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ASSTRA, Gibelli: “Investire nel trasporto pubblico significa agire su energia, ambiente, economia e società”

22 October 2026 at 15:47

Si chiude a Roma il 20° Convegno Nazionale di ASSTRA, dal titolo “Mobilità di valore, valore alla mobilità”, con un messaggio chiaro sul futuro del trasporto pubblico locale: servono risorse certe, regole stabili e contratti adeguati per sostenere gli investimenti e garantire la continuità dei servizi.

Alla plenaria conclusiva, il presidente di ASSTRA Andrea Gibelli ha indicato le priorità per il prossimo ciclo di investimenti, sottolineando il ruolo strategico che il trasporto pubblico può avere non soltanto sul fronte della mobilità, ma anche su quello energetico, ambientale, economico e sociale.

Gibelli: “Serve un piano ambizioso per il trasporto pubblico”

“Il PSNMS e il PNRR ci hanno permesso, in questi anni, di rinnovare i servizi di trasporto pubblico all’insegna della programmazione, sperimentando un metodo per trasferire valore ai territori basato su finanziamenti certi, scadenze stringenti, milestone e rendicontazione. È stata un’esperienza da non disperdere, perché ha dato molti frutti”, ha spiegato Gibelli. Per il presidente di ASSTRA, però, il percorso deve proseguire. “Nell’attuale contesto socioeconomico nazionale e geopolitico mondiale, garantire continuità a quanto fatto e continuare ad investire sul trasporto pubblico locale significa agire al tempo stesso sulla politica energetica, ambientale, economica e sociale del Paese”.

Da qui la necessità di “definire, per il Paese, un piano ambizioso per lo sviluppo del trasporto pubblico”. Un piano che, secondo Gibelli, deve poggiare su risorse certe per programmare nuove infrastrutture, nuovi veicoli e nuovi servizi, oltre che per assorbire eventuali shock inflattivi. Servono inoltre regole chiare e omogenee rispetto al quadro regolatorio europeo e contratti di servizio capaci di valorizzare la natura industriale e commerciale della gestione.

Un settore da 12 miliardi di euro e 113mila dipendenti

I numeri richiamati nella relazione del presidente ASSTRA restituiscono il peso del comparto nell’economia italiana. Il trasporto pubblico locale vale circa 12 miliardi di euro di fatturato, occupa 113mila dipendenti e garantisce gli spostamenti di circa 15 milioni di passeggeri ogni giorno. Gli investimenti complessivi previsti nel periodo 2015-2033 ammontano a circa 40 miliardi di euro. Secondo le elaborazioni ASSTRA, inoltre, l’effetto del settore sull’economia va oltre il suo valore diretto: per ogni euro generato dal trasporto pubblico locale se ne attivano altri quattro nell’economia.

Rincari e investimenti: le risorse necessarie

Tra i principali nodi indicati dall’Associazione c’è quello delle risorse. Con la conclusione della spinta del PNRR e il progressivo esaurimento del Piano strategico per la mobilità sostenibile (PSNMS), destinato a terminare nel 2033, il settore ha bisogno di una nuova programmazione finanziaria per sostenere sia gli investimenti sia la spesa corrente.

Per rispettare gli obblighi europei legati alla transizione energetica, secondo il modello elaborato da ASSTRA, sono necessari circa 740 milioni di euro l’anno di investimenti e ulteriori 300 milioni di costi operativi. A questo si aggiunge la perdita di potere d’acquisto del Fondo nazionale trasporti, quantificata in circa 800 milioni di euro rispetto all’inflazione, oltre al passaggio dal 2027 alla compartecipazione IRPEF regionale. Restano inoltre 1,25 miliardi di euro di risorse già stanziate ma ancora in attesa di essere erogate alle aziende.

Dal gasolio all’elettricità: aumentano i costi

A pesare sui bilanci delle aziende sono anche i rincari energetici. Nel corso del convegno sono stati evidenziati aumenti del 52% per il gasolio, del 48% per il metano e del 40% per l’energia elettrica. A questi si aggiunge il costo del lavoro: il rinnovo del CCNL 2024-2026, secondo quanto indicato da ASSTRA, risulta coperto dal 2027 soltanto per il 54%. Crescono inoltre i premi assicurativi, con aumenti che arrivano fino al 150%. Proprio per affrontare l’impatto dei costi energetici, Gibelli ha rilanciato la proposta di collegare l’andamento dei carburanti alle tariffe del trasporto pubblico. “Abbiamo avanzato delle proposte, tra cui quella di legare in maniera coerente il costo dei carburanti alle tariffe perché consente di continuare a fornire un servizio come quello previsto dai contratti“, ha affermato il presidente di ASSTRA.

Regole più semplici e contratti adeguati

Il secondo pilastro indicato dall’Associazione riguarda le regole. ASSTRA chiede un quadro normativo più semplice, stabile e coerente con il Regolamento europeo 1370/2007, capace di riconoscere la specificità del settore e di ridurre la stratificazione normativa e i vincoli a carico delle imprese pubbliche, soprattutto quando operano in concorrenza. Il terzo elemento riguarda invece i contratti di servizio, che dovrebbero avere una durata compatibile con gli investimenti e tenere conto delle dinamiche esterne, garantendo l’equilibrio economico-finanziario delle aziende in vista della prossima stagione degli affidamenti.

Gibelli: “Le aziende di trasporto hanno cambiato pelle”

Il presidente di ASSTRA ha poi sottolineato i cambiamenti che hanno interessato il settore negli ultimi anni. “La formula innovativa di convegno interattivo ha fatto emergere un’Asstra molto pragmatica. Il messaggio che vogliamo lasciare è che le aziende di trasporto hanno cambiato pelle: sono più tecnologiche e molto più energivore; quindi, meritano uno status giuridico che riconosca questo ruolo”, ha dichiarato Gibelli. Il cambiamento riguarda anche le professionalità richieste. “Noi offriamo posti di lavoro in settori che vengono ancora molto identificati soltanto con gli autisti. Oggi essere dipendente di una società di trasporto vuol dire avere competenze nel settore energetico e in quello digitale. E questo, perché no, significa anche un modo di viaggiare per l’autista molto diverso rispetto al passato”, ha concluso.

Zaccheo: “Servono investimenti per la sostenibilità ambientale”

Nel corso della plenaria conclusiva sono intervenuti anche il presidente dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti, Nicola Zaccheo, e il direttore di ANSFISA, Domenico Capomolla. Zaccheo ha sottolineato il ruolo centrale del trasporto pubblico per la mobilità quotidiana e per la transizione ambientale. “Il trasporto pubblico locale è uno dei settori più importanti e cruciali per il nostro Paese: è proprio con i mezzi del trasporto pubblico che si muovono quotidianamente milioni di persone. In questo momento abbiamo bisogno di investimenti nel settore per far sì che la sostenibilità ambientale si concretizzi effettivamente”. Secondo il presidente dell’Autorità, il trasporto pubblico locale potrebbe contribuire ulteriormente alla sostenibilità ambientale aumentando il numero di utenti e le proprie quote modali.

Sicurezza, prevenzione e manutenzione

In chiusura di convegno, Domenico Capomolla, direttore di ANSFISA, ha posto l’accento sulla necessità di rafforzare prevenzione, manutenzione e vigilanza basata sul rischio per garantire la sicurezza delle infrastrutture. Tra gli elementi indicati da Capomolla anche il rafforzamento dell’autonomia dell’Agenzia e il dialogo tra istituzioni e operatori, considerati due strumenti per consolidare il sistema dei trasporti.

Il confronto si è sviluppato nell’arco di due giornate. Dopo le sessioni tematiche parallele del 21 ottobre, dedicate a economia, lavoro, regolazione e innovazione, il 22 ottobre la plenaria conclusiva ha ospitato due tavole rotonde, “Economia e Regolazione” e “Lavoro e Tecnologie”, con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni nazionali ed europee, delle Regioni, dei Comuni e degli operatori del settore. I contributi emersi confluiranno nel documento di sintesi strategica dell’Associazione.

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NetZero Milan, il Nobel Aghion: “AI e nucleare risorse strategiche per la transizione green”

22 October 2026 at 15:21

“La Green Innovation è un’evoluzione possibile e necessaria, ma può essere raggiunta soltanto se industria, istituzioni e società civile uniscono le forze”. È questo uno dei messaggi lanciati da Philippe Aghion, Premio Nobel per l’Economia 2025, intervenuto oggi con una Lectio Magistralis nella giornata conclusiva di NetZero Milan, l’Expo-Summit di Fiera Milano dedicato alla decarbonizzazione dell’economia.

Al centro dell’intervento dell’economista il rapporto tra innovazione, politiche industriali e transizione energetica, con un’attenzione particolare al ruolo di tecnologie come intelligenza artificiale e nucleare, che secondo Aghion non devono essere considerate necessariamente incompatibili con gli obiettivi ambientali, ma possono diventare strumenti strategici per raggiungerli.

Aghion: “La carbon tax da sola non basta”

Partendo dal concetto di “distruzione creativa”, sviluppato nelle teorie di Joseph Schumpeter e Peter Howitt, Aghion ha sottolineato la necessità di creare le condizioni affinché l’innovazione green possa svilupparsi e diffondersi. “Bisogna supportare l’innovazione green. Non possiamo pensare di realizzare la transizione verde semplicemente attraverso la Carbon Tax – ha osservato Aghion –. Questa, da sola, non è la soluzione: ciò di cui abbiamo bisogno sono politiche industriali capaci di sostenerla e accelerarla”.

Per l’economista, infatti, la transizione non può essere affidata alla singola impresa o alla singola tecnologia, ma deve coinvolgere l’intera filiera produttiva. “L’innovazione green non può riguardare una singola impresa o una singola tecnologia: deve coinvolgere l’intera filiera. Ogni tassello deve evolvere in maniera coerente con gli altri. È proprio qui che la politica industriale diventa essenziale, perché può creare coordinamento tra tecnologie, investimenti e attori economici”, ha spiegato.

“Il nucleare è necessario, le rinnovabili da sole non bastano”

Nel corso della Lectio Magistralis Aghion ha affrontato anche il tema delle tecnologie che continuano a suscitare un confronto acceso nell’ambito della transizione energetica. Tra queste, il nucleare. “Il nucleare mostra perché non possiamo affrontare la transizione chiudendo a priori determinate strade tecnologiche: la transizione verde senza questo tipo di energia non è possibile e le rinnovabili da sole non bastano”, ha affermato. Secondo il Nobel, dunque, la decarbonizzazione richiede un approccio tecnologicamente aperto, senza escludere a priori alcune soluzioni che possono contribuire alla riduzione delle emissioni.

L’intelligenza artificiale può contribuire alla transizione green

Un ragionamento analogo riguarda l’intelligenza artificiale, spesso al centro del dibattito per l’elevato consumo energetico legato ai sistemi di calcolo e ai data center. Anche in questo caso, Aghion invita a considerare non soltanto l’energia utilizzata dalla tecnologia, ma il suo bilancio complessivo. “L’intelligenza artificiale può avere un ruolo fondamentale nella transizione. I gemelli digitali applicati, per esempio, ai sistemi di purificazione dell’acqua possono ridurre il consumo energetico del 5,4%, le emissioni del 6% e i costi energetici dell’8,2%”. “È vero che l’IA richiede energia, ma dobbiamo guardare al bilancio complessivo: in questo caso, l’energia utilizzata dai server rappresenta appena l’1% di quella che la tecnologia consente di risparmiare”, ha aggiunto.

“La questione non è fermare l’innovazione, ma indirizzarla”

Da qui la conclusione dell’intervento: non frenare lo sviluppo tecnologico, ma orientarlo verso obiettivi capaci di produrre benefici ambientali ed economici. “La questione non è fermare l’innovazione, ma indirizzarla – ha concluso Aghion –. Dobbiamo utilizzare l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie in modo intelligente, facendo in modo che l’energia e le risorse investite producano un beneficio superiore al loro costo”. “La strada da seguire” è quindi quella di “politiche industriali che rendano possibile l’innovazione green e strumenti come la carbon tax applicati in un contesto nel quale esistano realmente alternative tecnologiche”.

Il ruolo dei capitali nella transizione energetica

Al termine della Lectio Magistralis, Aghion si è confrontato con i rappresentanti dei fondi Algebris e Ambienta e della società di consulenza finanziaria Clearwater, affrontando il tema delle nuove strategie di investimento nella transizione energetica. Il confronto ha riguardato in particolare il ruolo dei capitali nel sostenere decarbonizzazione, innovazione e competitività industriale, mettendo in relazione gli obiettivi della transizione con le opportunità di investimento e sviluppo per le imprese.

Con l’intervento del Premio Nobel Philippe Aghion, NetZero Milan ha così riportato al centro del dibattito il rapporto tra capitale, energia e industria, offrendo un momento di confronto tra imprese, esperti e istituzioni sulle strategie necessarie a trasformare gli obiettivi climatici europei in nuove opportunità di crescita e competitività.

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Mattarella consegna Stelle Lavoro: Evitare che in futuro questa cerimonia premi umanoide più solerte

22 October 2026 at 15:11

(Agenzia Vista) Roma, 22 ottobre 2026
“L’intelligenza artificiale sta svolgendo” nel mondo del lavoro “una parte preponderante, incidendo in modo profondo sulla struttura della società, sui tempi e gli spazi nella vita di ciascuno. L’introduzione di robot umanoidi – nell’ordine di decine di migliaia nei prossimi anni – interroga il rapporto tra persona e lavoro. Vorremmo evitare che, tra qualche decennio, questa cerimonia possa essere sostituita da un concorso per l’umanoide più solerte”. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di consegna delle Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2026, al Quirinale.
Quirinale
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Mattarella ricorda vittime sul lavoro della miniera di Arsia: Nel 1940 drammatica catastrofe

22 October 2026 at 15:11

(Agenzia Vista) Roma, 22 ottobre 2026
“In questa occasione facciamo anche ricordo delle vittime sul lavoro della miniera di Arsia, nel 1940: ho aderito volentieri alle sollecitazioni rivolte dalla Federazione Maestri del Lavoro e dal Ministero del Lavoro per ricordare con un riconoscimento, sia pure di memoria, questi lavoratori che hanno perso la vita in quella drammatica catastrofe mineraria. A loro viene rivolto il nostro pensiero”, così Mattarella consegnando le Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2026.
Quirinale
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Meloni: Accordo con autotrasporto e risorse per agricoltura e pesca

22 October 2026 at 15:10

(Agenzia Vista) Roma, 22 ottobre 2026
“Ho chiesto al ministro dell’Interno Piantedosi di accogliere la richiesta che arriva dalle associazioni di autotrasportatori, agricoltori e della distribuzione per assicurare la libera circolazione, la fornitura di merci alle attività commerciali e quindi ai cittadini, evitando anche speculazioni che altrimenti sarebbero inevitabili sui prezzi”. Lo afferma la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social, pubblicando un video dopo il Cdm che ha approvato un decreto legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca.
Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Edison Censis, dall’energia al dialogo tra imprese e cittadini: ecco la nuova edizione dell’Osservatorio

22 October 2026 at 13:17

La nuova edizione dell’osservatorio Edison Censis è stata presentata nella sede di Palazzo Edison, da sei anni analizza l’evoluzione del rapporto con l’energia dei cittadini e delle imprese italiane, in particolare le più piccole.

Hanno partecipato all’incontro: Massimo Quaglini, amministratore delegato di Edison Energia, Barbara Terenghi, direttrice Sostenibilità di Edison Energia, Paolo Bettinelli, ad FIMINOX SPA, Massimiliano Valerii, direttore generale CENSIS, Sara Lena, ricercatrice Area Consumi mercati e welfare CENSIS, Alessia Cappello, assessora allo Sviluppo Economico e alle Politiche del Lavoro del Comune di Milano e Armando De Crinito, direttore Generale Sviluppo Economico presso Regione Lombardia, dialogando sull’evoluzione del rapporto con l’energia dei cittadini e delle imprese italiane, in particolare le più piccole.

L’importanza del brand è testimoniata anche dal suo impegno sociale. Gli italiani vogliono sempre più imprese che restituiscano qualcosa alle comunità in cui operano. “Il fornitore ideale non è più solo affidabile: è socialmente riconoscibile e credibile”, si legge nel rapporto. In particolare, più della metà degli intervistati chiede ai fornitori un impegno esplicito contro la povertà energetica.

Edison è società leader dell’energia, con oltre 140 anni di storia e primati che ne fanno il più antico operatore del settore in Europa e Edison Energia è la società del Gruppo Edison dedicata, sin dalla liberalizzazione dei mercati di riferimento, alla vendita di energia elettrica, gas naturale e wi-fi ai clienti finali.

Il servizio fotografico è stato realizzato e documentato da Nick Zonna.

Contatti:
mail zonnanick@gmail.com
Twitter@nickzonnaphoto https://nickzonna.wordpress.com
Instagram Photoconsult Web www.nickphotoconsult.jimdo.com
Blog nickzonna.wordpress.com/blog

Edison Censis, dall’energia al dialogo tra imprese e cittadini: ecco la nuova edizione dell’Osservatorio
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Blocco tir, Cdm approva Decreto aiuti. Meloni: In arrivo risorse, non tolleriamo intimidazioni

22 October 2026 at 13:17

(Agenzia Vista) Roma, 22 ottobre 2026
“Accordo con le associazioni dell’autotrasporto, risorse già in pagamento e nuove misure per agricoltori e pescatori approvate oggi in Consiglio dei Ministri. Il Governo ascolta chi manifesta pacificamente e lavora per dare risposte concrete”. Lo afferma la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui social, pubblicando un video mentre è in corso la conferenza stampa dopo il Cdm che ha approvato un decreto legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca.
Chigi
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Gratuito patrocinio vittime lavoro, sì unanime della Camera, applauso familiari vittime in Aula

22 October 2026 at 13:16

(Agenzia Vista) Roma, 22 ottobre 2026
Approvata all’unanimità con 220 voti favorevoli alla Camera dei Deputati la proposta di legge per il gratuito patrocinio per le vittime di infortuni sul lavoro. L’approvazione è stata accolta da un lungo applauso dell’Aula anche da alcuni familiari delle vittime sul lavoro presenti in tribuna in Aula.
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev

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Trump: Mai stati così vicini a un accordo con la Russia sul conflitto in Ucraina

22 October 2026 at 13:15

(Agenzia Vista) Washington, 22 ottobre 2026
“Nel negoziare con la Russia proprio adesso sull’Ucraina, siamo forse vicini a un accordo per la prima volta in molto tempo, forse siamo vicini a un accordo”. Lo ha detto il Presidente Usa Donald Trump a un punto stampa alla Casa Bianca.
CourtesyCasa Bianca
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhangiev

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Meloni, quattro anni dopo: 140 miliardi di sgravi, più occupati e conti sotto controllo. La partita economica di Giorgetti

22 October 2026 at 13:12

Meloni, quattro anni dopo

A Palazzo Chigi hanno scelto i numeri: 71 pagine per raccontare quattro anni di governo. E una cifra su tutte, 140 miliardi di euro, somma degli sgravi fiscali, contributivi e delle agevolazioni rivendicati dall’esecutivo per famiglie e imprese tra il 2023 e il 2027. Accanto, altri indicatori: 24,4 milioni di occupati, disoccupazione al 5,6%, deficit in calo e spread più che dimezzato rispetto al giorno dell’insediamento.

C’è poi il dato politico della stabilità. Il 4 settembre, a Bari, Meloni ha celebrato il primato di durata del suo governo. «Non era solo l’orgoglio per un record storico: quella stabilità ha consentito di tenere la rotta sulle scelte di bilancio, anche quando nella maggioranza si chiedeva di spendere di più», racconta un deputato di primo piano di Fratelli d’Italia. Una lettura che aiuta a capire il rapporto tra la premier e Giancarlo Giorgetti: ruoli diversi, ma la stessa necessità di evitare scossoni ai conti.

Giorgetti, nell’audizione parlamentare del 12 ottobre, l’ha detta a modo suo: «Non ho mai detto che questo governo ha fatto miracoli. Ho detto che ha tenuto la barca in galleggiamento». Non è una frase da manifesto elettorale. Ma per chi guida il Tesoro di un Paese con un debito pubblico così alto, tenere la barra dritta tra inflazione, crisi energetica e guerre è già parte del lavoro.

Il deficit, secondo il dossier, è passato dall’8,1% del Pil nel 2022 al 3,1% nel 2025; per il 2026 la previsione è del 2,9%. Sul miglioramento ha inciso anche l’esaurimento delle misure straordinarie e il peso contabile dei bonus edilizi. Resta una correzione che i mercati hanno osservato con attenzione. Lo spread Btp-Bund è sceso dai 236 punti base del 22 ottobre 2022 ai 109 del 15 ottobre 2026. Palazzo Chigi stima un risparmio potenziale di 3,5 miliardi annui sugli interessi nell’ipotesi di una riduzione stabile di 100 punti base sui nuovi titoli: non denaro già incassato, ma un margine che può crescere col tempo.

È anche il messaggio che Giorgetti manda agli alleati. Il ministro ha richiamato la credibilità conquistata dall’Italia, che permette di affrontare le turbolenze «su basi più solide». Intanto, sulla prossima legge di Bilancio si confrontano priorità diverse: famiglie, energia, imprese e investimenti. In uno scenario internazionale sempre più complicato, il problema è trovare le risorse. Giorgetti ha legato alcune scelte alla procedura europea sulla clausola di salvaguardia nazionale e ha chiesto un contributo a banche, assicurazioni e società energetiche. Secondo quanto si apprende, l’intenzione è proseguire sulla strada della riduzione delle imposte, con particolare attenzione al ceto medio e alle fasce più deboli.

Sul fisco, la priorità è stata il lavoro. Dei 140 miliardi indicati dal Governo, 38,8 sono riferiti al taglio del cuneo fiscale, 20 a quello contributivo e 25,3 alla riforma dell’Irpef: oltre 84 miliardi distribuiti su più anni. Dal sistema a quattro scaglioni del 2022 si è passati a tre: 23% fino a 28 mila euro, 33% tra 28 mila e 50 mila, 43% oltre. Per i dipendenti fino a 40 mila euro è stato inoltre reso strutturale il taglio del cuneo, attraverso indennità esenti e detrazioni differenziate.

Secondo l’esecutivo, cuneo e Irpef valgono insieme circa 21 miliardi all’anno di minore prelievo per i contribuenti interessati. È un punto sostanziale: gli interventi stabili pesano più dei bonus occasionali. Ma la cifra complessiva dei 140 miliardi comprende crediti d’imposta, incentivi, sgravi e interventi temporanei contabilizzati fino al 2027. Non sono 140 miliardi di tasse in meno ogni anno, né un assegno uguale per tutti.

Anche per questo la polemica sulla pressione fiscale, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, va maneggiata con precisione. Il quadro per il 2026 la colloca intorno al 43% del Pil: si possono ridurre singole imposte mentre il gettito complessivo cresce, spinto dall’occupazione, dai redditi nominali e dalla riscossione. Palazzo Chigi rivendica 101 miliardi recuperati dall’evasione nel triennio 2023-2025, di cui 36,2 nel 2025. Un risultato significativo, da leggere distinguendo le somme effettivamente recuperate dall’andamento ordinario delle entrate.

L’altro grande capitolo è l’occupazione. Il dossier indica 24,4 milioni di persone al lavoro, con il tasso di occupazione salito dal 60,1% del 2022 al 63% nel primo semestre 2026 e quello di disoccupazione sceso dall’8,1% al 5,6%. Il Governo parla anche di 1,4 milioni di posti stabili aggiuntivi. Sarebbe sbagliato attribuire ogni nuovo occupato a una singola misura: contano anche demografia, domanda delle imprese e andamento dell’economia. Ma è un dato che nessun bilancio del quadriennio può ignorare.

Più difficile è il tema delle buste paga. L’aumento degli occupati non cancella il problema dei salari reali, segnati dall’inflazione degli anni scorsi. Il fisco può restituire qualcosa ai lavoratori, non sostituire rinnovi contrattuali e produttività. Su questo terreno anche Bankitalia ha richiamato l’attenzione sui rischi legati a energia, tensioni internazionali e oneri finanziari, insistendo sull’utilità degli investimenti capaci di sostenere la crescita nel tempo. E l’esecutivo sta lavorando proprio a questo, secondo fonti del ministero dell’Economia, sempre compatibilmente con le risorse a disposizione.

Il Governo ha destinato, secondo il documento, 16,2 miliardi ad agevolazioni per gli investimenti e 14,9 miliardi a crediti d’imposta per le imprese alle prese con i rincari energetici. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione ha raggiunto il 51% nel secondo trimestre 2026, 4,4 punti percentuali in più rispetto al 2022. Qui Palazzo Chigi punta anche sulla ZES unica, con 10 miliardi di crediti d’imposta programmati fra 2024 e 2028 e un impatto economico stimato in 60 miliardi. La prova sarà vedere quanto di queste previsioni si tradurrà in fabbriche, lavoro e investimenti effettivi.

Il dossier lascia sul tavolo risultati e questioni ancora aperte. Meloni può richiamare stabilità, occupazione e interventi sul fisco; Giorgetti può rivendicare la scelta di non allentare la disciplina dei conti. Ma il passaggio più delicato è ancora davanti: far crescere produttività e salari senza perdere la fiducia dei mercati. La crescita sarà il banco di prova della prossima fase.

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Welcomed: il poliambulatorio che trasforma ogni visita in un gesto di solidarietà

22 October 2026 at 11:31

In una città dinamica e avanzata come Milano, dove l’eccellenza sanitaria convive spesso con il problema dell’accessibilità alle cure, esiste una realtà che ha scelto di mettere la solidarietà al centro del proprio modello organizzativo. Si chiama Welcomed ed è oggi una delle esperienze più significative di sanità sociale presenti sul territorio lombardo. Con tre sedi milanesi – due nel quartiere di Porta Romana e una nella zona di Sant’Ambrogio – e una quarta di imminente apertura a Cinisello Balsamo, Welcomed rappresenta molto più di un semplice poliambulatorio. È un progetto nato per garantire assistenza medica, psicologica e riabilitativa di qualità a bambini, adolescenti e famiglie, senza lasciare indietro chi si trova in condizioni di fragilità economica o sociale.

“Visita Sospesa”: la salute come strumento di inclusione

La filosofia che guida il centro è racchiusa nel programma “Visita Sospesa®”, un’iniziativa che ha saputo trasformare un gesto quotidiano come una visita medica in un concreto strumento di inclusione. Il meccanismo è semplice quanto efficace: gli utili generati dall’attività sanitaria, assieme alle donazioni provenienti dai sostenitori che credono nel modello, vengono interamente reinvestiti per finanziare prestazioni gratuite o agevolate destinate a persone che altrimenti non potrebbero accedere alle cure.

Dal 2016 a oggi questo modello ha consentito di erogare oltre 70.000 prestazioni gratuite, offrendo supporto sanitario, psicologico, diagnostico e riabilitativo a migliaia di persone. Un risultato che testimonia come sia possibile coniugare sostenibilità economica, qualità clinica e responsabilità sociale, creando un sistema virtuoso capace di generare valore per l’intera comunità. Particolarmente significativo è l’impegno rivolto ai più giovani. Oltre tre quarti dei beneficiari delle prestazioni solidali sono infatti bambini e adolescenti.

Un modello in cui ogni visita contribuisce alla solidarietà

Ogni paziente che accede alle prestazioni a pagamento non solo beneficia di assistenza di alta qualità fornita da un’équipe multidisciplinare, ma trasforma automaticamente il proprio gesto in un atto di solidarietà. Così, ogni pagamento diventa un contributo che sostiene chi è in difficoltà, creando un circolo virtuoso in cui la salute si fa bene comune. Come afferma il Presidente, Paolo Colonna: “Il nostro modello si fonda sulla solidarietà e sull’inclusione. In un momento in cui il Servizio Sanitario Nazionale fatica a garantire risposte adeguate, la nostra iniziativa rappresenta una valida alternativa che si affianca e sostiene questa necessità, promuovendo un benessere collettivo”.

Neuropsichiatria infantile, psicologia, logopedia, psicomotricità, supporto ai disturbi dell’apprendimento e percorsi dedicati al neurosviluppo rappresentano alcune delle aree nelle quali Welcomed interviene quotidianamente, affiancando le famiglie nei momenti più delicati della crescita. Attorno al progetto si è sviluppata nel tempo una vasta rete di collaborazioni che coinvolge 180 partner tra scuole, associazioni, enti del Terzo Settore, servizi sociali e strutture sanitarie. Grazie a questa sinergia è possibile individuare precocemente situazioni di disagio e offrire risposte concrete a chi ne ha più bisogno, contribuendo a ridurre quelle disuguaglianze che troppo spesso si riflettono anche nell’accesso alle cure.

Dagli ambulatori alle scuole

L’attività di Welcomed non si limita infatti agli ambulatori. Numerosi progetti vengono realizzati ogni anno nelle scuole del territorio, attraverso programmi di prevenzione, screening, sostegno psicologico ed educazione alla salute rivolti a studenti, insegnanti e famiglie. Un lavoro silenzioso ma fondamentale che mira a costruire una cultura della prevenzione e del benessere fin dall’infanzia.

In un’epoca in cui il tema dell’accessibilità sanitaria è sempre più centrale nel dibattito pubblico, Welcomed dimostra che esiste una strada capace di coniugare eccellenza professionale e attenzione alle persone più vulnerabili. Un modello che non si limita a curare le malattie, ma che contribuisce concretamente a costruire una società più equa e inclusiva. Perché la salute non dovrebbe essere un privilegio riservato a pochi, ma un diritto realmente accessibile a tutti. E a Milano c’è chi ha deciso di trasformare questo diritto costituzionale in una realtà quotidiana.

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L’AI entra nelle PMI, ma non ancora nella loro organizzazione: poche risorse e si sottovaluta la formazione

22 October 2026 at 11:30

Nelle piccole imprese italiane l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una questione puramente teorica. Scrive e-mail, prepara preventivi, riassume documenti, analizza dati. Le aree in cui viene impiegata di più sono il marketing e la comunicazione, al 54%, e l’analisi dei dati a supporto delle decisioni, al 53%, seguite dalle vendite e dalla gestione clienti al 39% e dall’amministrazione al 31%.

Il punto è in quale forma. Dopo due anni di discussione pubblica sull’argomento, nella grande maggioranza delle PMI l’intelligenza artificiale resta un esperimento individuale. Lo conferma la spesa: il 69% delle imprese ha investito meno di 5.000 euro negli ultimi dodici mesi, e in un caso su quattro non ha sostenuto alcun costo diretto. Nessuna delle PMI intervistate ha superato i 50.000 euro.

Dove l’AI è arrivata e dove no: i settori e i territori

Il quadro nazionale aiuta a capire perché. Secondo i dati Istat, nel 2025 l’intelligenza artificiale corre nei comparti che vivono di informazione e conoscenza: la usa regolarmente il 51% delle imprese dei servizi di informazione, il 37% delle telecomunicazioni, il 36% delle attività professionali e tecniche, il 33% dell’energia. Scende invece nei settori che fanno la struttura produttiva italiana e che sono anche quelli a più alta densità di piccole imprese: il commercio si ferma al 18%, la manifattura al 15%, l’alloggio e la ristorazione al 12%, le costruzioni al 10%. Fra il primo e l’ultimo comparto ci sono quaranta punti.

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La geografia racconta una storia diversa. L’adozione va dal 19% del Nord Ovest al 18% del Nord Est, scende al 15% nel Centro e al 12% nel Mezzogiorno: sette punti fra l’area più avanzata e quella più arretrata. Sembra molto, ma è cinque volte meno del divario che separa le grandi imprese dalle PMI, che nel 2025 ha raggiunto i 37 punti.

C’è però un movimento che merita attenzione. Nel giro di un solo anno il Nord Ovest è passato dall’8,9% al 19,3%, più che raddoppiando la propria quota e crescendo più della media nazionale, ferma a poco più di otto punti di incremento. Il divario territoriale è oggi contenuto, ma si sta allargando: le aree che erano già avanti stanno accelerando più in fretta delle altre.

Il beneficio c’è, ma non è ancora un beneficio economico

Il vantaggio più citato dalle PMI è il miglioramento della qualità del lavoro o del servizio, segnalato dal 46% delle imprese. Molto più indietro vengono i benefici che si vedono in bilancio: il 16% indica una riduzione dei costi effettivamente sostenuti, il 7% un aumento dei ricavi. Un altro 46% dichiara che è troppo presto per valutare.

Quando si chiede di quantificare quel beneficio in euro, il quadro si fa ancora più netto. Sul totale delle imprese, il 31% non è in grado di stimarlo o ritiene sia troppo presto per farlo e il 15% dichiara che un beneficio economico rilevabile non c’è. Una cifra la indica poco più di un’impresa su due: il 38% resta sotto i 20.000 euro l’anno, il 16% supera quella soglia.

Sul tempo vale lo stesso. Il 46% delle imprese non se la sente di stimare quante ore l’intelligenza artificiale faccia risparmiare in una settimana tipo. Un numero lo indica l’altra metà: il 31% fra le cinque e le venti ore, il 23% meno di cinque. Le imprese percepiscono un miglioramento, ma non lo sanno ancora tradurre in euro.

L’organizzazione non si è mossa, e nemmeno le competenze

Sull’organizzazione, invece, non è successo quasi nulla. Il 62% delle imprese non segnala conseguenze significative su mansioni, ruoli e organici. Solo il 7% ha riorganizzato mansioni e responsabilità, il 15% ha affidato il tema a una persona già in organico e il 30% si è appoggiato a specialisti esterni.

Lo stesso vale per le competenze. Il 46% delle imprese non ha speso nulla in formazione sull’AI negli ultimi dodici mesi: una metà di queste non ha svolto alcuna attività, l’altra si è affidata ad affiancamento interno e autoformazione senza costi diretti. Chi ha investito lo ha fatto con cifre contenute: il 23% fino a mille euro, un altro 23% fra mille e cinquemila, appena l’8% oltre.

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Il riflesso si vede sul tempo liberato. Il 60% delle imprese lo destina ad attività a maggior valore svolte dalle stesse persone e il 23% a gestire più lavoro senza nuove assunzioni. Ma il 31% dichiara che quel tempo non è stato reimpiegato in modo riconoscibile. Ed è anche la ragione per cui solo l’8% delle imprese misura il ritorno economico dell’intelligenza artificiale con indicatori definiti e rilevazioni periodiche, mentre il 46% dichiara di voler iniziare entro i prossimi dodici mesi.

“Un’ora liberata che nessuno reimpiega non è un risparmio, – spiega Fabio Papa, docente di economia e fondatore di I-AER – la persona resta in azienda, lo stipendio si paga lo stesso, il costo in bilancio no cambia. E non c’è molto da misurare finché il modo di lavorare resta quello di prima”.

Il freno non è quello che si pensa

Sul perché l’adozione resti sperimentale, l’indagine smentisce la spiegazione più diffusa. Le statistiche nazionali indicano da anni le competenze come primo ostacolo; per le imprese interpellate da I-AER il primo timore è un altro. Due PMI su tre indicano la riservatezza e la sicurezza dei dati, davanti alle competenze interne, al 54%, e alle difficoltà di integrazione con i software e i processi già in uso, al 46%.

I costi di adozione si fermano al 22%.

Accanto a questo arriva però il risultato più scomodo dell’indagine: solo il 4% delle imprese ha una policy scritta e comunicata sull’uso dell’intelligenza artificiale. Il 38% dichiara di averne una in fase di definizione, una su tre ammette di non avere alcuna regola, le altre si sono limitate a indicazioni verbali.

Il modo in cui gli strumenti entrano in azienda completa il quadro. Nella maggioranza dei casi è l’impresa a fornirli, ma solo ad alcune figure o funzioni: accade nel 54% dei casi, mentre appena l’8% li mette a disposizione di tutti i collaboratori interessati e il 23% ha scelto una soluzione installata su propri server o in un ambiente riservato. Nel 39% delle imprese, però, si lavora con account personali, e in gran parte dei casi senza che esista una regola sull’autorizzazione.

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“Due imprese su tre mettono la riservatezza dei dati al primo posto fra i timori. Sul totale, appena il 4% ha scritto un documento su che cosa si possa caricare e che cosa no. Il rischio è dichiarato con lucidità, le regole per presidiarlo quasi non esistono”, osserva Papa.

Il tema ha smesso di essere teorico il 2 agosto 2026, quando è entrata in applicazione generale la normativa europea sull’intelligenza artificiale, che stabilisce obblighi anche per chi questi strumenti si limita a utilizzarli. Nessuna impresa, però, la considera un freno: il 23% la giudica una garanzia, il 30% condivisibile nei principi ma onerosa nell’applicazione, il 31% non ne ha ancora risentito alcun effetto
pratico. Il 15% dichiara di non conoscerne il contenuto.

Nelle PMI non c’è una questione generazionale

C’è poi un risultato che contraddice un luogo comune molto diffuso. Sull’età dei collaboratori il 37% delle imprese osserva un interesse maggiore fra i più giovani, ma il 53% non rileva differenze significative, o le considera variabili e non riconducibili a una fascia anagrafica. Nessuna indica i collaboratori più anziani come i meno interessati.

Anche sui timori il quadro è diverso da quello raccontato. Due imprese su tre osservano nei propri collaboratori interesse e disponibilità a utilizzare questi strumenti; una su tre segnala preoccupazione per la difficoltà di apprendere nuove competenze, il 15% dubbi sull’utilità o sull’affidabilità degli strumenti e un altro 15% indifferenza. Solo il 7% riferisce timori sulla tenuta del posto di lavoro.

“Nelle piccole imprese la paura non è di essere sostituiti: è di non riuscire a stare dietro. È una differenza che cambia tutto, perché a quel timore non si risponde comprando nuove tecnologie ma con la formazione. Ed è esattamente la voce su cui quasi metà di queste imprese non ha speso un euro”, nota Papa.

Le conclusioni

L’intelligenza artificiale è arrivata nelle PMI italiane e vi è arrivata in fretta, ma si è fermata sulla soglia dell’organizzazione. Viene usata da quasi tutti e integrata quasi da nessuno, migliora il lavoro senza ancora migliorare i conti, e non ha modificato né le mansioni né gli organici né le competenze di chi quel lavoro lo svolge.

Non è un problema di tecnologia e nemmeno, a questo stadio, di risorse: la spesa dichiarata è ovunque contenuta e nessuna impresa indica i costi come ostacolo principale. È un problema di passaggio da strumento personale a processo aziendale, e quel passaggio richiede decisioni che nessuna tecnologia può prendere al posto dell’imprenditore: quali attività ridisegnare, dove far confluire il tempo che si libera, quali informazioni possono uscire dall’azienda e quali no.

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È anche la ragione per cui il ritardo delle PMI non si recupera comprando: chi usa questi strumenti da più tempo non ha acquistato un vantaggio, lo ha costruito capendo quali attività reggono l’automazione e quali no. È un apprendimento che richiede mesi di prove sui propri processi, e in quei mesi la distanza fra chi ha cominciato e chi no continua ad allargarsi.

Nel frattempo resta aperto il fronte più scoperto. Fra le imprese interpellate, i dati che escono dall’azienda sono il rischio più citato, e le regole scritte per governarlo la voce meno diffusa di tutta l’indagine. È una sproporzione che la normativa europea, ora pienamente applicabile, rende difficile mantenere ancora a lungo.

“Lo strumento – conclude Papa – è uguale per tutti e costa poco: non è lì che si decide chi guadagnerà da questa tecnologia. Si decide ridisegnando i processi, reimpiegando efficacemente le ore liberate e codificando le regole per il trattamento dei dati in azienda. Il vantaggio competitivo non nasce dall’intelligenza artificiale: nasce da chi la sa governare”.

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Proteste tir, Nordio: “Pericolo di infiltrazioni mafiose”. E sui minori di Milano: “Lavoriamo per ampliare le carceri”

22 October 2026 at 11:28

Carlo Nordio: “Rischio infiltrazioni mafiose nelle proteste dei tir”. Allarme anche sui minori violenti

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso preoccupazione per possibili infiltrazioni criminali nelle proteste degli autotrasportatori. Intervenuto a Start su Sky TG24, il Guardasigilli ha dichiarato che “c’è una forte probabilità di strumentalizzazione e di infiltrazioni criminali. Non ho mai pensato che, come sostiene qualcuno, certe regioni siano governate dalla criminalità organizzata, ma che le mafie ci siano e possano infiltrarsi in una situazione di questo tipo mi pare altamente probabile”.

“Il diritto al dissenso, il diritto allo sciopero, il diritto alla manifestazione anche vigorosa, non può mai compromettere il diritto al lavoro e il diritto agli altri, quindi in un certo modo bisogna pure intervenire per evitare che a chi vuole lavorare venga impedito di lavorare, e chi invece manifesta legittimamente per la situazione di disagio che tutti conosciamo abbia comunque il diritto di protestare”, ha aggiunto. Una combinazione non facile da trovare ma urgente da ricercare, “vista anche un’emergenza alimentare, di cui abbiamo conoscenza soprattutto nell’Italia meridionale”.

Il decreto sicurezza

Nel corso dell’intervista, il ministro si è soffermato anche sul nuovo decreto sicurezza, escludendo che le misure previste possano comprimere il diritto di protesta. “Non ci sono minimamente interventi che limitino la libertà di manifestare. Il provvedimento, che è molto complesso, tipicizza molte le condotte punibili, quindi in un certo senso garantisce di più quelli che invece manifestano in modo pacifico. La manifestazione pacifica, per quanto possa essere vivace, e deve esserlo in democrazia perché il dissenso è il sale della democrazia, certo non può trasferirsi in comportamenti come quelli di devastazione e saccheggio che abbiamo visto”.

Sul fronte delle novità introdotte dal decreto sicurezza, tra cui il reato di violenza organizzata durante le manifestazioni pubbliche, Carlo Nordio ha spiegato che l’inasprimento delle norme penali risponde all’emergere di fenomeni nuovi, per i quali la legislazione esistente non offrirebbe strumenti adeguati. “È vero che creiamo nuovi reati e inaspriamo le pene, ma siamo ‘costretti’ a farlo davanti a comportamenti nuovi, imprevisti e imprevedibili, che hanno un vuoto di tutela penale. Il diritto penale dovrebbe precedere, ma a volte deve seguire quella che è l’evoluzione dei comportamenti che possono mettere a rischio la tutela individuale e collettiva. Quello che non era previsto era una violenza organizzata nelle manifestazioni soprattutto attraverso una promozione, anche telematica, che un tempo non esisteva e che va studiata, che è del tutto inedita. Le manifestazioni, anche politicamente aggressive, degli anni scorsi, avevano dei connotati che sono diversissimi da questi di oggi dove il saccheggio è fine a sé stesso e dove vi è una partecipazione minorile, o addirittura di persone non imputabili, che una volta non esisteva. Quindi punire chi organizza queste manifestazioni, in questo modo, era un vuoto di tutela”, ha aggiunto il Guardasigilli.

L’imputabilità

Il ministro ha poi escluso modifiche all’età prevista per l’imputabilità. “Non è all’ordine del giorno abbassare ulteriormente l’età per l’imputabilità, non sarebbe blasfemo pensare di abbassarla ma ad oggi non abbiamo intenzione di farlo. Una norma che vieti i social ai minori di 14 anni in modo bipartisan? Speriamo che il Parlamento ragioni su questa senza dover diminuire l’età dell’imputabilità, questa sarebbe per esempio una delle ottime vie da seguire”. 

Quanto al fermo preventivo nei confronti dei minori, questo “non comporta la detenzione in carcere” – ha replicato Nordio – “ma è una delle poche forme di deterrenza utile in questi casi: vedere sui social se ci si dà appuntamento per devastazioni e saccheggi consente di prevenire che ciò accada, proprio bloccando prima i ragazzi”.

Nordio ha poi osservato che “una serie di arresti massicci nei confronti di minori non era mai avvenuta. Vi sono dei momenti in cui è necessario mandare dietro le sbarre i minori violenti, ma il sistema carcerario minorile in questo momento è effettivamente in sofferenza. Proprio ieri abbiamo fatto una riunione per cercare di risolvere il problema, sia stanziando quei pochi fondi che abbiamo per ampliare la capienza delle carceri minorili, sia eventualmente per trovare accordi perché sezioni di carceri per maggiorenni possano essere destinati ai minori. Tutti siamo dell’idea che bisogna intervenire sul disagio giovanile, siamo d’accordo che non bisogna lasciare spazio al razzismo, perché molti di questi ragazzi sono italianissimi e magari figli di buone famiglie, ma il problema c’è e forse è il più urgente da risolvere”.

L’esercito

“Probabilmente è stata enfatizzata da ambo le parti della presenza dell’esercito, che c’è da sempre, perché avrete notato da anni le pattuglie composte da due militari in divisa e da un poliziotto che sta in mezzo. In questi casi il compito di polizia di sicurezza e di polizia giudiziaria è assicurato dall’agente in divisa che però è aiutato da due persone, generalmente addestrate anche alla difesa fisica nel caso in cui ci fossero delle reazioni violente. L’esercito può sostituire la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza e anche la polizia giudiziaria, in genere in quelle attività di presidio dove non è necessario essere ufficiali di polizia giudiziaria”, ha concluso.

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Eurallumina, 4 operai protestano a 60 metri d’altezza. Sul forno di calcinazione per chiedere risposte

22 October 2026 at 11:23

“Basta rinvii, ora ognuno si assuma le proprie responsabilità“. Quattro operai dell’Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis, in Sardegna, sono saliti in cima al forno di calcinazione statico numero 1, a oltre 60 metri d’altezza. La decisione è arrivata durante durante il sit-in e l’assemblea organizzati stamani davanti allo stabilimento, indetti dalle segreterie territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil. La protesta arriva alla vigilia del vertice convocato per domani al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

I lavoratori di Eurallumina tornano sul forno di calcinazione, a oltre 60 metri d’altezza, per chiedere risposte sul futuro dello stabilimento di Portoscuso. Una delegazione ha occupato la sommità del forno statico numero 1 mentre ai cancelli si svolgevano il sit-in e l’assemblea dei dipendenti. La mobilitazione arriva alla vigilia dell’incontro convocato per domani, 23 ottobre, al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).

Gli operai chiedono al tavolo ministeriale almeno lo stanziamento immediato delle risorse necessarie a mantenere operativo l’impianto fino alla fine dell’anno e, se necessario, per tutto il tempo utile a individuare una soluzione strutturale. “Ritrovarci quassù quasi un anno dopo è la prova più evidente di quanto poco sia cambiato”, si legge nel comunicato della protesta. I colleghi rimasti in presidio ai cancelli sostengono l’iniziativa, diretta al Governo, ai ministeri, alla Regione e agli enti locali.

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Poltrone/ Gedi, Annalisa Cuzzocrea nuova direttrice di HuffPost Italia

22 October 2026 at 11:19

Gedi, dopo Mattia Feltri arriva Annalisa Cuzzocrea per dirigere HuffPost Italia

Gedi ha annunciato la nomina di Annalisa Cuzzocrea alla direzione di HuffPost Italia. “Annalisa Cuzzocrea porta a HuffPost una solida esperienza giornalistica e una profonda conoscenza della politica e delle istituzioni. Le affidiamo la guida della testata con fiducia, certi che saprà valorizzarne l’identità e accompagnarne lo sviluppo, insieme alla redazione”, dichiara Mirja Cartia d’Asero, presidente e amministratrice delegata di Gedi.

Editorialista e inviata di Repubblica, Cuzzocrea ha seguito i principali avvenimenti politici degli ultimi anni. Nel corso della sua carriera ha lavorato a Radio Capital e Repubblica Tv, è stata vicedirettrice de La Stampa.

Gedi era in cerca di un direttore da quando a luglio di quest’anno Mattia Feltri si era dimesso dall’incarico dell’edizione italiana dello HuffPost. Feltri, che ha 57 anni, dirigeva lo HuffPost dall’aprile del 2020 ed era succeduto a Lucia Annunziata, che aveva diretto il sito sin dalla sua fondazione nel 2012. Prima di dirigere lo HuffPost aveva lavorato al Foglio e a Libero (fondato dal padre Vittorio Feltri); aveva tenuto per anni la rubrica giornaliera “Buongiorno” sulla Stampa.

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Intesa Sanpaolo rafforza il sostegno alle startup, all’innovazione e alla transizione sostenibile

22 October 2026 at 09:51

Intesa Sanpaolo, con Up2Stars e In Action Esg CLIMATE 40 startup accelerate e tre progetti green premiati con 100mila euro ciascuno

Intesa Sanpaolo consolida il proprio impegno a favore dell’innovazione, delle startup e della transizione sostenibile con l’evento conclusivo di Up2Stars e In Action Esg CLIMATE, due programmi complementari sviluppati insieme a Intesa Sanpaolo Innovation Center. Le iniziative puntano a sostenere la crescita delle giovani imprese innovative e a valorizzare progetti capaci di generare un impatto concreto sul piano ambientale. 

Il Gruppo ha sostenuto negli ultimi dieci anni la crescita dell’ecosistema dell’innovazione attraverso circa 1 miliardo di euro di finanziamenti destinati a oltre 4.200 startup e imprese innovative. Nell’ambito dell’evento sono state inoltre premiate tre realtà con un contributo di 100mila euro ciascuna, per un totale di 300mila euro, attraverso il programma In Action Esg CLIMATE. 

Up2Stars, promosso dalla Divisione Banca dei Territori guidata da Stefano Barrese, sostiene la crescita delle startup ad alto contenuto tecnologico, favorendone il dialogo con imprese, investitori e operatori specializzati. In Action Esg CLIMATE, promosso da Intesa Sanpaolo Assicurazioni guidata da Virginia Borla, è invece dedicato ai progetti capaci di produrre un impatto ambientale concreto e misurabile. Il Grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino ha ospitato le 40 startup protagoniste del percorso di accelerazione di Up2Stars, sviluppato attraverso un network di partner che comprende ELITE, Digit’Ed, Microsoft, Innovit e Factory Plus in qualità di acceleratore. 

Nel corso dell’evento sono state premiate anche le tre startup vincitrici della quarta edizione di In Action Esg CLIMATE, selezionate tra 231 candidature. Tra i progetti premiati figura Rarearth, di Monte San Vito, in provincia di Ancona, che ha sviluppato un processo per il riciclo delle terre rare contenute nei magneti a fine vita, destinato alla produzione sostenibile di nuovi magneti ad alte prestazioni. Premiata anche Pipein, di Torino, con il progetto “Waterguard”, una soluzione pensata per ridurre le perdite nelle condotte idriche sommerse o pressurizzate attraverso sistemi robotici e tecnologie di intelligenza predittiva.

Il terzo riconoscimento è andato a Voidless, di Milano, che innova il settore della logistica producendo in tempo reale scatole su misura per ogni ordine, con l’obiettivo di ridurre costi, sprechi e impatto ambientale. La terza edizione di Up2Stars, lanciata a giugno 2025, ha raccolto 500 candidature e selezionato 40 startup ad alto potenziale, dieci per ciascuno dei quattro ambiti considerati prioritari per il sistema produttivo italiano: Nuovi materiali, Robotica, Aerospazio e Design Tech.

Le startup hanno seguito gratuitamente un percorso di accelerazione curato da Factory Plus, con attività di mentorship e approfondimenti specialistici. Nei quattro Demo Day conclusivi, realizzati con il sostegno di Visa, le realtà selezionate hanno presentato soluzioni in settori che spaziano dall’economia circolare all’intelligenza artificiale, dalla salute alla manifattura digitale, dall’automazione industriale alla space economy.

La distribuzione geografica delle 40 startup vede il Nord Italia ospitarne il 75%. La Lombardia è la regione più rappresentata, con 16 startup, di cui 13 a Milano, mentre la presenza di realtà innovative in Campania, Marche e Puglia testimonia la crescita di nuovi poli imprenditoriali anche al di fuori dei tradizionali hub del Nord. Dal 2022, In Action Esg CLIMATE ha raccolto complessivamente oltre 600 candidature, premiato 14 progetti e assegnato grant per più di 2 milioni di euro. 

Con 1.500 candidature e 120 startup accelerate in tre edizioni, Up2Stars accompagna le imprese innovative dalla fase di accelerazione fino all’accesso al mercato dei capitali attraverso la Lounge ELITE Intesa Sanpaolo. Ad oggi sono 62 le startup entrate nella Lounge, di cui 12 provenienti dall’ultima edizione. 

Negli ultimi dieci anni Intesa Sanpaolo ha inoltre erogato circa 1 miliardo di euro a oltre 4.200 startup e imprese innovative, raggiungendo una quota di mercato del 31% nel segmento startup e del 54% tra le PMI innovative. Nel 2024, inoltre, 12 startup selezionate tra le migliori partecipanti alle prime due edizioni di Up2Stars hanno preso parte a una missione negli Stati Uniti, organizzata dalla Banca dei Territori insieme a INNOVIT, l’Italian Innovation and Culture Hub nella Silicon Valley. L’evento conclusivo ha rappresentato anche un momento di confronto sui temi dell’innovazione e della crescita sostenibile, con gli interventi di Agostino Deiana, Anna Roscio e Serena Fumagalli, oltre alle testimonianze di alcune delle startup accelerate nel programma. 

Al centro della giornata anche la tavola rotonda “L’innovazione a servizio della crescita e delle transizioni sostenibili”, con la partecipazione di Viviana Bacigalupo, Direttrice Generale di Intesa Sanpaolo Innovation Center, Matteo Bertocchi, CEO e Founder di Novac, Antonio Granito, Executive Director Area Finanza e Sostenibilità di Intesa Sanpaolo Assicurazioni, e Stefano Peroncini, Chief Executive Officer di Eureka! Venture SGR. 

Nel corso della cerimonia Lauretta Filangieri, Responsabile Sostenibilità di Intesa Sanpaolo Assicurazioni, ha assegnato i tre contributi, mentre Virginia Borla, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Intesa Sanpaolo Assicurazioni e Responsabile della Divisione Insurance di Intesa Sanpaolo, ha chiuso i lavori sottolineando il valore strategico dell’ecosistema dell’innovazione e il ruolo delle assicurazioni nel sostenere lo sviluppo sostenibile e la competitività del sistema economico.

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Militari in città, ma che cosa possono fare in concreto? L’operazione Strade sicure e l’insicurezza dei soldati

22 October 2026 at 09:47

Per fronteggiare l’emergenza di Milano, dovuta agli scontri tra manifestanti violenti e polizia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha deciso di inviare i rinforzi, 500 militari. Ma dopo un confronto tra Chigi e il Colle si è deciso di non assegnare a questi soldati gli stessi poteri dei poliziotti. Il rischio ora è che in pericolo siano proprio questi militari e che il loro apporto sia inutile, visto che non potranno disporre di taser, manette e sparay urticanti per difendersi da eventuali attacchi. I 500 militari rientrano quindi nella quota di rinforzi della legge istituita dal quarto governo Berlusconi e denominata appunto “Strade sicure“. Attualmente ci sono 6.800 militari impegnati in questo servizio in tutta Italia, ai quali si aggiungeranno i 500 destinati a Milano.

Cosa possono fare? Sono due – riporta Il Corriere della Sera – le linee di intervento affidate ai militari di Strade sicure: la difesa “statica” di obiettivi sensibili (come le ambasciate) e il monitoraggio dinamico del territorio tramite pattugliamento a piedi, solo in affiancamento degli agenti di pubblica sicurezza (carabinieri, poliziotti, agenti della guardia di finanza). In entrambi i casi i militari sono a disposizione dell’autorità di pubblica sicurezza (prefetto e questore). Come gli altri agenti di pubblica sicurezza, possono identificare e controllare le generalità. Possono perquisire sul posto, ma solo in caso di fondato sospetto che un soggetto sia in possesso di armi, munizioni, esplosivi.

Cosa non possono fare? Non essendo agenti di polizia giudiziaria, i militari non possono ricevere querele e denunce, non possono né svolgere indagini né interrogare, non possono cercare droga o refurtiva o altri corpi di reato in una perquisizione personale. Devono svolgere il proprio ruolo congiuntamente alle forze di polizia.

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Banca Ifis, al fianco di Euro Stampi nell’operazione di M&A con HAIDLMAIR

22 October 2026 at 09:44

Banca Ifis, la divisione Fürstenberg advisor esclusivo nell’acquisizione del 75% di Euro Stampi da parte del gruppo austriaco

Banca Ifis rafforza la propria attività di advisory alle imprese e affianca Euro Stampi nell’operazione di M&A che ha portato il gruppo austriaco HAIDLMAIR ad acquisire una quota di maggioranza pari al 75% della società italiana. L’operazione è stata seguita dalla divisione Fürstenberg di Banca Ifis, che ha agito in qualità di financial advisor esclusivo dei soci di Euro Stampi.

La Banca ha affiancato i soci lungo l’intero processo, dalla strutturazione dell’operazione alla ricerca del partner internazionale, dalla gestione delle negoziazioni fino al closing. Le cinque famiglie fondatrici resteranno nel capitale di Euro Stampi, mantenendo ciascuna una partecipazione del 5%, per una quota complessiva del 25%.

“L’operazione tra Euro Stampi e HAIDLMAIR testimonia la capacità di Banca Ifis, attraverso la divisione Fürstenberg, di mettere competenze specialistiche e conoscenza del tessuto produttivo italiano al servizio degli imprenditori”, dichiara Cataldo Conte, Responsabile Corporate & Investment Banking di Banca Ifis.

“Il nostro obiettivo è quello di sostenere i percorsi di crescita, consolidamento e apertura internazionale delle loro imprese, con servizi profilati su misura che li accompagnino nelle sfide su mercati sempre più competitivi. Questa operazione evidenzia come oggi Banca Ifis sia un operatore bancario completo per i servizi alle imprese, capace di integrare credito, equity e advisory su operazioni straordinarie”, aggiunge Conte.

L’operazione, gestita dal deal team di Fürstenberg composto da Michele Nataloni, Alfredo Leonelli e Francesco Maggiori, dà vita a una partnership industriale tra due realtà di riferimento internazionale nella progettazione e nella costruzione di stampi.

L’integrazione delle rispettive competenze e capacità produttive consentirà alle due società di rafforzare l’offerta rivolta ai clienti e sostenere il proprio sviluppo sui mercati internazionali. Euro Stampi e HAIDLMAIR continueranno comunque a operare come società e brand indipendenti.

Il deal si inserisce nel percorso di crescita del Corporate & Investment Banking di Banca Ifis, che dall’inizio del 2026 opera sotto il nuovo brand Fürstenberg. La strategia punta a rafforzare il ruolo della Banca come partner specializzato delle imprese, mettendo a disposizione competenze finanziarie e industriali per accompagnarne le principali scelte strategiche.

Attraverso l’advisory M&A, affiancata alle competenze di Equity Capital Markets, Finanza Strutturata ed Equity Investment, Banca Ifis si propone come one stop shop a supporto degli imprenditori e delle PMI italiane nelle operazioni di crescita, aggregazione, apertura del capitale e sviluppo internazionale. Il team M&A del Corporate & Investment Banking, costituito nel 2020, ha già accompagnato oltre 10 società in operazioni straordinarie.

Euro Stampi, fondata nel 1982 e con sede a Jesi, in provincia di Ancona, è specializzata nello sviluppo e nella produzione di stampi a iniezione di medie e grandi dimensioni destinati ai settori del packaging e delle tecnologie ambientali. L’azienda opera in oltre 40 Paesi, impiega più di 100 collaboratori e dispone di una superficie produttiva superiore a 6.000 metri quadrati.

HAIDLMAIR, con sede a Nußbach, in Austria, è uno dei principali fornitori di stampi a iniezione ad alte prestazioni ed è leader europeo nella produzione di stampi per contenitori destinati allo stoccaggio e alla logistica, cassonetti per la raccolta differenziata, pallet e altri manufatti in plastica di grandi dimensioni.

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Riccardo Minola: “Forza muscolare e capacità aerobica predicono la longevità. Nessun integratore si avvicina”

22 October 2026 at 09:23

Imprenditori, leader del terzo settore, grandi interpreti dell’associazionismo e del civismo. Persone impegnate a costruire qualcosa di significativo. Protagonisti. A Milano, in Lombardia, in Italia. Su Affaritaliani.it Milano una rubrica dedicata al racconto di donne e uomini che con le loro iniziative, le imprese, la loro visione, forgiano quotidianamente la nostra realtà. A curare questo spazio, Mario Furlan: fondatore dei City Angels, ma anche attivista, giornalista, scrittore, coach motivazionale. Insomma, uno che di protagonisti se ne intende eccome.

Medico chirurgo specialista in ortopedia, il dottor Riccardo Minola ha oltre quarant’anni di esperienza maturata tra la medicina, la chirurgia ortopedica e lo sport ad altissimo livello. Formatosi al Gaetano Pini e tra Berna, Lione e Pittsburgh, ha diretto la Chirurgia Ortopedica dell’Humanitas ed è past president della Società Italiana di Artroscopia. Nel 2005 ha operato alla spalla Gianluigi Buffon, che l’anno successivo sarebbe diventato campione del mondo.

Negli anni Minola ha affiancato all’esperienza sui danni e sulle patologie del corpo un’attenzione sempre maggiore alla medicina del benessere, dello sport e della performance. Oggi è Medical Director di Yamaha Motor Racing e segue la squadra in MotoGP, un ambiente in cui corpo e mente vengono portati al limite e nel quale ogni parametro può contribuire alla prestazione. Nel suo studio di Milano segue atleti e pazienti di ogni età e lavora allo sviluppo di un “gemello digitale” (Digital Twin) per misurare lo stato di benessere e comprendere come migliorare la performance.

Ma cosa può insegnare l’altissimo livello a chi non corre a oltre 300 km/h e vuole semplicemente stare bene e invecchiare meglio? Con Minola abbiamo parlato delle abitudini che incidono sulla longevità, dell’importanza della forza muscolare e dell’attività aerobica, degli effetti di smartphone e computer su collo e spalle e degli esercizi utili per prevenire problemi. Ma anche del confine tra scienza del benessere e consumismo del wellness, in un mercato sempre più affollato di integratori, app, dispositivi e protocolli che promettono di misurare e migliorare la salute.

Dottore, da dove si comincia?
Dalle basi, banali solo in apparenza: dormire bene, muoversi ogni giorno, allenare la forza, mangiare in modo semplice, coltivare le relazioni. Forza muscolare e capacità aerobica sono tra i più solidi predittori di longevità. Nessun integratore si avvicina a questi effetti.

Lo smartphone ci rovina il collo?
Il problema non è la curva, è il tempo. Restare a lungo con la testa in avanti, al telefono o al computer, carica collo e spalle. Non esiste una postura perfetta: la migliore è la prossima. Telefono all’altezza degli occhi, una pausa ogni 30-40 minuti, qualche rotazione delle spalle e un’apertura del torace.

Le spalle sono il punto debole di molti. Cosa fare?
La spalla, l’articolazione più mobile del corpo, vive dell’equilibrio muscolare. Con un elastico bastano pochi esercizi: rotazioni esterne con il gomito al fianco, rematori e le «Y-T-W» a busto inclinato per stabilizzare la scapola. Poi la mobilità della colonna dorsale: una schiena rigida sovraccarica la spalla. Carichi progressivi, due o tre volte a settimana.

E cosa evitare?
Lento e lat machine dietro la nuca, che stressano la spalla anteriore; le tirate al mento con i gomiti alti; i dip profondi con sovraccarico. E l’errore più comune: smettere di muovere una spalla che fa male. Quasi sempre il carico graduale è la cura, non il nemico. Per alcuni casi, un buon programma di esercizi vale quanto l’intervento.

Integratori, app, dispositivi: il benessere è ovunque. È un bene?
La scienza dello stare bene esiste ed è rigorosa. Il consumismo del benessere è un’altra cosa: come in tanti ambiti della vita, ci fa inseguire dettagli e apparenze e ci allontana dal contenuto. Il protocollo miracoloso, l’esame che nessuno ha chiesto, l’integratore di moda, il dato dello smartwatch letto senza contesto. In MotoGP misuriamo moltissimo, ma un dato vale solo se cambia una decisione. Prima di comprare qualcosa per la salute, chiedetevi se avete già fatto le cose semplici. Quasi sempre la risposta è no.

L'articolo Riccardo Minola: “Forza muscolare e capacità aerobica predicono la longevità. Nessun integratore si avvicina” proviene da Affaritaliani.it.

Il 2030 è dietro l’angolo. E se l’intelligenza artificiale facesse saltare la cassaforte del mondo?

22 October 2026 at 09:20

Il commento

C’è una data che dovrebbe togliere il sonno ai governi, ai banchieri centrali, ai vertici delle grandi aziende tecnologiche. E, a pensarci bene, anche a ciascuno di noi. Il 2030. Mancano poco più di tre anni. Un tempo brevissimo, se paragonato alla portata della trasformazione che ci attende. Perché entro quella data potremmo trovarci di fronte a un problema che oggi viene discusso soprattutto nei laboratori di ricerca e negli ambienti della cybersicurezza, ma che riguarda direttamente la tenuta dell’economia mondiale: la possibilità che le tecnologie sulle quali abbiamo costruito la fiducia digitale diventino improvvisamente vulnerabili.

Non sto parlando soltanto di Bitcoin. E neppure dell’ennesima bolla finanziaria pronta a scoppiare. Il problema è molto più profondo. Riguarda la possibilità di dimostrare che un pagamento è autentico, che una transazione è stata autorizzata dal legittimo proprietario, che una comunicazione riservata non è stata intercettata, che un ordine impartito attraverso una rete informatica proviene effettivamente da chi sostiene di averlo inviato. In altre parole, riguarda qualcosa che abbiamo imparato a considerare scontato: la fiducia nei sistemi digitali.

Per capire la gravità della questione bisogna partire da una constatazione. Negli ultimi vent’anni abbiamo trasferito una parte crescente della nostra esistenza dentro infrastrutture informatiche che funzionano grazie alla crittografia. Il denaro, le identità, le comunicazioni, i contratti, i segreti industriali. Tutto è protetto da sofisticati sistemi matematici che rendono estremamente difficile, per i computer tradizionali, violare determinate chiavi di sicurezza. Il punto è che questa protezione non è una legge di natura. Dipende dalla capacità di calcolo disponibile. E quella capacità sta cambiando.

L’intelligenza artificiale accelera la ricerca, individua vulnerabilità, automatizza gli attacchi. Il quantum computing promette di fare qualcosa di ancora più radicale: risolvere problemi matematici che oggi consideriamo praticamente impossibili. La combinazione delle due tecnologie potrebbe cambiare le regole della sicurezza digitale.

Prendiamo Bitcoin. La blockchain è stata presentata per anni come una delle innovazioni più sicure mai concepite. Un registro distribuito, non controllato da un’autorità centrale, nel quale le transazioni vengono validate attraverso meccanismi crittografici. Una costruzione ingegnosa, che ha resistito a numerosi attacchi e ha alimentato un intero universo finanziario. Eppure anche questa architettura ha un punto vulnerabile. Le firme digitali utilizzate per autorizzare le transazioni si basano su algoritmi che un computer quantistico sufficientemente potente potrebbe compromettere. In particolare, potrebbe risalire da determinate chiavi pubbliche alle corrispondenti chiavi private, consentendo a un aggressore di disporre di fondi che non gli appartengono.

Non significherebbe cancellare magicamente la blockchain. Significherebbe mettere in discussione la prova stessa della proprietà digitale. Che, per una moneta nata per eliminare la necessità di fidarsi di un intermediario, sarebbe un paradosso devastante. Il problema non è fantascientifico. Nel marzo 2026 Google Quantum AI ha pubblicato una ricerca che ridimensiona le risorse teoricamente necessarie per compromettere la crittografia a curve ellittiche utilizzata anche dalle criptovalute. Non significa che oggi qualcuno possa violare Bitcoin. Significa, però, che la distanza tecnologica da quel risultato potrebbe essere inferiore a quanto si pensava. E qui nasce una domanda inquietante. Che cosa accadrebbe se un giorno venisse annunciato che una macchina è riuscita a ricavare una chiave privata da una chiave pubblica?

Non servirebbe aspettare furti su larga scala. Basterebbe la notizia. I mercati comincerebbero a interrogarsi sulla sicurezza dei patrimoni custoditi nei portafogli digitali. Gli operatori dovrebbero distinguere gli indirizzi vulnerabili da quelli protetti. Le piattaforme sarebbero costrette ad accelerare aggiornamenti delicatissimi. La fiducia, che nel sistema finanziario è importante quanto il capitale, subirebbe un colpo difficilmente quantificabile.

Ma sarebbe un errore fermarsi alle criptovalute. Il vero rischio è che Bitcoin rappresenti soltanto il primo campanello d’allarme di una crisi molto più estesa. Pensiamo ai sistemi di pagamento. Ogni giorno miliardi di operazioni attraversano una rete mondiale fatta di banche, circuiti di carte, piattaforme digitali, infrastrutture interbancarie e sistemi di regolamento. Non tutti utilizzano gli stessi algoritmi e non tutti presentano le medesime vulnerabilità. Ma molti dipendono, direttamente o indirettamente, da protocolli crittografici che dovranno essere aggiornati per resistere ai futuri computer quantistici. Se la transizione non avvenisse in tempo, il problema potrebbe diventare sistemico. Non perché un computer quantistico sarebbe automaticamente capace di svuotare ogni conto corrente. Sarebbe una rappresentazione sbagliata. Ma perché la compromissione di componenti critiche dell’autenticazione e delle comunicazioni potrebbe mettere in difficoltà intere catene di pagamento, costringendo gli operatori a sospendere servizi, sostituire certificati, verificare transazioni e ripristinare la sicurezza.

Immaginiamo per un istante una grande infrastruttura finanziaria costretta a fermarsi per verificare l’affidabilità delle proprie chiavi crittografiche. I bonifici internazionali rallentano. Le imprese incontrano difficoltà nei regolamenti. Le banche devono gestire un’ondata di richieste e controlli. I mercati reagiscono all’incertezza. Le catene di fornitura, che già oggi dipendono da pagamenti tempestivi e flussi informativi continui, subiscono nuove interruzioni.

È uno scenario, non una previsione. Ma è uno scenario che chi governa la finanza non può permettersi di ignorare. E c’è un aspetto ancora più delicato. La sicurezza nazionale. Siamo abituati a pensare alla guerra attraverso carri armati, missili, droni e sistemi di difesa. Ma un esercito moderno è anche una gigantesca organizzazione digitale. Deve pagare personale e fornitori, trasferire risorse, acquistare componenti, gestire informazioni riservate, proteggere comunicazioni e autenticare ordini.

Le criptovalute sono già entrate nell’economia dei conflitti, attraverso donazioni, trasferimenti transfrontalieri, finanziamenti e circuiti alternativi utilizzati anche per aggirare restrizioni finanziarie. Questo non significa che gli eserciti paghino ordinariamente i propri soldati in Bitcoin: non ci sono elementi per considerarla una pratica generalizzata. Significa però che gli asset digitali sono ormai parte dell’infrastruttura finanziaria che circonda la guerra. E se la crittografia che protegge queste operazioni diventasse vulnerabile, le conseguenze potrebbero andare ben oltre la perdita di denaro.

Un sistema militare deve poter essere certo dell’identità di chi impartisce un comando, dell’integrità di un messaggio e della riservatezza di un’informazione. Un avversario capace di compromettere alcuni di questi meccanismi potrebbe ottenere vantaggi strategici enormi. La sicurezza delle comunicazioni e quella delle transazioni finanziarie appartengono, sotto questo profilo, alla stessa famiglia di problemi. Esiste poi un pericolo meno appariscente, ma forse ancora più insidioso. È la possibilità che informazioni cifrate vengano intercettate oggi e conservate in attesa di poterle decifrare domani. I tecnici lo chiamano harvest now, decrypt later. Significa che un segreto industriale, un documento diplomatico o una comunicazione militare sottratti nel 2026 potrebbero diventare leggibili negli anni successivi, quando saranno disponibili strumenti di calcolo adeguati. Il futuro, insomma, potrebbe compromettere retroattivamente la sicurezza del presente.

A questo punto la domanda diventa inevitabile. Come ci salviamo? La risposta è, almeno in parte, dentro la stessa rivoluzione tecnologica che genera la minaccia. Il quantum computing non è soltanto un potenziale strumento di attacco. Può contribuire allo sviluppo di nuove tecnologie di comunicazione e sicurezza. Ma soprattutto ci obbliga a compiere un passaggio che non possiamo più rimandare: abbandonare progressivamente gli algoritmi vulnerabili e adottare una crittografia post-quantistica. Non occorre aspettare l’arrivo di un computer quantistico sufficientemente potente per farlo. Anzi, sarebbe il peggior errore possibile. Nel 2024 il National Institute of Standards and Technology americano ha approvato i primi tre standard fondamentali di crittografia post-quantistica, progettati per resistere anche agli attacchi dei futuri computer quantistici. Il Regno Unito ha indicato il 2035 come orizzonte per completare la migrazione dei sistemi. Il lavoro, dunque, è già cominciato.

Ma aggiornare un algoritmo non è come sostituire un’applicazione sul telefono. Bisogna intervenire su reti bancarie, software, dispositivi, infrastrutture pubbliche, sistemi industriali e apparati che possono rimanere operativi per decenni. Occorrono investimenti, competenze, test e soprattutto coordinamento.

Ed è qui che la questione tecnologica diventa politica, nel senso più alto del termine. Nessun Paese può mettere in sicurezza da solo un’economia che funziona attraverso reti globali. Non possono farlo gli Stati Uniti, nonostante la loro supremazia in molti segmenti dell’innovazione digitale. Non può farlo la Cina, pur disponendo di enormi capacità di ricerca e investimento. Non può farlo l’Europa, che possiede competenze scientifiche e industriali importanti ma soffre di frammentazioni e dipendenze tecnologiche.

Se una banca europea aggiorna i propri sistemi, ma continua a dialogare con infrastrutture vulnerabili in altre parti del mondo, il problema non è risolto. Se una catena industriale protegge i propri dati ma i fornitori non fanno altrettanto, resta esposta. Se le infrastrutture civili e militari adottano standard incompatibili, la sicurezza rischia di trasformarsi in una nuova forma di isolamento.

Serve allora qualcosa che oggi può sembrare quasi utopistico: una grande alleanza internazionale per la sicurezza crittografica. Un accordo che coinvolga Stati Uniti, Cina, Unione europea e le altre principali potenze tecnologiche. Non per condividere segreti militari o rinunciare alla competizione strategica, ma per individuare standard interoperabili, procedure di certificazione, tempi di transizione e meccanismi di gestione delle vulnerabilità. Un terreno comune sul quale la rivalità geopolitica non impedisca la protezione delle infrastrutture civili essenziali.

È difficile? Certamente. I rapporti tra Washington e Pechino sono segnati dalla competizione tecnologica. L’Europa cerca faticosamente una propria autonomia digitale. Il controllo dei semiconduttori, delle tecnologie quantistiche e dell’intelligenza artificiale è diventato una questione di potere. Ma proprio per questo la cooperazione è necessaria. Ci sono infrastrutture che nessuno ha interesse a vedere collassare. Il sistema dei pagamenti internazionali è una di queste. La sicurezza delle comunicazioni essenziali è un’altra. Come per la sicurezza nucleare o per la gestione dei grandi rischi sanitari, la competizione fra Stati deve poter convivere con alcune regole comuni.

E l’Europa, anziché limitarsi a osservare la sfida tra le due superpotenze, dovrebbe assumere un ruolo da protagonista. Ha le competenze scientifiche, le imprese, i centri di ricerca e la forza regolatoria per contribuire alla definizione delle nuove regole. Ma deve investire molto di più e, soprattutto, deve muoversi con maggiore rapidità. Perché il problema del 2030 non è sapere se proprio in quell’anno una macchina riuscirà a violare una firma digitale di Bitcoin. Nessuno può affermarlo con certezza. Le stime divergono e le difficoltà ingegneristiche restano considerevoli.

Il problema è che potremmo arrivare al 2030 senza avere ancora completato il lavoro necessario a difenderci. E in una società nella quale quasi ogni attività economica dipende da una forma di autenticazione digitale, la vulnerabilità di quei sistemi non sarebbe una questione per informatici. Diventerebbe una questione di stabilità finanziaria, continuità industriale, sicurezza nazionale e sovranità. Abbiamo trascorso gli ultimi anni chiedendoci quanto l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro, la produttività, la medicina e la nostra vita quotidiana. Domande legittime, naturalmente. Ma forse abbiamo dedicato troppo poco tempo a un interrogativo ancora più elementare: chi garantirà che le infrastrutture digitali sulle quali poggia questa nuova economia continueranno a essere affidabili?

C’è una sottile ironia in tutto questo. Abbiamo costruito un mondo nel quale il denaro si muove alla velocità della luce, i contratti possono essere eseguiti automaticamente e le macchine cominciano a prendere decisioni autonome. E ora scopriamo che le fondamenta matematiche di una parte di questo edificio potrebbero dover essere sostituite. Non è una ragione per fermare il progresso. È una ragione per governarlo. Il 2030 non deve diventare la data di un’apocalisse digitale. Deve diventare la scadenza entro la quale le grandi potenze avranno dimostrato di saper collaborare almeno sulla sicurezza del mondo che hanno costruito. Perché il rischio più grande non è che un giorno un computer diventi abbastanza potente da violare una chiave crittografica. È che gli uomini, pur conoscendo il pericolo, non riescano a mettersi d’accordo in tempo per cambiare la serratura.

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