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Cina: la lezione di Mao nell’era dei missili ipersonici

Mentre in Occidente si tende a misurare la potenza militare attraverso portaerei, caccia stealth e missili ipersonici, per comprendere davvero la strategia cinese bisogna guardare anche alla storia. In particolare alla Lunga Marcia, la straordinaria ritirata compiuta dall’Armata Rossa cinese negli anni Trenta, che contribuì all’ascesa politica di Mao Zedong e pose le basi di una concezione militare ancora oggi centrale. Nel 1935, dopo una durissima traversata, soltanto poche migliaia di combattenti erano sopravvissuti. Da quella disfatta apparente sarebbe nata una forza capace di sconfiggere avversari numericamente comparabili o meglio equipaggiati, facendo leva non sulla superiorità materiale, ma sulla mobilità, sulla sorpresa e sulla concentrazione delle forze nei punti più vulnerabili del nemico.

È questo il principio della cosiddetta «difesa attiva», che non va confusa con la semplice guerriglia. La lezione elaborata da Mao è che evitare lo scontro diretto con un avversario superiore può essere necessario, ma non basta per vincere una guerra. Occorre trasformare la ritirata in un’occasione per logorare l’avversario, individuarne le debolezze e colpire con decisione quando si presentano condizioni favorevoli. La difesa strategica si combina così con la manovra offensiva sul campo di battaglia. L’obiettivo non è conquistare territori a ogni costo, ma mantenere l’iniziativa, concentrare la superiorità locale e raggiungere risultati militari funzionali a obiettivi politici più ampi. Questa impostazione aiuta a comprendere anche alcune scelte storiche di Pechino, che in diversi conflitti ha ritirato le proprie truppe dopo aver raggiunto gli obiettivi dichiarati, evitando che l'occupazione prolungata di territori si trasformasse in un dispendioso impegno senza vantaggi strategici proporzionati.

Oggi, mentre l’Esercito popolare di liberazione si avvicina al centenario, la sfida consiste nell’adattare questa tradizione alla guerra tecnologica. Missili ipersonici, sottomarini nucleari, aviazione avanzata e capacità integrate tra aria e mare non rappresentano strumenti isolati, ma componenti di una strategia volta anche a scoraggiare l’intervento militare straniero nelle aree considerate vitali per la sicurezza cinese. La modernizzazione dell’esercito, dunque, non si misura soltanto contando le nuove piattaforme d’arma. La vera prova sarà la capacità di integrare tecnologia, mobilità e obiettivi politici in un sistema coerente.

Come insegna la Lunga Marcia, la forza militare non coincide necessariamente con la superiorità numerica: spesso è decisivo saper scegliere dove, quando e a quali condizioni combattere.


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Narcotrafficanti messicani in Ucraina per imparare a usare i droni: gli USA indagano

Gli Stati Uniti stanno indagando su legami illeciti tra i cartelli messicani e il regime di Kiev: lo ha reso noto il Servizio di intelligence estera della Russia. Secondo le forze dell'ordine statunitensi, almeno 80 membri di gruppi criminali messicani sono stati inviati in Ucraina per ricevere addestramento sull'assemblaggio e l'utilizzo di droni.

Nel frattempo, i cartelli effettuavano pagamenti diretti a funzionari della cerchia ristretta del leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, utilizzando fondi ricavati dalla vendita di stupefacenti sul territorio statunitense.

L'ufficio di Zelensky riconosce che i membri dei cartelli, esperti nell'utilizzo di droni con visuale in prima persona (FPV), rappresentano una minaccia per la sicurezza del personale statunitense impegnato in operazioni antidroga lungo il confine tra Stati Uniti e Messico.

"Alla luce di ciò, la collaborazione di Zelensky con i cartelli della droga potrebbe rivelarsi l'ennesimo 'chiodo nella bara' della sua carriera politica", ha osservato il servizio di intelligence russo.


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La caduta di Dobropolie ridisegna gli equilibri sul fronte del Donbass

Il 16 ottobre le forze russe hanno liberato Dobropolie, città strategica del Donbass la cui caduta, come evidenzia Mosca, apre la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'operazione un evento significativo nel corso dell'operazione militare speciale. In un'intervista a RT, il tenente colonnello Ivan Debitski, responsabile della pianificazione e della direzione dell'attacco, ha illustrato le difficoltà e le soluzioni tattiche che hanno permesso alle truppe russe di raggiungere l'obiettivo.

«Il nemico non se lo aspettava, e questo ci ha favorito», ha spiegato l'ufficiale, sintetizzando il ruolo della sorpresa nell'operazione. L'avanzata ha richiesto l'impiego coordinato di diversi sistemi d'arma, dall'artiglieria tradizionale ai razzi, fino ai droni utilizzati per colpire singoli obiettivi e colonne di mezzi corazzati. Particolarmente insidiosi si sono rivelati i droni predisposti lungo le strade, pronti a intervenire al passaggio dei veicoli militari ucraini.

La conformazione del territorio ha rappresentato uno degli ostacoli principali. Dobropolie sorge infatti su un'altura, posizione che garantiva alle forze ucraine un vantaggio nell'individuazione delle postazioni russe. Per ridurre l'esposizione al fuoco nemico, i militari russi hanno dovuto nascondere gli armamenti nelle aree boschive, operando in un contesto reso ancora più difficile dalla sorveglianza costante delle posizioni avversarie. Un aiuto importante è arrivato dalle condizioni meteorologiche. Nebbia, pioggia, nuvole basse e vento forte hanno favorito i movimenti delle truppe, limitando la visibilità.

«Queste sono ormai le nostre condizioni normali, quelle favorevoli», ha osservato Debitski. La conquista della città, tuttavia, non significa che i combattimenti siano completamente terminati. Secondo l'ufficiale, alcune unità ucraine isolate continuano a resistere all'interno di Dobropolie, anche se Mosca considera ormai raggiunto l'obiettivo principale dell'operazione. La caduta della città rappresenta un nuovo passaggio nella battaglia per il controllo del Donbass, dove la liberazione dei centri abitati e delle posizioni dominanti può modificare gli equilibri sul terreno.

Funerali Khamenei: non solo lutto, ma un messaggio di resistenza al mondo intero

Vi riproponiamo, con un nuovo articolo, il reportage "L'Addio a Khamenei: Cordoglio e Collera a Teheran", scritto e girato da Giulia Bertotto che è stata testimone diretta delle immense folle di Teheran, nei giorni del funerale più grande e solenne della storia moderna


Assistere ai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, assassinato da un attacco congiunto israelo-statunitense nel febbraio del 2026 è stata un’esperienza profonda e totalizzante, tragica e al contempo preziosa. Questo omicidio deliberatoè un delitto di esiziale gravità commesso non solo contro una figura politico-religiosa,ma anche contro il suo popolo. Un delitto che solo un’ideologia razzista, arrogante e priva del senso del sacro può commettere.

LA MIA ESPERIENZA COME GIORNALISTA, CITTADINA DEL MONDO E PELLEGRINA SULLA TERRA

Partecipare alle giornate di commemorazione per l’Ayatollah Khamenei è stata innanzitutto un’occasione di altissimo valore professionale,poiché molti colleghi giornalisti spesso scrivono di luoghi che non conoscono e si sperticano in analisi antropologiche su società che non hanno mai incontrato. Un vissuto formativo anche come cittadina attiva politicamente; vedere una tale coesione di popolo mentre in Italia il modello neoliberista è riuscito a dividere i cittadini su ogni questione, in una guerra orizzontale costante studiata per impedirci di cogliere il reale bersaglio politico delle nostre rivendicazioni.

Anche sul piano spiritualeè stata un’esperienza di forte impatto; come afferma il sociologo francese Emmanuel Todd,in Occidente la religione è in stato di “zombieficazione”. La spiritualità nelle folle di Teheran è invece viva e tangibile, focosa e furiosa, dolente ma anche orgogliosa e consapevole di aver lanciato un solenne messaggio al mondo: gli Stati Uniti e Israele, il “grande e il piccolo Satana” come li definiva proprio Khamenei, non sono invincibili. E non lo sono nonostante decenni di sanzioni, tentativi di isolamento e di destabilizzazione imposti fin dalla Rivoluzione Islamica del 1979.

Le grandi esequie dell’Imam Khamenei si sono svolte in una fase storico-politica decisiva e drammatica: a quasi tre anni di genocidio in mondovisione a Gaza, mentre Teheran stupiva il mondo intero assestando una clamorosa sconfitta all’imperialismo trumpiano e al sionismo ormai completamente allo scoperto nel governo Netanyahu. “A Dio piacendo, il cancro del regime usurpatore sionista sarà sradicato per mano del popolo palestinese e delle forze della Resistenza in tutta la regione” annunciava proprio Khamenei il 7 ottobre 2023.

Mentre la nostra delegazione si trova in Iran, ilmondo registra grandi mutamenti: l’Ucraina è ancora logorata dalla guerra per procura di Washington contro la Russia a cui l’Europa obbedisce prona, i Brics crescono economicamente, demograficamente e nella capacità di incidere sugli equilibri di potere globale;al contrario la Nato viene messa in discussione da nuove egemonie, e soprattutto da nuove concezioni della leadership internazionale.

PELLEGRINI E TURISTI, DUE PARADIGMI

Quello a Teheran è stato un viaggio travolgente,nel quale abbiamo ricevuto forme di ospitalità e accoglienza a noi sconosciute. Diametralmente opposti i paradigmi che identificano il turista e il pellegrino. Il turista in “Occidente” deve essere sfruttato, “spennato”, ipnotizzato da città-luna park e poi ricacciato da dove è arrivato. Al pellegrino invece, vieneofferta ogni bevanda sul suo cammino, viene sostenuto fisicamente ed emotivamente durante il percorso che sta affrontando. Il suo incedere non è un accumulo di mete per una vetrina instagrammabile, ma il tragitto contemplativo verso un luogo sacro interiore ed esteriore. Il pellegrino è umano, ma in una condizione ontologica quasi ibrida;il viandante è sospeso tra terra e Cielo, tra il sentiero della propria interiorità e la comunità cerimoniale. Il pellegrino non procede per sé stesso solamente, ma dentro sé stesso e verso la famiglia dei fedeli.

Abbiamo partecipato a questo evento storico solennetra milioni di persone, albe e tramonti di folle travolgenti verso la Grande Mosallapiangente il feretro dell’Imam. Siamo staticommossi da canti, prosternazioni e preghiere per le strade della capitale. Due i simboli che rappresentavano più efficacemente lo stato d’animo diffuso; la bandiera nera del lutto issata ovunque e l’icona del pugno chiuso, emblema della fermezza contro l’avversario, della prontezza alla battaglia, della certezza nella vittoria.

UNA MISTICA INCARNATA NELLA GIUSTIZIA MONDANA

A Teheran abbiamo respirato una dialettica costante non solo tra intimo raccoglimento edesibizione rituale del lutto, ma anche tra cordoglio e collera, è così infatti che ho scelto di intitolare il mio reportage di quei giorni travolgenti. Lo sciismo non è caratterizzato da quietismo e distacco dai fatti umani, l’anelito mistico è quasi sempre vissuto con passione rivoluzionaria. L’ordine metafisico e cosmico non deve restare un’aspirazione trascendente, ma essere incarnato nella ricerca di giustizia terrena e nel sostegno alle lotte degli oppressi. Questo è l’unico modo per onorare il Divino e abitare con onore la dimensione transeunte. Ogni rivendicazione sul piano storico, ogni invettiva contro la “Coalizione Epstein” nelle piazze di Teheran, è accompagnata da una Sura coranica. La Rivelazione deve elevare l’agire politico, la politica realizzare più che può l’insegnamento del Libro.

Si tratta di una concezionea noi lontana; infatti se è vero chenella tradizione cristianae nel nucleo di tutte le saggezze mistiche troviamo l’elemento di rifiutoascetico del mondo materiale per avvicinarsi alla verità ultramondana,solo nel credo sciita questo elemento è paradossalmente intrecciato con la lotta secolare.

“Non fuggiremo; saremo sepolti in questa stessa terra. Non c'è superpotenza all'infuori di Allah, e non temiamo nessuno se non Allah”, disse Khamenei a gennaio 2026.Il mese successivo sarebbe stato martirizzato.

Affascinante è anche la dottrina dell’ultimo Imam, l’attesa escatologica sciita affine anche alla venuta del Salvatore cristiano e al ritorno del Messia ebraico. Il dodicesimo e ultimo Imam nacque a Samarra nel 869 d.C. e in tenera età si sarebbe ritirato in "occultamento", una condizione di assenza fisica agli occhi del mondo. In questo stato di nascondimento dallo sguardo materiale è Lui a guidare l’umanità che spesso non vede il bene e compie il male. Sul piano escatologico è considerato il Mahd?, il "ben guidato" da Dio, che secondo la tradizione, si manifesterà alla fine dei tempi per ripristinare l’equità sulla Terra.

Quella sciita è una religione ribelle al mondo, dissidente alla sua ingiustizia ontologica, ai suoi rapporti di forza feroci, una fede“eretica”nel cuore pulsante di sé stessa, che nasce dal sacrificio e si fonda sul martirio.

Pensiamo alle parole di sfida e insieme estatiche di Seyyed Hassan Nasrallah[2]: “Quello che vogliamo è solo l’aldilà. Il nostro agire in questo mondo è figlio del dovere e non certo di terrena bramosia. La presente realtà non è in alcun modo la nostra meta. Essa vale per noi quanto la suola di una scarpa o il muco di una capra. La sua effimera insulsa pochezza la lasciamo volentieri a voialtri. Noi apparteniamo all’altro mondo: solo lì è il nostro appagamento”.

L’ISLAMOFOBIA SELETTIVA NELLE MANIPOLAZIONI OCCIDENTALI

Da parte del cosiddetto “Occidente allargato” assistiamo ad un’islamofobia selettiva sempre più incoerente,che dimostra comela sua clava concettuale venga utilizzata a fini politici.Un esempio di questo stridente doppiopesismo lo troviamonel confrontol’Arabia saudita, un alleato sionista e di Washington, il quale al contrario della Repubblica Islamica dell’Iran, non è mai oggetto di critiche sui diritti umani, la questione femminile e le libertà civili. La maggior parte dei media omette in funzione propagandistica filo-atlantista che in Arabia Saudita solo dal 2018 le donne possono guidare le automobili o che solo dal 2019 le cittadine possono ottenere il passaporto, viaggiare all'estero e registrare i figli senza il permesso di un uomo. D’altra parte non si informal’opinione pubblica dell’esteso e altissimo livello di istruzioneraggiunto dalle donne iraniane, ma si parla morbosamente del velo che indossano.

l’Iran èil nemico perfetto per la filosofia islamico-politica che lo anima, la punta di diamante dell’ “Asse della resistenza”,oggi più odiato che mai poiché ha dato un clamoroso schiaffomilitare e morale ad Usa e Israele, una dimostrazione identitaria epocale che non accadeva forse dalla guerra del Vietnam.

Questa diffusa islamofobiala rintracciamo nei media e in espressioni giornalistiche scelte per delegittimare istanze non conformi al sionismo mondiale; come ci spiega Tim Anderson nel suo saggio “Comprendere lo Yemen” il partitoyemenita Ansarallah,non viene mai chiamato dai media occidentali col suo nome ufficiale, ma “ribelli houthi”;una definizione funzionale a suggerire l’immagine di un gruppo tribale, di una sacca di violenti quasi sprovveduti, quando invece il partito è al governo dalla rivoluzione del 2014 (Anchel’Onu, ormai quasi totalmente orientata dal denaro della Casa Bianca, non riconosce il governo Ansarallah). Le sue rivendicazioni politiche nazionali, vengono ridicolizzate e presentate in maniera infantilizzata,indotte in un proxy iraniano privo di una propria fibra politica. Di nuovo dunque l’Iran viene demonizzato, come mostro oscurantista verso i propri giovani e capace di condizionare i cittadini yemeniti e le istanze di Hezbollah in Libano.

VIAGGIARE È SPECCHIARSI NELL’ALTRO

Queste mistificazioni mediatiche e istituzionali da parte dei governi occidentali sono atti di grave offesa anche verso i propri elettori: la costruzione di un nemico “esotico”, spostato sempre un po’ più ad est, serve a nascondere i soprusi e a camuffare le barbarie che i nostri governi esercitano proprio su di noi.

Pensiamo infine ad alcune dichiarazioni irricevibili e surreali da parte di Donald Trump, nel processo di normalizzazione del genocidio palestinese, della guerra all’Iran e dell’islamofobia:il 7 aprile 2026 Trump minacciò così l’intero Iran e i suoi cittadini: "Un'intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile".

Eravamo a Teheran il 7 luglio 2026, proprio quando gli Usa hanno ripreso a bombardare il sud del paese e il presidente Trump ha affermato che gli iraniani sono violenti e che non avrebbe più trattato con loro.Nessuno in quei giorni ci ha fatto sentire in pericolo, se non proprio gli Stati Uniti che avevano ripreso ad attaccare il Sud e la zona di Hormuz.

Ad aprile 2026 Trump affermava che “l’Iran è il regime più violento e pericoloso della terra”.L’Occidente, ormai incapace di riconoscersi, proietta la propria violenzasterminatrice nelle altre culture, mentendo ancora a sé stesso nel proclamarsi“civile e democratico”. Viaggiare forse è allora davvero un modo per conoscere meglio sé stessi specchiandosi nell’Altro e in questa misteriosa realtà.

[2]Il terzo segretario di Hezbollah è stato ucciso dall’esercito israeliano nel settembre del 2024.


Funerali Khamenei: testimonianza di una giornalista indipendente e pellegrina a Teheran

Vi riproponiamo con un nuovo articolo, il reportage "L'Addio a Khamenei: Cordoglio e Collera a Teheran", scritto e girato da Giulia Bertotto che è stata testimone dirette delle grandi folle di Teheran, nei giorni del funerale più numeroso e solenne della storia moderna


Assistere ai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, assassinato da un attacco congiunto israelo-statunitense nel febbraio del 2026 è stata un’esperienza profonda e totalizzante, tragica e al contempo preziosa. Questo omicidio deliberatoè un delitto di esiziale gravità commesso non solo contro una figura politico-religiosa,ma anche contro il suo popolo. Un delitto che solo un’ideologia razzista, arrogante e priva del senso del sacro può commettere.

LA MIA ESPERIENZA COME GIORNALISTA, CITTADINA DEL MONDOE PELLEGRINA SULLA TERRA

Partecipare alle giornate di commemorazione per l’Ayatollah Khamenei è stata innanzitutto un’occasione di altissimo valore professionale,poiché molti colleghi giornalisti spesso scrivono di luoghi che non conoscono e si sperticano in analisi antropologiche su società che non hanno mai incontrato. Un vissuto formativo anche come cittadina attiva politicamente; vedere una tale coesione di popolo mentre in Italia il modello neoliberista è riuscito a dividere i cittadini su ogni questione, in una guerra orizzontale costante studiata per impedirci di cogliere il reale bersaglio politico delle nostre rivendicazioni.

Anche sul piano spiritualeè stata un’esperienza di forte impatto; come afferma il sociologo francese Emmanuel Todd,in Occidente la religione è in stato di “zombieficazione”. La spiritualità nelle folle di Teheran è invece viva e tangibile, focosa e furiosa, dolente ma anche orgogliosa e consapevole di aver lanciato un solenne messaggio al mondo: gli Stati Uniti e Israele, il “grande e il piccolo Satana” come li definiva proprio Khamenei, non sono invincibili. E non lo sono nonostante decenni di sanzioni, tentativi di isolamento e di destabilizzazione imposti fin dalla Rivoluzione Islamica del 1979.

Le grandi esequie dell’Imam Khamenei si sono svolte in una fase storico-politica decisiva e drammatica: a quasi tre anni di genocidio in mondovisione a Gaza, mentre Teheran stupiva il mondo intero assestando una clamorosa sconfitta all’imperialismo trumpiano e al sionismo ormai completamente allo scoperto nel governo Netanyahu. “A Dio piacendo, il cancro del regime usurpatore sionista sarà sradicato per mano del popolo palestinese e delle forze della Resistenza in tutta la regione” annunciava proprio Khamenei il 7 ottobre 2023.

Mentre la nostra delegazione si trova in Iran, ilmondo registra grandi mutamenti: l’Ucraina è ancora logorata dalla guerra per procura di Washington contro la Russia a cui l’Europa obbedisce prona, i Brics crescono economicamente, demograficamente e nella capacità di incidere sugli equilibri di potere globale;al contrario la Nato viene messa in discussione da nuove egemonie, e soprattutto da nuove concezioni della leadership internazionale.

PELLEGRINI E TURISTI, DUE PARADIGMI

Quello a Teheran è stato un viaggio travolgente,nel quale abbiamo ricevuto forme di ospitalità e accoglienza a noi sconosciute. Diametralmente opposti i paradigmi che identificano il turista e il pellegrino. Il turista in “Occidente” deve essere sfruttato, “spennato”, ipnotizzato da città-luna park e poi ricacciato da dove è arrivato. Al pellegrino invece, vieneofferta ogni bevanda sul suo cammino, viene sostenuto fisicamente ed emotivamente durante il percorso che sta affrontando. Il suo incedere non è un accumulo di mete per una vetrina instagrammabile, ma il tragitto contemplativo verso un luogo sacro interiore ed esteriore. Il pellegrino è umano, ma in una condizione ontologica quasi ibrida;il viandante è sospeso tra terra e Cielo, tra il sentiero della propria interiorità e la comunità cerimoniale. Il pellegrino non procede per sé stesso solamente, ma dentro sé stesso e verso la famiglia dei fedeli.

Abbiamo partecipato a questo evento storico solennetra milioni di persone, albe e tramonti di folle travolgenti verso la Grande Mosallapiangente il feretro dell’Imam. Siamo staticommossi da canti, prosternazioni e preghiere per le strade della capitale. Due i simboli che rappresentavano più efficacemente lo stato d’animo diffuso; la bandiera nera del lutto issata ovunque e l’icona del pugno chiuso, emblema della fermezza contro l’avversario, della prontezza alla battaglia, della certezza nella vittoria.

UNA MISTICA INCARNATA NELLA GIUSTIZIA MONDANA

A Teheran abbiamo respirato una dialettica costante non solo tra intimo raccoglimento edesibizione rituale del lutto, ma anche tra cordoglio e collera, è così infatti che ho scelto di intitolare il mio reportage di quei giorni travolgenti. Lo sciismo non è caratterizzato da quietismo e distacco dai fatti umani, l’anelito mistico è quasi sempre vissuto con passione rivoluzionaria. L’ordine metafisico e cosmico non deve restare un’aspirazione trascendente, ma essere incarnato nella ricerca di giustizia terrena e nel sostegno alle lotte degli oppressi. Questo è l’unico modo per onorare il Divino e abitare con onore la dimensione transeunte. Ogni rivendicazione sul piano storico, ogni invettiva contro la “Coalizione Epstein” nelle piazze di Teheran, è accompagnata da una Sura coranica. La Rivelazione deve elevare l’agire politico, la politica realizzare più che può l’insegnamento del Libro.

Si tratta di una concezionea noi lontana; infatti se è vero chenella tradizione cristianae nel nucleo di tutte le saggezze mistiche troviamo l’elemento di rifiutoascetico del mondo materiale per avvicinarsi alla verità ultramondana,solo nel credo sciita questo elemento è paradossalmente intrecciato con la lotta secolare.

“Non fuggiremo; saremo sepolti in questa stessa terra. Non c'è superpotenza all'infuori di Allah, e non temiamo nessuno se non Allah”, disse Khamenei a gennaio 2026.Il mese successivo sarebbe stato martirizzato.

Affascinante è anche la dottrina dell’ultimo Imam, l’attesa escatologica sciita affine anche alla venuta del Salvatore cristiano e al ritorno del Messia ebraico. Il dodicesimo e ultimo Imam nacque a Samarra nel 869 d.C. e in tenera età si sarebbe ritirato in "occultamento", una condizione di assenza fisica agli occhi del mondo. In questo stato di nascondimento dallo sguardo materiale è Lui a guidare l’umanità che spesso non vede il bene e compie il male. Sul piano escatologico è considerato il Mahd?, il "ben guidato" da Dio, che secondo la tradizione, si manifesterà alla fine dei tempi per ripristinare l’equità sulla Terra.

Quella sciita è una religione ribelle al mondo, dissidente alla sua ingiustizia ontologica, ai suoi rapporti di forza feroci, una fede“eretica”nel cuore pulsante di sé stessa, che nasce dal sacrificio e si fonda sul martirio.

Pensiamo alle parole di sfida e insieme estatiche di Seyyed Hassan Nasrallah[2]: “Quello che vogliamo è solo l’aldilà. Il nostro agire in questo mondo è figlio del dovere e non certo di terrena bramosia. La presente realtà non è in alcun modo la nostra meta. Essa vale per noi quanto la suola di una scarpa o il muco di una capra. La sua effimera insulsa pochezza la lasciamo volentieri a voialtri. Noi apparteniamo all’altro mondo: solo lì è il nostro appagamento”.

L’ISLAMOFOBIA SELETTIVA NELLE MANIPOLAZIONI OCCIDENTALI

Da parte del cosiddetto “Occidente allargato” assistiamo ad un’islamofobia selettiva sempre più incoerente,che dimostra comela sua clava concettuale venga utilizzata a fini politici.Un esempio di questo stridente doppiopesismo lo troviamonel confrontol’Arabia saudita, un alleato sionista e di Washington, il quale al contrario della Repubblica Islamica dell’Iran, non è mai oggetto di critiche sui diritti umani, la questione femminile e le libertà civili. La maggior parte dei media omette in funzione propagandistica filo-atlantista che in Arabia Saudita solo dal 2018 le donne possono guidare le automobili o che solo dal 2019 le cittadine possono ottenere il passaporto, viaggiare all'estero e registrare i figli senza il permesso di un uomo. D’altra parte non si informal’opinione pubblica dell’esteso e altissimo livello di istruzioneraggiunto dalle donne iraniane, ma si parla morbosamente del velo che indossano.

l’Iran èil nemico perfetto per la filosofia islamico-politica che lo anima, la punta di diamante dell’ “Asse della resistenza”,oggi più odiato che mai poiché ha dato un clamoroso schiaffomilitare e morale ad Usa e Israele, una dimostrazione identitaria epocale che non accadeva forse dalla guerra del Vietnam.

Questa diffusa islamofobiala rintracciamo nei media e in espressioni giornalistiche scelte per delegittimare istanze non conformi al sionismo mondiale; come ci spiega Tim Anderson nel suo saggio “Comprendere lo Yemen” il partitoyemenita Ansarallah,non viene mai chiamato dai media occidentali col suo nome ufficiale, ma “ribelli houthi”;una definizione funzionale a suggerire l’immagine di un gruppo tribale, di una sacca di violenti quasi sprovveduti, quando invece il partito è al governo dalla rivoluzione del 2014 (Anchel’Onu, ormai quasi totalmente orientata dal denaro della Casa Bianca, non riconosce il governo Ansarallah). Le sue rivendicazioni politiche nazionali, vengono ridicolizzate e presentate in maniera infantilizzata,indotte in un proxy iraniano privo di una propria fibra politica. Di nuovo dunque l’Iran viene demonizzato, come mostro oscurantista verso i propri giovani e capace di condizionare i cittadini yemeniti e le istanze di Hezbollah in Libano.

VIAGGIARE È SPECCHIARSI NELL’ALTRO

Queste mistificazioni mediatiche e istituzionali da parte dei governi occidentali sono atti di grave offesa anche verso i propri elettori: la costruzione di un nemico “esotico”, spostato sempre un po’ più ad est, serve a nascondere i soprusi e a camuffare le barbarie che i nostri governi esercitano proprio su di noi.

Pensiamo infine ad alcune dichiarazioni irricevibili e surreali da parte di Donald Trump, nel processo di normalizzazione del genocidio palestinese, della guerra all’Iran e dell’islamofobia:il 7 aprile 2026 Trump minacciò così l’intero Iran e i suoi cittadini: "Un'intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile".

Eravamo a Teheran il 7 luglio 2026, proprio quando gli Usa hanno ripreso a bombardare il sud del paese e il presidente Trump ha affermato che gli iraniani sono violenti e che non avrebbe più trattato con loro.Nessuno in quei giorni ci ha fatto sentire in pericolo, se non proprio gli Stati Uniti che avevano ripreso ad attaccare il Sud e la zona di Hormuz.

Ad aprile 2026 Trump affermava che “l’Iran è il regime più violento e pericoloso della terra”.L’Occidente, ormai incapace di riconoscersi, proietta la propria violenzasterminatrice nelle altre culture, mentendo ancora a sé stesso nel proclamarsi“civile e democratico”. Viaggiare forse è allora davvero un modo per conoscere meglio sé stessi specchiandosi nell’Altro e in questa misteriosa realtà.

[2]Il terzo segretario di Hezbollah è stato ucciso dall’esercito israeliano nel settembre del 2024.


Parola d’ordine: guerra ibrida

 

di Vito Petrocelli

Dalle dichiarazioni di Crosetto alle accuse di Zelensky fino ai “sogni bagnati” di Maurizio Molinari, quando ogni dissenso diventa una minaccia russa si finisce col ridicolizzare la sicurezza nazionale e blindare la delegittimazione del dissenso. Il rischio è che una categoria geopolitica diventi uno strumento per restringere il dibattito democratico italiano e allontanare ancora una volta la prospettiva della pace.

Italia, autunno 2026. Se cresce la tensione internazionale, è guerra ibrida. Se si diffondono notizie sgradite, è guerra ibrida. Se giovani e giovanissimi protestano contro le politiche autodistruttive del governo, è guerra ibrida. Se una parte dell'opinione pubblica contesta l'invio di armi all'Ucraina, mette in discussione le sanzioni contro Mosca o chiede di riaprire un canale diplomatico con il Cremlino, il sospetto di un'ingerenza straniera è sempre pronto a fare la sua comparsa.

Da Milano al Cremlino solo andata

Intervenendo a Roma al Defense Procurement Forum, Crosetto ha ricondotto alcuni recenti fatti avvenuti a Milano e in altre località italiane a una forma di guerra ibrida, indicando nei social network, in TikTok e in YouTube strumenti attraverso i quali forze ostili potrebbero influenzare i giovani e mettere in discussione i valori della società occidentale.

Nella stessa giornata, Zelensky ha sostenuto che anche l'Italia sarebbe vittima della guerra ibrida condotta dalla Russia attraverso campagne di disinformazione e tentativi di condizionare il dibattito pubblico. 

Ma quali sono le prove specifiche che collegano i singoli fenomeni denunciati a una regia del Cremlino? Per dimostrare un'ingerenza occorrono elementi verificabili: reti di finanziamento, comunicazioni, infrastrutture informatiche, collegamenti operativi e prove che possano essere sottoposte a controllo indipendente. In assenza di questi elementi, l'attribuzione di responsabilità resta solo una provocazione accompagnata da fake news.

Il concetto di guerra ibrida non è un'invenzione recente e non riguarda soltanto la Russia. Indica, in termini generali, l'impiego coordinato di strumenti militari e non militari, convenzionali e non convenzionali, per conseguire obiettivi strategici.

Se tutto però può essere guerra ibrida, quasi nulla rimane fuori dal suo perimetro: l’informazione diventa un'arma, la discussione politica un territorio di caccia, la protesta un possibile strumento di destabilizzazione. E chi si oppone alle scelte del governo viene rappresentato non più come un interlocutore politico e sociale, ma come una componente inconsapevole o consapevole della strategia di una potenza straniera. Una simile deriva sarebbe pericolosa per qualsiasi democrazia, figuriamoci per l’Italia a sovranità limitata guidata dai (post) fascisti.

L'Italia di Crosetto e Meloni

Le dichiarazioni di Crosetto si inseriscono in un dibattito che, nelle ultime settimane, ha assunto toni sempre più accesi e persino surreali.

A settembre, il ministro aveva sostenuto che la Russia stesse provocando e mettendo alla prova i Paesi europei attraverso attacchi ibridi e fisici. Nel frattempo, esponenti del governo e commentatori hanno richiamato l'attenzione sul rischio di interferenze russe nella vita politica italiana, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.

Il 22 settembre, per esempio, il direttore dell'agenzia Dire, Mario Sechi, aveva descritto l'Italia come un bersaglio strategico della guerra ibrida russa, collegando il tema al sostegno italiano all'Ucraina.

Il 14 ottobre, intervenendo in Parlamento in vista del Consiglio europeo, Giorgia Meloni ha ribadito il sostegno a Kiev e la necessità di mantenere la pressione su Mosca. La presidente del Consiglio ha inoltre definito rischiosa l'intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump, sostenendo che potesse indebolire la pressione internazionale sul Cremlino.

L’apice è raggiunto poi proprio dal ministro Crosetto che, in una intervista alla BBS, dichiara senza pudore che “La nostra opinione pubblica è nella maggioranza contraria agli aiuti all’Ucraina… Non si può cedere all’opinione pubblica, quando tu pensi che l’opinione pubblica stia sbagliando”.

Che in parole semplici, vere e popolari si può tradurre con: “Noi siamo il potere e voi non siete un cazzo”.

Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

 
 
 
 
 
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E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

 
 
 
 
 
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Iran, Zio Filippo: "L'Italia mobilita l'esercito contro i suoi cittadini, Teheran li arma contro gli Usa"

Oggi 24 ottobre è il triste anniversario della Strage di Gorla del 1944, quando bombardieri americani sganciarono una bomba su Milano. L'ordigno esplose dentro una scuola elementare uccidendo 184 bambini. Un episodio trascurato nei libri di storia perché anche la memoria è soggetta alla narrazione di chi impone la propria egemonia. Ne abbiamo parlato con Zio Filippo, misterioso attivista italo iraniano che si presenta al pubblico nei panni di un rettile blu, creatura a sangue freddo ma con un cuore caldo per gli eventi geopolitici. La sua ultima canzone è "Gorla Minab Gaza" che commemora questo episodio negli elementi comuni con il massacro della scuola iraniana di Minab e le innumerevoli aule palestinesi bombardate. 

Abbiamo chiesto a Zio Filippo quali notizie arrivano di prima mano dall'Iran; le autorità stanno mobilitando l'esercito civile, abbiamo visto immagini di donne volontarie che imbracciano fucili durante lo svolgimento delle esercitazioni. Qualcosa che manda in tilt la visione orientalista, ossessionata dall'immagine del velo femminile, che dipinge la figura femminile iraniana limitata dalla Repubblica Islamica all'unico ruolo di moglie e madre. Così, mentre il ministro Crosetto decide di mandare i militari contro i manifestanti, Teheran arma i propri cittadini contro gli Stati Uniti.

Intanto Aluf Amos Yadlin, ex generale dell'aeronautica militare israeliana, già addetto militare dell’esercito sionista a Washington e capo della Direzione dell'intelligence militare del regime di Tel Aviv ha affermato: “Nella guerra dei quaranta giorni, la Repubblica Islamica avrebbe dovuto essere rovesciata attuando quattro piani, tra cui i modelli siriano e venezuelano, e scatenando rivolte di piazza, ecc., ma questi piani sono tutti falliti! Netanyahu si era illuso e il suo piano irrealistico e fantasioso di rovesciare la Repubblica Islamica è fallito". Anche da queste parole comprendiamo il momento epocale nel quale ci troviamo, l'Iran sta cambiando i rapporti di forza dell'Asia Occidentale.

"Mai nella nostra storia Iran e Russia hanno collaborato così strettamente come ora". Lo ha scritto in un post su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in seguito ai colloqui avuti a Teheran con il suo omologo russo Lavrov. Abbiamo commentato con Zio Filippo anche questa importante dichiarazione da parte di Teheran.

E ancora, chi vincerà alle elezioni del 27 settembre in Israele? Il segretario della difesa Usa ha chiamato Netanyahu per dare al Primo ministro dello stato occupante e ricercato internazionale per crimini di guerra, tutto il suo appoggio: “Avrai una vittoria strepitosa” gli ha assicurato. Ciò che è certo è che Netanyahu è solo il culmine criminale del sionismo, ma non è lui la causa profonda del primo genocidio in diretta mondiale. Lo è l’antica e perniciosa ideologia sionista.

Molinari e lo spettro della "guerra ibrida" russa dietro le proteste (VIDEO)


Il giornalista Maurizio Molinari a La7 tocca nuove, inarrivabili vette di distorsione della realtà, scivolando apertamente nella promozione di teorie del complotto. Senza fornire la minima prova a sostegno delle sue tesi, l'ex direttore de La Repubblica e La Stampa, ha rilanciato la sempiterna narrazione delle "ingerenze russe" nelle proteste, nel palese tentativo di delegittimare il dissenso democratico come manovra straniera frutto di "guerra ibrida".

Nel suo sforzo di dare una parvenza di credibilità a questa tesi, Molinari ha persino richiamato recenti dichiarazioni del primo ministro britannico, Andy Burnham, riguardo una fantomatica ingerenza russa nel referendum per la Brexit. Un’affermazione clamorosamente smentita: sia l’ex premier Boris Johnson che il capo dell’MI5 hanno già chiarito in modo inequivocabile l’assenza di prove di un tale impatto sul voto, smontando alla radice questa retorica allarmistica.

Quando il giornalismo mainstream non ha più argomenti per contrastare le ragioni di chi scende in piazza, ricorre allo spettro del nemico esterno e della "guerra ibrida". 

Guardate il video e giudicate voi stessi: fino a dove si può spingere la propaganda mainstream?

 
 
 
 
 
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Canada: la Calgary Opera censura un artista per la sua solidarietà con la Palestina (VIDEO)

Vergogna in Canada. La Calgary Opera ha estromesso il basso-baritono Gabriel Sanchez-Ortega dalle future rappresentazioni della Tosca dopo che, durante il saluto finale della serata di apertura, ha sventolato una bandiera palestinese in solidarietà a un popolo vittima del terrorismo sionista. 

Sanchez-Ortega, giovane talento al primo anno del programma di sviluppo artistico della compagnia, ha visto il suo momento di gloria trasformarsi in un licenziamento. La direzione ha rilasciato un comunicato sterile, definendo il gesto "non autorizzato" e lamentando il "disagio" causato al pubblico e allo staff, annunciando freddamente che il ruolo di Angelotti sarà affidato a un altro artista. 

Ma l’arte è politica. Pretendere che gli artisti restino in silenzio di fronte alle atrocità del mondo significa snaturare la cultura stessa, riducendola a mero intrattenimento di regime. Punire un cantante per aver espresso il proprio sostegno al popolo palestinese, che sta subendo un genocidio, non è tutela della "civiltà", come ipocritamente afferma il comunicato, ma un atto di censura codarda contro chi ha il coraggio di alzare la voce contro l'ingiustizia. 

Il gesto di Sanchez-Ortega, che fa eco a episodi simili di resistenza artistica, risuona molto più forte di qualsiasi silenzio imposto. La lotta per la libertà, la verità e la dignità umana passa anche dai palcoscenici di tutto il mondo. 

 
 
 
 
 
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Guerra in Iran, Zio Filippo: "L'Italia mobilita l'esercito contro i manifestanti, l'Iran arma i suoi cittadini contro gli Usa"

Oggi 24 ottobre è il triste anniversario della Strage di Gorla del 1944, quando bombardieri americani sganciarono una bomba su Milano. L'ordigno esplose dentro una scuola elementare uccidendo 184 bambini. Un episodio trascurato nei libri di storia perché anche la memoria è soggetta alla narrazione di chi impone la propria egemonia. Ne abbiamo parlato con Zio Filippo, misterioso attivista italo iraniano che si presenta al pubblico nei panni di un rettile blu, creatura a sangue freddo ma con un cuore caldo per gli eventi geopolitici. La sua ultima canzone è "Gorla Minab Gaza" che commemora questo episodio negli elementi comuni con il massacro della scuola iraniana di Minab e le innumerevoli aule palestinesi bombardate. 

Abbiamo chiesto a Zio Filippo quali notizie arrivano di prima mano dall'Iran; le autorità stanno mobilitando l'esercito civile, abbiamo visto immagini di donne volontarie che imbracciano fucili durante lo svolgimento delle esercitazioni. Qualcosa che manda in tilt la visione orientalista, ossessionata dall'immagine del velo femminile, che dipinge la figura femminile iraniana limitata dalla Repubblica Islamica all'unico ruolo di moglie e madre. Così, mentre il ministro Crosetto decide di mandare i militari contro i manifestanti, Teheran arma i propri cittadini contro gli Stati Uniti.

Intanto Aluf Amos Yadlin, ex generale dell'aeronautica militare israeliana, già addetto militare dell’esercito sionista a Washington e capo della Direzione dell'intelligence militare del regime di Tel Aviv ha affermato: “Nella guerra dei quaranta giorni, la Repubblica Islamica avrebbe dovuto essere rovesciata attuando quattro piani, tra cui i modelli siriano e venezuelano, e scatenando rivolte di piazza, ecc., ma questi piani sono tutti falliti! Netanyahu si era illuso e il suo piano irrealistico e fantasioso di rovesciare la Repubblica Islamica è fallito". Anche da queste parole comprendiamo il momento epocale nel quale ci troviamo, l'Iran sta cambiando i rapporti di forza dell'Asia Occidentale.

"Mai nella nostra storia Iran e Russia hanno collaborato così strettamente come ora". Lo ha scritto in un post su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in seguito ai colloqui avuti a Teheran con il suo omologo russo Lavrov. Abbiamo commentato con Zio Filippo anche questa importante dichiarazione da parte di Teheran.

E ancora, chi vincerà alle elezioni del 27 settembre in Israele? Il segretario della difesa Usa ha chiamato Netanyahu per dare al Primo ministro dello stato occupante e ricercato internazionale per crimini di guerra, tutto il suo appoggio: “Avrai una vittoria strepitosa” gli ha assicurato. Ciò che è certo è che Netanyahu è solo il culmine criminale del sionismo, ma non è lui la causa profonda del primo genocidio in diretta mondiale. Lo è l’antica e perniciosa ideologia sionista.

Le “democrazie” europeiste e la “guerra ibrida” della Russia


di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico


20 ottobre. Certo che qualcuno si aspetterebbe un po' di fantasia, anche solo una minima dose di putrido eclettismo, quel tanto per inscenare un “pensiero” diverso, o quantomeno fantasioso. Invece no: quando la direttiva è quella della guerra alla Russia, ogni occasione è buona per cercare di inculcare nell'opinione pubblica la leggenda della “mano di Mosca”, responsabile della nebbia in Valpadana e della penuria di tartufi nelle Langhe. Quando poi la crisi assume aspetti che chiamano direttamente in causa le politiche affamatrici decretate da governi parafascisti agli ordini della finanza e dell'industria di guerra, allora non ci si dà più neppure la pena di salvaguardare le apparenze del “popolo sovrano”, come ha dimostrato, con fare inquisitorio degno di un editto da ancien régime, il ministro italico della guerra Guido Crosetto.

Quando poi tocca ai media guerrafondai delineare le “linee d'azione” su cui indirizzare le coscienze, si ripropone l'ormai esausto gioco delle parti, volto comunque a un unico, medesimo obiettivo: mettere sull'attenti contro la “mano di Mosca”.

Così, in una divisione dei compiti dettata dall'unica necessità di attrarre lettori geograficamente distanti, ma accomunati dal fiero dovere di difendere i “valori liberal-europeisti” - che a questo si riducono ormai i lettori dei fogliacci padronal-militaristi – la torinese La Stampa e il milanese “Corriere della Sera” mostrano approcci “diversi”, arrivando però a una medesima conclusione: la “mano di Mosca”.

Su La Stampa, in relazione alle manifestazioni di piazza, senz'altro qualificate come «violenze», si parte dalle parole del presidente della repubblica che, alla maniera dell'oracolo di Delfi, «evoca “soggetti inediti”. Il governo sospetta una regia russa». Non sia mai, che qualcuno immagini si possa scendere in piazza contro un governo che “lavora per il bene degli italiani”: è chiaro che, dall'esterno – o meglio: dall'estero – una mano oscura briga per distorcere le coscienze dagli “alti valori” del sostegno a Kiev. Dunque, scrivono gli articolisti, i signori Ilario Lombardi e Ugo Magri, «Zero giustificazioni per violenze “inaccettabili” e vandalismi» da parte di Mattarella, che, però, al tempo stesso avverte «delle anomalie, aspetti della protesta che non sono chiari. Vi sono, avverte, “interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”... Va elaborata, aggiunge, “un’attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”». Chi sarebbero? Ce lo dicono, scrive La Stampa, nientepopodimeno che il ministero della Difesa – sì: il ministero della guerra; quello che decide cosa debbano pensare le masse riguardo alle armi ai nazigolpisti di Kiev – e anche i «partiti di maggioranza e di opposizione, soprattutto del Pd. Non hanno alcun dubbio sul fatto che Mattarella si riferisse anche a una possibile regia russa».

Ecco fatto: la “mano di Mosca”; «non c’è nulla di esplicito, sia inteso», nelle parole di Mattarella, rassicurano i signori Lombardi e Magri. E allora provvedono loro a chiarire: «quell’espressione che evoca mandanti e soggetti anonimi risuona come un allarme a prestare la massima vigilanza sulle infiltrazioni straniere. L’inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino, alle prese con l’aggressione all’Ucraina e con le minacce ai suoi alleati europei». Quando si tratta di guerra alla Russia non si possono lasciare le parole a metà: bisogna dire la “verità” fino in fondo e questo è “dovere della stampa libera”, che si interroga su “misteri” come quello di come sia «nato il passaparola sul web, cosa l’ha innescato, chi c’è dietro certe strane sigle comparse come dal nulla alla vigilia delle devastazioni». Bisogna stare molto attenti: ad esempio, com'è che nella “libera” Italia, si possa ammettere che «al tavolo convocato alla prefettura di Napoli, mentre continuano i blocchi stradali contro il caro carburante», sieda addirittura «il presidente Confesercenti Campania, Vincenzo Schiavo, nominato console onorario dalla Federazione russa. Non ci sono prove che Mosca stia manovrando le comunicazioni social o addirittura infiltrando i manifestanti, ma sarebbe falso non ammettere che l’intelligence, su input del governo, stia seguendo ogni pista». Siamo davvero messi male, urlano a La Stampa: la “mano di Mosca” fin nel cuore degli apparati statali! Poi, dovendo in qualche modo fingere “obiettività”, sono costretti a scrivere che «Ci sono ragioni profonde di disagio che nessuno osa negare, per il caro vita e la casa diventata un miraggio di lusso per tanti»; ma, attenzione, stridono, qualcuno potrebbe approfittare di quelle «ragioni profonde». E chi, se non i perfidi “autocrati” del Cremlino, che mirano a sabotare gli angelici governi para-fascisti, così attenti ai bisogni delle masse; e quei perfidi “autocrati”, mette sull'avviso il fogliaccio torinese, stanno senz'altro rafforzando «a pochi mesi da elezioni, in Italia e in Francia, decisive per il destino dell’Europa - la propria propaganda contro l’indipendenza dell’Ucraina e contro l’Unione fondata sull’idea democratica di una società aperta e tollerante». La democrazia e la tolleranza dei manganelli, da Milano, Torino, Genova a Parigi.

A queste perle “informative” fa eco, da Milano, il Corriere della Sera, con l'intervista benevolmente concessa dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij alla signora Marta Serafini, tra i più solerti corifei de la junta di Kiev. Cos', alla «inoculazione del caos è il cuore della guerra ibrida. Il veleno preferito del Cremlino» de La Stampa, dal Corriere si risponde divulgando il “verbo” del jefe de la junta: «anche l'Italia è vittima della guerra ibrida di Putin». Non ci sarebbe da aggiungere altro: dal marxengelsiano “Ein Gespenst geht um in Europa”, a la “mano di Mosca” überall in Europa. Nel catechismo zelenskiano, presentato come “intervista”, si spazia ovviamente dalle questioni di Starlink, ai rapporti con Trump, dai Patriot che mancano, alla NATO, alle amorevoli note della signora Serafini che ravvisa in Zelenskij «i segni della fatica di chi guida un Paese in guerra da più di quattro anni e mezzo» - chissenefrega delle masse ucraine, che fanno la fame, quando non riescono a fuggire da un paese ridotto in schiavitù dai nazisti agli ordini di Londra, Berlino, Parigi – dagli ammiccamenti della stessa signora sulla possibilità che Trump esca sconfitto dal voto di novembre, alle ulteriori decine di miliardi che la UE dovrebbe elargire a Kiev, fino al “lavoro comune” sulle armi evocato dal nazigolpista.

Ma, quello che qui interessa arriva dopo: alla domanda «Al Consiglio europeo ha avvertito che i rifugiati ucraini potrebbero aumentare. Ha considerato che la propaganda russa possa sfruttare un tema così sensibile per dividere l’Europa?», ecco che il giullare nazigolpista risponde che Moskva «conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa, anche contro Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe. Come vivere e chi eleggere devono deciderlo italiani, francesi, ucraini, spagnoli. Non i russi. Mosca sfrutta il tema migratorio e continuerà a farlo. Usa qualsiasi argomento che possa dividere: religione, lingua, questioni di genere. Lo vediamo in Europa, negli Stati Uniti e in Ucraina».

Quindi la sviolinata d'obbligo: dice Zelenskij che con «Giorgia Meloni abbiamo un rapporto eccellente e le auguro di continuare a essere una guida stabile per l’Italia, ma scegliere è un vostro diritto... L’unione europea non è perfetta. So che ad alcuni non piace neppure la parola Bruxelles. Ma quell’unione di democrazie esiste, è stata costruita e l’Ucraina vuole farne parte. Oggi quelle democrazie vanno anche difese: noi siamo tra i loro difensori. Anche i politici che dubitano di noi dovrebbero essere sicuri di voler proteggere la democrazia, la libertà, l’economia e i cittadini dei propri Paesi».

Grazie, signor Zelenskij, per augurare alle masse italiane di continuare ad avere la fascista di governo quale «guida stabile per l'Italia»; c n'é davvero tanto bisogno. Grazie, signor Zelenskij, per l'elogio di «quelle democrazie» europeiste e per il fatto che i nazigolpisti siano «tra i loro difensori».

La “democrazia” spiegata dai nazigolpisti ai popoli  che “stanno sbagliando". Manca ancora qualcosa?

La Cina sfrutta i veicoli elettrici per stabilizzare la rete elettrica

 

di Ouyang Minggao*

È in corso una rivoluzione energetica globale, incentrata sulla sostituzione dei combustibili fossili con le energie rinnovabili e dei veicoli a benzina e diesel con quelli elettrici. La Cina è in prima linea in questa trasformazione e lo sviluppo di un nuovo sistema elettrico che integri produzione, rete, carichi e accumulo rappresenta un percorso inevitabile.

Con il parco circolante dei veicoli a nuova energia (NEV) che si avvicina alla soglia dei 100 milioni, un numero sempre maggiore di veicoli elettrici (EV) sta superando il tradizionale ruolo di mezzo di trasporto. Questi veicoli stanno emergendo come una componente fondamentale delle infrastrutture elettriche di nuova generazione.

Si prevede che entro il 2030 in Cina circoleranno da 110 a 160 milioni di veicoli elettrici, un numero destinato a salire a 300-400 milioni entro il 2040. Con l'espansione delle reti di ricarica ultrarapida, diventa sempre più evidente la pressione che la ricarica simultanea esercita sulle reti elettriche locali.

Ad esempio, se 5 milioni di veicoli elettrici si ricaricassero contemporaneamente durante la notte, ciascuno a 10 kW, la domanda risultante — pari a 50 milioni di kW — supererebbe di gran lunga la capacità di picco della maggior parte delle reti elettriche municipali.

È quindi fondamentale passare da una ricarica non coordinata e decentralizzata a flussi energetici bidirezionali e coordinati. La chiave sta nel rendere possibile la tecnologia vehicle-to-grid (V2G), che consente ai veicoli elettrici di interagire dinamicamente con la rete.

In sostanza, la V2G trasforma i veicoli elettrici da consumatori passivi di energia in unità mobili di accumulo attivo. I veicoli possono prelevare elettricità nelle fasce orarie di bassa domanda e reimmetterla nella rete nei momenti di picco. Ciò non solo riduce la congestione della rete, ma crea anche nuove opportunità di guadagno per i proprietari che partecipano ai mercati all'ingrosso dell'energia.

Con una batteria di capacità media pari a 70 kWh, l'impiego della capacità residua dei cicli di carica e scarica per fornire servizi alla rete potrebbe generare, nell'arco della vita utile del veicolo, rendimenti cumulativi compresi tra 15.000 e 75.000 yuan (2.240-11.198 dollari). In questo modo, i veicoli elettrici si trasformano da beni di consumo soggetti a deprezzamento in attività capaci di generare reddito.

La durata e la sicurezza delle batterie sono tra le principali preoccupazioni del pubblico. Le ricerche dimostrano che, se gestite correttamente, le operazioni V2G non accelerano il degrado delle batterie; al contrario, possono contribuire a prolungarne la vita utile di calendario.

Le attuali batterie al litio-ferro-fosfato (LP) utilizzate nei veicoli elettrici possono sostenere circa 3.000 cicli completi di carica e scarica prima che la loro capacità scenda al 70%. Un veicolo familiare tipico, tuttavia, consuma soltanto circa 500 cicli nell'arco di 10-15 anni di utilizzo, lasciando una notevole capacità residua per applicazioni aggiuntive.

Tecnologie come la carica impulsiva bidirezionale possono favorire una distribuzione più uniforme del litio, limitare la formazione di depositi di litio metallico e migliorare le prestazioni di ricarica rapida e a basse temperature. Nel funzionamento V2G, inoltre, le batterie rimangono per lo più a uno stato di carica parziale. Ciò evita il degrado della vita utile di calendario causato dalla permanenza prolungata a piena carica. Se abbinati a sistemi intelligenti di monitoraggio dei rischi, questi accorgimenti contribuiscono a ridurre al minimo gli incidenti legati alla sicurezza.

Le applicazioni V2G si sono già sviluppate in tre scenari tipici.

Il primo è lo scenario “puntuale” nei parchi industriali, dove le batterie dei veicoli operano in coordinamento con la produzione fotovoltaica e gli impianti di accumulo.

Il secondo è lo scenario “lineare” nel settore dei trasporti, in cui i sistemi integrati di generazione solare, accumulo e ricarica, insieme alle batterie utilizzate per il cambio presso le stazioni dedicate ai camion pesanti, possono fornire elettricità ai veicoli passeggeri, riducendo l'impatto sulla rete elettrica principale.

Il terzo è lo scenario “areale” negli edifici, dove i sistemi integrati “casa-veicolo-rete” consentono di gestire in modo complessivo i consumi energetici degli edifici e le operazioni V2G.

Guardando al futuro, la V2G è destinata a diventare una forma importante di accumulo distribuito di energia a breve durata in Cina. Poiché nelle città cinesi prevalgono gli edifici alti e le possibilità di installare sistemi fissi di accumulo nelle abitazioni sono limitate, utilizzare i veicoli elettrici parcheggiati nei garage sotterranei per immagazzinare energia rappresenta una soluzione più pratica.

Nell'ambito del 15° Piano Quinquennale cinese (2026-2030) per lo sviluppo del nuovo sistema elettrico, si prevede che entro il 2030 la capacità complessiva di ricarica regolabile resa possibile dalla V2G raggiunga i 50 milioni di kW. Entro il 2040, con il rallentamento della crescita dei sistemi fissi di accumulo, la capacità di accumulo energetico V2G potrebbe superare i 4 miliardi di kWh.

Secondo una stima prudenziale, entro il 2050 la capacità complessiva delle batterie dei 350 milioni di veicoli elettrici raggiungerà i 25 miliardi di kWh, una quantità sufficiente a coprire per un giorno il fabbisogno elettrico nazionale in caso di emergenza.

I prossimi cinque anni saranno una fase di avvio per il settore V2G. Con il miglioramento degli standard tecnici, l'introduzione di meccanismi di mercato e la maturazione dei modelli di business, oltre 100 milioni di veicoli elettrici potranno formare di fatto una vasta rete di “power bank mobili” a servizio della rete elettrica, sostenendo in modo significativo la transizione energetica.

 *Ouyang Minggao è membro dell'Accademia cinese delle scienze e professore presso l'Università Tsinghua. L'articolo è stato redatto dal giornalista del Quotidiano del Popolo Wang Zheng.

Agli acquirenti internazionali viene presentata una batteria a ricarica ultrarapida per veicoli a nuova energia alla 2026 Power Battery Application Ecosystem Exhibition di Yibin, nella provincia del Sichuan, nel sud-ovest della Cina, il 3 settembre 2026.

Un’operaia controlla le colonnine di ricarica per veicoli elettrici in un workshop di un'azienda del settore delle nuove energie a Luoyang, nella provincia dello Henan, Cina centrale. (Foto/Zhang Yixi)

 

Veicoli elettrici vengono ricaricati a Qingzhou, nella provincia dello Shandong, Cina orientale. (Foto/Wang Jilin)

 

Da dove deriva l’unicità del mercato cinese?

 

di Yu Xuan, Quotidiano del Popolo

Nell'economia globale di oggi, mercati interni solidi sono tra le risorse più rare e ambite. Gli investitori considerano sempre più il mercato cinese un bene raro, persino tra i beni rari.

Che cosa lo distingue? Una parola può essere un utile punto di partenza: stabilità.

Questa stabilità si manifesta soprattutto nella continuità discreta della vita quotidiana. Due confronti aiutano a comprenderne le ragioni.

Il primo riguarda il confronto con le altre grandi economie. Mentre l'inflazione è aumentata sensibilmente nelle principali economie sviluppate, i prezzi continuano a salire e il costo dei beni di prima necessità grava sempre più sui bilanci familiari, i consumatori cinesi hanno continuato a beneficiare di prezzi relativamente accessibili per i prodotti essenziali. I dati ufficiali confermano questa osservazione: ad agosto, l'indice dei prezzi al consumo (IPC) cinese è aumentato dello 0,8 per cento su base annua, un incremento contenuto che sottolinea il ritmo stabile della vita quotidiana della popolazione.

Il secondo confronto riguarda il passaggio dalle vulnerabilità del passato alla resilienza attuale. Un tempo, le interruzioni estive dell'elettricità e le sospensioni della produzione industriale erano motivo di forte preoccupazione. Oggi, il razionamento dell'energia elettrica è diventato un fenomeno raro. Ad agosto, il consumo totale di elettricità in Cina ha superato nuovamente 1.000 miliardi di chilowattora, mentre la domanda di energia ha raggiunto un livello record. Eppure, le città hanno continuato a funzionare senza intoppi e le case sono rimaste illuminate come sempre.

Questa affidabilità deriva da un'infrastruttura energetica moderna e articolata su più livelli. Dalle reti di trasmissione ad altissima tensione e dalle reti di distribuzione rurali alle microreti urbane integrate, il sistema elettrico cinese combina in modo armonioso la produzione tradizionale da fonti termiche con l'energia eolica, idroelettrica e solare. Ne risulta una rete resiliente, capace di garantire il regolare svolgimento delle attività economiche e sociali.

In un mondo caratterizzato da riprese economiche lente, tensioni geopolitiche e prezzi dell'energia volatili, questa stabilità ha un valore immenso. Offre un raro punto di riferimento in termini di prevedibilità.

È significativo che il Fondo Monetario Internazionale abbia recentemente rivisto al ribasso di 0,1 punti percentuali le previsioni di crescita globale per l'anno in corso, aumentando invece di 0,2 punti percentuali quelle relative alla Cina. Questa divergenza riflette la crescente fiducia nella resilienza dell'economia cinese e contribuisce a spiegare perché gli investitori internazionali stiano aumentando costantemente i propri impegni di capitale.

Da dove viene questa stabilità? Il suo punto di riferimento è rappresentato dai punti di forza istituzionali del sistema cinese.

Si consideri l'esempio del distretto di Dadukou, nella municipalità di Chongqing, nella Cina sud-occidentale. Un tempo noto per la sua vasta industria siderurgica, il distretto si è trovato ad affrontare una questione cruciale dopo il trasferimento della Chongqing Iron & Steel Co., Ltd.: come sviluppare nuove industrie in grado di sostituire quelle tradizionali? Facendo leva sui punti di forza già esistenti, il distretto ha scelto strategicamente di sviluppare l'industria motociclistica.

Mercato e governo hanno operato in sinergia. Grazie all'accelerazione delle procedure di approvazione, il Qianjiang Motorcycle Group si è trasferito nel nuovo stabilimento di produzione intelligente non appena i lavori di costruzione sono stati completati. Oggi, i componenti forniti da Qiutian Gear sono utilizzati in una motocicletta su cinque prodotte nel mondo, mentre Lide Industry detiene quasi la metà del mercato nazionale cinese delle frizioni.

Una pianificazione industriale solida, un sostegno mirato attraverso le politiche e servizi in costante miglioramento hanno contribuito a creare un ecosistema industriale ben integrato nel raggio di 15 minuti.

È essenziale conciliare dinamismo e ordine. Con oltre 350 aziende che operano nello stesso settore, come può il mercato mantenersi vivace senza precipitare nel disordine? La chiave risiede nello stretto coordinamento lungo la filiera industriale e nella concorrenza differenziata.

Le aziende si ritagliano nicchie di mercato specializzate, estendendo e rafforzando al contempo la filiera industriale e favorendo una più stretta integrazione tra produzione e consumo, nonché tra industria e turismo.

Da gennaio ad agosto di quest'anno, il valore della produzione industriale delle imprese di dimensioni superiori a quelle previste in Cina nel settore motociclistico di fascia alta del distretto di Dadukou è cresciuto del 27 per cento su base annua. La produzione di motocicli, il motociclismo e gli eventi motoristici sono ormai parte dell'identità del distretto, dimostrando come sia possibile lasciare spazio allo sviluppo del mercato garantendo al contempo una regolamentazione efficace.

“Combinare un mercato efficiente con un governo ben funzionante” non è soltanto un tratto distintivo dell'economia socialista di mercato cinese, ma anche un principio fondamentale per lo sviluppo economico e sociale durante il 15° Piano Quinquennale (2026-2030). Continuando a migliorare la governance macroeconomica, ammodernare le industrie tradizionali, ampliare quelle emergenti e pianificare in anticipo lo sviluppo dei settori del futuro, la Cina rafforzerà ulteriormente la certezza e l'attrattiva peculiare del proprio mercato.

La stabilità dell'economia cinese non è statica. È un equilibrio dinamico di alto livello, mantenuto mentre l'economia continua ad avanzare. Alla sua base vi sono una determinazione strategica e un approccio proattivo nel plasmare il futuro del Paese.

“Non si tratta di capitale di rischio, ma di investimenti industriali; non di scommettere, ma di impegnarsi”, ha dichiarato un funzionario di Hefei, nella provincia orientale cinese dell'Anhui, che mantiene la lucidità nonostante gli elogi ricevuti dalla città per il successo negli investimenti.

Gli elevati rendimenti degli investimenti industriali sono soltanto i risultati più visibili. I punti di forza sottostanti risiedono in un approccio più fondamentale: adattarsi alle condizioni locali, prendere decisioni basate su analisi solide e adottare una prospettiva di lungo periodo.

Invece di inseguire freneticamente ogni tendenza passeggera, la Cina resta concentrata sull'innovazione nei settori scelti. Invece di vacillare di fronte alle difficoltà, resta saldamente orientata all'obiettivo di sviluppare nuove forze produttive di qualità. Invece di concentrarsi esclusivamente sui guadagni immediati e tangibili, investe maggiormente nella creazione delle basi per rendimenti a lungo termine.

Questo atteggiamento misurato, che bilancia fermezza strategica e flessibilità tattica, riflette la concezione del Partito Comunista Cinese in materia di risultati politici e sviluppo. Si sviluppa attraverso un sistema di governance in continua evoluzione, si manifesta nell'impegno instancabile di centinaia di milioni di operatori economici e contribuisce silenziosamente a consolidare le aspettative della popolazione nei confronti della modernizzazione cinese. La fiducia in questo percorso costituisce il fondamento di una crescita economica cinese sostenuta e sana.

Turisti percorrono in zattera di bambù il fiume Yulong per ammirare il paesaggio lungo le rive, nell'area panoramica del fiume Yulong, nella contea di Yangshuo, Guilin, nella Regione Autonoma del Guangxi Zhuang, Cina meridionale. (7 ottobre 2026 - Foto/Jiang Keqing)

Persone visitano il Suzhou International Auto Show, nel Suzhou Industrial Park, provincia orientale cinese del Jiangsu. (1 ottobre 2026 - Foto/Zhang Feng)

Turisti passeggiano in un mercato notturno a Dunhuang, nella provincia nord-occidentale cinese del Gansu. (26 settembre 2026 - Foto/Zhang Xiaoliang)

Una motocicletta prodotta dal costruttore cinese ZXMOTO esposta alla 24ª China International Motorcycle Trade Exhibition, presso il Chongqing International Expo Center. (20 settembre 2026 - Foto/Sun Kaifang)

 

Da Torino a Changchun: la fiaccola delle Universiadi che unisce

 

di CGTN

L’8 ottobre, a Torino, la torcia “Jixiang” delle Universiadi Invernali di Changchun 2027 è stata presentata accanto a quella della prima Universiade del 1959: un dialogo a quasi settant’anni di distanza, che richiama il percorso Chengdu 2023 - Torino 2025 - Changchun 2027 e gli scambi tra giovani atleti cinesi e italiani.

In questa intervista, Carlotta Salerno, Assessora all’Istruzione, alle Periferie e alle Politiche giovanili della Città di Torino, racconta il valore simbolico e concreto di quel passaggio di torcia, giudica essenziali gli scambi tra i giovani dei due paesi e illustra i progetti con la comunità cinese: dalla festa delle culture di dicembre ai corsi di cinese e italiano nelle scuole, fino al Capodanno cinese. Spazio anche alla digitalizzazione: dall’esperienza alla Global Academy della rete UNESCO delle Learning Cities a Shanghai, con la Shanghai Open University, nasce la volontà di costruire progetti concreti su apprendimento permanente, intelligenza artificiale e digitale, anche in dialogo con la Cina.

Un ponte tra Torino e la Cina che passa da sport, giovani, cultura e innovazione.

Mine in Russia. La testimonianza di un italiano a Briansk smentisce la propaganda di Trump

 

Storia in diretta di Loretta Napoleoni

Dal 15 ottobre la regione russa di Briansk, a circa 160 km dal confine ucraino, vive una nuova fase del conflitto: droni che non portano soltanto esplosivi, ma anche mine di piccole dimensioni, disseminate nei boschi e, secondo la nuova testimonianza che abbiamo raccolto, anche nei pressi dei centri abitati. Gregorio Rapetti, che vive a Briansk, riferisce di almeno un ferito e di una vittima tra i civili, nel pieno della stagione della raccolta dei funghi. Nel video ci mostra i resti di un drone e una cassetta a griglia per il trasporto degli ordigni. Cita inoltre l'avviso del governatore, arrivato anche sui telefoni dei cittadini, che invita a non toccare nulla. Il fenomeno, a suo dire, interessa anche Kursk, Belgorod, Kaluga e Voronež.

Con Fiammetta Cucurnia, storica inviata di Repubblica a Mosca,  discutono la provenienza dei componenti, l'uso dell'intelligenza artificiale, il ruolo di Starlink e le notizie sullo stop all'intelligence USA a Kiev. Le tesi sono le opinioni degli ospiti e non sono verificate in modo indipendente. 

Buona visione!

Comprendere lo Yemen in dialogo per l’Italia

 

di Roberta Rivolta

 

È nata come un’idea balzana, di quelle che guizzano improvvise tra i pensieri una sera, mentre stai per addormentarti, e non ci fai quasi caso. Ma poi ritorna, e cominci a guardarla meglio, a soppesarla, a dirti: perché no?

Allora fai un passo, vedi se il terreno regge, ne fai un altro. Lanci un segnale, trovi un paio di persone, a centinaia di chilometri di distanza, che lo raccolgono.

È cresciuto una tappa alla volta, questo progetto. Un dettaglio alla volta. Quasi non ci credevamo neanche noi. Nove incontri per l’Italia per presentare Tim Anderson e il suo libro sullo Yemen, un paese ancora poco conosciuto dalle nostre parti ma che in questi mesi sta scrivendo la storia dell’Asia Occidentale, se non del mondo intero.

Siamo partiti in tre da Milano – io, Tim e il mio compagno, Stefano – con l’inno nazionale dell’Iran che usciva dalle casse della nostra vecchia auto, la bandiera dello Yemen sul sedile e la testa piena di domande, riflessioni, aspettative, apprensione.

Siamo tornati con 3.200 chilometri in più sul display del cruscotto, omaggi e numeri di telefono raccolti nel corso delle nove tappe. Una rccolta di poesie dedicate al popolo palestinese.

In mezzo, un carosello di emozioni, stimoli, aneddoti, considerazioni;; su Ansarallah, sull’Asia Occidentale, sul coinvolgimento dell’Italia nella guerra, sull’attivismo in Occidente. Mille ricerche in rete, a verificare notizie, dati storici, curiosità turistiche. Perché, visto attraverso gli occhi di uno straniero che non ci è mai stato, il nostro paese assume sempre contorni inediti. L’attenzione di Tim si posa su dettagli che noi non notiamo più, propone nuove angolazioni di lettura, suggerisce analogie inaspettate.

Le statue a Vittorio Emanuele II, per esempio, a cui avevo smesso di prestare attenzione, e che sono disseminate in tutte le piazze d’Italia, quasi a voler ingenerare un sentimento nazionale che si sapeva fragile e controverso. A suo modo, una propaganda mediatica ante litteram. Non posso non spiegare a Tim Anderson che l’unità d’Italia è stata maturata attraverso un percorso lungo e tortuoso, elaborata con fatica in questi pochi secoli più che determinata politicamente dal gesto eclatante di Garibaldi. E per certi versi è ancora precaria; ancora tira sulle cuciture, soprattutto nei momenti di difficoltà o quando qualcuno va a rintuzzare rancori irrisolti.

Mi sono sempre chiesta quanto avrebbe tenuto la nostra nazione se la CIA avesse deciso di soffiare sul fuoco dei separatismi, come ha fatto in Siria e in Yemen, e come ancora cerca di fare ovunque, dall’Iran alla Cina.

In Yemen gli è andata male. L’intera popolazione, divisa in passato tra colonizzatori diversi, ha lottato strenuamente per riconquistare l’unità nazionale. E non appena gli stati del Golfo hanno paventato nuove ripartizioni, si è sollevata. È così che è arrivato al potere Ansarallah. Il popolo yemenita ha rispedito al mittente a suon di missili il “divide et impera” tanto caro agli imperialisti occidentali.

Di imperi e imperialismi siamo esperti anche noi italiani. La dialettica della storia si srotola lungo la geografia della penisola; perché ogni viaggio nello spazio è anche un po’ un viaggio nel tempo.

E noi siamo partiti da piazza Fontana e piazza della Loggia, ferite recenti inferte dall’impero statunitense, nel corso di quella colonizzazione silenziosa e taciuta che ci ha strappato di mano il timone della nostra storia. Abbiamo poi proseguito a ritroso nei secoli, attraverso la potente Venezia dei Dogi, attraverso l’ ancora più potente Roma imperiale, per chiudere il nostro viaggio nella Cosenza dei Bruzi, popolazione indomita che oppose una lunga e strenua resistenza alla conquista latina.

Nel mezzo, nove presentazioni, dunque, e tanti incontri, tante facce e tanti pensieri diversi, in uno scambio stimolante e istruttivo.

Nel mezzo l’Italia in tutta la sua ricchezza e la sua bellezza. L’Italia non è una nazione, è un caleidoscopio; di storia, arte, lingue, tradizioni, paesaggi, cibi. A percorrerla tutta così, un po’ di corsa, quasi ti gira la testa.

Eppure ovunque, letteralmente ovunque, ci accompagnava un sentimento costante: la solidarietà con la Palestina. È scritta sui muri di tutto lo stivale, la si ritrova nelle vetrine dei negozi, alle finestre delle case, nei volantini attaccati con lo scotch ai pali della luce. È nei sorrisi delle persone che per strada applaudono alla maglietta che indossi, nell’orgoglio di chi ti ferma per raccontarti che “la turista con la bandiera israeliana che è stata fischiata dai passanti qualche giorno fa... è successo qui, proprio qui davanti”. Le strade d’Italia sono un abbraccio solidale con il popolo palestinese. A dispetto di una classe politica che non li merita, gli italiani hanno capito benissimo chi sono gli aggressori e chi le vittime in quel minuscolo lembo di terra.

 

Eppure non è abbastanza. Ed è per questo che Tim Anderson si trova in Italia in questo momento. Perché è ora di fare un passo in più.

 

Condivido le posizioni politiche di Tim Anderson quasi alla virgola. Non è un caso. Da quando l’ho scoperto, come autore e come attivista, l’ho scelto come mia guida, la voce di riferimento di cui avevo bisogno.

Perché, come ho raccontato in alcuni incontri, è stato il primo autore occidentale in cui ho riconosciuto la rarissima capacità di sostenere le lotte anticoloniali senza sovrapporvi le proprie aspettative, senza trasformare quei popoli in strumenti di realizzazione per procura dei propri sogni e ideali politici.

Non è cosa banale. Per quanto solidali con i popoli colonizzati, noi non vi apparteniamo. Non siamo palestinesi, né iraniani. Non siamo yemeniti. Non siamo africani, né sudamericani. E non ci è consentito ignorare questa “estraneità”. Non è politicamente utile né legittimo porsi sul loro stesso piano; fingere di non vedere il peso e il segno diverso di cui, per molteplici ragioni, si carica il nostro agire quando trasportata in quei pesi. Ci vuole tanta consapevolezza e maturità politica per essere solidali, in modo attivo e concreto, conservando uno sguardo lucido sulle rispettive prerogative, e rispettando fino in fondo e con sincerità il principio di autodeterminazione dei popoli.

Ecco perché avevo deciso già da parecchio che avrei tradotto il primo libro che Tim avesse scritto, dopo il suo ultimo, West Asia after Washington, mai uscito in italiano. Ed è stata una fortunatissima coincidenza che si sia trattato di una raccolta di saggi su Ansarallah.

Anche io sapevo molto poco di Ansarallah. E il testo curato d Tim l’ho divorato, più che tradurlo, dalla fame che avevo di apprendere di più su questa formazione che, contro ogni aspettativa, ha sfidato i giganti (i mostri) del pianeta, uscendone vittoriosa e rigettandosi nella mischia solo pochi mesi dopo, al fianco dei fratelli palestinesi. La mia ammirazione e il mio rispetto per Ansarallah e per l’intero popolo yemenita sono cresciuti capitolo dopo capitolo.

Ed è stato meraviglioso ritrovare la stessa ammirazione e lo stesso rispetto negli sguardi e nelle parole di tante persone che sono venute alle presentazioni.

Ansarallah ci offre un’opportunità unica, diceva Tim, perché nessuno li conosce e la curiosità è ancora genuina, le menti sono ancora aperte, disponibili ad ascoltare.

Dello Yemen si è parlato solo quel poco che bastava per lamentare la crisi umanitaria – tacendone le origini – sciacquarci la coscienza e voltarci altrove. La propaganda occidentale non ha ancora attivato a pieno ritmo la macchina del fango per inimicare l’opinione pubblica alla causa yemenita. Non sono ancora partite le campagne infamanti e diffamatorie, la rete non è stata ancora inondata di notizie false, insinuazioni velenose, prodotti culturali apparentemente innocenti ma in realtà volti a proiettare nelle menti degli occidentali immagini distorte di quel paese. Amnesty International non ha ancora lanciato alcun appello sulla spia del Mossad travestita da padre di famiglia, le femministe e i femministi nostrani ancora non si strappano i capelli se in Yemen le ragazze indossano l’hijab e non scorrazzano per gli skatepark vestendo jeans imitazione Giorgio Armani.

Purtroppo la propaganda occidentale, infatti, non è alimentata solo dai media di governo, ma anche da una bella fetta di canali “alternativi” che si appropriano quotidianamente della storia altrui a uso e consumo del proprio immaginario. Una volta si scandiva in piazza lo slogan colonialista “Palestina libera, Palestina, rossa”. Oggi neanche i pochi, pochissimi comunisti sopravvissuti osano invocare una Palestina rossa, ma tanti, troppi “filopalestinesi” storcono il naso sulla Palestina “verde”, nonostante il popolo palestinese sia in stragrande maggioranza musulmano, credente e praticante.

Dello Yemen sappiamo ancora poco, e forse anche le immagini dei combattenti “in ciabatte”, così distanti dalla tracotanza visiva delle divise militari occidentali, scoraggiano qualunque tentativo di sovrascrittura occidentale. A noi occidentali è stato insegnato che è sbagliato notare le differenze, che bisogna sentirsi tutti uguali e che è su questa uniformità che si fonda la solidarietà. Io non sono d’accordo. Condizionare il rispetto dell’altro alla sua assimilazione ai nostri canoni è un’operazione autoritaria. Significa rinunciare alla vera solidarietà, che abbraccia l’altro nella differenza, e riconosce che la differenza è una risorsa e non un ostacolo.

Ma torniamo al nostro viaggio, e alla splendida opportunità che lo Yemen ci ha dato di parlare di rispetto della lotta di resistenza, dello spirito di indipendenza, del coraggio, del valore di un popolo diverso da noi.

È stato questo abbraccio il valore più alto che ho raccolto nel corso dei nove incontri. L’ammirazione sottesa alla curiosità: ma come hanno fatto? Perché l’hanno fatto? Domande vere, interesse genuino, non le domande pretestuose – che già sottendono le risposte – che vengono spesso formulate su altri protagonisti della storia contemporanea.

L’Iran, per esempio.

Già, l’Iran.

L’Iran è la cartina di tornasole, mi dice Tim una sera. Quello che intende è che la posizione sull’Iran è dirimente. Distingue la risposa emotiva inconsapevole, apolitico, quando non addirittura ipocrita, dalla maturazione di posizioni politiche coerenti e di una solidarietà consapevole. L’Iran è oggi ciò che è stata la Siria per oltre un decennio, mi dice.

Non è un caso che sia proprio sull’Iran che il movimento “filopalestinese” si spacca. È sempre e solo sull’Iran che le domande e le conversazioni durante e dopo gli incontri si fanno a volte stridenti.

Prima di ogni presentazione raccontavo a Tim ciò che sapevo sugli organizzatori e sul pubblico che avremmo potuto aspettarci, E la domanda centrale a cui cercavo di rispondere ogni volta era, immancabilmente:, “qual è la loro posizione sull’Iran”.

E allora lo vedevo calibrare i suoi interventi, insistere su questo punto dove riteneva fosse opportuno farlo. Esprimere a parole chiare un concetto semplice ma fondamentale: oggi non esisterebbe più un popolo palestinese se non esistesse la resistenza palestinese. E la resistenza palestinese non esisterebbe se non esistesse l’Iran.

 

A pensarci, questo tour sullo Yemen in realtà era anche un tour sull’Iran.

Perché l’Iran campeggia dietro ogni movimento di resistenza nella regione. L’Iran è il padre dell’Asse della Resistenza: progetto voluto da Khamenei e costruito militarmente dal generale Qassem Soleimani. È dalla rivoluzione iraniana che parte tutto.

In Occidente facciamo fatica a riconoscerlo, perché ci detronizza, ci scavalca. Ma è quello il nodo da sbrogliare. Finché non si abbatte questo muro di diffidenza e ostilità verso l’Iran, la solidarietà con la Palestina non si trasformerà mai in vera lotta anticolonialista, e remerà inevitabilmente a favore di Israele, magari un Israele meno cruento, meno sfacciatamente genocida, ma ugualmente colonialista e oppressore.

Non è vero che Ansarallah sia un proxy dell’Iran, ma è vero – come ha ripetutamente ribadito Tim a ogni incontro – che i due paesi sono accomunati da rivoluzioni speculari. Rivoluzioni anticolonialiste animate da principi religiosi. Il punto di contatto tra lo sciismo iraniano e lo zaidismo yemenita è la forte componente politica, il valore della ribellione all’oppressione. E, nel rispetto delle differenze, ogni sincero socialista, ogni essere umano che crede nel valore della giustizia non può che sostenere senza riserve queste nazioni nobili e indomite nella loro lotta per la propria autodeterminazione.

Ed è proprio di questo che ci ha permesso di parlare lo Yemen: di autodeterminazione.

E ce l’ha permesso perché, come dicevo, ancora la propaganda di guerra non si è mobilitata appieno contro Ansarallah. La propaganda di guerra è disattenta nei confronti delle nazioni “povere” quanto lo siamo mediamente noi. Sono i piani bellici di Washington ad allertare il nostro establishment sull’uno o sull’altro obiettivo e lo Yemen, come diceva Tim Anderson, finora è sfuggito ai radar dell’Occidente. L’abbiamo sottovalutato, e l’hanno sottovalutato i nostri leader, o padroni.

Scherzando gli ho risposto: “non ne parlano male perché anche loro non ne sanno niente. Probabilmente leggeranno il tuo libro per carpire i dati su cui costruire le campagne di disinformazione”.

Ma per una volta siamo partiti noi per primi. Per una volta non abbiamo dovuto agire in reazione, per una volta il testimone è in mano nostra. Passiamocelo, diffondiamo informazione perché si riducano gli spazi in cui possano attecchire le loro menzogne.

Come commentava un compagno al telefono, mentre risalivamo la penisola, è ora di mettere da parte la spocchia dell’Occidente e andare da questi popoli con il cappello in mano a chiedere lumi, a farci spiegare: ma voi come avete fatto?

Il popolo yemenita ha tanto da insegnarci. Ascoltiamolo e impariamo.

"Muoia Sansone e tutti i filistei": la verità sulle proteste che la farsa del liberismo ha innescato

 

di Vincenzo Costa*

 

Ciò che non può essere cambiato può solo essere distrutto. Se voi togliete ai popoli la possibilità di cambiare, se li mettete in un recinto stretto e asfissiante in cui tutto è già deciso, distruggete la possibilità di un progetto politico.

Ogni progetto politico risulta velleitario, farsesco, irrealistico. Puro esercizio da salotto. Privo di credibilità.

Le persone possono anche essere d'accordo, ma sono realiste e sanno che è fantasia.

Nella coscienza popolare e' cresciuta la consapevolezza che non si può cambiare niente, e dunque che la democrazia liberale è una farsa inutile.

Questo è il fondo di tutti i fenomeni attuali: le violenze, gli scontri, il voto di protesta.

Quando il bisogno di cambiare non può assumere la forma di un progetto politico, quando la speranza di cambiare muore, resta disperazione e rabbia.

Inutile disputare e moraleggiare sui singoli fenomeni.

Ma anche velleitario e' illudersi che siano segni di un inizio, di una rivitalizzazione della politica. Per due ragioni oltre quelle menzionate.

1) sono scoppi di rabbia impossibili da unificare in un progetto di cambiamento. Non sono orientati da affermazione positiva, un ideale, una vita che vuole affermarsi. Sono solo reattive, non sono fenomeni collettivi, ma di massa. Non li sto disprezzando. Anzi. Sono fenomeni importanti perché la rabbia è una reazione a una espropriazione di possibilità di vita, delimita il senso del rispetto personale. Ma non difende una collettività. Può evolvere o non evolvere in questa direzione, se genera legame, se fa riscoprire forme di appartenenza. Altrimenti sarà, e credo sarà così, un fuoco di paglia, seguito da tanti altri fuochi di paglia. Contro qualcosa non è niente. Ma senza il "per qualcosa" non dura.

2) sono espressione di rabbia individuale ma non espressione di rabbia collettiva. Ognuno protesta per sé, ma non per un popolo cui si appartiene. Probabilmente le lotte politiche in questa epoca possono essere solo di questo tipo, ma producono un cambiamento profondo nella nozione di lotta politica e di lotta popolare. Non ci può essere lotta popolare senza un popolo dotato di una propria identità. Ciò cui assistiamo non è un inizio: è un ulteriore momento del processo di disgregazione delle nostre società, una disgregazione resa inevitabile dalla chiusura elitaria di questi ultimi 40 anni.
 
Le persone non ne possono più, anche se sanno che non possono cambiare. Da questa contraddizione nasce ciò che vediamo. A muoverli è rabbia e disperazione, e' "muoia Sansone e tutti i filistei".
 
 

*Commento Facebook del 19 ottobre 2026

Missili balistici (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2026

 

Mentre festeggiamo con Guido Crosetto la lieta novella che ha finalmente trovato casa a canone calmierato al Comando dei Carabinieri e non dovrà unirsi alla protesta degli altri senzatetto nelle tende contro il suo governo, ci incuriosisce la sua intervista alla Bbc. Lì rivela che “Putin non si fermerà all’Ucraina”, anzi “prepariamoci ad altre follie” perché “la maggior parte del bilancio russo è ormai investita in armi e spese militari. Se la guerra finisse domani, cosa farebbe Putin con un milione e mezzo di soldati?”. Infatti. Peccato che, come ex presidente dei costruttori di armi e superconsulente di Leonardo, Crosetto abbia passato la vita a ripetere che le armi non servono solo a scatenare guerre, ma anche a difendersi da guerre scatenate da altri o a spaventarli affinché non ne scatenino (la famosa “deterrenza”). Vale solo per le nostre o anche per quelle russe? E poi l’anno scorso i Paesi europei hanno speso in armi e difesa oltre 450 miliardi (prima di iniziare a finanziare i piani di riarmo Ue&Nato), contro i 150 della Russia: se la propensione a scatenare guerre dipendesse dall’entità delle spese militari, i timori russi per un attacco dall’Europa dovrebbero essere tripli rispetto ai timori europei di un attacco dalla Russia. Tantopiù che negli ultimi due secoli gli europei – italiani inclusi – hanno invaso la Russia quattro volte (con Napoleone, con la guerra di Crimea, con le truppe a sostegno degli zaristi contro i bolscevichi e con Hitler e Mussolini), senza esserne mai stati invasi.

Crosetto è affranto perché i popoli europei non vogliono più buttare miliardi in armi e aiuti all’Ucraina a causa della “disinformazione russa” che li suborna con “narrazioni volte a indebolire il clima politico ostile alla Russia”. E, di grazia, chi ha deciso che creare un clima politico ostile alla Russia è cosa buona e giusta? Per noi ciascuno è libero di creare climi politici ostili o favorevoli a chi gli pare. Ma, visto che le leggi italiane puniscono chi crea un clima politico ostile agli altri popoli (vedi legge Mancino e ddl Antisemitismo), va punito anche chi lo fa contro i russi. In ogni caso, la stragrande maggioranza degli italiani è contraria a buttare soldi per il riarmo e per Kiev non per le balle che le racconta Putin, ma per quelle che le raccontano i capi di Ue&Nato. L’altroieri il comandante Nato Grynkevich ha annunciato che “siamo pronti a combattere con la Russia e a vincere anche subito”. Ottima notizia, ma allora perché dovremmo riarmarci fino al 5% del Pil (oggi siamo poco sopra l’1,5%), che per l’Italia significa passare da una trentina a oltre 100 miliardi l’anno? E, in base all’Equazione Crosetto “riarmo=guerra”, quando arriviamo a 100 miliardi che facciamo: invadiamo la Svizzera?

Nazionalizzare l'ex Ilva di Taranto: perché serve lo Stato

 

di Alessandro Volpi*

Perché serve lo Stato. Viviamo in una fase in cui dovremmo ormai aver chiaro che non possiamo continuare a credere al verbo neoliberale per cui ci sono tabù inviolabili.

Negli ultimi tredici anni, la spesa sostenuta dai vari governi italiani per garantire la continuità operativa dell'impianto dell'ex Ilva di Taranto, per finanziare la cassa integrazione, per erogare prestiti ponte, per provvedere alle bonifiche ambientali e ricapitalizzare l'azienda ha superato complessivamente i 3,6 miliardi di euro di risorse pubbliche, a cui si aggiungono centinaia di milioni in garanzie statali e crediti bancari.

In pratica lo Stato, quindi la comunità dei contribuenti, ha speso oltre 4 miliardi di euro per farsi carico delle acciaierie di Taranto mentre la gestione era affidata ai privati di Arcelor Mittal, che l'hanno devastata per eliminare un pericoloso concorrente.

Alla luce di ciò bisognerebbe immaginare, forse, una strada diversa. Una piena riconversione industriale e la nazionalizzazione comportano costi valutati tra i 3 e i 5 miliardi di euro complessivi, comprensivi di investimenti tecnologici, risanamento ambientale, capitale circolante e ammodernamento delle infrastrutture. Dunque nazionalizzarla significa una spesa che equivale ai soldi gettati dalla finestra nelle "amministrazioni Straordinarie".
 
A livello occupazionale, la forza lavoro diretta di Acciaierie d’Italia conta circa 9.600 dipendenti distribuiti tra lo stabilimento principale di Taranto (oltre 7.800 lavoratori) e i poli di Genova, Novi Ligure e altri siti minori. Se a questi si somma l'imponente rete dell'indotto — che include autotrasportatori, ditte di manutenzione, fornitori di servizi e logistica — il bacino di lavoratori dipendenti diretti e indiretti sale complessivamente a circa 20.000 unità.
 
Il destino del polo siderurgico è poi determinante per l'intero sistema produttivo italiano per una serie di ragioni strategiche. L'Italia è il secondo paese manifatturiero d'Europa e la sua industria — in particolare i settori dell'automotive, della meccanica strumentale, della cantieristica navale, dell'elettrodomestico e delle costruzioni — necessita di ingenti forniture di acciaio primario a caldo (spianati e laminati). Perdere la capacità produttiva nazionale dell'ex Ilva costringerebbe il tessuto industriale manifatturiero a dipendere quasi esclusivamente dalle importazioni esterne, esponendosi a forti oscillazioni di prezzo, colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e rischi geopolitici, oltre a rinunciare a un presidio fondamentale di competenze tecniche e alla leadership nella transizione verso la decarbonizzazione industriale.
 
Una politica industriale in mani pubbliche è assolutamente necessaria. Così si affronta la crisi sociale.

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