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Gli Usa spiccano un mandato di cattura contro l’ex presidente cubano Raul Castro. Così Trump spera di ottenere il voto degli esuli dell’Isola

21 October 2026 at 07:04

Gli Stati Uniti di Donald Trump non risparmiano più l’uomo a terra, hors de combat (fuori combattimento), ignorando ogni riferimento al diritto internazionale umanitario. E vale tutto – anche accanirsi contro un Paese in crisi umanitaria e un ex presidente 95enne – pur di recuperare qualche punto nei sondaggi che sono ai minimi storici (31%), a ridosso delle elezioni di midterm. Lo conferma il tempismo del mandato di cattura annunciato lunedì contro l’ex presidente cubano Raúl Castro, fratello del leader della rivoluzione Fidel, accusato di “cospirazione finalizzata a omicidio in primo grado” per l’abbattimento di due velivoli pilotali dall’organizzazione Brothers to the rescue/Hermanos al rescate avvenuto più di trent’anni fa, il 24 febbraio 1996. In quell’incidente sono morti tre cittadini americani e un residente Usa: Carlos Costa, Pablo Morales , Mario de la Peña e Armando Alejandre Jr. Secondo le indagini dell’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale, l’attacco del 1996 si sarebbe verificato in acque internazionali, ma L’Avana sostiene di aver agito in “legittima difesa” e “all’interno delle proprie acque giurisdizionali”.

“Raúl Castro (allora vicepresidente del Consiglio di Stato e ministro delle Forze armate rivoluzionarie, ndr) ha ordinato l’uccisione di quattro concittadini a sangue freddo e la Florida non smetterà mai di cercare giustizia”, ha commentato in conferenza stampa il procuratore generale in carica dello Stato americano, James Uthmeier, conservatore, affiliato al Partito Repubblicano, già promotore della creazione del centro di detenzione “Alligator Alcatraz” e in corsa verso il secondo mandato. “L’ordine d’arresto – ha aggiunto – limiterà la capacità di Castro di lasciare la nazione insulare e gli impedirà di viaggiare in qualsiasi luogo che abbia un accordo di estradizione con gli Stati Uniti”. Il procuratore dice di tener conto dell’anzianità di Castro ma confida che eventuali catture e trasferimenti a Miami avvengano per conto di “altri” soggetti.

Allo stesso tempo, fonti de L’Avana esprimono perplessità a Ilfattoquotidiano.it sul carattere extraterritoriale del mandato di cattura, i cui margini interpretativi potrebbero allargarsi addirittura a un’operazione di estrazione nell’Isola, sulla falsariga di quanto avvenuto il 3 gennaio, a Caracas, durante il blitz della Cia contro Nicolás Maduro e Cilia Flores. Uthmeier prova a blindare anche l’eventuale prigionia di Castro avvertendo: “Se un simpatizzante del comunismo (cioè, un candidato Dem, ndr) dovesse tornare a occupare la Casa Bianca, non potrà dargli l’indulto, commutargli la pena né concedergli l’immunità di fronte a questi procedimenti statali”.

Immediata la reazione del suo sfidante alla carica di procuratore, José Javier Rodríguez, che contesta tempi e modi dell’annuncio: “Utilizzare una tragedia dolorosa e mai dimenticata per la comunità di Miami al solo scopo di mettere in scena uno show politico a ridosso delle elezioni dimostra come l’ufficio del Procuratore generale venga usato come uno strumento di campagna elettorale, invece che per amministrare una giustizia seria”. E, almeno a livello emotivo, il provvedimento fa breccia tra gli esuli cubani, compresi i familiari delle vittime, riuniti alla Freedom Tower di Miami. Per Mirta Méndez, madre del pilota Carlos Alberto Costa, “vedere lo Stato della Florida e le autorità muoversi insieme per inchiodare il regime cubano alle sue responsabilità cancella, almeno in parte, il senso di abbandono che abbiamo provato per decenni”. Ma tra gli stessi esuli anti-Castro non manca lo scetticismo. “Come lo arresteranno, se è protetto da un esercito? Questa sembra più propaganda che giustizia reale per le famiglie”, commenta Camilo López, residente a Little Havana.

In fondo, il tentativo dell’amministrazione Trump è quello di recuperare i consensi perduti in una fetta dell’elettorato latino, con il 74% dei membri che disapprova le sue politiche mentre il 55% dichiara esplicitamente che gli voterà “contro”, secondo una recente rilevazione a cura del Pew Research Center.

L’atto di propaganda viene denunciato anche dal presidente cubano, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, che su X reputa “spregevole” il mandato di cattura contro Raúl Castro, definendolo un “patetico circo a sfondo elettorale” che “non avrà mai il minimo senso giuridico e tantomeno pratico”. Il presidente condanna quindi la “manovra con veste legale montata da politici anti cubani contro Castro e contro Cuba”.

Nel frattempo, a L’Avana la vita reale è sempre dura da affrontare: quest’anno il Pil subirà una contrazione del 10,3%, la peggiore in tutto l’emisfero, mentre zone come Pinar del Río affrontano blackout che raggiungono anche le 90 ore. La produzione interna è ferma, causa blocco ed embargo, mentre le importazioni dagli Usa salgono del 210% rispetto all’anno precedente. Tutto concorre, anche le merci, all’occupazione dell’Isola.

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Elezioni Brasile, scontro totale in tv tra Lula e Bolsonaro Jr. “Stammi lontano, potresti derubarmi”. “Voglio il voto di tutti, anche di quel galeotto di tuo padre”

19 October 2026 at 13:32

Un’ombra sul palco, con il fiato sul collo dell’avversario, tanto da evocare il pedinamento o la marcatura a uomo, nel gergo calcistico, con numerose provocazioni verbali. “Resti qui al mio fianco, Lula, parliamo insieme”, dice Flávio Bolsonaro con tono di sfida e sorriso ironico al rivale e presidente uscente Luiz ‘Inácio’ Lula da Silva. “Non voglio stare vicino a te – risponde, ormai esasperato dalle provocazioni del candidato ultrà –. Dalla famiglia Bolsonaro voglio distanza. Voglio distanza dai miliziani”. Poi, Flávio rincara la dose con sarcasmo: “In effetti, è meglio che tu stia lontano: meno male che sono senza portafoglio, altrimenti potresti derubarmi”.

Il vis-à-vis tra Lula e Bolsonaro Jr., ospitato domenica negli studi della catena Tv Band, nella città di São Paulo, lascia poco spazio ai programmi elettorali – separati da una distanza incolmabile – e si trasforma in un dissing tra i due candidati in corsa verso il ballottaggio del 25 ottobre. E questo polarizza ulteriormente uno scenario segnato da sondaggi contrastanti, là dove Datafolha dà vincitore Bolsonaro Jr. su Lula (47% a 45%), confermando l’esito del primo turno, mentre Vox Brasil rileva un vantaggio di due punti (51% a 49%) del candidato progressista su quello ultrà.

“Io non sono qui per fare teatrini o per subire intimidazioni da strada”, ha affermato Lula di fronte alla prossemica eccessiva e alle ripetute smorfie di scherno attuate da Bolsonaro Jr. durante l’allocuzione del presidente uscente. “Questo è un dibattito per la presidenza della Repubblica, non un raduno di teppisti”.

La tattica di Flávio è stata la stessa impiegata dall’alleato e presidente Usa, Donald Trump, durante il dibattito del 9 ottobre 2016, facendo “accapponare la pelle” all’allora rivale dem Hillary Clinton. Così però il dibattito è stato reso “inutile per l’elettore indeciso”, ha osservato l’analista politico Lucas Aragão, di Arko Advice, che ha lamentato uno stile volto a favorire “attacchi e l’ironia” anziché le proposte. “Il dibattito è servito solo ad alimentare le fazioni di entrambi, tagliando fuori l’elettorato indeciso”, ha aggiunto l’analista Jussara Soares. La strategia è stata rivendicata da Pablo Marçal, influencer e imprenditore – altro canale diretto capace di connettere Flávio con Trump e i circuiti Maga– che dalle prime file della platea faceva da suggeritore a Bolsonaro Jr. “Siamo la generazione che farà congedare Lula”, rivendica Marçal.

A sua volta, il presidente in carica, dopo l’iniziale nervosismo, ha puntato la propria allocuzione sul contrattacco e su quella che i sostenitori del Partito dei Lavoratori hanno definito “fermezza istituzionale”, accompagnata dal “rifiuto di farsi intimidire”. Ha proposto un condono di 2,5 miliardi di dollari per la piccola e media impresa e la tutela del settore pubblico, opponendosi all’austerity voluta da Bolsonaro Jr. e alla proposta di privatizzare asset strategici nazionali come Petrobras. Ha anche assicurato la continuità del programma di sussidi e contrasto alla povertà “Bolsa Família” e ribadito l’obiettivo di deforestazione zero in Amazzonia entro il 2030. Quanto alla sicurezza, Lula osserva che non basta contrastare le organizzazioni criminali con la forza, ma serve “prendere di mira i loro flussi finanziari e i loro meccanismi di riciclaggio”. Tema su cui il suo rivale, Bolsonaro Jr., propone l’istituzione di una truppa d’élite per combattere i narcos, l’adozione del modello penitenziario de El Salvador (con 500mila nuovi posti letto in carcere) e l’adesione del Brasile allo Shield of the Americas, coalizione militare promossa dall’amministrazione Trump. Il suo programma prevede anche tagli per 40 miliardi di dollari, oltre all’eliminazione di ministeri, sulla falsariga dell’Argentina di Javier Milei.

“Sai a che punto è la povertà in Argentina? Sai com’è messa la disoccupazione? Se non lo sai, leggi! E non dirai più di seguire Milei”, ha replicato il leader progressista a Flávio, che nel frattempo ha criticato i vincoli di da Silva con il regime di Daniel Ortega (Nicaragua) e l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, prelevato dagli Usa. “Ecco i tuoi amici”, ha detto.

Neppure i familiari si sono salvati dal confronto. Flávio ha tirato in ballo il figlio di Lula, Fábio Luís ‘Lula’ da Silva, indagato per corruzione e abuso d’ufficio. “Perché si nasconde in Spagna? Perché non è qui?”. Lula ha poi replicato che Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio, “è nascosto negli Stati Uniti, cospirando contro il Brasile, chiedendo a Trump che intervenga nel Paese”. E alla domanda capziosa “Può spiegare perché il 73% dei detenuti vota per lei?”, Lula replica: “Vorrei che mi votasse il 100%; anche tuo padre (…) Jair, vota per me”.

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Ballottaggio in Brasile, i giudici fermano Meta e danno ragione a Lula: “Garantire parità nell’algoritmo per i post social”

19 October 2026 at 07:14

Arriva l’altolà del Tribunale supremo elettorale (Tse) a Meta. In vista del ballottaggio di domenica 25 ottobre alle presidenziali brasiliane, il colosso dei social dovrà garantire condizioni neutre e parità algoritmica nella diffusione dei contenuti relativi ai candidati Flávio Bolsonaro e Luiz Inácio ‘Lula’ da Silva, presidente uscente, che – attraverso i legali del Partito dei lavoratori – aveva denunciato la multinazionale Usa per “trattamento disuguale nella generazione e distribuzione di contenuti politici” e “ingiustificate riduzioni di visibilità“.

La decisione, redatta dal ministro del Tse Marco Aurélio Bellizze, impone a Meta il divieto di “restringere ingiustificatamente la distribuzione di contenuti politico-elettorali” in favore o contro le candidature in campo. Altri limiti riguardano anche Meta AI, i cui strumenti non potranno “esprimere opinioni, indicare preferenze elettorali, raccomandare il voto o porre in essere qualsiasi forma di favoreggiamento o svantaggio politico elettorale”. Il Tse ha inoltre imposto a Meta una multa giornaliera di 500mila reais, cioè 81mila euro, in caso di inadempimento.

Le segnalazioni inascoltate

In una nota ufficiale, il gruppo di Mark Zuckerberg ha respinto “categoricamente qualsiasi affermazione di parzialità deliberata contro la campagna del presidente Luiz Inácio Lula Da Silva”. Secondo l’azienda che controlla Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads, i danni recati alla campagna di Lula sono stati causati da “un errore sistemico involontario a livello globale che ha temporaneamente colpito diversi inserzionisti”. In realtà, le irregolarità erano note ai dipendenti di Meta in Brasile, che avevano già classificato alcuni incidenti come “gravi”, poiché esigevano “attenzione urgente”, ma i superiori di Menlo Park avrebbero snobbato l’allarme. A tale riguardo, il quotidiano Folha de São Paulo ha svelato diverse chat in cui i dipendenti di Meta accusavano i colleghi Usa di aver “sottovalutato l’urgenza politica della situazione”, definita “anomala” e ad “alta probabilità” di un’azione giudiziaria.

Il sabotaggio anti-Lula

Del resto, la versione di Meta non regge il confronto con i reiterati episodi documentati dal team legale di Lula, tra cui l’improvvisa disabilitazione dell’account pubblicitario su Facebook e Instagram, il blocco delle sponsorizzazioni di post elettorali (permesse invece a Bolsonaro) e la scomparsa sistematica del profilo ufficiale del presidente uscente e di altri esponenti della sinistra dai risultati di ricerca su Instagram. Questi schemi relegano in secondo piano anche recenti notizie positive, come l’accorciamento della settimana lavorativa e la deforestazione in Amazzonia, ridotta ai minimi rispetto al 1988.

Tra le denunce si riscontrano anche situazioni più sottili, come la generazione di materiale elettorale IA per Bolsonaro, negato invece a Lula, e la mancata rimozione di 255 profili fake rimasti attivi a diffondere notizie false, seppur segnalati. “Stanno usando la tecnologia per cercare di controllare il destino del nostro Paese. Non accetteremo che nessuna corporation straniera decida, attraverso un algoritmo occulto, chi deve governare il Brasile”, ha denunciato il leader progressista, che ha presentato un esposto presso diversi osservatori internazionali accreditati, tra cui l’Organizzazione degli Stati americani, l’Unione europea e il Parlamento del Mercosur.

Il ruolo di Cerimedo ed Elytron

La trama coinvolge già diversi attori esteri, oltre a Meta. È il caso di Fernando Cerimedo, l’esponente Maga in America Latina, già coinvolto in diverse campagne elettorali nella regione, che ora si trova in cella in Bolivia, ma prima del suo arresto aveva preso accordi con Flávio, assicurandogli una “corsia preferenziale con Meta” oltre all’attivazione di “milizie digitali” e sciami di bot a suo favore. L’intesa è stata svelata dall’ex compagna di Cerimedo, Nadia Beller, che ha fornito prove documentali a integrazione delle indagini già avviate dalla Polizia federale brasiliana.

“Sono in grado di far chiudere o far ripristinare qualsiasi pagina”, scriveva Cerimedo al candidato brasiliano. E non solo. Recenti indagini eseguite dalla testata investigativa The Intercept Brasil sostengono che il team di campagna di Bolsonaro avrebbe sborsato 600mila reais (l’equivalente di 118mila dollari) a Elytron, società di cybersecurity radicata negli Usa, per la creazione di profili fake e l’organizzazione di operazioni di propaganda volte a screditare Lula sui Social. L’inchiesta raccoglie dichiarazioni e registri commerciali forniti dall’ex consulente tecnologico dell’azienda, Vincent Edward Reed, che ha denunciato la creazione di un sistema volto a “profilare gli elettori” e poi “colpirli con deepfake generati dall’Intelligenza artificiale”. Flávio però non confessa, e ironizza: “La sinistra sta preparando la scusa per la sconfitta. Ora la colpa non è più delle loro proposte o del malcontento popolare, ma degli algoritmi di Instagram e di WhatsApp”.

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Ricercatrice per un progetto Ue sospesa dal suo istituto in Argentina per aver svelato le conseguenze sulla popolazione dell’uso massiccio di agrofarmaci

18 October 2026 at 08:39

Ha eseguito una ricerca sulla presenza di veleni agricoli in esseri umani e animali, nel sudovest di Buenos Aires, coinvolgendo 73 volontari. Lo studio, iniziato nel 2020, finanziato da fondi Ue nell’ambito del progetto Sprint, Sustainable plant protection transition, con l’approvazione dell’Inta, Instituto nacional de tecnología agropecuaria, ha rilevato la presenza di almeno due pesticidi nel sangue del 100% dei volontari coinvolti e di glifosato nelle urine dell’84%. In alcuni test si registra la presenza di decine di fitofarmaci diversi nell’organismo dei volontari. I veleni sono ovunque, anche nella polvere domestica, che nasconde fino a 86 molecole chimiche differenti. L’esito non è piaciuto affatto ai vertici dell’Inta né ai colossi agricoli, i cui rappresentanti siedono nel Consiglio direttivo dell’ente. E ora Virginia Aparicio, 53 anni, responsabile scientifica della ricerca, affronta una procedura di esonero che comporterebbe il licenziamento e l’esclusione da ogni incarico pubblico per i prossimi cinque anni.

“La mia vita è cambiata profondamente”, confida Aparicio a Ilfattoquotidiano.it. Dopo più di vent’anni di lavoro presso l’Inta, affronta una decisione di esonero dalla pubblica amministrazione vincolata a una ricerca scientifica internazionale. “È una decisione che compromette il mio percorso professionale e la mia continuità lavorativa”. L’Inta l’accusa di diverse irregolarità, come l’aver “scavalcato i superiori” e “occultato informazioni“, ma Aparicio ha notificato per iscritto ogni singola azione, protocollo e avanzamento del progetto. Sotto pressione degli agroindustriali, l’ente ha provato a fermare la divulgazione dei risultati, che invece erano già arrivati in Europa. Per rappresaglia, l’Argentina si è formalmente ritirata dal progetto Sprint. Aparicio, già ritenuta la migliore ricercatrice dell’Inta in materia di agrochimici con oltre 150 pubblicazioni e 3.500 citazioni scientifiche dice: “Temo per il mio futuro lavorativo e personale. Ma a preoccuparmi di più è il messaggio che, con questa situazione, viene trasmesso ad altri ricercatori. Produrre e comunicare la conoscenza scientifica può avere ripercussioni negative per chi lo fa”.

Interpellata sui risultati della ricerca, Aparicio racconta: “Ho provato preoccupazione, ma anche un’enorme responsabilità scientifica ed etica. I risultati costituiscono un’evidente esposizione che occorre indagare, comunicare e tenere in considerazione nell’attuazione di politiche pubbliche”. E rilancia con una domanda: “Cosa succede quando i risultati di una ricerca scomodano chi ha potere decisionale?”. La ricercatrice rivendica perciò “l’indipendenza” della scienza pubblica nel “porre domande, ottenere risultati e comunicarli, anche quando mettono in discussione prassi prestabilite e interessi economici”.

La sua ricerca ha non a caso smentito il discorso ufficiale della lobby degli agrofarmaci, secondo cui i fitofarmaci sono “strumenti sicuri per l’uomo e per l’ambiente“, come affermato da Aacrea, Asociación argentina de consorcios regionales de experimentación agrícola. Tesi sostenuta anche da Sociedad rural argentina e Coninagro che in Argentina gestiscono la logistica dell’utilizzo dei prodotti Bayer (già Monsanto) e Syngenta. “Se invece i ricercatori temono di perdere il lavoro per le loro scoperte si favorisce l’autocensura. E questo impoverisce tutta la società”, aggiunge.

Aparicio esorta i colleghi a “difendere la scienza con dignità, indipendenza e rigore” e alla cittadinanza a “tutelare il proprio diritto alla conoscenza”. È una questione di principio: “La ricerca finanziata con fondi pubblici dev’essere posta al servizio del bene comune – osserva – I dati scientifici non appartengono a governi, imprese e ricercatori. La conoscenza che produciamo è un patrimonio della società“.

Negli ultimi giorni, la causa di Aparicio ha riscosso l’adesione di diverse realtà che vanno da sindacati locali a istituti di ricerca esteri. “La sanzione massima contro una ricercatrice per fatti prodotti nell’ambito del suo progetto istituzionale avrebbe conseguenze su tutto il personale e indebolirebbe la ricerca pubblica”, ha denunciato il sindacato nazionale del personale dell’Inta. Reagiscono anche la Facoltà di Agronomia dell’Università di Buenos Aires e la Coordinadora de pueblos fumigados (rete di popoli irrorati) per i quali la procedura contro Aparicio punta a “ostacolare il diritto cittadino di sapere chi inquina i territori”. Anche i rappresentanti del progetto Sprint hanno difeso la trasparenza dell’operato di Aparicio e il rispetto dei protocolli. “È evidente che ciò che abbiamo trovato non è stato conveniente per molte persone”, ha commentato a El País la ricercatrice Violette Geissen, dell’Università di Wageningen (Paesi Bassi) e coordinatrice generale dell’intero progetto. Il governo di Javier Milei, più volte interpellato sulla vicenda, resta in silenzio.

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600 soldati Usa a Panama: Washington prova a smentire il NYT, poi conferma l’operazione. Le proteste: “Incostituzionale”

17 October 2026 at 08:56

Panama riceverà circa 600 soldati Usa, appartenenti alla 10th Mountain division, per esercitazioni nella foresta del Paese centramericano, in particolare nella base aeronautica “Cristobal Colón“. È previsto l’addestramento congiunto con le forze locali nell’ottica di una “presenza militare continua e duratura”, che si estende anche ad altri Paesi della regione, tra cui Colombia e Honduras, presto teatro di operazioni, secondo quanto rivelato da fonti del Dipartimento della Guerra Usa al New York Times. La presenza dei soldati sarà anche a rotazione, al fine di aggirare limiti costituzionali e vincoli di sovranità negli Stati interessanti.

Immediata la reazione dell’ambasciata statunitense a Panama, che ha provato a smentire la notizia definendola “categoricamente falsa” e “sensazionalista”. Dichiarazioni riprese dal ministero panamense della Sicurezza, che ridimensiona la presenza militare Usa a 128 unità. Il dibattito sull’ingerenza di Washington si espande comunque nel Paese centramericano, ancora in ginocchio dopo il terremoto di magnitudo 7,6 che lo scorso 9 ottobre ha colpito il Paese. “Qualsiasi accordo o intesa che apra le porte a truppe o personale militare straniero per operare nella nostra regione è incostituzionale e viola lo Spirito dei trattati Torrijos-Carter”, osserva Miguel Antonio Bernal, docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Panama, in riferimento agli accordi che nel 1977 hanno posto fine alla presenza militare Usa nella cosiddetta “Zona del Canal”.

Ma i piani statunitensi vanno ben oltre Panama e prevedono l’attivazione di un centro di operazioni a Miami, dedicato all’emisfero occidentale, al quale verranno assegnati altri contingenti sotto la guida del maggiore generale Kevin Jarrard. Il tentativo del Dipartimento della Guerra è quello di “restaurare il predominio militare americano” nel cortile di casa, “dopo decenni di abbandono”, come si legge nel documento del Pentagono dedicato alla National Defense Strategy. A riguardo, gli Usa hanno anche avviato il trasferimento della flotta di droni MQ-9 Reaper – all’avanguardia nell’ambito dei sistemi letali automatizzati – dal Sahel al Corno d’Africa fino al Sudamerica. All’emisfero sono stati inoltre assegnati 52 milioni di dollari in precedenza destinati a Paesi dell’Est Europa e del Nordafrica, lasciando scoperti Stati come Montenegro, Slovacchia e Tunisia. I nuovi destinatari, in particolar modo Colombia, Ecuador, Panama e Perù, sono vincolati all’acquisto di armi e tecnologia presso fornitori approvati dal Dipartimento di Stato, quali Boeing, General Atomics e Lockheed Martin.

L’insieme delle operazioni rientra nell’ambito della Joint Task Force Western Hemisphere, lanciata dagli Usa a inizio agosto con la finalità di “localizzare, accerchiare e distruggere” i cartelli e la filiera del narcotraffico nella regione. “Non riesco a ricordare un singolo trasferimento di truppe statunitensi nella regione che si avvicini alle seicento unità, eccezion fatta per invasioni o disastri naturali”, ha commentato Adam Isacson, del Washington office on Latin America (Wola). Tali movimenti, secondo esperti come Richard Hass, presidente emerito del Council on Foreign relations, confermano la transizione “da un’era di governance globale guidata dagli Stati Uniti a un mondo plasmato dalla regionalizzazione, dove le grandi potenze cercano di isolare (i concorrenti, ndr) e dettare condizioni dentro le proprie e immediate sfere d’influenza”. Un riassetto, o equilibrio di potenze, che dall’altra parte vede Cina e Russia, con le quali l’amministrazione di Donald Trump ha più volte cercato intese e compromessi, tra cui il recente accordo con Mosca in materia di gasolio.

Di qui la scelta di Panama – Paese conteso dalla Cina, in passato incluso nella Nuova via della Seta – come primo approdo. Forte della sua posizione geografica, il Paese fa da nodo logistico e checkpoint dell’emisfero e ospita basi e centri d’addestramento militare costruiti da Washington prima del 1977. Il pacchetto prevede anche il riallineamento ideologico del continente, che risulta quasi compiuto, eccezion fatta per Brasile (dove si deciderà tutto al secondo turno delle elezioni, domenica 25 ottobre), Messico, Cuba e Nicaragua. Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ne parla senza mezzi termini, e con tono celebrativo dice a Trump: “Praticamente tutte le elezioni che si sono svolte nell’emisfero occidentale da quando lei è stato eletto presidente hanno portato alla vittoria di qualcuno favorevole agli Stati Uniti. E credo che questa sia una situazione straordinaria”.

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Scontri di piazza in Argentina durante la marcia delle università: 31 arresti, oltre 500 persone colpite dalla repressione. Il governo: “Paghino gli organizzatori”

17 October 2026 at 08:29

Ottobre caldo anche a Buenos Aires: gli scontri di giovedì davanti al Congresso hanno causato 31 arresti, 8 agenti feriti e 550 persone colpite dall’uso massiccio di camion idranti, gas lacrimogeno e proiettili di gomma da parte delle Forze dell’ordine. Aggrediti diversi giornalisti, tra cui Laura Quispe (Te1esisa) e Guido Piotrkowski, entrambi feriti da proiettili di gomma, e Carla Ricciotti (LN+) e Charly Sjödin (C5N), colpiti da soggetti incappucciati. Gli scontri si sono verificati a margine della Quinta marcha federal degli atenei pubblici argentini a cui hanno partecipato 100mila manifestanti che, sotto una pioggia torrenziale, esigevano l’applicazione della Legge sul finanziamento universitario, cioè l’adeguamento automatico dei fondi in base all’inflazione, bloccata dall’austerity del governo di Javier Milei.

Le ragioni della “marcha”

I manifestanti – convocati dal Consejo interuniversitario nacional, Federación universitaria argentina e Frente sindacal de universidades nacionales – chiedevano anche aumenti di stipendio del 32% per compensare la perdita di potere d’acquisto, la modifica dell’esiguo bilancio universitario (meno di 5 milioni di dollari per tutto il Paese) e l’abrogazione del Decreto 70/23 in materia di deregulation, che ha fatto lievitare i costi di trasporti e affitti per studenti fuorisede.

Inflazione, disoccupazione e povertà in crescita

Dietro la protesta degli universitari si cela però un malessere più ampio. Secondo Paola Zuban, analista e direttrice della società di consulenza Zuban Córdoba, il Paese manifesta anche contro “la perdita di potere d’acquisto, l’inflazione – che resta un problema molto pressante, ancora oggi –, la disoccupazione o la paura stessa di perdere il lavoro, oltre all’indebitamento delle famiglie”. Pesano anche i dati sulla povertà urbana, che a fine settembre ha raggiunto il 32,3% della popolazione residente nelle città: +4,1 punti percentuali rispetto alla seconda metà del 2025, secondo l’Instituto nacional de estadística y censos. La peggior parte la subiscono i bambini (fascia 0-14), dove il tasso di povertà è di 44,5%. Preoccupa anche l’indigenza minorile, che risulta del 10,8%.

Il dibattito sui violenti

Secondo diverse ricostruzione, gli scontri sarebbero stati provocati da una trentina di persone dal volto coperto, tuttora ignote agli organizzatori. Immediata – e altrettanto sproporzionata – la risposta delle Forze dell’ordine. “È chiaro che si è trattato di un’operazione montata da piccoli gruppi estranei al movimento studentesco – spiega a ilFattoQuotidiano.it Piero Ghezzi, rappresentante del Consiglio interuniversitario nazionale –. Volevano delegittimare una manifestazione storica, pacifica e democratica in difesa dell’Istruzione pubblica”. Condanne anche dal rettore dell’Università di Buenos Aires, Emiliano Yacobitti: “Chiediamo alla Giustizia di identificare e punire i responsabili dei disordini, che non hanno nulla a che fare con la comunità universitaria”. Tuttavia, il governo centrale nega la presenza di infiltrati. “Coloro che hanno attaccato il parlamento e la polizia sono criminali e delinquenti. La violenza non è un diritto. E la giustizia agirà con fermezza”, è la minaccia della segretaria alla Sicurezza argentina Alejandra Monteoliva.

Criminalizzare chi protesta

A sua volta, il governo della Ciudad de Buenos Aires parla di 60mila dollari americani in danni, che vorrebbe imputare agli organizzatori. L’intento, secondo fonti consultate da ilFatto.it, è quello di indebolire le sigle sindacali e dissuadere future manifestazioni. Quanto ai 31 detenuti: si ipotizzano reati come “resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato”.

Il tutto sulla base del Protocollo anti-picchetti (risoluzione 943/2023), che viete “impedimenti al transito di persone e mezzi” e attribuisce “i costi di eventuali operativi” dispiegati agli organizzatori stessi delle manifestazioni, tenuti ad affrontare spese relative al “risarcimento danni”.

Scontro tra poteri

Ma le università non fanno un passo indietro. Nel giorno successivo alla marcia si registrano occupazioni e assemblee in diversi atenei del Paese – intenti a stendere un calendario di future manifestazioni – oltre agli scioperi, già programmati, nell’Università di Buenos Aires, dove le Facoltà di Scienze economiche, Odontologia e altre si fermeranno a turni, dal 19 al 22 ottobre, in protesta contro la stretta di Milei.

Lo scontro però non si limita alla piazza, ma si consuma tra i poteri dello Stato: il giudice federale Martín Cormick aveva imposto una multa giornaliera di 100mila pesos argentini a Diego Santilli, capo gabinetto di Milei, per l’inadempimento di un provvedimento d’urgenza legato all’applicazione della Legge di finanziamento universitario in materia di adeguamento salariale. La misura è stata sospesa in seguito dal Terza sala della Camera nazionale d’appello per il Contenzioso amministrativo federale, previo ricorso introdotto dai legali del Ministero del Capitale umano.

E mentre la protesta dilagava, Milei era negli Usa, ben lontano dall’Argentina, come già accaduto di fronte all’esplodere di altri dossier, tra cui i casi Libra$ e Adorni. Questa volta era alla Camera di commercio statunitense, dove ha ricevuto il riconoscimento “Campione della libera impresa” dopo aver difeso a spada tratta le proprie ricette economiche. “Le società non si suicidano – ha detto, sicuro della sua rielezione nel 2027 –. Inoltre, con i risultati che stiamo mostrando, confido che l’anno prossimo gli argentini potremmo validare nelle urne questo modello”.

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