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Schlein fa sul serio, ma le carte le dà ancora Conte

19 October 2026 at 06:04

Elly Schlein in occasione dell’ Assemblea nazionale del Partito democratico al Centro congressi La nuvola, Roma, domenica 18 ottobre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Elly Schlein during the Democratic party's national assembly, Rome, Sunday, October 18, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Sottovalutare Elly Schlein è un errore: potrà piacere o no, ma la segretaria del Pd non è una sprovveduta, come pensano alcuni grandi vecchi del suo partito. Schlein è una seria professionista della politica, brava a farsi scivolare addosso le feroci critiche che riceve dalla destra e a smontare i complotti orditi dentro casa, ma anche pronta a liquidare con una certa spregiudicatezza quel pezzo di partito insoddisfatto dell’addio alla vocazione maggioritaria del Pd.

All’assemblea nazionale di domenica, Schlein ha fatto le sue proposte su sanità, istruzione, ed economia, delineando di fatto il programma del governo di centrosinistra, astutamente senza mai fare cenno a Giuseppe Conte né ad altri fastidiosi ma ininfluenti alleati. La realtà però è leggermente diversa da come l’ha prospettata Schlein davanti ai compagni di partito, perché in questi anni la linea di Conte è stata più egemonica della sua, che al contrario è stata sempre gregaria perché concentrata a tenere insieme i cocci populisti e radicali dell’opposizione.

Alla Nuvola di Roma, Schlein è stata molto abile a trasformare l’improbabile coalizione che vorrebbe guidare fino a Palazzo Chigi in un’alternativa sociale a Giorgia Meloni. Ma non ha fugato i dubbi sulla difesa dell’Ucraina, come hanno sottolineato durante il dibattito Giorgio Gori e qualche altro riformista. Sono rimaste anche le ambiguità su Israele, come ha fatto notare Marco Pierini, così come l’ipocrisia furbetta e truffaldina del “no al riarmo nazionale” e del “sì a quello europeo” come se Schlein non sapesse che l’Europa è una confederazione di Stati e che la difesa (purtroppo) non è materia di competenza di Bruxelles, ma dei singoli paesi membri. Quindi dire di no all’aumento della spesa pubblica sulla difesa e di sì alla difesa comune europea, nel pieno di un attacco russo alle istituzioni democratiche europee, è un modo ingannevole e disonesto per cercare di salvare la rispettabilità europeista del Pd, lasciando però, come imposto dagli alleati di coalizione, che l’Europa resti in balìa delle mire imperialiste russe e degli umori dell’America trumpiana.

Questi dubbi, queste ambiguità, queste ipocrisie nei prossimi mesi dovranno poi confrontarsi con le istanze degli alleati che le alimenteranno ulteriormente, fino a spostare il posizionamento della coalizione di sinistra su territori molto lontani da quello originario e fondativo del Partito Democratico e del socialismo europeo.

È sbagliato sottovalutare Schlein, d’accordo, ma finora a dare le carte è sempre stato Conte, non lei.

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Quelli che non criticano Trump sull’Ucraina non sono pacifisti, ma guerrafondai che tifano per gli avversari

16 October 2026 at 03:45

La dimostrazione eclatante che la posizione cosiddetta pacifista sulla guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina è, quando va bene, ipocrita si è avuta in queste ore di ennesimo e vile attacco di Donald Trump e Elon Musk all’Ucraina, al suo presidente e al suo popolo.

Trump ha stretto un grottesco, inutile, e inapplicabile accordo con Vladimir Putin sul gasolio russo, in violazione delle leggi del suo Congresso e al solo fine propagandistico interno per scaricare sull’Ucraina, e non sulla guerra in Iran, le responsabilità del prezzo alto della benzina a poche settimane dal voto di metà mandato. Inoltre, da Mar-a-Lago, Trump ha ripreso a insultare e a minacciare Volodymyr Zelensky, dopo qualche mese di pausa, e ha smesso di passare agli ucraini parte delle informazioni di intelligence che servono ad anticipare la difesa della contraerea missilistica. Musk, invece, ha rallentato la connessione di Starlink in Ucraina e ha minacciato di staccare del tutto la spina, costringendo gli ucraini a rinunciare alle azioni belliche con i droni che così tanti danni hanno fatto alle infrastrutture offensive, energetiche e di approvvigionamento russe.

Il risultato della bravata del duo Trump-Musk è che i missili russi ora entrano nello spazio aereo ucraino indisturbati e poi colpiscono i civili ucraini come mai prima d’ora.

In linea generale, se le parole avessero un senso, un pacifista dovrebbe chiedere all’aggressore di fermare gli attacchi e non all’aggredito di smettere di difendersi, invece mai in quasi quattro anni abbondanti di guerra russa all’Ucraina ci sono state iniziative dei leader progressisti italiani o manifestazioni del fronte pacifista per chiedere alla Russia di fermare la guerra.

Ormai è diventato normale, malgrado sia un atteggiamento controintuitivo e moralmente osceno, che il sedicente pacifista italiano chieda all’Europa di non sostenere più l’aggredito, di non fornirgli le batterie antimissili che difendono la popolazione civile dall’attacco russo, e di inviare in Ucraina, anziché missili, un inviato di pace, come se fosse l’Ucraina a volere le guerra, al fine poi di intavolare una trattativa che la Russia non ha nessuna intenzione di intraprendere e che ogni giorno rigetta in tutte le lingue, a meno che la soluzione diplomatica sia la completa resa degli ucraini.

Questo è il teatrino dell’orrore cui assistiamo da oltre quattro anni, inscenato soprattutto da una parte della sinistra che si riempie la bocca della parola pace mentre con i fatti lavora per la continuazione della guerra russa.

Le ultimissime intemerate di Trump e Musk contro Zelensky e l’Ucraina scoperchiano però l’ipocrisia politica di quello che a buon diritto viene chiamato Campo Lavrov.

Qui non si tratta di cambiare linea politica sul “no alle armi” o sulla necessità di far terminare la guerra, né di mettere in difficoltà i leader dei partiti che provano a mantenere unita la coalizione elettorale. Qui ci sono i due più spudorati esponenti della destra nazionalista globale che, prendendosi una pausa dal gettare nel caos il mondo e dal sostenere tutti i movimenti neonazi del pianeta, minacciano l’aggredito, accarezzano l’aggressore cercando anche di fare affari personali, e mettono in pratica un piano di disimpegno per massimizzare le vittime civili ucraine.

Per i capi della sinistra “pacifista” non potrebbe esserci un’occasione più facile e doverosa di questa per criticare Trump e Musk e difendere le vittime innocenti della guerra, anche senza cambiare la linea politica sullo stop all’invio delle armi difensive.

Eppure non c’è stato nessun leader del Campo Largo o del fronte intellettuale pacifista che in queste ore abbia criticato Trump e Musk, dimostrando così in modo plastico l’impostura della posizione “pacifista”, ma anche la fine della gloriosa sinistra anti totalitaria, e la trasformazione del Campo Largo non solo in Campo Lavrov ma anche in Campo Mar-a-Largo.

Un fronte progressista che rifiuta di difendere l’aggredito, che non disturba mai l’aggressore, e che non riesce nemmeno a criticare i due più grandi fascistoni del pianeta impegnati a facilitare l’imperialismo russo può essere definito in qualsiasi modo, tranne che con l’aggettivo progressista.

Il più grande intellettuale della sinistra anti totalitaria, il compianto Christopher Hitchens, aveva svelato la vera natura dei pacifisti pro Saddam Hussein. Una lezione valida anche nel 2026. Oggi i pacifisti italiani non solo pretendono la resa degli aggrediti ucraini e non fanno niente per fermare l’aggressore russo, ma non trovano nemmeno il modo di censurare le mascalzonate di Trump e Musk contro l’Ucraina e l’Europa. Come scriveva Hitchens, questi non sono pacifisti, «non vogliono la pace, sono a favore della guerra, e tifano per gli avversari».

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Il cambiamento come possibilità, nel nuovo numero di Etc

14 October 2026 at 03:45

Il 2013 era un altro mondo rispetto al 2026. C’era grande entusiasmo, energia travolgente, percezione che le cose sarebbero inevitabilmente migliorate. Era una lettura ottimista, quando ancora aveva un senso dirsi ottimisti, perché cominciavano già a vedersi i segni di stanchezza dell’Occidente satollo, una diversa percezione delle ingiustizie economiche, e le prime manifestazioni del bipopulismo di destra e di sinistra che hanno caratterizzato gli anni successivi (con il nostro paese, come al solito, Silicon Valley del populismo e precursore di ogni tipo di demagogia politica). 

Nel 2013, uno dei giganti del rock britannico, Johnny Marr che degli Smiths è stato l’anima musicale, scrisse una bella canzone che interpretai subito come un manifesto politico ed esistenziale, quasi un corollario pop all’idea favolosa ma sempre più sbiadita, già allora, della fine della storia per sopravvenuta e inesorabile vittoria del modello liberal-democratico. 

La canzone s’intitolava European Me, “Io europeo”, e aveva un testo sufficientemente criptico da essermi preso la libertà di interpretarlo e farlo mio, soprattutto dopo aver ascoltato il primo verso: «Now there is no turning back». 

Erano gli anni in cui le picconate al modello democratico-tecnologico che cominciavano a smantellare la nostra civiltà non potevano farci dire altro che «non si può tornare indietro» (ricordate L’alba di Lorenzo Cherubini?). 

No, non si poteva tornare indietro, eppure andando molto avanti siamo anche andati molto indietro su parecchie cose, e in questo 2026 che si va a chiudere il bilancio finale sui passi avanti e sui passi indietro è ancora prematuro. 

Qualche settimana fa, Johnny Marr ha pubblicato un nuovo disco intitolato The Age of Everything, “L’epoca del tutto”. Marr in fondo scrive soltanto canzonette, ma anche questa volta le ho interpretate come fotografie perfettamente a fuoco del presente e della società sovraccarica e sovrastimolata dal cambiamento, fiaccata dall’abbondanza di informazioni, stimoli, emozioni, suscettibilità. 

Cambia tutto, tutto è disponibile, tutto arriva in tempo reale. Tutto sempre più velocemente della nostra capacità psicologica e spirituale di adattarci. Siamo cotti dall’eccesso di cambiamento. 

Nel presentare l’album, Marr ha invitato però a considerare il cambiamento anche come una possibilità: «La tecnologia ha generato nella nostra cultura una sensazione di sovraccarico, ma se la si guarda da un’altra prospettiva può anche emergere la sensazione che tutto sia possibile». Ecco, il “cambia tutto” della cover story di Etc guarda il mondo da questa prospettiva lungimirante: bisogna soltanto mettersi comodi, farsi coccolare dalla matericità della rivista, farsi ammaliare dal design delle pagine, e leggere gli articoli per cercare ancora una volta nuove possibilità.

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Il nuovo numero de Linkiesta Etc sarà disponibile su Linkiesta Store da lunedì 19 ottobre, e nelle edicole selezionate di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia a partire da giovedì 22 ottobre.

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L’ennesima buffonata di Trump, e l’indifferenza complice della politica italiana

12 October 2026 at 03:45

President Donald Trump arrives to speak at a campaign rally at F&M Bank Arena, Saturday, Oct. 10, 2026, in Clarksville, Tenn. (AP Photo/Alex Brandon) Associated Press / Lapresse Only italy and spain

Donald Trump non può aver tradito Volodymyr Zelensky, come scrivono tutti quanti in queste ore, per la semplice ragione che non lo ha mai sostenuto e semmai ha sempre cercato, fin dal primo mandato, di depotenziare e abbattere il presidente ucraino a maggior gloria di Vladimir Putin.

Trump si è già augurato più volte la fine politica di Zelensky, del resto questa è la linea del Cremlino, e quindi anche la sua.

La prima volta che Trump ha minacciato Zelensky è stata nel 2019, quando al telefono gli ha intimato di trovare le prove di un coinvolgimento del figlio di Joe Biden in un fantomatico complotto internazionale ordito in Ucraina per indebolire la Casa Bianca, accusandola di complicità con il Cremlino nelle interferenze russe alle elezioni presidenziali americane del 2016.

Il complotto ucraino ovviamente era una bufala orchestrata dall’intelligence di Mosca per sviare le indagini americane sulle sue responsabilità, e per insinuare che dietro il Russiagate ci fosse l’Ucraina, non la Russia. Un assist che Trump non si è fatto sfuggire, e che ha utilizzato in modo maldestro per difendersi dalle accuse di essere stato eletto nel 2016 con l’aiutino di Putin.

Era un’operazione di disinformazione costruita ad arte al Cremlino, cui non ha creduto nessuno tranne certi sedicenti campioni del progressismo italiano e i soliti sbandati giornali della destra, a cominciare dal Fatto.

Giuseppe Conte, quando guidava il governo e prima di aver fatto sfilare per le strade italiane l’esercito russo, ha dato talmente credito alla bufala russa sbandierata da Trump da aver messo, in modo irrituale, la nostra intelligence a disposizione dell’allora ministro della giustizia trumpiano William Barr. Trump, poco prima, aveva minacciato Zelensky al telefono di ritirare un finanziamento da quattrocento milioni di dollari se Kyjiv non gli avesse consegnato le prove inesistenti contro il figlio di Biden.

Tutto questo è alla base del primo procedimento di incriminazione costituzionale subito da Trump dalla Camera dei deputati di Washington, da cui è uscito indenne soltanto perché i suoi senatori repubblicani lo hanno salvato con un margine di soli quattro voti.

Stupirsi adesso del “tradimento” di Trump è stravagante. Trump detesta l’Ucraina da tre anni prima dell’invasione russa su larga scala, esattamente da quando Zelensky non gli ha fornito le prove contro Biden che i russi gli avevano detto che aveva, e la conseguenza è stata l’impeachment.

Per Trump, quindi, l’Ucraina è il Paese che ha costruito un complotto contro la sua presidenza, e Zelensky è il presidente, allora appena eletto, che non ha voluto collaborare a sventarlo (al contrario dell’aiuto fornito dall’amico «Giuseppi» Conte, oggi punto di riferimento fortissimo del progressismo italiano).

Più che stupirsi, semmai c’è da chiedersi perché Trump è tornato proprio in questo momento a prendersela con Zelensky, dopo qualche mese di pausa a causa delle complicazioni della guerra in Iran.

Il motivo è semplice, come tutto quello che riguarda un uomo ottuso e prevedibile come Trump: tra un mese in America ci saranno le elezioni di metà mandato che lo vedono sfavorito anche a causa del prezzo della benzina, un’evidente conseguenza del fallimentare intervento armato in Iran che ha consegnato agli ayatollah e ai pasdaran il controllo dello stretto di Hormuz, dove passa buona parte del commercio del petrolio. L’intervento in Iran ha pure indebolito i paesi arabi produttori, che ora sono costretti a difendersi da iraniani e dai fondamentalisti houthi dello Yemen senza più l’ausilio degli americani, perché Trump ha scaricato anche loro.

Per avere un quadro più preciso sulle prospettive negative per Trump a poche settimane dalle elezioni, al prezzo record della benzina va aggiunta anche l’inflazione, mai domata e anzi peggiorata dalla grottesca politica dei dazi che ha danneggiato l’economia americana e non solo quella americana.

In questa situazione di grande difficoltà, Putin ha fornito ancora una volta conforto a Trump, offrendogli una parte insignificante delle sue riserve di diesel e ottenendo in cambio la possibilità di esportarle all’estero con un allentamento delle sanzioni energetiche che ora la Russia si giocherà per creare altro consenso politico in Europa per i partiti fiancheggiatori. Come ulteriore omaggio per il suo compleanno, Putin ha ricevuto da Trump un’ulteriore strigliata contro Zelensky.

I soliti trombettieri italiani di geopolitica, gli stessi che prima assicuravano che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e poi che l’avrebbe conquistata in tre giorni, sono già al lavoro per decretare ancora una volta la fine di Zelensky e dell’Ucraina.

Trump, insomma, sta provando di nuovo ad imputare all’Ucraina l’origine dei suoi guai politici, com’era successo nel 2019c, e questa volta anche a spiegare agli elettori americani che si apprestano a votare alle elezioni del 3 novembre che non è vero che il prezzo della benzina è così alto a causa della sua sconclusionata guerra in Iran, ma che lo è per colpa di Zelensky che colpisce le raffinerie russe e non vuole la pace.

Nell’impostura che Trump offre all’America, Putin invece è quello buono, addirittura il leader che vuole la pace al punto da essere disponibile a mettere a disposizione del consumatore americano una quantità di diesel, e nella narrazione farlocca di Trump poco importa che il diesel offerto da Putin copra il fabbisogno americano soltanto per quattro giorni.

Ieri sera Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Mosca e Kyjiv, malgrado i rappresentanti di Zelensky, che si trovavano a Miami proprio per cercare una posizione comune con gli americani da offrire alla Russia, non ne sapessero nulla. È molto probabile che non ne sapessero niente nemmeno i membri della delegazione americana, perché gli annunci di Trump sono nati in seguito alla solita telefonata con cui Putin ha fatto fesso il mansueto collega della Casa Bianca.

Naturalmente non c’è nessuna tregua energetica, come non ci sono mai state le tregue con l’Iran annunciate da Trump sui social ogni due per tre, anche perché l’unico che ha offerto formalmente una tregua energetica è stato Zelensky, ma l’offerta è stata rifiutata pubblicamente dai russi, i quali indisturbatamente continuano a colpire infrastrutture civili in Ucraina e a uccidere cittadini innocenti.

Gli ucraini hanno smesso di fidarsi degli americani dal 20 gennaio 2025, da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca e ha accolto tutte le oscene posizioni di Putin che, ricordiamolo, sono la fine della indipendenza ucraina, l’annessione di parti di territorio che in quattro anni di guerra la Russia non è riuscita a conquistare, e l’insediamento di un governo fantoccio a Kyjiv.

Da quando c’è Trump, l’America non finanzia più la resistenza ucraina, già un paio di volte ha sospeso la condivisione delle informazioni di intelligence con Kyjiv (cosa che minaccia di rifare adesso), ha ritardato e in alcuni casi bloccato la fornitura di armi deliberate in precedenza da Biden e non ancora consegnate, ha provato a cacciare in malo modo Zelensky dalla Casa Bianca in diretta televisiva, e continua a incassare soldi dagli europei per le forniture militari che i paesi dell’Unione comprano per difendere gli ucraini.

Contro tutte le previsioni, gli ucraini hanno fatto a meno dell’America, sono riusciti a organizzarsi autonomamente, hanno sviluppato una propria industria bellica e tecnologica, hanno cambiato la natura del conflitto con i droni, e non solo hanno resistito all’invasore, ma hanno anche fatto passi in avanti sia sul terreno di battaglia sia nella capacità di colpire le infrastrutture strategiche russe senza l’aiuto di Washington.

Un risultato straordinario che andrà studiato sui libri di storia e che definisce un popolo fiero, libero e democratico che merita ammirazione e sostegno.

In tutto questo, la politica italiana si gira dall’altra parte, perché impegnata in questioni grottesche come la legge elettorale, le primarie, le gonne delle ragazze.

Nessuno dei leader dei due schieramenti ha espresso solidarietà a Zelensky né ha criticato l’ennesima mossa pro Putin di Trump. Ed è curioso che l’indifferenza del campo largo, che non a caso Pina Picierno ha chiamato “Campo Lavrov”, si manifesti nello stesso giorno in cui Matteo Renzi ha proposto di definire la cornice della coalizione di centrosinistra, che come è noto è in difficoltà a trovare un consenso sull’Ucraina, intorno all’opposizione a Donald Trump.

Invece niente, nemmeno l’opposizione a Trump riesce a scuotere Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, se di mezzo c’è la Russia imperialista di Putin e la difesa dell’Europa.

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