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Una fusione, tanti dubbi. Vantaggi e ostacoli del matrimonio Tesla-SpaceX

21 October 2026 at 15:55

Witkoff-Putin, un passo avanti ma senza svolte. Cosa si sono detti

21 October 2026 at 15:36

Si è concluso l’incontro tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il presidente russo Vladimir Putin, con il primo che avrebbe chiesto al secondo, in base a quanto si apprende sino ad ora, di valutare la ripresa dei negoziati trilaterali con Ucraina e Stati Uniti sospesi da febbraio, e di esaminare nuove proposte per porre fine al conflitto. Mosca avrebbe anche rilasciato Stephen Hubbard, insegnante americano in pensione detenuto in Russia da anni.

Witkoff ha riferito a Putin dei colloqui tenuti ieri a Oslo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, i leader di Finlandia e Norvegia e rappresentanti europei e della Nato, definiti produttivi. Secondo un funzionario Usa, Kyiv ha presentato nuove proposte e si sono registrati progressi verso un approccio coordinato nei confronti di Mosca. Sul tavolo garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano economico postbellico e una nuova architettura di sicurezza europea.

L’inviato speciale ha detto di auspicare un confronto sulla ripresa del formato a tre, aggiungendo che anche in assenza di un risultato immediato sarebbe importante discutere il passo successivo, ma il Cremlino ha ribadito che un eventuale incontro con il leader ucraino richiederebbe una lunga preparazione. L’inviato ha consegnato documenti con diverse ipotesi di accordo. Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, si sarebbe collegato telefonicamente per illustrare ulteriori idee.

Putin si è offerto di aiutare Washington sul dossier nucleare iraniano, facendo leva sui rapporti decennali con Teheran, e ha proposto forniture di fertilizzanti agli agricoltori americani. Il presidente russo ha inoltre indicato di voler discutere un possibile incontro con Trump in Cina il mese prossimo, a cui prenderebbe parte anche il presidente cinese Xi Jinping.

Il mito della rivolta sociale e la verità sul caos nelle piazze italiane

21 October 2026 at 15:22

Le recenti violenze che hanno infiammato il Nord Italia non sono l’esplosione improvvisa di una collera periferica, di uno sfogo metropolitano, bensì l’epifenomeno di una carsicità disconosciuta o rinnegata: l’impellenza del digitale nel reale. Lo spiazzo urbanistico è il terminale concreto di codici e canali informatici sotterranei, ove la rabbia e l’aggressività sono coltivati e ingegnerizzati a suon di clic prima di tradursi in sassi e vetrine infranti assieme alla narrazione del falso spontaneismo giovanile. Dietro la maschera della reazione istintiva si cela una regia meticolosa, capace di smobilitare frange delinquenziali e trasformare il disagio – vero o indotto – in guerriglia urbana orientata. Da cui segue un paradosso tutto italiano: un “patriottismo costituzionale acritico” che venera a parole “la Costituzione più bella del mondo”, ma ostile nel realizzarne persino i fondamentali.

L’articolo 17 sancisce il diritto di riunirsi “pacificamente e senza armi”, un limite invalicabile che i professionisti del disordine calpestano sistematicamente, pretendendo che l’illegalità venga derubricata a comprensibile dissenso. Vien pur tuttavia da chiedersi: perché proprio ora? Cui bono? La risposta non risiede nelle dinamiche del welfare, ma nei manuali di guerra ibrida. La destabilizzazione risponde ai precisi interessi di un movimento filorusso – che in Italia ha radici antiche – mirante alla disgregazione interna dell’Europa: una sorta di ammaliante istigazione al suicidio politico. Iniettare caos nelle liberaldemocrazie occidentali, esasperare le polarizzazioni e logorare l’ordine pubblico, minare la percezione di sicurezza, sono i binari di un conflitto asimmetrico in cui le piazze europee diventano i teatri di uno scontro geopolitico per procura. Sul versante opposto, d’altronde, tutto ciò non potrebbe mai accadere: in Russia, in Iran, in Cina, le contestazioni vengono soffocate sul nascere.

Il supposto pretesto economico – volto a trovare un’eziologia sociale all’episodica violenza – fatica a reggere. I dati macroeconomici evidenziano piuttosto un eccessivo e diffuso risparmio privato delle famiglie, i cosiddetti “poveri benestanti” descritti da Alberto Brambilla (Corriere della Sera, L’Economia, 02-02-2026): un immenso patrimonio liquido bloccato dalla paura – sintomo di una crisi di fiducia e di prospettive – non certo di una miseria materiale assoluta tale da giustificare la brutalità delle sommosse. Ciò che manca è, invece, la declinazione liberale della “libertà nella responsabilità” – quel principio tanto caro a Emma Bonino – secondo cui ogni diritto deve essere esercitato in prospettiva di rispondere degli effetti etici e civili da esso prodotti. Al contrario, assistiamo al tentativo d’accatto di piegare lo “scire per causas” – sempre ben condito di retorica criminologica veteromarxista – al fine di confezionare una qualche causa di giustificazione intrinseca degli agiti delinquenziali.

Sociologi e filosofi sedicenti progressisti corrono a spiegare le “radici profonde” del malessere, compiendo un tragicomico errore logico-giuridico: equiparare lo sfasciare una vetrina all’ingiustizia di un salario da fame. Essi confondono – forse deliberatamente – un contratto squilibrato con un illecito descritto dal codice penale. Senza ovviamente criticare o perlomeno scomodare l’inutilità bellicosa di un sindacato militante ormai ridotto a feticcio ideologico il quale – di quelle retribuzioni miserande – è il principale responsabile. Ma la violenza non è la “rescissione per lesione” di un sinallagma: è un reato. In detto cortocircuito argomentativo, chi sarebbero le vittime? I manifestanti violenti, “presunti esclusi” dal famoso sistema? O i commercianti, i residenti, i lavoratori, gli studenti, i manifestanti pacifici, che hanno subito – senza la suddetta presunzione di esclusione sistemica – una devastazione materiale e psicologica? Il fatto è che nella distruzione si consuma la rivalsa del corpo muto (Leibverstummung), il quale parla in luogo di un discorso ormai amputato: e l’incapacità intellettuale di articolare un pensiero rivendicativo strutturato in parole coerenti si traduce nell’aggressività smodata del corpo che si scaglia contro i simboli di quella agiatezza di cui gode immeritatamente. La verità – illustri commentatori, cari rivoltosi – è che, come direbbe il Marchese Del Grillo, “non c’avete un cazzo da di’…”. Questa è la tragedia. Un’impostura peraltro che non brilla certo per novità. Dov’è l’originalità rispetto al Mark Renton di Trainspotting? I fatti della piazza milanese ricalcano un rifiuto generazionale – e generativo – già visto trent’anni fa:

“Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia… Scegliete il vostro futuro. Ma perché dovrei fare una cosa del genere? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro”.

Meglio distruggere e adagiarsi nel consueto, quieto e canforaceo vittimismo dal rassicurante retrogusto al “miele-strazio”, insomma, piuttosto che impegnarsi e correre il rischio di fallire come “poveracci” in una società competitiva? È questo il proposito? È questo che si vuole rivendicare? Pare la solita cattiva recita orchestrata dai soliti “cattivi registi”, così racchiusi nella loro ombelicalità autoerotica da non riuscire a distinguere un farabutto da un disgraziato. Quasi 5 milioni di italiani – pari a circa il 9% della popolazione – svolge attività di volontariato; di questi, più di 1 milione è rappresentato da giovani, con la fascia tra i 14 e i 17 anni in netta crescita negli ultimi anni. Sarebbe necessario – ogni tanto, eh, senza esagerazioni, per carità! – esaltare la parte sana di una comunità, premiarla, o anche solamente ricordarla, durante i discorsi pubblici. Tra un vaneggiamento e l’altro, si potrebbe trovare un piccolo spazio anche per loro: ne sono convinto.

Orbita bassa, tensione alta. Cosa sappiamo sul “caso Kosmos 2612”

21 October 2026 at 15:17

Ventisei metri al disastro. Tanto sarebbe stata, secondo i dati di tracciamento pubblici, la distanza minima tra il satellite militare russo Kosmos 2612 e l’Iceye X36, satellite radar ad apertura sintetica (Sar) registrato negli Stati Uniti e appartenente alla società di origine finlandese Iceye. L’incontro è avvenuto il 19 ottobre, come riporta The War Zone. LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio orbitale, è più prudente e parla di circa 500 metri, che rimane una vicinanza comunque anomala per due oggetti che viaggiano a migliaia di chilometri orari senza alcun coordinamento. Nel 2020 bastò che il Kosmos 2542 si avvicinasse a 150 chilometri da un satellite spia americano per scatenare un caso internazionale. Oggi, la distanza è una frazione di quella.

Il bersaglio non è casuale. Le immagini Sar di Iceye, utilizzabili di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo, sono impiegate da anni dalle autorità ucraine anche per l’individuazione degli obiettivi, e secondo voci mai confermate l’X36 opererebbe sotto un controllo più diretto di Kyiv. Il Kosmos 2612 fa parte di un gruppo di sei satelliti lanciati da Mosca lo scorso aprile con un unico vettore Soyuz, con ogni probabilità “ispettori” capaci di avvicinarsi ad altri oggetti in orbita. Già a maggio tre di loro avevano sfiorato l’X36, e secondo l’amministratore delegato di Iceye, Rafal Modrzewski, lo spostamento del satellite da parte dell’azienda aveva provocato nuove contromanovre russe.

La fase decisiva è iniziata il 30 settembre, quando il Kosmos 2612 si è riportato sullo stesso piano orbitale e quasi alla stessa quota del bersaglio. L’astrofisico Jonathan McDowell l’ha definito il primo rendez-vous in orbita bassa tra due satelliti attivi senza il consenso di uno dei proprietari. LeoLabs descrive un avvicinamento controllato, l’aggiramento dell’obiettivo, una lunga permanenza nelle sue vicinanze e un allontanamento altrettanto preciso: capacità che richiedono pianificazione, propellente e sensori di bordo sofisticati.

Lo schema è noto. Nel 2020 il Pentagono accusò il Kosmos 2543 di aver testato un’arma antisatellite rilasciando un piccolo oggetto in orbita. La capacità di affiancare un altro veicolo apre a opzioni cinetiche e non: bracci robotici, aerosol per accecare le ottiche, disturbo elettronico, impatto diretto. Ma anche la sola minaccia produce effetti, costringendo il bersaglio a spostarsi, a consumare carburante e a ridurre la propria vita operativa, mentre l’osservazione ravvicinata ne rivela caratteristiche e punti deboli.

Sulle intenzioni di Mosca restano margini di incertezza, con gli analisti che non escludono nulla, dall’intimidazione al sabotaggio, ma anche l’opzione secondo cui quanto osservato non prova un intento ostile ma è compatibile con raccolta di intelligence, coercizione o preparazione di operazioni controspaziali. Ma al di là delle intenzioni, il messaggio è chiaro. Mosca ha dimostrato di poter raggiungere, affiancare e tenere sotto pressione un satellite commerciale occidentale che sostiene lo sforzo bellico ucraino, colpendo proprio quella democratizzazione dello spazio che ha permesso a Kyiv di compensare l’assenza di una costellazione propria. Con palesi ricadute in ambito strategico.

Underwater e Blue Economy, l’Italia punta su tecnologia e filiera industriale

21 October 2026 at 15:15

Le tecnologie che permettono di esplorare i fondali sono le stesse che possono mettere a rischio le infrastrutture posate sul fondo del mare. Da questa contraddizione è partita l’apertura di Blue Planet Economy Expoforum 2026, a Fiera Roma fino al 24 ottobre. Nei due appuntamenti moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche, la sicurezza underwater ha incontrato industria, porti e prospettive economiche del Lazio.

La sfida dei fondali

Per Francesco Ruggiero, capitano del Polo nazionale della dimensione subacquea, la trasformazione è già concreta. Robot e droni arrivano oltre tremila metri di profondità, rendendo accessibili anche cavi e gasdotti finora considerati difficilmente raggiungibili. Da qui i 21 progetti del Polo, per 115 milioni di euro, e l’area di prova in costruzione alla Spezia. L’urgenza di portare l’innovazione fuori dai laboratori ha trovato una risposta industriale nell’intervento di Dario Giacomin. Per l’ammiraglio di Fincantieri, sensori, veicoli autonomi e sistemi di comunicazione devono funzionare insieme. Le acquisizioni di aziende specializzate seguono la stessa logica, “trasformare innovazione in capacità operative”.

Dallo spazio alle imprese

Lo stesso ragionamento si estende allo spazio. Luca Vincenzo Maria Salamone, direttore generale dell’Agenzia spaziale italiana, ha richiamato le tecnologie comuni ai due ambienti e il lavoro avviato con la task force e il bando Space&Blue. Ma la competitività non dipende solo dai programmi. WSense, nata nella ricerca universitaria, mostra come un brevetto possa raggiungere i mercati internazionali. Chiara Petrioli, fondatrice dell’azienda, ha ricordato che circa il 30% del personale è rientrato da esperienze all’estero. Per le realtà più piccole, come SubSeaLED di Andrea Bellizzi, inserirsi in una filiera significa trovare interlocutori e accelerare lo sviluppo delle proprie soluzioni. Un sistema del genere richiede anche regole adeguate. L’avvocato Giuseppe Graziano ha riconosciuto i progressi legislativi, indicando però la mancanza di “un corpus iuris organico e completo” per il settore.

Un’economia che parte dai territori

Con la cerimonia inaugurale, il discorso è tornato sulla costa. Fabio Casasoli, amministratore unico di Fiera Roma, ha posto l’accento sugli incontri tra imprese che la manifestazione intende favorire. Per Massimo Guardigli, del Consorzio nautico del Lazio, la nautica è anche una possibilità di lavoro qualificato per i giovani del litorale. Su questo tessuto produttivo si innestano i numeri portati dalla vicepresidente regionale Roberta Angelilli, oltre 38mila imprese legate al mare e 50 milioni di euro investiti dal 2023, con 4 milioni destinati ai Comuni costieri. A Fiumicino, il sindaco Mario Baccini punta su nuovi investimenti portuali e sulla trasformazione del litorale per rafforzare turismo e occupazione. Il potenziale, però, deve ancora essere riconosciuto pienamente. “Roma è l’unica città di mare che c’è al mare e non lo sa”, ha osservato Massimo Tabacchiera, della Camera di commercio di Roma, anticipando una proposta, non ancora approvata, per una struttura dedicata alla Blue Economy.

Le infrastrutture e la conoscenza

Il confronto è tornato così al sistema portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, sotto l’Autorità presieduta da Raffaele Latrofa. Cristiano Dionisi, di Unindustria, ha spostato lo sguardo dalle banchine ai collegamenti ferroviari e ai retroporti, annunciando per novembre un accordo tra Confindustria e governo sull’underwater. Per Paolo Guglia, vicepresidente del Cluster BIG, mettere in relazione centri di ricerca e imprese è il modo per evitare che le innovazioni rimangano isolate. La sicurezza resta però una condizione dello sviluppo. Cosimo Nicastro, della Guardia costiera, ha richiamato la necessità di gestire insieme mare, costa ed entroterra. Con Gianmaria Sannino, dell’Enea, il discorso è arrivato alla conoscenza dei fenomeni marini, dalle condizioni dei fondali alle previsioni sull’innalzamento del livello del mare, particolarmente rilevanti per Fiumicino. E poiché nessuna filiera cresce senza persone preparate, Elisa Van Engelenhoven, di ForMare, ha chiuso il percorso sulle nuove professioni, tra shipping ed energie rinnovabili offshore.

Scatto Ue sulle materie critiche. Al lavoro per un Centro europeo in Veneto

21 October 2026 at 15:11

L’Europa accelera sulle materie critiche per bypassare la dipendenza dalla Cina e impedire all’industria continentale di essere ostaggio geopolitico di un monopolista. Il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza la revisione mirata del Critical Raw Materials Act, al contempo verrà creato un Centro europeo per le materie prime critiche. I conservatori di Ecr hanno proposto il Governing Board che garantisca il pieno coinvolgimento degli Stati membri nelle decisioni strategiche.

La plenaria di Strasburgo ha detto sì con 441 voti favorevoli, 83 contrari e 108 astenuti: di fatto ripercorrendo le posizioni più volte espresse dal governo italiano sul tema. Passaggio ripreso da Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, secondo cui i riferimenti sono sia alla limitazione delle esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti, sia all’istituzione di un centro europeo per le materie prime critiche. Secondo il ministro di FdI “questa è la strada giusta per realizzare l’autonomia strategica europea, alla quale il nostro Paese sta dando un contributo decisivo, lo dimostra la candidatura italiana a ospitare il primo deposito strategico europeo di materie prime critiche e la recente selezione di cinque progetti italiani tra i 46 individuati dalla Commissione europea nell’ambito della seconda call prevista dal Crma”.

L’Italia ha proposto di istituire a Porto Marghera, in Veneto, il centro di stoccaggio europeo per le materie prime critiche. Si tratta di un polo che è connesso alla rete logistica del nord-est che ha tutte le carte in tavola per essere il principale centro europeo per lo stoccaggio e la gestione strategica di terre rare.

Entrando nello specifico, è prevista anche una “clausola condizionale sul controllo delle esportazioni” tramite la quale la Commissione europea potrà limitare “le esportazioni di rottami e rifiuti contenenti magneti permanenti”, al fine di riciclare i materiali e riutilizzarli all’interno dell’Ue. La Commissione quindi potrà individuare le grandi imprese che utilizzano materie prime critiche come batterie, droni, satelliti o chip per poi far scattare i cosiddetti obblighi di resilienza.

“Mentre Cina, Stati Uniti e Giappone rafforzano le proprie strategie di approvvigionamento, l’Europa deve dotarsi di strumenti altrettanto concreti – ha commentato l’eurodeputato di Ecr/FdI Mariateresa Vivaldini – Il nuovo Centro dovrà sostenere investimenti, acquisti congiunti, accordi di lungo periodo e stock strategici, rafforzando le capacità europee lungo tutta la filiera, dall’estrazione alla trasformazione e al riciclo”.

Come è noto, il Critical Raw Materials Act è stato adottato dal Parlamento europeo nel dicembre di tre anni fa per garantire all’industria l’accesso alle materie prime essenziali per le transizioni verso l’energia pulita: per questa ragione la legge prevede una tabella di marcia serrata come il limite del 2030 entro cui estrarre almeno il 10% del consumo annuo di materie prime strategiche, trasformarne almeno il 40% e riciclarne almeno il 25%. Verrà inoltre garantito che non più del 65% del consumo annuo di qualsiasi materia prima strategica provenga da un singolo Paese terzo.

Trivellazioni nel Mare del Nord. L’Ue sorride ma per Burnham iniziano i guai

21 October 2026 at 15:10

Il Partito Laburista ha approvato nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Cosa cambia per Londra e per l’Ue? In primis dal lato interno Burnham affronta una rivolta politica sul clima dopo l’approvazione della misura osteggiata da sinistra e ambientalisti, ma dal punto di vista internazionale di fatto è un’occasione interessante (anche se da mettere in cantiere ben prima delle attuali crisi).

Il neo premier non si è discostato dalla traccia imboccata dai due ministri degli Esteri, Fahnbulleh e dal suo predecessore, Ed Miliband. Infatti all’inizio dell’anno, Burnham ha lasciato intendere di condividere le posizioni del presidente americano Donald Trump che premeva non poco per esplorare in quelle zone, promettendo di adottare un “approccio pragmatico” nella decisione finale. Certo dovrà adesso salvaguardare la “sua” opinione pubblica, per questa ragione si lavora su come permettere agli organismi di regolamentazione di valutare le emissioni di carbonio generate dalla combustione del petrolio e del gas estratti dai due giacimenti.

Risale a due mesi fa la richiesta avanzata da Shell ed Equinor per ottenere l’autorizzazione ambientale. Pochi giorni fa il premier rivolgendosi alla Camera dei Comuni, ha affermato: “Adotterò un approccio pragmatico in merito a petrolio e gas; comunicheremo le nostre decisioni a breve”. Ma secondo un sondaggio condotto da Savanta per l’organizzazione ambientalista E3G, un terzo degli elettori Labour sarebbe meno propenso a votare per loro se dessero il via libera a ulteriori trivellazioni petrolifere nel Mare del Nord.

Per cui se nel nord-est della Scozia, area in cui ha sede gran parte del settore industriale, il Labour crescerebbe, altrove perderebbe: è il motivo vero della prudenza dell’inquilino di Downing street, che solo tre mesi fa prometteva bollette accessibili, crescita industriale e un clima pulito. Di contro il Partito Conservatore, all’opposizione e convinto sostenitore del progetto, ha affermato che, se approvato, il giacimento di Jackdaw potrebbe iniziare a riscaldare 1,4 milioni di case nel Regno Unito già quest’inverno.

Che significa aprire il Mare del Nord? Rosebank è il più grande giacimento di petrolio e gas non ancora sfruttato nel Regno Unito: situato a circa 80 miglia a nord-ovest delle Shetland, conoscerà il suo destino entro fine anno. Ha una capacità produttiva stimata tra i 300 e i 500 milioni di barili di petrolio entro circa 25 anni. Invece il giacimento di Jackdaw che si trova a circa 240 chilometri a est di Aberdeen potrebbe essere collegato alla rete britannica in pochissimo tempo.

A tal proposito il presidente degli Stati Uniti ha scritto il proprio pensiero su Truth Social: “Gli abitanti di Aberdeen, in Scozia, stanno ballando per le strade perché il nuovo Primo Ministro, Andy Burnham, ha dichiarato che aprirà completamente i preziosi giacimenti petroliferi del Mare del Nord!”. Lo scorso agosto BP ha messo in vendita la sua attività petrolifera nel Mare del Nord, dopo 60 anni di produzione nella regione. La vendita potrebbe potenzialmente fruttare a BP due miliardi di sterline.

La risposta sul no alla violenza sarà corale? L’interrogativo di Merlo

21 October 2026 at 14:27

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha fatto un appello recentemente a tutte le forze politiche. In sé un appello banale e persino scontato. E cioè, che tutti i partiti e le forze politiche dicano un no secco e condiviso alla violenza – sempre più drammatica e sempre più inquietante – e, al contempo, impegnarsi tutti a difendere la legittima e costituzionale libertà di manifestazione democratica ma senza alcuna tolleranza nei confronti della deriva violenta. Teppistica o criminale che sia.

Ed è proprio attorno a questo invito, ripeto in sé banale nonché scontato, che paradossalmente e inspiegabilmente emergono i soliti distinguo. Distinguo che legittimano, di conseguenza, le zone d’ombra, i balbettamenti, gli equivoci e in ultimo, ma non per ordine di importanza, una dubbia presa di distanza dalla violenza. E questo per un semplice motivo: visto che la guida politica dell’attuale opposizione è nelle mani della sinistra radicale, massimalista, estremista e populista, l’obiettivo politico di fondo è quello di distruggere il nemico politico. E, di conseguenza, nulla può vedere l’attuale sinistra accomunata con l’attuale maggioranza di governo su nessuna priorità politica. Neanche nella difesa della democrazia e nel pieno e convinto respingimento di ogni forma di violenza politica e di piazza. Perché, alla fine, le parole d’ordine sono sempre quelle di dire “no alla violenza” aggiungendo però sempre un “ma” e un “però”. E proprio quel “ma” e quel “però” portano sempre, e di conseguenza, a privilegiare la comprensione del disagio sociale e, di conseguenza, a capire e a volte anche a giustificare la violenza di piazza che si respinge per principio ma sempre e solo solo formalmente e burocraticamente.

Ora, e al di là delle posizioni dei singoli partiti che sono note e che non richiedono neanche di essere ulteriormente approfondite, si tratta di capire se questo nodo, squisitamente politico, può essere sciolto o meno. E cioè, per essere ancora più chiari e semplici, c’è o meno la volontà per arrivare ad un “no” condiviso della violenza e, nello specifico, della violenza di piazza? Perchè se quel “no condiviso” alla violenza non può essere pronunciato per una insuperabile pregiudiziale politica ed ideologica nei confronti del nemico – cioè l’attuale governo guidato da Giorgia Meloni – si corre il serio rischio di un imbarbarimento progressivo della nostra vita democratica e della stessa messa in discussione della qualità della nostra democrazia e della solidità delle stesse istituzioni democratiche.

Forse è arrivato il momento, al di là delle solite e ormai note e consolidate pregiudiziali ideologiche e politiche, di stringere un “patto costituzionale” come negli anni ‘70 e ‘80 tra le principali formazioni politiche e democratiche del nostro Paese per battere e contrastare la violenza politica. Se questo non dovesse accadere sapremo, alla fine, chi contrasta decisamente la violenza e chi, invece e al contrario, la tollera, la comprende, la capisce e, alla fine, forse anche la giustifica.

Così la musica unisce e favorisce la pace

21 October 2026 at 14:20

Musica e pace vanno molto d’accordo. Non solo perché, come è stato ripetuto tante volte, la musica è aperta a tutti, non ha confini. Ma anche perché si moltiplicano le iniziative per promuovere e sensibilizzare attraverso la musica la ricerca della pace, così in bilico o addirittura  calpestata in questi tempi.

La musica non è solo un mezzo di intrattenimento, ma una vera e propria pratica attiva di diplomazia, educazione e armonia sociale. Artisti come John Lennon hanno unito l’attivismo politico a inni universali come Imagine e Give Peace a Chance, portando il messaggio della nonviolenza nelle case di milioni di persone.

Da ultimo il musicista franco-libanese, che sarà al teatro Arcimboldi di Milano il 4 novembre per JazzMi, ha dichiarato: “Proporre una musica che unisce anzichè dividere è il mio modo di disegnare la pace”. Nipote dello scrittore Amin Maalouf deve la sua fama all’uso di una speciale tromba a quattro pistoni, inventata dal padre, che gli permette di suonare i quarti di tono tipici delle melodie orientali.  Lodevolmente sensibile al tema anche la Fondazione Ducci che ha promosso in Campidoglio a Roma il Concerto per la Pace “Tra le note un’ armonia”, presente un numeroso e qualificato pubblico tra cui gli ambasciatori Enrico De Majo e Renato Mosca de Souza (Brasile), l’economista Merja Tuomas-Kettunen Aalto (storicamente legata all’ambasciata di Finlandia), la scrittrice uruguayana Mirta Gutiérrez de Marques Seré, nonché il sindaco di Chieti Giovanni Legnini.

Come noto la Fondazione Ducci è un’istituzione culturale italiana fondata nel 1999 nata in memoria dell’impegno sociale e culturale dei genitori del fondatore ed animatore ambasciatore Paolo Ducci ed è attivamente impegnata nella promozione del dialogo interculturale e interreligioso e nella ricerca storico-politica ed economico-sociale.

Cura la pubblicazione di studi periodici online, tra cui la rivista mensile “Agenda Geopolitica” , magistralmente diretta dall’ambasciatore Marco Baccin, e i “Pamphlet della Fondazione”.  Promuove, tra l’altro, il  “Premio Ducci per la Pace”, riconoscimento annuale assegnato a personalità che si distinguono nell’ambito della cooperazione e della solidarietà internazionale. L’organizzazione del concerto, iniziata nel 2006, viene riproposta ogni anno quale significativo momento di sensibilizzazione sulla questione  della pace. Per questa edizione l’esecuzione è stata affidata al m.o Luigi Piovano, primo violoncellista dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ed al m.o Giuliano Mazzoccante (pianoforte) direttore del teatro Marrucino di Chieti e fondatore e direttore della Music & Art International Academy sempre di Chieti.

Gli artisti, particolarmente applauditi, hanno privilegiato musiche di Ottorino Respighi e Serghei Rachmaninoff. Quest’ultimo compositore mi richiama il ricordo del compianto Maestro Robleto Merolla (1937–2010), celebre tenore drammatico, strettamente legato al Conservatorio Statale di Musica G. Rossini di Pesaro sia come studente (fu l’ultimo allievo del leggendario maestro Arturo Melocchi del quale ha sempre sollecitato una adeguata commemorazione) sia, successivamente, dopo il suo precoce ritiro dalle scene, come apprezzato docente di Canto. Di qui la mia lunga frequentazione con lui in quanto ricoprivo l’incarico di presidente dell’Istituto musicale. Il repertorio e l’insegnamento di Merolla includevano romanze e arie del repertorio lirico e cameristico internazionale tra cui figuravano in particolare anche le romanze e i canti russi di Sergei Rachmaninoff, al quale dedicò un articolato concerto rimasto indimenticato: “Il Canto di Rachmaninoff”.

Prima della esecuzione del Concerto per la Pace nella Sala della Protomoteca il presidente Ducci ha rivolto il saluto della Fondazione ai presenti ponendo in particolare rilievo che oggi per governanti e politici la pace è il primo problema da affrontare respingendo i tentativi di chi intende minacciarla. L’onorevole Fabrizio Cicchitto, dal canto suo, ha sottolineato che nessuno vuole la guerra, a parole però, e non sempre pronunciate in buona fede. Indice dei reali pericoli presenti è l’adesione di Paesi come la Svezia e la Finlandia, da sempre neutrali, alla Nato. Illustrata l’evoluzione della politica internazionale negli ultimi decenni, Cicchitto ha concluso affermando che o l’Europa supera le sue contraddizioni e copre gli spazi che gli Usa stanno lasciando scoperti o i valori su cui si è finora retto l’Occidente  rischiano di essere travolti.

In foto-Presidente della Fondazione Paolo Ducci

 

Petrolio, così l’India diventa partner strategico per il Venezuela

21 October 2026 at 13:46

L’India mette ufficialmente un piede, o forse anche due, nel Venezuela della seconda vita, almeno se il metro di misura è il petrolio. Pochi giorni fa questo giornale ha dato conto delle prime, vere, connessioni tra il Paese degli elefanti e il governo di Caracas, che da quando è stato affidato a Delcy Rodriguez, ha intrapreso la strada del libero mercato e dell’apertura dell’industria del greggio. Adesso sta succedendo, per davvero. Gli Stati Uniti guardano ufficialmente alle raffinerie indiane per aumentare la disponibilità di carburanti sui mercati internazionali, messi sotto pressione dalla guerra in Iran e dalle difficoltà della navigazione nel Golfo. Al centro dell’iniziativa americana c’è, dettaglio anche questo anticipato da Formiche.net, Reliance Industries, il conglomerato controllato da Mukesh Ambani, che Washington vorrebbe coinvolgere in una maggiore lavorazione del petrolio venezuelano.

A indicare questa prospettiva è stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, arrivato a Mumbai per una visita di tre giorni. Rubio che ha annunciato l’intenzione di discutere la questione con Ambani e con i dirigenti di Reliance, riconoscendo all’India un ruolo di primo piano nella raffinazione internazionale. D’altronde, il greggio venezuelano presenta caratteristiche che ne rendono complessa la trasformazione in carburanti commerciali. È generalmente più pesante rispetto ad altre qualità di petrolio e richiede impianti dotati di tecnologie specifiche. Le grandi raffinerie indiane, e in particolare quelle di Reliance, dispongono di capacità adatte a trattare anche queste forniture.

Non a caso Rubio ha definito l’India una potenza mondiale della raffinazione, sottolineando che alcune imprese del Paese possiedono inoltre interessi petroliferi già esistenti in Venezuela. Per Washington, questa combinazione di capacità industriale e rapporti commerciali potrebbe contribuire ad aumentare la quantità di prodotti petroliferi disponibili in una fase di forte instabilità energetica. Tutto questo mentre Caracas si avvicina alla cosiddetta quota Trump. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Il Venezuela avanza a passo spedito.

Dalle reti russe ai sospetti su Iran e Algeria. Cosa (non) svela Ft sulle proteste in Europa

21 October 2026 at 13:44

L’Unione europea sta indagando sulle possibili interferenze straniere nelle proteste violente che hanno attraversato negli ultimi giorni Francia e altri Paesi europei, tra cui Italia e Belgio. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, funzionari della sicurezza e autorità di regolamentazione stanno esaminando il ruolo di reti di disinformazione filorusse, insieme a possibili operazioni riconducibili a Iran e Algeria, nella diffusione di contenuti violenti e narrazioni polarizzanti.

Le verifiche riguardano soprattutto l’amplificazione digitale delle proteste, ma alcuni governi hanno chiesto ai servizi di intelligence di accertare anche l’eventuale coinvolgimento diretto di agenti stranieri negli episodi di violenza. Al momento, precisano le fonti europee interpellate dal quotidiano britannico, non esistono prove concrete di provocazioni organizzate dall’estero.

È una dinamica che Formiche.net aveva già analizzato in un articolo di Emanuele Rossi, ricostruendo come le tensioni sociali europee possano essere sfruttate da attori ostili attraverso strumenti di guerra ibrida, campagne informative e operazioni di influenza. Le nuove rivelazioni del Financial Times aggiungono a questa lettura gli elementi raccolti dalle autorità europee.

David Colon, ricercatore di Sciences Po specializzato in disinformazione, spiega che influencer filo-Cremlino collegati alla campagna russa “Storm-1516” hanno amplificato le proteste francesi diffondendo narrazioni false. Colon ha indicato anche “Matryoshka”, un’altra rete di influenza russa già attiva in operazioni di manipolazione informativa.

Ci sono diversi account già individuati per aver diffuso filmati violenti falsamente attribuiti alle manifestazioni francesi. Un video pubblicato su X da un profilo con appena cinquemila follower ha raggiunto quasi sei milioni di visualizzazioni, mostrando manifestanti intenti a lanciare fuochi d’artificio. Le immagini risalivano in realtà alle proteste del 2024 a Tbilisi, in Georgia. Colon ha tuttavia precisato che gli influencer filorussi non hanno originato le manifestazioni né risultano averne condizionato direttamente lo svolgimento. Le operazioni osservate sembrano soprattutto orientate a sfruttare e amplificare eventi già in corso.

L’attenzione si estende anche a Iran e Algeria. Sono stati segnalati indizi di possibili operazioni di influenza riconducibili ai due Paesi Le autorità europee stanno cercando di comprendere se l’attività online possa accompagnarsi a provocazioni fisiche. Il precedente richiamato dal Financial Times risale al 2023, quando persone sospettate di agire per conto della Russia disegnarono stelle di David sui muri di Parigi. Secondo l’organismo francese Viginum, l’operazione mirava ad alimentare divisioni nella società.

Il problema riguarda la possibile convergenza tra tensioni autentiche, operazioni clandestine e amplificazione algoritmica. Distinguere queste componenti non è sempre semplice, soprattutto quando le attività di influenza utilizzano intermediari e reti difficilmente attribuibili. Bruxelles ha intanto avviato confronti con le autorità francesi e con i regolatori nazionali per valutare la collaborazione delle piattaforme, tra cui X e TikTok. La Commissione vuole impedire che gli algoritmi contribuiscano ad amplificare contenuti violenti o campagne coordinate. Un intervento europeo diretto resta possibile qualora il rischio diventasse sistemico.

La questione riguarda da vicino anche l’Italia, dove il ministro della Difesa Guido Crosetto ha denunciato una “guerra ibrida” condotta contro i Paesi occidentali attraverso social media e piattaforme digitali. Le fonti dell’intelligence europea invitano comunque a non sovrastimare il ruolo degli attori stranieri. Le proteste nascono da tensioni politiche e sociali reali, che possono essere successivamente sfruttate da potenze esterne.

È proprio questo il nodo strategico: le operazioni di influenza non devono necessariamente creare il disordine per trasformarlo in uno strumento di pressione. Possono inserirsi nelle fratture esistenti, amplificarle e renderne più difficile la gestione, sfruttando anche l’incertezza sull’attribuzione delle responsabilità. Una vulnerabilità delle democrazie europee che le indagini in corso stanno riportando al centro dell’attenzione.

Un faccia a faccia tra Zelensky e Putin. Che proposte porta Witkoff in Russia

21 October 2026 at 13:25

Dopo il round norvegese è il momento di quello russo. Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump, incontrerà oggi a San Pietroburgo il presidente russo Vladimir Putin con l’obiettivo di rilanciare i negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina. Sul tavolo ci sarà anche la proposta di un vertice a tre tra il presidente americano, il leader russo e Volodymyr Zelensky, che potrebbe rappresentare il primo incontro diretto tra i tre dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022. Witkoff potrebbe affrontare con il Cremlino anche il caso di Stephen Hubbard, cittadino statunitense di 70 anni detenuto in Russia da oltre quattro anni e condannato per aver combattuto al fianco delle forze ucraine.

L’iniziativa, secondo quanto riporta Politico, è emersa dopo i colloqui di Oslo tra Witkoff e Zelensky, ospitati dal primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre. Secondo il capo del governo di Oslo, l’incontro è stato costruttivo e necessario dopo le tensioni degli ultimi giorni tra Washington e Kyiv. Witkoff porterà in Russia le proposte elaborate da interlocutori americani ed europei, cercando di verificare la disponibilità del Cremlino a discutere le condizioni di un’intesa e a preparare un eventuale incontro al livello dei leader.

Il percorso resta tutt’altro che scontato. I precedenti tentativi di organizzare un faccia a faccia tra Putin e Zelensky non hanno prodotto risultati e il Cremlino ha recentemente insistito affinché un eventuale incontro si svolga a Mosca. La proposta americana dovrà quindi superare divergenze che non riguardano soltanto le modalità del negoziato, ma soprattutto i contenuti di un possibile accordo. Zelensky ha ribadito che le questioni relative al futuro dei territori ucraini potranno essere affrontate soltanto dai leader, insistendo inoltre sulla necessità di garanzie di sicurezza concrete e ha escluso che Kyiv possa accettare un’intesa alla cui elaborazione non abbia partecipato direttamente.

Tra i temi discussi a Oslo figurano anche un piano economico per il dopoguerra e una più ampia architettura di sicurezza europea. Il presidente ucraino ha riferito di aver affrontato con il segretario di Stato americano Marco Rubio anche la questione delle forniture di intercettori per i sistemi Patriot e del funzionamento di Starlink, infrastruttura fondamentale per le comunicazioni militari ucraine. A tal proposito, il politico americano ha sottolineato che la decisione di sospendere i servizi non sia venuta dalla Casa Bianca, ma da Elon Musk.

In queste dinamiche emerge anche lo sforzo di un’Europa determinata a non essere esclusa dalla definizione di un eventuale accordo. Ai colloqui di Oslo hanno partecipato infatti anche rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, Polonia, e Unione europea in un momento in cui le aperture dell’amministrazione Trump verso Mosca alimentano le preoccupazioni europee sul peso del continente nei negoziati. Il presidente finlandese Alexander Stubb, presente ai colloqui, ha parlato di “progressi reali” sul fronte diplomatico, invitando però a non sottovalutare l’urgenza di una soluzione. “Nella mia esperienza, la pace richiede pazienza. Ma purtroppo la guerra non aspetta. Ogni giorno muoiono delle persone”, ha dichiarato Stubb, ricordando che mentre la diplomazia temporeggia, sul campo la guerra continua a causare vittime tutti i giorni.

Senza la Cina l’auto europea può tornare a volare sui mercati. Parola di Citi

21 October 2026 at 12:01

Sono tanti, forse inaspettati, gli effetti benefici dell’accordo tra Cina ed Europa sulle importazioni di auto ibride. Primo tassello, per non dire pietra angolare, della strategia messa a punto dalla Commissione europea per tentare di pareggiare il conto con Pechino sul versante commerciale. Dopo aver costretto i costruttori cinesi a deviare il loro percorso verso il Golfo, reazione naturale al fatto che in Europa i costruttori del Dragone potranno vendere la metà delle auto fin qui piazzate, adesso saranno i mercati a sorridere alla case europee. Parola di Citi, una delle più grandi banche d’affari del mondo. La quale in un report mette nero su bianco i nuovi vantaggi dell’intesa sottoscritta dieci giorni fa.

Ebbene, le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026. Il meccanismo, della durata di quattro anni, consentirebbe un aumento del limite del 6% annuo.

Secondo Citi, la misura potrebbe rallentare significativamente la conquista di quote di mercato da parte dei costruttori cinesi, costringendoli a rivedere le strategie commerciali e di prezzo e ad accelerare la localizzazione della produzione in Europa. Tra i potenziali beneficiari figurano Volkswagen, Stellantis e Renault. Non è tutto. Anche JP Morgan ritiene che le restrizioni favoriranno il trasferimento di attività produttive dei gruppi cinesi all’interno dell’Unione europea, aumentando però gli investimenti necessari per competere sul mercato europeo. Secondo gli analisti, in sintesi, l’intesa potrebbe offrire ai costruttori europei una tregua sul fronte commerciale, pur nella consapevolezza che il recupero di attrattività dei titoli resta legato all’attuazione delle restrizioni e alla capacità dei gruppi di migliorare margini e competitività. Le misure non eliminerebbero infatti il divario tecnologico e di costo con i concorrenti cinesi, che stanno già accelerando gli investimenti produttivi all’interno dell’Unione europea.

Si diceva del Golfo. La verità, oltre al fatto che i costruttori europei potrebbero presto riguadagnare il terreno perduto, è che tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita.

Quando la mobilitazione precede l’ideologia. La nuova sfida delle piazze secondo Antinori

21 October 2026 at 11:57

Giorni di manifestazioni, scontri, vetrine rotte tra Milano, Torino, Bologna, disordini che hanno portato l’esecutivo a reagire. Ieri sera il governo ha infatti risposto con un decreto sicurezza (l’ottavo): reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, fermo preventivo esteso ai luoghi affollati e ai minori sopra i sedici anni, 500 militari in più a Milano. Ma la norma risponde al “come”, non al “che cosa”. Il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida, il vicepremier Matteo Salvini esclude una regia. Il titolare degli Interni, Matteo Piantedosi, invita a non sottovalutare: “Qualcosa è successo”. Per capire che cosa, Formiche.net ha parlato con Arije Antinori, professore di criminologia alla Sapienza di Roma e Senior Leading Expert dell’Eu Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation. Il suo avvertimento: la mobilitazione può precedere l’ideologia.

Professor Antinori, siamo davanti a una saldatura tra antagonismo politico e giovanissimi?

Non parlerei ancora di una saldatura organica, quanto piuttosto di una convergenza reticolare, fluida e potenzialmente ibrida, nella quale attori politicamente strutturati interagiscono con soggettività giovanili meno o scarsamente ideologizzate. Il dato significativo è il possibile incontro tra radicalizzazione politica, devianza relazionale, comportamenti reazionari e mobilitazione cyber-sociale. La piazza diviene uno spazio di convergenza situazionale tra entità e soggetti con motivazioni differenti, non necessariamente riconducibili a un progetto comune. Ancora una volta, è necessario osservare sempre più spesso identità “connettive” che si coagulano offline.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di “maranza”. È una chiave di lettura utile?

Evitando qualsiasi generalizzazione stigmatizzante, può rappresentare una chiave di lettura della componente identitaria e non ideologica della crescente conflittualità. Attenzione, però, a giocare con le facili etichette. La novità è data dalla convergenza, che può essere prevalentemente comportamentale anziché ideologica: non occorre condividere la medesima visione politica per partecipare a quanto abbiamo visto. L’elemento da monitorare è l’eventuale passaggio dalla co-presenza occasionale alla cooperazione ricorrente, serializzata, soprattutto quando si osservano processi, in un certo senso, di “normalizzazione” della violenza.

Crosetto parla di guerra ibrida, Salvini nega una regia russa. La pista russa regge?

La questione non è tanto se la Russia organizzi le piazze italiane, ipotesi che richiederebbe evidenze investigative concrete, tra l’altro con sempre più ricorrenti criticità in ambito europeo di attribuzione. Il punto è se e quali attori ostili possano trasformare opportunisticamente conflitti sociali endogeni in strumenti di destabilizzazione strategica, anche post-riot, nella fase di apparente ritorno alla quotidianità.

È qui che diventano centrali i concetti di mobilitazione e weaponizzazione, ossia la strumentalizzazione intenzionale di vulnerabilità e fragilità del tessuto sociale attraverso narrazioni o dinamiche conflittuali preesistenti. Nell’ambiente informativo contemporaneo non è necessario controllare direttamente un movimento, la cosiddetta “regia occulta”, per tentare di influenzarne la rappresentazione pubblica o amplificarne tanto gli effetti polarizzanti quanto gli impatti.

Che cosa serve per capirlo?

La sola analisi offline degli attori nel corso del loro agire violento non è sufficiente a comprendere la complessità cyber-sociale ed ecosistemica del fenomeno. Servono il riconoscimento dei “segnali deboli”, dei metalinguaggi microcomunitari, delle anomalie di amplificazione, delle campagne e azioni coordinate, dei contenuti manipolati o completamente sintetici, delle reti di influenza, nonché di eventuali connessioni finanziarie e operative.

Dove passa il confine tra suggestione e attribuzione?

La distinzione fondamentale è tra sfruttamento propagandistico, accelerazione dell’odio online, interferenza informativa ed eterodirezione operativa. Confondere tali livelli significherebbe trasformare un rischio strategico credibile in un’attribuzione priva di adeguato fondamento probatorio e facilmente manipolabile sul piano politico. Ovviamente, in questo caso, mi riferisco a una politica con la p minuscola: l’irresponsabile sfruttamento degli eventi e della portata emotiva che hanno per la cittadinanza per meri interessi partitici.

Pro Pal e sicurezza nazionale: dove finisce la protesta politica?

La protesta politica, anche quando esprime posizioni radicali, non costituisce di per sé una minaccia alla sicurezza pubblica né a quella nazionale. Anzi, è l’ossigeno della democrazia. Il passaggio critico si verifica quando la radicalizzazione ideologica evolve verso la legittimazione, pianificazione, preparazione o esercizio della violenza eterodiretta.

Occorre distinguere almeno tre fenomeni: la radicalizzazione cognitiva, che riguarda l’adesione a visioni estreme; la radicalizzazione violenta, che implica l’accettazione della violenza come unico strumento politico; e la criminalità situazionale, che può manifestarsi durante una protesta senza una motivazione ideologica strutturata.

Le convergenze tra ambienti pro Palestina e antagonismo radicale sono un rischio?

Possono esistere sul piano simbolico, organizzativo e della mobilitazione, ma non dimostrano automaticamente una comune progettualità violenta. Il rischio più interessante, dal punto di vista della sicurezza, è la possibile ibridazione tra estremismo ideologico e conflittualità giovanile non ideologizzata. Una minoranza può tentare di utilizzare la mobilitazione, prima “connettiva”, poi collettiva, come ambiente di legittimazione, reclutamento e, ancora una volta, di normalizzazione del linguaggio violento e della violenza tout court. La sfida è isolare tali dinamiche senza criminalizzare il dissenso, evitando che la risposta istituzionale alimenti ulteriori processi di polarizzazione e vittimizzazione.

Anche in Francia si parla di “contagio”. Che legame c’è?

L’influenza francese indiretta di quanto sta accadendo, ma ormai accade da anni, osservando ad esempio la lunga persistenza dei cosiddetti Gilets Jaunes, va letta soprattutto attraverso il contagio dei repertori d’azione, la circolazione transnazionale degli immaginari e l’emulazione cyber-sociale. La dimensione francese è significativa perché consente di osservare un processo di transnazionalizzazione della conflittualità giovanile che non coincide necessariamente con l’esistenza di attori o entità transnazionali.

Assistiamo alla possibile circolazione e cross-fertilizzazione di linguaggi altamente simbolici o modelli comportamentali attraverso ecosistemi cyber-sociali che rendono estremamente permeabili i confini tra contesti nazionali, soprattutto per quanto concerne gli immaginari “connettivi”.

Il paragone tra i “maranza” e le banlieue funziona?

Può essere utile, purché non si confondano realtà sociali e storiche differenti, magari richiamando superficialmente il concetto di “seconda generazione”, in molti casi ormai terza, come passepartout interpretativo di un magma giovanile che deve essere profondamente conosciuto e ri-conosciuto.

Il punto non è soltanto l’influenza dell’antagonismo politico francese, ma l’interazione tra culture della protesta, sottoculture giovanili urbane, microculture online, contaminazioni di lungo termine della “cultura della violenza” e dinamiche di emulazione locali e microlocali. La dimensione online svolge una funzione di infrastruttura transnazionale: rende possibile la co-creazione e la condivisione di immaginari, la costruzione di appartenenze e la riproduzione di comportamenti, sempre più spesso “memetizzati” e “stickerizzati”, quindi popolarizzati a livello giovanile, talvolta in assenza di condivisione organizzativa, ideologica o pseudo-ideologica.

Come distinguere, allora, ciò che è semplice imitazione da ciò che è regia?

Distinguerei tra convergenza simbolica, imitazione comportamentale e coordinamento operativo. Solo quest’ultimo presuppone relazioni organizzative verificabili. La novità europea non consiste necessariamente nella nascita di un’unica rete antagonista, ma nella crescente capacità di fenomeni locali di alimentarsi reciprocamente attraverso circuiti cyber-sociali sovranazionali, dove si possono sostanziare anche interessi malevoli di Stati ostili o proxy.

Il governo ha risposto con un decreto. Da dove dovrebbe partire lo Stato?

Dal riconoscimento del fatto che non ci troviamo necessariamente davanti a un fenomeno unitario, omogeneo, monolitico. Devianza giovanile, criminalità, radicalizzazione violenta, mobilitazione politica e weaponizzazione sociale sono dimensioni differenti, che possono interagire ma richiedono strumenti di analisi e intervento specifici.

E l’intelligence?

Deve evolvere da un approccio prevalentemente organizzativo e compartimentato verso una capacità sempre più integrata, di lettura cross-dominio degli ecosistemi relazionali, territoriali e cyber-sociali. Nel mondo connettivo, ibrido, della post-verità, non è più sufficiente identificare e tracciare entità ed eventuali leadership. Diventa vitale, per la tenuta e la tutela democratica, comprendere profondamente i processi di costruzione identitaria e mobilitazione connettivamente determinati, le dinamiche di emulazione e gli eventuali tentativi di strumentalizzazione della conflittualità, sempre più “generativa” attraverso l’uso malevolo dell’Intelligenza Artificiale (MUAI).

Fermo preventivo, nuovo reato, più militari. Dove sta il rischio sul fronte dell’ordine pubblico?

Occorre mantenere una distinzione rigorosa tra esercizio del diritto di manifestare, condotte criminali ed eventuali segnali di concrete minacce estremistico-violente. L’intervento indiscriminato rischia di rafforzare proprio quelle narrazioni di delegittimazione istituzionale e autolegittimazione violenta che, soprattutto a livello giovanile, possono alimentare ulteriori processi di radicalizzazione, mobilitazione e weaponizzazione.

Ricordo che sono fenomeni molto diversi tra loro, che richiedono, a livello sia di threat sia di risk assessment, l’elaborazione di strumenti di indicazione appropriati, tanto offline quanto online. Insomma, bisogna uscire definitivamente, nell’analisi comportamentale o situazionale, dalla prospettiva “one size fits all”.

Che cosa significa, allora, prevenire?

La prevenzione, e soprattutto l’anticipazione, di cui iniziai a parlare ormai più di dieci anni fa, deve combinare intelligence “mirata”, de-escalation, interventi socioeducativi e contrasto alle operazioni di manipolazione informativa.

La sicurezza democratica non si misura soltanto nella capacità di contenere e mitigare la violenza, ma anche in quella di impedire che il conflitto sociale si trasformi stabilmente in antagonismo violento. Perché questo, con il tempo, significherebbe assenza di visione politica e di gestione delle istanze sociali, anche di quelle espresse talvolta in modo violento. Il che non significa assolutamente accettare o legittimare la violenza, che deve essere sempre condannata con rigore, ma comprendere la complessità destrutturante dell’odierno scenario giovanile.

Che ruolo ha la dimensione online?

Il fenomeno più significativo non è semplicemente il ritorno dell’antagonismo, ma la possibile trasformazione delle modalità connettive attraverso cui la conflittualità giovanile prende forma, si organizza e acquisisce visibilità. La dimensione online è cogente perché non rappresenta più soltanto uno strumento di comunicazione, ma un ecosistema cyber-sociale di costruzione identitaria, mobilitazione e potenziale radicalizzazione, dove comportamenti, narrazioni e reputazioni si alimentano reciprocamente.

E la violenza, in questo scenario, che cos’è?

Può divenire vettore di agentività, assumendo forme e significati differenti: strumento politico per alcuni, forma di affermazione identitaria per altri, opportunità criminale per altri ancora. È proprio questa eterogeneità che rende possibile la convergenza situazionale tra attori molto diversi e, contemporaneamente, offre opportunità di weaponizzazione ad attori altri, interessati ad amplificare la polarizzazione e la destabilizzazione del tessuto sociale. Soprattutto a livello locale, dove si sostanziano le principali vulnerabilità e fragilità strutturali per operazioni scalabili, al contempo interne ed esterne, che vedono reputazione e sicurezza nazionale come target principali.

Allargando lo sguardo. Qual è, in definitiva, la sfida per le democrazie europee?

Comprendere un modello di conflittualità nel quale la capacità di mobilitazione può svilupparsi più rapidamente della tradizionale strutturazione ideologica o organizzativa. Per tale ragione, prevenzione e anticipazione devono fondarsi imprescindibilmente sulla capacità di leggere le trasformazioni cyber-sociali delle identità giovanili, le dinamiche dei gruppi, le interazioni online-offline e i meccanismi attraverso cui la violenza può essere normalizzata, emulata o strumentalizzata. Attraverso la comprensione dei fattori di rischio, senza però trasformare il disagio giovanile, le sottoculture urbane o il dissenso politico in categorie o stereotipi del sospetto.

In conclusione, non necessariamente assistiamo a una radicalizzazione ideologica di massa. Come cerco di spiegare da tempo, non abbiamo più a che fare con le masse, ma con attori globalizzati fortemente individualizzati e connettivamente cybersocializzati: è tutta un’altra sfida rispetto al passato. Assistiamo a una trasformazione degli ecosistemi della conflittualità giovanile, nei quali la mobilitazione può precedere l’ideologia, la convergenza comportamentale può prescindere dall’appartenenza organizzativa e la dimensione cyber-sociale può accelerare tanto l’escalation quanto la sua strumentalizzazione strategica.

Da Washington al Pireo, così il caso Cosco riapre il dilemma strategico di Imec

21 October 2026 at 11:56

Le infrastrutture commerciali stanno assumendo un peso crescente nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Una lettera del Congresso americano sulle presunte attività di intelligence condotte da navi di Cosco Shipping riporta l’attenzione sul ruolo degli operatori cinesi nella logistica internazionale, con implicazioni che potrebbero estendersi anche al futuro del corridoio India-Medio Oriente-Europa (Imec).

Il 14 ottobre, tre influenti esponenti della Camera dei Rappresentanti — John Moolenaar, presidente della commissione speciale sulla Cina, Rick Crawford, presidente della commissione Intelligence, e Carlos Gimenez, presidente della sottocommissione sulla sicurezza dei trasporti marittimi — hanno scritto al segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin per chiedere maggiori controlli sulle attività di Cosco.

La lettera cita recenti ricostruzioni giornalistiche secondo cui alcune navi della compagnia avrebbero utilizzato apparecchiature nascoste per intercettare comunicazioni militari e informazioni sensibili lungo le coste americane, nell’ambito di una presunta collaborazione di intelligence con Pechino. Accuse ancora da verificare, ma sufficientemente rilevanti da spingere i parlamentari a chiedere una revisione dei privilegi concessi alla compagnia.

Al centro della richiesta c’è Qualship 21, un programma della Guardia costiera statunitense che riconosce alle navi conformi a elevati standard di sicurezza benefici operativi, tra cui una minore frequenza delle ispezioni portuali. Secondo la lettera, almeno dieci unità Cosco risultavano iscritte al programma a luglio. I parlamentari chiedono di revocarne i benefici, rafforzare i controlli e analizzare le rotte delle navi alla ricerca di eventuali anomalie riconducibili ad attività di intelligence.

La vicenda si inserisce in un quadro già deteriorato. Nel gennaio 2025, il Pentagono aveva inserito Cosco nell’elenco delle società considerate legate all’apparato militare cinese, ai sensi della Section 1260H. Una designazione che non comporta automaticamente sanzioni, ma che segnala la crescente attenzione americana verso l’integrazione tra attività commerciali e interessi strategici della Repubblica Popolare.

Il valore della lettera supera dunque le singole accuse. Washington sta progressivamente incorporando criteri di sicurezza nazionale nella valutazione di operatori e infrastrutture tradizionalmente considerati attraverso parametri prevalentemente commerciali.

Una flotta mercantile garantisce accesso a rotte e aree geografiche sensibili; un terminal portuale gestisce informazioni dettagliate sui flussi logistici; le piattaforme digitali che coordinano queste attività possono offrire visibilità sulle catene di approvvigionamento. La questione riguarda quindi anche il controllo dei dati e delle infrastrutture che sostengono l’interdipendenza economica globale.

Questa evoluzione ha un possibile riflesso sul dibattito, già aperto da tempo, riguardante il ruolo del Pireo nel corridoio Imec. Il porto greco, controllato da Cosco, è stato considerato un possibile approdo europeo del progetto, nonostante gli interrogativi sulla sua compatibilità con gli obiettivi di diversificazione strategica del corridoio.

La lettera americana non riguarda il Pireo, ma rende più attuale una domanda: quali garanzie potrebbero consentire l’integrazione di infrastrutture controllate da operatori considerati problematici da Washington? Meccanismi di supervisione, protezione dei dati e governance condivisa potrebbero offrire alcune risposte, mentre una rete di approdi complementari, incluso Trieste, permetterebbe di diversificare i rischi senza escludere la Grecia.

È proprio questo il tema al centro della nuova edizione di “Indo-Pacific Salad”, la newsletter che analizza le connessioni tra geopolitica, tecnologia e competizione strategica. Approfondiamo il caso Cosco e le sue implicazioni per Imec, cercando di capire come la sicurezza economica stia ridisegnando le infrastrutture della globalizzazione. Iscriviti a “Indo-Pacific Salad” seguendo il link per ricevere l’analisi completa e seguire le dinamiche che stanno trasformando l’Indo-Pacifico e i suoi collegamenti con l’Europa.

La posta in gioco nelle piazze è più alta dei disordini. Scrive Bonanni

21 October 2026 at 11:26

La democrazia non si misura dal numero dei cassonetti incendiati. Eppure, da Parigi a Milano, da Torino a Roma, c’è chi scambia la guerriglia urbana per un sussulto di coscienza civile. Le vetrine infrante diventano un grido d’allarme, gli assalti alle forze dell’ordine protesta. È un abbaglio pericoloso: capire le ragioni del malessere non significa concedere impunità alla violenza.

Il primo torto lo subiscono proprio i giovani. Studenti che chiedono una scuola migliore, pace e giustizia e futuro finiscono oscurati da minoranze organizzate, incappucciate, che si appropriano della piazza e ne stravolgono il messaggio. Parlano di libertà e intimidiscono. Invocano la pace e aggrediscono. Difendono la scuola e devastano gli spazi comuni. Non guidano una generazione: ne sequestrano la voce.
Chi ha conosciuto la giovinezza sa quanto siano preziose l’impazienza e la voglia di cambiare tutto. Non servono ragazzi rassegnati o silenziosi. Ma proprio perché quella spinta è preziosa, non va consegnata ai professionisti dello scontro. La protesta è una risorsa democratica; la sopraffazione ne è la negazione.

C’è poi un paradosso che grida vendetta. Troppi adulti, prontissimi a celebrare ogni tumulto come una lezione politica, spariscono quando si tratta di educare alla partecipazione. Dove sono nelle scuole, nelle associazioni, nei luoghi in cui si impara a discutere, organizzarsi, assumersi responsabilità? Il lavoro quotidiano non fa notizia. Il fuoco di un cassonetto sì. Così l’assenza educativa si traveste da solidarietà generazionale.

Nemmeno lo Stato può permettersi scorciatoie. Chi indossa una divisa deve garantire il diritto di manifestare e la sicurezza di tutti, con interventi legali, necessari e proporzionati. Gli abusi, quando ci sono, vanno accertati e sanzionati. Ma accusare preventivamente ogni agente equivale a lasciare i cittadini, manifestanti compresi, senza una tutela credibile.

Resta una questione che merita attenzione, non fantasie. In un’Europa esposta a disinformazione, interferenze e guerre ibride, l’esasperazione delle piazze può fare comodo a molti. Esistono finanziatori occulti o reti di provocatori? Indaghino le autorità, se emergono prove. Senza prove, evocare regie misteriose serve soltanto ad avvelenare il dibattito e a colpire avversari politici.

La posta in gioco è più alta dei disordini. Da un lato c’è chi usa il caos per soffocare il dissenso autentico. Dall’altro chi sfrutta la paura per reclamare un ordine libero da controlli e garanzie. Due estremi che si alimentano a vicenda, mentre i social premiano le immagini più brutali e cancellano le ragioni più serie.

La risposta non è scegliere tra barricate e manganelli. È ricostruire una politica capace di ascoltare, luoghi veri in cui i giovani possano contare davvero, istituzioni ferme, autorevoli e rispettose della legge. Perché una democrazia che giustifica la violenza si indebolisce. E una che sacrifica le libertà per combatterla ha già perso la propria battaglia.

Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

21 October 2026 at 11:06

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

Così Trump prova a riconquistare il voto delle donne per le midterm

21 October 2026 at 11:05

Il rapporto con le donne del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è da sempre complicato. Cause aperte, accuse di molestie, offese pubbliche, intimidazioni (è stato anche condannato per ricatto). Per questo, e molto altro, una fascia elettorale in cui non gode di consenso è quella del voto femminile. A poco meno di un mese dalle elezioni di midterm, i sondaggi di Reuters e Ipsos indicano che solo il 32% delle donne voterà i repubblicani. I report del Washington Post e ABC News sostengono che il 61% voterà per i democratici.

E, siccome è un voto che pesa, Trump ha iniziato una strategia per provare a conquistare l’approvazione delle donne. Il piano si centra nel ruolo della moglie, Melania Trump, fino ad ora lontana dai riflettori.

Questa settimana l’ex modella ha presentato dai giardini della Casa Bianca un nuovo programma dedicato alla cura e prevenzione della salute femminili. Ad accompagnarla, in un angolo, il marito. Non sono ancora stati diffusi dettagli su quante risorse economiche saranno dedicate, ma la first lady ha assicurato che ci sarà un decreto esecutivo per avviare subito l’iniziativa.

Il programma consta di cinque pilastri, a cominciare con il trattamento di malattie che affliggono specialmente le donne. “Il secondo aspetto – ha spiegato Melania – sarà l’applicazione della ‘superintelligenza’ (in riferimento all’intelligenza artificiale, ndr) per migliorare la comprensione della biologia femminile e accelerare le scoperte mediche, in beneficio delle donne”.

Successivamente ci sarà un processo per guidare terapie promettenti dai laboratori fino a paziente donne, seguendo rigidi protocolli di sicurezza. Il quarto punto sarà assicurare che i progressi medici siano accessibili alle donne, indipendentemente dalla posizione economica. In fine, il programma si dedicherà alla formazione delle nuove generazioni perché parlino in maniera aperta e con compassione di molte malattie e malesseri che fino ad oggi sono stati considerati tabù.

https://t.co/QBs6J1uGsR

— MELANIA TRUMP (@MELANIATRUMP) October 20, 2026

Il caos delle piazze e la tentazione della regia. Gli indizi da cercare

21 October 2026 at 10:53

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scelto parole nette. Intervenendo il 20 ottobre al Defense Procurement Forum di Roma, ha definito gli scontri di Milano e delle altre città italiane il frutto di una guerra ibrida combattuta attraverso TikTok, i social e YouTube, che l’Occidente non saprebbe né riconoscere né contrastare.[1] Ha escluso che i ragazzi in piazza fossero i cosiddetti maranza o figli dell’immigrazione, parlando piuttosto di una controeducazione ricevuta fuori dalla famiglia e dalla scuola, e del rischio che alcuni Paesi usino algoritmi e dati comportamentali per orientare il pensiero dei più giovani. Non ha nominato alcuno Stato. Matteo Salvini gli ha risposto, a stretto giro, che di regia non ce n’è e che le ipotesi su un ruolo russo sono strambe, mentre Stefania Craxi e Lia Quartapelle hanno richiamato, da sponde opposte, il rischio che potenze straniere abbiano amplificato proteste convocate sui social.[2]

La domanda di sempre

È una scena che si ripete. Ogni volta che un movimento di protesta degenera, dai gilets jaunes ai no vax, la discussione pubblica si divide subito in due tifoserie: chi vede dietro ogni vetrina infranta la mano di Mosca e chi liquida qualsiasi ipotesi di interferenza come complottismo. Entrambe sbagliano, perché confondono tre cose diverse: l’esistenza di un’attività ostile, la sua capacità di amplificare un fenomeno già esistente e il suo effetto causale sulla violenza. La prima è spesso documentabile, la seconda talvolta, la terza quasi mai. La tesi del ministro, nella sua versione più solida, riguarda una vulnerabilità strutturale reale: intere generazioni esposte a ecosistemi algoritmici che piattaforme e attori statali ostili sono in grado di sfruttare. Il passaggio dalla vulnerabilità all’attribuzione di un fatto specifico richiede però prove di altra natura.

Che cosa dicono i dati

La Francia, dove tutto è cominciato, offre il termine di paragone più utile. La mobilitazione del 17 ottobre, nata dai blocchi dei licei e confluita nella protesta contro il caro vita, ha portato in piazza circa 550.000 persone e si è chiusa con quasi 2.400 arresti e un migliaio di agenti feriti.[3] Secondo i dati di Visibrain ripresi da Le Monde, l’appello aveva generato circa 460.000 messaggi e oltre 132 milioni di visualizzazioni su TikTok; ma Viginum, il servizio francese contro le ingerenze digitali straniere, non aveva individuato operazioni estere significative dietro la sua diffusione.[4] Una fonte governativa ha riconosciuto a 20 Minutes che una parte del traffico proveniva dall’estero, pur restando la conversazione prevalentemente nazionale, e che i video delle violenze sono stati rilanciati in massa dai media di Stato russi, iraniani, algerini, turchi e cinesi.[5] È il quadro tipico: nessuna regia dimostrata all’origine, un’amplificazione opportunistica evidente a valle.

In Italia il fenomeno più rivelatore non sono stati gli scontri, ma ciò che è seguito. Dal 19 ottobre le chat di studenti e genitori di Milano, Pavia, Cremona, Ravenna e del Veneto sono state invase da falsi allarmi su stupri di gruppo, spedizioni di neofascisti contro gli stranieri, incendi alle università, con video di vecchie violenze spacciati per attuali.[6] Nessuna minaccia si è materializzata, ma a Ravenna in un istituto è entrato un decimo degli studenti, a Cremona il centro è rimasto deserto per ore.[7] È la definizione di un’operazione cognitiva riuscita. Eppure l’unico caso con responsabili accertati, proprio quello di Cremona, ha portato la Digos a denunciare due ragazzi di 14 e 15 anni del posto.[8] Lo stesso panico può nascere da un adolescente come da un servizio straniero, e solo l’analisi tecnica delle reti può distinguere l’uno dall’altro.

Il jihad dell’attenzione

C’è poi un terzo attore, che nessuno ha nominato. BBC Monitoring ha documentato come account dell’area di sostegno allo Stato Islamico abbiano esortato i “fratelli” in Francia a sfruttare il caos e a non distinguere tra civili e militari, salutando una “primavera europea” che comprendeva espressamente l’Italia, mentre altri ambienti islamisti si limitavano a celebrare il declino dell’Occidente.[9] Non c’è alcuna prova di un ruolo jihadista nelle piazze; l’analista Daniele Garofalo ha ricordato che non esistono elementi su un ruolo operativo dei Fratelli musulmani o di altri gruppi.[10] Ma Europol segnala che nel 2025 108 dei 347 arrestati per terrorismo jihadista nell’Unione avevano diciotto anni o meno.[11] Il rischio non è l’infiltrazione organizzata, ma il singolo già radicalizzato che legge nel disordine una copertura. E colpisce la simmetria con la destra radicale: quando Donald Trump attribuisce le proteste francesi all’islam e all’immigrazione, offre agli account jihadisti la stessa cornice di scontro di civiltà che essi propongono.[12] Ogni estremismo trova nell’altro la conferma delle proprie premesse.

Mosca e Teheran, la stessa sceneggiatura

Il 6 ottobre l’Iran ha convocato l’ambasciatore francese, accusando Parigi di repressione violenta e di doppi standard rispetto alle critiche ricevute per le proteste iraniane di gennaio.[13] Il giorno dopo il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano denunciando una campagna di disinformazione condotta dagli account ufficiali del ministero degli Esteri di Teheran.[14] Lo schema è noto. Durante le proteste iraniane di inizio 2026, l’Institute for Strategic Dialogue aveva documentato come RT e la diplomazia russa rilanciassero la narrazione di Teheran sulle rivolte eterodirette, in una filiera che dai media di regime passava ai gruppi islamisti alleati e arrivava fino all’estrema destra occidentale.[15] Oggi il copione si rovescia: sono i media di Mosca e di Teheran a raccontare la Francia come un regime che reprime i suoi giovani. Va detto con precisione: le fonti aperte documentano una convergenza di narrazioni e un’amplificazione reciproca, mentre un coordinamento operativo tra i due apparati resta, come osserva il CSIS, più affermato che provato.[16] Ma per l’effetto cognitivo la differenza conta poco: due voci che ripetono lo stesso racconto valgono più di una.

Quando la regia c’era

La storia recente offre casi in cui l’interferenza è stata accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Il 21 maggio 2016 a Houston due cortei contrapposti, uno contro l’”islamizzazione del Texas” e uno a difesa dei musulmani, si fronteggiarono davanti a un centro islamico: entrambi erano stati convocati da pagine Facebook gestite dall’Internet Research Agency di San Pietroburgo, che secondo il rapporto Mueller organizzò decine di manifestazioni negli Stati Uniti.[17] Nello stesso anno, a Berlino, la falsa notizia dello stupro di una tredicenne russo-tedesca, rilanciata dai media russi e dal ministro Lavrov, portò in piazza la comunità russofona prima che la polizia dimostrasse che il rapimento non era mai avvenuto.[18]

La Francia ha poi conosciuto il salto dal digitale al fisico. Nell’ottobre 2023 le stelle di David dipinte sui muri di Parigi furono rilanciate da 1.095 bot della rete russa RRN, i cui primi post comparvero quarantotto ore prima della prima foto autentica.[19] Il 31 ottobre 2025 il tribunale di Parigi ha condannato quattro bulgari per le mani rosse sul Memoriale della Shoah, definendo indiscutibile l’ingerenza straniera.[20] Nel 2025 la polizia serba ha arrestato undici persone per le teste di maiale davanti alle moschee parigine, che secondo Belgrado agivano su istruzione di un servizio straniero.[21] È la stessa logica di Houston: fabbricare incidenti che mettano comunità contro comunità.

Per i grandi movimenti spontanei, invece, le prove dicono altro. Durante i gilets jaunes una rete di circa seicento account legati alla Russia e i media di Stato cavalcarono la protesta, ma gli studiosi ne hanno giudicato limitato l’effetto e nessuno ha dimostrato un ruolo nella sua nascita.[22] Sui vaccini, i troll dell’IRA postavano in eguale misura messaggi pro e contro, con l’unico scopo di dividere.[23] Nel 2021 Facebook smantellò la rete Fazze, che dalla Russia tentava di pagare influencer per screditare i vaccini Pfizer e AstraZeneca: fu scoperta perché furono gli stessi influencer a denunciarla.[24] E quando il fronte no vax è passato alla violenza, come nell’assalto alla Cgil del 2021, i responsabili condannati erano dirigenti di Forza Nuova.[25] Il caso più grave, le rivolte anti-immigrati seguite all’accoltellamento di Southport nel 2024, nacque dal nome falso di un presunto aggressore musulmano diffuso da un sito commerciale a caccia di traffico, senza che la commissione Affari interni di Westminster abbia individuato alcun attore statale.[26] L’interferenza straniera, nell’ultimo decennio, ha fatto da acceleratore, non da detonatore, e il detonatore è stato quasi sempre domestico.

Gli indizi da cercare

Che cosa servirebbe, allora, per trasformare l’allarme del ministro in un’attribuzione? Tre elementi, che l’esperienza francese ha reso riconoscibili. Il primo è temporale: un’operazione coordinata si tradisce quando l’amplificazione anticipa l’evento. Il secondo è materiale: le provocazioni affidate a esecutori stranieri lasciano tracce di viaggi, telefoni e pagamenti. Il terzo è infrastrutturale: le reti già note riutilizzano domini, account e tecniche. Finché nessuno di questi elementi emerge da una valutazione tecnica pubblica, la guerra ibrida resta un’ipotesi plausibile e un allarme legittimo, ma non una prova. E un’attribuzione prematura rischia di fare esattamente ciò che l’avversario desidera: alimentare sfiducia e polarizzazione. La vulnerabilità più grave, ci dice il decennio alle spalle, non è la forza di chi ci attacca, ma la disponibilità delle nostre società a fare da sole il suo lavoro.

[1]Ansa, «Crosetto: “I fatti di Milano frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026; Lettera43, «Scontri a Milano, Crosetto: “Frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026

[2]mam-e, «Scontri a Milano, Crosetto parla di “guerra ibrida”. Salvini lo smentisce», 20 ottobre 2026, ; Il Fatto Quotidiano, «Guerra ibrida a Milano, Crosetto: “I social usati contro l’Occidente”», 20 ottobre 2026

[3]CNBC, «France hit by worst unrest in years», 19 ottobre 2026

[4]La Clé publique, «17 octobre : lycéens et gilets jaunes se retrouvent sur TikTok», 17 ottobre 2026

[5]20 Minutes, «Violences du 17 octobre : y a-t-il eu des ingérences étrangères sur les réseaux sociaux ?», ottobre 2026

[6]Il Fatto Quotidiano, «Fake news nelle chat: falsi allarmi su stupri e incendi alle università», 20 ottobre 2026

[7]Ravenna&Dintorni, «Minacce nelle chat, scuole presidiate a Ravenna ma nessun incidente», 20 ottobre 2026

[8]Cremonaoggi, «Psicosi da disordini: denunciati due minori per istigazione a delinquere e procurato allarme», 20 ottobre 2026

[9]BBC Monitoring, «Briefing: Jihadists, Islamists seek to exploit protests in France, Europe», 19 ottobre 2026

[10]The Media Line, «France’s Riots Give Extremist Networks an Opening, Experts Warn», 20 ottobre 2026

[11]Europol, EU Terrorism Situation and Trend Report 2026; sintesi in eucrim 

[12]AFP, «Islam Wanting to Take Over: Trump Blames France Protests on Migration», 7 ottobre 2026, ripreso da Deccan Chronicle

[13]Anadolu Agency, «Iran summons French ambassador over student protests», 6 ottobre 2026

[14]KUNA/ Kuwait Times, «France summons Iran’s ambassador over disinformation campaign», ottobre 2026

[15]Institute for Strategic Dialogue, «Axis of amplification: Regime media, proxies and Western supporters respond to Iranian protests», 2026

[16]N. Shah, J. Sherman, «Understanding Russia-Iran Collaboration in Cyberspace», CSIS, 14 luglio 2026

[17]RFE/RL, «U.S. Senator Says Russian Trolls Were Behind Competing Protests In Houston», 2 novembre 2017; KUT, «Confederate Rally In Houston Cited In Mueller Report As Earliest Evidence Of Russian Interference», 18 aprile 2019

[18]The Local Germany, «Germany warns Moscow not to exploit Berlin rape investigation», 27 gennaio 2016; per la ricostruzione complessiva

[19]Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères, «Russie – Nouvelle ingérence numérique russe contre la France», 9 novembre 2023,

[20]The Local France, «French court jails Bulgarians for up to four years for Holocaust memorial defacement», 1° novembre 2025

[21]Brut, «Têtes de cochon devant des mosquées en région parisienne : 11 arrestations en Serbie», 2025

[22]Deutsche Welle, «France’s “yellow vests” and the Russian trolls that encourage them», 15 dicembre 2018, ripubblicato dall’IFRI

[23]D. A. Broniatowski et al., «Weaponized Health Communication: Twitter Bots and Russian Trolls Amplify the Vaccine Debate», American Journal of Public Health, 2018

[24]CyberScoop, sul rapporto di Facebook del 10 agosto 2021

[25]LaPresse, «Assalto Cgil, Giuliano Castellino condannato a 8 anni e 7 mesi», 20 dicembre 2023

[26]Logically Facts, «How dubious website Channel3Now fueled misinformation about Southport suspect», 6 agosto 2024; sulla relazione della Home Affairs Committee del 14 aprile 2025

Il patto Turchia-Libia riapre la partita del Mediterraneo. La linea di von der Leyen e Costa

21 October 2026 at 09:58

Non è soltanto una controversia sui confini marittimi. La ratifica dell’intesa tra Libia e Turchia riporta al centro dell’agenda europea il rapporto tra sovranità, influenza regionale e futuro del Mediterraneo orientale. Ursula von der Leyen e António Costa rispondono con una formula netta: l’accordo lede i diritti sovrani di Stati terzi, non rispetta il diritto del mare ed è “nullo e privo di effetti”. Una presa di posizione congiunta della presidente della Commissione e del presidente del Consiglio europeo, diffusa il 20 ottobre dopo il voto del Parlamento della Libia orientale.

Il punto politico è nella sovrapposizione di due dinamiche. Da una parte, Bruxelles conferma la posizione adottata nel 2019 e ribadisce la solidarietà a Grecia e Cipro. Dall’altra, il via libera dell’assemblea orientale modifica il quadro libico nel quale quell’accordo era nato: un’intesa contestata non soltanto all’estero, ma anche da una parte delle istituzioni del Paese nordafricano.

La risposta europea: nessuna legittimazione dal voto

“Esprimiamo profondo rammarico per la ratifica”, scrivono von der Leyen e Costa. La scelta delle parole è significativa: i due presidenti parlano del “cosiddetto memorandum” sulla delimitazione delle giurisdizioni marittime nel Mediterraneo e precisano che la posizione europea “rimane invariata”. Il passaggio parlamentare, dunque, non modifica il giudizio dell’Unione sull’intesa.

Il riferimento al 2019 serve a fissare una continuità. Già allora il Consiglio europeo aveva contestato la compatibilità del memorandum con il diritto del mare e la sua incidenza sui diritti di altri Stati. Una posizione successivamente ribadita dal Servizio europeo per l’azione esterna, secondo cui l’accordo non può produrre conseguenze giuridiche per Stati terzi. La nuova dichiarazione riprende quel perimetro e lo accompagna con l’esplicita definizione di nullità.

La distinzione conta. La ratifica è un fatto politico e istituzionale libico; la sua capacità di incidere sui diritti marittimi dei Paesi vicini è un’altra questione. Bruxelles respinge proprio l’idea che un accordo bilaterale possa determinare unilateralmente gli spazi spettanti ad altri Stati. È questo il fondamento della solidarietà espressa ad Atene e Nicosia.

Il nodo delle isole e degli spazi marittimi

Il memorandum fu sottoscritto nel 2019 da Ankara e dall’allora Governo di accordo nazionale libico. L’intesa individua una delimitazione tra le rispettive aree marittime rivendicate nel Mediterraneo, collocando il confine concordato a sud-est di Creta. È qui che la geografia diventa contesa diplomatica: Grecia e Cipro contestano un impianto che, nella loro lettura, comprime i diritti marittimi degli Stati della regione e non riconosce adeguatamente quelli delle isole.

Non si tratta, quindi, soltanto di tracciare una linea sulla carta. Sono in discussione gli spazi nei quali esercitare diritti sulle risorse e sul loro sfruttamento. Il memorandum riguarda infatti la delimitazione della piattaforma continentale e delle zone economiche esclusive rivendicate dai due firmatari. Il controllo delle risorse costituisce così una delle dimensioni materiali di una controversia che resta, prima di tutto, giuridica e strategica.

Atene ha reagito sostenendo che il voto non cambia la natura dell’accordo, giudicato illegale e contrario al diritto internazionale del mare, e ha ribadito la volontà di difendere i propri diritti sovrani. La dichiarazione dei vertici europei colloca questa contestazione dentro una cornice comunitaria, evitando che resti soltanto un confronto bilaterale tra Grecia e Turchia.

La novità arriva dalla Libia orientale

L’elemento nuovo non è la posizione di Bruxelles, ma quella del Parlamento orientale libico. L’assemblea che nel 2020 aveva respinto il memorandum e interrotto i rapporti politici con Ankara ha ora approvato l’intesa. Un rovesciamento che assume rilievo perché proviene dal campo orientale sostenuto da Khalifa Haftar, storicamente contrapposto alle autorità di Tripoli con cui la Turchia aveva concluso l’accordo.

La ratifica può dunque essere letta come un segnale di riallineamento. Non dimostra, da sola, il superamento delle divisioni libiche né una convergenza complessiva tra tutti gli attori coinvolti. Indica però che il rapporto con Ankara non è più riconducibile esclusivamente al suo legame con Tripoli: l’approvazione orientale amplia la base politica libica di un’intesa fino a ieri fortemente divisiva.

È questa la variabile che rende il passaggio rilevante anche oltre la controversia marittima. L’Unione conferma il proprio giudizio, mentre sul terreno diplomatico cambia il fronte degli interlocutori che sostengono l’accordo.

Il messaggio sulle interferenze esterne

La frase conclusiva della dichiarazione allarga ulteriormente il quadro: “Ribadiamo la nota posizione dell’Ue contro qualsiasi interferenza esterna in Libia”. Non vengono indicati singoli Paesi né annunciate nuove misure. Il richiamo accompagna però la contestazione del memorandum con un messaggio sul metodo attraverso cui si costruiscono influenza e accordi nel Paese nordafricano.

La dichiarazione opera così su due livelli: difesa dei diritti degli Stati membri nel Mediterraneo e opposizione alle interferenze esterne nella crisi libica. Non presenta una nuova iniziativa negoziale, ma stabilisce il punto dal quale Bruxelles intende leggere gli sviluppi: la ratifica non basta a rendere accettabile un’intesa che l’Unione continua a considerare incompatibile con il diritto del mare.

Per l’Europa, il problema politico diventa allora tenere insieme la fermezza della posizione giuridica e la lettura di una Libia in cui cambiano i rapporti con Ankara. Il voto del Parlamento orientale non chiude la disputa mediterranea. La riapre su basi diplomatiche diverse.

Saddam Haftar cerca la sponda turca. Anche la successione pesa sul voto

Dietro il via libera del Parlamento orientale non c’è soltanto il riavvicinamento tra Ankara e il campo di Khalifa Haftar. C’è anche la partita personale di Saddam Haftar, figlio del comandante e suo vice alla guida delle forze dell’est: consolidare la propria ascesa e ottenere interlocutori esterni capaci di sostenerne le ambizioni. Secondo l’analisi pubblicata da Al-Monitor, la ratifica del memorandum riflette anche il tentativo di Saddam di assicurarsi l’appoggio turco per le proprie aspirazioni presidenziali. Una chiave interpretativa da distinguere da un accordo di sostegno formalmente annunciato, del quale le fonti citate non danno conto.

La parola chiave è successione. Saddam sta accumulando potere e influenza in vista del possibile passaggio di consegne dal padre. Secondo la ricostruzione del Post, a inizio ottobre è riuscito a imporre alla guida del Parlamento una figura a lui vicina, al-Salihin Abdul Nabi, al posto di Aguila Saleh, che ne osteggiava l’ascesa. Il voto sul memorandum arriva dunque dopo un cambiamento degli equilibri interni all’assemblea favorevole al figlio del comandante. La sequenza rafforza la lettura politica della ratifica, senza dimostrare, da sola, l’esistenza di uno scambio concordato con Ankara.

Per Saddam, conquistare una sponda turca significa provare a trasformare un precedente avversario del campo orientale in un interlocutore utile alla propria proiezione nazionale. La Turchia aveva infatti sostenuto militarmente il governo di Tripoli contro le forze di Haftar. Approvare oggi uno degli accordi più importanti per Ankara offre un segnale concreto di disponibilità e contribuisce a rimuovere un ostacolo al riavvicinamento. È in questa convergenza di interessi — il riconoscimento parlamentare del memorandum per la Turchia, l’apertura di un canale politico per Saddam — che gli analisti collocano una delle motivazioni della svolta.

Lo stesso Saddam ha rivendicato pubblicamente il significato del passaggio. Ha descritto le decisioni parlamentari come un movimento verso il superamento delle controversie del passato, definendo la Turchia una “significativa potenza regionale” e l’accordo uno strumento per proteggere gli interessi economici libici nel Mediterraneo. Nelle dichiarazioni riportate dall’agenzia Anadolu ha inoltre evocato opportunità di cooperazione, investimenti e una partnership di lungo periodo. Non un semplice assenso tecnico, dunque, ma un’apertura politica esplicita.

La ratifica acquista così un doppio significato. Sul piano mediterraneo rafforza la posizione diplomatica di Ankara, pur senza modificare la contestazione europea sulla validità dell’intesa. Sul piano libico si inserisce nella costruzione della leadership di Saddam, interessato ad affiancare al controllo degli equilibri interni una rete di relazioni internazionali. Per Bruxelles, la difficoltà è anche questa: difendere i diritti di Grecia e Cipro mentre il principale polo di potere della Libia orientale ridefinisce il proprio rapporto con la Turchia, intrecciando la disputa marittima alla partita per il futuro del Paese.

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