Regione Lombardia sceglie la leva dell’impresa per affrontare uno dei problemi più persistenti delle aree alpine: la difficoltà di offrire ai giovani prospettive economiche sufficienti a convincerli a restare. Una questione che ora entra nell’agenda della cooperazione europea grazie alla proposta presentata dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Guido Guidesi, approvata a Lindau, in Germania, durante l’Assemblea generale di EUSALP. La Dichiarazione adottata al termine dell’incontro riconosce ufficialmente l’iniziativa lombarda e apre un percorso comune per sostenere l’imprenditorialità giovanile nei territori montani. A coordinarlo sarà Regione Lombardia.
Il mandato ottenuto a Lindau ha un peso politico preciso. La Regione guiderà il confronto tra amministrazioni alpine chiamate a individuare strumenti condivisi per favorire la nascita di nuove imprese. Il problema è noto: nei territori montani la possibilità di costruire un’attività economica si scontra con difficoltà che possono scoraggiare gli investimenti e alimentare la partenza delle nuove generazioni. Su queste condizioni Guidesi intende concentrare il lavoro, portando la questione anche all’attenzione della Commissione europea.
C’è però una distanza da colmare tra l’accordo istituzionale e gli interventi concreti. La missione, denominata Giovani imprenditori per le Alpi: valorizzare la prossima generazione di talenti alpini, parte con il riconoscimento delle regioni coinvolte e un programma che dovrà produrre risultati entro il 2027. Le politiche comuni sono ancora da costruire.
Il terreno di confronto è ampio. EUSALP, la Strategia dell’Unione europea per la Regione Alpina, riunisce 48 regioni appartenenti a sette Paesi, dall’Italia all’Austria, dalla Francia alla Germania, fino a Slovenia, Svizzera e Liechtenstein. Amministrazioni che operano in sistemi economici differenti, ma condividono la necessità di mantenere vive comunità nelle quali la presenza di imprese e opportunità professionali può incidere sulle scelte delle nuove generazioni. Regione Lombardia cercherà di individuare soluzioni utilizzabili nei diversi territori, partendo dalle esperienze già maturate a livello regionale.
A Lindau è emersa anche una questione meno immediata, che riguarda le condizioni necessarie per fare impresa. Un giovane può avere un progetto imprenditoriale, ma la scelta di realizzarlo in montagna dipende anche dalla possibilità di trovare casa e dalla disponibilità dei servizi. Il primo laboratorio operativo della missione, organizzato all’Inselhalle, si è concentrato proprio su questi aspetti. Giovani e rappresentanti istituzionali delle regioni alpine hanno discusso delle difficoltà legate alla vita nei territori montani, attraverso domande interattive e momenti di confronto diretto. I contributi raccolti serviranno a orientare le prossime attività.
Per Guidesi, la capacità di trattenere le nuove generazioni passa dalla costruzione di opportunità economiche credibili. «Il futuro dei nostri territori dipende dalla capacità di offrire opportunità concrete ai giovani», ha dichiarato l’assessore, indicando nella collaborazione tra le regioni uno strumento per migliorare le politiche esistenti e rappresentare a Bruxelles le esigenze specifiche delle aree alpine.
La scelta di Regione Lombardia è dunque quella di mettere l’imprenditorialità giovanile al centro del confronto sul futuro delle montagne. La nascita di nuove attività può contribuire al ricambio generazionale e alla tenuta economica delle comunità, dove la riduzione della popolazione rende più difficile mantenere servizi e occupazione. Resta da individuare quali strumenti possano favorire concretamente questo processo e quali esperienze regionali siano applicabili anche altrove.
La Dichiarazione di Lindau ha formalizzato l’avvio del percorso, approvando la Nota di missione lombarda. Nella stessa assemblea EUSALP ha riconosciuto altre due iniziative, dedicate all’economia circolare nel settore tessile e alla sostenibilità dei grandi eventi sportivi. Per il progetto sull’imprenditorialità giovanile, Regione Lombardia lavorerà con le regioni partner e con il Consiglio dei giovani EUSALP. Saranno coinvolti anche i Gruppi d’Azione della Strategia alpina ed esperti scientifici.
La prima fase prevede la raccolta di dati e una ricognizione delle politiche regionali già adottate. Il confronto proseguirà attraverso consultazioni e laboratori con i giovani, per individuare gli ostacoli più ricorrenti e verificare quali soluzioni possano essere condivise. Un lavoro che dovrà tenere conto delle differenze tra i territori, evitando di considerare le aree alpine come un unico contesto economico.
Il calendario fissa già una scadenza. Entro la fine del 2027 Regione Lombardia dovrà arrivare a un quadro comune di riferimento per le politiche di sostegno all’imprenditorialità giovanile. Il documento sarà presentato all’Assemblea generale EUSALP e potrà essere utilizzato dalle amministrazioni regionali per orientare i propri interventi e avanzare proposte condivise alla Commissione europea.
L’eventuale passaggio successivo è previsto nel 2028, con la possibilità di avviare un progetto pilota sulla base dei risultati ottenuti. Per ora l’iniziativa non definisce nuove misure operative né un pacchetto di finanziamenti. Il confronto dovrà stabilire quali interventi proporre e su quali priorità trovare un accordo. Nel frattempo cambierà anche la guida politica della cooperazione alpina. La presidenza EUSALP passerà dalla Baviera alla Francia per il 2027. Sarà sotto la presidenza francese che Regione Lombardia dovrà portare a compimento il lavoro avviato a Lindau, presentando alle altre amministrazioni alpine le proposte elaborate insieme ai giovani e ai territori coinvolti.
Non c’è tema politico più divisivo del Green Deal nell’Unione Europea, anche all’interno dei singoli Stati. Richieste di soppressione, modifiche radicali, attuazione senza intoppi attraversano le campagne elettorali. Ma è bene ricordare che la ragione per cui è stato promosso non è uno slancio etico ma una valutazione di costi e benefici ambientali ed economici che, certo, deve essere aggiornata, ma non tradita.
In questi giorni il Partito popolare europeo sta spingendo per un nuovo rinvio dell’ETS2 (il mercato delle emissioni per trasporti e riscaldamento, previsto dal 2028) e per allentare le norme sulle emissioni di metano. Sul fronte delle auto, i negoziatori di PPE, Socialisti e Renew hanno raggiunto un compromesso che consentirebbe di ridurre fino all’87,5 per cento il taglio delle emissioni delle nuove auto nel 2035, anche attraverso crediti per l’acciaio europeo a basse emissioni, con aperture a carburanti rinnovabili e ibride plug-in e incentivi contabili per le piccole elettriche efficienti.
Sono iniziative in discussione, non decisioni già approvate: l’intesa sulle auto deve essere confermata dai gruppi politici, diventare la posizione del Parlamento e poi essere negoziata con i governi. Ma il segnale politico è chiaro: il ridimensionamento non viene più soltanto da governi e industria, coinvolge ormai anche la maggioranza europeista del Parlamento, Renew compresa. Imporre nuovi costi a chi non ha alternative accessibili può essere un errore. Ma la domanda di fondo è un’altra: cosa si intende fare del tempo guadagnato? Costruire quelle alternative o rinviarle ancora?
C’è un problema che i critici del Green Deal continuano a sottovalutare: la vulnerabilità di un’Europa che deve comprare all’estero gran parte dell’energia necessaria a vivere e produrre. Nella settimana conclusa il 18 ottobre, i flussi petroliferi dal Medio Oriente, comprese le rotte alternative a Hormuz, hanno superato, secondo il Wall Street Journal, i livelli pre-guerra (oltre 24 milioni di barili al giorno contro 23,3). Ma il recupero delle quantità non è un ritorno alla normalità. Trasporti, assicurazioni e rischio militare continuano a presentare il conto.
Il petrolio può arrivare senza tornare conveniente, e nessuno garantisce che arrivi domani alle stesse condizioni. È il costo della dipendenza, che scompare troppo spesso dal dibattito: si sommano gli oneri della transizione e si tratta la conservazione del sistema precedente come se fosse gratuita.
Intanto il clima ci mette fretta. Il nuovo Emissions Gap Report dell’UNEP avverte che il superamento di 1,5 gradi non è più evitabile. Bisogna contenerne entità e durata, tagliando rapidamente le emissioni per rendere possibile un ritorno sotto quella soglia entro fine secolo. Essere in ritardo è una ragione per accelerare gli interventi efficaci e finanziare l’adattamento, non per fermarsi.
Questo non significa che ogni misura del Green Deal fosse giusta o ogni scadenza ragionevole. Ma alle ragioni climatiche della transizione si aggiungono quelle della sicurezza economica.
Il paradosso è evidente: i conservatori rivendicano la sovranità, ma una parte di quella sovranità passa dalla capacità di produrre energia sul nostro territorio e di consumarne meno. Il nostro sole e il nostro vento non attraversano Hormuz. L’efficienza non richiede una scorta navale. Certo, non sostituiscono direttamente il petrolio dei trasporti: lo fanno attraverso l’elettrificazione e riducono il peso del gas. Servono impianti, reti, accumuli, e bisogna evitare di sostituire una dipendenza con un’altra (questa volta dai componenti cinesi). Ma un combustibile da ricomprare ogni giorno e un impianto che produce per anni non comportano la stessa vulnerabilità.
Difendere il Green Deal non obbliga a difenderne ogni disposizione. Correggerlo dovrebbe servire a renderlo efficace. L’autonomia energetica richiede investimenti e reti comuni, un mercato integrato, una capacità industriale europea. Richiede, insomma, più Europa. Chi invoca la sovranità dovrebbe spiegare come conquistarla continuando a comprare, insieme a gas e petrolio, la propria vulnerabilità.
La leader dell’estrema destra tedesca Alice Weidel ha presentato un piano per ridurre drasticamente i poteri dell’Unione europea, abolire l’elezione diretta del Parlamento europeo e trasferire gran parte delle decisioni alle istituzioni nazionali. Il progetto, illustrato ieri a Strasburgo, prevede anche una riduzione del bilancio comunitario e maggiori possibilità per la Germania di sottrarsi alle politiche comuni. Almeno inizialmente, però, il partito Alternative für Deutschland (AfD) non intende chiedere l’uscita del paese dall’Unione o dall’euro.
Il documento, intitolato New Deal for Europe, definisce la strategia con cui l’AfD vorrebbe trasformare l’Unione in un’organizzazione fondata sulla sovranità degli Stati, con istituzioni centrali più deboli e competenze limitate. Durante la conferenza stampa al Parlamento europeo, Weidel ha sostenuto che l’attuale struttura dell’UE abbia bisogno di una revisione profonda e che i governi e i parlamenti nazionali debbano tornare a essere i principali responsabili delle decisioni politiche.
La proposta più significativa riguarda il Parlamento europeo. L’AfD vuole eliminare il sistema di elezione diretta, introdotto nel 1979, e sostituirlo con un’assemblea composta da delegati designati dai parlamenti dei singoli Stati. In questo modo, i cittadini europei non eleggerebbero più direttamente i propri rappresentanti a Strasburgo e Bruxelles. Il partito propone inoltre di trasformare la Commissione europea in un organismo con funzioni esclusivamente amministrative, privandola di gran parte delle attuali competenze politiche, e di sostituire la Corte di giustizia dell’Unione europea con un tribunale arbitrale incaricato di risolvere le controversie tra gli Stati.
Il progetto comporterebbe quindi una revisione sostanziale dei trattati europei, che oggi disciplinano il funzionamento delle istituzioni e la distribuzione delle competenze tra l’Unione e i governi nazionali. Secondo Weidel, l’attuale sistema attribuisce a Bruxelles un potere eccessivo, soprattutto nella regolamentazione economica e nelle scelte che riguardano direttamente cittadini e imprese. In una recente intervista all’Economist, la leader dell’AfD ha descritto il proprio obiettivo come quello di riportare l’Unione a una comunità di Stati sovrani, legati principalmente da un’area di libero scambio.
Un altro elemento centrale del programma riguarda il finanziamento delle istituzioni europee. L’AfD propone di ridurre e fissare un limite massimo al bilancio dell’Unione, bloccare l’aumento del personale e abolire alcune agenzie comunitarie. Il partito vorrebbe inoltre utilizzare il potere di veto della Germania per eliminare determinate fonti di finanziamento europeo, comprese quelle collegate all’IVA e ai contributi sulla plastica non riciclata.
Il documento prevede anche la possibilità di bloccare future decisioni sul finanziamento dell’Unione e di minacciare una drastica riduzione dei contributi tedeschi qualora Bruxelles non accettasse le riforme richieste. La Germania, uno dei principali contributori netti al bilancio europeo, dovrebbe secondo l’AfD smettere di sostenere una quota così elevata delle spese comuni.
La stessa impostazione riguarda le politiche economiche e monetarie. Il partito si oppone all’emissione di debito comune europeo, rifiuta l’introduzione dell’euro digitale e chiede che le maggiori economie dell’eurozona abbiano un peso superiore nelle decisioni della Banca centrale europea. Weidel sostiene inoltre che la BCE dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla stabilità dei prezzi, criticando gli interventi monetari che, secondo l’AfD, hanno favorito il finanziamento del debito pubblico degli Stati.
Sul piano delle competenze, il programma chiede che la Germania possa ottenere deroghe alle regole europee in materia di immigrazione, fiscalità, politiche sociali, difesa e indebitamento comune. Ulteriori esenzioni sarebbero richieste per le politiche ambientali, industriali, agricole e finanziarie qualora l’Unione non accettasse modifiche sostanziali. Weidel ha citato anche il sistema di Schengen, sostenendo che la Germania dovrebbe poterne uscire se non fosse più in grado di garantire un controllo efficace delle frontiere.
La presentazione del piano arriva in una fase favorevole all’AfD sul piano elettorale. Il partito ha ottenuto importanti successi nelle recenti elezioni regionali in Sassonia Anhalt e Meclemburgo Pomerania Anteriore e figura ai primi posti nei sondaggi nazionali. Weidel ha indicato le elezioni federali tedesche del 2029 come il principale appuntamento per provare a conquistare responsabilità di governo e avviare il programma di riforme europee.
La possibilità di realizzarlo dipenderà tuttavia anche dagli equilibri politici tedeschi. Nonostante la crescita elettorale, l’AfD avrebbe bisogno di alleati per formare una maggioranza parlamentare. I principali partiti tradizionali, compresa l’Unione cristiano democratica, continuano a escludere una collaborazione con l’estrema destra attraverso la politica di isolamento comunemente definita Brandmauer, il cordone sanitario contro l’AfD. Weidel ha criticato questa strategia e ha sostenuto che spetti ai conservatori modificare la propria posizione, escludendo concessioni sui punti fondamentali del programma del suo partito.
Vladimir Putin ha annunciato di essere disposta a riprendere i negoziati con Ucraina e Stati Uniti per cercare di mettere fine alla guerra, dopo un incontro di circa tre ore con l’inviato speciale americano Steve Witkoff, ieri a San Pietroburgo. I colloqui potrebbero svolgersi a metà novembre ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, ma per il momento non sono stati concordati né una data definitiva, né un programma negoziale. L’apertura del Cremlino è arrivata mentre il presidente americano Donald Trump sostiene che un accordo sia sempre più vicino, nonostante le persistenti divergenze tra Mosca e Kyjiv e il proseguimento degli attacchi russi contro le città ucraine.
Poche ore dopo l’annuncio, nella notte tra mercoledì e giovedì, nuovi missili russi hanno colpito la capitale ucraina, danneggiando edifici residenziali e provocando sei feriti, secondo il sindaco Vitaliy Klitschko. Gli attacchi si sono aggiunti ai bombardamenti delle ore precedenti, che avevano causato tre morti e dodici feriti a Kyjiv e altre due vittime nella regione di Kharkiv. La prosecuzione delle operazioni militari mostra la distanza tra la disponibilità a tornare al tavolo negoziale e la possibilità di ottenere una sospensione effettiva dei combattimenti.
A comunicare la posizione russa è stato Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera, che ha partecipato all’incontro con Witkoff. Secondo Ushakov, il presidente russo ha accettato in linea di principio la proposta americana di riprendere i negoziati trilaterali a partire dal 10 novembre. I colloqui dovrebbero svolgersi inizialmente a livello tecnico, con la partecipazione di rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti, e concentrarsi sulle future garanzie di sicurezza per Mosca e Kyjiv. Abu Dhabi è stata indicata come possibile sede. Durante l’incontro, Witkoff ha inoltre presentato a Putin le proposte discusse il giorno precedente con l’Ucraina e i governi europei, tra cui nuove garanzie di sicurezza e una possibile sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche. Ushakov le ha giudicate poco utili per arrivare a una soluzione del conflitto, pur riconoscendo successivamente alcuni segnali di progresso diplomatico.
Witkoff ha definito costruttivo l’incontro con Putin, il nono tra i due dall’inizio dei contatti diplomatici promossi dall’amministrazione Trump, e ha confermato che le discussioni proseguiranno in un formato trilaterale. Ha però riconosciuto che rimane ancora molto lavoro da fare per arrivare a un accordo. Secondo Reuters, l’inviato americano ha consegnato a Putin alcuni documenti contenenti nuove idee per una possibile intesa.
La riunione di San Pietroburgo è stata preceduta da una serie di incontri a Oslo, dove martedì Witkoff aveva discusso con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con rappresentanti europei, tra cui il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e il presidente finlandese Alexander Stubb. Ai colloqui avevano partecipato anche rappresentanti della NATO. Durante gli incontri in Norvegia era stata avanzata anche la possibilità di organizzare un vertice direttamente tra Trump, Putin e Zelensky. Il Cremlino non ha assunto alcun impegno in questo senso, limitandosi ad accettare la ripresa delle discussioni tra funzionari. Mosca ha ribadito che un eventuale incontro tra Putin e Zelensky dovrebbe essere preceduto da un’attenta preparazione diplomatica.
Parlando con i giornalisti durante il ritorno dalla Norvegia, Volodymir Zelensky ha spiegato di avere ricevuto dagli Stati Uniti la conferma della disponibilità di Mosca e di sostenere la proposta americana di convocare rapidamente le delegazioni, preferibilmente entro i primi giorni di novembre. Ha aggiunto che Kyjiv è disponibile a discutere qualsiasi iniziativa che possa portare a un cessate il fuoco, compresa una sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, oltre a misure umanitarie. Zelensky ha comunque ricordato che la Russia aveva già manifestato in passato la volontà di partecipare ai negoziati, salvo poi rinviarli o interromperli.
Dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala, nel febbraio del 2022, si sono susseguite diverse iniziative negoziali senza che fosse raggiunta un’intesa per fermare la guerra. Nei primi mesi del 2026, rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti si erano incontrati ad Abu Dhabi e successivamente a Ginevra, ottenendo progressi limitati soprattutto agli scambi di prigionieri. I colloqui si erano poi interrotti a febbraio, in coincidenza con l’inizio della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
Il principale ostacolo a un accordo resta la distanza tra le condizioni poste dai due paesi. Ieri Zelensky ha ribadito di essere disposto ad accettare un cessate il fuoco che congeli le posizioni militari lungo l’attuale linea del fronte, rinviando a successive trattative la definizione delle garanzie di sicurezza. Una soluzione del genere non comporterebbe necessariamente il riconoscimento giuridico dei territori occupati dalla Russia, ma permetterebbe di interrompere i combattimenti senza attendere un accordo politico complessivo.
Mosca continua invece a rivendicare il controllo dell’intera regione di Donetsk, nell’Ucraina orientale, comprese le aree che le sue forze non sono riuscite a conquistare. Il Cremlino mantiene inoltre la propria opposizione a un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO e insiste sulla necessità di raggiungere un accordo complessivo, anziché limitarsi a una tregua temporanea. Attualmente la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, compresa la Crimea, annessa illegalmente nel 2014. Putin ha ripetuto durante l’incontro con Witkoff che le sue truppe manterrebbero l’iniziativa strategica lungo il fronte, una valutazione contestata da Kyjiv e dai suoi alleati europei, che descrivono una situazione militare sostanzialmente bloccata.
Le proteste degli autotrasportatori contro il caro carburante si stanno progressivamente attenuando nel Sud Italia, dopo quasi una settimana di blocchi stradali che hanno provocato gravi difficoltà nella distribuzione di alimenti e carburanti. Nella serata di mercoledì, le principali organizzazioni che ancora mantenevano i presidi in Sicilia e Calabria hanno annunciato la sospensione delle mobilitazioni. In Campania, invece, la situazione resta più complicata. Nella giornata di mercoledì sono stati liberati alcuni punti di accesso alla rete autostradale nelle zone di Caserta e Mercato San Severino, nel Salernitano. Una parte dei manifestanti si è tuttavia spostata verso Pontecagnano, lungo l’autostrada in direzione della Calabria, mentre altri presidi sono rimasti attivi nelle aree industriali.
Il Consiglio dei ministri convocato oggi ha approvato un decreto legge di nove articoli con nuovi interventi a sostegno dell’autotrasporto, dell’agricoltura e della pesca per contrastare gli effetti del caro carburante. Il provvedimento prevede ulteriori risorse per i crediti di imposta sul gasolio, la possibilità di sospendere i canoni di leasing dei mezzi pesanti e contributi a fondo perduto per agricoltori e pescatori.
L’esecutivo ha contemporaneamente rafforzato i controlli sui presidi che impediscono la circolazione delle merci. Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno, sono state identificate 1.339 persone, 71 sono state denunciate e 242 hanno ricevuto sanzioni amministrative. In Campania le forze dell’ordine hanno inoltre scortato circa 500 camion per consentire ai conducenti di proseguire il lavoro.
La decisione di sospendere i blocchi in Sicilia è arrivata dopo un incontro nella prefettura di Catania. L’Associazione imprese autotrasportatori siciliani (Aias), guidata da Giuseppe Richichi, aveva inizialmente respinto l’intesa raggiunta con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, mantenendo i presidi lungo l’autostrada tra Messina e Catania, davanti al porto di Palermo e in altri punti della rete stradale regionale. La posizione dell’associazione è cambiata in seguito alle rassicurazioni ricevute sulla possibilità di partecipare ai prossimi incontri nazionali dedicati al settore. Fino a poche ore prima l’Aias aveva confermato l’intenzione di proseguire la protesta a tempo indeterminato.
Nella mattinata di giovedì sono progressivamente riprese anche le consegne ai supermercati dell’Isola, mentre Confagricoltura Ragusa ha confermato la sostanziale conclusione dei blocchi.
All’interno del movimento siciliano erano emerse divisioni tra le diverse organizzazioni. Il Comitato trasportatori siciliani (Cts) aveva già deciso di interrompere il fermo dopo l’incontro del 20 ottobre con il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, mentre l’Aias considerava insufficienti gli impegni assunti dal governo. Le richieste avanzate da quest’ultima comprendevano contributi straordinari per il gasolio, una sospensione temporanea dei versamenti contributivi, finanziamenti agevolati e maggiori tutele per le imprese di trasporto più piccole.
Anche in Calabria la federazione regionale della logistica Fedralog, che aveva proclamato il fermo, ha annunciato la sospensione della protesta. L’organizzazione ha spiegato di voler dare fiducia al governo in vista dell’incontro già fissato per il 27 ottobre con Salvini. Ha però avvertito che, in assenza di risposte soddisfacenti, potrebbe organizzare una manifestazione nazionale a Roma con la partecipazione dei mezzi pesanti.
Giovedì mattina la ripresa dei trasporti ha consentito il ritorno di frutta, verdura e altri prodotti alimentari sugli scaffali di numerosi supermercati calabresi, anche se le consegne non sono ancora tornate ovunque alla normalità. Sono ripartiti anche i rifornimenti delle stazioni di servizio, mentre nel Cosentino sono stati rimossi i presidi lungo le statali 106 e 534 e nelle aree del Pollino e della Sibaritide.
La protesta è cominciata per contestare l’aumento del prezzo del gasolio, che secondo gli autotrasportatori sta rendendo sempre più difficile sostenere i costi di esercizio delle imprese. Alle mobilitazioni hanno partecipato anche gruppi di agricoltori, alle prese con l’aumento delle spese per carburanti, energia e produzione. I blocchi hanno però assunto dimensioni più ampie della vertenza iniziale, coinvolgendo sia operatori aderenti alle organizzazioni di categoria sia comitati locali e gruppi autonomi.
Il 20 ottobre Salvini e il viceministro Edoardo Rixi hanno incontrato a Milano le principali associazioni dell’autotrasporto, raggiungendo un’intesa su un pacchetto di sostegni economici che, secondo il governo, supera complessivamente il miliardo di euro. Una parte degli interventi riguarda lo sblocco di circa 480 milioni di euro destinati a soddisfare le domande di contributo relative al maggior costo del gasolio sostenuto dalle imprese tra marzo e agosto.
ixi ha annunciato l’avvio delle erogazioni e ulteriori risorse per le spese sostenute tra il 1° settembre e il 5 ottobre, precisando tuttavia che il relativo credito d’imposta sarà utilizzabile nel 2027. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri prevede, in particolare, un incremento di 66,4 milioni di euro delle risorse per i ristori relativi ai mesi precedenti e altri 60 milioni per il periodo dal 1° settembre al 5 ottobre. Rixi ha spiegato che i primi crediti saranno disponibili per le imprese dalla prossima settimana. Il viceministro ha inoltre confermato che il governo sta procedendo, per via amministrativa, allo sblocco di 590 milioni di euro già destinati al rinnovo del parco veicolare, dando priorità alle imprese che utilizzano i mezzi più vecchi, dalle classi Euro 0 a Euro 4.
Tra le novità del decreto figura anche la possibilità, per le imprese medio-piccole dell’autotrasporto che non possono beneficiare del credito d’imposta sul carburante perché utilizzano veicoli di classe inferiore a Euro 5, di sospendere per sette mesi il pagamento dei canoni di leasing degli automezzi, fino al 31 marzo 2027. L’obiettivo è consentire alle aziende di recuperare liquidità. Il provvedimento introduce inoltre una misura ispirata al cosiddetto «modello spagnolo» per l’adeguamento dei corrispettivi del trasporto all’aumento del costo del gasolio. Come spiegato da Rixi, nei casi in cui non esistano contratti scritti sarà possibile indicare in fattura il differenziale dovuto all’incremento del prezzo del carburante.
Per il settore agricolo il Consiglio dei ministri ha approvato uno stanziamento aggiuntivo di 60 milioni di euro destinato a un contributo a fondo perduto pari al 20% delle spese sostenute per l’acquisto di carburante, fino a un massimo di 45 centesimi al litro. Secondo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, le risorse saranno erogate attraverso Agea e permetteranno di coprire i costi sostenuti fino al 15 ottobre. La misura si aggiunge ai 100 milioni già messi a disposizione nei mesi precedenti. Per la pesca sono previsti ulteriori 10 milioni di euro di contributi a fondo perduto, pari al 10% delle spese di carburante sostenute tra il 1° giugno e il 15 ottobre. Il decreto contempla inoltre un incremento di 20 milioni delle risorse per il credito d’imposta destinato alle imprese ittiche. Per i nuovi contributi agricoli e della pesca, le modalità di presentazione della documentazione dovranno essere definite entro cinque giorni dall’entrata in vigore del decreto, con il pagamento previsto entro i successivi trenta giorni.
Il governo ha assunto una posizione più severa nei confronti delle iniziative che impediscono ai camion di transitare. Dopo una riunione presieduta da Meloni a Palazzo Chigi, alla quale hanno partecipato anche i vicepremier Antonio Tajani e Salvini e i ministri Francesco Lollobrigida e Matteo Piantedosi, l’esecutivo ha ribadito la necessità di distinguere le rivendicazioni degli autotrasportatori dai comportamenti illegali.
Dopo il Consiglio dei ministri, Meloni ha chiesto a Piantedosi di assicurare la libera circolazione delle merci e il rifornimento delle attività commerciali, anche per evitare possibili speculazioni sui prezzi. Il viceministro Rixi ha inoltre riferito che la Commissione di garanzia sugli scioperi sollecita da due giorni la precettazione, precisando che il governo ha finora rinviato il ricorso a questo strumento in attesa di mettere a disposizione tutte le misure di sostegno previste.
Piantedosi ha coordinato gli interventi con prefetti e questori delle province interessate, chiedendo particolare attenzione al rischio di infiltrazioni criminali. In Campania sono state raccolte segnalazioni di intimidazioni e danneggiamenti ai danni di conducenti che volevano riprendere il lavoro. Nel Casertano alcuni camionisti hanno denunciato il taglio degli pneumatici dei propri mezzi e pressioni per costringerli a partecipare ai blocchi. Gli episodi sono oggetto di accertamenti da parte degli investigatori.
Lollobrigida ha riferito che la procura di Napoli ha aperto un’indagine su possibili infiltrazioni mafiose nelle proteste, sottolineando però la necessità di distinguere chi manifesta legittimamente da eventuali soggetti criminali. Il ministro ha inoltre definito i blocchi ancora in corso «ingiustificati e dannosi», invitando a garantire soprattutto la circolazione dei prodotti deperibili, per evitare ulteriori perdite economiche alle imprese agricole del Mezzogiorno.
C’è una maledizione antica che perseguita i liberali e i riformisti italiani: non riescono a stare nella stessa stanza senza contendersi il ruolo di direttore d’orchestra, salvo poi scoprire che in sala non è rimasto quasi più nessuno ad ascoltare il concerto. Basta osservare lo psicodramma che si consuma in questi giorni attorno al cantiere del nuovo centro per accorgersi che la storia d’Italia si ripete sempre due volte: la prima come grande tragedia dottrinaria della Prima Repubblica, la seconda come scontro di caratteri, ma non solo, nell’era dei social.
Da una parte ci sono Carlo Calenda e Pina Picierno, impegnati a costruire un asse tra Azione e Spazio Pubblico per offrire un argine europeista al «bipopulismo». Dall’altra c’è Luigi Marattin che, sentitosi trattato da ospite indesiderato, forse dopo una fotografia pubblicata da Calenda e Picierno senza di lui, ha rotto gli indugi e guarda verso Forza Italia e il centrodestra: «Se son rose fioriranno». Apriti cielo. Calenda lo ha fulminato accusandolo di voler «andare a fare i cespugli» con Matteo Salvini e di usare la politica come un «taxi per entrare in Parlamento»; Marattin ha replicato al vetriolo che il leader di Azione «è un cespuglio che si crede foresta» e che pretende di annettere gli altri al grido di «venite in Azione e risolvo tutto io».
Di solito questo spettacolo viene liquidato come frutto di narcisismo. Eppure, se si guarda in controluce, i tic, le accuse e persino le traiettorie politiche ricalcano, nel loro piccolo, i due grandi duelli che segnarono la cultura laica e socialista del dopoguerra: quello tra Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi e quello tra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat.
Vedi il conflitto tra Calenda e Marattin. È la replica in miniatura dello scontro che divise La Malfa e Malagodi tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anche allora i due si conoscevano da una vita, avendo lavorato negli anni Trenta alla Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli. E anche allora il risentimento psicologico si intrecciava alla divergenza dottrinaria. «Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io», raccontò Malagodi a Eugenio Scalfari.
Sul piano politico, La Malfa incarnava il riformismo repubblicano e programmista, convinto che lo Stato dovesse guidare la modernizzazione industriale e aprirsi a sinistra; Malagodi difendeva il liberismo classico del Partito Liberale, ostile all’interventismo pubblico e pronto a spostarsi a destra per rappresentare il ceto produttivo spaventato dai socialisti.
Non meno suggestivo è il parallelo sul versante più riformista. Quando, nel giugno scorso, Pina Picierno ha lasciato il Partito Democratico, denunciando le ambiguità della segreteria Elly Schlein sul «fascismo putiniano» e rifiutando la subalternità al «campo Lavrov» di Giuseppe Conte, ha compiuto un gesto che appartiene alla grammatica di Palazzo Barberini. Nel gennaio 1947 Giuseppe Saragat spezzò il partito socialista per sottrarlo al patto d’unità d’azione che Pietro Nenni aveva stretto con il PCI di Togliatti. Nenni, nei suoi diari, imputò la rottura alla «volontà della borghesia, che preme alle porte del congresso» e la propaganda frontista bollò Saragat come «servo degli americani», esattamente come oggi i custodi del campo largo accusano Picierno di opportunismo o peggio. Allora come oggi, il punto di rottura tra riformisti e massimalisti è la politica estera: la scelta dell’Occidente contro il neutralismo ambiguo.
C’è differenza, è vero, fra l’epica di ieri e ciò che oggi, ad alcuni, pare una batracomiomachia. Sarà anche perché le foto color seppia ci commuovono sempre un po’. Ma la posta in gioco allora era alta: un’Italia che rischiava di essere sganciata dall’Occidente e il profilo dello sviluppo economico di quella che, nonostante gli alti e bassi, sarebbe diventata una potenza industriale.
Quando Saragat lasciava Nenni a Palazzo Barberini, portandosi via cinquantadue deputati della Costituente su centoquindici, decideva se l’Italia dovesse restare legata alle democrazie atlantiche o scivolare oltre la Cortina di ferro. Quando La Malfa e Malagodi incrociavano le lame in Parlamento nel 1962, si battevano su questioni epocali: la Nota aggiuntiva sul bilancio, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la nascita dell’Enel, il confine stesso tra Stato e mercato nel miracolo economico. Quei piccoli partiti laici pesavano il tre o il quattro per cento, pure loro, ma, nel sistema proporzionale, erano l’ago della bilancia dei governi e il laboratorio intellettuale della Repubblica.
Ma davvero oggi si gioca una partita meno cruciale, in cui lo scontro «bipopulista» fra destra-centro e sinistra-centro non mette a rischio appartenenze transnazionali e tenuta della struttura economica?
Oggi gli eredi di quella tradizione hanno conservato intatti i difetti dei padri nobili – le scomuniche incrociate, le gelosie da capocorrente, l’incapacità di fondere le sigle senza litigare subito dopo, come accadde alla sfortunata unificazione socialista del 1966 – ma, secondo i critici, hanno smarrito la grandezza del campo di battaglia. Questo non è del tutto vero. Ad esempio Pina Picierno ha iniziato uno sciopero della fame, restituendo al confronto politico l’energia dello strumento pannelliano, per reclamare un intervento europeo rapido, e decisivo per la vita o la morte di alcune centinaia di ucraini nella città assediata di Oleshky. La sua uscita dal Pd ricorda le ragioni degli scontri di allora.
Picierno, Calenda e Marattin sono tra i pochi leader politici a proporre risposte complesse e impopolari al declino strutturale dell’economia e del benessere degli italiani. Vogliono tutti rifondare la casa dei liberaldemocratici, e fanno bene, perché è una casa che all’Italia manca. La storia dei piccoli partiti laici dice però una cosa: pesavano il tre o il quattro per cento, ma da soli potevano decidere della sorte dei governi. C’era il proporzionale allora, ma potrebbe esserci anche domani se nessuno dei due schieramenti principali superasse il 42 per cento. Il bipopulismo non aspetta i loro tempi, e prima di arrivare alla porta di casa conviene mettersi d’accordo non tanto su chi tiene le chiavi quanto sulla dimensione dell’appartamento. Altrimenti non sapremmo a che santo votarci (e votare).
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
Che cosa resta di una comunità di cittadini quando le strade del suo quartiere vengono rase al suolo? Alla domanda prova a rispondere Under Development: What Happens When Cities Change?, la mostra visitabile fino al 29 novembre alla Newcastle Contemporary Art e che riunisce oltre mezzo secolo di fotografia documentaria dalla AmberSide Collection e dal Four Corners Archive. Accanto a nomi come Chris Killip e Henri Cartier-Bresson, l’esposizione racconta i grandi piani di demolizione e ricostruzione avviati in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra, e le conseguenze che questi cambiamenti hanno avuto sui suoi abitanti.
Al centro del percorso c’è il lavoro della fotografa finlandese Sirkka-Liisa Konttinen, che per dodici anni ha documentato la vita delle comunità operaie residenti nell’area di Byker, un quartiere storico situato nella zona est di Newcastle upon Tyne, in Inghilterra. Nell’Ottocento l’area si è sviluppata come quartiere operaio legato alle industrie locali, e alla fine degli anni Sessanta era composto da case a schiera vittoriane sovraffollate e in cattive condizioni, dove abitavano circa diciassettemila persone.
Il Comune di Newcastle decise di demolirlo e ricostruirlo, all’interno di un progetto di sventramento e risanamento di quartieri considerati degradati. L’incarico venne dato all’architetto inglese Ralph Erskine, che prese spunto dal modello socialdemocratico svedese. Ne nacque il Byker Estate, insieme al Byker Wall: un edificio residenziale dal design innovativo che fungeva da barriera verso nord, proteggendo un interno di case basse, giardini e percorsi pedonali. A seguito dei lavori, gran parte della comunità originaria però non rientrò nello stabile: i lunghi tempi di costruzione e i trasferimenti temporanei spinsero molte persone a non tornare più.
Nel 1969 la fotografa Sirkka-Liisa Konttinen si trasferisce nel quartiere, vivendo tra i suoi abitanti, fotografando le case a schiera e la vita di strada, prima della demolizione degli immobili. Dopo anni, è tornata a fotografare un quartiere oggi conosciuto come Erskine’s Byker Wall, sorto sulle macerie del quartiere operaio. Oggi è composto da milleottocento unità abitative che ospitano novemilacinquecento persone.
All’interno del percorso espositivo sono affiancate due serie che raccontano il prima e il dopo la trasformazione, e che evidenziano lo scarto tra le ambizioni dell’urbanistica e lo stravolgimento della vita quotidiana di chi è stato travolto da quei cambiamenti. Mentre casa, rigenerazione urbana e futuro delle comunità tornano al centro del dibattito pubblico, abbiamo chiesto a Konttinen che cosa si perde e che cosa rimane nella memoria di una comunità, quando un quartiere cambia volto.
Sirkka-Liisa Konttinen, lei non si è limitata a fotografare Byker, ci ha vissuto. Che cosa significava abitare in quelle case a schiera? Le case a schiera, disposte lungo la griglia delle strade, facevano sì che ogni giorno si passasse davanti alla porta dei vicini, e così si finiva per conoscerli. La maggior parte delle case era abbastanza solida da durare ben oltre il destino che le attendeva e avrebbe potuto essere ristrutturate, con bagni interni e riscaldamento centralizzato: è ciò che la maggior parte degli abitanti di Byker avrebbe preferito, se avesse potuto scegliere. Io, come gli altri, usavo i bagni pubblici e il lavatoio comunale, che tra le donne creavano chiacchiere, battute condivise e legami sociali. Le strade, i pub e i negozi erano luoghi d’incontro, salotti comuni.
Le case che lei ha fotografato erano state classificate come inadeguate. I residenti condividevano questo giudizio? I piani per demolire e ricostruire il quartiere erano noti da molti anni, e per questo alcune case in affitto erano state deliberatamente trascurate e lasciate andare in rovina dai proprietari. Gli abitanti non si sono mai considerati residenti di uno “slum”, un termine offensivo per una comunità orgogliosa delle proprie case e delle proprie strade. Senza dubbio gli ultimi nuclei familiari rimasti vivevano in condizioni disperate e nell’angoscia, in attesa di essere trasferiti mentre la demolizione avanzava.
A distanza di decenni, che cosa l’ha sorpresa di più della vita nel nuovo Byker Estate? Sono stata invitata a tornare per fotografare il nuovo Byker venticinque anni dopo essere stata costretta a lasciare il vecchio. Era il 2003, quando Byker era diventato sede di un centro di accoglienza governativo per richiedenti asilo e rifugiati. La popolazione, prima bianca, era diventata visibilmente variegata quasi da un giorno all’altro. In circa ottanta ettari, racchiusi dalla “fortezza” del Byker Wall, un perimetro lungo oltre due chilometri, si parlavano ormai ventotto lingue, da persone provenienti da trentuno Paesi.
Gli abitanti del nuovo complesso avevano storie molto lontane da quelle dei residenti originari. Che cosa ci dice questo cambiamento sul modo in cui la città assegna e ridistribuisce le case? L’impossibile promessa di ricollocare la comunità storica di Byker nel nuovo complesso, evidentemente, non poteva essere mantenuta. Col tempo vi fece ritorno un quinto dei residenti, ma la comunità di un tempo, fatta di fitte interdipendenze, fu dispersa e distrutta. La popolazione del nuovo Byker divenne più transitoria, e gli abitanti vivevano in piccole sacche, ciascuno all’interno della propria comunità.
La fotografia documentaria rischia di raccontare queste storie in una nostalgia estetica. Come evitare questo rischio? La fotografia documentaria ha molte forme estetiche e molti atteggiamenti diversi, sia da parte del fotografo sia da parte di chi guarda. L’estetica, qualunque essa sia, non è sinonimo di nostalgia. La nostalgia per ciò che viene rappresentata, provata dalle persone fotografate o da chi osserva la fotografia, arriva dopo (la parola nostalgia significa “desiderio struggente del passato”). Un momento catturato in una fotografia appartiene a quel momento, non è una forma di senno di poi.
Jeremy Seabrook scrive del libro BYKER su New Society, settembre 1983: «In queste immagini è racchiusa un’intera epoca di storia sociale: riflettono le conseguenze per una comunità mentre la sua stessa ragion d’essere – le officine meccaniche e i cantieri navali – viene lentamente smantellata. Non ha nulla a che vedere con la nostalgia: le condizioni di vita erano troppo dure per questo. Ma l’attaccamento a luoghi che sono stati teatro di lotte, di amore e di sofferenza non è amore per i mattoni, la pietra e la povertà: è la misura dell’intensità di ciò che le persone, qui, provavano l’una per l’altra».
Oggi, di fronte alla crisi abitativa, alla gentrificazione e agli sfratti, che cosa possono dirci queste fotografie che il dibattito politico non riesce a dire? Raccontano l’esperienza degli esseri umani travolti da questi sconvolgimenti.
Se dovesse scegliere una sola immagine che racconti il costo umano della trasformazione urbana, quale sceglierebbe? Uomo che gesticola in una strada demolita, Byker 1971. Penso che la foto parli da sé.
Mettete dei fiori nei vostri cannoni. Oppure: sedetevi a tavola col nemico, davanti a un piatto di ceci, a uno di trippa, il tutto annaffiato da una buona dose di sidra. È la filosofia di vita che ispira il Menu della Pace, servito nei ristoranti e nelle sidrerie di Oviedo nei giorni che accompagnano il Desarme, la più antica festa gastronomica di Spagna.
L’origine è lontana nel tempo, la battaglia di Oviedo del 19 ottobre 1836, con la vittoria della milizia locale fedele alla regina Isabella II sulle truppe carliste (dal nome dell’infante Carlo di Borbone). Per festeggiare venne organizzato un grande pranzo comunitario non solo per i soldati e la popolazione vittoriosa, ma anche per i nemici fatti prigionieri. La storia, come spesso accade, si intreccia con le leggende popolari e la più celebre racconta, invece, che la città accolse le truppe carliste affamate con una gigantesca comilona a base di ceci: un pasto così pesante da farli appisolare, permettendo al popolo di rubare le loro armi, senza spargere una goccia di sangue. Da qui il nome disarmo.
Comunque sia andata, e con il passare del tempo, un tragico evento storico si è fatto eredità culturale, momento di convivialità, legandosi alla tradizione culinaria delle Asturie. Fino al 25 ottobre ci si può sedere a tavola e ordinare in decine di locali il Menù del Desarme (o de la Paz): ceci con baccalà e spinaci (garbanzos con bacalao y espinacas); trippa alla moda di Oviedo, cioè con piedini di maiale, pancetta e patate fritte (callos a la asturiana); riso al latte (arroz con leche).
Lo stendardo del Desarme caratterizza le strade di Oviedo nel mese di ottobre
La spinta decisiva a quella che dall’anno scorso è Festa di interesse turistico nazionale, si deve a Miguel Ángel de Dios, sessantunenne a capo della Cofradía del Desarme (Confraternita del Disarmo), nata nel 2012 per preservare il menù tradizionale. «All’inizio eravamo sette – racconta De Dios, hostelero del Bodegón de Teatinos, un ristorante dove la madre già nel 1955 vendeva vino sfuso -. Oggi siamo in duecentoquaranta. Il menu veniva consumato solo il 19 ottobre, adesso è disponibile per dieci giorni e puntiamo a superare gli ottantamila pasti. A Oviedo, direi, abbiamo imparato che la pace si costruisce lentamente e che davanti a un buon piatto tutte le differenze si annullano». Non a caso il cavaliere effigiato nello stendardo della confraternita, esposto ovunque in città, impugna un cucchiaio al posto della spada.
La gastronomia locale non è solo quella del menu, ma rimane strettamente tradizionale, lascito di un’economia di sussistenza, della necessità antica e contadina di non sprecare nulla. La fabada, per esempio, il piatto più famoso cucinato a fuoco lento, e mangiato con più gusto il giorno dopo, mischiando le fabas (i pregiati fagioli bianchi asturiani) al compango, cioè chorizo, sanguinaccio affumicato e pancetta. Oppure tra i dolci, i frixuelos (simili alle crepes e tipici del Carnevale) e i carbayones, a base di pasta sfoglia, crema di mandorla, tuorlo d’uovo, creati negli anni Venti del secolo scorso da Camilo de Blas e subito entrati nella tradizione pasticcera del nord della Spagna.
Da El Fartuquin (fartucu in lingua asturiana è chi ha mangiato e bevuto a sazietà) il piatto della casa è il pote. «Uno stufato di fagioli ancora più antico della fabada – dice il proprietario José Luis Suárez -, da cui si distingue per l’aggiunta delle patate e delle berzas, una varietà di cavolo nero». Suárez è un altro confratello del Desarme, i suoi genitori avevano una storica Cantina in Plaza del Fontán e oggi gestisce El Fartuquin con la moglie Mary Fernández, la figlia Seila e il genero Iván. Mary è nella ristorazione da quando aveva quindici anni ed è tra le animatrici più convinte de Le Guisanderas: un club di quaranta cuoche con almeno dieci anni di esperienza che promuove «il lavoro delle donne in cucina, con la C maiuscola» e si prefigge l’obiettivo di tramandare le ricette autentiche con l’utilizzo di prodotti locali e tecniche tradizionali.
Le mele conferite alla sidreria Trabanco per la produzione del sidro
Nel locale di Mary e José si serve la sidra accompagnata dalle tortos de mais o con una selezione degli ottanta tipi di formaggio asturiani, ma quella della bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione delle mele è da queste parti una vera e propria cultura, tanto da aver ottenuto due anni fa dall’Unesco lo status di Patrimonio culturale immateriale dell’umanità. A Nava nello stabilimento di Viuda de Angelón se ne producono un milione e mezzo di bottiglie all’anno, oltre quattro milioni in quello di Trabanco a Gijón (la seconda città del Principato delle Asturie).
Un processo che comincia tra settembre e ottobre con il conferimento del frutto per concludersi a marzo con l’imbottigliamento. Le mele devono essere delle settantasei varietà prodotte nella regione per ottenere la Dop e ne servono due chili ogni litro di sidra naturale. «Noi ne utilizziamo solo quarantotto tipi – spiega Lia Martinez Castro della sidreria Trabanco -, il mosto di mele fermenta in botti di castagno di sessant’anni per due, tre mesi e poi viene mescolato con la tecnica del trasiego per giungere a un prodotto omogeneo in acidità e grado alcolico». Oltre al sidro naturale si producono il filtrato e lo spumantizzato, mentre prendono piede versioni più esotiche e di nicchia come la sidra de hielo (ispirata ai vini di ghiaccio tedeschi), in pratica un passito che raggiunge i dodici gradi contro i sei di quello naturale, ma resta una produzione in gran parte semi-artigianale, connessa intimamente alla tradizione rurale e a una economia circolare ante-litteram. «La selezione delle mele è fatta a mano – spiega ancora Lia Martinez Castro -, ma quelle scartate tornano agli allevatori per alimentare le mucche che con i loro escrementi concimeranno i meleti».
A Oviedo le sidrerie sono ovunque. Gli abitanti sorseggiano a ogni ora del giorno, mescolandosi ai visitatori che in questo periodo sono attratti (oltre che dal Desarme) dal Premio Principessa delle Asturie, uno degli appuntamenti culturali più attesi di Spagna con la presenza dei reali alla consegna dei riconoscimenti, ma anche ai pellegrini che per gran parte dell’anno scelgono di raggiungere Santiago di Compostela attraverso il Cammino di Salvador o di percorrere il tratto più ostico, quello del Cammino Primitivo.
Bere la sidra è di per sé un rituale che si ripete di continuo, viene chiamato escanciado: è necessario portare la bottiglia in alto, sopra la testa e col braccio ben teso, per poi colpire il bordo del bicchiere tenuto alla vita con il getto. Solo così la sidra versata si ossigena al punto giusto, per poi berla entro pochi secondi. Ogni anno un concorso premia il miglior escanciador de sidra. L’ultimo è Salvador Ondó, e a suo modo anche lui è un simbolo di pace. Ha quarantatrè anni ed è arrivato dalla Guinea Equatoriale quando ne aveva tredici.
Difesa e università rafforzano la collaborazione sulla cultura della sicurezza, con il coinvolgimento delle principali aziende del settore. Il 20 ottobre, a margine del Forum «Defence Procurement: la prospettiva nazionale per una difesa europea», i ministri Guido Crosetto (Difesa) e Anna Maria Bernini (Università e ricerca) hanno firmato un manifesto d’intenti per avvicinare istituzioni, mondo accademico e industria.
Il documento, che Linkiesta ha visionato, individua tre obiettivi: proseguire lo studio del procurement per la difesa e la sicurezza, anche in collaborazione con gli altri Paesi europei; sviluppare percorsi formativi dedicati alla cultura della sicurezza; condividere le esperienze maturate per contribuire alla costruzione di una difesa europea. Non sono ancora indicati corsi, finanziamenti o scadenze: l’intesa definisce un quadro di collaborazione, senza entrare nel dettaglio delle iniziative da realizzare.
Il progetto coinvolge lo Stato Maggiore della Difesa, la Direzione nazionale degli armamenti e il Centro alti studi per la difesa. Tra gli atenei figurano l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Politecnico di Torino e la Luiss. Sul fronte industriale partecipano Leonardo, Fincantieri, Mbda, Rheinmetall, Argotec, Elt Group ed e-Geos, società di Agenzia spaziale italiana e Telespazio. Sono coinvolte anche Aiad, la federazione delle aziende italiane dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza, e Navigo, realtà toscana della filiera nautica.
L’accordo si inserisce in un percorso avviato nel settembre 2025 con il primo Forum sul defence procurement e accompagnato da un volume pubblicato da Rubbettino. Il libro affronta le trasformazioni dello scenario geopolitico, le lezioni della guerra in Ucraina, le vulnerabilità energetiche e logistiche e lo sviluppo delle capacità militari nei domini convenzionali, spaziale e cyber, raccogliendo anche i contributi dei vertici di alcune delle principali aziende del settore.
La firma arriva mentre il rapporto tra ricerca civile e difesa è al centro di un confronto anche nelle università italiane. A maggio, il caso del Politecnico di Torino aveva riacceso il dibattito sulle collaborazioni accademiche con il comparto militare e sulle applicazioni delle tecnologie a duplice uso, civile e militare.
È proprio su questo terreno che il manifesto prova a intervenire, promuovendo una collaborazione più stretta tra formazione, ricerca e industria. La sfida sarà tradurre gli obiettivi dichiarati in iniziative concrete, mentre la competizione tecnologica e le esigenze di sicurezza rendono sempre più strategico il contributo delle università allo sviluppo delle capacità nazionali ed europee.
Francia e Germania sono sempre state come cane e gatto. Per almeno un secolo e mezzo, la politica europea è stata attraversata dalla loro rivalità. Oggi a riavvicinarle è il timore verso la sovraccapacità industriale cinese, anche perché il deficit commerciale dell’Unione europea con la Cina ammonta a un miliardo di euro al giorno. Il 5 ottobre Friedrich Merz ed Emmanuel Macron hanno scritto congiuntamente a Ursula von der Leyen chiedendo uno strumento per escludere un Paese terzo dal mercato unico. Obiettivo tacito, la Cina. Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginarlo, soprattutto da parte tedesca, poiché la Germania è legata a doppio filo alle imprese cinesi.
Non che Parigi e Berlino siano improvvisamente del tutto d’accordo su come proteggere l’industria europea. La posta in gioco riguarda l’intera base industriale, dall’acciaio alle tecnologie pulite. Proprio sull’automotive si erano trovate su fronti opposti. Sulle emissioni delle nuove auto al 2035, Berlino voleva obiettivi più leggeri mentre Parigi resisteva. Sull’Industrial Accelerator Act (Iaa), la proposta con cui Bruxelles vuole usare appalti e incentivi pubblici per sostenere la produzione europea, i ruoli erano invertiti. Parigi voleva un “Made in Europe” rigido, Berlino temeva di escludere partner importanti e di spezzare le catene di fornitura della sua industria. Il 16 ottobre, l’armistizio. La Francia ha accettato un obiettivo di riduzione delle emissioni delle nuove auto del 90% entro il 2035; la Germania ha accettato un criterio “Made in Europe” per l’auto nell’Iaa. Entrambi i dossier sono ingabbiati nel trilogo, e il compromesso politico rimane tutto da tradurre in realtà.
È stata la Cina a spingere Francia e Germania verso l’intesa. A metà giugno i leader europei avevano chiesto alla Commissione di provare la strada del dialogo con Pechino per riequilibrare il deficit commerciale, preparandosi a intervenire se entro l’autunno non fossero arrivati risultati. Il 29 giugno Maroš Šefčovič, Commissario europeo al Commercio, e il ministro cinese del Commercio Wang Wentao hanno così inaugurato le Eu-China Trade and Investment Consultations. Il primo banco di prova è stato l’automotive. Nel 2024 l’Ue aveva imposto dazi sulle auto elettriche cinesi ma non sulle ibride, e i produttori cinesi hanno sfruttato la falla. Quando Pechino ha rifiutato di limitare le esportazioni, la Commissione ha iniziato a preparare una reazione, un cosiddetto “strumento di salvaguardia”. Lo strumento è rapido ma ha un difetto. Le regole dell’Omc impongono di applicarlo a tutti, senza discriminazioni. Per fermare la Cina, Bruxelles avrebbe colpito anche Regno Unito, Giappone, Corea del Sud e gli altri partner. È l’obiezione che si sente spesso a porte chiuse a Bruxelles: le salvaguardie colpirebbero soprattutto i paesi like-minded.
È qui che si situa l’iniziativa Macron-Merz. La loro lettera del 5 ottobre propone un nuovo strumento, diverso da quello di salvaguardia, per reagire in maniera rapida alle distorsioni commerciali, fino a interrompere l’accesso al mercato interno. La minaccia è bastata, e il 9 ottobre Pechino ha accettato un tetto di trecentocinquantamila auto ibride nel primo anno: meno della metà di quelli attesi, ma comunque più di quelli importati nel 2025. In cambio, Pechino ha accettato anche di continuare a facilitare le licenze per l’esportazione verso l’Europa di terre rare e magneti permanenti.
È un compromesso che mostra insieme la forza e i limiti dell’Unione europea. L’accesso a un mercato di quattrocentocinquanta milioni di consumatori offre a Bruxelles una leva che Pechino non può ignorare. Ma colpire in maniera mirata un singolo concorrente sleale senza coinvolgere gli alleati è piuttosto difficile. È il problema che l’Europa sta cercando di risolvere con l’Iaa. In Parlamento sono stati depositati circa cinquemila emendamenti e anche i grandi gruppi come il Partito Popolare sono divisi tra due impostazioni: partire da un numero ristretto di Paesi e ammettere progressivamente i partner che rispettano determinate condizioni, oppure partire da un perimetro più ampio e lasciare alla Commissione il compito di escludere chi non garantisce reciprocità. Anche gli Stati stanno cercando un compromesso: la presidenza irlandese del Consiglio ha proposto di valutare l’accesso prodotto per prodotto e Paese per Paese, sulla base degli impegni commerciali assunti dall’Ue. È in questo negoziato che acquista peso l’armistizio del 16 ottobre. Francia e Germania propongono una possibile via di mezzo: un “Made in Europe” aperto anche ad alcuni partner europei esterni all’Unione, a condizione di reciprocità e di allineamento alle regole europee. Che questo diventi un paradigma per tutti i settori non è scontato, considerando che ognuno ha interessi divergenti. Ad esempio, chi produce acciaio chiede definizioni strette, mentre i settori più integrati nelle catene globali temono di perdere fornitori e mercati.
Dopo anni passati a discutere se l’Europa debba proteggere più attivamente la propria industria, qualcosa si muove. Quali prodotti considerare europei, quali partner ammettere nel “Made in Europe” e quali condizioni chiedere in cambio? Il compromesso Macron-Merz non risolve ancora queste domande. Ma il fatto che Parigi e Berlino abbiano cominciato a formularle insieme è una novità importante.
A inizio ottobre, in Spagna, il raccolto di cachi era già stato ridimensionato prima di entrare nel vivo: l’Associazione spagnola del frutto stimava una resa di meno di 240 mila tonnellate contro un potenziale iniziale vicino a 320 mila. Tre grandinate hanno danneggiato i frutti, mentre il caldo ha rallentato la raccolta. Sul mercato arriva intanto un cachi trasformato dalla tecnologia, diverso da quello che si mangiava un tempo. Per generazioni, il cachi è stato un frutto da aspettare: le nonne li raccoglievano ancora sodi, e li lasciavano sopra gli armadietti della cucina, per far ammorbidire la polpa fino a diventare quasi una crema, da gustare con il cucchiaino. Assaggiato troppo presto, lasciava in bocca una sensazione asciutta e ruvida, l’astringenza tipica del frutto, provocata dai tannini solubili. Ma oggi che la frutta è un bene commerciale, il problema di averli così maturi, delicati e deperibili li rende poco adatti alla grande distribuzione.
E infatti, da qualche anno, accanto ai cachi morbidi, si vendono quelli da mordere come una mela. L’espressione «cachi mela» descrive la consistenza, senza identificare una sola varietà né un’unica tecnica produttiva. Alcune cultivar, come Fuyu e Jiro, sono naturalmente non astringenti già quando la polpa è soda. Altre, come Rojo Brillante, richiedono un trattamento dopo la raccolta. L’aspetto è simile mentre il percorso produttivo cambia.
La svolta che hanno reso i cachi buoni anche senza il riposo e hanno cambiato la loro consistenza è arrivata grazie alla scienza, dalle camere di deastringenza. Per i Rojo Brillante la ricerca ha individuato un trattamento con atmosfera ricca di anidride carbonica, circa il 95 per cento per 24 ore a 20 gradi. In queste condizioni il frutto produce sostanze che rendono insolubili i tannini responsabili dell’allappamento, mantenendo la consistenza soda. Il frutto diventa così vendibile prima di essere molle, con tempi di manipolazione più compatibili con la distribuzione moderna e soprattutto con una consistenza che piace ai più. Il caco è un frutto divisivo, e chi ne ama la morbidezza filante si contrappone a chi lo trova addirittura immangiabile proprio per la sua natura scioglievole.
La Spagna ha costruito attorno a questa nuova possibilità una intera filiera. Nella Ribera del Xúquer, vicino a Valencia, Persimon è un marchio registrato che identifica i Rojo Brillante della denominazione d’origine, pronti da consumare e croccanti, dove una tecnologia successiva alla raccolta è diventata un’identità commerciale.
La trasformazione continua nella conservazione. Per allungare la vendita oltre le settimane centrali dell’autunno servono refrigerazione, controllo dell’umidità e gestione della maturazione. Secondo Benito Orihuel, esperto di tecnologie dedicate alla frutticoltura, le conservazioni possono arrivare a 40, 50 o 60 giorni, ma espongono a rischi: alterazioni interne, danni da manipolazione e infezioni fungine che emergono durante lo stoccaggio. Proprio per evitare questi problemi, in questa filiera si impiega anche l’1-MCP, una sostanza che rallenta l’azione dell’etilene, l’ormone vegetale coinvolto nella maturazione. La praticità ha un costo tecnico e produttivo da tenere in considerazione.
Anche in Italia il cambiamento è visibile. Nel 2026 Agribologna ha presentato per la grande distribuzione cachi Rojo Brillante a polpa soda coltivati in Romagna, confezionati in coppia per un peso di 600 grammi. Segno che il destino di questo frutto è segnato anche da noi, e va nella direzione della praticità di stoccaggio e consumo.
La stagione 2026, comunque, mostra quanto sia fragile il modello fondato su disponibilità regolare e aspetto uniforme. In area valenciana, secondo l’associazione dei produttori, alcuni appezzamenti colpiti dalla grandine hanno perso tra l’80 e il 100 per cento dei frutti. Le superfici coltivate, scese da 18.500 a circa 14 mila ettari, si sono stabilizzate negli ultimi due anni, ma l’associazione segnala costi crescenti e difficoltà di ricambio generazionale. Se anche lavoriamo post raccolta, e siamo in grado di modificare la consistenza del frutto, dobbiamo comunque preoccuparci per quel che succede prima, perché il nodo è sempre legato alla terra e al clima, quando parliamo di frutta e verdure.
Il cachi resta un frutto autunnale, ma il suo destino commerciale dipende sempre meno dalla sola maturazione sull’albero. La vera innovazione è aver separato due eventi che un tempo coincidevano: perdere l’astringenza e diventare morbido. È bastato questo per far entrare un frutto da cucchiaino nella logica della frutta da mordere.
Si spera che non accadrà nulla di grave, ma è possibile che sabato prossimo la Repubblica italiana si troverà di fronte a una prova difficile: dovrà rispondere alla violenza con gli strumenti democratici dello Stato di diritto. Il che non significa debolezza o resa, ma esercitare l’autorità pubblica, far rispettare le leggi, proteggere i cittadini, isolare i violenti e assicurare alla giustizia chi trasforma una manifestazione in un campo di battaglia. Le leggi esistono già: vanno applicate possibilmente meglio di quanto non si sia fatto a Milano nel weekend scorso, e ancora non si sono capite le ragioni di una mezza disfatta sul campo.
Il 24 si prevede un’altra giornata pesante. C’è da augurarsi che l’intelligence sappia interpretare il tam tam informatico che “dirige” gli Incappucciati e i ragazzini malati di nichilismo per prevenire i disordini. Ieri nel capoluogo lombardo si è tenuto un vertice delle forze dell’ordine, c’erano anche Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti – una presenza quest’ultima un po’ inquietante, come a voler ergersi a ministro dell’Interno ombra.
C’è da chiedersi cosa la destra pensi di fare. Fulminati dal Quirinale i propositi più bellicosi, ma soprattutto giuridicamente insostenibili, covati dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la prova di sabato verrà affrontata senza misure eccezionali.
Dopodiché, dinanzi a un movimento che non è un movimento ma uno sciame di ribellismo senza obiettivi, può succedere qualsiasi cosa. Se la giornata sarà pacifica, il governo faticherà a sostenere l’esistenza di un’emergenza tale da giustificare misure eccezionali. Se invece torneranno sugli schermi immagini di cassonetti incendiati, vetrine sfondate e agenti aggrediti, Meloni potrebbe presentarsi al Paese con una spiegazione pronta: è accaduto perché non ci hanno consentito di approvare le leggi richieste. La responsabilità ricadrebbe così non solo sui violenti, ma anche su chi avrebbe impedito al governo di dotarsi di strumenti più duri. Sarebbe un gioco molto pericoloso. Si avviterebbe l’antica spirale di violenza. Riapparirebbe da una parte la debolezza di uno Stato che non sa difendere i cittadini e dall’altra l’evocazione di maniere forti al di là dello Stato di diritto.
Certo, se sabato ci saranno violenze, lo Stato dovrà intervenire con determinazione: nessuna indulgenza verso chi aggredisce gli agenti, devasta le città o usa una manifestazione come copertura. Il governo è dunque davanti forse alla sua prova più difficile.
Ma sbaglierebbero le opposizioni se pensassero che si tratta di un problema solo di Meloni. Il centrosinistra finora ha fatto i soliti discorsi sul disagio sociale per condire la scontata condanna della violenza ma poteva fare di più, per esempio organizzando subito una manifestazione contro la violenza. Nemmeno il Pd, che pure è erede di partiti prontissimi a dare una risposta civile, ha prodotto qualcosa di significativo malgrado avesse l’occasione – l’assemblea nazionale di domenica, all’indomani dei fatti di Milano – per un’analisi seria e una responsabile presa di posizione.
La vera sfida di sabato dunque riguarda la tenuta della politica. Vale per il governo in primo luogo. Ma se il gioco si fa duro, il centrosinistra deve cominciare a giocare in prima persona, a difesa delle istituzioni e della libertà nelle nostre città e anche per replicare con i fatti alla campagna della destra che già indica nelle opposizioni i sodali dei violenti. Un minimo di iniziativa, su.
C’è una frase che a certi amici di Guccini piace tantissimo ripetere, è una frase su certi limiti del pubblico con la quale il maestrone sintetizzava egregiamente la questione, è una frase in dialetto perché Guccini era consapevole della maggior efficacia del dialetto nel veicolare un certo sbrigativo sprezzo, è una frase cui penso tantissimo durante lo spettacolo di Dario Brunori, “TuttoBrunori”, in un teatro bolognese.
Ve la dico dopo, prima devo dirvi che sono arrivata nel retropalco di Brunori, prima che cominciasse lo spettacolo, e indossavo dei ridicoli occhiali da sole, perché come spesso mi accade avevo perso gli occhiali da vista nel disordine, senza sono orba, e quindi avevo risolto con occhiali da sole graduati, che alle nove di sera al chiuso ti fanno sembrare un po’ Silvio con l’uveite un po’ Aristotele Onassis.
Per consolarmi dal mio imbarazzo, Brunori mi ha raccontato che sere prima, a Firenze, c’era in platea uno col cappellino e gli occhiali da sole, per non farsi riconoscere, e quell’uno era Matteo Salvini, ma a lui che era sul palco di Salvini in platea l’hanno detto solo dopo – e adesso che vedi lo spettacolo, si sono affrettati a rimarcarmi tutti, vedrai quanto è assurdo che ci fosse Salvini, chissà cos’ha pensato.
E lo vedo, perché nello spettacolo c’è Salvini, non in platea, ma come coprotagonista di uno dei frammenti del lungo monologo che è il nucleo di questo preciso spettacolo di Brunori Sas (che più che un nome d’arte sembra un’identità da picchiatello dell’internet convinto di non poter dire col suo vero nome che a lui la panna nella carbonara piace), dove le canzoni sono molto attese dal pubblico per l’incantesimo della rima e del poter fare da coro, ma a stare attenti (neppure troppo) si capisce che stanno lì per spiegare quei monologhi: sono le cose che gli sono successe per fargli scrivere quelle canzoni, il modo in cui gli sono venute in mente, l’architettura. Sì, quella del suo cuore che avete sentito a Sanremo, ma pure quella di Leonardo da Vinci se andrete a teatro.
In quel frammento lì Dario Brunori dice una cosa che dicono tutti gli scemi, cioè che ai Salvini del mondo mica può piacere De André – «o non hanno capito loro, o non abbiamo capito noi» – ma la dice in un modo non da scemo. La dice nel modo in cui dice le cose lui, pieno di dubbi e di autoironia e di contraddizioni e di umanità, ma il pubblico questo livello qui non lo vede. Sarà che siamo a Bologna, e quello bolognese è il più complessato dei ceti medi, il più stolido, il più ideologico, ma a me sembra che siano un algoritmo: colgono le parole chiave, quelle di fronte alle quali avere soddisfazioni di Pavlov, mica i toni.
Brunori dice che con tutti i Salvini cui piacciono i De André gli viene il dubbio che fare il cantautore sia diventato di destra, ma no, perché lui canta per tutte le associazioni benefiche, scrive tutte le cose giuste, e insomma gli è chiaro d’essere la figurina cliché del cantautore di sinistra; lui dice così sul palco, e loro in platea emanano l’ottusa soddisfazione del liceale con la maglietta di Che Guevara che squarciagola «trionfi la giustizia proletaria», solo che hanno l’età mia e il mutuo e la babysitter da pagare quando tornano a casa.
A un certo punto c’è un pezzo favoloso in cui la questione «genocidio» viene dibattuta in una riunione milanese, dove uno vestito da milanese e che parla come un milanese dibatte del “brief genocidio”, chiedendosi se stiano ottenendo gli obiettivi aziendali o se si stiano facendo battere dal Ruanda, e oltre a «brief» ci sono altre cento parole in aziendalese, ma neanche questo fa sì che il pubblico in platea sappia distinguere tra oggetto e bersaglio della satira.
È allora che la signora di fianco a me tira fuori dalla sua brava borsetta la sua brava bandiera della Palestina, la dispiega, la solleva sopra la testa. La prima cosa che penso è: ma quella dietro così non vede più niente. La seconda cosa che penso è: guarda, una che pensa che questo pezzo parli di genocidi e non di milanesi. La terza cosa che penso è: tu vai in giro con una bandiera della Palestina in borsa? Ma io voglio conoscerti, io voglio parlarti, io voglio studiarti.
Ma non è la sbandieratrice il primo punto dello spettacolo in cui penso a quella frase di Guccini. Il primo frammento di monologo inizia con una dichiarazione d’intenti poetici, «Io mi chiamo B.», di cui mi chiedo quanti in sala capiscano il riferimento, poi B. passa per la madre che gli chiede come possa andare a Sanremo, «cumu ti ci presenti cu ’sta panza a Sanremo, pari Pavarotti», per il padre che tutta la vita ha votato fiamma tricolore e ora il figlio va da tutti quelli che gli stavano sul cazzo, Fazio, Gramellini, «in una parola: Rai3», per il fisioterapista che gli rimprovera che la sinistra non lotti più contro i ricchi («Mimmo, con tutta la buona volontà: ma come facciamo a lottare contro noi stessi?»); ma la serata esalta il pubblico in sala in misura che per le altre due ore e spicci non è nemmeno paragonabile quando Dario e Simona – madre di sua figlia e corista e tutte cose – duettano dicendosi «Ti amo».
Potrebbe essere la scena d’un reality, cioè dell’unico linguaggio che capisca ormai non solo il pubblico di Sanremo, non solo il pubblico di Angelo Duro, non solo il pubblico di Sal Da Vinci, ma anche e soprattutto il pubblico che si percepisce raffinato venendo a vedere il santino dei cantautori di sinistra.
Più avanti succede un’altra cosa, e io non so se la sbandieratrice alla mia sinistra la sapesse, fosse venuta equipaggiata perché informata su quel preciso pezzo di monologo, potrei restare a domandarglielo ma chi legge questa pagina non si stupirà se dico che l’urgenza di andare a farsi un gin tonic in camerino prevale sempre su quella del giornalismo investigativo.
Succede che Brunori racconta d’un suo spettacolo al quale si svolge la scena che ormai c’è a tutti i concerti, quella che ti garantisce pubblicità gratuita perché fa finire il concerto nelle homepage di tutti i giornali, quella che esalta i giornalisti di spettacoli perché se ci mettiamo di mezzo il tema importante ci strillano l’articolo in prima pagina, il dirottamento preferito dalla fotogenia (vuoi mettere che macchia di colore, quella bandiera) e dai giornalisti che per venire finalmente filati dalla direzione se ne fottono di Mimmo e ti chiedono di Ed Sheeran e di De Gregori.
I capitoli di monologo hanno dei titoli che compaiono nello schermo dietro di lui, quello della scena che conosciamo tutti ma vista dal lato del cantante s’intitola “1 minuto e 20”, Brunori racconta di sé stesso sul palco che vede quello che gli agita la bandiera davanti perché vuole la prenda (neanche dice di che bandiera si tratti, non c’è bisogno: esistono altre bandiere, in questa stagione dell’economia dell’attenzione?). Lo vede e non sa che fare.
Se la prende il pubblico si esalterà, ma mica l’impegno politico può diventare marketing, mica si può perdere il diritto al silenzio, lui è pieno di dubbi e, siccome è uno che sa fare il proprio mestiere, descrive questo sbandieratore nel modo più facilmente credibile, come un ventenne, che «mi sorride come chi non ha nessun dubbio».
Che è una condizione che, nel mondo di prima, affliggeva solo i ventenni, ma la sbandieratrice sessantenne alla mia sinistra sorride come una bambina a Natale, meno male che la bandiera se l’era poggiata in grembo e non l’aveva messa via, così ora può sollevarla certa che Brunori sia con lei, mentre Brunori dice che nella scena che sta raccontando gli danno «un minuto e venti per sciogliere il nodo mediorientale, loro sono ottant’anni che ci lavorano», ma lei sbandiera felice, lei non ha dubbio alcuno che sia lei al concerto di Brunori, lei con un pezzo d’acrilico colorato in borsetta, a poter un domani dire ai nipoti «La pace nel mondo fu merito nostro».
Quando alla fine Brunori racconta che, in quella scena, la bandiera l’ha infine presa, lei – che già della riflessione e dei dubbi e delle considerazioni sul marketing se ne fotteva – si percepisce finalmente vincitrice: sta nella stessa curva di tifoseria di quello sul palco. E – lo so che non mi crederete, e se non fosse successo nella poltrona di fianco non ci crederei neanch’io – poggia un attimo la bandiera e fa il gesto che faceva Alberto Sordi nei “Vitelloni”, e io non so chi stia mandando affanculo, Ed Sheeran, De Gregori, la coscienza tormentata di Brunori, Miss Italia che la pace nel mondo non l’ha ottenuta e lei sì. So però che aveva ragione Guccini quando diceva: in capésen un cazz’.
Doveva essere andata così: mentre dormiva lo avevano prelevato, condotto in un rifugio alpino e messo a letto, il più comodo in cui Ludovico Spinazzola si fosse mai svegliato. Solo in questo modo poteva spiegare perché di fronte a sé non avesse la tv che ogni notte lo aiutava a prendere sonno, ma un filare di montagne maestose e innevate.
Alzò la testa dal cuscino quel tanto da permettergli un più agile punto di osservazione. Siccome non bastava, le andò dietro con il busto. La spinta fu così energica che rischiò di ruzzolare giù dal letto: da anni gli addominali non rispondevano con tale prontezza. Pensò che sentirsi leggeri non era normale, non per lui, un sessantenne cardiopatico fortemente sovrappeso. Ma pensò anche che tutto sommato non era una sensazione sgradevole. Un’altra cosa non tornava: sentiva la pelle nuda contro le lenzuola, come se avesse addosso solo un paio di boxer. Che fine aveva fatto la camicia da notte? Per dare una sbirciata là sotto sollevò il piumone con circospezione, e allora sì che per poco non gli venne un colpo.
Quelle non erano la sua pancia né le sue ginocchia, bensì la pancia e le ginocchia di un altro; e mica di un altro qualsiasi, ma di un tizio incomparabilmente più in forma di lui. Non credendo ai propri occhi, portò le mani al viso, prima una, poi l’altra: la barba era scomparsa, i capelli erano ricresciuti. Forse durante la notte era stato sottoposto a una specie di… Una specie di cosa? Non ne aveva la più pallida idea. Nel timore che anche la voce – la sua voce tonante, pastosa – potesse aver subito chissà quale trasformazione, deglutì ricacciando gli strilli in gola.
A costo di sentirsi ancora più ridicolo, Ludovico si alzò e cominciò a saltellare in mezzo alla stanza. In teoria, quella nuova elasticità alle ginocchia avrebbe dovuto entusiasmarlo. In pratica lo annichiliva. Pur di non restare fermo, prese a camminare nervosamente, avanti e indietro. La camera era ampia, scaldata in modo delizioso, arredata con il lusso impersonale degli hotel di alta gamma, il genere di sfarzo moderno per cui Ludovico nutriva avversione. Oltre l’ampia vetrata il paesaggio, rischiarato dal sole del mattino, aveva un aspetto primordiale. Niente di strano se ad animarlo fosse sbucata una famiglia di cavernicoli, con tanto di pelliccia e di clava.
A colmarlo di un sentimento ancora più strano, sospeso tra euforia e sgomento, si aggiungeva un’inedita percezione delle cose intorno. Era come se tutto fosse vivido, a fuoco, e proprio per questo assai più sinistro.
Ansimante, sudato, il battito cardiaco fuori controllo, si piantò di fronte a una porta scorrevole. Qualcosa gli diceva che aprendola avrebbe capito tutto. Esitò. Dopo aver messo alla prova i nuovi polmoni, inalando un’euforizzante scorta di ossigeno, con lentezza fece scorrere il pannello ritrovandosi in una specie di boudoir, un disimpegno rivestito di specchi che divideva la camera da letto dal bagno. A quel punto il solo modo per sfuggire all’evidenza sarebbe stato chiudere gli occhi. Ma ciò che aveva appena scorto era così mostruoso che si impose di tenerli aperti.
Per quanto digiuno di certe cose, non lo era al punto da non rendersi conto che il tizio in cui si era trasformato – eccolo là, riflesso a grandezza naturale, se non per i boxer nudo come un’anguilla, il viso stravolto di chi ha appena visto uno spettro – era Ethan Kaffee. Proprio lui, il divo di Hollywood.
Non che a Ethan le cose andassero meglio, tanto più che di motivi per credersi pazzo ne aveva parecchi anche lui. A cominciare dall’omino minaccioso che gli si era parato davanti. Vietnamita, messicano, eschimese, poteva essere qualsiasi cosa. Ma il punto non era questo. Il punto era che fosse lì e non gli togliesse gli occhi di dosso. Anzi, no, il punto era un altro ancora. Che lui, Ethan Kaffee, si fosse svegliato in un luogo mai visto prima, in stato confusionale, in condizioni fisiche pessime.
Aveva freddo in testa, come se durante la notte lo avessero rapato a zero. Aveva la lingua gonfia, la barba lunga, il respiro corto. Un allarmante formicolio non smetteva di corrergli lungo gli arti intorpiditi. E come se non bastasse la vista era appannata. Doveva calmarsi, riprendere il controllo, non lasciarsi sopraffare. “Non dimenticarlo, Ethan Kaffee è l’uomo senza paura.” Gran bell’incoraggiamento, peccato che Ethan pensasse a sé in terza persona solo quando era davvero terrorizzato.
Con il cuore in gola, serrando disperatamente le palpebre, provò a fare mente locale.
Allora, era andato a letto presto, su questo non c’erano dubbi. Lo faceva sempre nelle settimane che precedevano l’inizio delle riprese, e quell’anno più che mai: all’imminente compleanno di Nostro Signore si sommava il secondo anniversario della morte di Joel, il suo unico figlio. Per questo si era andato a isolare nel suo chalet sulle Montagne Rocciose, con il solito, piccolo staff al seguito – governante, chef, personal trainer e Yael, la bodyguard che aveva rubato alle forze speciali israeliane. Del selvaggio Colorado amava soprattutto il modo lento in cui le ore s’accavallavano l’una sull’altra: mattine sugli sci, pomeriggi di meditazione, notti a dormire.
Ecco perché ciò che gli era apparso – per non dire di ciò che continuava a sentire – non poteva essere reale. Doveva trattarsi della coda di un sogno, o di un incubo: non a caso, prima di chiudere gli occhi, ogni cosa gli era sembrata opaca, come se avesse un velo sulle pupille.
Quando si decise a riaprirli, la vista non era migliorata, ma l’omino era ancora lì: talmente addosso che Ethan poteva percepirne l’alito variamente speziato.
«Ti sei addormentato un’altra volta in poltrona? Sei proprio un coglione.»
“Questo è davvero troppo!” ringhiò Ethan tra sé e sé. Va bene ritrovarsi nel posto sbagliato, con il fisico a pezzi, in balia di un astioso sconosciuto, ma, Dio del cielo, ricevere i suoi insulti in una lingua, l’italiano, che in teoria non avrebbe dovuto conoscere, ma che per chissà quale miracolo capiva perfettamente… Be’, questo sì che era assurdo.
«Avevi promesso che ci sareste andati piano… E invece, guarda» tornò a sfidarlo l’omino, «guarda come avete ridotto questo posto, la casa dei tuoi poveri genitori.»
Pile di piatti, file di bicchieri, cumuli di cicche e mezzi toscani schiacciati nei posaceneri… Allergico com’era a sporcizia e disordine, Ethan stava per discolparsi quando, accantonata la teoria di un incubo fin troppo nitido e persistente, si convinse di essere vittima di un rapimento. Per quanto azzardata, la congettura non era assurda: da mesi era sotto scorta. Prima lo avevano drogato, poi con il favore delle tenebre lo avevano condotto lì (già, ma lì dove?). Se non altro, ciò spiegava la nausea, il cerchio alla testa, le spalle anchilosate. Ma no, dài, l’omino aveva tutto fuorché l’aspetto del carceriere. Quanto al lì (il lì che Ethan stentava a riconoscere), non sembrava il classico covo in cui nascondere un ostaggio.
Gli tornò in mente un film girato una decina di anni prima, in cui interpretava la parte di una spia americana in missione a Parigi durante l’occupazione nazista. Rivide la scena in cui la partigiana francese – un’esordiente Marion Cotillard – lo nascondeva nella casa del padre antiquario. Ecco che aria si respirava, nel luogo in cui si era svegliato, l’aria viziata e soffocante di una dimora parigina del secolo scorso. I soffitti erano alti, le tappezzerie lussuose, le pareti piene di madonne e di putti incorniciati, gli scaffali zeppi di libri, mezzibusti e suppellettili. Il pezzo forte era l’arazzo che occupava per intero la parete a est del suo naso. Insomma, tutto, ma proprio tutto, puzzava di vecchia Europa. Parigi? Londra? Budapest?
Al netto della miriade di città visitate e delle migliaia di persone frequentate, Ethan stentava a credere che esistesse ancora qualcuno disposto a vivere in quella specie di museo delle cere. Lui, che di case ne possedeva parecchie – non proprio delle topaie –, in un appartamento del genere non ci avrebbe abitato per niente al mondo!
«Su, Ludovico, datti una mossa. Ci aspetta il dottor Licalzi. Fatti il bagno e cambiati. Io scendo in garage a prendere la macchina.»
“Ora basta” pensò esasperato. Già da un po’ lo scherzo aveva passato il limite. Lui era Ethan Kaffee, Cristo santo. Una volta, durante una pericolosa spedizione in Mali, un’intera tribù di Tuareg gli aveva chiesto un selfie. Se la memoria non lo ingannava, ne avevano preteso uno anche per i loro cammelli.
Ethan fece per alzarsi. O almeno ci provò. Tutto si sarebbe aspettato ma non che una forza uguale e contraria lo ricacciasse indietro; tutto avrebbe creduto ma non che un dolore lancinante, esploso come una bomba nel bacino, s’irradiasse ovunque, e così in fretta da mozzargli il fiato.
«Calma» disse l’omino con voce stranamente sollecita, «ti fai male. Lascia che ti aiuti.»
Per Ethan Kaffee il corpo era un tempio, lo era sempre stato. Alla professione di questa fede aveva improntato ogni scelta di vita: spirituale, atletica, alimentare. E ora? Come spiegare il crollo repentino? Non fece in tempo a chiederselo che un nuovo impulso si impossessò di lui. Sollevò le braccia il tanto da permettergli di guardarsi le mani: erano lisce, paffute, inanellate.
«Ma insomma, si può sapere che cazzo succede?» piagnucolò, e sentendo che lo stava facendo in italiano avvertì un tuffo al cuore.
«Non succede niente, Ludovico. Ieri hai compiuto sessant’anni, hai fatto un po’ di baldoria, come al solito, anche se avevi promesso di no. E come al solito ti sei addormentato sulla poltrona. Ma ora ci sono qua io, il tuo Carlito.»
«Chi?» biascicò Ethan.
«E questi?» disse lo sconosciuto. «Ti erano caduti. Tieni, mettiteli.» E gli mise in mano un paio di occhiali.
Solo dopo averli inforcati, Ethan ne fu certo: non era un sogno
La Russia può trasformare una casa di villeggiatura in un avamposto per operazioni ostili. E il Nord Europa sta cominciando a prenderne atto. È il quadro che emerge da un’inchiesta del Telegraph, secondo cui le autorità di Svezia, Lituania e Norvegia stanno intervenendo su centinaia di immobili collegati a cittadini russi, acquistati nei pressi di basi militari e infrastrutture strategiche.
Il caso più delicato riguarda Muskö, in Svezia, dove una proprietà di sette camere da letto, riconducibile alla moglie di un oligarca russo vicino a Vladimir Putin, si trova all’ingresso di una base navale. Il ministro della Difesa svedese Pål Jonson ha annunciato l’intenzione di acquisire l’immobile, giudicato una minaccia per la sicurezza della struttura. Secondo le autorità, la proprietà rappresenta una falla nella protezione della base, anche di fronte alla crescente minaccia dei droni.
In Lituania, immobili legati a cittadini russi sono stati individuati nei pressi di aeroporti, basi aeree e aree di addestramento militare. In Norvegia, alcune baite di proprietà russa si trovano vicino alla base di Bardufoss, che ospita caccia F-35. Secondo gli esperti citati dal quotidiano britannico, queste proprietà potrebbero essere utilizzate per osservare i movimenti militari, conservare attrezzature, preparare sabotaggi o lanciare droni.
Il punto, però, è più ampio della singola operazione. La proprietà immobiliare può diventare uno strumento di accesso a luoghi sensibili, soprattutto quando la sorveglianza si concentra sull’acquisto in sé e trascura il contesto in cui avviene.Non è necessario dimostrare che ogni compravendita nasconda un piano ostile: basta riconoscere che un immobile collocato in una posizione strategica può creare una vulnerabilità da sfruttare durante una crisi.
È una logica che si inserisce nel repertorio delle operazioni coperte attribuite a Mosca. La raccolta di informazioni, la sorveglianza e la preparazione di azioni di disturbo non richiedono necessariamente agenti sotto copertura o infrastrutture clandestine. A volte possono beneficiare di una presenza apparentemente ordinaria, resa possibile da un acquisto regolare. Il Telegraph richiama anche altri casi svedesi, tra cui una chiesa ortodossa russa vicina a un aeroporto strategico, sulla quale le autorità hanno sollevato sospetti di attività di spionaggio.
Le reazioni dei lettori alzano un ulteriore punto: il problema non è esclusivamente europeo. Negli Stati Uniti sono state sollevate preoccupazioni analoghe per immobili acquistati da soggetti cinesi vicino a installazioni militari. Il confronto invita a evitare allarmismi selettivi: il criterio dovrebbe essere la vulnerabilità strategica, indipendentemente dalla nazionalità dell’acquirente, e la capacità delle autorità di verificare i rischi.
La notizia relativamente positiva, sottolineata anche nei commenti all’inchiesta, è che questa volta il problema è emerso e alcuni governi stanno agendo. La Svezia ha rafforzato i poteri di controllo sugli immobili sensibili e la Lituania ha introdotto restrizioni agli acquisti russi vicino a siti strategici.
Resta da capire quanto questi interventi saranno efficaci e quanto rapidamente potranno essere applicati. Servono controlli preventivi, verifiche sui beneficiari effettivi delle proprietà e un coordinamento più stretto tra autorità centrali, amministrazioni locali e responsabili della sicurezza. Perché individuare una vulnerabilità dopo che è diventata pubblica è importante; impedire che venga sfruttata è il vero obiettivo.
A Taybeh, nella Valle del Giordano, la mattina presto e poi di nuovo al tramonto, due gruppi di israeliani si fronteggiano davanti a un accampamento che non appartiene a nessuno dei due. Da una parte ci sono i ragazzi della Gioventù delle Colline, scesi dagli avamposti circostanti spingendo un gregge sempre più vicino alle recinzioni perimetrali, con cesoie e bastoni in mano. Dall’altra un professore, un dottore, un antropologo, due studentesse universitarie, e una coppia il cui figlio indossa la divisa dell’esercito israeliano. In mezzo, concitata, la famiglia palestinese che nell’accampamento ci vive.
Lo scontro, inizialmente destinato a contrapporre israeliani e palestinesi, si gioca qui tra israeliani e altri israeliani. E la domanda che solleva è: chi decide, in fin dei conti, chi è un vero israeliano?
Nelle città israeliane c’è chi liquida i coloni violenti come terroristi, estranei alla società: «Non li sento parte del mio popolo», si sente dire spesso, a Tel Aviv come altrove, «e non la ritengo una questione che mi riguarda». Ma c’è anche chi li considera la propria avanguardia e accusa gli attivisti di essere «ebrei che odiano sé stessi»: un’espressione che riduce una posizione politica a una patologia, Israeliani che hanno scelto la parte sbagliata e che stanno lì, in mezzo, a fare da scudo al nemico.
Fare da scudo, in effetti, è precisamente quello che stanno facendo. La chiamano presenza protettiva: riempire con il proprio corpo lo spazio tra i coloni e le proprietà palestinesi, e restarci finché gli aggressori non si allontanano.
Le missioni sono fatte quasi interamente di attesa e scomodità. Aria condizionata, ventilatore, un frigorifero o anche solo acqua fresca che non sembri un brodo sono lussi lontani, lasciati in città. C’è invece il sole che picchia da mattina a sera, un gradino polveroso o un secchio di plastica scheggiata su cui sedersi, e un vicino con cui non si riesce a scambiare una parola, perché lui parla arabo e non capisce l’ebraico.
Occasionalmente, le donne musulmane sedute fuori offrono tè in tazzine piccole ed estremamente zuccherate. Il padrone di casa un po’ russa e un po’ fuma. I giovani uomini spostano attrezzi avanti e indietro oppure guardano il cellulare.
Gli attivisti cercano di intrattenersi parlando tra loro di politica, filosofia e storia, mentre tengono lo zaino sempre pronto e le GoPro agganciate ai vestiti. Quando l’attesa si rompe, bisogna alzarsi in fretta.
Non sono una manciata di eccentrici. Ogni giorno centinaia di israeliani ripetono lo stesso gesto, da soli o dentro una rete di organizzazioni che negli ultimi anni si è moltiplicata: “Looking the Occupation in the Eye”, “Unarmed Civilian Protection in Palestine”, “Jordan Valley Activists”, “Rabbis for Human Rights”, “Bnei Avraham”, tra le altre. Rifiutano di essere chiamati pacifisti. «Tutti gli idealismi, prima o poi, finiscono per diventare distruttivi», spiega a Linkiesta l’artista e attivista Udi Salmanovich durante una missione di presenza protettiva. Sulla scia del pensiero di Isaiah Berlin, Udi vede nell’idealismo, inteso come ordine che pretende di imporsi alla società per realizzare una visione assoluta del bene, una forza di distruzione. «Io non sono un pacifista. So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Non abbiamo il monopolio dell’idiozia: ci sono idioti anche dall’altra parte. Ma io sono israeliano, e sono qui per difendere i valori che vorrei vedere nel mio Paese». Lui e sua moglie Paula partecipano regolarmente in missioni di presenza protettiva, proteste e manifestazioni, mentre il loro figlio maggiore presta servizio nell’esercito israeliano come combattente.
Lungi dall’assomigliare ad anarchici in cerca di un’estate militante, sono membri attivi della società israeliana. Gente dai venti ai novant’anni, lucida e realista, che conduce una vita strutturata da famiglie e lavori, e che ha deciso di passare il proprio tempo libero a lasciarsi bruciare dal sole in un posto dove non c’è niente da fare e le ore sono lunghissime.
Chiedo che cosa si aspettino dai palestinesi che difendono. È una domanda che ha un peso preciso dopo il 7 ottobre, quando militanti e civili palestinesi hanno ucciso, rapito e torturato proprio gli israeliani che si erano battuti per i diritti dei palestinesi. Tra loro c’erano Yocheved e Oded Lifshitz. Per anni avevano accompagnato personalmente malati di Gaza negli ospedali israeliani, ma furono rapiti entrambi dalla loro casa a Nir Oz. Yocheved, ottantacinque anni, fu rilasciata durante il primo scambio di ostaggi. Di Oded tornò soltanto il corpo, sedici mesi dopo.
Con un cenno verso la famiglia beduina seduta lì fuori, quella che non capisce l’ebraico e con cui non riesce a comunicare, Paula mi risponde: «Loro non sono nostri amici. Passiamo la giornata qui a proteggerli, loro ci offrono il tè, ma in un altro contesto forse non ci aprirebbero nemmeno la porta. Ma la pace non si fa con gli amici».
Per chi fa presenza protettiva, il diritto di quella famiglia a restare nella propria casa non dipende da che cosa quella famiglia pensi degli israeliani, né da quanto siano simpatici i suoi membri, né dall’innocenza collettiva del gruppo a cui appartiene. Non c’è reciprocità da verificare: è una posizione politica, non un sentimento. «È una battaglia lunga. Loro [i coloni] hanno dalla loro l’esercito, la polizia e gente al governo. Non possiamo pensare di fermarli in un giorno», mi dice Udi, spiegandomi che risultati si aspettano dalla propria attività. «Quello che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».
Ma una sola parola – coloni – racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. Oltre mezzo milione di israeliani vive oltre la Linea Verde del 1949, nell’Area C, che gli accordi di Oslo hanno lasciato sotto pieno controllo israeliano e la giurisdizione dell’esercito.
La maggior parte di loro non tira pietre a nessuno. Sono famiglie e giovani lavoratori che abitano insediamenti autorizzati dal governo, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.
Un’altra cosa sono gli avamposti: nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione, illegali anche secondo la legge israeliana. Per lo più si tratta di nuclei agricoli o pastorali, dove bastano un uomo, un gregge e qualche ragazzo del movimento della Gioventù delle Colline per mettere sotto controllo, con il solo pascolo, superfici enormi.
Sofia Tranchina
A maggio 2025 si contavano circa duecentosettanta avamposti nell’area, centotrentasei dei quali censiti come pastorali (Abu-Alsoud et al., 2026); lo Stato, spesso, li condanna a parole e li regolarizza a posteriori. «Quelli davvero radicali, che partecipano attivamente agli attacchi, sono circa quattrocento», racconta Idan Yaron, antropologo che per dieci anni ha studiato questi movimenti dall’interno. «Quelli che condividono la loro ideologia sono forse cinquemila».
Una minoranza, dunque, ma con un’influenza molto più grande dei suoi numeri e sostenitori persino tra ministri e parlamentari. I più violenti sono quasi tutti minorenni, poco scolarizzati e generalmente di estrazione modesta. Possono avere anche solo undici anni. Invece di andare a scuola, seguono i compagni più grandi e più forti, fungendo da diversivo mentre gli altri si occupano dei vandalismi. Per gli attivisti sono bambini a cui lo Stato dovrebbe garantire un’istruzione e la prospettiva di una vita migliore, trascinati invece dentro un progetto ideologico e mandati in prima linea a fare la propria parte. Raggiunta la maggiore età, molti si stabiliscono in un villaggio o una città riconosciuta, si sposano e fanno figli, passando il testimone a una nuova generazione di adolescenti.
Secondo l’ideologia del movimento tutti gli arabi sono terroristi. Eppure, nessuno sembra farsi problemi a mandare i propri bambini ebrei davanti alle abitazioni private di tali presunti terroristi.
Anche di sabato, quando la legge ebraica imporrebbe il riposo e vieterebbe una lunga lista di attività, tra cui guidare veicoli, tagliare recinti e filmare con il telefono, i coloni più radicali e religiosi non si fermano.
Per loro riconquistare tutta la Giudea e la Samaria, territori un tempo appartenuti agli ebrei, conta più dell’osservanza dello shabbat. Il loro argomento è che lasciare che questi territori cadano in mani nemiche «aprirebbe la strada alla conquista del resto di Israele», e la loro difesa riguarderebbe quindi la sicurezza collettiva. Vandalizzano cisterne dell’acqua, cavi elettrici, pannelli solari, recinti: tutto ciò che rende possibile abitare un luogo, nella speranza che gli arabi se ne vadano.
Qui lo scontro smette di essere soltanto una questione di terra e diventa una disputa sugli stessi valori ebraici. Perché, per chi si oppone ai coloni, appropriarsi di terra, intimidire pastori palestinesi o ampliare un avamposto non rientra in nessuno dei casi di esenzione dello shabbat.
Uno dei principali leader della presenza protettiva è infatti un rabbino, Rav Arik Ascherman, per il quale la difesa dei diritti umani universali è un obbligo religioso ebraico. Ascherman ha guidato per ventun anni Rabbis for Human Rights, partecipando di persona alle azioni sul terreno, che gli hanno procurato diversi arresti, processi e aggressioni. Nel 2017 ha fondato Torah of Justice.
Per gli attivisti, il Paese dal 7 ottobre non ha imparato niente e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», mi dice Paula durante l’attesa. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».
Il conto alla rovescia ha una data. Il 27 ottobre Israele va alle urne per eleggere la Knesset, in un voto che viene letto da molti come un referendum su Benjamin Netanyahu, che ha governato il Paese per quasi diciannove anni non consecutivi.
«Se le cose vanno male, a novembre molti lasceranno il Paese», aggiunge Paula. «Non ci sarà più posto per persone come noi. Già oggi ci chiamano terroristi. Un domani potrebbero arrestarci e lasciarci marcire in prigione». Il figlio di Udi e Paula, quello che serve nell’esercito come combattente, è tornato da Gaza cambiato.
«I nostri figli sono tornati da Gaza con incubi e traumi. È successo qualcosa laggiù, qualcosa di terribile che ancora non riusciamo a capire fino in fondo. Ma ho bisogno di credere che la maggior parte di loro abbia fatto tutto quello che poteva per evitarlo», mi dice, rabbuiandosi.
Lo dice sapendo che, nel giro di poche ore potrebbe essere un altro soldato, sempre con la divisa dell’Idf, a trascinarla via, se la trovano lì, a Taybeh.
Sofia Tranchina
Taybeh è stata dichiarata da poco zona militare chiusa, con divieto d’accesso ai non residenti, tra cui attivisti israeliani, stranieri e giornalisti. L’ordine è arrivato dopo che gli attacchi dei coloni della zona si erano fatti più violenti, con l’idea dichiarata di abbassare la tensione.
Ma ordini di questo tipo finiscono spesso per ottenere l’effetto opposto: chi doveva essere tenuto fuori resta dentro; chi guardava viene costretto a restare fuori. Nelle settimane successive alla chiusura, infatti, i residenti hanno continuato a denunciare incursioni quasi quotidiane nelle case e negli uliveti, danni alle proprietà e interruzioni delle forniture di acqua ed elettricità.
Gli attivisti però continuano ad andarci, sfruttando un punto cieco della procedura. Alla prima violazione di una zona militare chiusa può succedere semplicemente che venga mostrato loro formalmente l’ordine; è tornare nella stessa zona e rischiare di essere identificati di nuovo che fa scattare l’arresto. Per questo i gruppi si danno il cambio, ruotando da un’area all’altra per evitare che le stesse persone vengano identificate due volte nello stesso posto.
Lo fanno con l’amore di chi in Israele è nato e ci vorrebbe restare, di chi ama ancora il proprio Paese – anche se il Paese non ricambia fino in fondo – e si batte perché quel Paese somigli ai valori che crede dovrebbe incarnare.
E allora torna la domanda: chi rappresenta Israele? Chi guida di sabato per rompere un recinto, o chi sta seduto per otto ore al sole a guardare che non lo rompa?
La possibile fusione tra SpaceX e Tesla, annunciata da Elon Musk, rischia di concentrare nelle mani di un unico gruppo privato il controllo di infrastrutture sempre più decisive per l’economia e la sicurezza internazionale. E pone una domanda ineludibile al settore aerospaziale: quanto potere possono accumulare le imprese private in un settore da cui dipendono ormai anche le capacità militari degli Stati? Le due società hanno avviato una valutazione formale dell’operazione, che potrebbe creare un colosso da circa 3.500 miliardi di dollari. Musk vuole integrare la capacità produttiva di Tesla con le infrastrutture di SpaceX per finanziare l’espansione nell’intelligenza artificiale, fino alla costruzione di data center in orbita. Un progetto ancora pieno di incognite, come accade sempre con Musk, che potrebbe consolidare ulteriormente il primato americano nell’industria spaziale. Un primato costruito proprio da SpaceX grazie al dominio dei lanci commerciali e le comunicazioni satellitari.
La Cina sviluppa una propria industria sostenuta da grandi investimenti pubblici. L’Europa fatica invece a tenere il passo: dispone di competenze tecnologiche avanzate, ma sconta un ritardo nel modo in cui organizza e finanzia capacità spaziali. Una debolezza industriale diventata anche politica. Lo si è visto pochi giorni fa in Ucraina, quando le restrizioni al servizio satellitare Starlink di SpaceX hanno compromesso alcune operazioni militari, mostrando quanto Kyjiv dipenda da un’infrastruttura privata americana che gli alleati europei non sono in grado di sostituire.
I rapporti di potere nell’industria spaziale sono cambiati. Per decenni il settore è stato dominato dai governi; oggi il mercato più importante è quello dei servizi satellitari. Secondo l’Agenzia spaziale europea, nel 2025 la produzione di sistemi spaziali e i lanci valevano circa 75 miliardi di euro, contro i 490 miliardi delle attività che utilizzano infrastrutture satellitari. Reti ormai essenziali per l’economia e le operazioni militari, il cui controllo garantisce anche una crescente influenza politica.
Musk ha sfruttato prima dei concorrenti questa trasformazione: SpaceX ha ridotto i costi del trasporto orbitale riutilizzando il primo stadio del Falcon 9, contribuendo a raggiungere 165 missioni nel 2025. La scelta lungimirante è stata creare un cliente stabile per i propri razzi: Starlink. I lanci alimentano una rete che genera ricavi per finanziare nuove missioni.
La costellazione conta oltre 10.000 satelliti e 13,6 milioni di abbonati, offre connessioni anche ad aerei e navi ed è diventata essenziale in alcune operazioni militari. Gli altri concorrenti devono ancora costruire un sistema capace di sostenere questa scala industriale.
I profitti di Starlink consentono a Musk di finanziare l’espansione di SpaceX nell’intelligenza artificiale. Nel terzo trimestre il gruppo ha registrato ricavi per 14,58 miliardi di dollari, in crescita del 161 per cento. Di questi, 7,56 miliardi provengono dall’IA, che ha superato le comunicazioni satellitari per fatturato. Pur generando più ricavi, l’IA è ancora meno redditizia di Starlink: 431 milioni di dollari di utile operativo contro i 2,4 miliardi delle attività di connettività. La crescita richiede investimenti enormi, arrivati a 19,6 miliardi nel trimestre, in gran parte destinati alle infrastrutture di calcolo.
Le due aziende hanno già stretti rapporti finanziari: secondo il Financial Times, SpaceX ha acquistato quasi un miliardo di dollari di prodotti Tesla, mentre i due miliardi investiti da Tesla in xAI sono diventati una partecipazione in SpaceX. Secondo le stime raccolte dal quotidiano britannico, il gruppo combinato potrebbe fatturare 153 miliardi di dollari nel 2026, ma registrare un flusso di cassa libero negativo di almeno 54 miliardi. La quotazione in Borsa di SpaceX, avvenuta a giugno con un’offerta da 75 miliardi, ha portato la sua valutazione da circa 1.770 miliardi a quasi 2.000 miliardi in ottobre. Musk conserva il controllo dei diritti di voto, ma deve convincere gli investitori a finanziare questa espansione. La fusione permetterebbe inoltre di integrare le competenze industriali di Tesla, dalle batterie all’automazione, nel progetto Terafab per la produzione di semiconduttori avanzati destinati all’IA.
L’operazione incontra però ostacoli societari e geopolitici perché è vero che Musk controlla SpaceX, ma ha un peso minore nell’azionariato di Tesla, i cui soci dovrebbero approvare la fusione. C’è poi la Cina, dove Tesla realizza il 22 per cento dei ricavi e possiede una grande fabbrica a Shanghai. SpaceX, invece, lavora per il Pentagono e nell’ultimo trimestre ha ottenuto 18 nuove missioni per la sicurezza nazionale americana. Secondo il Financial Times, gli analisti di JPMorgan ritengono possibile che Pechino chieda di separare le attività cinesi di Tesla o trasferirne il controllo a investitori locali prima di autorizzare la fusione.
Resta incerta anche la fattibilità economica di uno dei progetti più ambiziosi di Musk: costruire data center in orbita, alimentati dall’energia solare. Le difficoltà riguardano la dispersione del calore prodotto dai server e la protezione dalle radiazioni. Secondo Boston Consulting Group, queste infrastrutture costano ancora da due volte e mezzo a tre volte più di quelle terrestri. Per renderle competitive SpaceX dovrebbe abbattere il costo dei lanci. È la scommessa di Starship, il nuovo razzo pesante progettato per recuperare e riutilizzare entrambi gli stadi. A settembre ha raggiunto l’orbita, trasportando 26 satelliti Starlink di terza generazione che, secondo SpaceX, aggiungono alla rete una capacità dieci volte superiore a quella di un normale lancio con Falcon 9. La piena riutilizzabilità resta però da dimostrare.
Dal successo del programma dipendono anche gli impegni con la NASA per l’esplorazione lunare. L’agenzia governativa statunitense ha affidato a SpaceX lo sviluppo di una versione di Starship per riportare gli astronauti sulla Luna, ma il programma Artemis ha accumulato ritardi. Nel 2027 Artemis III testerà in orbita terrestre i sistemi di attracco con i veicoli di SpaceX e Blue Origin, mentre l’allunaggio con equipaggio è previsto nel 2028. Il principale ostacolo tecnico resta il rifornimento di Starship nello spazio, che richiederà diversi lanci e trasferimenti di propellente su una scala ancora da dimostrare.
Blue Origin è ancora più indietro sul piano operativo dei lanci, anche se dispone di ingenti risorse finanziarie. Il razzo New Glenn ha effettuato soltanto tre voli dal debutto nel gennaio 2025. Dopo un problema tecnico in aprile e un incidente alla piattaforma di lancio in maggio, il ritorno operativo è previsto per l’inizio del 2027. Blue Origin sta ampliando gli stabilimenti per aumentare la frequenza dei voli e ha sospeso il turismo spaziale di New Shepard per concentrarsi sui programmi lunari.
Il ritardo complica anche la sfida di Bezos a Starlink. Amazon Leo, già Project Kuiper, prevede 3.232 satelliti, ma a metà ottobre ne aveva lanciati soltanto circa 400, ricorrendo perfino ai razzi di SpaceX. Amazon può contare su grandi capitali e sull’esperienza nei servizi cloud, ma deve ancora costruire una rete paragonabile a Starlink. Blue Origin sta inoltre sviluppando TeraWave, una seconda rete satellitare per governi e grandi imprese. Cerca di costruire un’alternativa industriale a Musk, senza averne ancora raggiunto la capacità operativa.
La competizione fra gli imprenditori americani si svolge all’interno di una sfida strategica più ampia, nella quale la Cina è ormai il principale avversario degli Stati Uniti. Pechino dispone di lanciatori autonomi, della stazione orbitale Tiangong e del sistema di navigazione BeiDou, alternativo al GPS. E punta a portare astronauti sulla Luna entro il 2030. Pechino sta inoltre finanziando nuove imprese private, sostenute dallo Stato per recuperare il vantaggio americano.
Ad agosto la società aerospaziale privata cinese LandSpace, fondata nel 2015 e con sede a Pechino, è riuscita a far atterrare il primo stadio del razzo Zhuque-3 nel deserto del Gansu, dopo un lancio dal centro spaziale di Jiuquan. È stata la prima impresa privata cinese a recuperare un primo stadio di un lanciatore orbitale, compiendo un passo importante verso la tecnologia dei razzi riutilizzabili sviluppata da SpaceX, anche se il primo stadio non è ancora stato impiegato in un secondo volo.
Pechino sta inoltre sviluppando Guowang e Qianfan, due costellazioni che prevedono complessivamente decine di migliaia di satelliti per competere con Starlink, ma ne hanno ancora soltanto poche centinaia in orbita. Secondo il centro studi americano CSIS, questa espansione commerciale è strettamente legata alla strategia militare cinese: le nuove reti potranno sostenere le comunicazioni delle forze armate e ridurne la dipendenza dalle infrastrutture occidentali, soprattutto in un’eventuale crisi su Taiwan.
L’Europa dispone di tecnologie avanzate per competere nel settore, da Galileo per la navigazione a Copernicus per l’osservazione terrestre, e di una filiera industriale che comprende Airbus, Leonardo e Thales. I razzi Ariane 6 e Vega C garantiscono inoltre l’accesso autonomo allo spazio. Manca però un operatore commerciale paragonabile a SpaceX. Nel 2025 gli investimenti pubblici europei sono cresciuti del 12 per cento, raggiungendo 13,5 miliardi di euro, mentre quelli privati sono scesi a 1,4 miliardi, contro quasi 8 miliardi negli Stati Uniti.
Come spiega un approfondimento dell’Economist, il problema riguarda anche il modo in cui vengono spese le risorse. L’Agenzia spaziale europea applica il cosiddetto principio del ritorno geografico: ogni Paese riceve commesse industriali proporzionate al proprio contributo finanziario ai programmi. Il sistema ha distribuito le competenze industriali fra gli Stati membri, ma ha anche frammentato la produzione, ostacolando le economie di scala. Negli Stati Uniti, NASA e Pentagono acquistano invece servizi dalle imprese private, garantendo una domanda stabile che ha favorito la crescita di SpaceX.
L’Unione europea sta investendo circa 15 miliardi di euro in IRIS², una costellazione di 348 satelliti per garantire comunicazioni sicure a governi e forze armate, ma i primi lanci sono previsti soltanto nel 2029. Oggi la principale alternativa europea a Starlink è OneWeb, che dispone di circa 600 satelliti contro gli oltre 10.000 della rete di Musk e non può offrire la stessa capacità di trasmissione. La Germania sta inoltre progettando una propria costellazione militare, con il rischio di duplicare gli investimenti europei. Restano soprattutto scoperte alcune capacità strategiche, come l’intelligence satellitare e i sistemi di allerta contro gli attacchi missilistici, ancora largamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Per recuperare terreno, Bruxelles punta alla possibile fusione delle attività spaziali di Airbus, Leonardo e Thales, ancora al vaglio dell’antitrust europeo. L’ESA cerca invece di favorire la nascita di concorrenti di SpaceX con la European Launcher Challenge, un programma di sostegno ai nuovi produttori di razzi. A settembre la tedesca Isar Aerospace ha raggiunto l’orbita dalla Norvegia, mentre la finlandese ICEYE si è affermata nella produzione di piccoli satelliti radar, utilizzati anche in Ucraina. Molti vengono però lanciati da SpaceX, una dipendenza che un’intesa preliminare con Arianespace punta a ridurre.
La partita politica più urgente con Washington riguarda le frequenze radio necessarie a collegare direttamente i satelliti agli smartphone. SpaceX ha concordato l’acquisto di frequenze negli Stati Uniti, compresa un’operazione da circa 8 miliardi di dollari, per sviluppare Starlink Mobile, una rete che combinerà collegamenti satellitari e antenne terrestri per competere con gli operatori telefonici tradizionali. Il 19 ottobre Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno annunciato un’iniziativa comune per offrire un’alternativa europea. Bruxelles vorrebbe favorire gli operatori del continente nell’assegnazione delle frequenze, ma gli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni commerciali. L’Europa deve così decidere se sostenere la nascita di un proprio mercato satellitare, rischiando uno scontro con Washington, oppure lasciare spazio agli operatori americani, già forti di un considerevole vantaggio industriale.
La Fabbrica del Vapore di Milano ospita la sesta edizione di ReA! Art Fair, la prima fiera in Italia rivolta agli artisti emergenti senza la mediazione di gallerie o musei. Dopo le ultime edizioni, la manifestazione torna alla sua storica collocazione autunnale negli spazi del centro culturale del Comune di Milano, in via Procaccini.
A organizzarla è ReA! Arte, associazione culturale no profit fondata da Maryna Rybakova e Pelin Zeytinci, con l’obiettivo di creare un punto d’incontro diretto tra le nuove voci dell’arte contemporanea, il pubblico e gli operatori del settore. Il modello è quello di un mercato primario: chi visita la fiera dialoga con gli artisti, ne conosce la ricerca e può sostenerne il percorso senza passaggi intermedi.
Ilaria Costaglia Keep Me Safe Oil and acrylic on canvas 80 × 65 cm 2026. Courtesy of the artist
Anche quest’anno la fiera punta su un numero contenuto di partecipanti, con cinquanta artiste e artisti internazionali, scelti tramite un’open call aperta a candidature da tutto il mondo. La selezione è stata curata dal comitato scientifico di ReA! Arte sotto la direzione della head curator Maria Myasnikova, con l’intento di privilegiare qualità e innovazione della proposta.
Il filo conduttore dell’edizione di quest’anno è la distanza tra l’immaginare qualcosa e il portarlo nel mondo. Nel suo testo curatoriale, Myasnikova parte da una constatazione sul presente: «Oggi le idee circolano a una velocità senza precedenti. Vengono generate, condivise, consumate e dimenticate nell’arco di pochi secondi. Le immagini si moltiplicano all’infinito. Le opinioni arrivano già compiute. I concetti sono economici. La realizzazione, invece, non lo è». Le opere in mostra, tra pittura, scultura, installazione, performance, media digitali e pratiche interdisciplinari, nascono proprio da questo scarto, che secondo la curatrice è il luogo in cui l’arte acquista il proprio peso.
Ivy Chilelli, In Flesh, You’re Gone I & II Variable dimensions 2026. Courtesy of the artist
In un momento in cui il lavoro creativo viene misurato sempre più in termini di visibilità e rapidità, ReA! rivendica una scelta diversa, quella di sostenere pratiche che mettono la ricerca davanti alla reazione e lo sviluppo a lungo termine davanti al riconoscimento immediato. «Se le idee sono facili, la realizzazione resta un atto di convinzione», conclude Myasnikova.
La fiera si accompagna a un programma di premi e collaborazioni per gli artisti selezionati. Grazie alla nuova partnership con MARES, uno dei partecipanti otterrà una residenza in Piemonte, da maggio a luglio 2027, nel Complesso Monumentale di Santa Croce, con mostra conclusiva a settembre 2027 e catalogo edito da Allemandi. Torna inoltre il premio in denaro di Artsted, dedicato ai progetti più innovativi.
Tra i cinquanta nomi in fiera figurano, tra gli altri, Azzah Salwaa, Debora Graziano, Pauline Cordier, Nuo Chen, Marco Montemezzo (Amen), Zhang Qi, Johanna Dreyer, Isatou Jallow, Alexandra Taoukidou, Nikolai Prokofiev, Shir Shovel-Simhoni e Marco Silvestre (Nikopol).