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🔴 KO PETRODOLLARO | LEVANTE LIVE

14 October 2026 at 19:26

‼Il patto del 1974 diceva: petrolio in dollari in cambio di protezione. Oggi la protezione non c’è e il petrolio non passa. 🎙 A Levante questa sera, mercoledì 14 ottobre 2026, Margherita Furlan dialoga con Moni Ovadia, Gianmarco Pisa e Guido Grossi sul giorno in cui il sistema ha mostrato la crepa: Hormuz chiuso, Riad sotto i missili degli Houthi, Trump che compra gasolio da Putin e Meloni che al Senato definisce quell’intesa «molto rischiosa». 🛢 Hormuz è chiuso dal 28 febbraio. L’unica via d’uscita del greggio saudita è la Petroline verso il Mar Rosso, cioè sotto il tiro degli Houthi. 🚀 Aeroporto di Riad colpito due volte in una settimana, un edificio Aramco in fiamme a Dhahran, missili intercettati sulla capitale. 🇺🇸 Trump non può proteggere i sauditi senza chiudere anche Bab el-Mandeb. E allora telefona a Mosca: 300.000 tonnellate di gasolio russo per far scendere il prezzo alla pompa prima delle elezioni di metà mandato. 🇮🇹 Meloni al Senato: l’accordo Trump-Putin «legittima Mosca», il caro carburante dipende dalla guerra in Iran, e intanto i militari italiani lasciano l’Iraq per l’Arabia Saudita. 💵 Che cos’è il petrodollaro, perché ha retto cinquant’anni e che cosa si è rotto davvero: crisi di prezzo o crisi di sistema? 🇾🇪 Lo Yemen che nessuno racconta: l’Oms conta casi di colera triplicati in tre settimane. 👥 GLI OSPITI 🎭 Moni Ovadia, attore, musicista, scrittore, voce ebraica contro le guerre di questi anni. 🕊 Gianmarco Pisa, operatore e formatore di pace, Corpi civili di pace in Kosovo, Rete italiana Pace e Disarmo. 🏦 Guido Grossi, giurista ed economista, per anni ai vertici della Banca Nazionale del Lavoro, studioso della moneta e del debito. 📚 LIBRI DEGLI OSPITI 📖 Moni Ovadia, «Un ebreo contro», Edizioni Gruppo Abele, 2021. 📖 Gianmarco Pisa, «Più eterno del bronzo. Educazione alla cultura e semantica del monumento», Multimage. 📖 Gianmarco Pisa, «Paesaggi kosovari 1998-2018», Multimage. 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV 🗞 Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. 💳 Per donazioni: 🏦 IBAN: IT63P0326822300052392596590 ✍ Intestato a: La Casa del Sole Edizioni 📝 Causale: Donazione Casa del Sole TV ⭐ Membership YouTube: 👉 https://www.youtube.com/@CasadelSoleT… 🔹 Analista Multipolare €5/mese 🔹 Inviato della Verità €15/mese 🔹 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN ♟ BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🌐 SEGUI CASA DEL SOLE TV ▶ YouTube: @CasadelSoleTVChannel 🔗 Sito: casadelsole.tv #Levante #CasadelSoleTV #MargheritaFurlan #Geopolitica #Multipolarismo #Petrodollaro #Hormuz #Houthi #ArabiaSaudita #Trump #Putin #Meloni #MoniOvadia #GianmarcoPisa #GuidoGrossi

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🔴PETRODOLLARO: È MORTO | 14.10.26

14 October 2026 at 19:00

– Aramco in fiamme, il petrodollaro trema di Margherita Furlan
– Israele e Arabia Saudita, nozze ancora rimandate di Gionata Chatillard
– Iran, la guerra al ritmo delle urne di Jeff Hoffman
– Corno d’Africa, la guerra all’ombra di Tel Aviv? di Jeff Hoffman
– Ucraina costretta a trattare? di Ivan Bodyan
– Tregua di carta, Kiev al buio di Jeff Hoffman
– Italia-Ucraina, accordo per preparazione diplomatici di Ivan Bodyan
– Voto USA, le urne senza testimoni di Jeff Hoffman
– Pegasus, i dati dei polacchi finivano all’estero di Ivan Bodyan
– Nord Stream, lo spettacolo continua di Jeff Hoffman
– Buon giro intorno al Sole

A cura di Margherita Furlan Con la collaborazione di Gionata Chatillard, Ivan Bodyan e Jeff Hoffman Editing di Mario Ferdinandi

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Vietnam, sepolti dopo 60 anni 731 soldati caduti nell’offensiva del Tet: “Bentornati a casa”

I resti dei militari, caduti durante la campagna del 1968, sono stati trovati per caso in fosse comuni in un parco di Ho Chi Minh quest’estate. Ci sono voluti tre mesi di lavori per cercare i resti, la maggior parte non sono stati identificati. Migliaia di persone al corteo...

Giorgia Meloni non conosce la sua nuova legge elettorale

14 October 2026 at 17:28

Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Ancora una volta tocca alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni: lo sa come funziona la nuova legge elettorale appena votata dal Parlamento?

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Ucraina, Stati Uniti, Cina: al via un vertice chiave per i rapporti tra Ue e mondo

BRUXELLES – È un vertice europeo, quello di giovedì 15 e venerdì 16 ottobre, molto incentrato sul rapporto dell’Unione europea con il resto del mondo: dalle relazioni con gli Stati...

Ucraina, Stati Uniti, Cina: al via un vertice chiave per i rapporti tra Ue e mondo

BRUXELLES – È un vertice europeo, quello di giovedì 15 e venerdì 16 ottobre, molto incentrato sul rapporto dell’Unione europea con il resto del mondo: dalle relazioni con gli Stati...

Colombia: il governo firma un decreto che criminalizza la protesta sociale

A dodici ore dalla prima mobilitazione nazionale indetta sotto il governo neoliberista di Abelardo de la Espriella, il presidente e il ministro dell'Interno Rodrigo Lara hanno firmato il decreto 1525, datato martedì 13 ottobre, che disciplina la protesta sociale in Colombia. Il testo si intitola "Statuto di reazione, uso e verifica della forza legittima dello Stato e protezione del diritto alla protesta pacifica dei cittadini".

Dietro la facciata rassicurante della "mediazione come regola di preferenza", il decreto prepara in realtà il terreno per la repressione. Il governo sostiene che la mediazione non blocca né rinvia l'intervento della polizia di fronte ad atti di vandalismo, porto di armi, ordigni incendiari, sequestri, aggressioni a squadre mediche e mezzi di informazione, o danni ai servizi pubblici e all'approvvigionamento di farmaci. Sono categorie volutamente vaghe, che lasciano ampio margine discrezionale a chi dovrà applicarle: è il classico meccanismo con cui si trasforma il diritto costituzionale alla protesta in una concessione revocabile.

Il decreto precisa che il blocco delle strade, di per sé, non fa venire meno il carattere pacifico della manifestazione. Ma è una concessione minima, subito bilanciata dall'introduzione della definizione di "ostruzione stradale" - l'occupazione totale o parziale di una carreggiata o di un accesso a un'infrastruttura - che diventa così un presupposto codificato per l'azione repressiva. Nei Posti di Comando Unificato (PMU) siederanno anche rappresentanti delle associazioni di categoria e dell'Istituto Colombiano per il Benessere della Famiglia: una cornice "istituzionale" che serve a legittimare un dispositivo di controllo, non a tutelare chi protesta.

¡Cumplí mi palabra y aquí está el decreto! En Colombia se respeta la protesta pacífica, pero ¡no se toleran la violencia, el vandalismo ni los bloqueos que atropellan los derechos de millones de ciudadanos! Hoy expedí el Decreto 1525 de 2026 para fortalecer las garantías de quienes se manifiestan pacíficamente y asegurar que las autoridades actúen, dentro del marco de la ley, frente a quienes pretendan sembrar el caos. ¡El derecho a protestar no está por encima del derecho a trabajar, estudiar, movilizarse y vivir en paz! A los ciudadanos que protestan pacíficamente, todas las garantías. A los violentos, todo el peso de la ley, con respeto por el debido proceso. ¡Se acabó la guachafita! ¡La protesta se respeta, pero la violencia no se tolera! ¡Lo prometí, lo cumplí y seguiré cumpliendo! ¡Firme por la Patria! ¡Viva Cristo Rey! (A.D.L.E.) ????????????

— Abelardo De La Espriella (@ABDELAESPRIELLA) October 14, 2026

Il cuore repressivo del provvedimento è la scala a cinque livelli di intervento: si parte dai gestori della convivenza dei municipi, poi il dialogo diretto e un'istanza di mediazione; se la violenza persiste, si passa alla dissuasione su ordine del sindaco, impartito in un PMU; e come ultima misura interviene l'Unità di Dialogo e Mantenimento dell'Ordine (UNDMO), già nota come Esmad. La vecchia polizia antisommossa cambia nome, non funzione: la repressione viene semplicemente ricollocata in fondo a una scala che, nella pratica, si percorre in fretta.

Le autorità locali e la Polizia Nazionale dovranno garantire l'apertura e il mantenimento dei "corridoi solidali"; i municipi e i governatorati avranno 72 ore per pubblicare il bilancio ufficiale dei danni e attivare i percorsi di assistenza umanitaria. Ancora una volta, la priorità non è ascoltare le ragioni della protesta, ma gestirne le conseguenze e contabilizzarne i costi.

Ancora una volta, neoliberismo e repressione vanno di pari passo. Un governo che smantella tutele sociali, privatizza beni comuni e consegna il paese agli interessi del capitale non può tollerare che la gente scenda in piazza a contestare. Il decreto 1525 non "regola" la protesta: la mette sotto tutela, la sottopone a condizioni, la trasforma in una pratica da autorizzare e punire. La libertà di manifestare non si difende con gli statuti della forza: si difende garantendo a chi protesta di non essere criminalizzato.

Cina: fermo sostegno all'Argentina nella disputa con il Regno Unito per le Malvinas

La Cina ha ribadito alle Nazioni Unite (ONU) il proprio "fermo sostegno" all'Argentina in merito alla rivendicazione di sovranità sulle Isole Malvinas, questione oggetto di disputa con il Regno Unito.

"La Cina sostiene fermamente la legittima rivendicazione di sovranità dell'Argentina sulle Isole Malvinas e si è sempre fatta promotrice della risoluzione delle controversie territoriali tra Stati attraverso negoziati pacifici", ha dichiarato Sun Lei, ambasciatore e vice rappresentante permanente della Cina presso l'ONU.

La dichiarazione è stata resa nel corso di un dibattito sulla decolonizzazione presso la Quarta Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York. Nel suo intervento, il diplomatico ha espresso l'auspicio che il Regno Unito "risponda positivamente alle richieste dell'Argentina, riprenda il dialogo e i negoziati il ??prima possibile e trovi una soluzione pacifica, giusta e duratura", in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite.

Martedì, il governo argentino ha annunciato di aver presentato al Tribunale internazionale per il diritto del mare una richiesta di "misure provvisorie per impedire l'esplorazione di idrocarburi" da parte del Regno Unito sulla piattaforma continentale del bacino delle Malvine settentrionali.

Una nota ha spiegato che l'istanza rivolta all'organismo con sede in Germania mira a "preservare i diritti sovrani dell'Argentina sulla propria piattaforma continentale" e a "impedire che le attività autorizzate unilateralmente e illegalmente dal Regno Unito aggravino la controversia riconosciuta dalle Nazioni Unite".

Secondo l'atto depositato, l'Argentina ha avviato un arbitrato internazionale contro il Paese europeo il 28 settembre - ai sensi dell'Allegato VII della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) - "per difendere la propria sovranità e le risorse naturali di tutti gli argentini".

Kalamata, manifestazione al porto contro l'arrivo della nave israeliana Crown Iris (VIDEO)

Martedì, il porto di Kalamata, nel sud della Grecia, si è trasformato in un luogo di resistenza. All'arrivo della nave da crociera Crown Iris - con a bordo israeliani - manifestanti pro-palestinesi si sono riuniti per gridare il loro no all'ennesima complicità.

Bandiere palestinesi al vento, cori per la libertà, e un messaggio che non ammette ambiguità: fermare la mattanza di Israele a Gaza, fermare quello che i manifestanti definiscono senza mezzi termini un genocidio.

L'organizzazione è stata capillare: attivisti antifascisti locali, il gruppo Rouvikonas, e membri dell'Associazione Insegnanti di Educazione Primaria della Messenia. Una coalizione civica che dimostra come la solidarietà con la Palestina attraversi la società greca, ben oltre i confini della politica istituzionale.

La polizia ha bloccato il corteo prima che potesse raggiungere l'area portuale riservata. La Guardia Costiera ha monitorato la zona. Ma il messaggio dei manifestanti è arrivato forte e chiaro.

Non è un episodio isolato. La Crown Iris è ormai un simbolo: ogni suo scalo in un porto greco diventa l'occasione per denunciare il sostegno di Atene a Israele e la complicità occidentale nella strage in corso.

I cittadini di Kalamata hanno scelto da che parte stare. Dalla parte giusta della storia. Dalla parte della Palestina.

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Il Frente Patriótico dei Peruviani all'Estero guida la resistenza da Roma


di Geraldina Colotti

 

Roma, Largo di Torre Argentina. È domenica 11 ottobre, vigilia della Giornata della Resistenza Indigena, a oltre cinque secoli di lotte dei popoli originari contro la barbarie coloniale. Con bandiere, simboli di dignità e abiti tradizionali, i collettivi dell'emigrazione “nostroamericana” sono arrivati da diversi punti d'Italia e persino dalla Svizzera. Hanno manifestato di domenica perché il 12 ottobre è un giorno lavorativo per loro che, come migranti, sostengono in gran parte i mestieri di cura nelle case degli italiani. Motore organizzativo della convocazione è stato il Frente Patriótico PEX (Peruviani all'Estero), portato avanti fondamentalmente dall'impegno incrollabile delle compagne militanti.

Disteso a terra, un lungo striscione ricorda le vittime della repressione del regime di Dina Boluarte e dell'oligarchia in Perù: non vittime passive, ma eroi ed eroine che indicano un cammino di resistenza fin dai tempi della "conquista". Una scia di sangue, violazioni e sopraffazioni con cui, dal 12 ottobre 1492, l'imperialismo occidentale ha imposto la sua egemonia, distruggendo intere popolazioni, occupando territori e fondando le basi del modo di produzione capitalista sul genocidio e sul saccheggio.

Gli interventi e gli slogan della manifestazione, insieme a una piccola rappresentazione teatrale della "conquista", hanno sintetizzato questo percorso storico, segnalando l'urgenza di strutturare un fronte di resistenza comune.

Dalle Ande all'Amazzonia — devastata dagli interessi delle grandi corporazioni transnazionali e dai governi a loro subalterni —, le forze dell'estrema destra avanzano a colpi di brogli elettorali, lawfare e repressione brutale. Questa offensiva continentale gode della copertura diretta della cricca di pedofili e affaristi che costituisce il governo di Trump in Nordamerica e che oggi pretende di riportare indietro le lancette dell'orologio anche in Brasile e nell'intera regione.

In piazza a Roma si è unita anche la voce combattiva dei militanti salvadoregni, che hanno denunciato come il "modello Bukele" basato sullo stato di emergenza permanente e sulla carcerazione di massa — lo stesso metodo disumano applicato dall'ICE contro la popolazione migrante negli USA — si stia estendendo rapidamente in tutta l'America Latina per mano dei governi di estrema destra. Un modello di controllo sociale e violenza punitiva che punta a incarcerare la povertà e a soffocare qualsiasi barlume di organizzazione popolare.

La situazione politica in Perù è stata denunciata con particolare contundenza. Il Paese soffre oggi il consolidamento di un regime dittaturale de facto articolato dal fujimorismo, guidato da Keiko Fujimori, erede del dittatore Alberto Fujimori (ricordato per il piano di sterilizzazioni di massa delle donne indigene e la repressione genocida). Di fronte all'incapacità della borghesia peruviana di risolvere la crisi organica del Paese, la risposta del governo è stata la militarizzazione, l'insulto all'opposizione e la promulgazione di leggi "pro-crimine" che proteggono le mafie mentre si torturano e stipano oltre 104 mila prigionieri nelle carceri peruviane (come a El Milagro di Trujillo, dove stipano 6.000 persone in spazi concepiti per 1.600).

Con la menzogna che impone di “scegliere tra democrazia o terrorismo”, il fujimorismo impone una legislazione in cui la presunzione di innocenza viene schiacciata, mentre devia risorse pubbliche per finanziare la grande stampa e acquistare caccia da guerra F-16 dagli USA invece di spegnere gli incendi forestali.

Di fronte a questa barbarie, la piazza di Roma ha preteso con forza la liberazione immediata di Pedro Castillo, presidente legittimo del Perù, sequestrato e incarcerato per aver osato rappresentare i settori più umili senza l'avallo delle oligarchie. Allo stesso modo, si è alzata la voce per la liberazione del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, sequestrati da truppe speciali degli USA il 3 gennaio scorso. Un inedito episodio di arroganza e insolenza imperialista che crea un precedente pericoloso per la sovranità globale e le cui conseguenze geopolitiche devono essere ancora analizzate in tutta la loro gravità.

Questa aggressione risponde alla strategia di un "Nuovo Piano Condor" implementato sotto il cappello del cosiddetto "Scudo delle Americhe", apparato coercitivo che copre le violazioni sistematiche dei governi satelliti di Washington mentre condanna i popoli che resistono a un presente di miseria, aggressione e blocco. Per questo, la manifestazione a Roma ha ribadito il legame ombelicale tra la resistenza indigena latinoamericana, l'eroica lotta del popolo palestinese e la resistenza sovrana dell'Iran, dello Yemen e del Libano contro il neocolonialismo anglo-statunitense.

Il 12 ottobre 1492 non rappresenta l'"incontro di due mondi", ma l'atto di nascita dell'accumulazione originaria del capitale su scala planetaria, così come teorizzato da Karl Marx nel Primo Libro de Il Capitale. La spoliazione delle terre comunali dei popoli originari della Nostra América, la schiavitù delle comunità Taíno a La Española e l'annientamento del 95% della popolazione indigena del continente (dove le malattie sono state affiancate dal lavoro forzato, dalla distruzione della sovranità alimentare e dalla violenza armata) hanno costituito la base sanguinosa su cui si è eretto il mercato mondiale mercantilista e industriale europeo.

Una dialettica del saccheggio che non ha ancora ricevuto alcuna riparazione. Prima che l'ondata reazionaria togliesse il fiato ai processi di emancipazione antineocoloniale nel continente, in Venezuela si era costituita una commissione speciale anticoloniale proprio con questo intento, sostenuta dalle istituzioni dei popoli come l'ALBA o la RUNASUR. Ma ora, con il presidente della RUNASUR, l'ex capo di Stato della Bolivia Evo Morales, perseguitato dall'imperialismo, le cose si sono fatte ulteriormente difficili. E, nelle analisi che hanno messo in evidenza il ruolo della Chiesa cattolica nella "conquista" di ieri e di oggi, sono state ricordate le parole di Evo al riguardo, quando ha rievocato: «Sono arrivati con il fucile e la croce. Ci hanno detto di chiudere gli occhi e di pregare, e quando li abbiamo riaperti, ci avevano spogliato di tutto».

Questa matrice di dominazione territoriale, estrattivista e razzializzata è stata assunta e perfezionata dall'impero statunitense. Attraverso la dottrina del "Destino Manifesto", Washington ha espanso la propria frontiera continentale sterminando le nazioni Cheyenne, Arapaho e Lakota (in massacri emblematici come Sand Creek nel 1864 o Wounded Knee nel 1890) e strappando al Messico oltre la metà del suo territorio nel 1846. Con il salto di qualità del 1898 — la guerra ispano-statunitense e l'annessione di Puerto Rico, Guam, Filippine, Cuba e Hawaii —, il capitalismo statunitense ha compiuto il passo decisivo verso la sua fase imperialista di proiezione di potenza d'oltremare.

La logica coloniale del XVI secolo e l'espansione militare del XIX secolo continuano a operare oggi in modo ininterrotto. La ricerca feroce di risorse naturali, energia ed egemonia politica è la stessa che ha spinto gli USA a promuovere il colpo di Stato in Iran nel 1953 contro Mohammad Mosaddeq dopo la nazionalizzazione del petrolio, ad abbattere in modo criminale il volo commerciale 655 di Iran Air nel 1988 uccidendo 290 civili, e a scatenare guerre non provocate contro la Repubblica Islamica dell'Iran, come l'aggressione su vasta scala iniziata il 28 febbraio 2026.

Minacciando di "annientare" il popolo iraniano proprio come fatto con i nativi americani, le élite di Washington rivelano che le forme della violenza statale cambiano, ma l'essenza dell'accumulazione per spossessamento rimane intatta.

Di fronte all'idra imperialista e ai suoi megaprogetti estrattivi — subappaltati in molti casi alla criminalità organizzata per privare le comunità delle loro acque, dei boschi e dei minerali —, i popoli originari mantengono una continuità storica di combattimento che smentisce le narrazioni pacifiste del liberalismo.

Lo ha dimostrato la recente assemblea-celebrazione per i 30 anni del Congreso Nacional Indígena (CNI) in Messico, tenutasi presso la Casa de los Pueblos Samir Flores con la partecipazione di 32 popoli indigeni e delegazioni internazionali. L'immagine della Comandanta Ramona con la bandiera messicana nella Selva Lacandona al fianco del Subcomandante Marcos nel 1996 assurge a simbolo di una riserva morale e ideologica che rifiuta di sottomettersi alle riforme legali truccate dello Stato borghese.

Come ha affermato Marichuy (María de Jesús Patricio Martínez), le comunità organizzate hanno visto passare governi "di tutti i colori" mentre il saccheggio si approfondisce, dimostrando che la vera emancipazione è possibile solo attraverso l'autogestione, la difesa intransigente del territorio e la convergenza con le lotte delle madri dei desaparecidos e delle classi lavoratrici.

La manifestazione dell'11 ottobre a Largo di Torre Argentina ha dimostrato che la lotta della classe lavoratrice migrante in Europa non è separata dalla battaglia geopolitica che si combatte sulle Ande, in Amazzonia, nei Caraibi o nell'Asia Occidentale.

Dalla resistenza contro il fujimorismo in Perù fino alla difesa irrinunciabile della sovranità in Venezuela, dove i popoli originari comandano e governano i propri territori; dalla memoria del CNI in Messico fino alla causa del popolo palestinese e iraniano, il filo conduttore è uno solo: la lotta contro un sistema imperialista decadente ma profondamente aggressivo. La dignità rivoluzionaria dei popoli non si piega nei tribunali dell'impero, non si vende alle multinazionali e si riafferma con fermezza nelle piazze, esigendo la libertà dei prigionieri politici e la restituzione della sovranità dei popoli aggrediti.

Il creditore non perde mai: l’effetto Cantillon

14 October 2026 at 16:33

Ogni volta che scoppia una crisi finanziaria, si discute su quali sacrifici deve fare il debitore.

Aggiustamenti economici, tagli, cessioni di attività produttive, privatizzazioni: conosciamo la ricetta a memoria.

Ciò che nessuno discute è l’altra parte del problema: se ogni debito ha due lati, perché accettiamo che sia solo il debitore a pagare il conto mentre il diritto del creditore rimane intatto?

Il creditore applica interessi in quanto assume un rischio; il tasso premia l’eventualità di non essere pagato. Quando il rischio si concretizza, il sistema interviene per proteggere il creditore e scaricare la perdita su altri.

I profitti vengono privatizzati nei periodi di prosperità; in tempi di crisi, il costo è socializzato attraverso ristrutturazioni, tasse, riduzione della spesa pubblica, diminuzione dei salari. Il meccanismo agisce spietatamente in mezzo al naufragio.

Quando un privato, un’azienda, uno Stato (il debitore “sovrano”) è in difficoltà, i creditori esigono tassi d’interesse più elevati motivati dall’aumento del rischio. Il risultato è una trappola mortale: si paga di più quando si è più fragili.

La crisi fa aumentare i tassi d’interesse, i quali fanno schizzare alle stelle il debito; i costi aggiuntivi determinano una crisi ancora più grave. È un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

I governi hanno accettato questo gioco infernale perché hanno bisogno di rifinanziare il debito in scadenza, coprire le spese correnti o evitare l’insolvenza. Più profonda è la dipendenza dal credito, minore è l’autonomia dei governi, degli Stati, dei popoli.

È l’effetto perverso di avere ceduto la sovranità monetaria agli organismi finanziari privati, creatori di moneta dal nulla. Quella dipendenza porta alla sottomissione politica.

Nessuno è sovrano in balia del mercato finanziario, ma non è una legge di natura! Uno Stato può fissare un tetto ai costi finanziari, rinegoziare i termini, tagliare i tassi esorbitanti, dare priorità al capitale originario rispetto alla speculazione.

Può concentrarsi sul rafforzamento del risparmio interno e liberarsi dal giogo esterno. Soprattutto, dovrebbe riprendere in mano la leva della creazione e della gestione monetaria.

Intraprendere questa strada ha conseguenze: contenziosi, crollo delle obbligazioni, chiusure dei mercati, attacchi speculativi, possibilità di guerre. Il dilemma non è tecnico, ma politico.

Se devo cento euro e ne ho sessanta, i quaranta mancanti non svaniscono nel nulla. La questione è chi se ne farà carico: il creditore con una ragionevole riduzione del debito, o i cittadini con la recessione, l’inflazione, le pensioni tagliate, la svendita di beni pubblici?

Il dibattito non verte sulla possibilità di perdite, ma su chi dovrà pagarle, benché raramente venga ammesso.

Il gergo finanziario è una maschera: disciplina fiscale, fiducia del mercato, sostenibilità sono termini che celano spietate decisioni favorevoli al creditore. Raramente viene ammesso che il debito pubblico è aritmeticamente impagabile.

Garantire il pagamento a scapito di salari, pensioni, opere pubbliche, cessione della sovranità è una scelta ideologica. Imporre una riduzione del debito o frenare gli abusi nei tassi e nelle condizioni del credito è un’altra.

La neutralità non esiste: si sceglie sempre chi sacrificare. Il sistema dominante ha trasformato la tutela dei creditori in un imperativo sacro.

Se il creditore perde anche un solo centesimo, il credito sfuma e la fiducia si dissolve, dicono. Preservare quella fiducia può però distruggere il tessuto produttivo, mandare in bancarotta le aziende, svendere le risorse, indebolire la capacità di rimborso futuro.

Il credito cessa di essere un motore di sviluppo per diventare strumento di dominio. Attraverso gli interessi composti e le penali imposte dai creditori, si determina un effetto valanga.

Il debitore strozzato vende a prezzo stracciato, il capitale finanziario acquista a saldo; un gigantesco aspirapolvere risucchia la ricchezza verso l’alto.

Un’azienda fallita non svanisce: passa di mano. La casa pignorata cambia proprietario. La crisi non distrugge i beni materiali, li consegna agli speculatori.

L’indebitamento è un meccanismo concepito per ridisegnare la mappa del potere. Con l’indiscutibile alibi di maggiore rischio, maggiore rendimento, chi è in difficoltà viene deliberatamente soffocato.

Se la priorità fosse davvero il recupero del credito, stringere il cappio rappresenterebbe una brutale contraddizione. Il tasso esorbitante non copre un rischio: accelera per scelta il tracollo del debitore.

La storia e la cultura hanno sostenuto per secoli ciò che la modernità ha cancellato: i diritti del creditore non sono illimitati. Nell’antichità l’usura era illegale ed esistevano leggi di remissione periodica dei debiti, dal giubileo biblico ai precetti cristiani sino all’Islam.

Il capitalismo contemporaneo ha dissolto ogni vincolo etico. Spogliato il credito da criteri morali e gli Stati dal potere finanziario, resta il sangue del debitore. La risposta del sistema è esigere altro sangue.

O la società protegge i profitti speculativi, oppure il creditore si assume il rischio per il quale ha preteso alti tassi di interesse. Entrambe sono decisioni politiche.

Accettare che tutti possano perdere – il lavoratore il suo impiego, il commerciante il suo capitale, la famiglia la sua casa e lo Stato i suoi beni – tranne il creditore, mina qualsiasi principio di equità a favore di un sistema legalizzato in cui il capitale finanziario impone le sue regole in totale impunità.

La tesi di Marco Della Luna è che il sistema finanziario – apolide e nemico dei popoli – con il dominio dell’emissione monetaria in mano ai grandi banchieri, ha realizzato un perfetto “effetto Cantillon”.

I monopolisti “sono i primi percettori della moneta che creano dal nulla (fiat currency), accreditandola a se stessi e immettendola nella società in forma di prestiti a interesse o di prezzo per l’acquisto di assets”.

L’immissione crea inflazione che non li danneggia, giacché la moneta è prodotta a costo zero. L’oligarchia degli emittenti denaro – autoproclamati proprietari di un bene inesistente prima dell’artificio contabile – diventano creditori universali.

Per sostenere i profitti hanno bisogno di continua domanda di prestiti, più elevata in tempi di crisi, pandemie, guerre. Il settore produttivo deperisce a favore di bolle speculative, opportunità di rendita monopolistica per la cupola finanziaria.

L’ortodossia economica, falsamente, considera neutrale la moneta: se raddoppia la quantità di denaro in circolazione, nel tempo raddoppiano i prezzi e i rapporti restano invariati.

Più zeri, stessa economia reale. Chi si arricchisce e chi si impoverisce non dipenderebbe dalla moneta, ma dal merito e dal mercato.

L’economista Richard Cantillon nel XVII secolo scoprì che non è così: la moneta dipende dal punto di entrata. Il denaro non piove uniformemente dal cielo: entra nel sistema in punti precisi e, da lì, si propaga come un’onda. L’ordine di arrivo dellìonda decide chi vince.

In una miniera i primi a spendere l’oro estratto sono i minatori: comprano inizialmente ai prezzi di ieri. I commercianti incassano e spendono a loro volta; l’onda si allarga e i prezzi cominciano a salire.

Quando l’onda raggiunge i margini del sistema, a chi vive di salario o rendita fissa, a chi non ha relazione con la miniera, il denaro arriva nella forma di prezzi più alti. Per i primi riceventi, la moneta nuova è potere d’acquisto, per gli ultimi, inflazione.

Stesso fenomeno, effetti opposti. A decidere è la posizione nel flusso. Lungo il percorso la ricchezza si trasferisce da chi è lontano dal rubinetto a chi è vicino. Dopo la crisi del 2008, le banche centrali hanno creato moneta in misura mai vista, il cosiddetto quantitative easing.

Migliaia di miliardi entravano in circolo solo comprando titoli finanziari dalle istituzioni bancarie. Il rubinetto è la cupola finanziaria, il primo ricevente il sistema bancario. Meglio del mago Houdini.

Il risultato è stato quello che Cantillon prevedeva per la miniera. I prezzi degli asset – azioni, obbligazioni, immobili, aziende – sono andati alle stelle. I salari sono rimasti uguali, ossia, in termini reali, sono diminuiti progressivamente.

La minoranza ricca possiede beni e titoli in misura superiore a ogni periodo passato. Il commerciante, l’operaio e l’impiegato non hanno sperimentato alcun quantitative easing.

Hanno ricevuto inflazione; prima quella degli asset, che li escludevano dalla casa di proprietà e dal risparmio investito; poi l’aumento dei prezzi al consumo che svalutava il reddito.

Due volte in coda all’onda, due volte a pagare il conto di denaro che hanno toccato per ultimi. Nessun complotto: basta l’architettura del sistema, disegnata in modo che la moneta entri dal lato di chi già possiede quasi tutto.

Conta dove sei rispetto al flusso. La pratica di indebitarsi dove il denaro costa meno per investire altrove è un aspetto dello stesso principio: chi ha credito a basso costo guadagna la differenza per il solo fatto di avere accesso. Il sistema remunera la posizione.

Il tasso d’inflazione è una media che riassume l’aumento dei prezzi come se l’onda arrivasse a tutti nello stesso momento. L’effetto Cantillon dimostra il contrario: vale la sequenza, l’ordine temporale dell’onda. Il dato aggregato cancella l’ordine temporale della redistribuzione asimmetrica.

La statistica appiattisce per riassumere. Misuriamo l’altezza dell’acqua trascurando la direzione della corrente. Cantillon torna nel dibattito degli economisti eterodossi perché anni di rubinetto spalancato ai soliti noti ha reso visibile il meccanismo.

La moneta entra sempre dallo stesso lato e ogni onda allarga la distanza tra chi sta alla fonte e chi alla foce. Finché la struttura politica e finanziaria resta invariata, non c’è spazio per la tutela del bene comune: ogni governo è al servizio degli interessi dei monopolisti della moneta.

Non resta, conclude Della Luna, che “sabotare ogni azione di governo diretta contro la gente. Smascherarla, resisterle, attaccarla nei tribunali e nei giornali, versare molta sabbia nel motore. Comportarsi come gli abitanti una nazione occupata da una potenza razziatrice”.

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Che cosa deve fare l’Ue per i prigionieri politici in Venezuela. Le richieste di Ecr

14 October 2026 at 16:08

Il nuovo governo venezuelano mostri la sua buona volontà: prima di parlare di accordi futuri con l’Ue, serve una mossa concreta a proposito dei prigionieri politici attualmente reclusi. Lo chiedono i conservatori europei di Ecr, che nell’eurocamera hanno analizzato la problematica organizzando un momento di riflessione dal titolo ‘Europa e Venezuela: testimonianze, diritti umani e protezione dei cittadini europei’, con particolare riferimento alla situazione in cui versano i prigionieri politici in Venezuela. Attraverso le testimonianze di ex prigionieri, familiari e consulenti legali, è stato possibile puntare un fascio di luce sulla questione.

“Dietro ogni prigioniero politico c’è una storia di sofferenza, una famiglia che aspetta, una libertà negata – dichiara il capodelegazione di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza – E davanti a tutto questo, l’Europa non può voltarsi dall’altra parte”. L’occasione è un momento di condivisione nel Parlamento europeo di alcune testimonianze toccanti, “di chi ha conosciuto il carcere politico in Venezuela e di chi continua a lottare per riportare a casa i propri cari, tra cui numerosi cittadini italiani, storie che ci ricordano perché la battaglia per la democrazia, i diritti umani e la libertà dei popoli non deve mai fermarsi”. E aggiunge: “Il nuovo governo venezuelano ha dato alcuni segnali di apertura, ma sono ancora tantissimi i prigionieri detenuti arbitrariamente: non possiamo e non vogliamo dimenticarli. Per questo chiediamo che l’Unione Europea faccia della loro liberazione una condizione imprescindibile per qualsiasi accordo politico con il Venezuela”.

Si tratta di un impegno che Ecr, rivendica Fidanza, ha preso sin da quando al comando del paese c’era Maduro, situazione che al momento non è stata risolta, nonostante l’ingresso sulla scena politica di Delcy Rodriguez, “che ha fatto alcuni passi di apertura”. Il riferimento dell’esponente meloniano è alla cooperazione economica con gli Stati Uniti e con altri Paesi. Ma per alcuni di questi prigionieri, tra cui alcuni di origine italiana ed europea, non vi sono novità. Questa la ragione per cui i conservatori hanno interessato le istituzioni europee a muovere passi decisi.

Come è noto, Maduro è stato destituito all’inizio del 2026, catturato durante un’imponente operazione americana: in occasione dei primi colloqui sul tema dei prigionieri, il nuovo governo aveva annunciato una sorta di nuova transizione democratica nel paese e aveva liberato 131 prigionieri politici. Ma secondo le stime, nelle carceri venezuelane ci sarebbero ancora alcune centinaia di prigionieri politici che durante il governo di Maduro erano stati arrestati per eliminarli dalla competizione politica.

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