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Big pharma accused of ‘free-riding on nature’ as global fund attracts just $7,000

22 October 2026 at 10:00

The Cali Fund, set up to raise $1bn a year for biodiversity from drug companies, remains near empty

Big pharmaceutical companies have been accused of “free-riding on nature”, after a landmark biodiversity fund that invites businesses to put some of their profits back into conservation was left virtually empty.

The Cali Fund set out to raise $1bn (£750m) annually, by asking companies that profit from nature’s genetics to contribute towards conservation in low-income countries. But more than 18 months after the fund was launched, it remains far below this target.

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© Photograph: Rebecca Cole/The Guardian

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Big pharma accused of ‘free-riding on nature’ as global fund attracts just $7,000

22 October 2026 at 10:00

The Cali Fund, set up to raise $1bn a year for biodiversity from drug companies, remains near empty

Big pharmaceutical companies have been accused of “free-riding on nature”, after a landmark biodiversity fund that invites businesses to put some of their profits back into conservation was left virtually empty.

The Cali Fund set out to raise $1bn (£750m) annually, by asking companies that profit from nature’s genetics to contribute towards conservation in low-income countries. But more than 18 months after the fund was launched, it remains far below this target.

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A Trump-Putin-Xi summit would put Xi at the apex

21 October 2026 at 09:40

In July 1971, Henry Kissinger developed a convenient stomachache in Pakistan, vanished from public view and turned up in Beijing. The secret trip that led to Nixon’s opening to China rested on a simple piece of geometry: in a world of three great powers, the smart move is to stand closer to each of your […]

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Lo Spirito di Shanghai: un bilancio dei primi 25 anni della SCO

By: A A
20 October 2026 at 23:40

Dallo “Shanghai Spirit” alla Dichiarazione di Bishkek, questa organizzazione, che pone la sicurezza al primo posto, privilegia il pragmatismo rispetto all’ideologia.

Segue nostro Telegram.

La sicurezza prima di tutto

Il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), tenutosi a Bishkek, ha segnato il venticinquesimo anniversario della nascita di quella che, nel panorama delle istituzioni internazionali, rappresenta un caso di studio particolarmente interessante. Nata dalle ceneri delle misure di fiducia sovietico-cinesi e trasformata in organizzazione a tutti gli effetti nel 2001, la SCO ha attraversato un quarto di secolo consolidando un’architettura istituzionale che oggi funziona in modo efficace: riunioni annuali del Consiglio dei Capi di Stato, incontri regolari a livello interministeriale, e una cooperazione quotidiana che si sviluppa su binari sempre più articolati.

Tuttavia, l’anniversario offre l’occasione per una riflessione che va oltre la mera celebrazione. La domanda che emerge con forza è: quale ruolo giocano i valori all’interno della SCO? E come si rapporta questa dimensione valoriale con quella, apparentemente più pragmatica, della sicurezza e della cooperazione funzionale? L’analisi dei documenti fondativi e delle dichiarazioni successive rivela una traiettoria complessa, che merita di essere esaminata in profondità.

Fin dalle sue origini, la SCO ha posto la cooperazione in materia di sicurezza come una delle sue priorità principali. Questa scelta non è casuale: la preistoria dell’organizzazione affonda le radici nelle misure di fiducia sovietico-cinesi, sia sulle questioni di confine che sugli aspetti più ampi della sicurezza reciproca. Il “Shanghai Five”, gruppo informale che precedeva la nascita ufficiale dell’SCO, aveva proprio nella gestione delle questioni di sicurezza e nella costruzione di fiducia tra i membri il suo collante principale.

Questa specializzazione originaria ha avuto conseguenze durature. Anche quando, nel corso degli anni, l’SCO ha ampliato il proprio raggio d’azione a settori sempre più diversificati, la sicurezza è rimasta il fulcro attorno al quale si è sviluppata l’intera architettura organizzativa. In un certo senso, come nota acutamente l’analisi, l’SCO può ancora essere definita un’organizzazione internazionale specializzata, focalizzata su una singola priorità principale, nonostante la sua evoluzione verso forme di cooperazione più comprensivo.

Il confronto con i BRICS, struttura di cooperazione genuinamente omnicomprensiva che opera in un’ampia gamma di campi, risulta particolarmente illuminante. Mentre i BRICS hanno sviluppato nel tempo una piattaforma valoriale sempre più articolata, con dichiarazioni che dedicano ampio spazio a questioni di valori comuni e condivisi, l’SCO ha mantenuto un approccio più marcatamente operativo e meno declamatorio sul piano assiologico.

La Carta dell’SCO: principi senza valori

Un dato particolarmente significativo emerge dall’analisi del documento fondativo dell’SCO. La Carta, firmata il 7 giugno 2002 ed entrata in vigore il 19 settembre 2003, non menziona affatto il termine “valori”. Al suo posto, troviamo un articolo dedicato, l’articolo 2, intitolato significativamente “Principi”. È su questi principi che l’SCO basa la propria attività.

Questi principi includono: rispetto reciproco per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini statali; non aggressione; non interferenza negli affari interni; non uso della forza nelle relazioni internazionali; uguaglianza di tutti gli Stati membri; risoluzione pacifica delle controversie tra Stati membri; non targeting dell’SCO contro altri Stati. Un principio particolarmente rivelatore è quello dell’attuazione graduale delle azioni congiunte in aree di interesse comune.

Quest’ultimo principio, quello della “phased implementation”, spiega molto del funzionamento dell’SCO e delle aspettative, talvolta eccessive, che si generano attorno alla sua attività. La delusione che talvolta accompagna il giudizio sull’organizzazione — quel “nulla accade oltre i vertici” che circola in certi ambienti — trova proprio in questo principio la sua spiegazione. Non si tratta di un difetto, ma di una scelta deliberata e costitutiva: procedere per gradi, consolidare i risultati raggiunti, evitare passi falsi.

L’assenza del termine “valori” dalla Carta dell’SCO è perfettamente spiegabile e non diminuisce affatto il livello di fiducia reciproca tra gli Stati membri. Vale la pena ricordare che, anche nel caso dei BRICS, il termine “valori” non fu una caratteristica immediata delle dichiarazioni finali, affermandosi stabilmente solo a partire dalla metà degli anni 2010. Prima di allora, il termine utilizzato per caratterizzare la coesione interna dei BRICS era, tra gli altri, proprio “principi”, esattamente come per l’SCO.

Il contesto storico e l’evoluzione del lessico valoriale

Nel 2002, il termine “valori” non era ancora politicamente di moda come lo è oggi, ed era usato piuttosto raramente nei documenti dei principali Paesi del mondo non occidentale. In quel periodo, in questi Paesi — Russia inclusa — la parola “valori” era più spesso postulata nel lessico politico in senso negativo, come “valori imposti dall’Occidente”, e quindi come qualcosa che richiedeva resistenza.

La consapevolezza che questo è un gioco che si può giocare in due, e che per rafforzare efficacemente la solidarietà tra i Paesi non occidentali era necessario formulare una propria piattaforma di valori condivisi, arrivò molto più tardi. E il lavoro per garantire che i valori non occidentali siano percepiti come comprensibili, attraenti e allo stesso tempo non banali — non semplicemente nello stile “siamo per tutte le cose buone e contro tutte le cose cattive” — continua ancora oggi, con successi alterni.

Questo ritardo nell’elaborazione di una piattaforma valoriale esplicita non significa però che l’SCO sia priva di una dimensione assiologica. Al contrario, essa esiste, ma si esprime attraverso categorie diverse da quelle del lessico valoriale occidentale: i “principi” e, soprattutto, lo “spirito”.

Un dato cronologicamente significativo emerge dall’analisi comparata dei documenti dell’SCO e dei BRICS: rispetto a un termine particolare — e alla sua rilevanza sostanziale — l’SCO ha notevolmente anticipato i BRICS. Si tratta del termine “spirito”.

Nelle dichiarazioni dei vertici annuali dei BRICS, il termine “spirito dei BRICS” e i suoi elementi costitutivi apparvero per la prima volta durante la presidenza cinese del 2017. Lo “spirito” scomparve poi dai documenti dei BRICS per diversi anni. Il termine ritornò nel 2022, ancora una volta durante la presidenza cinese. Ma successivamente, in tutte le dichiarazioni dei vertici BRICS del 2023-25, i cui progetti iniziali furono preparati da altri Paesi, il termine “spirito dei BRICS” fu costantemente presente.

Nel caso dell’SCO, invece, il termine “spirito” apparve nella primissima dichiarazione successiva al vertice di Shanghai del 15 giugno 2001, quando lo “Shanghai Five”, precedentemente esistente come raggruppamento informale, fu trasformato in un’organizzazione internazionale a tutti gli effetti. In questa dichiarazione, lo “spirito di Shanghai” fu menzionato come punto separato, caratterizzato da fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso.

È evidente che il termine “spirito” affonda le sue radici, innanzitutto, nella tradizione politica cinese contemporanea, poiché in ogni caso è apparso per la prima volta in documenti di anni in cui i vertici si tenevano in Cina. Questa è, in un certo senso, una peculiarità cinese. Detto questo, il termine “spirito”, anche se non immediatamente, si è poi stabilmente affermato nelle dichiarazioni dei BRICS; e nel caso dell’SCO, un anno dopo, nel 2002, quando il vertice si tenne non in Cina ma a San Pietroburgo, il termine “spirito” entrò nel preambolo della Carta dell’SCO.

Nella Carta, tuttavia, l’epiteto “Shanghai” scomparve in relazione allo spirito; lì si fa riferimento semplicemente allo “spirito di fiducia reciproca, beneficio reciproco, uguaglianza, consultazione reciproca, rispetto per la diversità culturale e aspirazione allo sviluppo condiviso”.

L’approccio civilizzazione e la sua evoluzione

Di particolare rilevanza per l’ideologia politica odierna è l’approccio civilizzazionale riflesso nella Dichiarazione di Shanghai del 2001. Essa notava specificamente il “rispetto reciproco e la fiducia reciproca tra Stati appartenenti a civiltà diverse e portatori di tradizioni culturali differenti”. Un anno dopo, tuttavia, la menzione delle civiltà scomparve dal preambolo della Carta dell’SCO.

Questo movimento di apparizione e scomparsa del lessico civilizzazionale è significativo. Da un lato, riflette la sensibilità cinese per le questioni di identità culturale e di diversità; dall’altro, mostra la cautela degli altri membri nell’adottare un linguaggio che potesse essere percepito come troppo marcatamente ideologico o potenzialmente divisivo.

Se esaminiamo il preambolo dell’attuale Dichiarazione di Bishkek del Consiglio dei Capi di Stato dell’SCO del 1° settembre 2026, troviamo che essa enfatizza il “fermo impegno verso gli obiettivi e i principi sanciti nella Carta dell’SCO, nonché verso il ulteriore rafforzamento del buon vicinato, dell’amicizia e dell’efficace cooperazione multilaterale”. Inoltre, questa dichiarazione impiega ancora una volta proprio il termine “spirito di Shanghai”, che è incarnato nei principi esposti nel preambolo della Carta dell’SCO.

È chiaro che, poiché gli elementi costitutivi di questo spirito dell’SCO sono fissati nel testo legale della Carta, le loro formulazioni rimangono incrollabili anche a venticinque anni di distanza. Qui sta la differenza tra lo spirito dell’SCO e lo spirito dei BRICS, dove, di anno in anno, vari elementi di questo spirito vengono aggiunti o rimossi dai Paesi che esercitano la presidenza, a seconda delle loro particolarità nazionali. E la definizione dello spirito dei BRICS risulta, ogni anno, almeno leggermente diversa.

Nel caso dell’SCO, invece, è significativo che l’epiteto “Shanghai” sia ritornato — un epiteto che, a differenza dello spirito stesso, non è legalmente fissato. Questo ritorno segnala una volontà politica di rivendicare l’eredità originaria dell’organizzazione, in un momento in cui la competizione tra potenze per la definizione dei valori globali si fa sempre più intensa.

Quanto pesa questo anniversario

Se rileggiamo passo passo le dichiarazioni dei vertici dell’SCO rivela variazioni significative nel trattamento della dimensione valoriale. L’attenzione particolare dedicata nella Dichiarazione di Bishkek all’impegno dell’SCO verso lo spirito di Shanghai e i principi dell’SCO non è particolarmente tipica delle altre dichiarazioni dei vertici degli ultimi anni.

Per esempio, nelle dichiarazioni successive ai vertici “non anniversari”, il preambolo è praticamente assente, e la descrizione della situazione internazionale e delle sfide alla sicurezza inizia fin dall’inizio. Nelle dichiarazioni emesse ad Astana nel 2024, a Delhi nel 2023 e a Mosca nel 2020, né lo “spirito di Shanghai” né semplicemente lo “spirito” sono menzionati (sebbene la dichiarazione di Mosca contenga il termine “spazio SCO”). Nelle dichiarazioni emesse a Tianjin nel 2025 (naturalmente), a Samarcanda nel 2022 e a Bishkek nel 2019, c’è una menzione dello “spirito di Shanghai”, ma essa è collocata non all’inizio del testo ma in profondità nella prima sezione.

È chiaro che il carattere specifico dell’attuale dichiarazione è spiegato dalla sua natura anniversaria; la dichiarazione emessa a Dushanbe per il precedente anniversario — il ventesimo, nel 2021 — fu composta esattamente allo stesso modo, con un lungo preambolo che menziona lo spirito di Shanghai e l’impegno verso i principi. Questo è altamente significativo: gli anniversari offrono l’occasione per un’affermazione più esplicita dell’identità valoriale dell’organizzazione, mentre nei vertici ordinari prevale un approccio più pragmatico e orientato alle questioni contingenti.

Il contributo indiano e la prospettiva dei “4 M”

In questo quadro, assume particolare interesse la prospettiva indiana sull’SCO. Le iniziative dell’India nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si sono concentrate su questioni economiche, riflettendo il desiderio di costruire cooperazione economica con gli Stati dell’Asia Centrale al fine di migliorare il proprio posizionamento regionale e rafforzare il multilateralismo.

Secondo Anil Trigunayat, l’SCO può senza dubbio contribuire alla collaborazione regionale aderendo al principio delle “4 M”: i membri devono abbracciare il Rispetto Reciproco (Mutual Respect), l’Interesse Reciproco (Mutual Interest), la Sensibilità Reciproca (Mutual Sensitivity) e il Beneficio Reciproco (Mutual Benefit) affinché il gruppo possa emergere più forte e più rilevante.

Questa formulazione è significativa perché mostra come, dal punto di vista indiano, la dimensione valoriale dell’SCO non risieda tanto in una piattaforma ideologica esplicita, quanto in un insieme di principi operativi che guidano la cooperazione quotidiana. L’India, con la sua tradizione di non allineamento e la sua sensibilità per la sovranità nazionale, si trova naturalmente a proprio agio in un’organizzazione che privilegia i principi sui valori, e che evita di imporre una visione ideologica comune.

 Verso un prospero futuro

L’analisi della dimensione valoriale dell’SCO a venticinque anni dalla sua fondazione rivela un quadro complesso e sfumato. Da un lato, l’organizzazione non ha mai sviluppato una piattaforma valoriale esplicita paragonabile a quella dei BRICS o di altre strutture di cooperazione. Dall’altro, essa possiede una solida base di principi, sanciti nella Carta, e uno “spirito” che, pur non essendo definito in termini valoriali, costituisce un potente collante identitario.

Questa configurazione non è un caso, ma riflette la storia e la natura dell’organizzazione. Nata come strumento di costruzione di fiducia in materia di sicurezza, l’SCO ha privilegiato la concretezza dei principi operativi rispetto all’astrattezza delle dichiarazioni valoriali. La sua specializzazione funzionale, il suo carattere istituzionalizzato, e il principio della attuazione graduale hanno contribuito a mantenere l’organizzazione ancorata a una dimensione pragmatica, evitando le derive ideologiche che talvolta caratterizzano altri consessi internazionali.

Tuttavia, il ritorno dello “spirito di Shanghai” nella Dichiarazione di Bishkek, in occasione del venticinquesimo anniversario, segnala una crescente consapevolezza dell’importanza della dimensione identitaria e valoriale. In un’era di competizione globale sempre più intensa, in cui la definizione dei valori e dei principi che devono guidare l’ordine internazionale è essa stessa oggetto di contesa, l’SCO si trova a dover bilanciare la sua tradizionale prudenza con la necessità di affermare con maggiore chiarezza la propria identità.

L’analisi terminologica dei testi, e delle piattaforme valoriali che essi riflettono, non è che un tassello del quadro molto più ampio della cooperazione pratica tra i Paesi dell’SCO realizzata in questi venticinque anni. Ma è un tassello significativo, perché rivela come un’organizzazione nata per la sicurezza sia progressivamente divenuta anche un laboratorio di elaborazione di un linguaggio comune, di principi condivisi e di uno spirito collettivo. E in un mondo in cui la battaglia per la definizione dei valori globali è destinata a intensificarsi, questo laboratorio potrebbe rivelarsi più importante di quanto non appaia a prima vista.

La sfida per l’SCO, nei prossimi venticinque anni, sarà quella di preservare la propria specificità — la concretezza dei principi, la gradualità dell’azione, la centralità della sicurezza — senza rinunciare a elaborare una visione del mondo che, senza essere ideologica, sia capace di attrarre e di unire. Un compito non facile, ma che l’organizzazione ha dimostrato, in questi primi venticinque anni, di poter affrontare con successo.

Do not be distracted by global crises. Nature cannot wait for a better year – we must act now | Steven Guilbeault

20 October 2026 at 08:00

In 2022, I helped push through the international agreement to protect biodiversity. Wars and economic pressures can make nature seem like a ‘nice-to-have’. But it is a critical asset, and Cop17 must deliver real action

When I was five, property developers came to cut down the woods behind my home in La Tuque, Quebec. My mother encouraged me to climb one of the trees in protest, then told the developers, straight-faced, that there was nothing she could do when they asked her to get me down. A few days later, the tree was cut down anyway.

I thought about that tree in the early hours of a freezing Montreal morning in December 2022, as the gavel came down on a global agreement between nearly 200 countries to halt and reverse the loss of nature by 2030. I thought about how important nature is for our health, our food security and our economies, but also how much passion there is around protecting it, and how it has the power to inspire people all around the world.

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© Photograph: COP17

© Photograph: COP17

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‘Crucial opportunity to act’ as study finds most of Europe’s wild bee species in decline

As Cop17 kicks off, records since 1921 show more bee species declining than increasing in all parts of Europe except the Alps

Most of Europe’s wild bee species and about half of its hover fly species have declined over the last century, a study has found, as a UN biodiversity summit begins in Armenia.

Records since 1921 show more bee species are declining than increasing in all parts of Europe except the Alpine region. The richness of bee and hover fly species suffered a persistent drop in the Atlantic and Continental regions, the study found, though trends in other regions were mixed or even positive.

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© Photograph: Niall Carson/PA

© Photograph: Niall Carson/PA

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‘Crucial opportunity to act’ as study finds most of Europe’s wild bee species in decline

As Cop17 kicks off, records since 1921 show more bee species declining than increasing in all parts of Europe except the Alps

Most of Europe’s wild bee species and about half of its hover fly species have declined over the last century, a study has found, as a UN biodiversity summit begins in Armenia.

Records since 1921 show more bee species are declining than increasing in all parts of Europe except the Alpine region. The richness of bee and hover fly species suffered a persistent drop in the Atlantic and Continental regions, the study found, though trends in other regions were mixed or even positive.

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Trump the gangster’s new clothes

19 October 2026 at 17:19

Should this be seen as the Hans Christian Andersen story, in which the narcissistic emperor is finally exposed as a naked fool by a truth-telling child? Donald Trump is certainly all of these things: narcissistic, naked in his support for Putin and a fool. But the parallel doesn’t quite work because it hasn’t taken a […]

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Can countries deliver on a deal to save the world’s plants and animals?

19 October 2026 at 11:16

Four years ago nearly every government on Earth agreed to protect nature. Now, as countries gather for Cop17, the pressure is on to follow through on those commitments

Passersby could smell the dead fish before they saw them. In August, more than 3,000 pike, roach, carp and rudd were found lifeless along the River Wensum in Norwich. Some gasped for air in their final moments, desperate for the oxygen that heatwave conditions had depleted in the water. Investigators believe that the die-off was triggered by heavy rainfall that flushed through high concentrations of pollution at a time when wildlife were already struggling.

The 45-mile (70km) chalk river is one of about 250 in the country. They are a geological accident almost unique to Britain – and one of Earth’s rarest habitats. They emerge from chalk aquifers and are home to species such as freshwater shrimp, otters and stoneflies, also providing drinking water for millions of people. But just 11 have formal protection, with many ravaged by sewage pollution and overextraction. The Norfolk river is one of the few that does have legal protection, but it is in poor ecological health.

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© Photograph: Norwich Green Party

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Cop17 at a glance: everything you need to know about the UN’s nature summit

19 October 2026 at 05:00

This month’s biodiversity summit in Yerevan, Armenia, aims to push governments to meet the 23 targets agreed at Cop15 in 2022

This month, nearly every country on Earth will return to the question of how to stem the rapid destruction of the natural world. Humans are driving it, but so far we have not found a way to stop it.

In late 2022, governments reached an ambitious once-in-a-decade deal to better protect nature amid scientific warnings that the planet is going through the largest loss of life since the extinction of the dinosaurs. Now, they are assessing their progress on the targets for the first time.

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© Photograph: Andrej Ivanov/AFP/Getty Images

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17 EU states confirmed on board for plan to let countries close borders and freeze asylum

16 October 2026 at 12:48

The European Commission’s likely anti-asylum proposal to tackle sudden large arrivals may come before the end of the year, after warm endorsements by some 17 EU states during a breakfast on Friday (16 October) ahead of the second-day of the EU summit in Brussels.

Beyond the warm words, the discussions exposed a clear ambition among the 17 to give member states the power to close EU borders and temporarily and selectively suspend asylum applications, according to an EU diplomat.

Speaking on the condition of anonymity, the diplomat said there had been a lot of support for the so-called European emergency response framework, proposed by EU commission president Ursula von der Leyen during her State of the Union address last month.

Speculation on what exactly such a framework entails remains unclear, amid alarm among human rights defenders that the EU is seeking legal tools to curb asylum rights – echoing Polish temporary emergency measures that have suspended asylum registration along the Belarus border since March 2025.

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Zelensky urges unity, more money for Ukraine and sanctions on Russia ahead of key summit with EU leaders

15 October 2026 at 17:47

Ukrainian president Volodymyr Zelensky arrived in Brussels with two main requests for his meeting with EU leaders on Friday (16 October): more funds for Kyiv for defence and more sanctions against Russia. 

“All of us in Europe want this war to end. And for that to happen, strong signals are needed – more real pressure on Russia and more defence support for Ukraine,” he said on X.

“It is especially important now to act together to protect lives,” he added.

Zelensky’s plea comes days after US president Donald Trump announced a deal to bring Russian diesel to the US and global markets, raising questions about the consistency of Western efforts to restrict Russia’s energy revenues that are feeding the Kremlin war machine. 

EU leaders are expected to “regret” the Trump-Putin deal in their summit conclusions, where they also mention more financial, humanitarian and diplomatic support to Kyiv ahead of what many predict to be one of the most difficult winters for Ukraine.

Dutch PM Rob Jetten said the diesel deal was “not a good step”, adding that “Europe has to show that we are not only dependent on the US”.

But he also appealed directly to the US, calling for more support: “Do what is necessary to support the Ukrainians. They need not only sufficient weapons to defend Ukraine, but also the information they need to repel Russian attacks.”

Despite the diesel deal, Estonian PM Kristen Michal, whose country hosts a US military base, also said the US is still a “partner” of Europe in the war in Ukraine.

“We will see what happens in the midterm elections. But I will never give up trying to talk to and convince … our transatlantic partners that we are better off united than divided on this issue,” European Parliament president Roberta Metsola said during a press conference on Thursday after meeting EU leaders.

And in a warning to Moscow about Nato’s unity, US top military commander Alexus Grynkewich also said earlier this week in Warsaw that any “foolish” attack on the Nato alliance would be “utterly futile”.

Funding gap

In December 2025, EU leaders failed to agree to use over €210bn in Russian frozen funds sitting in Europe and instead decided to go for a €90bn loan, aimed at covering about two-thirds of Ukraine’s external financing needs. 

“The remaining third is the problem,” Tetiana Shevchuk, from the Kyiv-based Anti-Corruption Action Center, told EUobserver, referring to commitments by other countries like Canada and Japan coming only for 2026. “2027 is the real gap”.

The €90bn loan is split into €45bn for 2026 and 2027, but recent reports point to about a €23bn financial gap amid an expected Russian escalation ahead of the winter. 

Zelensky has asked Brussels to bring forward part of the loan to cover this gap in the defence ministry. But Brussels fears this advance “could unravel the compromise on gradual instalments and leave a hole later in 2027,” Shevchuk also said.

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Von der Leyen pledges more cash for Egypt and Libya regimes to keep Sudanese genocide victims out of Europe

13 October 2026 at 15:58

The European Commission is promising more support to Egypt, even as Egyptian warplanes reportedly bomb in Sudan and authorities carry out a campaign of violence against the refugees it hosts.

The civil war in Sudan includes reports of genocide, chemical-weapons use, mass rape, and starvation, forcing some 1.2 million Sudanese people into Egypt, which was described as a priority migration-busting partner by commission president Ursula von der Leyen on Tuesday (13 October), who also promised continuing support for Cairo.

In a letter sent to the 27 heads of state and government ahead of an EU summit on Thursday in Brussels, she spoke of “offering protection and durable solutions in … host countries”, as well as further aid for Sudanese people who had returned to parts of the country, now deemed relatively safe.

But her warm words stand in sharp contrast to internal EU documents on Sudan, released by the London-based group Statewatch earlier this month, and which speak of an Egyptian-led campaign of violence against the Sudanese it is tasked to help.

“The Egyptian authorities have continued arbitrary arrests, detention and deportation campaign against migrants, asylum seekers and refugees, with a sharp escalation of forced deportations being observed since January 2026,” said the Irish EU presidency, in an internal document written in September.

Estimates suggest Egypt hosts over nine million migrants and refugees.

Some 80 percent are Sudanese, Syrian, Yemeni, and Libyan nationals. Of those, just over 1 million are officially registered as refugees. Most come from Sudan.

And Egypt’s crackdown also comes amid a massive 74 percent funding cut for the UN’s refugee agency in the country, even as the EU’s financial support to Cairo increases, already totalling €5bn.

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J.D. Vance in Athens for the 1st Breitbart Europe Summit

13 October 2026 at 13:01

US Vice President J.D. Vance is scheduled to visit Athens in upcoming February in order to attend the 1st Breitbart Europe Summit. Athens is reportedly set to host the inaugural Breitbart Europe Summit in February, focusing on Europe-US relations. J.D. Vance is expected to be the keynote guest, alongside other senior U.S. officials. The American […]

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The seven stages of American decline

13 October 2026 at 05:46

When Donald Trump went to Joint Base Andrews on September 23 to greet Xi Jinping in person, strategic analysts took notice. American presidents rarely wait on the tarmac for visiting foreign leaders unless they want to say something. The gesture was not a scheduling quirk or a show of personal warmth. It signaled that Washington […]

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Ya es demasiado tarde para salvar a Europa: Lo que me dijeron Putin, Lavrov,Oreshkin y Karaganov en la cumbre de Valdai de 2026

By: A A
9 October 2026 at 15:00

Si la puerta que, según Moscú, está abierta, en realidad está cerrada, es por este lado; y no fue Roma quien la cerró por iniciativa propia.

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Escríbenos: info@strategic-culture.su

Una cumbre de Valdai fuera de la sede

Lo que voy a compartir en este artículo es menos técnico y más personal de lo habitual. Se trata de la información recopilada a lo largo de varios días de diálogo, debate y, al parecer, una pregunta «escandalosa» que se convirtió en una sensación mediática en Europa, porque le pregunté al presidente de la Federación Rusa, Vladimir Vladimirovich Putin, qué será de Europa.

Puedes encontrar el video completo del discurso de Vladimir Putin en el Foro de Valdai aquí.

Puedes encontrar mis comentarios y las respuestas de Putin aquí.

Este año, el Foro de Valdai no se reunió en Sochi. Las invitaciones enviadas en el verano aún indicaban esa ciudad del Mar Negro como sede, pero luego, a finales de agosto, los organizadores anunciaron el traslado a la región de Moscú.

Según el FT, el Servicio Federal de Protección exigió el traslado, preocupado por la amenaza de los drones ucranianos tras un verano de ataques contra refinerías costeras. Este detalle logístico tiene su propia importancia.

La guerra —que en Valdai siempre se discute en términos del sistema internacional— ahora también está influyendo en la organización práctica del foro.

La 23.ª Reunión Anual se llevó a cabo del 28 de septiembre al 1 de octubre bajo un título que, para un europeo, suena casi como una pregunta personal: «Responsabilidad por el futuro: ¿Los límites de lo posible o posibilidades ilimitadas?».

La inauguración contó con la presentación del informe anual del Club, Keep Calm. El Estado y la responsabilidad por el futuro, que los autores presentan —con un guiño a Kubrick— como un manual para dejar de preocuparse y aprender a amar el caos. A esto le siguieron nueve sesiones temáticas, una sesión especial y, el último día, la sesión plenaria con el presidente.

Llegué como italiano y como europeo, sabiendo que en esos salones ambas identidades tienen un peso diferente. A lo largo de la semana, hablé, en particular, con cuatro interlocutores de alto nivel: Sergey Karaganov, Maksim Oreshkin, Sergey Lavrov y, durante la sesión plenaria, Vladimir Putin.

Las tres primeras conversaciones tuvieron lugar al margen de las sesiones, y las relato a partir de mis notas —en esencia, no palabra por palabra—. El cuarto intercambio es público y está documentado mediante una transcripción, de la cual cito directamente.

Tomados uno por uno, los cuatro diálogos transmiten cosas con las que ya está familiarizado cualquiera que siga el debate ruso. Sin embargo, cuando se observan en secuencia, pintan un panorama más claro: una evaluación compartida de Europa y cuatro formas diferentes de sacar conclusiones de ella. Y, sobre todo, un futuro que de ninguna manera es prometedor.

Karaganov: Europa como fuente del mal

Sergei Karaganov es uno de los fundadores del Club Valdai, presidente honorario del Consejo de Política Exterior y de Defensa, y desde hace años ha sido la voz más radical del realismo ruso.

Con él, la conversación comenzó de inmediato con el punto más polémico. Europa, dijo, es la raíz de todos los males. Si fuera destruida, nadie la extrañaría. Un conflicto nuclear táctico en su territorio no involucraría a otros actores.

Los europeos han tenido tiempo de sobra para encontrar una solución a sus propios problemas; ahora que han optado por prepararse para la guerra contra Rusia, es demasiado tarde para ofrecerles otra oportunidad.

Debo ser honesto: nunca he sido admirador de Karaganov; a menudo he considerado que sus puntos de vista son demasiado radicales y anticuados.

Pero a partir de un café juntos después del almuerzo —y a lo largo de una semana de discusiones— descubrí que pensamos de manera muy similar y que sus puntos de vista no son en absoluto triviales.

Cualquiera que haya leído sus declaraciones recientes reconocerá esta línea de pensamiento.

En junio de 2023, Karaganov había argumentado públicamente que Rusia debería bajar el umbral para el uso de armas nucleares a fin de restaurar la credibilidad de su disuasión e inducir a Occidente a retirarse del conflicto en Ucrania.

Parte de ese enfoque se incorporó posteriormente a documentos oficiales: los Fundamentos de la política estatal de la Federación Rusa en el ámbito de la disuasión nuclear, actualizados en noviembre de 2024, tratan un ataque por parte de un Estado no nuclear, llevado a cabo con la participación o el apoyo de una potencia nuclear, como un ataque conjunto.

Sus palabras, sin embargo, contienen tres afirmaciones distintas, y vale la pena diferenciarlas.

La primera es un juicio histórico y civilizatorio: Europa como fuente de las grandes catástrofes de la modernidad, desde las guerras mundiales hasta el colonialismo. Se trata de una tesis que Karaganov ha defendido desde hace tiempo y que puede ser cuestionada, pero que pertenece al ámbito de la interpretación.

La segunda —que nadie lloraría la pérdida de Europa— es una predicción sobre las reacciones de los demás; por lo que observé durante esos días, encuentra eco en una parte significativa de los participantes asiáticos, africanos y latinoamericanos.

La tercera es una hipótesis estratégica que sustenta todo lo demás: una escalada nuclear en Europa se mantendría confinada a Europa.

Sobre este punto, la literatura sobre la disuasión lleva setenta años debatiendo y —afortunadamente— carece de evidencia empírica. El factor que complica esta hipótesis se encuentra dentro de la propia Europa.

Francia y el Reino Unido poseen arsenales nacionales, y en marzo de 2025, París abrió formalmente el debate sobre la dimensión europea de su propia disuasión.

Un conflicto nuclear «exclusivamente europeo» presupone que dos potencias nucleares europeas se quedarían de brazos cruzados. Esta es la suposición más débil de todo el argumento, independientemente de cómo se evalúen las otras dos.

También cabe señalar que Karaganov no habla en nombre del gobierno. En el Foro de Valdai, representa al ala del debate ruso que empuja al Kremlin hacia posiciones más definitivas, y una de sus funciones es precisamente ampliar los límites de lo que se puede decir. Visto así, su «demasiado tarde» es un indicio de una tendencia más que de una doctrina.

Oreshkin: El mercado que ya no existe

Con Maksim Oreshkin, el tono ha cambiado por completo. Subjefe de la Administración Presidencial, exministro de Desarrollo Económico y posteriormente asesor económico del presidente, Oreshkin razona en términos de flujos de efectivo y balances.

Su evaluación fue contundente: Europa está acabada. Ya no existe una competencia viable en el mercado energético, porque China e India ocupan ahora los primeros lugares entre los clientes de Rusia.

Y no hay razón para invertir en un rescate europeo, ya que los europeos, hasta la fecha, no han mostrado interés en encontrar una solución pacífica y razonable.

La pregunta que le había planteado durante la reunión con los participantes de Valdai fue: «Dado que el gasoducto Nord Stream 2 ya no está disponible —porque fue saboteado—, ¿pretende encontrar un nuevo sistema de transporte de energía, suponiendo que Europa se reconcilie y la situación diplomática mejore?». Su respuesta directa —y tal vez brutal— es como una daga de verdad clavada en la conciencia de cada europeo.

«Se acabó» debe entenderse en un sentido técnico. Oreshkin no se refería directamente a la civilización europea, sino a Europa como socio comercial: un mercado que ha dejado de ser fundamental para Rusia y que, por lo tanto, no justifica concesiones políticas para recuperarlo.

A partir de 2022, el petróleo crudo ruso encontró a sus principales compradores en China y la India, mientras que Bruselas, mediante el acuerdo entre el Consejo y el Parlamento Europeo de diciembre de 2025, se comprometió a eliminar gradualmente las importaciones de gas ruso —incluido el gas por gasoducto y el GNL— para 2027. La interdependencia energética que había mantenido unidas a Europa y Rusia durante medio siglo —incluso en los peores momentos de la Guerra Fría— ha sido desmantelada por ambas partes.

El razonamiento de Oreshkin resume la consecuencia más simple de esto: quien ya no es el cliente principal, ya no tiene influencia. Estas son las leyes del mercado, y ni en Londres, ni en Berlín, ni en Bruselas quedan políticos o grupos de poder que puedan decirle a Rusia «qué hacer» .

La otra cara de la moneda también es bien conocida en Moscú. Un mercado dominado por dos grandes compradores les permite exigir descuentos, y sustituir a Europa por Asia tiene un costo en términos de precio y acceso a la tecnología.

Pero según la lógica que me presentaron, la pregunta ya no es si Europa le conviene a Rusia. Es cuánto costaría hacer que vuelva a ser beneficiosa, y la respuesta implícita es que los europeos deben asumir ese costo.

Lavrov: la puerta cerrada a «este» orden

Con Serguéi Lavrov, la discusión pasó de la economía a la diplomacia, sin cambiar la conclusión.

Europa, dijo, tuvo muchas oportunidades para restablecer un diálogo con Rusia y, en cambio, optó por avivar la confrontación directa. Ahora es demasiado tarde para dar marcha atrás: se han cruzado todos los límites y, con el orden europeo actual, no hay forma de volver a las relaciones anteriores.

Me gustaría que hiciéramos una pausa por un momento para reflexionar sobre el peso de estas palabras.

Quienes conocen a Lavrov saben que es un político capaz de sopesar cada palabra con gran inteligencia, incluso en entornos más relajados como la Cumbre de Valdai. «Se han sobrepasado los límites». Sería inútil enumerar estos límites, porque son tan obvios para todo el mundo que simplemente sería una pérdida de tiempo.

Pero la mirada en los ojos de Lavrov mientras hablaba de Europa… eso nunca lo olvidaré. Me he reunido con él muchas otras veces, pero en esta ocasión hubo algo diferente.

El ministro cuenta con un historial de acontecimientos a los que la diplomacia rusa hace referencia con regularidad: los acuerdos de Minsk, los borradores de tratados sobre garantías de seguridad presentados a Estados Unidos y a la OTAN el 17 de diciembre de 2021, y las negociaciones de Estambul en la primavera de 2022.

La interpretación rusa de cada uno de estos acontecimientos es controvertida y es cuestionada en Europa. Lo que me interesa aquí es otro elemento: una salvedad que, al releerla después de la sesión plenaria, resultó ser la clave de toda la semana.

Un regreso es imposible bajo este marco europeo. No con Europa, en su forma actual —es decir, la UE y la OTAN—. El rechazo se refiere a una clase dirigente y a una arquitectura institucional, no a los países que forman parte de ella.

Me pregunto: ¿hasta qué punto se ha abusado de la paciencia rusa para llegar al punto de decir tales cosas? La literatura clásica rusa nos ofrece ejemplos admirables de cómo los políticos rusos son capaces de dar largas, ignorar y ser pacientes.

Y no se puede negar que esta ha sido sistemáticamente la actitud de la clase dirigente rusa durante los últimos años de conflicto.

Llegar al punto de decir que se ha sobrepasado el límite —algo que Putin reiteraría más tarde en la sesión plenaria de la cumbre— significa que ya no hay más recursos que desperdiciar en una espera paciente; significa que el Oso ha sido despertado de su hibernación en el momento equivocado; significa que las consecuencias de estas acciones tendrán una importancia trascendental.

Lavrov agregó una cosa más:

Estamos listos para atacar a Europa de manera ejemplar, no como lo hicimos en Ucrania».

Tomen nota de estas palabras, queridos amigos europeos. Vuelvan a leerlas y reflexionen sobre su peso. No hace falta decir nada más.

Un profesor italiano le hace una pregunta a Putin

Llegamos ahora a uno de los momentos más peligrosos de mi carrera. La sesión plenaria se llevó a cabo, como es tradicional, con la presencia del presidente ruso y con Fyodor Lukyanov como moderador. Tomé la palabra y formulé una pregunta de dos partes:

Vengo de Italia, un país que actualmente no tiene buenas relaciones con Rusia. Como europeo, me gustaría preguntarle: ¿Qué condiciones establecerá Rusia para desarrollar un nuevo sistema de seguridad para los países europeos? Y, si imaginamos una Europa post-Unión Europea, ¿la considerará parte de una gran asociación euroasiática o, en su opinión, Estados Unidos y Rusia siempre estarán compitiendo por estos territorios?

Putin comenzó con la segunda parte, y el orden no es una coincidencia:

Italia se encuentra, de hecho, en Europa, y yo estoy hablando de una alianza euroasiática: por lo tanto, no hace falta decir que consideraremos —y ya consideramos— a Italia también como un socio euroasiático.

Inmediatamente después, aclaró que el destino de la Unión Europea, y la permanencia de Italia en ella, «no es asunto nuestro». Moscú ni siquiera tiene la intención de discutirlo, porque cualquier comentario al respecto se interpretaría como un intento de desintegrar a la UE, «mientras que nosotros no queremos desintegrar nada en absoluto. Solo queremos construir y cooperar».

Sobre las condiciones para un nuevo sistema de seguridad, la respuesta fue clara:

No tenemos condiciones previas». El obstáculo, en su opinión, está del otro lado. Algunos políticos europeos consideran inaceptable que un solo país entable un diálogo con Rusia, y Putin ha calificado esta exigencia como un dictado aún más severo que el de la era soviética. La comparación fue cuidadosamente elaborada: la URSS era un Estado unitario y altamente centralizado, cuyas repúblicas formaban parte de una única estructura estatal; la Unión Europea, en teoría, no lo es, pero en la práctica se comporta como si lo fuera. «Nadie nos lo prohíbe; estamos listos».

En ese momento, Lukyanov intervino con un comentario provocativo típico de un moderador experimentado: dado que Bruselas lo prohíbe, ¿no sería mejor contribuir un poco a la desintegración de la UE, para que sea más fácil tratar con los países individualmente? La respuesta llegó sin vacilar: «Pero no hay necesidad: se desmoronarán por sí solos».

Entonces Putin se dirigió directamente a mí. «Nuestro colega italiano sabe esto mejor que nosotros», dijo, y comenzó a dar las cifras: la deuda pública italiana en el 140 %, el déficit en torno al 3 %, y en otros países europeos cerca del 5 %. Las cifras estaban redondeadas, pero no muy lejos de la realidad.

Según Istat y Eurostat, a finales de 2024, la deuda pública de Italia se situaba en el 135,3 % del PIB y su endeudamiento neto en el 3,4 %. Sin embargo, el punto central de ese pasaje no eran los decimales.

Todos los problemas comienzan con la economía: el nivel de vida baja, el desempleo aumenta y los ciudadanos de las principales economías europeas lo sienten en carne propia; y esto, dijo,

también socava los cimientos mismos de la Unión Europea. Pero eso no es asunto nuestro; no nos entrometemos.

Concluyó reiterando la oferta de manera equilibrada: diálogo con la Unión en su conjunto, si así lo desea la Unión, o con países individuales, sin condiciones previas. «Pero tampoco debe haber condiciones previas por parte de Europa».

Tratar de comprender la magnitud de estas palabras, el equilibrio político que revelan y la fortaleza de un estadista que se preocupa no solo por el bien de su propio país, sino también por el de todo un continente, es una verdadera lección sobre lo que significa la política.

Escucha el discurso completo de Putin y comprenderás cómo, en menos de cinco minutos, es posible captar el declive de toda Europa, en todas sus facetas, al tiempo que se reitera con nostalgia que Rusia ha hecho todo lo que estaba a su alcance para ofrecer su ayuda.

Pero las decisiones de los europeos son suyas, sea cual sea la bandera que enarbolen. Rusia respeta y siempre respetará los principios fundamentales de su política exterior y su tradición política. Nada de mesianismo milagroso, nada de salvadores improvisados.

Europa —o más bien, los europeos de esta Europa—: ¿qué pretenden hacer?

Releyendo mis notas de viaje

Al releer mis notas a mi regreso, lo primero que llama la atención es la convergencia de puntos de vista.

El estratega, el economista, el ministro de Relaciones Exteriores y el presidente han expresado, cada uno con sus propias palabras, la misma evaluación: la Europa actual ha agotado su crédito ante Moscú. Lo segundo que llama la atención es que cada uno saca una conclusión diferente de ese diagnóstico.

Para Karaganov, la conclusión es coercitiva y toma un tono casi escatológico: Europa ha tenido su oportunidad, y lo que siga ya no es asunto de la diplomacia.

Para Oreshkin, es una cuestión de cálculo frío y duro: Europa no vale la inversión necesaria para recuperarla.

Para Lavrov, se trata de un retroceso diplomático limitado, centrado en la estructura política más que en la gente.

Por último, para Putin, la puerta sigue abierta —pero hacia los estados individuales, no hacia Bruselas—, acompañada de la expectativa de que la erosión económica hará el resto.

La aparente contradicción entre la postura de «ya es demasiado tarde» de los tres primeros y la postura de «sin condiciones previas» del cuarto se resuelve precisamente en la caracterización de Lavrov.

El resultado es una línea coherente, que yo llamaría «bilateralización»: Moscú no tratará con la Unión como entidad política mientras su liderazgo actual permanezca en el poder; ofrece a los estados miembros individuales canales sin condiciones previas y deja que las dificultades internas de Europa hagan que esos canales resulten atractivos.

La referencia a Italia como socio euroasiático «ya hoy» debe entenderse dentro de este marco: no es una cortesía; es una indicación de qué interlocutor prefiere Moscú.

Ciertamente no puedo afirmar que los cuatro interlocutores excepcionales hubieran llegado a un acuerdo —eso no hace falta decirlo—, pero esta convergencia me pareció verdaderamente «profética».

Valdai siempre ha sido el escenario donde se muestra la amplitud del debate ruso ante una audiencia extranjera. Puedo afirmar que estas perspectivas son compatibles y se refuerzan mutuamente: la postura firme de Karaganov hace que la oferta de Putin parezca moderada; las cifras de Oreshkin dan credibilidad a la idea de que Moscú no necesita hacer concesiones; y la fórmula de Lavrov equilibra la firmeza con la apertura.

La crisis de la deuda soberana de 2010–2012 dio lugar al Mecanismo Europeo de Estabilidad y a la unión bancaria; la pandemia condujo a Next Generation EU y a la primera deuda común a gran escala. Dentro de la Unión, las crisis han generado al menos tanta centralización como fragmentación.

Por lo tanto, «se desmoronarán por sí solos» es una apuesta, no una observación —aunque la apuesta les cueste poco a quienes la hacen—: si la UE se mantiene unida, Moscú al menos ha ofrecido diálogo; si se derrumba, ya cuenta con canales bilaterales establecidos.

Los indicadores a los que hay que prestar atención durante los próximos doce a dieciocho meses son bastante claros.

El primero se refiere a las visitas bilaterales a Moscú de los jefes de gobierno de la UE, además de las visitas previas de Viktor Orbán en julio de 2024 y Robert Fico en mayo de 2025.

El segundo es si se mantiene la unanimidad durante las renovaciones semestrales de las sanciones, donde un solo veto basta para abrir una grieta.

El tercero se refiere a las exenciones nacionales del cronograma para la eliminación gradual del gas ruso.

El cuarto —y el más significativo para nosotros— es la posible apertura de un canal estructurado por parte de una capital importante, incluida Roma.

¿Qué concluyo de todo esto? Como italiano, la frase que me quedo no es la que habla de desintegración; es la otra: «Ya consideramos a Italia también un socio euroasiático».

Contiene tanto una oferta como una observación dirigida a nosotros. Si la puerta que Moscú dice que está abierta en realidad está cerrada, está cerrada por este lado —y no fue Roma quien la cerró por su propia cuenta.

¿Cuánto tiempo puede permitirse un país con una deuda que supera el 135 % del PIB dejar que otros decidan quién puede hablar con quién?

Nadie en Moscú me preguntó eso. Es una pregunta que me traje a casa por mi cuenta. Y todo italiano de buena conciencia, todo europeo que aún tenga corazón, conoce la respuesta.

Traducción:  Observatoriode trabajador@s en lucha

Dopo Ankara, è il turno di Smirne: che cosa significa il “Vertice sulla tecnologia” della NATO?

By: A A
9 October 2026 at 10:30

La NATO Edge 26 a Smirne fonde la tecnologia civile con quella militare. L’intelligenza artificiale, il cloud e la sicurezza informatica sono ora al servizio del complesso militare-industriale.

Segue nostro Telegram.

Il vertice della NATO tenutosi ad Ankara nel mese di luglio continua a far sentire il proprio impatto nel nostro Paese — un vertice caratterizzato dal blocco della città, dai tappeti rossi stesi per i leader imperialisti, dalle marce dei giannizzeri, dalla narrativa di una «grande Turchia» costruita attorno all’ospitare l’evento e dagli arresti che continuano a tenere le persone dietro le sbarre.

Come è stato spesso sottolineato, il vertice di luglio ha segnato l’inizio di una «nuova era» sia a livello internazionale che per il nostro Paese.

Sembra che discuteremo di questa importante svolta ancora per molto tempo. Nel frattempo, il «lavoro» della NATO nel nostro Paese non è ancora terminato. Si avvicina un altro evento cruciale della NATO, che ha ricevuto scarsa attenzione da parte dei media mainstream — e quando ne riceverà, sarà ancora una volta inquadrato nella narrativa dell’«importanza della Turchia»: il NATO Edge 26…Il NATO Edge 26, che si terrà a Smirne nel novembre 2026, viene promosso utilizzando concetti quali «innovazione», «prontezza operativa» e «sicurezza del futuro». O, per dirla in parole povere: la commercializzazione e l’integrazione delle tecnologie militari, dell’industria della difesa e della capacità bellica…Il testo promozionale ufficiale dell’evento, organizzato dall’Agenzia della NATO per le comunicazioni e l’informazione (NCIA), ne illustra lo scopo in modo piuttosto chiaro:«NATO Edge 26 si concentrerà sul rafforzamento della prontezza operativa e della capacità bellica della NATO attraverso una collaborazione più rapida, più intelligente e più scalabile con l’industria.…La NCIA è lieta di portare avanti questa tradizione in Turchia nel 2026 e di far compiere all’evento un ulteriore passo avanti con un formato rinnovato, incentrato sulla fornitura di soluzioni efficaci e sulla priorità data alle partnership con l’industria.La partecipazione dell’industria sarà al centro dell’edizione del 2026, offrendo maggiori opportunità di coinvolgimento diretto, sessioni informative mirate, una comprensione più completa delle imminenti esigenze e priorità di approvvigionamento della NATO, nonché maggiori opportunità di presentare le soluzioni del settore ai decisori della NATO, agli utenti finali e ai potenziali partner».Un ecosistema militare che opera secondo la logica di mercato, con le partnership e la partecipazione al centro del proprio funzionamento. Le aziende del settore della difesa, gli Stati e i comandi militari stanno ampliando la propria cooperazione al fine di rafforzare la «prontezza operativa»…Che cos’è esattamente NATO Edge?NATO Edge è l’evento tecnologico di punta del centro per la tecnologia e la sicurezza informatica della NATO, l’Agenzia NATO per le comunicazioni e l’informazione (NCI Agency).Il termine “Edge” può essere tradotto in turco con “bordo”, “frontiera”, “vantaggio”, “superiorità” o, a seconda del contesto, “all’avanguardia” o “avanzato”.Si è tenuto per la prima volta nel 2022 a Mons, in Belgio. L’evento è nato dalla fusione di due manifestazioni precedentemente separate: il Simposio della NATO sulla sicurezza delle informazioni (NIAS) e una conferenza di settore nota come NITEC.Secondo i documenti ufficiali della NATO, il NIAS era incentrato sulla sicurezza informatica, mentre il NITEC riguardava la dimensione tecnologica e industriale. In altre parole, NATO Edge si rivolge esplicitamente sia alla sfera tecnologica che a quella industriale/commerciale.Alla prima edizione, tenutasi a Mons, in Belgio, dal 25 al 27 ottobre 2022, hanno partecipato oltre 2.100 iscritti e più di 100 aziende hanno preso parte all’area espositiva. Il programma includeva argomenti quali l’uso dell’intelligenza artificiale nelle applicazioni militari, la sicurezza informatica e la trasformazione digitale.In occasione del secondo evento, tenutosi a Tampa, in Florida (Stati Uniti), dal 3 al 5 dicembre 2024, sono state discusse le tecnologie cloud, la sicurezza informatica, l’intelligenza artificiale e l’uso strategico delle risorse. Secondo il rapporto annuale 2024 della NCIA, circa il 60 per cento dei partecipanti proveniva dal settore industriale, mentre il 31 per cento rappresentava la NATO, i governi e le forze armate.Questo quadro indica chiaramente che la tecnologia dell’intelligenza artificiale — il cui sviluppo negli Stati Uniti ha subito un’accelerazione dall’inizio degli anni 2000 ed è esploso negli ultimi anni — viene sistematicamente adottata dal complesso militare-industriale.Inoltre, tale sistema è stato sviluppato direttamente sotto la guida militare della NATO, in collaborazione con l’industria civile, utilizzando risorse così vaste che le iniziative civili volte a impiegare la tecnologia — in particolare l’intelligenza artificiale — «a beneficio dell’umanità» non possono competere con esse.Negli Stati Uniti, ad esempio, molte aziende incapaci di reperire investimenti hanno iniziato a ricevere finanziamenti da istituzioni militari quali la CIA e la NATO e a sviluppare tecnologie sotto la loro direzione. Il fatto che la CIA sia stata il «primo investitore» in numerose startup tecnologiche costituisce un esempio lampante di questo sistema.In sintesi, il percorso dello sviluppo tecnologico è stato in gran parte lasciato alla mercé della leadership militare e dei giganti tecnologici americani.Un quadro simile emergerà al NATO Edge 26. Molte piccole startup partecipanti all’evento cercheranno di stringere accordi con i principali attori del settore e tenteranno di assicurarsi finanziamenti da parte loro. Naturalmente, ciò avverrà al prezzo di lavorare per gli interessi militari della NATO.Per le aziende tecnologiche «locali, nazionali e fortemente nazionaliste», il cui numero è cresciuto enormemente nel nostro Paese negli ultimi anni, la «giustificazione» è altrettanto chiara: la Turchia è oggi un Paese sull’orlo di una svolta epocale, sede di importanti eventi internazionali, destinato presumibilmente a diventare non il loro subordinato, ma il loro padrone, e dotato di qualità che lo rendono indispensabile per tutti… Allora perché non dedicare tutte le nostre forze e il nostro lavoro alla strategia elaborata dalla NATO? Guadagneremo denaro e faremo un ulteriore passo avanti in un ordine mondiale in cui, presumibilmente, siamo già un attore così importante…Questa è più o meno la logica che sta dietro alla retorica apparentemente contraddittoria e irrazionale dell’industria della difesa turca riguardo alla «sfida al mondo» e alle sue azioni che, in ultima analisi, equivalgono a lavorare per le potenze imperialiste.In parole povere, NATO Edge è proprio l’incarnazione di questa logica attraverso eventi, sessioni e stand espositivi aziendali.Perché si tiene a Smirne?L’NCIA non ha fornito una motivazione specifica per la scelta di Smirne come sede del NATO Edge 26. Tuttavia, è possibile comprendere il motivo della scelta di Smirne esaminando i documenti della stessa istituzione.In primo luogo, durante il vertice di Ankara del 7-8 luglio si è tenuto un Forum dell’industria della NATO, nel corso del quale sono state annunciate nuove decisioni in materia di appalti per un valore di decine di miliardi di dollari. Le decisioni adottate dalla NATO a luglio mirano a tradurre in capacità operativa gli impegni politici e finanziari assunti ad Ankara, mentre a Smirne la NATO e l’industria collaboreranno per accelerare lo sviluppo di tale capacità.In secondo luogo, il vertice di Ankara ha adottato una nuova Strategia per la cooperazione tra l’industria e la NATO (SYNC). Questo documento porta il rapporto tra la NATO e l’industria a una fase più precoce. Attraverso questo meccanismo, le aziende non si limiteranno a presentare offerte per gare d’appalto già indette, ma saranno coinvolte nel processo sin dal momento in cui vengono identificati i futuri requisiti di capacità.In terzo luogo, il Ministero della Difesa Nazionale turco ha presentato NATO Edge 26 come un evento finalizzato alla «promozione internazionale e alla maggiore visibilità delle capacità “high-tech” dell’industria della difesa turca». L’NCIA ha inoltre firmato, durante la Giornata dell’Industria Turca da essa organizzata in Turchia, uno dei primi contratti della sua storia riguardante la modernizzazione delle apparecchiature di sorveglianza aerea a bassissima frequenza per il Comando Marittimo Alleato con ASELSAN.In altre parole, Smirne non dovrebbe essere considerata semplicemente come una «sede dell’evento», ma come un punto di contatto per legare più strettamente la Turchia alla catena di approvvigionamento delle tecnologie di difesa dell’imperialismo.È proprio qui che NATO Edge 26 si differenzia in modo più significativo dai precedenti incontri. L’NCIA sta dicendo apertamente alle aziende: «Potrete conoscere le esigenze della NATO prima che diventino specifiche ufficiali di gara», offrendo al contempo oltre 1 miliardo di euro in imminenti «opportunità di appalto della NATO». ”Il NATO Edge 26 sta creando un meccanismo di abbinamento in fase iniziale tra le esigenze militari della NATO e le decisioni del settore privato in materia di sviluppo dei prodotti e di investimenti.Chi vi partecipa?L’elenco ufficiale dei partecipanti al NATO Edge è ancora in fase di aggiornamento e, nella sua versione accessibile al pubblico, non tutte le oltre 270 aziende di cui è nota la partecipazione compaiono contemporaneamente. Ciononostante, è possibile confermare la presenza di numerose aziende di rilievo sia attraverso l’elenco ufficiale sia tramite gli annunci relativi a NATO Edge diffusi dalle aziende stesse. Tra i nomi che figurano nell’elenco ufficiale figurano Airbus, AWS, Anduril, ASELSAN, ASFAT, BAE Systems Digital Intelligence, BlackBerry, Booz Allen Hamilton, Cisco, Cloudflare, Broadcom, Armis Federal/ServiceNow, Atos e Barikat Cyber Security.Tra i relatori del settore presenti nel programma figurano il cofondatore e amministratore delegato di Helsing, Gundbert Scherf; l’amministratore delegato di Planet Labs, Will Marshall; il fondatore di UiPath, Daniel Dines; il dirigente di AWS Global Defense, Christian Hoff; il dirigente tecnologico di Leonardo, Alessandro Massa; il dirigente di Thales cortAIx Factory, Mickael Brossard; e la consulente capo per la sicurezza di BlackBerry, Christine Gadsby.Il pericolo del «doppio uso»Uno dei concetti che emerge in modo particolare nei materiali dell’evento NATO 2026 è quello della tecnologia a «doppio uso».Il vice segretario generale della NATO, Jean-Charles Ellermann-Kingombe, ha affermato che NATO Edge 26 risulterà particolarmente interessante per «le aziende che, oltre alla propria attività commerciale principale, dispongono di una credibile applicazione militare». In altre parole, la NATO non si rivolge più esclusivamente alle tradizionali aziende del settore della difesa, ma punta anche alle tecnologie che possono essere trasferite dal mercato commerciale alla sfera militare.Ciò significa che un’azienda tecnologica non deve più essere necessariamente un’«azienda produttrice di armi» sin dall’inizio. Un’azienda può operare nei settori dell’analisi dei dati, delle immagini satellitari, dei sistemi cloud, delle comunicazioni, dell’intelligenza artificiale, della sicurezza informatica, dell’automazione o dell’informatica, entrando al contempo nel sistema NATO e lavorando per la NATO.Ciò amplia notevolmente la portata di ciò che da tempo viene descritto come la «militarizzazione della tecnologia».Il profilo dei partecipanti al NATO Edge 26 lo rende evidente. Da un lato vi sono giganti della difesa quali Airbus, Anduril, ASELSAN, Leonardo e Thales; dall’altro, aziende tecnologiche civili quali AWS, Cisco, Cloudflare, Broadcom, BlackBerry, UiPath e Planet Labs.In altre parole, la tecnologia militare non significa più semplicemente «produrre prodotti militari per gli eserciti»; significa sempre più mettere i prodotti che si creano al servizio degli interessi militari.In che modo il mercato e la militarizzazione si stanno fondendo?In questo nuovo sistema, in cui anche il settore privato viene coinvolto nell’industria della difesa, la formula è chiara:Finanziamenti pubblici, domanda della NATO, investimenti aziendali, sviluppo tecnologico, integrazione militare, appalti pubblici, produzione su larga scala, nuovi investimenti…A questo punto, è necessario fare una breve digressione. La combinazione tra impresa privata ed esigenze militari, quando a queste ultime viene data priorità, comporta l’emergere di nuove crisi economiche nelle società capitalistiche. Infatti, l’intera catena di esigenze finirà per essere finanziata a spese dei lavoratori e dei loro bisogni sociali, che vengono collocati in fondo alla lista delle priorità.La forza competitiva della Repubblica Popolare Cinese (RPC), che ha compiuto progressi significativi nell’intelligenza artificiale, nella tecnologia e nella tecnologia militare, deriva non solo da tali progressi, ma anche dalla leadership del Partito Comunista, che dirige i settori pubblico e privato da un unico centro. Ciò che conferisce alla Cina la sua «velocità», nonché la minaccia che essa rappresenta per l’alleanza atlantica, è il controllo e la guida del settore privato da parte del Partito.Questa «minaccia» rappresentata dalla Cina sta spingendo il capitalismo ad adottare misure più rapide e severe in nuovi ambiti di cooperazione civile-militare simili a Edge.L’«industria nazionale e interna» viene vincolata al mercato della NATOL’entusiasmo dell’«industria nazionale e interna» sopra menzionata viene inoltre direttamente vincolato, nell’ambito di questo nuovo sistema, al mercato della NATO e alle sue esigenze militari.Si sostiene ripetutamente che la Turchia stia espandendo la propria industria della difesa. Ma di che tipo di espansione si tratta?L’industria della difesa viene internazionalizzata attraverso gli standard della NATO, i meccanismi di approvvigionamento della NATO, le esigenze operative della NATO e l’accesso al mercato della NATO.Per questo motivo, «produzione nazionale» e «integrazione nella NATO» non devono necessariamente essere in contrapposizione. Al contrario, nell’ambito del modello odierno, le due cose possono avvenire contemporaneamente. Il carattere «nazionale» a cui si fa riferimento è, per un Paese la cui intera strategia militare è già stata costruita da anni in conformità con gli interessi della NATO, un tipo molto particolare di nazionalità.È interessante notare che un annuncio del giugno 2026 da parte della Camera di Commercio della Regione dell’Egeo rivela che la quota inizialmente assegnata di 100 stand per le organizzazioni dell’industria della difesa turca all’evento è stata ridotta a 40, dopo che sono state ricevute meno candidature del previsto da parte delle aziende nazionali.Questi dati sono importanti sotto due aspetti.In primo luogo, l’ipotesi secondo cui l’industria della difesa turca si stia automaticamente e intensamente orientando verso il mercato della NATO non si applica in egual misura a tutte le aziende. È possibile intuire quali tipi di aziende possano permettersi di presentare domanda.In secondo luogo, ciò dimostra che presentare il NATO Edge 26 semplicemente come una «mostra gigantesca che apre tutte le aziende turche del settore della difesa al mondo» non riflette la realtà.Cosa rivela il collegamento con l’Ucraina?NATO Edge 26 contiene anche segnali importanti riguardo alla guerra in Ucraina. Sebbene il nostro Paese abbia ripetutamente cercato di posizionarsi come mediatore in ogni momento cruciale della guerra tra Russia e Ucraina, è del tutto evidente che nessuno — la NATO in primo luogo — abbia preso sul serio tale intenzione.Tra i partecipanti a Edge figurano il Centro per l’Innovazione e lo Sviluppo delle Tecnologie di Difesa del Ministero della Difesa ucraino e Brave1. Fondata nel 2023, Brave1 è una piattaforma ufficiale attraverso la quale il governo ucraino riunisce sviluppatori di tecnologie per la difesa, forze armate, investitori e aziende tecnologiche. La loro partecipazione significa inoltre che la NATO trasferirà direttamente l’esperienza tecnologica della guerra in Ucraina nel proprio ecosistema di innovazione.Anche questo non è un caso. Nell’ambito del programma UNITE–Brave NATO, la NATO e l’Ucraina hanno già istituito un fondo comune per appalti del valore complessivo di 10 milioni di euro, con l’intenzione di espandere il programma fino a 50 milioni di euro nelle fasi successive.A quali interessi serve la tecnologia?

Considerare il NATO Edge 26 a Smirne semplicemente come un evento in cui vengono esposte armi di nuova generazione, applicazioni di intelligenza artificiale o sistemi di difesa digitali sarebbe una grave semplificazione eccessiva. Il «quadro più ampio» mostra come le capacità civili e militari vengano fuse in un unico bacino, con aziende, Stati, istituzioni militari e sviluppatori tecnologici che partecipano congiuntamente alla costruzione di una nuova capacità bellica sotto il nome di «partenariato».

Pertanto, l’ambito della guerra cessa di limitarsi ai sistemi d’arma impiegati sul campo di battaglia; dati, intelligenza artificiale, sistemi cloud, comunicazioni, tecnologie satellitari, software e logistica stanno diventando tutti componenti della preparazione alla guerra e della pianificazione militare.

Dal punto di vista del nostro Paese, si può affermare che la retorica «interna e nazionale» di Ankara sia orientata verso i requisiti, gli standard, i meccanismi di approvvigionamento e le reti internazionali dell’industria della difesa della NATO. I limiti della narrativa secondo cui la Turchia sarebbe una potenza indipendente in grado di sfidare il mondo attraverso la propria industria della difesa sono, in ultima analisi, determinati dalle decisioni prese in sede di NATO.

Allo stesso tempo, eventi di questo tipo mettono ancora una volta in luce un’altra realtà che i marxisti hanno ripetutamente sottolineato — e ripetutamente dimostrato nella pratica: quanto sia in realtà condizionata la retorica del «libero mercato» del capitalismo.

Quando si tratta di guerra e di esigenze militari, la tradizionale affermazione secondo cui il mercato dovrebbe essere lasciato a se stesso può improvvisamente passare in secondo piano. La capacità produttiva può essere orientata in base a priorità strategiche, e il capitale privato può essere incoraggiato a operare per soddisfare le esigenze di «sicurezza».

In breve, la «vera questione» sollevata da NATO Edge 26 non è quale nuova tecnologia venga sviluppata, ma in base alle esigenze di chi, secondo quali priorità politiche ed economiche e, in ultima analisi, al servizio di chi venga sviluppata questa capacità tecnologica.

A chi era impegnato nella lotta organizzata un tempo veniva detto: «Lasci perdere tutto questo, si trovi prima un lavoro». Ora la frase è cambiata: «Lasci perdere la politica, viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale — impari la tecnologia».

Eppure, sebbene lo sviluppo tecnologico e i tempi che cambiano trasformino gli strumenti e le esigenze a nostra disposizione, non modificano il fatto che le classi dominanti utilizzino ogni strumento del «progresso» per preservare il proprio potere.

Da questa prospettiva, lo scopo politico che sta alla base della monopolizzazione dell’intelligenza artificiale da parte dei giganti militari ed economici è lo stesso che stava alla base del controllo dei macchinari da parte dei detentori del capitale nelle prime fasi della Rivoluzione Industriale.

Nel nostro Paese, dove i tempi che cambiano, gli strumenti e le esigenze sono forieri di gravi crisi, questi «accordi diabolici» che verranno stipulati a Smirne apriranno le porte a un’altra nuova era.

In definitiva, NATO Edge 26 è un esempio contemporaneo non solo dello sviluppo tecnologico in sé, ma anche dell’organizzazione della tecnologia per scopi «prebellici» e della socializzazione dei suoi costi — ovvero, del trasferimento di tali costi sulle spalle dei lavoratori.

I nostri predecessori politici, che un tempo osservavano a quale scopo venissero effettivamente utilizzate le gigantesche macchine nelle fabbriche oltre che per la produzione, ci hanno anche tramandato ciò che era necessario fare in risposta.

Ciò che occorre costruire oggi è il bastone che verrà conficcato negli ingranaggi digitali della nostra epoca.

Broken promise of ‘European solution’ on migration overshadows next week’s summit

7 October 2026 at 19:00

Twelve years ago, EU summit leaders announced they had a strategy to tackle unprecedented migrant arrivals.

Next week, they will meet again in Brussels and to tell us something similar.

We journalists will report on the latest twists and turns, hoping to get some sort of angle that hasn’t been covered. But the reality is that our leaders have broadly failed.

Dozens of EU summit conclusions have been published since 2015, when one around million Syrians arrived in Europe to seek protection.

We need stronger external borders to preserve the Schengen passport-free zone, they said. We need partnerships with foreign states to save lives. We need to step up deportations. We need a European solution.

All of these ideas and strategies have found a home in council conclusions, in various iterations, since 2015. All of them.

Some have actually panned out, including an EU migrant swap deal with Turkey and other deals with autocrats in Tunisia, Egypt and elsewhere. Others like internal reforms on asylum have also been delivered.

Yet the sense of urgency to tackle these issues continues because there is an obvious disconnect between what has been delivered, the promises made and the lived experience on the ground.

People still come. Some 80,000 arrived in the Spanish enclave of Ceuta end of July alone.

Many are still fleeing violence, war and economic hardships. Others are lured by the promise of labour in Europe by Europeans willing to exploit them.

I remember meeting a group of boys from Bangladesh on the Ocean Viking, freshly rescued in the middle of the night, asking when they would be able to start working in Italy.

One of them was still shaking with fear and sobbing, following a near death experience.

The European Commission is now claiming that the drop of irregular arrivals is due to their migration policy reforms, as if the fall of the murderous Assad regime in Syria had no discernible impact.

Perhaps some of that is true. But there is no disputing that Syrians accounted for over 100,000 irregular crossings in 2023, a year before Assad fell. It then dropped to around 6,000. Today, it is around 1,000, according to Frontex.

At some point, one has to wonder if these conclusions, repeated ad nauseam, is nothing but political theatre by a leadership that has run out of ideas.

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