❌

Normal view

Dalle piazze alle minacce esterne. La tempesta perfetta sull’Europa raccontata dall’amb. Mattiolo

19 October 2026 at 16:59

Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Lo dice a Formiche.net l’ambasciatore Luigi Mattiolo, presidente italiano di Villa Vigoni, Centro italo-tedesco per il dialogo europeo, già Primo Consigliere alla Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Onu, ambasciatore a Tel Aviv, ad Ankara, a Berlino oltre che Consigliere Diplomatico del governo del Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

Caro energia, black bloc, non solo a Parigi, ma purtroppo anche a Milano, ed elezioni alle porte in mezza Europa: è la tempesta perfetta? E come potrà difendersi l’Unione europea?

Innanzitutto concordo con questa definizione di tempesta perfetta, perché effettivamente siamo in una fase in cui ci sono tre fattori esogeni che colpiscono in pieno l’Europa. Il primo, ovviamente, è l’atteggiamento dell’attuale amministrazione americana con riguardo alla difesa euro-atlantica e agli evidenti tentativi di trovare un accordo sull’Ucraina con la Russia, sulla testa dell’Ucraina e sulla testa dell’Europa. Il secondo è la minaccia russa sia che sia ibrida, sia che sia inafferrabile, o anche retorica, ma comunque è sicuramente una minaccia, ed è sicuramente un fattore profondo di destabilizzazione in Europa, visto che ha portato un conflitto che non intende interrompere, evidentemente, nel cuore del continente. Il terzo è la Cina che comunque continua ad agire abbastanza spudoratamente sulle catene di valore di materiali critici e mette in difficoltà profonda l’industria e la capacità manifatturiera europea, con una esportazione direi massiccia se non selvaggia e di beni di consumo a prezzi assolutamente stracciati.

Su tutto questo poi impatta la crisi ucraina…

L’intervento di Zelensky al Consiglio europeo è stato particolarmente preoccupante, non solo perché ha coinciso con una fase in cui l’Ucraina è colpita al cuore nelle sue infrastrutture energetiche e nei suoi obiettivi, che ormai di militare non hanno nulla, ma sono semplicemente legati all’evidente disegno di scoraggiare e demoralizzare e terrorizzare la popolazione civile. Bensì c’è un’Ucraina che lamenta un appoggio strategico americano a dir poco a intermittenza, malgrado i 90 miliardi stanziati l’anno scorso dall’Unione Europea, che ormai, è bene ricordarlo, è l’unica che si fa carico dei costi della difesa ucraina in questa fase. Per cui Zelensky ha denunciato un buco l’anno prossimo di 30-35 miliardi: al momento non si vede dove l’Unione europea potrebbe andare a prendere quel denaro, a meno di non mettere mano alle riserve valutarie russe.

Con quali inconvenienti?

Si aprirebbe un autentico vaso di Pandora e personalmente capisco le perplessità del Belgio che, attraverso il meccanismo di Euroclear, finisce per essere quello giuridicamente responsabile in prima battuta della gestione e della protezione di quelle riserve. Ci sarebbe inoltre un discorso di credibilità dell’Europa come rifugio e detentore di riserve valutarie di qualunque Paese al mondo: ciò potrebbe avere delle ripercussioni gravissime e sarebbe per certi versi senza precedenti. In passato le riserve valutarie di un Paese sono state utilizzate molto spesso, ma si trattava di Paesi sconfitti, dopo un accordo di pace inevitabilmente penalizzante nei loro confronti. Ma non è questo ancora lo scenario, come sappiamo. E in più poi mi ha anche colpito questa annotazione che non voglio chiamare minaccia, perché non lo è, ma diciamo una pesante annotazione di Zelensky che ha detto chiaramente che in caso di sconfitta l’Unione europea dovrebbe far fronte a un’ondata migratoria di profughi. Francamente non penso che sarebbe altrimenti, perché dopo quattro anni di guerra e di martirio non so quanto i cittadini ucraini siano così pronti a cadere sotto il giogo della Russia vincitrice: quindi è chiaro che questo fenomeno andrebbe affrontato.

Come arriva l’Europa?

Nello scorso Consiglio europeo non sono stati fatti grossi passi avanti. Ha affrontato innanzitutto una situazione polarizzata, basta guardare alle violenze che hanno caratterizzato purtroppo le manifestazioni. Dalla Francia all’Italia, fermo restando che il diritto di manifestare è assolutamente sacrosanto nelle democrazie liberali, la dimensione di queste manifestazioni ormai coinvolge studenti, famiglie, lavoratori dei settori più diversi colpiti dal caro energia, dalla globalizzazione e da tutta una serie di fattori: sono il sintomo di un disagio sociale che nell’Europa esiste perché l’Europa non vive più una crescita economica. Vede attaccate le fondamenta, ovvero la sua capacità manifatturiera, la sua capacità di innovazione tecnologica, e la sua competitività è messa a rischio. Tutto questo degenera in forme di violenza che sembrano avere l’unico scopo di destabilizzare le democrazie occidentali che noi rappresentiamo. È legittimo quindi interrogarsi su chi stia soffiando sul fuoco. Ma non è tutto.

Ovvero?

Se non si risolverà il terzo fattore di crisi, il bilancio dei prossimi sette anni, sarà credo sempre peggio. A seconda di quanto si troverà un compromesso tra questi grandi Paesi, potrebbe essere ancor più difficile trovare un compromesso, fare delle rinunce, “vendere” alle proprie opinioni pubbliche l’accordo trovato. Se ci fossero dei cambi di coalizione di governo in grandi Paesi europei come Francia e Spagna potrebbero trovarsi al potere delle forze politiche che viceversa hanno tutto l’interesse a mortificare ulteriormente il bilancio comunitario, mettendo assolutamente a repentaglio tutti quelli che sono gli obiettivi di cui parliamo da anni, come l’innovazione, la transizione e la difesa e quant’altro.

Ritiene che proprio in un momento simile, caratterizzato dalle policrisi, così come le ha definite l’altro giorno la Presidente del Consiglio, ci sia l’opportunità per l’Ue di crescere, magari sanando le proprie deficienze. E in che modo visto che si trova con le spalle al muro?

Questa volta sì, l’Ue è proprio messa con le spalle al muro. Ma essere messi con le spalle al muro può significare soccombere oppure tirarsi fuori dall’angolo e quindi fare scelte che solo fino a un momento prima sembravano impensabili. Come? Penso al caro energia, che pesa di più ed è quello che è alla base del disagio sociale che, al di là delle violenze terribili e delle strumentalizzazioni nelle piazze, è un dato di fatto. Io mi auguro, leggendo le conclusioni del Consiglio europeo, che si prenda di petto la questione calmierando i prezzi, tornando su quello che è un cavallo di battaglia dell’Italia da molti anni cioè il disaccoppiamento del prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas. Perché in questa fase il primo kilowatt di energia elettrica prodotto con le rinnovabili, nel nostro caso con l’idroelettrico, con l’eolico e soprattutto con il solare, lo paghiamo al prezzo dell’ultimo kilowatt prodotto con il gas: nelle conclusioni del Consiglio europeo si insiste perché la Commissione proponga delle soluzioni su questo fronte. In realtà non è che la Commissione le soluzioni non ce le abbia, è che manca la volontà politica di tutti gli Stati membri perché non tutti sono nelle medesime condizioni. Alcuni hanno una quota di rinnovabili molto maggiore della nostra e quindi non hanno poi questo grande interesse al disaccoppiamento, ma è arrivato il momento di studiare dei meccanismi comuni: uno potrebbe essere quello di restituire al bilanci nazionali gli extraprofitti fatti sui primi kilowatt, visto che sono stati venduti tutti al prezzo dell’ultimo kilowatt. Però è necessario anche lavorare sulla domanda, cioè fare una domanda aggregata fra Stati membri, come l’Unione europea è stata capace di fare nel caso dei vaccini per la pandemia che rimangono un esempio unico, devo dire finora anche non ripetuto, ma sicuramente replicabile sul fronte dell’energia. Infine non va dimenticata la capacità di accumulo.

Come procedere?

Attraverso batterie dieci o venti volte superiori a quelle che esistono sul continente europeo, saremmo finalmente in grado di immagazzinare l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in surplus e utilizzarla banalmente nelle fasce orarie in cui viceversa produciamo energia elettrica con il gas.

Per una vera sovranità digitale. L’Ecipe suggerisce all’Ue come raggiungerla

19 October 2026 at 16:37

Per capire quale direzione prendere bisogna avere delle basi solide. Vale anche per la sovranità digitale che l’Europa sta cercando di raggiungere. Bruxelles fa benissimo a perseguire la sua strategia ma, come viene sottolineato nel report dell’European Centre for International Political Economy (Ecipe) – intitolato Cloud Sovereignty and the Single Market: A Better Understanding of Government Procurement and National Cloud Technology Preferences – deve tenere bene a mente il significato di questa parole. Adottare misure partigiane e ideologiche potrebbe solamente peggiorare la situazione e, tra l’altro, impedire che si raggiunga quell’indipendenza tecnologica tanto auspicata.

Da una parte abbiamo la sovranità funzionale, “un termine che in questo documento utilizziamo per descrivere la sovranità come obiettivo di sicurezza e resilienza: ovvero, se i rischi associati ai servizi cloud possono essere gestiti efficacemente garantendo la sicurezza dei dati, limitando l’esposizione legale, mantenendo la continuità operativa e preservando la possibilità di cambiare fornitore quando necessario”. Dall’altro lato, troviamo la sovranità industriale. In questo caso, aggiungono gli autori del rapporto, “l’attenzione si sposta dall’autorità pubblica in quanto utente dei servizi cloud all’origine, alla proprietà e alla posizione di mercato del fornitore, con la sede nell’Unione europea o altri criteri basati sull’origine utilizzati come indicatori di sovranità”. I due concetti perseguono due finalità diverse, ma possono lavorare insieme.

Il dibattito europeo attorno alla tecnologia ruota attorno a un perno: l’Europa deve imparare a camminare da sé. È un concetto che vale in ogni campo, ma la velocità con cui l’intelligenza artificiale sta modificando il nostro mondo impone delle priorità. Il problema evidenziato nel report è che l’Europa non può essere totalmente indipendente e privarsi del know-how straniero se vuole raggiungere davvero il suo obiettivo.

Il Cloud and AI Development Act (Cada) ne è un esempio concreto. La proposta di legge europea introdurrebbe un quadro di valutazione per i servizi cloud a quattro livelli e requisiti per la localizzazione dei dati e delle infrastrutture, oltre che del personale e della proprietà societaria. In questo modo, sottolineano gli esperti dell’Ecipe, più che sul rischio ci si basa sulla bandiera nazionale di origine.

La globalizzazione ha abbattuto ogni tipo di frontiera. Non parliamo solo di quelle fisiche – purtroppo ancora troppo presenti. Ragionare secondo vecchi schemi, per cui un fornitore è o non è affidabile in base al paese di provenienza, è quasi sicuramente controproducente. Semplicemente, bisogna vedere cosa offre. Non è così che si diventa grandi.

Piuttosto, sottolinea l’Ecipe, bisogna concentrarsi su altro. Ad esempio applicare regole stringenti solo per certi tipi di servizi, quelli altamente sensibili e strategici come la difesa. C’è poi da far sì che tutti gli Stati membri corrano nella stessa direzione, per cui sono necessarie regole comuni affinché le aziende possano trovarsi di fronte alla stessa situazione in qualsiasi paese decidano di operare. L’Ecipe suggerisce anche di evitare restrizione contro il settore privato, per cui è consigliabile un approccio caso per caso. Infine, come ovvio, rimanere aperti a qualsiasi fornitore purché presenti i giusti requisiti di sicurezza e trasparenza. Allora sì che sarebbe vera indipendenza.

100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

19 October 2026 at 16:07

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

Business e politica. Così l’Italia guida il commercio transatlantico negli Usa

19 October 2026 at 15:57

Il gala per il 51° anniversario della National Italian American Foundation (Niaf), svoltosi sabato al Washington Hilton, ha riunito alcuni dei principali protagonisti del mondo imprenditoriale italiano, rappresentanti politici e personalità di spicco della comunità italoamericana, mettendo in evidenza i due pilastri su cui poggiano le relazioni tra Italia e Stati Uniti: cooperazione politica e partnership economica.

L’evento ha offerto una rappresentazione concreta del ruolo della Niaf come ponte transatlantico, capace di collegare istituzioni, industria e una comunità la cui influenza va ben oltre la dimensione culturale. In una fase segnata da incertezze geopolitiche e trasformazioni industriali, la diplomazia economica assume un’importanza sempre più paragonabile a quella del dialogo politico nel sostenere il rapporto bilaterale. La serata di Washington ha mostrato come queste due dimensioni si rafforzino reciprocamente.

La presenza delle imprese ha rispecchiato l’ampiezza degli interessi economici italiani sulle due sponde dell’Atlantico. Tra i principali protagonisti figuravano Fincantieri, Leonardo, Intesa Sanpaolo, Ferrovie dello Stato, Almaviva, Terna, Italgas, GE Healthcare, SHRO, Colavita, Ferrero e Campari Group, espressione di settori che spaziano dalla difesa alla cantieristica navale, dall’energia alle infrastrutture, dalla finanza alla tecnologia, fino alla sanità e ai beni di consumo. Il gala ha ricevuto inoltre il sostegno di HHH – Hospital Healthcare Holdings, parte di GKSD Investment Holding, a ulteriore conferma del coinvolgimento del settore privato.

Questa dimensione economica si inserisce in un contesto più ampio di dialogo transatlantico, al quale contribuisce anche l’American Chamber of Commerce in Italy (AmCham), impegnata a favorire i collegamenti tra imprese, investitori e istituzioni dei due Paesi. Le partnership industriali assumono infatti un peso crescente per la sicurezza nazionale, la competitività tecnologica e la resilienza economica. Per Italia e Stati Uniti, il coinvolgimento delle aziende garantisce continuità e sostanza operativa a una relazione tradizionalmente costruita sulla diplomazia e sulla condivisione di priorità politiche.

Altrettanto significativa è stata la partecipazione politica e istituzionale, rafforzata dal videomessaggio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha inquadrato l’anniversario nel contesto dei 250 anni dell’indipendenza americana e del contributo storico della comunità italiana alla costruzione degli Stati Uniti.

“La storia degli italoamericani è la storia stessa dell’America”, ha affermato Meloni, ricordando una nazione costruita attraverso il coraggio, il sacrificio e la ricerca di un futuro migliore. La premier ha richiamato anche la figura di Filippo Mazzei e la sua influenza su Thomas Jefferson come esempio del contributo italiano alla nascita degli Stati Uniti.

“Da oltre cinquant’anni, la Niaf rappresenta un ponte essenziale tra Italia e Stati Uniti”, ha aggiunto, descrivendo un legame fondato sulla storia condivisa, sui rapporti familiari, sulla cultura e sui valori comuni.

Il suo intervento ha assunto anche una dimensione geopolitica più ampia. “In questi tempi di crisi, il legame tra Italia e Stati Uniti rimane cruciale”, ha sottolineato Meloni, richiamando la necessità per i due Paesi di continuare a difendere la libertà e la democrazia.

La rappresentanza politica comprendeva l’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo, l’ex ministro degli Esteri Angelino Alfano, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e i parlamentari Carlo Fidanza, Alessandro Cattaneo, Christian Di Sanzo ed Elena Murelli. Tra le personalità diplomatiche e istituzionali erano presenti l’ambasciatore italiano a Washington Marco Peronaci, Damiano Beleffi, Raffaele Cattaneo, Giampiero Zinzi e Antonio Giordano.

Significativa anche la partecipazione delle Regioni, con i presidenti del Lazio Francesco Rocca, della Lombardia Attilio Fontana e del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Il programma della Niaf ha inoltre ospitato un confronto sulle relazioni tra Italia e Stati Uniti tra Pompeo e Alfano, moderato dalla giornalista economico-finanziaria Maria Bartiromo.

L’ampiezza della partecipazione politica ha evidenziato i diversi livelli attraverso cui si sviluppa il rapporto bilaterale: dalla diplomazia nazionale agli scambi parlamentari, dalla cooperazione regionale alle partnership industriali. Le parole di Meloni hanno richiamato le fondamenta storiche e politiche di questa relazione, mentre la presenza di rappresentanti istituzionali e imprenditoriali ne ha mostrato la dimensione operativa.

Un’attenzione particolare è stata riservata alla Lombardia, scelta dalla Niaf come Regione d’Onore 2026 per il suo contributo all’industria, al design, alla moda e all’innovazione, oltre che per i consolidati rapporti economici e istituzionali con gli Stati Uniti. Fontana ha ribadito l’impegno della Regione nel rafforzamento delle relazioni transatlantiche, mentre la celebrazione ha offerto l’occasione per valorizzare uno dei principali poli manifatturieri e dell’innovazione europei. Il riconoscimento ha sottolineato come la relazione economica tra Italia e Stati Uniti sia alimentata non soltanto dalle politiche nazionali e dai grandi gruppi industriali, ma anche dagli ecosistemi produttivi territoriali.

Tra i protagonisti della serata figurava Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, insignito del Niaf Dea Roma Special Achievement Award for Outstanding Leadership in the Maritime Industry. Il riconoscimento ha valorizzato il posizionamento internazionale del gruppo e la sua crescente rilevanza strategica, in particolare nella cantieristica avanzata, nelle tecnologie digitali e nelle capacità subacquee.

“Sono orgoglioso di guidare una squadra concentrata sulle navi digitali del futuro e sul dominio subacqueo, facendo leva sull’affidabilità tecnica italiana”, ha dichiarato Folgiero, descrivendo il premio come un ponte tra «Italia e Stati Uniti, tradizione e futuro, ambizione individuale e orgoglio collettivo».

La presenza industriale di Fincantieri negli Stati Uniti conferisce al riconoscimento una dimensione concreta. Attraverso Fincantieri Marine Group, l’azienda opera in quattro cantieri americani, impiega circa 3.000 persone e ha investito oltre 800 milioni di dollari nelle proprie attività statunitensi, anche nell’ambito della collaborazione con la Marina americana.

Il tema della leadership imprenditoriale si è esteso oltre la cantieristica. Anche Anthony Capuano, presidente e amministratore delegato di Marriott International, è stato premiato per la sua leadership nel settore dell’ospitalità, a testimonianza dell’influenza della comunità italoamericana in alcuni dei principali comparti dell’economia statunitense.

Per il presidente e amministratore delegato della Niaf Robert Allegrini, l’anniversario ha rappresentato un’occasione per riaffermare la missione della Fondazione nel collegare generazioni diverse e rafforzare i rapporti tra Italia e Stati Uniti. “Da 51 anni, la Niaf funge da ponte tra l’Italia e gli Stati Uniti”, ha dichiarato, sottolineando come la serata rappresentasse un’espressione concreta della missione dell’organizzazione.

Anche il presidente del consiglio di amministrazione della Niaf John Calvelli ha evidenziato l’importanza di investire nelle nuove generazioni e di preservare i legami che hanno contribuito a plasmare la comunità italoamericana.

Il gala ha così mostrato come un’istituzione nata per valorizzare un patrimonio culturale condiviso possa svolgere anche una funzione di piattaforma per il dialogo politico, le relazioni imprenditoriali e la cooperazione transatlantica.

Il fine settimana di Washington ha ospitato inoltre la quarta edizione degli Italpress Awards, organizzati dall’agenzia di stampa fondata e diretta da Gaspare Borsellino, in collaborazione con la Niaf. La cerimonia ha premiato personalità italiane e italoamericane che contribuiscono alla valorizzazione internazionale delle eccellenze italiane.

Tra i riconoscimenti figuravano quelli assegnati al presidente lombardo Fontana, all’ambasciatore Peronaci, al rappresentante permanente italiano presso le Nazioni Unite Giorgio Marrapodi, al giornalista Gianni Riotta e al presidente di Ferrovie dello Stato Tommaso Tanzilli. L’evento ha riunito rappresentanti della diplomazia, delle imprese, delle istituzioni e dei media. La galleria fotografica pubblicata offre una panoramica degli ospiti e delle personalità presenti alla manifestazione.

Nel complesso, il 51° anniversario della Niaf ha restituito l’immagine di una relazione bilaterale sempre più sostenuta dalla convergenza tra diplomazia politica, cooperazione industriale e legami culturali. I governi continuano a fornire il quadro istituzionale, mentre imprese, economie regionali e reti transatlantiche contribuiscono a tradurre questa partnership in rapporti economici e strategici duraturi.

La sovranità dei droni si decide nei materiali. L’analisi di Zuccalà

19 October 2026 at 15:50

Nel dibattito europeo sui droni si discute soprattutto di capacità produttiva, investimenti e rapidità di sviluppo. Molto meno di ciò che ne determina l’affidabilità operativa: i materiali. Un mezzo senza equipaggio che opera in mare, in montagna o nel deserto è esposto a condizioni capaci di comprometterne le prestazioni anche senza provocare danni strutturali. Una lente velata dalla salsedine, un contatto corroso o un pannello coperto di polvere sono sufficienti a interrompere una missione, con conseguenze sulla sicurezza e sui costi di gestione.

La Commissione europea stima per il 2030 un mercato continentale dei droni da 14,5 miliardi di euro, con 145.000 nuovi posti di lavoro. Per l’Italia, la questione non riguarda soltanto la partecipazione a questa crescita, ma il ruolo da occupare nella filiera: assemblare componenti sviluppati altrove oppure controllare tecnologie che determinano la durata, l’efficienza e l’autonomia delle piattaforme? La sovranità industriale in questo settore si misura nella seconda opzione, e passa anche da innovazioni poco visibili, come la protezione avanzata delle superfici.

La storia che vorrei raccontare comincia lontano dal cielo. All’inizio del 2024, sul sommergibile Gianfranco Gazzana Priaroggia della Marina Militare, è stata avviata una sperimentazione su un trattamento nanotecnologico applicato al periscopio d’attacco. L’obiettivo era risolvere un problema operativo concreto: impedire che acqua marina e depositi salini compromettessero la qualità delle immagini e rallentassero le operazioni, aumentando l’esposizione del battello.

Per circa quaranta giorni, tra prove in porto e in mare aperto, abbiamo osservato il comportamento del rivestimento. L’acqua scorreva più rapidamente sulla lente, la sedimentazione salina risultava minima e i depositi residui venivano rimossi dal movimento del periscopio durante l’immersione. La qualità delle immagini rimaneva inalterata o migliorava rispetto alla superficie non trattata. Osservazioni qualitative, ma sufficientemente incoraggianti da suggerire un’applicazione più ampia: trasferire quella protezione alle ottiche, ai sensori e alle strutture dei sistemi senza equipaggio.

Il passaggio successivo è stato affidato alla ricerca e alle verifiche di laboratorio, attraverso protocolli sviluppati anche con il contributo del mondo universitario, tra cui il Politecnico di Torino. Le prove hanno riguardato corrosione salina, abrasione, calore, umidità e radiazioni ultraviolette. Un trattamento per il vetro ha superato diecimila passaggi di spugna abrasiva; sui pannelli fotovoltaici sono stati registrati incrementi della produzione energetica fino al 3,99% in simulazione solare. Lo spessore misurato di uno dei rivestimenti, appena 76,7 nanometri, rende possibile una protezione senza aggravio significativo di peso, requisito essenziale per piattaforme nelle quali ogni variazione incide sull’autonomia.

Nel maggio 2026, a Bagnoli, sono stati presentati i primi droni dotati di finiture protettive nanotecnologiche sviluppate attraverso questo percorso. È stato il passaggio simbolico e industriale dagli abissi al cielo, con prospettive di applicazione anche ai sistemi terrestri e marini.

Sono convinta che quanto realizzato abbia oggi caratteristiche potenzialmente uniche nel panorama internazionale. Non conosco esperienze analoghe nelle quali una forza armata, la ricerca universitaria e un’impresa privata abbiano contribuito a sviluppare, partendo da un sommergibile operativo, una tecnologia di protezione successivamente trasferita ai droni e sottoposta a verifiche secondo standard internazionali. È un risultato che nasce dalla manifattura e dalla ricerca italiane e che potrebbe diventare un riferimento ben oltre i nostri confini. Le condizioni ambientali che abbiamo affrontato sono le stesse con cui devono confrontarsi operatori nel Mediterraneo, nei teatri desertici e in numerosi altri contesti operativi.

Per me questo percorso ha anche un significato personale. Il Polo Nazionale Droni, che presiedo, è una realtà italiana guidata da una donna, e questo suo primo progetto internazionale rappresenta un risultato concreto in un settore, quello della difesa e delle tecnologie unmanned, nel quale la presenza femminile ai vertici resta limitata. Ho imparato quanto sia importante costruire credibilità attraverso competenze, sperimentazione e risultati verificabili, soprattutto in ambienti tradizionalmente maschili. Credo che questa esperienza dimostri come l’imprenditoria femminile possa contribuire direttamente allo sviluppo di tecnologie strategiche, offrendo anche un esempio alle nuove generazioni di ricercatrici e imprenditrici italiane.

Al di là della dimensione personale, il valore del progetto risiede soprattutto nel modello che lo ha reso possibile. La Marina Militare ha contribuito con un banco di prova operativo e competenze specialistiche; il mondo universitario ha sviluppato protocolli scientifici; l’iniziativa privata ha formulato e prodotto i trattamenti. Il Polo Nazionale Droni può ora favorire il collegamento tra questa esperienza e una rete più ampia di costruttori, operatori e istituzioni. È una filiera interamente italiana, nella quale la collaborazione tra pubblico, ricerca e industria diventa uno strumento concreto di autonomia tecnologica.

Questo modello merita attenzione anche oltre il settore dei droni. L’Italia possiede competenze avanzate nella scienza dei materiali e nella manifattura specializzata, ma spesso fatica a trasformarle in vantaggi industriali duraturi. La competizione internazionale non si gioca esclusivamente sulla capacità di produrre piattaforme complete: riguarda anche il controllo delle tecnologie abilitanti, capaci di migliorarne le prestazioni e ridurne i costi lungo l’intero ciclo di vita. È anche in questi segmenti che il Made in Italy può costruire una posizione distintiva.

Il percorso, naturalmente, non è concluso. Sono ancora in corso le prove sull’adesione del ghiaccio, sulla protezione dei compositi e sulla resistenza alla nebbia salina. Mancano dati sistematici provenienti da droni impegnati in missioni reali. La prossima fase prevede test in volo su flotte di operatori partner, con misurazioni delle ore di fermo, dei guasti e dell’autonomia. Saranno questi risultati a stabilire ulteriormente portata industriale della tecnologia e la sua capacità di affermarsi sui mercati internazionali.

La sfida finale riguarda dunque la capacità di trasformare una sperimentazione promettente in uno standard industriale internale. Servono procedure di qualificazione, collaborazione con i costruttori e opportunità di verifica operativa, anche attraverso la committenza pubblica. Senza questi passaggi, il rischio è ripetere una debolezza ricorrente del sistema italiano: sviluppare innovazioni di qualità senza riuscire a portarle su scala globale.

Per questo il Polo Nazionale Droni intende coinvolgere operatori, imprese e centri di ricerca nella prossima fase di sperimentazione. L’obiettivo è dimostrare che una tecnologia sviluppata in Italia può contribuire a definire nuovi criteri di affidabilità per i sistemi senza equipaggio.

La sovranità tecnologica non si misura soltanto nel numero di droni che un Paese riesce a produrre. Si misura anche nella capacità di controllare ciò che permette loro di funzionare più a lungo, in condizioni più difficili e con maggiore efficienza. A volte, il vantaggio strategico può essere racchiuso in uno strato di materiale spesso pochi nanometri.

Perché un Pd più forte conviene anche agli alleati. La lettura di Nicodemo

19 October 2026 at 15:37

C’è un filo che lega il palco della Cgil, l’assemblea nazionale del Partito democratico e il dibattito, mai sopito, su chi dovrà guidare il centrosinistra nella sfida per Palazzo Chigi. È il filo della leadership, ma anche quello dell’identità: capire se il Pd possa costruire un’alternativa al governo Meloni senza annacquare il proprio profilo e, allo stesso tempo, tenere insieme una coalizione che resta attraversata da sensibilità diverse. Elly Schlein, dopo aver ribadito la propria linea davanti ai vertici e alla platea dem, sembra voler mettere un punto fermo: il candidato premier dovrà essere il leader del partito che raccoglie più voti oppure la scelta passerà dalle primarie. In ogni caso, lei è in prima linea per la corsa a Palazzo Chigi. Per Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione politica, è il segnale di una leadership che cerca di consolidarsi dentro il partito e di proiettarsi all’esterno, in una fase segnata anche dalle tensioni di piazza e dal confronto sulla sicurezza. La sua lettura parte da una convinzione: oggi, per il centrosinistra, rafforzare il Pd non significa restringere lo spazio degli alleati, ma aumentare le possibilità di vittoria dell’intera coalizione.

Nicodemo, partiamo dall’assemblea nazionale del Pd. Schlein ha ribadito che il candidato premier sarà il leader del partito che prenderà più voti oppure si passerà dalle primarie. È un modo per chiudere la discussione sulla leadership?

Secondo me ieri Schlein ha ribadito una cosa molto chiara: questa è la via. O il leader del partito che prende più voti è quello indicato per fare il premier, oppure si fanno le primarie. L’assemblea nazionale è il luogo deputato a discutere delle linee politiche del partito e il fatto che lo abbia affermato in questi termini segnala che il Pd è compatto sui propri intendimenti. La candidata del Partito democratico alla presidenza del Consiglio è Elly Schlein.

Eppure, fuori dai luoghi formali, il dibattito nel centrosinistra sembra tutt’altro che chiuso. Si avverte una tensione tra chi punta sulla segretaria e chi immagina una leadership diversa?

A me pare che ci sia una comunità di intenti. Non vedo conflitti palesi. Devo dire che il Pd non mi è mai sembrato così formalmente unito su alcune scelte. Nei luoghi deputati a prendere le decisioni, il mandato verso Schlein è abbastanza chiaro. Poi è naturale che in una comunità politica ci siano sensibilità differenti e che il confronto prosegua. Ma bisogna distinguere il dibattito legittimo dalle divisioni che rischiano di essere raccontate come più profonde di quanto siano.

La segretaria è reduce anche dalla partecipazione alla manifestazione della Cgil. Quanto pesa questa presenza nella costruzione della sua leadership?

Mi sembra in palla. La presenza alla manifestazione della Cgil e l’assemblea del Pd sono due passaggi che giocano a suo favore. Ha mostrato di saper stare nei luoghi del conflitto sociale e, contemporaneamente, di tenere il partito dentro una linea politica riconoscibile. Sono elementi che rafforzano la sua posizione.

Il punto, però, è capire quale identità Schlein voglia dare al Pd. La sua idea di sinistra è un fattore di unità o rischia di allontanare una parte dell’elettorato moderato?

L’identità è esattamente il terreno sul quale Schlein ha vinto il congresso. La sua proposta politica si fonda sull’idea che la sinistra abbia il diritto di governare il Paese, senza dover rinunciare a ciò che rappresenta. Anche il fatto di essere una donna non conforme a determinati schemi costituisce un elemento della sua identità pubblica e politica. Non è una questione di immagine: è una proposta di società. Da questo punto di vista, la sua leadership è uscita rafforzata.

In una fase in cui il centrosinistra discute di alleanze e candidature, insistere sull’identità non rischia di complicare la costruzione della coalizione?

Credo che oggi accada quasi il contrario. Se guardiamo al sistema politico e alla legge elettorale proporzionale, emerge con maggiore chiarezza la necessità che ogni forza politica abbia un’identità riconoscibile. Chi si sente più centrista può scegliere altre proposte, come quelle di Ruffini, Onorato o Renzi. Chi si riconosce in una posizione antisistema può votare il Movimento 5 Stelle. Chi ha una cultura socialdemocratica può scegliere il Pd. La competizione passa anche dalla capacità di dire con chiarezza chi si è e che cosa si vuole fare.

Quindi la stagione delle grandi coalizioni costruite soprattutto per contrapposizione all’avversario è finita?

Non direi che sia finita, ma non basta più. Dal 1994 il centrodestra ha dimostrato una capacità di stare insieme che dall’altra parte è sempre stata più faticosa e accidentata. Oggi, però, l’identità e i valori di sinistra possono rappresentare un fattore premiante. È qualcosa che vediamo anche in Europa. Pensiamo a Pedro Sánchez: la sua piattaforma è fortemente identitaria, socialista, e proprio questa nettezza contribuisce a definirne il profilo. Il centrosinistra deve smettere di considerare la propria identità come un problema da contenere e cominciare a considerarla una risorsa da mettere a valore.

Torniamo alle primarie. Giuseppe Conte ha più volte manifestato la propria disponibilità a parteciparvi. Sarebbe una competizione utile o il rischio è quello di aprire una nuova stagione di conflitti?

Conte ha sempre detto di essere disponibile a correre alle primarie. Io penso che ci sia tutto l’interesse a trasformarle in una competizione dalla quale escano tutti più forti. Ma devono essere davvero primarie di popolo, capaci di mobilitare persone, energie e partecipazione. Se diventano soltanto una contesa tra gruppi dirigenti, con l’obiettivo di misurare i rapporti di forza interni, allora il rischio è concreto. Le primarie devono servire a costruire una leadership riconosciuta e una coalizione più solida. Altrimenti possono produrre l’effetto opposto.

Il Pd, dunque, deve arrivare alla sfida elettorale con una leadership già riconoscibile oppure lasciare aperta la partita fino all’ultimo?

Il centrosinistra vince se il Pd va bene e se la sua leader riesce a spingere. È un dato di fatto, che si vede anche sui territori. Rafforzare il Partito democratico significa innanzitutto rafforzare la coalizione. Per questo gli alleati dovrebbero essere contenti quando la leadership del Pd si consolida: un partito più forte può portare più voti e rendere più competitiva l’intera proposta di governo. Naturalmente, se si sceglierà la strada delle primarie, bisognerà farle nel modo giusto. La competizione non deve indebolire nessuno, ma mettere tutti nelle condizioni di vincere.

In questi giorni, intanto, il dibattito politico è stato attraversato anche dagli scontri e dalle proteste di piazza. Una parte del centrodestra tende a ricondurre questi episodi alla sinistra. È una lettura che condivide?

No, bisogna distinguere i contesti. Non stiamo parlando di manifestazioni sindacali o di iniziative organizzate da un partito, né di qualcosa che possa essere automaticamente ricondotto alla sinistra. Sono situazioni diverse, che vanno affrontate per quello che sono. Il tema riguarda la gestione dell’ordine pubblico, che è una responsabilità in capo al ministero dell’Interno. Fare un’equazione tra episodi di violenza e una determinata area politica rischia di impedire una valutazione seria dei fatti.

La sicurezza, però, è diventata uno dei terreni sui quali il governo Meloni rivendica maggiore iniziativa. La sinistra ha sottovalutato il tema, lasciandolo nelle mani della destra?

La sicurezza è un diritto sacrosanto e penso che a sinistra debba essere considerata alla stregua degli altri diritti fondamentali, come la salute e l’istruzione. Non esiste una contrapposizione tra sicurezza e diritti sociali. Il punto è capire quali strumenti siano davvero efficaci. Aggiungere nuovi reati o varare decreti che non producono risultati concreti non significa necessariamente rendere le persone più sicure. A mio avviso, questo governo non è stato efficace sulla sicurezza. È un tema sul quale servono competenza, capacità di analisi e soluzioni concrete, non soltanto annunci.

Chi potrebbe contribuire a riportare il confronto su un piano più concreto?

Mi piacerebbe vedere Franco Gabrielli ministro dell’Interno. È una persona che ha esperienza e competenza sui temi della sicurezza e dell’ordine pubblico. Credo che su questioni così delicate sia importante affidarsi a figure che conoscano a fondo i problemi e sappiano affrontarli con serietà. La sicurezza non può diventare soltanto uno slogan da campagna elettorale: deve essere una responsabilità di governo.

Alla fine, la sfida del centrosinistra è soprattutto scegliere il proprio candidato o costruire un progetto riconoscibile per il Paese?

Le due cose non sono separate. Una leadership forte serve se riesce a dare una direzione politica e a rendere riconoscibile una proposta. Schlein ha vinto il congresso su una precisa idea di sinistra e oggi il Pd, almeno nei suoi passaggi formali, appare compatto nel sostenerla. Da qui bisogna partire: consolidare il partito, definire una piattaforma credibile e costruire una coalizione che non abbia paura di confrontarsi sulle differenze. Se poi si sceglieranno le primarie, dovranno essere uno strumento di partecipazione e di rafforzamento collettivo. È così che si può provare a vincere, non trasformando la scelta del candidato in una guerra preventiva tra alleati.

AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

19 October 2026 at 15:00

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

Seicento anni in un bastone. Felipe VI e l’Áleo di Ceuta

19 October 2026 at 14:50

Il 13 ottobre 2026, al suo arrivo a Ceuta, Felipe VI ha ricevuto, dal presidente della Città autonoma, l’Áleo, il bastone di comando dei comandanti generali della città. È la prima visita di un re di Spagna dal 2007. Si tratta di un bastone di olivastro selvatico lungo 85 centimetri e pesante 240 grammi, con sedici nodi, un puntale metallico e un’estremità d’avorio.

L’origine risale all’agosto del 1415, dopo la conquista portoghese della città. Giovanni I del Portogallo cercò un governatore per la piazza. La scelta cadde su Pedro de Meneses, che governò Ceuta per ventidue anni. Su come il bastone divenne insegna di comando esistono almeno due versioni. Nella prima il re consegnò a Meneses il proprio bastone, su cui si appoggiava per una ferita alla gamba. Nella seconda Meneses fu convocato mentre giocava alla chueca con altri cavalieri e, alla domanda del re su come avrebbe difeso la città, mostrò il palo di olivastro che aveva in mano: “Señor, con este palo me basto para defender a Ceuta”. L’Esercito spagnolo, nella pagina della Comandancia General, riporta la frase in questa forma: “con este palo me basto para defenderla de sus enemigos”.

L’Esercito definisce l’Áleo “una bengala de mando muy peculiar” e precisa che il comandante generale di Ceuta non dispone di un bastone di comando ufficiale. Lo stemma della Comandancia General, ispirato al periodo portoghese, unisce le armi del Portogallo e la bandiera di Lisbona, in nero e argento, con il motto “Con este palo me basto”. Secondo la scheda storica della Comandancia, l’Áleo è custodito dal 20 febbraio 1651 nel santuario di Nuestra Señora de África, “Patrona de la Ciudad y Alcaldesa perpetua”.

Da secoli ogni comandante generale di Ceuta – che dal 1978 non ha più funzioni di governo e ha un’autorità solo militare – riceve l’Áleo dal decano della Cattedrale per giurare di mantenere la piazza “fiel a España y al Rey”, e lo restituisce subito alla Vergine. Il 13 ottobre 2026 il bastone è stato consegnato al Re. È lo stesso oggetto che, secondo l’Esercito, rappresenta “el mando sobre todas las fuerzas militares destinadas en Ceuta y su compromiso de defender la Plaza”. Seicentoundici anni dopo Pedro de Meneses, il motto che figura sullo stemma della Comandancia General è ancora il suo: “Con este palo me basto”.

Due posizioni, una sola nave. Boschetti spiega il nuovo trucco della flotta ombra russa

19 October 2026 at 14:06

Nel Mar Nero, le petroliere della flotta ombra di Mosca hanno iniziato a impiegare una nuova tecnica per nascondere la propria posizione. Almeno dodici navi avrebbero utilizzato dispositivi simili per falsificare i dati dell’Automatic Identification System (Ais), il sistema con cui le imbarcazioni comunicano la propria posizione, apparendo ferme mentre navigavano a centinaia di chilometri di distanza. In sei casi sarebbero risultate contemporaneamente in due punti diversi. La manipolazione dei segnali è già diffusa tra le petroliere che aggirano le sanzioni occidentali, ma la novità sarebbe l’uso di dispositivi identici, capaci di trasmettere coordinate congelate e sincronizzate.

La tecnica sarebbe stata impiegata soprattutto nel Bosforo, lo stretto turco che collega il Mar Nero al Mediterraneo. Le navi attivavano il segnale reale per attraversarlo, continuando però a trasmettere una seconda posizione fittizia nei pressi dell’imboccatura, così da risultare lontane dalla loro posizione effettiva e più difficili da individuare e colpire. Più che una svolta tecnologica, si tratta di un’evoluzione prevedibile. “Dal punto di vista tecnico non parlerei di una rivoluzione”, osserva Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology e il Marine Technology Center of Sweden. “Invece di uno spoofer se ne usano due. A quel punto chi osserva, che sia l’Ucraina, l’Unione europea o un altro attore, non è in grado di stabilire quale segnale sia autentico, e non può certo lanciare centinaia di droni per verificarlo. È una soluzione quasi ovvia. Semmai sorprende che ci sia voluto così tanto tempo per arrivarci”.

Parallelamente, Mosca ha rafforzato il controllo sulla flotta ombra, composta da petroliere spesso vecchie, con proprietà opache e bandiere cambiate di frequente. Secondo i dati citati dal Financial Times, oltre 80 navi avrebbero adottato la bandiera russa tra luglio e settembre e più di trenta avrebbero assunto nomi russi legati a pietre preziose, come Gagat, Labrador e Sapfir. Alcune sono state dotate di reti e gabbie contro i droni. Kyiv ha infatti dichiarato a fine settembre di aver colpito oltre 300 imbarcazioni russe in undici settimane. “Quando si dispone di uno strumento pensato per sorvegliare l’avversario, l’avversario farà di tutto per sottrarvisi”, spiega Boschetti. “I russi sono abili in questo e hanno un forte interesse economico e strategico. Era inevitabile che sviluppassero sistemi per eludere l’Ais”.

Secondo Windward, società di intelligence marittima, la flotta ombra mondiale conta circa 1.229 navi oltre le 20.000 tonnellate, più di tre quarti delle quali sanzionate da Stati Uniti, Regno Unito o Unione europea. “Questo episodio dimostra ancora una volta che affidarsi a un unico sistema non è sufficiente”, osserva Boschetti. L’alternativa passa per lo spazio: radar ad apertura sintetica (Sar), immagini ottiche, Ais satellitare. “Grazie alle aziende private attive in questi settori, oggi le navi si possono vedere. Sistemi di intelligenza artificiale correlano i dati raccolti a terra con quelli satellitari e individuano le imbarcazioni, un lavoro impossibile da affidare a migliaia di analisti. Ma si aggiungono livelli all’architettura e tutto diventa più costoso. È una complessità necessaria, ma va gestita”.

Il nodo resta la sovranità. “In ambito Nato e Ue dobbiamo assicurarci che la filiera della situational awareness sia europea, o quantomeno non interamente nelle mani degli Stati Uniti”, sottolinea Boschetti, “Se le mie operazioni dipendono da un satellite americano e Washington smette di fornire le immagini, torniamo al punto di partenza, come insegna il caso Starlink. In Europa abbiamo aziende come Iceye, non esiste solo Maxar. Non possiamo contare soltanto su Copernicus. Se le aziende ci sono, vanno sostenute”. C’è però un rovescio della medaglia. “Mentre costruiamo queste architetture, un satellite russo si trova a pochi chilometri da un satellite Iceye impiegato per il telerilevamento in Ucraina, e non sappiamo cosa stia facendo”, avverte Boschetti. “Integrandole nella sicurezza, rischiamo di rendere queste costellazioni commerciali ancora più un bersaglio militare, pur essendo usate per moltissimi scopi oltre alla guerra”. Un rischio che, conclude, non giustifica l’inazione.

Quando criticare il Parlamento diventa qualunquismo. Il commento di Pasquino

19 October 2026 at 11:52

Sabato 17 ottobre 2026, ore 21 circa. Trasmissione televisiva “L’Elefante”, Rai Tre, condotta da Peter Gomez. Ospiti in studio Tiziana Ferrario, Alessandro Campi, Mario Sechi et al. Il conduttore imposta sardonico il discorso sullo scandalo dell’assenteismo dei parlamentari. Soltanto diciotto deputati presenti su 400 alla presentazione del ministro dell’Economia Giorgetti del Documento Economico Finanziario. Dell’assenteismo (giustamente) stigmatizzato dal ministro viene chiesta ragione a Campi che, pur non essendo un esperto in materia, abbozza una spiegazione generale della perdita di potere dei parlamenti. Viene interrotto da Gomez che dà la parola a Ferrario la quale avanza la proposta dirompente di pagare i parlamentari à la carte, ovvero soltanto in base alle loro presenze, non dice calcolate come. Peraltro, le assenze già comportano trattenute. In un sussulto, Gomez le fa notare che l’indennità, tutela dell’indipendenza (e non solo, aggiungo io) dei parlamentari, è sancita nella Costituzione italiana (art. 69), e di nuovo, mi permetto di aggiungere, esiste in tutti i parlamenti democratici da almeno un secolo. Da parte sua, Sechi si unisce alla critica accodandosi senza aggiungere elementi. Ma, prosegue il conduttore, questo comportamento assenteista dei parlamentari alimenta il populismo delle destre in Europa e fuori. Consenso rattristato in studio (e, immagino, fra i divani del nostro stivale) esteso anche al tramonto dei parlamenti democratici. Che, naturalmente, vero o no, ha molte altre migliori spiegazioni.

C’è, però, tutta una altra storia che deve essere raccontata. Premetto che il ministro Giorgetti merita rispetto personale, per il ruolo che svolge e, nello specifico, per l’importanza del documento che presentava, che richiedeva ascolto anche se non seguito da nessuna votazione. Detto e sottolineato questo, la mattina successiva tutti i deputati hanno potuto leggere il testo stampato nei resoconti parlamentari. Più in generale, spesso la presenza in aula non è strettamente necessaria in quanto al parlamentare è possibile e, per lo più, sufficiente, ascoltare discorsi e seguire dibattiti nel suo ufficio, alla radio interna, anche nei casi più importanti dalla benemerita Radio Radicale, e addirittura, vederli grazie alla televisione a circuito interno. Se c’è improvvisa necessità di votare tutti i parlamentari hanno tempo e modo di raggiungere l’aula dai loro uffici.

Pur sgradevole, quel che pare assenteismo è, dunque, spesso convincentemente comprensibile e giustificabile spiegabile. Rimane criticabile in particolare da coloro che hanno le conoscenze e gli strumenti essenziali per valutare i comportamenti dei parlamentari, e perché. Sono i parlamentari nominati e cooptati che rispondono ai capi dei partiti e delle correnti quelli che, irrilevanti, rendono il Parlamento stesso irrilevante. La critica di questi parlamenti e delle leggi elettorali che ne stanno a fondamento è legittima, ma deve risalire alla fonte. Sbagliato, molto, è, invece, sostenere che la critica ai parlamenti sia, come ha sostenuto Gomez, con l’approvazione di Ferrario, ma con timida, pur udibile, presa di distanza, da parte di Campi, populismo. No, soprattutto nel caso italiano, da più di un secolo questo diffuso antiparlamentarismo è asse(/asso) portante del qualunquismo. Così va definito e denunciato a cominciare dalle trasmissioni televisive che poi lamentano l’astensionismo.

L’autonomia europea non sia una ripicca contro gli Usa. Parla Fidanza

19 October 2026 at 11:26

Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.

Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?

Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.

Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?

L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.

Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?

I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.

Quali i settori più promettenti?

Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.

Cosa deve fare l’Ue?

Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.

L’autonomia strategica europea come va perseguita?

L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.

Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.

Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.

Un vertice tra Russia, Usa e Cina. Cosa c’è dietro la richiesta di Putin

19 October 2026 at 11:16

Vladimir Putin ha proposto un vertice al Presidente americano Donald Trump e al leader cinese Xi Jinping per discutere di come porre fine alla guerra in Ucraina. Secondo il Wall Street Journal, Putin ritiene che i tre dovrebbero imporre a Kyiv una cessazione del conflitto favorevole a Mosca.

Una sorta di patto del diavolo, peggiore della conferenza di Monaco del 1938, quando Hitler, Mussolini e le frastornate Inghilterra e Francia imposero brutalmente all’allora Cecoslovacchia di cedere la regione dei Sudeti alla Germania nazista. Invece di contenere l’espansionismo nazista, il cedimento di Londra e Parigi incentivò le ambizioni del dittatore tedesco e accelerò lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

“Un vertice di questo tipo, senza il coinvolgimento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky – scrive il Wall Street Journal – sarebbe senza precedenti e farebbe scattare l’allarme nelle capitali europee e non solo”.

La proposta del vertice fra Usa, Cina e Russia è stata avanzata da Putin durante la telefonata con Trump del 9 ottobre, durante la quale è stato raggiunto l’accordo per l’acquisto, da parte degli Stati Uniti, del diesel gasolio russo, liberalizzandone la vendita sul mercato globale.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che sono in corso discussioni su un possibile incontro. “Non c’è ancora una visione chiara sull’incontro in sé o sui suoi potenziali punti all’ordine del giorno, sebbene tutte e tre le parti riconoscano l’ipotesi che possa aver luogo”, ha dichiarato Peskov al Wsj.

Fonti della Casa Bianca hanno reso noto che Trump non ha ancora dato il suo assenso a un vertice del genere, ma hanno anche precisato che il Presidente potrebbe mostrarsi aperto all’idea, dato il suo desiderio di mantenere la promessa elettorale di porre fine alla guerra. Il Cremlino ha suggerito di tenere l’incontro trilaterale a margine del prossimo vertice dell’Apec, che si svolgerà in Cina il 18 e 19 novembre a Shenzhen.

Un summit a tre sul suolo cinese rappresenterebbe un notevole exploit diplomatico per Xi, nell’ambito dei suoi sforzi per rafforzare il ruolo di Pechino come baricentro internazionale. In un’ottica complessiva però il vertice comporterebbe però anche rischi per la Cina: potrebbe compromettere i rapporti economici con l’Europa e alimentare i timori che Pechino sia schierata ancora più apertamente con Mosca.

Evidente, invece, che Putin immagini il summit come sorta di nuova conferenza di Yalta, in cui le grandi potenze si spartiscono le sfere d’influenza: un’ipotesi giudicata poco realistica dagli osservatori.
Funzionari russi hanno avanzato la proposta a Pechino attraverso i canali diplomatici. La parte cinese ha fatto sapere che non si opporrebbe, a patto che Trump sia d’accordo.

“La Cina vuole essere vista come il perno tra le grandi potenzialità e, potenzialmente, come mediatrice tra Stati Uniti e Russia”, ha affermato al Wall Street Journal Yun Sun, capo del programma sulla Cina del think tank americano Stimson Center.

In passato, Putin ha già proposto un trilaterale con Trump e Xi, questa volta la proposta giunge in una fase in cui i rapporti tra Mosca e Washington sono particolarmente distesi e il presidente russo intende sfruttare il suo ritrovato feeling col tycoon per spiazzare l’Europa e uscire dalla trappola mortale della guerra con l’Ucraina nella quale si è cacciato.

Droni e guerra ibrida, cosa rivela l’allarme Usa sulla sicurezza degli Stati. Scrive Preziosa

19 October 2026 at 10:45

L’avvertimento del contrammiraglio statunitense in congedo Mark Montgomery sulla non completa preparazione americana contro le minacce dei droni pone una questione che riguarda l’intero sistema internazionale. Se gli Stati Uniti, pur disponendo di capacità militari, tecnologiche e informative fra le più avanzate, presentano lacune nella protezione delle proprie installazioni e infrastrutture, quale preparazione possono presumere di avere gli altri Paesi esposti alla stessa minaccia?

Nell’intervento a The Capitol Show, ripreso dalla Foundation for defense of democracies il 16 ottobre 2026, Montgomery richiama le lezioni della guerra in Ucraina, la necessità di intercettori economicamente sostenibili e la protezione delle infrastrutture americane e degli alleati del Golfo. Il problema che emerge è lo scarto fra la rapidità con cui evolvono le minacce e il tempo necessario alle istituzioni per adeguare mezzi, organizzazione e modalità d’impiego.

L’allarme americano permette di osservare il fenomeno dal punto di vista degli Stati ossia: la diffusione di capacità offensive accessibili modifica le condizioni nelle quali una potenza può proteggere il proprio territorio e conservare libertà d’azione.

La questione geopolitica nasce dalla possibilità, per attori anche relativamente deboli, di incidere sulle attività di soggetti molto più forti. Per esercitare questa pressione può essere sufficiente interrompere un collegamento, minacciare un’infrastruttura o costringere un governo a redistribuire risorse per la difesa. La superiorità militare complessiva deve quindi confrontarsi con vulnerabilità locali attraverso le quali l’avversario può imporre costi economici, vincoli operativi e conseguenze politiche. La capacità di uno Stato di operare oltre i propri confini si fonda anche sulla sicurezza del territorio e delle infrastrutture che sostengono la sua azione. Il caso del pallone cinese abbattuto negli Stati Uniti mostra come questa sicurezza richieda di integrare capacità militari, valutazioni politiche e tutela della popolazione.

Il 4 febbraio 2023, un F-22 americano abbatté al largo della Carolina del Sud un pallone ad alta quota che Washington identificava come piattaforma di sorveglianza, mentre Pechino ne dichiarava la finalità civile e meteorologica. Gli Stati Uniti possedevano i mezzi per intervenire, ma dovevano contemperare protezione delle informazioni, sicurezza delle persone, tutela della sovranità e conseguenze diplomatiche. Un singolo mezzo aveva coinvolto intelligence, difesa aerea, autorità politiche e relazioni fra due grandi potenze. Pur essendo tecnicamente diverso dai piccoli droni, il pallone mostrava come la protezione del territorio richiedesse una valutazione più ampia della sola possibilità di neutralizzare un oggetto. Anche un’attività di osservazione può assumere rilievo strategico e richiedere una risposta nella quale capacità militari e responsabilità politiche risultano strettamente collegate.

Il caso di Lipsia introduce una dimensione direttamente legata alla sicurezza europea. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026, nell’area cargo dell’aeroporto di Lipsia/Halle fu rinvenuto un drone dotato di ordigno esplosivo. La Procura generale di Dresda e la polizia criminale della Sassonia confermarono la rimozione dell’innesco e la temporanea interruzione delle operazioni aeroportuali. Il governo tedesco ha successivamente attribuito alla Russia il tentato attentato, distinguendo questa attribuzione politica dagli accertamenti penali ancora in corso. La rilevanza di Lipsia deriva dalla funzione dell’infrastruttura. Lo scalo partecipa alle attività di trasporto strategico del programma Salis, attraverso il quale Paesi alleati accedono a capacità di trasporto aereo per carichi di grandi dimensioni. Un aeroporto civile è quindi anche un nodo della capacità logistica e della mobilità militare europea. Un Paese può trovarsi lontano dai combattimenti e contribuire comunque al sostegno di uno Stato coinvolto nel conflitto. Attraverso i suoi aeroporti, porti e collegamenti ferroviari possono transitare rifornimenti e materiali, mentre le sue imprese possono fornire mezzi e servizi. Queste attività lo espongono alla possibilità di azioni ostili contro le infrastrutture che rendono concreto quel sostegno. Minacciarle o interromperne il funzionamento può perseguire due obiettivi collegati: ostacolare gli aiuti e far ricadere sul Paese che li fornisce costi economici, disagi e timori per la sicurezza.

La pressione può così estendersi alle decisioni del governo, cercando di indebolire la volontà politica di continuare a sostenere il partner. Questi scenari trovano spazio nelle zone grigie della conflittualità contemporanea, nelle quali azioni ostili possono svilupparsi mantenendo incerti la loro origine, la portata e il rapporto con una strategia più ampia. Gli attori possono sfruttare questa ambiguità combinando strumenti militari e non militari, iniziative manifeste e operazioni clandestine. È in tale combinazione che si esprimono le modalità della guerra ibrida: sabotaggio, attacchi informatici, disinformazione, pressione economica e impiego di intermediari possono concorrere a condizionare le decisioni della controparte.

Queste azioni possono avere anche una funzione di comunicazione strategica ossia mostrare una capacità d’intervento, mettere alla prova le difese o segnalare i costi del proseguimento di una determinata politica. Il messaggio può accompagnarsi a conseguenze materiali, come l’interruzione di un servizio o il danneggiamento di un’infrastruttura. Chi agisce cerca così di esercitare una pressione riconoscibile, conservando margini per negare il proprio coinvolgimento e complicare la risposta. Il confronto può svilupparsi senza sfociare in una guerra aperta oppure accompagnare un conflitto già in corso, estendendone gli effetti a territori e attività lontani dai combattimenti.

I droni possono essere impiegati sia nel combattimento convenzionale sia nell’ambito di campagne ibride. Il carattere ibrido dipende dalla strategia nella quale vengono inseriti: osservazione, sabotaggio e intimidazione possono combinarsi con altri strumenti per condizionare le decisioni della controparte. Nel caso di Lipsia, il governo tedesco ha qualificato l’episodio come attacco ibrido, collegando la risposta alla protezione delle infrastrutture, al sostegno all’Ucraina e al coordinamento con Nato e Unione europea. L’allarme americano evidenzia che la preparazione alla guerra convenzionale non assicura, da sola, un’analoga capacità di affrontare le minacce ibride. Uno Stato può disporre di forze armate efficienti e incontrare difficoltà nel riconoscere e contrastare una campagna che combina sabotaggi, attacchi informatici e pressioni sulle infrastrutture civili, coinvolgendo competenze distribuite fra più istituzioni. Le analisi della Nato individuano nell’ambiguità delle azioni ibride un ostacolo alla comprensione della situazione e alla rapidità delle decisioni. La vulnerabilità può quindi manifestarsi prima dell’intervento difensivo. Una presenza sospetta può essere trattata come questione aeroportuale, un’interruzione digitale come incidente informatico, un danneggiamento come episodio criminale. Se le informazioni raccolte dai diversi apparati restano separate, può diventare difficile riconoscere eventuali collegamenti fra gli episodi e valutarne il significato strategico.

L’attore ostile può sfruttare questa frammentazione per ritardare l’attribuzione delle responsabilità e rendere più difficile una decisione politica sulla risposta. La capacità di ricomporre le informazioni diventa, perciò, parte integrante della difesa. Oggi è più che mai necessario coniugare difesa e sicurezza nella valutazione delle minacce e nella preparazione nazionale, mantenendo competenze e responsabilità definite. I domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico sono collegati dalle funzioni che consentono di osservare, comunicare, muoversi e decidere. La protezione del singolo mezzo o impianto deve essere valutata insieme alla continuità del sistema nel quale opera. La condizione degli altri Paesi va letta attraverso queste relazioni. Un bilancio militare elevato non misura, da solo, la preparazione contro minacce distribuite. Le lacune statunitensi non dimostrano che ogni altro Stato sia necessariamente meno preparato, ma mostrano che una grande superiorità tecnologica può convivere con problemi di protezione.  L’Ucraina evidenzia il valore dell’esperienza. La pressione della guerra ha imposto un apprendimento continuo nell’impiego dei droni e delle contromisure, che Montgomery richiama come patrimonio utile alla preparazione americana. Per i Paesi europei, assume particolare rilievo il rapporto fra infrastrutture interconnesse e protezioni organizzate prevalentemente su base nazionale. L’interruzione di un nodo logistico o energetico può trasferire conseguenze oltre confine. Le differenze nella preparazione diventano pertanto un problema collettivo: la sicurezza dell’Alleanza dipende anche dalla continuità delle reti attraverso le quali i suoi membri possono sostenersi.

Nei Paesi del Golfo, la concentrazione di funzioni energetiche e logistiche di interesse mondiale amplia la portata delle vulnerabilità locali. Gli attacchi del settembre 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais mostrarono come il danneggiamento di pochi siti potesse interrompere una quota rilevante della produzione petrolifera e produrre effetti sui mercati internazionali. La protezione di queste infrastrutture riguarda contemporaneamente la sicurezza dei produttori, gli interessi dei partner e la stabilità degli approvvigionamenti esterni. Il richiamo di Montgomery alla cooperazione con gli alleati del Golfo non è casuale. Le garanzie politiche e militari devono tradursi in strumenti effettivamente disponibili dove la minaccia si manifesta. Se anche il principale garante presenta lacune, i partner devono valutare quanto dipendano dalla sua protezione e quali capacità proprie debbano sviluppare. La sostenibilità economica attraversa tutte queste condizioni. Impiegare un intercettore costoso può essere giustificato dal valore delle vite e delle infrastrutture protette. La difficoltà emerge quando la difesa deve essere mantenuta contro azioni ripetute: diventano determinanti scorte, capacità produttiva, manutenzione e disponibilità di risposte differenti.

L’attore ostile può cercare di consumare risorse difensive e imporre una pressione prolungata anche senza ottenere ogni volta un danno materiale. L’aumento della spesa deve quindi accompagnarsi a scelte coerenti con la minaccia. Occorre valutare quali capacità vengano acquistate, quanto rapidamente possano essere aggiornate e come siano collegate all’organizzazione nazionale. L’esperienza operativa deve raggiungere industria, ricerca e decisori con tempi compatibili con l’evoluzione dei mezzi e delle modalità d’impiego. La velocità dell’adattamento diventa una componente della potenza, insieme alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. Per tutti gli Stati, l’allarme americano impone quindi di verificare la preparazione dell’intero sistema nazionale. Le capacità militari devono accompagnarsi alla condivisione delle informazioni, alla chiarezza delle responsabilità e alla possibilità di intervenire tempestivamente sulle vulnerabilità individuate. Quando l’avversario nasconde il proprio ruolo e distribuisce la pressione fra ambiti civili e militari, riconoscere il disegno che collega le sue azioni diventa essenziale per contrastarlo. Da questa capacità dipende anche la libertà dello Stato di perseguire i propri interessi senza che sabotaggi, interruzioni e intimidazioni ne condizionino le decisioni.

Da Bretton Woods a Hormuz. Perché la forza non basta più a difendere il primato del dollaro

19 October 2026 at 10:19

Ci sono momenti in cui la storia cambia prima che le istituzioni costruite per governarla se ne accorgano. Non serve una guerra, né la firma di un trattato: basta che gli strumenti che per decenni hanno garantito stabilità comincino, quasi senza rumore, a produrre effetti diversi da quelli per cui erano nati. È quanto sta accadendo all’ordine economico e finanziario internazionale, e la crisi di Hormuz lo ha reso visibile anche a chi preferiva non vederlo.

Nel luglio del 1944, con la guerra ancora in corso, i rappresentanti di quarantaquattro Paesi si riunirono a Bretton Woods. Chi pensa che stessero disegnando soltanto un sistema di cambi sottovaluta quella generazione. Stavano costruendo un pezzo dell’ordine politico del dopoguerra, nella convinzione, maturata sulle macerie degli anni Trenta, che senza stabilità economica non ci sarebbe stata sicurezza internazionale. Il dollaro ne divenne il perno. Gli Stati Uniti disponevano della più grande capacità industriale e militare del pianeta, ma soprattutto avevano compreso che una moneta può organizzare intorno a sé un sistema di relazioni più durevole di qualunque alleanza.

Lo dimostrò il 1971. Quando, in agosto, Richard Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, l’architettura di Bretton Woods cessò di esistere, ma la centralità americana sopravvisse e anzi si rafforzò. La reggevano mercati finanziari profondi, titoli del Tesoro liquidi, il controllo dei circuiti di pagamento e, sopra ogni cosa, la fiducia che Washington avrebbe garantito regole e continuità. Mezzo secolo dopo, la questione si è spostata. La competizione fra le grandi potenze investe insieme le risorse, la destinazione del capitale, le filiere produttive e la credibilità delle monete. La finanza ha smesso di accompagnare la geopolitica. Ne è diventata uno dei campi di battaglia.

Il rapporto fra petrolio e dollaro è il luogo in cui questa trasformazione si legge meglio, a patto di non cedere agli slogan. Già con gli accordi di Ginevra, all’inizio degli anni Settanta, i produttori ottennero dalle compagnie meccanismi di adeguamento dei prezzi contro la svalutazione della moneta americana. Nel 2000 l’Iraq di Saddam Hussein ottenne di regolare in euro le esportazioni del programma Oil-for-Food delle Nazioni Unite; l’Iran ha percorso a lungo la stessa strada; Russia e Cina hanno moltiplicato negli ultimi anni i pagamenti in valute nazionali. Occorre però distinguere tre piani che il dibattito pubblico tende a confondere: la moneta in cui il barile è quotato, quella in cui una singola transazione viene regolata e quella in cui i proventi vengono reinvestiti. Il petrodollaro vive soprattutto della terza. La domanda vera, dunque, è che cosa accade quando un numero crescente di governi comincia a considerare la diversificazione monetaria una questione di sicurezza nazionale.

Quel momento ha una data. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha immobilizzato circa trecento miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa. Era una scelta giusta e necessaria. Ma ogni banca centrale del mondo ne ha tratto una lezione: le riserve detenute nella valuta di un altro paese sono sicure finché si resta dalla parte giusta di chi la emette. La risposta è stata l’oro. Per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024, le banche centrali ne hanno acquistato oltre mille tonnellate l’anno, e la Banca centrale europea ha certificato che nel 2024, ai valori di mercato, il metallo ha superato l’euro diventando la seconda attività di riserva mondiale dopo il dollaro. È un dato che dice molto più di qualunque statistica sui pagamenti in yuan. L’oro è l’unica riserva senza emittente: non promette nulla e non dipende da nessuno. Sceglierlo significa non affidarsi ad alcuna potenza. È il primo segno di quella solitudine che attraversa oggi l’intero sistema.

Gli Stati Uniti conservano comunque vantaggi che nessun concorrente può replicare. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel secondo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava ancora il 56,7 per cento delle riserve valutarie mondiali, l’euro il 20,6 e il renminbi il 2,1. Chi annuncia la fine del dollaro dovrebbe partire da questi numeri. Il privilegio americano sta nella capacità di attrarre il risparmio del mondo, di finanziare il proprio debito sul mercato più profondo che esista e di usare l’accesso alle infrastrutture finanziarie come strumento di politica estera. Washington lo sa e lavora per estenderlo: con il GENIUS Act del luglio 2025 ha dato una cornice legale alle stablecoin ancorate al dollaro, che portano la moneta americana dove le banche non arrivano. Ma ogni leva usata per esercitare pressione insegna agli altri a dipenderne meno.

È qui che la potenza americana incontra il suo paradosso. La guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz hanno riportato il Brent sopra i cento dollari. A settembre l’inflazione statunitense è salita al 3,7 per cento annuo, con la benzina cresciuta del 9,1 per cento in un solo mese e l’energia in aumento di oltre il 20 per cento su base annua. Il paese che emette la moneta di riserva ed è il primo produttore mondiale di petrolio non è al riparo dallo shock. E lo shock energetico diventa rapidamente shock finanziario: aspettative di inflazione più alte significano tassi più alti, e tassi più alti pesano su un debito federale che dal 2024 costa in interessi più di quanto Washington spenda per la propria difesa. Per chi ha avuto a che fare con i bilanci militari, è un dato che non ha bisogno di commento.

Una grande potenza energetica può subire il prezzo internazionale dell’energia; una grande potenza monetaria può trovarsi a pagare più caro il capitale; una grande potenza militare può vincere una battaglia senza ristabilire condizioni durevoli di stabilità. Il dollaro non è una rendita acquisita. È una posizione da custodire, che vive di liquidità, istituzioni, prevedibilità e fiducia. La forza può difenderla per un tempo. Non può sostituirla per sempre.

Pechino ha capito presto il valore strategico della dipendenza finanziaria. L’internazionalizzazione dello yuan, il circuito di pagamenti CIPS e gli accordi di swap con decine di banche centrali servono a ridurre l’esposizione alle decisioni americane. La Cina si scontra però con un limite che nessun piano quinquennale può aggirare: una moneta non diventa universale perché appartiene a una grande economia. Deve poter essere detenuta, investita e trasferita con libertà, e deve offrire attività sicure e liquide a chi non dipende dal governo che la emette. Con i controlli sui movimenti di capitale e un sistema finanziario subordinato alle priorità del Partito, la crescita dei pagamenti in yuan resta lontana dalla nascita di un nuovo dollaro. Pechino può offrire alternative ai paesi che temono Washington. Non può offrire loro una fiducia che il suo stesso sistema non concede.

Lo scenario più probabile non è quindi il passaggio di testimone fra due egemonie monetarie, ma la crescita di circuiti regionali e bilaterali che convivono con la centralità del dollaro, mentre l’accesso ai mercati e ai sistemi di pagamento diventa sempre più condizionato dalle rivalità politiche. Un mondo meno uniforme, e non per questo più equilibrato, in cui la frammentazione riduce alcune dipendenze, ne crea di nuove e moltiplica le occasioni di ricatto. Lo stiamo vedendo a Hormuz e nel Mar Rosso: le strozzature non appartengono più soltanto alle grandi potenze.

L’Europa vive una contraddizione diversa. L’euro esiste, è solido, è la seconda valuta del sistema internazionale. La debolezza strategica europea non nasce dalla moneta. L’Unione ha un grande mercato, un risparmio imponente, capacità industriali e un potere regolatorio che il mondo le riconosce. Le manca la capacità di trasformare tutto questo in decisione. Il programma SAFE, centocinquanta miliardi di prestiti comuni per la difesa, è stato un primo passo nella direzione giusta, e l’unione del risparmio e degli investimenti è la condizione perché non resti l’ultimo. Ma nessun mercato dei capitali, per quanto completo, sostituisce una volontà comune abbastanza stabile da orientare per vent’anni gli investimenti in difesa, spazio, infrastrutture critiche e tecnologie. Il punto non è quanto denaro possieda l’Europa. È quanto riesca a trasformarlo in libertà di decisione.

L’Italia ne è la rappresentazione più nitida. Le famiglie italiane detengono, secondo i dati della Banca d’Italia, oltre 6.400 miliardi di euro di attività finanziarie; lo Stato porta un debito pubblico che ha superato i tremila miliardi. Siamo un paese ricco di risparmio e povero di strategia, che con il proprio denaro finanzia volentieri le priorità di altri e continua a discutere se e come sostenere le proprie. È la forma economica del pensiero timido: avere i mezzi e rinviare la scelta. In un mondo in cui il capitale segue le alleanze, chi non decide dove indirizzare il proprio risparmio lascia che siano altri a deciderlo.

Intanto la competizione per il capitale si fa più dura. Difesa, intelligenza artificiale, transizione energetica, reti digitali e ricostruzione delle filiere chiedono investimenti enormi, e tutti nello stesso momento. Gli Stati devono finanziarli con debiti già elevati e costi di raccolta in risalita. Fondi sovrani, grandi gestori e banche multilaterali restano guidati da rendimento e rischio, ma pesano ormai anche la sicurezza delle forniture, l’affidabilità delle giurisdizioni e la probabilità di sanzioni. La geografia del capitale comincia così a sovrapporsi a quella delle alleanze. Il capitale resta mobile, ma la sua mobilità ha smesso di essere neutrale: una scelta su semiconduttori o reti digitali pesa sulla competitività di un paese quanto un programma militare. La domanda del prossimo decennio sarà quali Stati sapranno finanziare insieme sicurezza, trasformazione tecnologica e coesione sociale senza compromettere i propri conti. E quali, pur ricchi di risorse, resteranno incapaci di indirizzarle verso una strategia riconoscibile.

Bretton Woods nacque dall’idea che la stabilità economica dovesse impedire il ritorno della catastrofe politica e militare. Ottant’anni dopo, l’interdipendenza che avrebbe dovuto produrre cooperazione viene vissuta come una vulnerabilità da ridurre. Gli Stati Uniti conservano la centralità monetaria ma non governano tutte le conseguenze delle crisi; la Cina allarga il proprio spazio economico senza poter offrire una moneta equivalente; l’Europa possiede una moneta forte e non ha ancora risolto il problema della decisione comune. Nessuno dei tre è condannato al declino. In tutti e tre, però, si allarga la distanza fra il possesso degli strumenti della potenza e la capacità di governarne gli effetti.

Il nuovo ordine potrebbe conservare il dollaro come valuta dominante e, insieme, moltiplicare i fronti della competizione economica. Conterà allora meno la capacità di imporre condizioni e più quella di attrarre capitali e di mantenere relazioni durevoli anche con chi non condivide tutte le proprie scelte. Le banche centrali che comprano oro lo stanno già dicendo, a modo loro. La potenza può imporre un prezzo, ma non può imporre la fiducia. E la solitudine delle grandi potenze è forse proprio questa: disporre di strumenti sempre più sofisticati per esercitare la forza, senza avere più, da sole, la capacità di trasformarla in stabilità.

Una risposta politica contro l’autunno da rivoluzione. La riflessione di Sisci

19 October 2026 at 10:05

Secondo le cronache di oggi, ragazzini immigrati di seconda generazione (i più giovani di 11 anni) sono stati i protagonisti dell’ubriacatura del teppismo che ha sconvolto Milano.

Sono i fratelli degli antichi scugnizzi, la prima scrematura della manodopera della camorra; sono gli infanti che hanno nutrito le fanterie di tutto il mondo. Oggi, pericolosamente, si organizzano su piattaforme sociali che passano dai telefonini e migrano da una app all’altra, rendendo difficile l’inseguimento della loro organizzazione. Forse sono guidati e aiutati da mani esterne, come è spesso accaduto.
Ma i piloti stranieri e teppisti ci sono sempre stati nella storia. Essi non possono avere una risposta solo poliziesca, come ha notato anche Alessandro De Angelis sulla Stampa.

I violenti oggi, l’autunno si preannuncia caldo, hanno bisogno di una risposta politica alta e appropriata. Non si può lasciare la politica nelle mani della piazza dei facinorosi o di opposti estremismi che cercano di cavalcare la tigre.

Farne solo una questione di ordine pubblico è un peso ingiusto per la polizia. Gli agenti per strada non possono essere l’ultimo e unico cordone di sicurezza. Se così fosse, prima o poi gli agenti romperanno le righe e si uniranno ai rivoltosi. Le forze dell’ordine devono far parte di una risposta istituzionale articolata, politica, appunto. Senza di questo, l’autunno non sarà solo caldo: sarà di rivoluzione.
Le manifestazioni sono l’altra faccia della protesta di fondo, che da anni si esprime disertando le urne. È il rigetto della politica da parte della maggioranza degli italiani che non si sente rappresentata da alcuna forza in Parlamento.

C’è stato un tradimento profondo da parte della generazione che prometteva la “rottamazione della vecchia politica” con Matteo Renzi, o che le istituzioni si sarebbero aperte come una scatoletta di tonno, come dichiarava il M5S di Beppe Grillo e oggi di Giuseppe Conte. Entrambi intercettavano un malessere profondo di un’Italia che sentiva, e sente, di non funzionare, ma le risposte non sono state adeguate. Evidentemente, dopo quattro anni di stabilità di governo, oggi il governo o l’opposizione non paiono rispondere adeguatamente ai bisogni. Il punto vero è: dov’è la risposta politica di alto livello?

Oggi i problemi di lungo termine si focalizzano e si esasperano intorno alle guerre che assediano l’Italia. Non si possono ignorare dicendo: vogliamo la pace. Devono essere affrontate parlando al Paese con umiltà ma chiarezza. Bisogna sapere dire che i tempi sono duri e saranno probabilmente peggiori, per questo bisogna prepararsi. C’è un orizzonte molto complesso e non ci sono soluzioni semplici.
Anche qui non c’è nulla di straordinario. Le proteste degli anni ’70 in Italia furono più gravi e lì si era nel cuore della Guerra fredda. Il Paese tremò, ma la politica rispose e rispondeva. Dietro i poliziotti c’erano istituzioni e visioni interne e internazionali. Oggi tutto sembra mancare.

Mai come ora ci sarebbe davvero bisogno o di una presa di coscienza della politica o di una nuova forza politica responsabile che sappia parlare agli italiani, alla gente in piazza e alle donne e agli uomini nelle istituzioni.

Intelligence e targeting, così l’Iran sostiene gli Houthi. La ricostruzione del Wsj

19 October 2026 at 09:45

Il sostegno iraniano agli Houthi avrebbe assunto una dimensione sempre più direttamente operativa, andando più a fondo dei trasferimenti di sistemi d’arma, componenti e know-how, ma anche di informazioni di intelligence e di assistenza nell’individuazione degli obiettivi da colpire con missili e droni. È quanto ricostruisce il Wall Street Journal, che sottolinea come l’assistenza iraniana comprenderebbe addestramento, intelligence, indicazioni tattiche e supporto al targeting. Insomma, un insieme di capacità che avrebbe contribuito a rendere più sofisticata l’attuale campagna militare degli Houthi, sia all’interno dello Yemen sia contro obiettivi sauditi. Il gruppo ha colpito negli ultimi giorni aeroporti, infrastrutture energetiche e altri obiettivi nel Regno, mentre la pressione militare si è accompagnata a nuove avanzate sul terreno.

È quest’ultimo elemento a rendere particolarmente significativa la ricostruzione del Journal. Il rapporto tra Teheran e gli Houthi è da tempo uno degli assi della proiezione iraniana nella Penisola arabica, ma la disponibilità di informazioni necessarie a selezionare e ingaggiare gli obiettivi rappresenta un livello di cooperazione diverso rispetto alla sola fornitura di armamenti. Se il quadro delineato dalle intelligence saudita e yemenita fosse confermato nella sua interezza, l’Iran emergerebbe non soltanto come abilitatore materiale delle capacità Houthi, ma come moltiplicatore della loro efficacia operativa.

Ciò non significa, tuttavia, ridurre gli Houthi a una semplice estensione gerarchica di Teheran. Il movimento yemenita conserva una propria agenda politica, territoriale e militare e negli anni ha sviluppato capacità autonome. È proprio la combinazione tra autonomia locale e sostegno esterno a rendere il rapporto con l’Iran particolarmente efficace: Teheran può amplificare le capacità di un attore radicato sul territorio senza assumersi necessariamente la responsabilità politica e militare diretta delle sue operazioni. Una configurazione che resta coerente con la logica più ampia attraverso cui l’Iran ha costruito la propria rete regionale di partner armati.

Il terreno sul quale questa cooperazione assume oggi maggiore rilevanza è il Bab el-Mandeb. Il Wall Street Journal sottolinea come le recenti avanzate abbiano portato gli Houthi a controllare la costa yemenita affacciata sullo stretto, passaggio essenziale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e uno dei principali chokepoint del commercio mondiale. Reuters aveva già riferito all’inizio di ottobre dei preparativi sauditi per un’offensiva volta proprio a ridimensionare il controllo Houthi lungo questo corridoio, con forze yemenite sostenute da raid e intelligence di Riad.

Gli Houthi hanno dimostrato di poter trasferire la competizione direttamente sul territorio saudita, colpendo infrastrutture la cui rilevanza è insieme economica e politica. Gli attacchi contro gli aeroporti sauditi e quello contro una struttura di Saudi Aramco a Dhahran hanno nuovamente mostrato quanto sia difficile proteggere simultaneamente una rete di obiettivi distribuita su un territorio vastissimo da minacce relativamente economiche e impiegabili in numero elevato.

Per Riad la sfida è dunque duplice. Sul piano militare, occorre impedire agli Houthi di consolidare una capacità di interdizione permanente sul Mar Rosso e di mantenere una pressione missilistica e attraverso droni contro il territorio saudita. Sul piano strategico, invece, la questione riguarda direttamente la sicurezza delle infrastrutture energetiche, dei collegamenti internazionali e, più in generale, l’immagine di stabilità sulla quale Mohammed bin Salman ha costruito una parte consistente della trasformazione economica del Regno.

La ricostruzione del Wall Street Journal aggiunge a questo quadro una variabile decisiva. Il valore dell’assistenza iraniana non risiederebbe soltanto nella quantità di armi trasferite agli Houthi, ma nella capacità di aumentarne precisione, consapevolezza situazionale e selezione degli obiettivi.

Crisi della partecipazione? Alla Sapienza votano 3 su 4 e i giovani fanno la differenza

17 October 2026 at 18:57

In una fase politica in cui alle consultazioni locali capita sempre più spesso che voti meno di un elettore su due, c’è un luogo a Roma dove la partecipazione resta altissima. Alla Sapienza, chiamata a eleggere il rettore del sessennio 2026–2032, al primo turno ha votato l’80,72% degli aventi diritto e al secondo, chiuso lo scorso 16 ottobre, il 75,07%, con l’86,17% tra i docenti e una partecipazione vicina ai due terzi sia tra il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario sia tra le rappresentanze studentesche.

Proprio il voto degli studenti, espresso attraverso i loro rappresentanti nelle assemblee di facoltà e negli organi di governo, racconta meglio di altri dati la vitalità di una comunità che non si limita a subire le scelte sull’università. Il regolamento attribuisce alla componente studentesca un peso che può arrivare al 15% del corpo docente e che nella seconda tornata si è tradotto in 368 voti ponderati, una quota in grado di orientare l’esito di una corsa così serrata.

Rispetto al primo turno i candidati sono scesi da cinque a quattro, dopo il ritiro della prorettrice alla Ricerca Maria Sabrina Sarto, e nessuno ha ancora raggiunto la fatidica soglia della maggioranza assoluta. L’ordine d’arrivo non è cambiato, ma il distacco tra i primi due si è più che dimezzato, da 150,5 a 66,8 voti ponderati, con il prorettore uscente Fabio Lucidi salito da 1.175,93 a 1.207,46, pari a un incremento del 2,7%, e il preside di Scienze politiche, sociologia, comunicazione Pierpaolo D’Urso cresciuto da 1.025,38 a 1.140,63, con un aumento dell’11,2%, il più ampio della competizione. Seguono Riccardo Faccini, a 880,78, e Antonio Carcaterra, rimasto sostanzialmente fermo a 746,13.

Scomponendo il voto si vede come D’Urso abbia guadagnato terreno soprattutto tra i docenti, passando da 678 a 781 preferenze a fronte delle 12 in più raccolte da Lucidi, mentre tra gli studenti resta nettamente in testa con il 54% dei voti ponderati. Il margine che separa i due in questa componente, circa 138 voti ponderati, vale più del doppio dell’intero distacco complessivo, e il dato assume un certo rilievo se si considera che i rapporti con la comunità studentesca rientrano tra le deleghe affidate a Lucidi nella governance uscente.

D’Urso legge il risultato in chiave di cambiamento e sostiene che «il 70% dell’elettorato ha scelto una candidatura di discontinuità con l’amministrazione uscente», affermazione che i numeri non smentiscono, visto che al prorettore è andato il 29,7% dei voti ponderati espressi. Da qui l’appello al «dialogo tra le forze che propongono il cambiamento» e la disponibilità «a raccogliere e coordinare il contributo di tutti coloro che vogliono una nuova pagina per Sapienza», con un’attenzione alle «componenti oggi meno rappresentate, da studentesse e studenti, al personale TAB, ai ricercatori e ai professori associati».

Dal 20 al 23 ottobre si torna a votare e servirà ancora la maggioranza assoluta dei voti, pesati e non pesati, una soglia che appare lontana per chiunque e che rende probabile il ballottaggio tra i due più votati, in programma dal 27 al 30 ottobre. Molto dipenderà dagli elettori di Faccini e di Carcaterra, ma se la tendenza emersa tra primo e secondo turno dovesse confermarsi il sorpasso sarebbe a portata di mano. Comunque vada, la Sapienza consegna l’immagine di un’istituzione in cui la competizione democratica è ancora capace di mobilitare e in cui i più giovani riescono a far valere la propria voce.

La spia scoperta dall’IA. La nuova frontiera del controspionaggio tecnologico e il caso OpenAI

17 October 2026 at 15:41
Quando il bersaglio dell’intelligence diventa l’intelligenza artificiale

Il futuro dello spionaggio potrebbe essere già arrivato. E questa volta il teatro dell’operazione non è una struttura militare, un’ambasciata o un centro di ricerca governativo, ma la sede di una delle aziende tecnologiche più importanti del pianeta: OpenAI. L’arresto di Abdulrahman Alfozan, ingegnere saudita di 35 anni accusato di aver installato clandestinamente un dispositivo di registrazione all’interno di una sala riunioni riservata ai dirigenti dell’azienda di San Francisco, rappresenta un episodio particolarmente significativo nell’evoluzione delle attività di intelligence e controspionaggio. Secondo quanto comunicato dalle autorità statunitensi, il dispositivo, individuato il 30 settembre 2026, era stato occultato dietro un televisore e progettato per registrare conversazioni potenzialmente riservate. L’Fbi ha arrestato il dipendente il 9 ottobre, mentre il caso è stato reso pubblico il 13 ottobre. L’indagato deve rispondere di accuse relative all’intercettazione illecita di comunicazioni orali, ancora da accertare in sede giudiziaria.

L’aspetto più interessante della vicenda, tuttavia, non riguarda esclusivamente la tecnica di intercettazione utilizzata, ma il ruolo assunto dall’intelligenza artificiale nella ricostruzione dell’accaduto. OpenAI ha infatti dichiarato di aver impiegato i propri modelli per analizzare il dispositivo e contribuire all’identificazione del presunto responsabile. Una circostanza che introduce un elemento di profonda discontinuità rispetto ai tradizionali paradigmi del controspionaggio. Per la prima volta, almeno in un caso di questa rilevanza mediatica, emerge con particolare evidenza il ruolo operativo dell’IA nella protezione dei segreti industriali di un’azienda che sviluppa proprio sistemi avanzati di intelligenza artificiale.

Il paradosso tecnologico: l’IA al servizio dello spionaggio e del controspionaggio

La vicenda presenta un paradosso particolarmente interessante. Secondo gli elementi investigativi riportati dalla stampa statunitense, l’ingegnere avrebbe utilizzato strumenti di produttività basati sull’intelligenza artificiale per acquisire informazioni relative alla disposizione degli uffici, alla localizzazione delle sale riunioni e alla programmazione degli incontri riservati.

Gli investigatori avrebbero inoltre individuato interrogazioni rivolte a un chatbot, attraverso un account associato alla moglie dell’indagato, riguardanti la realizzazione e la configurazione di dispositivi di registrazione, la cifratura dei dati e le possibilità di accesso remoto. L’attribuzione delle singole interrogazioni rimane parte degli elementi investigativi da valutare.

In altri termini, strumenti di IA sarebbero stati impiegati nella fase preparatoria della presunta attività illecita, mentre altri sistemi di intelligenza artificiale avrebbero successivamente contribuito alla sua individuazione. È proprio questa duplice dimensione a rappresentare una delle trasformazioni più importanti dello scenario contemporaneo.

L’intelligenza artificiale non costituisce più soltanto un oggetto di interesse per i servizi di intelligence, ma diventa contemporaneamente uno strumento di supporto alle operazioni clandestine e un moltiplicatore delle capacità investigative e di controspionaggio. Se da una parte, i sistemi generativi possono ridurre le competenze specialistiche necessarie per acquisire conoscenze tecniche, analizzare ambienti organizzativi, elaborare informazioni e automatizzare determinate attività preparatorie, dall’altra, gli stessi sistemi possono contribuire a individuare anomalie, correlare informazioni apparentemente scollegate, analizzare dispositivi sospetti e supportare gli investigatori nella ricostruzione di comportamenti potenzialmente ostili. Non bisogna tuttavia confondere il supporto algoritmico con un’autonoma capacità investigativa.

Nel caso OpenAI, l’identificazione del sospettato è maturata attraverso un insieme di elementi che comprendevano analisi tecniche, registrazioni delle telecamere, riscontri documentali e attività investigative tradizionali. In altri termini, l’IA ha contribuito al processo, ma non ha sostituito l’investigatore, e questa distinzione è fondamentale per comprendere il futuro del controspionaggio.

Il vero obiettivo strategico: conquistare i segreti dell’intelligenza artificiale

Per comprendere maggiormente il significato geopolitico dell’episodio occorre considerare il valore strategico assunto dalle tecnologie di intelligenza artificiale.

I modelli avanzati non rappresentano semplicemente prodotti commerciali. Sono infrastrutture tecnologiche capaci di influenzare la competitività economica, l’innovazione industriale, la ricerca scientifica, la sicurezza cibernetica e le capacità militari degli Stati. La conoscenza delle architetture dei modelli, dei processi di addestramento, dei sistemi di ottimizzazione, delle vulnerabilità e delle strategie di sviluppo può rappresentare un vantaggio competitivo straordinario.

In questo contesto, aziende come OpenAI, Google DeepMind, Anthropic e gli altri protagonisti della ricerca avanzata diventano obiettivi potenzialmente appetibili per attività di intelligence economica, industriale e tecnologica. L’interesse non riguarda necessariamente soltanto la sottrazione del codice sorgente o dei parametri dei modelli, poichè anche le informazioni apparentemente meno sensibili possono assumere un valore strategico. Programmi di ricerca non ancora pubblici, accordi con governi e organizzazioni militari, partnership industriali, strategie di acquisizione, capacità computazionali disponibili, roadmap tecnologiche e vulnerabilità organizzative, o anche una conversazione riservata tra dirigenti, può rivelare informazioni che non compaiono in alcun documento ufficiale.

Da questo punto di vista, l’intercettazione ambientale mantiene un’importanza considerevole anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il caso OpenAI dimostra quindi che l’evoluzione tecnologica non determina necessariamente la scomparsa delle metodologie tradizionali dello spionaggio, ma favorisce la loro integrazione con strumenti digitali sempre più sofisticati.

La minaccia interna: il punto debole delle organizzazioni tecnologiche

Un altro degli aspetti più rilevanti dell’episodio riguarda la cosiddetta “insider threat”, ossia la minaccia rappresentata da soggetti che operano all’interno di un’organizzazione e che possono sfruttare la propria posizione per compromettere informazioni, sistemi o processi aziendali.

Nelle attività di controspionaggio, il fattore umano continua a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Un dipendente può conoscere le procedure interne, le abitudini dei dirigenti, le modalità di accesso agli ambienti riservati e le caratteristiche delle infrastrutture tecnologiche. Può inoltre disporre di credenziali, autorizzazioni e relazioni professionali che rendono meno evidente un comportamento anomalo. La crescente digitalizzazione delle organizzazioni non elimina questa vulnerabilità; al contrario, può ampliarne la portata, soprattutto quando le informazioni interne sono distribuite tra piattaforme collaborative, assistenti intelligenti e sistemi automatizzati di gestione aziendale.

Nel caso OpenAI, secondo gli atti investigativi, l’ingegnere avrebbe cercato informazioni sulle sale riunioni e sulle attività dei dirigenti attraverso strumenti interni di produttività. Questo elemento evidenzia una questione particolarmente delicata: gli strumenti di intelligenza artificiale adottati per migliorare l’efficienza organizzativa possono diventare, se non adeguatamente governati, strumenti di ricognizione interna. Ad esempio, un assistente digitale autorizzato ad accedere a calendari, documenti, organigrammi e informazioni operative può infatti consentire a un utente di ricostruire aspetti sensibili dell’organizzazione. Di conseguenzaa, non è necessario violare un sistema informatico se è possibile ottenere informazioni attraverso funzionalità legittime, ma utilizzate per finalità improprie.

Il problema diventa quindi quello della gestione delle autorizzazioni, della segmentazione informativa e della capacità di identificare interrogazioni anomale. La sicurezza non può più limitarsi a stabilire chi abbia accesso a un determinato sistema, ma deve considerare anche quali informazioni possano essere ricostruite attraverso l’interazione tra sistemi diversi.

Lo spionaggio a basso costo contro infrastrutture miliardarie

Secondo le ricostruzioni tecniche pubblicate dopo l’arresto, il dispositivo sarebbe stato realizzato utilizzando una piccola scheda elettronica commerciale, la Seeed Studio XIAO ESP32-S3 Sense, disponibile a un prezzo indicativo di circa 14 dollari nella sua configurazione di base.

La cifra non rappresenta necessariamente il costo complessivo dell’apparato modificato, ma evidenzia un fenomeno significativo: la progressiva riduzione delle barriere economiche e tecnologiche per realizzare strumenti di sorveglianza. Microcontrollori, sensori miniaturizzati, connettività wireless, sistemi di memorizzazione e software open source permettono oggi di costruire dispositivi con funzionalità che in passato richiedevano apparecchiature specialistiche, e la disponibilità di sistemi di IA generativa può ulteriormente accelerare questo processo, facilitando la comprensione delle tecnologie e la soluzione di problemi di programmazione. Si determina così una crescente asimmetria tra il valore delle informazioni da proteggere e il costo degli strumenti potenzialmente impiegabili per comprometterle.

Un’organizzazione può investire miliardi di dollari nello sviluppo di tecnologie avanzate e trovarsi esposta a un dispositivo fisico di costo estremamente contenuto. Il punto debole non è necessariamente il sistema informatico più sofisticato, ma un ambiente apparentemente ordinario: una sala riunioni, un televisore, una porta USB o una procedura di controllo fisico non sufficientemente rigorosa. È la dimostrazione che la cybersecurity, da sola, non coincide con la sicurezza complessiva dell’organizzazione.

Intelligence economica e sicurezza nazionale: il nuovo fronte della competizione globale

Questa vicenda si inserisce, peraltro, in uno scenario internazionale caratterizzato da una competizione tecnologica sempre più intense soprattutto tra Stati Uniti e Cina, Paesi che considerano l’intelligenza artificiale una componente essenziale della propria capacità di proiezione economica, militare e geopolitica. Il controllo delle tecnologie avanzate, delle infrastrutture computazionali e delle filiere dei semiconduttori è ormai parte integrante delle strategie di sicurezza nazionale. In questo quadro, le aziende private che sviluppano tecnologie strategiche assumono una funzione che supera la dimensione puramente commerciale e diventano depositarie di conoscenze rilevanti per la sicurezza degli Stati e, conseguentemente, potenziali obiettivi di attività informative ostili.

Occorre però introdurre una precisazione fondamentale: allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non esistono elementi sufficienti per attribuire il caso OpenAI a un servizio di intelligence straniero o a un’operazione promossa da uno Stato. La nazionalità saudita dell’indagato non costituisce, naturalmente, un elemento idoneo a dimostrare collegamenti con apparati governativi. Non risultano inoltre chiariti il movente, l’eventuale destinatario delle informazioni e l’effettiva acquisizione di conversazioni riservate. OpenAI ha dichiarato di non aver rilevato prove di sottrazione di pesi dei modelli, codice sorgente o dati dei clienti. Tale circostanza non equivale, tuttavia, a escludere in via definitiva ogni possibile registrazione ambientale. La distinzione tra fatti accertati, ipotesi investigative e interpretazioni strategiche è essenziale, e ciò non impedisce di riconoscere che le modalità dell’episodio richiamano problematiche tipiche del controspionaggio industriale: accesso interno, ricognizione preliminare, acquisizione clandestina di informazioni e possibile compromissione di segreti aziendali.

Le implicazioni per l’Italia e per la sicurezza europea

Il caso OpenAI offre spunti di riflessione anche per il sistema industriale e istituzionale italiano. Le organizzazioni che operano nei settori della difesa, dell’aerospazio, dell’energia, delle telecomunicazioni, della ricerca scientifica e delle tecnologie digitali custodiscono informazioni che possono assumere un rilevante valore strategico. La loro protezione richiede un approccio integrato nel quale sicurezza fisica, cybersecurity, intelligence economica e gestione del personale non siano più considerate dimensioni separate. In particolare, sarebbe opportuno rafforzare le capacità di prevenzione delle minacce interne, sviluppare procedure di verifica dei dispositivi presenti negli ambienti sensibili, controllare l’accesso alle informazioni strategiche e adottare strumenti di analisi delle anomalie opportunamente regolamentati.

Un’attenzione specifica dovrebbe essere dedicata agli assistenti di IA integrati nei sistemi documentali e organizzativi. Le amministrazioni pubbliche, le università e i centri di ricerca rappresentano ambienti nei quali la circolazione delle informazioni costituisce una condizione essenziale per l’innovazione, ma può generare vulnerabilità significative quando mancano adeguati criteri di classificazione e protezione. La protezione del patrimonio tecnologico nazionale non può essere affidata esclusivamente alle misure tradizionali di sicurezza informatica. Occorre sviluppare una vera cultura del controspionaggio tecnologico, capace di riconoscere che le informazioni strategiche possono essere sottratte non soltanto attraverso attacchi informatici, ma anche mediante strumenti fisici, comportamenti interni e utilizzi impropri delle piattaforme intelligenti.

Verso lo Spionaggio 6.0: la convergenza tra fattore umano, tecnologie digitali e intelligenza artificiale

L’episodio di San Francisco rappresenta un esempio emblematico della trasformazione delle attività di intelligence nell’era dell’intelligenza artificiale.

Lo spionaggio contemporaneo non è caratterizzato dalla sostituzione delle tecniche tradizionali con strumenti esclusivamente digitali. È piuttosto il risultato della loro progressiva convergenza. Il fattore umano continua a essere centrale, ma opera in un ambiente nel quale sistemi intelligenti, infrastrutture digitali, sensori miniaturizzati e capacità di analisi automatizzata modificano profondamente le modalità di acquisizione e protezione delle informazioni.

Questa convergenza rappresenta uno degli elementi distintivi di quello che possiamo definire Spionaggio 6.0: una dimensione nella quale l’intelligence diventa sempre più tecnologicamente aumentata, interconnessa e caratterizzata dall’impiego dell’intelligenza artificiale lungo l’intero ciclo informativo.

L’IA può assistere la ricognizione, l’elaborazione delle informazioni, la valutazione dei rischi e le attività di controspionaggio, ma il suo utilizzo non elimina la necessità dell’analisi umana, della valutazione contestuale e della responsabilità decisionale. Anzi, proprio la crescente sofisticazione degli strumenti tecnologici rende ancora più importante la capacità di distinguere un indizio da una prova, un’anomalia da una minaccia e una correlazione da un rapporto causale.

Trump tradisce l’Ucraina, ma cosa porta a casa? L’analisi del gen. Jean

17 October 2026 at 13:21

Il “tradimento” di Trump nei confronti di Zelensky e del popolo ucraino è uno degli eventi che susciterà numerosi commenti malevoli nella storia. Esso consiste nel rigetto da parte del Presidente americano del regime sanzionatorio specie sull’energia, elemento essenziale per il finanziamento dello sforzo bellico russo.

Il tradimento è mascherato da una delle solite bugie con le gambe corte (e il naso pure) di cui si diletta Donald Trump. Egli ha sostenuto di aver raggiunto un accordo sia con Mosca che con Kyiv per una sospensione degli attacchi aerei alle strutture energetiche, come premessa per ulteriori progressi nel processo di pace sponsorizzato dai suoi due inviati speciali, Jared Kushner e Steve Witkoff. Entrambe le capitali hanno smentito l’esistenza di accordi al riguardo. Putin ha continuato tranquillamente a bombardare l’Ucraina. Zelensky, che dipende per l’intelligence e per le comunicazioni dal sostegno degli Usa – in particolare SpaceX e Starlink – ha sospeso per tre giorni gli attacchi alle raffinerie e i terminali energetici russi, per poi riprenderli con le stesse modalità di prima.

Come ha fatto presente al recente Consiglio Europeo, le comunicazioni di allarme dell’arrivo di droni o attacchi missilistici russi sono state volutamente limitate da parte di Elon Musk su disposizioni della Casa Bianca. Ne hanno sofferto sia la tempestività degli allarmi dell’attacco imminente alla popolazione ucraina, sia la precisione dei droni a più lungo raggio ucraini destinati a colpire le infrastrutture di rilevanza militare o energetica russe. I primi hanno comportato un aumento delle vittime civili ucraine.

La loro notizia sta provocando notevoli reazioni e proteste negli stessi Stati Uniti. Il tentativo di Trump di fare pressioni su Zelensky, perché continuasse a cessare gli attacchi sulle reti energetiche russe, è miseramente fallito, suscitando pesanti critiche nei confronti degli Stati Uniti e dei livelli etici della loro politica estera e strategia militare.

Va aggiunto che lo stesso obiettivo di Trump di ottenere una quantità sufficiente di gasolio per abbattere i costi energetici del mercato americano appare poco credibile. Il loro aumento non è tanto dovuto al conflitto tra Russia e Ucraina, quanto all’andamento delle aperture/chiusure degli Stretti di Hormuz e di Bab-al-Mandab le cui difficoltà vanno attribuite completamente alle decisioni di Trump di attaccare l’Iran e alla sua incapacità di provvedere per tempo a regolare il traffico petrolifero nei due Stretti strategici, non solo per l’Europa e per l’Asia, ma anche per il mercato americano.

In ogni caso, poi, il gasolio che la Russia – già carente al riguardo – potrebbe esportare per tempo – prima delle midterm – negli Stati Uniti non sarebbe tale da poter abbattere i prezzi e influire positivamente sui risultati di Trump. Al contrario, la sua propaganda sull’accordo con la Russia per il gasolio potrebbe rivelarsi un boomerang, poiché gli americani si accorgerebbero che nonostante le parole presidenziali i prezzi alla pompa non sono diminuiti.

Il rifiuto di Putin di accettare la “pace del gasolio” di Trump è più che evidente dalla sua necessità strategica di non consentire sosta all’Ucraina per organizzarsi per l’inverno. Il Cremlino, anche nelle condizioni disastrose in cui si trovano le sue truppe nel Donbass e nella eroica resilienza della popolazione e della economia ucraina, non ha alternativa a perseguire una completa vittoria che consiste almeno nella conquista delle zone del Donbass che non è riuscito a occupare con la forza delle armi. Il suo regime interno subirebbe un grave colpo da cui forse non potrebbe riprendersi.

Anche per gli ucraini non vi è alternativa alla prosecuzione della guerra, nonostante le distruzioni e le perdite che essa comporta. Sicuramente entrambe aumenteranno per l’esaurimento della contraerea ucraina degli stock di Patriot PAC-3 e per l’indisponibilità di riceverne dagli Stati che ne dispongono ancora di un rilevante numero (Grecia, Spagna, Giappone, Corea del Sud, ecc,. mentre non potrà fare affidamento sul sostegno degli Usa che hanno esaurito parte delle loro scorte nel Golfo, ma soprattutto non sono disponibili a fornire tali mezzi all’Ucraina dato il carattere umorale di Trump). L’alternativa è quella di colpire i missili sulle loro basi, ma essa richiede la sicura disponibilità di SpaceX e di Starlink per la guida di droni a lungo raggio e di elevata velocità, oppure la fornitura da parte della Germania di missili Taurus che hanno la gittata tale da poter colpire gran parte delle basi dei missili russi a medio raggio, ma che il Cancelliere Merz non vuole cedere per non coinvolgere troppo la Germania nel conflitto.

In conclusione, la speranza di Trump di far crollare di un paio di punti il prezzo di gasolio che oggi è di 6.2$ al gallone, e che è all’origine del suo “tradimento” e della perdita forse irreversibile del prestigio degli Usa, è destinata a non avverarsi.

Il conflitto durerà con le attuali caratteristiche di stallo, malgrado l’estensione dalle operazioni terrestri a quelle aeree e missilistiche. Non è pensabile che la Russia si ritiri per l’aumento insopportabile delle perdite come avvenne in Afghanistan. Lo stesso vale per l’Ucraina che non cederà ampi tratti del suo territorio.

Il Marocco punta al ritorno della politica. La squadra di El Mansouri tra continuità e nuove priorità

17 October 2026 at 12:29
Il ritorno della politica

Un ritorno della politica, prima ancora che un cambio di squadra. È questa la chiave di lettura proposta dal materiale che accompagna la composizione del nuovo governo marocchino guidato da Fatima Ezzahra El Mansouri. Un esecutivo chiamato a combinare rinnovamento dei profili e continuità nelle funzioni strategiche, con una promessa che attraversa l’intero impianto programmatico: rendere più riconoscibili le responsabilità e misurare l’azione pubblica sui risultati.

Il re Mohammed VI ha presieduto il 16 ottobre, al Palazzo reale di Rabat, la cerimonia di nomina dei componenti del governo, che hanno prestato giuramento davanti al sovrano. Alla guida della squadra figura El Mansouri, mentre la distribuzione dei portafogli affianca nomi già presenti nella vita politica e istituzionale marocchina a nuovi ingressi.

Il messaggio che emerge è quello di un governo che non intende presentarsi soltanto come una struttura di amministrazione. La componente politica viene indicata come lo strumento per stabilire priorità, sostenere le riforme, spiegarne le ragioni e rispondere della loro attuazione. Un’ambizione impegnativa: rendere visibile non soltanto chi decide, ma anche chi deve rendere conto.

Continuità nei dicasteri strategici

Nella composizione indicata, Abdelouafi Laftit assume l’Interno e Nasser Bourita gli Affari esteri, la Cooperazione africana e i Marocchini residenti all’estero. Abdellatif Ouahbi figura alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Habous e agli Affari islamici, mentre Abdeltif Loudyi è ministro delegato incaricato dell’Amministrazione della Difesa nazionale.

Accanto a questi elementi di continuità, l’assetto economico assume una particolare rilevanza. A Fouzi Lekjaa viene attribuito il ministero dell’Economia, delle Finanze e della Performance pubblica. L’inserimento di quest’ultima competenza nella denominazione del dicastero esplicita uno dei criteri rivendicati dal nuovo impianto: collegare le risorse impiegate alla qualità dell’attuazione e agli effetti delle politiche.

È qui che si colloca il primo banco di prova dell’esecutivo. La semplificazione delle responsabilità potrà dirsi riuscita soltanto se produrrà decisioni più tempestive e servizi migliori, non se resterà confinata nell’organigramma.

La scelta di accorpare le competenze

La nuova architettura privilegia ministeri ampi, affiancati da ministri delegati con attribuzioni specifiche. Nella lista non compaiono segretari di Stato. La logica dichiarata è quella di tenere insieme politiche collegate, evitando che la frammentazione delle competenze ostacoli l’azione.

Ryad Mezzour riunisce Industria, Commercio, Investimenti e Inclusione economica. Nizar Baraka assume Infrastrutture, Acqua e Foreste. A Nabil Benabdallah vengono affidate Educazione nazionale, Prescolare, Formazione professionale e Qualificazione, con deleghe dedicate ad alcuni di questi ambiti.

Sono accorpamenti che raccontano una scelta di metodo. Formazione e qualificazione vengono ricondotte a una medesima responsabilità politica; investimenti e inclusione economica entrano nello stesso perimetro. Il vantaggio atteso è una maggiore coerenza. Il rischio da evitare è che l’ampiezza dei portafogli renda più complesso proprio quel coordinamento che si vuole rafforzare.

Dall’intelligenza artificiale alla sovranità alimentare

Anche le denominazioni dei dicasteri segnalano le priorità. Ahmed Rahhou figura alla guida del ministero dell’Intelligenza artificiale, della Trasformazione digitale e della Riforma dell’amministrazione. L’accostamento indica la volontà di leggere l’innovazione tecnologica anche come leva per cambiare il funzionamento dello Stato.

La sovranità alimentare entra invece nel portafoglio affidato a Khalid Hatimy, insieme ad Agricoltura e Pesca marittima. Abderrahim Chahid assume l’Occupazione e il Dialogo sociale; Najwa Koukouss la Famiglia, lo Sviluppo sociale e l’Uguaglianza. Charafat Afailal figura all’Energia, alle Miniere e allo Sviluppo sostenibile.

Intelligenza artificiale, performance pubblica, sovranità alimentare e dialogo sociale diventano così le parole attraverso cui il governo presenta il proprio rinnovamento. Non ancora risultati, ma impegni politici sui quali valutarne l’azione.

Donne e giovani, un rinnovamento da dimostrare

Il documento di accompagnamento insiste sul ruolo delle donne e dei giovani come motore del ricambio. La presenza di una donna alla guida dell’esecutivo costituisce il segnale più evidente di questa impostazione, insieme agli incarichi femminili nei ministeri e nelle deleghe.

Il significato politico attribuito ai nuovi ingressi va però oltre il ricambio dei nomi. L’obiettivo dichiarato è portare nell’azione pubblica sensibilità differenti, nuove idee e una maggiore capacità di intercettare le aspettative della società.

La composizione, da sola, non consente di misurare quanto profondo sia il rinnovamento generazionale. Saranno le responsabilità effettivamente esercitate e la capacità di incidere sulle decisioni a chiarire se il cambiamento dei profili corrisponderà anche a un cambiamento dei metodi.

La prova della giustizia sociale e territoriale

Il punto di arrivo dell’impianto programmatico è la dignità dei cittadini. La performance amministrativa viene presentata come un mezzo per ridurre le vulnerabilità, ampliare l’accesso alle opportunità e rafforzare la protezione sociale, non come un obiettivo autosufficiente.

A questa dimensione si lega l’equità territoriale: fare in modo che servizi e possibilità di sviluppo raggiungano tutte le regioni e le diverse componenti della popolazione. È il terreno sul quale la promessa di efficienza incontra quella di giustizia sociale.

La sfida della squadra di El Mansouri, nella lettura proposta dal documento, è dunque tenere insieme tre esigenze: una direzione politica riconoscibile, un’amministrazione capace di attuarla e benefici concretamente percepibili. Senza minimizzare le difficoltà né affidarsi alla promessa di soluzioni facili. È su questo passaggio, dall’organizzazione ai risultati, che si misurerà la portata del rinnovamento annunciato.

❌