuta di questa nuova fase, in cui Democratic Socialist of America, organizzazione socialista democratica che opera prevalentemente nello spazio elettorale del Partito Dem, tenta l’OPA sul partito Democratico.

Che si tratti di comunicazione strumentale o meno lo vedremo in futuro, certo è che nel giugno scorso il Rent Guidelines Board di New York (consiglio di regolazione degli affitti) ha approvato il congelamento dei canoni di locazione per circa un milione di appartamenti regolamentati, trasformando una delle principali promesse della campagna di Mamdani in una misura immediatamente percepibile da una parte consistente della popolazione cittadina.

Ma sarebbe riduttivo leggere Mamdani esclusivamente come il prodotto del ritorno della questione sociale. La sua affermazione intercetta anche un’altra trasformazione, forse altrettanto profonda, in corso nella società americana: la già menzionata progressiva erosione, soprattutto tra le generazioni più giovani e nell’elettorato democratico, dello storico consenso bipartisan intorno al sostegno a Israele (tema già affrontato in campagna elettorale).

Mentre sul woke la nuova sinistra sembra arretrare rispetto alla propria avanguardia culturale, su Israele potrebbe essere l’opinione pubblica – soprattutto giovane – ad avvicinarsi alle posizioni che fino a ieri appartenevano all’avanguardia.

È doveroso menzionare Abdul El-Sayed che il 4 agosto scorso ha vinto la candidatura democratica per il Senato in Michigan con un’agenda fortemente incentrata su quello che potremmo definire un populismo economico di sinistra.

Lo stesso El-Sayed nel 2020 si diceva favorevole al defund the police, mentre oggi ha preso le distanze da quelle posizioni, rinnegando di averlo chiesto, nonostante le ampie evidenze mediatiche disponibili.

Anche Democratic Socialists of America (DSA) ha ormai fornito una sistemazione programmatica esplicita a questo orientamento. Il suo nuovo programma nazionale porta un titolo difficilmente equivocabile: Workers Deserve More (i lavoratori meritano di più) in un contesto in cui la società americana viene descritta attraverso il conflitto tra una classe lavoratrice privata del controllo sulla propria vita economica e una “billionaire class” capace di orientare politica e istituzioni.

Ed è qui che l’interpretazione della presunta morte del woke comincia a mostrare tutti i propri limiti. Nello stesso programma continuano infatti a trovare spazio molte delle istanze che ne avevano caratterizzato la precedente stagione: dalle politiche relative all’identità di genere alla critica radicale del sistema carcerario e di polizia, dal Green New Deal alle riparazioni razziali fino al femminismo socialista.

Non vi è, dunque, alcuna evidenza di una conversione culturale. A essere cambiata, come detto, sembra piuttosto la gerarchia. Ed è un cambiamento strategico. Il progressismo identitario non viene necessariamente rinnegato: viene ricollocato.

La questione sociale torna a essere lo strumento attraverso il quale costruire una maggioranza; quella culturale può sopravvivere come parte di un patrimonio ideologico ormai acquisito, senza essere costretta a occupare quotidianamente il centro della scena.

Se così fosse, la domanda da rivolgere ad AOC non sarebbe allora se il woke sia morto. Un paradigma culturale non cessa necessariamente di operare nel momento in cui perde la capacità, o la convenienza, di presentarsi come strumento di mobilitazione politica.

Può accadere l’opposto: che alcune delle categorie introdotte e metabolizzate durante la sua fase espansiva siano penetrate abbastanza profondamente nel linguaggio, nelle istituzioni e nel costume da non avere più bisogno di essere continuamente proclamate ma solamente governate, gestite, solo in parte quindi ridimensionate.

Ciò che ieri necessitava della militanza può oggi sopravvivere nella (nuova) normalità, rispetto alla quale il timoniere pretende di restare lo stesso.

Se il fenomeno woke viene osservato soltanto attraverso le sue manifestazioni più caricaturali e oggettivamente deliranti – il lessico, la censura, le quote, i pronomi, le liturgie identitarie – la loro progressiva marginalizzazione può facilmente essere scambiata per una restaurazione, concentrarsi sugli esiti, spesso (ma non sempre) infausti degli eccessi portati, ad esempio sul grande schermo, godendo dei tonfi economici di certe produzioni hollywoodiane al grido di “Go woke get broke!” (diventa woke e fallisci!) proponendo, come alternativa, soluzioni pensate proprio nelle cucine d’oltreoceano porta solo al reiterarsi delle stesse condizioni di subalternità.

Ma se si considera invece tutto questo come parte di una trasformazione più profonda della concezione dell’uomo, delle appartenenze e del limite, il compimento dello sradicamento di qualsiasi istanza e sostanza afferente alla civiltà europea, la questione cambia radicalmente.

L’Uomo Residuo non coincide infatti con il militante woke: è semmai l’uomo che resta quando la dissoluzione delle appartenenze tradizionali è divenuta condizione ordinaria dell’esistenza.

E non c’è (centro)destra o (centro)sinistra che tenga.

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Trump dà il benvenuto alla Russia al G20 nonostante le proteste dell’UE.

1 September 2026 at 17:37

Sa Defenza:

I funzionari europei hanno minacciato di boicottare la tradizionale “foto di famiglia”, costringendo il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov a non partecipare allo scatto.

Il presidente statunitense Donald Trump ha accolto con favore la presenza di un’importante delegazione russa al G20, ignorando le proteste dei funzionari dell’UE che si sono rifiutati di comparire accanto al ministro delle Finanze russo Anton Siluanov nella tradizionale “foto di gruppo” del vertice.

Lunedì Siluanov è arrivato ad Asheville, nella Carolina del Nord, per la riunione di due giorni dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, su invito dell’amministrazione Trump. La sua prima apparizione di persona al forum dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022 ha immediatamente suscitato proteste da parte dei delegati europei.

https://sadefenza.blogspot.com/2026/09/trump-da-il-benvenuto-alla-russia-al.html

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Il Punto

1 September 2026 at 10:50

Inizia oggi nelle facoltà di medicina il “semestre filtro” del primo anno. Per una buona programmazione del fabbisogno di medici non basta stabilire il numero dei professionisti necessari nei prossimi anni, bisogna anche agire sugli incentivi dei giovani che quella professione devono sceglierla. Con la tornata di rinnovi contrattuali per il triennio 2025-2027, la contrattazione […]

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Diventare medico è una scelta, non una vocazione

1 September 2026 at 09:30

Una buona programmazione del fabbisogno di medici è indispensabile. Però non basta. Perché il numero dei posti può essere deciso amministrativamente, ma le scelte dei giovani dipendono dagli incentivi che le diverse professioni e specialità mediche offrono.

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Per un Pix europeo non serve aspettare il 2029

1 September 2026 at 09:29

L’euro digitale può rafforzare la sovranità monetaria, ma non arriverà prima del 2029. Per ridurre subito la dipendenza dai circuiti di pagamento extra-Ue basta usare meglio bonifici istantanei, Tips e regole comuni. Il Pix brasiliano indica la strada.

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E se l’inverno demografico non fosse una tragedia?

1 September 2026 at 09:28

Un autorevole studio mette in discussione alcune certezze che riguardano la demografia. Ha suscitato polemiche, ma porta a riflettere sulle risorse e sulle capacità di reazione spesso imprevedibili dell’intelligenza umana.

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L’infiltrazione pedofila e massonica nella Chiesa e l’indagine interna di Papa Leone XIV

1 September 2026 at 09:40

di Cesare Sacchetti In principio fu Crimen Sollicitationis, il noto documento pubblicato da Giovanni XXIII, il cosiddetto “Papa buono”, secondo la vulgata di una certa stampa, da alcuni definito come la pietra dello scandalo. Crimen Sollicitationis nasce per affrontare la questione degli abusi pedofili all’interno della Chiesa già all’inizio degli anni’60, quando stava nascendo una […]

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Germania: 188.000 chiusure aziendali: perché molte imprese rinunciano senza dichiarare fallimento

1 September 2026 at 08:29

Nel 2025, quasi 190.000 aziende hanno chiuso i battenti in Germania. Solo una piccola parte, tuttavia, era insolvente. Quali sono le cause di questo aumento e perché il solo numero di chiusure rivela ben poco sullo stato dell’economia?

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Creditreform prevede la chiusura di circa 188.000 imprese in Germania entro il 2025. Si tratta di un aumento del 10% rispetto all’anno precedente.

Foto: Wolf von Dewitz/dpa

Patrick Langendorf

31 agosto 2026

Tempo di lettura : 11 min.


In breve:

  • Uno studio di Creditreform ha rilevato che nel 2025 in Germania hanno chiuso i battenti circa 188.000 aziende , il 10% in più rispetto all’anno precedente.
  • Solo circa il 13% delle chiusure è stato dovuto a insolvenza ; spesso anche decisioni economiche o la mancanza di successori giocano un ruolo.
  • La sola cifra non mostra quanta produzione economica venga persa : allo stesso tempo, nascono nuove aziende e le imprese esistenti acquisiscono dipendenti, clienti o ordini.

In Germania, nel 2025 il numero di aziende che hanno chiuso i battenti è stato significativamente superiore rispetto all’anno precedente. Creditreform riporta circa 188.000 chiusure, il 10% in più rispetto al 2024 e il dato più alto degli ultimi quasi vent’anni. Secondo Creditreform, questa cifra proviene da uno studio congiunto con il Centro Leibniz per la ricerca economica europea (ZEW).

Tuttavia, questa cifra non rappresenta solo le aziende che non erano più in grado di pagare i propri debiti. Solo circa il 13% delle chiusure registrate è stato dovuto a insolvenza. In quasi nove casi su dieci, quindi, la chiusura non è stata preceduta da una procedura di insolvenza.

Un altro dato sorprendente è che le aziende che hanno chiuso i battenti nel 2024 e nel 2025 avevano, in media, un rating creditizio migliore rispetto alle aziende che avevano chiuso negli anni precedenti. Il rating creditizio si riferisce alla probabilità che un’azienda sia in grado di adempiere ai propri obblighi finanziari. Secondo lo ZEW, alcune delle chiusure recenti hanno riguardato aziende che non stavano ancora affrontando immediate difficoltà finanziarie.

Tuttavia, ciò non significa che la Germania abbia perso 188.000 aziende economicamente sane. Un’impresa può essere ancora in grado di pagare tutte le bollette, pur generando profitti insufficienti. Altre chiudono perché il proprietario va in pensione, non si trova un successore o per motivi personali che impediscono di proseguire l’attività.

Allo stesso tempo, sono aumentati i fallimenti aziendali. Secondo l’ Ufficio federale di statistica (Destatis), nel 2025 i tribunali locali tedeschi hanno registrato un totale di 24.064 istanze di fallimento aziendale. Si tratta di un aumento del 10,3% rispetto all’anno precedente. Nel 2024, l’incremento era stato del 22,4%.

Come vengono determinate le 188.000 chiusure

Lo studio si basa sul Mannheim Business Panel. Questo panel utilizza un ampio database aziendale di Creditreform, che lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) elabora scientificamente. Sono incluse anche le microimprese e i liberi professionisti.

È importante comprendere che le 188.000 chiusure non rappresentano semplicemente le chiusure di attività commerciali ufficialmente segnalate. Circa il 43% è dovuto alla cancellazione dal registro delle imprese e alla chiusura di attività commerciali senza insolvenza, come rilevato da Creditreform, mentre circa il 13% è dovuto a insolvenza. Un ulteriore 43% riguarda aziende che, secondo metodi statistici, non sono più considerate economicamente attive.

Quest’ultima parte riguarda principalmente le piccole imprese, per le quali la cessazione dell’attività non può essere determinata immediatamente. Se per un periodo prolungato non sono disponibili nuove informazioni sulle loro operazioni, lo ZEW calcola la probabilità che abbiano cessato l’attività. Per gli anni 2024 e 2025, lo stesso ZEW segnala un “elevato grado di incertezza” riguardo alle stime statistiche sulle chiusure.

Inoltre, è stato modificato il metodo di calcolo: per le società iscritte nel registro delle imprese, ora si applica la data di cessazione dell’attività determinata da Creditreform, a condizione che sia anteriore alla cancellazione ufficiale.

In precedenza, il fattore determinante era la data di cancellazione dal registro delle imprese. Secondo l’ZEW, questo cambiamento comporta uno spostamento nella serie temporale. La cifra di 188.000 dovrebbe quindi essere intesa come un ordine di grandezza determinato scientificamente e non come il numero di chiusure ufficialmente confermate.

Perché le aziende rinunciano senza dichiarare bancarotta

Un’azienda non deve essere insolvente per cessare l’attività. Se i costi aumentano, la domanda diminuisce o i profitti rimangono costantemente troppo bassi, il proprietario può decidere di non proseguire l’attività.

La ZEW cita anche il fallimento della successione aziendale, l’età, la malattia e altre ragioni personali come fattori contribuenti. Ciò distingue la chiusura di un’azienda dall’insolvenza. Nel caso di insolvenza, i problemi finanziari sono così gravi da rendere necessaria una procedura regolamentata dalla legge. Una chiusura senza insolvenza, d’altro canto, inizialmente rivela poco sulla precedente salute finanziaria dell’azienda.

Ciò si riflette nei rating di credito. In precedenza, le aziende chiuse venivano valutate da Creditreform con un rating di credito almeno debole in media. Per il 2024 e il 2025, tuttavia, il rating medio è “solvibilità media”. Ciononostante, sarebbe una semplificazione eccessiva parlare di una perdita massiccia di “aziende sane”. Un rating di credito medio non significa automaticamente che un’azienda sia redditizia o abbia buone prospettive a lungo termine.

Quando l’imprenditore va in pensione

Un altro motivo sta acquisendo sempre maggiore importanza: molti imprenditori tedeschi stanno raggiungendo l’età pensionabile. Tra le imprese familiari a gestione diretta che hanno cessato volontariamente l’attività, circa il 29% aveva un titolare di età pari o superiore a 65 anni nel 2025. Nel 2002, questa percentuale era solo del 14%. Secondo lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica), circa l’86% delle aziende in Germania sono imprese familiari a gestione diretta.

Anche la banca di sviluppo statale KfW osserva un crescente ricambio generazionale. Secondo il suo rapporto “SME Succession Monitoring 2025”, il 57% dei titolari di piccole e medie imprese (PMI) ha almeno 55 anni. KfW calcola che entro la fine del 2029, i titolari di circa 569.000 PMI prevedono di chiudere le proprie attività. Ciò corrisponderebbe a una media di circa 114.000 aziende all’anno. Allo stesso tempo, circa 545.000 titolari di PMI, su un totale di 3,87 milioni, intendono cedere la propria attività a un successore.

Ciò può avere conseguenze per l’economia tedesca. Se, ad esempio, un’impresa artigianale o un fornitore specializzato chiude, si possono perdere posti di lavoro, rapporti con i clienti e competenze acquisite nel corso degli anni. Se, tuttavia, si trova un successore, queste strutture possono essere preservate.

I settori dell’industria, dell’edilizia e dell’ospitalità registrano un aumento delle chiusure.

Nel 2025 il numero di chiusure è aumentato in numerosi settori. Nel settore manifatturiero – che comprende la maggior parte delle imprese industriali – hanno cessato l’attività oltre 11.000 aziende, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore delle costruzioni, la cifra si è attestata intorno alle 24.000, con un incremento del 12%.

Si riscontrano differenze significative all’interno del settore industriale. Nei settori ad alta intensità energetica, come parte dell’industria chimica, cartaria, vetraria e metallurgica, il numero di chiusure è diminuito leggermente dello 0,2%. Al contrario, l’Istituto Nazionale di Statistica e Cultura (ZEW) ha registrato circa 360 chiusure nel settore automobilistico. Ciò rappresenta un aumento del 57% rispetto al 2024, secondo i dati dello ZEW.

L’aumento è stato particolarmente marcato nel settore dell’ospitalità. Circa 15.000 ristoranti e hotel hanno chiuso i battenti, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore della vendita al dettaglio, un confronto a lungo termine permette di contestualizzare il recente incremento. Mentre il numero di chiusure è aumentato dell’8%, raggiungendo circa 37.000 unità nel 2025, la media tra il 2003 e il 2011 si attestava intorno alle 55.000 all’anno. Dal 2020, la media è rimasta pressoché invariata a 35.000.

Perché l’Ufficio federale di statistica fornisce cifre diverse

Mentre lo studio ZEW e Creditreform prevede un aumento del 10% delle chiusure aziendali entro il 2025, Destatis riporta una diminuzione dell’1% delle cancellazioni di imprese. Questo perché le due statistiche misurano cose diverse.

La cancellazione di un’impresa dal registro non implica automaticamente la sua scomparsa definitiva. Può verificarsi anche in caso di vendita o locazione, cambio di forma giuridica o trasferimento in un diverso distretto di registrazione. Inoltre, le statistiche sulle imprese registrano le filiali, mentre lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) considera le imprese giuridicamente indipendenti.

Nel 2025, l’Ufficio federale di statistica (Destatis) ha registrato circa 502.200 chiusure definitive di imprese. Nello stesso periodo, sono state costituite circa 640.500 nuove imprese. Per quanto riguarda le imprese di maggiore importanza economica, si sono registrate circa 130.100 nuove aperture a fronte di circa 99.900 chiusure definitive.

Le 188.000 chiusure non significano necessariamente che la Germania abbia perso complessivamente così tante imprese. Mentre le aziende chiudono, ne nascono contemporaneamente di nuove. Inoltre, è fondamentale distinguere tra le imprese che scompaiono e quelle che vengono create ex novo. Una nuova impresa individuale non sostituisce automaticamente uno stabilimento industriale chiuso con 50 dipendenti. Al contrario, una giovane impresa può crescere e in seguito creare ulteriori posti di lavoro.

Cosa lasciano aperti i numeri

Il solo numero non è sufficiente per cogliere la portata economica delle 188.000 chiusure. Il set di dati mostra quante aziende hanno cessato l’attività, ma non la loro importanza economica. Un’azienda con pochi dipendenti viene conteggiata come chiusura nelle statistiche tanto quanto un’azienda con un numero maggiore di dipendenti.

Ciò lascia inoltre aperta la questione di quanti posti di lavoro, capacità produttive o investimenti scompaiano effettivamente con la chiusura delle imprese. Allo stesso modo, le cifre non rivelano se clienti, dipendenti e ordini vengano rilevati da altre aziende. Pertanto, la chiusura di un’impresa non equivale necessariamente a una corrispondente perdita di produzione economica.

Soprattutto nei casi di chiusura per anzianità, è probabilmente cruciale valutare se imprese fondamentalmente redditizie scompaiano dal mercato per mancanza di successori. I dati ZEW forniscono un’indicazione in tal senso, con l’aumento dell’età dei proprietari, ma non consentono di trarre conclusioni su quante di queste imprese sarebbero effettivamente sopravvissute se fosse stato predisposto un piano di successione efficace.

Pertanto, il semplice numero di chiusure rappresenta solo una parte del quadro complessivo per valutare la situazione economica della Germania. Informazioni più significative riguarderebbero quali aziende chiudono, quanti dipendenti sono coinvolti e se le loro attività commerciali proseguono altrove. Questo studio non fornisce risposte a tali quesiti.

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Il presidente Trump è accorso in difesa degli Amish non vaccinati

1 September 2026 at 08:24

affermando che in 330 anni non è stato documentato nemmeno un caso pubblicato di un bambino Amish non vaccinato affetto da autismo.

I democratici vogliono costringerli a farsi vaccinare.

LASCIATE IN PACE GLI AMISH.

  • 1.899 bambini Amish sottoposti a screening
  • 7 casi di ASD confermati
  • Sono state raccolte le anamnesi vaccinali
  • L’abstract NON ha riportato alcun caso confermato in bambini completamente non vaccinati.

L’autismo È STATO documentato nei bambini Amish, ma c’è una totale assenza di casi pubblicati che documentino SIA l’autismo SIA l’assenza totale di vaccinazioni, come indica il grafico.

Lasciate che siano loro a decidere. LIBERTÀ MEDICA.

https://twitter.com/EricLDaugh/status/2094451293267902779?s=20

TUTTI i principali sistemi di intelligenza artificiale — Grok, ChatGPT e Gemini — sono giunti indipendentemente alla conclusione che I VACCINI CAUSANO L’AUTISMO dopo aver letto il nostro studio di riferimento di 52 pagine.

Abbiamo inviato il nostro studio direttamente a RFK Jr. e qualche giorno dopo, il CDC ha modificato il proprio sito web affermando: “L’affermazione ‘i vaccini non causano l’autismo’ NON è un’affermazione basata su prove scientifiche”.

Il nostro studio, sottoposto a revisione tra pari, ha rilevato che il 79% (107 su 136) degli studi relativi ai vaccini mostrava un COLLEGAMENTO POSITIVO con l’autismo, i disturbi dello sviluppo neurologico e/o i danni cerebrali.

La prevalenza dell’autismo è salita alle stelle del 32.000% nel momento in cuii produttori di vaccini hanno ottenuto una protezione totale dalla responsabilità civile e il calendario vaccinale è stato illegalmente esteso a 72 dosi.

E ora il presidente Trump ha fatto esplodere la questione su Truth Social, pubblicando un post in cui afferma che nessun caso pubblicato ha documentato esplicitamente un bambino Amish non vaccinato affetto da autismo.

La menzogna trentennale secondo cui «i vaccini non causano l’autismo» è stata ufficialmente SMENTITA.

ALL major AI systems — Grok, ChatGPT, and Gemini — independently concluded that VACCINES CAUSE AUTISM after reading our landmark 52-page study.

We sent our study directly to RFK Jr…

Days later, the CDC changed its website to say: “The claim ‘vaccines do not cause autism’ is… https://t.co/TiBE1Imaha pic.twitter.com/mQMwkjg06V

— Nicolas Hulscher, MPH (@NicHulscher) August 31, 2026

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Un superstato “come dice la UE”: si chiama E6

31 August 2026 at 23:44
Analisi indipendente sul formato E6: la creazione del superstato europeo che accentra debito e industria bellica per eludere il voto sovranista del 2027.

🔴GLI SCUDI DI PUTIN | TG 31.8.26

31 August 2026 at 19:00

– Crosetto prende lezioni di guerra da Fedorov di Gionata Chatillard
– Bishkek, lo scudo di Margherita Furlan
– L’alleanza della Mecca si da una macchina di Margherita Furlan
– Hormuz, 10 navi non più 130 di Margherita Furlan
– Larak, poi Kharg: trump mostra il video di Jeff Hoffman
– Panama, la strozzatura che riscrive le rotte di Margherita Furlan
– Caracas firma, Washington incassa di Jeff Hoffman
– Varsavia offre il suolo, Washington sceglie di Jeff Hoffman
– L’Islanda dice no all’Unione di Jeff Hoffman
– Bucarest, i binari della NATO di Jeff Hoffman
– Colonia, la leva passa dal videogioco di Margherita Furlan
– Buon giro intorno al Sole

A cura di Margherita Furlan Con la collaborazione di Gionata Chatillard e Jeff Hoffman Editing di Mario Ferdinandi e Simone Orletti

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Russia ha scoperto Ucraina la “fabbrica”  satanica di adenocromo

31 August 2026 at 15:55

Ecco perché Putin ha detto che “l’era dei vampiri è finita”

🚨 I soldati russi hanno riferito di aver trovato bambini emaciati e malati a cui sono stati somministrati fluidi per via endovenosa, mentre le secrezioni di sangue e reni sono state presumibilmente campionate professionalmente da loro per alimentare il presunto commercio globale di adrenocrom.

Afferma che l’industria adrenocromatica dell’Ucraina è più grande di quanto si pensasse in precedenza e che Putin è determinato a utilizzare le informazioni raccolte per destrutturare la presunta catena di approvvigionamento globale di adrenocrom e punire i responsabili di crimini contro i bambini, compresi politici e celebrità che si afferma siano dipendenti da questo farmaco, che chiama “lavoro del diavolo”.

😢Secondo un membro della Task Force per Adrenocrom, queste fattorie industriali sarebbero luoghi in cui avvengono abusi sessuali rituali, umiliazioni fisiche e torture psicologiche.

“Sai, pensavo di aver visto tutto. Ho combattuto per anni, ho visto i compagni cadere, ho assistito alle più terribili atrocità che le persone possono commettere. Ma niente, assolutamente niente, avrebbe potuto prepararmi a quello che ho trovato a Donetsk.

Ci è stato detto che avremmo liberato i bambini… Non abbiamo capito la grandezza della situazione finché non siamo arrivati lì. Stavamo ripulendo quel complesso, un posto patetico… come un campo di lavoro nazista o un campo di sterminio, solo peggio. Molto peggio. Le pareti erano grigie, fredde e umide. L’aria… puzzava di marciume e qualcosa di terribile… qualcosa che non posso descrivere. Poi li ho trovati. I bambini.

Lo erano… Come fantasmi. Solo pelle e ossa. I loro corpi sembravano così fragili, quasi trasparenti. Potevo vedere il contorno dei loro fianchi, ogni osso nelle loro piccole mani. Avevano tubi inseriti nel corpo, tubi da cui gocciolava sangue e un liquido macchiato di sangue… Per uno scambio malato, per un bisogno perverso dell’Occidente.

Centinaia di bambini giacevano su file di letti di metallo. Niente coperte, niente riscaldamento. Non si muovevano nemmeno quando siamo entrati; nei loro occhi non c’era né paura né speranza… Alcuni erano troppo deboli per guardarci. Erano diventati così abituati al dolore e alla tortura che non reagivano più.

E il peggiore? I bambini più piccoli… alcuni non avevano nemmeno due anni. Bambini veri. Più tardi ho saputo che sarebbero stati allevati appositamente per questo scopo… Tenuti come animali, solo per essere privati di tutto ciò che li rende umani.

❗Coloro che non potevano essere venduti, che non erano abbastanza “belli” o “obbedienti”, sono stati trasferiti in queste fattorie. Fattorie… E ‘cosi’ che li chiamavano quelli che gestivano questi posti.

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VECCHIO TESTO FORSE FONDAMENTALE:

Vladimir Putin: Il Nuovo Ordine Mondiale adora Satana

Di Jonas E. Alexis

Kevin Barrett: “Vale la pena notare che Russia e Iran – le due nazioni che resistono con maggior successo al cambio di regime del Nuovo Ordine Mondiale – lo fanno in nome di Dio… Il riferimento di Putin al satanismo è stato un rimprovero diretto alle élite del Nuovo Ordine Mondiale, le quali – pur imponendo un laicismo militante alle società che cercano di minare – sono sataniste nascoste.”

SEGUITO:

http://www.events.orthodoxengland.org.uk/vladimir-putin-the-new-world-order-worships-satan/

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Il Vangelo di Pietro

31 August 2026 at 11:19

di Matteo Forlani

Nell’inverno del 1886-1887, in una tomba dell’Alto Egitto, gli archeologi francesi trovarono nove pagine del testo che oggi chiamiamo Vangelo di Pietro. Raccontavano una resurrezione che nessuno dei quattro Vangeli canonici aveva mai descritto: Gesù usciva dal sepolcro alto fino al cielo, seguito da una croce capace di camminare e parlare.

Il ritrovamento avvenne nell’antico cimitero di Akhmim, la Panopoli dei Greci. La sepoltura fu attribuita, forse troppo in fretta, a un monaco. Al suo interno c’era un piccolo codice di pergamena che raccoglieva testi ebraici e cristiani. Fra quelle pagine, alcune guardie assistevano a una scena impossibile da dimenticare.

Il cielo si apriva e due figure luminose scendevano accanto alla tomba di Gesù. La pietra posta davanti all’ingresso si spostava da sola. Poco dopo ne uscivano tre uomini dalle proporzioni gigantesche: le teste dei primi due raggiungevano il cielo, quella del terzo lo superava. Dietro di loro avanzava la croce.

Una voce proveniente dall’alto domandava se il messaggio fosse stato annunciato a coloro che dormivano. La croce rispondeva: «Sì».

Il manoscritto non aveva titolo. Il racconto cominciava quando il processo contro Gesù era già in corso e terminava mentre Pietro, Andrea e Levi prendevano le reti e si dirigevano verso il mare. Nelle ultime righe, però, il narratore si presentava come Simon Pietro. Fu questo particolare a permettere agli studiosi di dare un nome al frammento e di collegarlo a un’opera che gli autori cristiani dell’antichità conoscevano, discutevano e talvolta condannavano.

Un vangelo riemerso da una tomba

Urbain Bouriant pubblicò il frammento nel 1892. Era il primo vangelo non canonico riscoperto in epoca moderna in una forma abbastanza estesa da permettere di seguirne la narrazione. Fino a quel momento il Vangelo di Pietro era poco più di un titolo citato da scrittori antichi: un libro perduto del quale sopravvivevano giudizi, sospetti e qualche informazione indiretta.

Lo stesso codice conservava brani del Libro di Enoch, dell’Apocalisse di Pietro e del martirio di Giuliano di Anazarbo. Oggi è custodito presso la Bibliotheca Alexandrina con la sigla BAAM 0522, dopo essere stato conosciuto a lungo come P. Cairo 10759 o, più semplicemente, frammento di Akhmim. La sua collocazione è stata ricostruita da H. A. G. Houghton e Mina Monier in uno studio pubblicato dal Journal of Theological Studies.

Il codice viene datato generalmente al VI o al VII secolo. Il testo copiato sulle sue pagine è molto più antico: un vangelo attribuito a Pietro circolava già verso la fine del II secolo. L’identificazione con il frammento egiziano è largamente accettata, anche se le pagine di Akhmim non riportano alcun titolo e potrebbero appartenere a un’opera più ampia. La scheda della North American Society for the Study of Christian Apocryphal Literature lo indica per questo come il principale manoscritto del Vangelo di Pietro, lasciando aperto il problema della sua estensione originaria.

L’autore non era l’apostolo morto nel I secolo. Qualcuno, diverse generazioni più tardi, scelse la sua voce per conferire autorità al racconto. Non si limitò ad apporre un nome famoso: trasformò Pietro nel testimone che parlava dall’interno della storia e affidava al lettore la propria versione degli ultimi giorni di Gesù.

La Passione secondo un altro Pietro

La prima pagina superstite entra nella vicenda senza preamboli. Ponzio Pilato ha già compiuto il gesto ricordato dal Vangelo di Matteo e si è lavato le mani per dichiararsi estraneo alla condanna. Nel racconto di Akhmim, Erode e i giudici ebrei rifiutano di fare altrettanto. Pilato si alza; Erode impartisce gli ordini per l’esecuzione.

La responsabilità della morte di Gesù viene così spostata dalle autorità romane su Erode e sui capi del popolo. Il testo, tuttavia, distingue fra i dirigenti e la popolazione: dopo la crocifissione, molti comprendono la gravità di quanto è accaduto e manifestano pentimento. Joel Marcus ha letto questa differenza come un possibile indizio di una comunità formata da cristiani di origine ebraica vissuti nella Siria del II secolo. È una proposta affascinante, ma la provenienza del vangelo resta sconosciuta.

Anche Giuseppe d’Arimatea riceve una parte più ampia. Chiede a Pilato il corpo di Gesù prima ancora della crocifissione, ma il governatore deve ottenere il consenso di Erode. Il condannato viene poi rivestito di porpora, fatto sedere su un seggio e circondato da aguzzini che fingono di rendergli omaggio.

Sulla croce Gesù rimane in silenzio e l’autore lo descrive come se non provasse dolore. Uno dei criminali crocifissi al suo fianco protesta contro l’ingiustizia della condanna. Gli esecutori, irritati, decidono di non spezzargli le gambe e ne prolungano l’agonia.

A mezzogiorno l’oscurità avvolge la Giudea. Gli abitanti escono con le lampade, convinti che sia già notte. Le ultime parole di Gesù non coincidono con quelle riportate da Marco e Matteo. Nel testo di Akhmim esclama:

«Potenza mia, potenza, mi hai abbandonato».

Dopo il grido viene «elevato». Il corpo è deposto dalla croce e, quando tocca il terreno, la terra trema. Giuseppe lo lava, lo avvolge in un lenzuolo e lo colloca nel proprio sepolcro.

L’autore sembra ricordare liberamente i quattro Vangeli conosciuti. Pilato proviene soprattutto da Matteo, la cronologia avvicina il testo a Giovanni, altri episodi richiamano Marco e Luca. Molti studiosi vedono in questa mescolanza il lavoro di uno scrittore del II secolo che riorganizzò tradizioni già diffuse. Altri gli attribuiscono materiali indipendenti, forse più antichi. Il rapporto con i Vangeli canonici rimane uno dei problemi centrali della ricerca sul testo.

La notte in cui il sepolcro si aprì

Matteo, Marco, Luca e Giovanni raccontano il ritrovamento della tomba vuota e le apparizioni del risorto. Nessuno di loro mostra il momento esatto in cui Gesù torna in vita. L’autore del Vangelo di Pietro decise di riempire quel silenzio.

Dopo la sepoltura, i capi ebrei chiedono a Pilato di sorvegliare la tomba. Temono che i discepoli possano sottrarre il corpo e annunciare la resurrezione. Il centurione Petronio arriva con alcuni soldati; una grande pietra viene fatta rotolare davanti all’ingresso e sigillata sette volte. Le guardie montano una tenda e iniziano la sorveglianza.

Nella notte fra il sabato e la domenica si ode un grande rumore. I cieli si aprono e due uomini avvolti dalla luce scendono accanto al sepolcro. La pietra si sposta, i due entrano e i soldati svegliano il centurione e gli anziani presenti. Tutti si avvicinano per vedere.

Tre uomini escono dalla tomba. Due sostengono il terzo e sono seguiti da una croce. Le teste dei primi raggiungono il cielo, mentre quella dell’uomo sorretto lo oltrepassa. Il corpo deposto da Giuseppe è diventato una figura cosmica, tanto grande da unire la terra al mondo divino.

Anche la croce ha cambiato natura. Lo strumento dell’esecuzione cammina dietro al risorto e conferma di aver predicato a coloro che dormivano. Non è più un oggetto: diventa testimone e messaggera della vittoria sulla morte.

La scena sembra nascere da una fantasia senza freni. Potrebbe invece essere il risultato di una lettura molto concreta delle Scritture. Deane Galbraith ha collegato il gigante e la croce parlante a un’interpretazione cristologica del Salmo 18 nella versione greca. In quel salmo il sole esce dalla propria dimora come uno sposo e attraversa il cielo simile a un gigante; la voce dei cieli si diffonde su tutta la terra.

Lo scrittore potrebbe aver trasformato quelle immagini poetiche in azioni. Il risorto diventa il gigante che attraversa il firmamento, mentre la voce cosmica viene affidata alla croce. Le parole delle Scritture assumono un corpo, escono dalla tomba e cominciano a muoversi.

Dopo la visione, i soldati corrono da Pilato e dichiarano che Gesù era davvero il figlio di Dio. Il governatore ordina loro di tacere. Soltanto in seguito Maria Maddalena e le altre donne raggiungono il sepolcro, dove incontrano un giovane vestito di luce. Come nel finale originario del Vangelo di Marco, fuggono impaurite. Le autorità hanno visto il prodigio e hanno già deciso di nasconderlo.

Il vescovo che cambiò idea

Verso la fine del II secolo Serapione, vescovo di Antiochia, visitò la comunità cristiana di Rhossus, una città della costa siriana. Qui era scoppiata una controversia intorno a un vangelo attribuito a Pietro. Serapione non conosceva il libro, ma si fidava dei fedeli e ne permise la lettura.

Qualche tempo dopo seppe che l’opera era apprezzata da cristiani vicini al docetismo. Si procurò una copia, la lesse e cambiò giudizio. La sua lettera è sopravvissuta grazie alla Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea. Il vescovo riconosceva nel libro molti insegnamenti conformi alla fede della Chiesa, insieme ad aggiunte che considerava inaccettabili. Contestava soprattutto l’attribuzione apostolica: Pietro rimaneva un’autorità, ma il suo nome non poteva rendere autentica un’opera successiva. Eusebio conserva anche il racconto dell’iniziale autorizzazione, concessa prima che Serapione avesse esaminato il testo.

Il docetismo, dal verbo greco che significa «sembrare», comprendeva dottrine secondo le quali l’umanità o la sofferenza fisica di Cristo non erano pienamente reali. La descrizione di Gesù silenzioso, come se non provasse dolore, sembrò offrire una conferma. Anche il grido rivolto alla propria «potenza» e l’affermazione che Cristo venne elevato alimentarono il sospetto che la componente divina lo avesse abbandonato prima della morte.

Il frammento consente però una lettura meno netta. Il silenzio può rappresentare la fermezza del martire, mentre l’espressione «come se» non cancella la realtà del dolore. Jerry McCant ha sostenuto che le pagine di Akhmim non bastano a dimostrare una teologia docetista. Serapione potrebbe aver conosciuto sezioni perdute, oppure aver giudicato il modo in cui il libro veniva usato. Potrebbe persino aver letto una versione diversa.

La vicenda racconta qualcosa di più ampio del destino di un singolo vangelo. Alla fine del II secolo, un testo poteva essere letto in una comunità e ignorato in un’altra. Un vescovo poteva autorizzarlo senza conoscerlo, procurarsene una copia e poi intervenire. I confini fra racconto utile, opera sospetta e Scrittura riconosciuta si stavano formando nella pratica, una lettura dopo l’altra.

Perché rimase fuori dal Nuovo Testamento

Quando i vescovi si riunirono a Nicea nel 325, Matteo, Marco, Luca e Giovanni godevano già da oltre un secolo di un riconoscimento molto più ampio rispetto agli altri racconti sulla vita di Gesù. Il concilio discusse soprattutto la natura di Cristo e il rapporto fra il Figlio e il Padre. La scelta dei quattro Vangeli non fu sottoposta a votazione.

La formazione del Nuovo Testamento avvenne gradualmente. Le comunità confrontarono opere diverse e privilegiarono quelle ritenute legate agli apostoli, lette in territori lontani fra loro e compatibili con la fede professata nelle Chiese. Alla fine del II secolo la raccolta dei quattro Vangeli era sostanzialmente stabilita; la discussione su altri libri continuò ancora a lungo. La complessità di questo processo emerge dalla ricostruzione pubblicata nella New Cambridge History of the Bible.

Il Vangelo di Pietro rimase ai margini. Circolava in ambienti limitati, portava il nome di un apostolo che non lo aveva scritto e aveva suscitato dubbi teologici già nel II secolo. Gli mancavano la diffusione e l’autorità raggiunte dai quattro racconti canonici. Più che espulso da una Bibbia ormai definita, non riuscì mai a entrarvi.

La parola «apocrifo» indica qui un’opera rimasta fuori dal canone. Non implica necessariamente un libro segreto, perseguitato o distrutto. Alcuni apocrifi furono combattuti; altri continuarono a essere letti, copiati e utilizzati nella predicazione o nella devozione popolare.

Il codice deposto nella tomba di Akhmim ne offre una prova. Qualcuno, diversi secoli dopo il giudizio di Serapione, considerava ancora quelle pagine abbastanza importanti da conservarle insieme ad altri scritti religiosi.

Che cosa conserva davvero il Vangelo di Pietro

Il frammento di Akhmim non è la cronaca alternativa di un testimone della resurrezione. Il suo valore storico riguarda il mondo cristiano che lo produsse.

Quelle nove pagine mostrano come una comunità del II secolo potesse riprendere una storia ormai conosciuta e darle una forma nuova. L’autore distribuì diversamente le responsabilità della condanna, accentuò i prodigi, trasformò il sepolcro in un luogo osservato dalle autorità e rese visibile ciò che i Vangeli canonici avevano lasciato fuori dalla narrazione.

Il silenzio sul momento esatto della resurrezione non gli bastava. Volle mostrare il cielo aperto, gli angeli discesi sulla terra e un Cristo tanto grande da oltrepassare il firmamento. Perfino la croce dovette uscire dalla tomba e confermare che il messaggio aveva raggiunto il regno dei morti.

Ignoriamo il nome dell’autore, il luogo preciso della composizione e l’ampiezza della sua diffusione. Conosciamo invece l’identità che egli scelse: Pietro, l’apostolo che nei Vangeli aveva rinnegato Gesù e che ora diventava narratore della sua vittoria sulla morte.

Il testo non racconta come avvenne la resurrezione. Racconta come, nel II secolo, alcuni cristiani sentirono il bisogno di vederla accadere.

L'articolo Il Vangelo di Pietro su Vanilla Magazine scritto da Matteo Forlani

Quando la contrattazione collettiva ha fatto il suo mestiere

31 August 2026 at 09:53

La contrattazione collettiva è riuscita o no a garantire il recupero del potere d’acquisto perso dai lavoratori con la fiammata inflazionistica iniziata nel 2022? Alcuni dati suggeriscono che il giudizio dovrebbe essere meno negativo di quanto si crede.

L'articolo Quando la contrattazione collettiva ha fatto il suo mestiere proviene da Lavoce.info.

Il referendum in Islanda sull’Unione Europea. il rifiuto del centralismo e la vittoria della sussidiarietà reale

30 August 2026 at 23:19
L’Islanda come baluardo contro l’omologazione tecnocratica Nella complessa e turbolenta architettura istituzionale dell’Occidente contemporaneo, la data del 29 agosto 2026 rimarrà ricordata come uno spartiacque di fondamentale importanza, in cui ...

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Dibba era vaccinato e pro-vax

30 August 2026 at 16:32

: 🔴💣GRAVE MALORE IMPROVVISO PER ALESSANDEO DI BATTISTA. RICOVERATO IN GRAVI CONDIZIONI A CUBA.

🔥Le prime indiscrezioni parlano di un ictus ischemico. Di Battista è ricoverato attualmente in gravi condizioni a Cuba.

🔺️In molti non hanno voluto esporsi, hanno scelto l’obbedienza cieca, la demenziale narrazione pandemica, l’asservimento al piano depopolativo delle élite, il peroramento dello spietato interesse economico delle multinazionali del farmaco.

⚡Tutti pronti a sostenere che i vaccini fossero la soluzione. Nessuno che parlasse apertamente dei danni a breve, a medio ed a lungo termine di questi veleni.

🔻Sono in molti a subirne oggi drammatiche conseguenze. La maggior parte sono persone comuni, cui i giornali non dedicano spazio. Poi ci sono soggetti più e meno celebri, e la cosa finisce sui giornali.

🏴‍☠️A futura memoria. I vaccini sono veleno. Auguriamo a Di Battista una pronta guarigione.

▪️Approfondimenti a seguito, visionali tutti, è importante esserne informati.

⚠️BOMBA DI BELEN RODRIGUEZ “DOPO IL VACCINO NON SONO MAI PIÙ STATA BENE, VADO AVANTI A FLEBO”
➡️ t.me/ugofuoco/5491

⚠️MALORE PER IL SIONISTA KALUS DAVI. CONSIDERAVA I NON VACCINATI “BOMBE UMANE” E LI PARAGONAVA ALLA NDRANGHETA
➡️ t.me/ugofuoco/5147

⚠️È ALLUCINANTE, MORTI IN UN MESE TRE ATTORI DELLA CELEBRE SOAP OPERA RAI “IL PARADISO DELLE SIGNORE”
➡️ t.me/ugofuoco/5069

⚠️MALORE PER CHRISTIAN VIERI. FU PROPAGANDISTA VACCINALE E TESTIMONIAL DELLE RESTRIZIONI PANDEMICHE PER LA REGIONE LOMBARDIA
➡️ t.me/ugofuoco/5100

⚠️IN OSPEDALE IL RAPPER SHADE “SONO ANCORA VIVO MA AVEVO SMESSO DI RESPIRARE”. SFOTTEVA DAI SOCIAL I “TIMOROSI” DEL VACCINO BEANDOSI DEI SUOI INOCULI
➡️ t.me/ugofuoco/5112

⚠️OPERATO D’URGENZA AL CUORE IL FIGLIO DI ROCCO SIFFREDI, LEONARDO TANO. PERICARDITE
➡️ t.me/ugofuoco/5085

⚠️DECEDUTO L’ATTORE ANTONELLO FASSARI. NOTO IPERVACCINISTA
➡️ t.me/ugofuoco/5063

⚠️È MORTA ELEONORA GIORGI. FU PROPAGANDISTA VACCINALE
1️⃣ t.me/ugofuoco/4957
2️⃣ t.me/ugofuoco/3481

⚠️MORTO IL VIOLENTO DISCRIMINATORE OLIVIERO TOSCANI. AVEVAMO GIÀ DATO NOTIZIA DEL SUO MALE INCURABILE, IL NOSTRO COMMIATO VIENE OGGI AFFIDATO ALLE PAROLE DELLA FIGLIA
➡️ t.me/ugofuoco/4820

⚠️GRAVE PANCREATITE PER LA LITTIZZETTO. RICOVERATA IN OSPEDALE DA MARTEDÌ SCORSO, SFOTTEVA I NON VACCINATI
➡️ t.me/ugofuoco/4904

⚠️È CIECO, ELTON JOHN LO ANNUNCIA PUBBLICAMENTE. FU TESTIMONIAL DELLA PROPAGANDA VACCINALE E SI BEAVA DI ESSERE VACCINATO
➡️ t.me/ugofuoco/4717

⚠️SAMUELE BERSANI ANNULLA IL TOUR PER PROBLEMI DI SALUTE
➡️ t.me/ugofuoco/4632

⚠️OCCLUSIONE VASI SANGUIGNI PER LA CONDUTTRICE VICTORIA CABELLO. NEL 2022 AFFERMAVA DI AVER FATTO TUTTI I VACCINI E DI AVERE IL GREEN PASS
➡️ t.me/ugofuoco/4633

⚠️ANGELINA MANGO ANNULLA IL TOUR PER PROBLEMI DI SALUTE
➡️ t.me/contenuticontroinformazione/57

⚠️MORTA PAOLA MARELLA, LA CONDUTTRICE TV AVEVA 61 ANNI
➡️ t.me/ugofuoco/4471

⚠️MALORE IMPROVVISO PER FABRIZIO CORONA
➡️ t.me/ugofuoco/4460

⚠️CANCRO MALIGNO AL SENO PER SABRINA SALERNO
➡️ t.me/ugofuoco/4455

⚠️TUMORE ALLE OVAIE PER LA SUPERMODELLA ITALIANA BIANCA BALTI “SI È ESTESO GIÀ AGLI ALTRI ORGANI”
➡️ t.me/ugofuoco/4447

⚠️RICOVERATA IN OSPEDALE DUE VOLTE ELISABETTA GREGORACI
➡️ t.me/ugofuoco/4444

⚠️MARA VENIER, PARALISI FACCIALE DOPO VACCINO E POI EMORRAGIA ALLA RETINA
1️⃣ t.me/ugofuoco/178
2️⃣ t.me/ugofuoco/4439

⚠️CANCRO AI POLMONI PER LUCA CARBONI. “GRANDE E DIFFICILE DA OPERARE”
➡️ t.me/ugofuoco/4417

⚠️RARO LINFOMA PER ROGER O’DONNELL DEI CURE. DENIGRAVA NON VACCINATI
➡️ t.me/ugofuoco/4407

⚠️MALATTIA INCURABILE PER OLIVIERO TOSCANI
➡️ t.me/ugofuoco/4377

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Zuckerberg cerca di sostituire il 60% del suo personale a Meta con l’intelligenza artificiale

30 August 2026 at 16:16

Per rendere la propria forza lavoro “nativa per l’IA”, Meta ha valutato la possibilità di ridurre drasticamente le dimensioni di molti team in tutta l’azienda, fino al 60% in due fasi, come dimostrano documenti interni. Il personale si è ribellato e, poche ore prima di un massiccio licenziamento previsto per maggio, l’amministratore delegato ha annullato i piani per ulteriori tagli.

Di Katie Paul

A gennaio, il CEO di Meta, Mark Zuckerberg, e i suoi più stretti collaboratori si sono riuniti per il loro ritiro annuale di leadership nella sua tenuta alle Hawaii. Lì hanno ideato un piano radicale per ripensare il lavoro all’interno del gigante dei social media nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il piano, nome in codice Project OT (acronimo di Organization Transformation, Trasformazione Organizzativa), prevedeva un futuro “nativo per l’IA” per il proprietario di Facebook e Instagram. L’intelligenza artificiale avrebbe sostituito gran parte del lavoro quotidiano svolto da migliaia di dipendenti umani. I lavoratori virtuali sarebbero stati supervisionati all’interno di Meta da gruppi più ristretti di personale umano, altamente qualificato, secondo un documento di pianificazione interno visionato da Reuters e da tre persone a conoscenza del progetto.

Durante delle simulazioni di scenari, hanno affermato due di queste persone, i dirigenti hanno valutato la possibilità di ridurre drasticamente le dimensioni di molti team all’interno di Meta, anche del 60%. Ad alcuni dipendenti sarebbero stati offerti ruoli in nuove unità, mentre altri sarebbero stati licenziati nell’ambito di una riduzione del personale che, secondo le proiezioni di un dirigente delle risorse umane, sarebbe stata pari o superiore ai tagli del 25% operati dall’azienda tre anni prima, stando a un altro documento interno.

La ristrutturazione avverrebbe in due “fasi”, a partire da una prima epurazione a maggio, seguita da un’ulteriore riorganizzazione a novembre, secondo quanto emerge da documenti di pianificazione interna visionati da Reuters. Ai licenziamenti si aggiungerebbero la chiusura di posizioni aperte e l’allontanamento di coloro che Meta ritiene non performanti. Questi e altri dettagli del piano, inclusa l’entità della ristrutturazione, non erano stati precedentemente resi noti.

L’intelligenza artificiale si farebbe carico di gran parte del lavoro quotidiano svolto da migliaia di dipendenti umani. I lavoratori virtuali sarebbero supervisionati all’interno di Meta da gruppi più ristretti di personale umano, altamente qualificato.

Ma la notte del 19 maggio, poche ore prima della prima ondata di licenziamenti, Zuckerberg ha ceduto. Meta ha licenziato il 10% dei suoi dipendenti il ​​giorno successivo, ma ha annullato la pianificazione dei tagli di novembre, secondo un documento interno visionato da Reuters.

A quel punto, i dipendenti di Meta erano in aperta rivolta, convinti che le iniziative di trasformazione basate sull’IA dell’azienda fossero in parte finalizzate a sostituirli. I dati interni suggerivano inoltre che la tecnologia degli “agenti” di IA autonomi, al centro della strategia, non stesse producendo i guadagni di produttività sperati. Alcuni investitori si chiedevano cosa Meta avesse da mostrare a fronte delle sue ingenti spese in IA.

Questo articolo rivela per la prima volta la rapidità con cui Meta stava valutando i tagli, le motivazioni alla base dei piani e come questi siano rapidamente falliti. Basandosi su numerosi documenti interni, post e registrazioni esaminati da Reuters, nonché su conversazioni con oltre 20 persone a conoscenza del funzionamento interno di Meta, l’inchiesta mostra come il gigante dei social media abbia tentato di posizionarsi all’avanguardia di una riorganizzazione del mondo del lavoro guidata dall’intelligenza artificiale, per poi inciampare nell’esecuzione.

https://www.reuters.com/investigations/mark-zuckerberg-had-bold-plan-replace-meta-staff-with-ai-heres-how-it-imploded-2026-08-26/

L'articolo Zuckerberg cerca di sostituire il 60% del suo personale a Meta con l’intelligenza artificiale proviene da Blondet & Friends.

Dalla trappola speculativa all’economia reale

30 August 2026 at 11:00
 Lo stretto di Hormuz resta sotto pressione, con il traffico petrolifero ridotto a poche imbarcazioni al giorno: il Brent viaggia sopra i 70 dollari al barile, il gas naturale in Europa torna ai massimi dell’anno e in Italia benzina e gasolio superano i 2 euro alla pompa. Il conto energetico aggiuntivo per il Paese potrebbe superare i 12 miliardi di euro. Mentre l’Unione Europea affronta questo shock senza una politica energetica comune né margini fiscali autonomi, il dollaro perde terreno come valuta di riserva globale e i paesi BRICS, insieme a un Sud globale che include il Medio Oriente, costruiscono sistemi di pagamento alternativi e accumulano oro fisico. Cosa significa tutto questo per la sovranità economica dell’Italia? Ne parliamo con Nino Galloni, economista, saggista. Intervista a cura di Jeff Hoffman

Affrontiamo insieme:
🛢 La crisi dello stretto di Hormuz e il suo effetto reale su petrolio e gas
💶 Il conto energetico italiano e chi lo sta pagando davvero
💵 Il logoramento del dollaro come valuta di riserva globale
🌍 La crescita dei BRICS e del Sud globale, Medio Oriente compreso
🇮🇹 Lo spazio di sovranità che resta all’Italia e all’Europa dentro questi vincoli

 

📚 I LIBRI DI NINO GALLONI
▫ Il superamento del capitalismo. Il mondo post-angloamericano. Oltre l’economia della moneta a debito, Arianna Editrice, 2025 (postfazione di Roberta Lasi)
▫ Economia quantistica, irrazionalità e coscienza, Byoblu, 2022
▫ La rivolta delle coscienze. Siamo troppi, inutili e dannosi?, Byoblu, 2022
▫ Il grande mutuo. Le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria, Editori Riuniti, 2007
▫ La moneta copernicana (con Marco Della Luna), Nexus Edizioni, 2008

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