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Il cambiamento come possibilità, nel nuovo numero di Etc

14 October 2026 at 03:45

Il 2013 era un altro mondo rispetto al 2026. C’era grande entusiasmo, energia travolgente, percezione che le cose sarebbero inevitabilmente migliorate. Era una lettura ottimista, quando ancora aveva un senso dirsi ottimisti, perché cominciavano già a vedersi i segni di stanchezza dell’Occidente satollo, una diversa percezione delle ingiustizie economiche, e le prime manifestazioni del bipopulismo di destra e di sinistra che hanno caratterizzato gli anni successivi (con il nostro paese, come al solito, Silicon Valley del populismo e precursore di ogni tipo di demagogia politica). 

Nel 2013, uno dei giganti del rock britannico, Johnny Marr che degli Smiths è stato l’anima musicale, scrisse una bella canzone che interpretai subito come un manifesto politico ed esistenziale, quasi un corollario pop all’idea favolosa ma sempre più sbiadita, già allora, della fine della storia per sopravvenuta e inesorabile vittoria del modello liberal-democratico. 

La canzone s’intitolava European Me, “Io europeo”, e aveva un testo sufficientemente criptico da essermi preso la libertà di interpretarlo e farlo mio, soprattutto dopo aver ascoltato il primo verso: «Now there is no turning back». 

Erano gli anni in cui le picconate al modello democratico-tecnologico che cominciavano a smantellare la nostra civiltà non potevano farci dire altro che «non si può tornare indietro» (ricordate L’alba di Lorenzo Cherubini?). 

No, non si poteva tornare indietro, eppure andando molto avanti siamo anche andati molto indietro su parecchie cose, e in questo 2026 che si va a chiudere il bilancio finale sui passi avanti e sui passi indietro è ancora prematuro. 

Qualche settimana fa, Johnny Marr ha pubblicato un nuovo disco intitolato The Age of Everything, “L’epoca del tutto”. Marr in fondo scrive soltanto canzonette, ma anche questa volta le ho interpretate come fotografie perfettamente a fuoco del presente e della società sovraccarica e sovrastimolata dal cambiamento, fiaccata dall’abbondanza di informazioni, stimoli, emozioni, suscettibilità. 

Cambia tutto, tutto è disponibile, tutto arriva in tempo reale. Tutto sempre più velocemente della nostra capacità psicologica e spirituale di adattarci. Siamo cotti dall’eccesso di cambiamento. 

Nel presentare l’album, Marr ha invitato però a considerare il cambiamento anche come una possibilità: «La tecnologia ha generato nella nostra cultura una sensazione di sovraccarico, ma se la si guarda da un’altra prospettiva può anche emergere la sensazione che tutto sia possibile». Ecco, il “cambia tutto” della cover story di Etc guarda il mondo da questa prospettiva lungimirante: bisogna soltanto mettersi comodi, farsi coccolare dalla matericità della rivista, farsi ammaliare dal design delle pagine, e leggere gli articoli per cercare ancora una volta nuove possibilità.

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Il nuovo numero de Linkiesta Etc sarà disponibile su Linkiesta Store da lunedì 19 ottobre, e nelle edicole selezionate di Milano e Roma, negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia a partire da giovedì 22 ottobre.

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‘A hard reset’: Cape Town to capture and relocate baboon troops

13 October 2026 at 12:33
CAPE TOWN, South Africa — A steady stream of chacma baboons flows down the walking path in the beautiful wooded ravine that leads up to Admiral’s Kloof, on the slopes of Table Mountain National Park. The score of baboons (Papio ursinus) descending the ravine — half of the 44-strong Waterfall troop — are on their way to raid the naval barracks at the bottom, in the affluent suburb of Simon’s Town. A baboon monitor with a paintball gun slung over his shoulder stands and watches as a car marked “Shark Spotters”, the name of the NGO responsible for the monitors, pulls up to transport three of his colleagues to try and head them off. On this particular June morning, the effort is futile. The sound of the monitors’ paintball guns and the screeching of juvenile baboons fighting over choice morsels fills the air for 45 minutes, while the agile primates scale trees and buildings, and grab what looks like a bag of cereal from an unattended kitchen on the base. While the monitors manage to get some of the baboons out of the barracks, others move toward the surrounding suburb. Simon’s Town, the harbour, and the red brick walls of the Waterfall Barracks as seen from Admiral’s Kloof. Image by Barry Christianson for Mongabay. A WhatsApp group set up by the Cape Baboon Partnership to alert residents about the whereabouts of the troop, recorded 25 such raids between June 11 and July 11. Cape Town city officials are ready to…This article was originally published on Mongabay

L’ennesima buffonata di Trump, e l’indifferenza complice della politica italiana

12 October 2026 at 03:45

President Donald Trump arrives to speak at a campaign rally at F&M Bank Arena, Saturday, Oct. 10, 2026, in Clarksville, Tenn. (AP Photo/Alex Brandon) Associated Press / Lapresse Only italy and spain

Donald Trump non può aver tradito Volodymyr Zelensky, come scrivono tutti quanti in queste ore, per la semplice ragione che non lo ha mai sostenuto e semmai ha sempre cercato, fin dal primo mandato, di depotenziare e abbattere il presidente ucraino a maggior gloria di Vladimir Putin.

Trump si è già augurato più volte la fine politica di Zelensky, del resto questa è la linea del Cremlino, e quindi anche la sua.

La prima volta che Trump ha minacciato Zelensky è stata nel 2019, quando al telefono gli ha intimato di trovare le prove di un coinvolgimento del figlio di Joe Biden in un fantomatico complotto internazionale ordito in Ucraina per indebolire la Casa Bianca, accusandola di complicità con il Cremlino nelle interferenze russe alle elezioni presidenziali americane del 2016.

Il complotto ucraino ovviamente era una bufala orchestrata dall’intelligence di Mosca per sviare le indagini americane sulle sue responsabilità, e per insinuare che dietro il Russiagate ci fosse l’Ucraina, non la Russia. Un assist che Trump non si è fatto sfuggire, e che ha utilizzato in modo maldestro per difendersi dalle accuse di essere stato eletto nel 2016 con l’aiutino di Putin.

Era un’operazione di disinformazione costruita ad arte al Cremlino, cui non ha creduto nessuno tranne certi sedicenti campioni del progressismo italiano e i soliti sbandati giornali della destra, a cominciare dal Fatto.

Giuseppe Conte, quando guidava il governo e prima di aver fatto sfilare per le strade italiane l’esercito russo, ha dato talmente credito alla bufala russa sbandierata da Trump da aver messo, in modo irrituale, la nostra intelligence a disposizione dell’allora ministro della giustizia trumpiano William Barr. Trump, poco prima, aveva minacciato Zelensky al telefono di ritirare un finanziamento da quattrocento milioni di dollari se Kyjiv non gli avesse consegnato le prove inesistenti contro il figlio di Biden.

Tutto questo è alla base del primo procedimento di incriminazione costituzionale subito da Trump dalla Camera dei deputati di Washington, da cui è uscito indenne soltanto perché i suoi senatori repubblicani lo hanno salvato con un margine di soli quattro voti.

Stupirsi adesso del “tradimento” di Trump è stravagante. Trump detesta l’Ucraina da tre anni prima dell’invasione russa su larga scala, esattamente da quando Zelensky non gli ha fornito le prove contro Biden che i russi gli avevano detto che aveva, e la conseguenza è stata l’impeachment.

Per Trump, quindi, l’Ucraina è il Paese che ha costruito un complotto contro la sua presidenza, e Zelensky è il presidente, allora appena eletto, che non ha voluto collaborare a sventarlo (al contrario dell’aiuto fornito dall’amico «Giuseppi» Conte, oggi punto di riferimento fortissimo del progressismo italiano).

Più che stupirsi, semmai c’è da chiedersi perché Trump è tornato proprio in questo momento a prendersela con Zelensky, dopo qualche mese di pausa a causa delle complicazioni della guerra in Iran.

Il motivo è semplice, come tutto quello che riguarda un uomo ottuso e prevedibile come Trump: tra un mese in America ci saranno le elezioni di metà mandato che lo vedono sfavorito anche a causa del prezzo della benzina, un’evidente conseguenza del fallimentare intervento armato in Iran che ha consegnato agli ayatollah e ai pasdaran il controllo dello stretto di Hormuz, dove passa buona parte del commercio del petrolio. L’intervento in Iran ha pure indebolito i paesi arabi produttori, che ora sono costretti a difendersi da iraniani e dai fondamentalisti houthi dello Yemen senza più l’ausilio degli americani, perché Trump ha scaricato anche loro.

Per avere un quadro più preciso sulle prospettive negative per Trump a poche settimane dalle elezioni, al prezzo record della benzina va aggiunta anche l’inflazione, mai domata e anzi peggiorata dalla grottesca politica dei dazi che ha danneggiato l’economia americana e non solo quella americana.

In questa situazione di grande difficoltà, Putin ha fornito ancora una volta conforto a Trump, offrendogli una parte insignificante delle sue riserve di diesel e ottenendo in cambio la possibilità di esportarle all’estero con un allentamento delle sanzioni energetiche che ora la Russia si giocherà per creare altro consenso politico in Europa per i partiti fiancheggiatori. Come ulteriore omaggio per il suo compleanno, Putin ha ricevuto da Trump un’ulteriore strigliata contro Zelensky.

I soliti trombettieri italiani di geopolitica, gli stessi che prima assicuravano che Putin non avrebbe mai invaso l’Ucraina e poi che l’avrebbe conquistata in tre giorni, sono già al lavoro per decretare ancora una volta la fine di Zelensky e dell’Ucraina.

Trump, insomma, sta provando di nuovo ad imputare all’Ucraina l’origine dei suoi guai politici, com’era successo nel 2019c, e questa volta anche a spiegare agli elettori americani che si apprestano a votare alle elezioni del 3 novembre che non è vero che il prezzo della benzina è così alto a causa della sua sconclusionata guerra in Iran, ma che lo è per colpa di Zelensky che colpisce le raffinerie russe e non vuole la pace.

Nell’impostura che Trump offre all’America, Putin invece è quello buono, addirittura il leader che vuole la pace al punto da essere disponibile a mettere a disposizione del consumatore americano una quantità di diesel, e nella narrazione farlocca di Trump poco importa che il diesel offerto da Putin copra il fabbisogno americano soltanto per quattro giorni.

Ieri sera Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Mosca e Kyjiv, malgrado i rappresentanti di Zelensky, che si trovavano a Miami proprio per cercare una posizione comune con gli americani da offrire alla Russia, non ne sapessero nulla. È molto probabile che non ne sapessero niente nemmeno i membri della delegazione americana, perché gli annunci di Trump sono nati in seguito alla solita telefonata con cui Putin ha fatto fesso il mansueto collega della Casa Bianca.

Naturalmente non c’è nessuna tregua energetica, come non ci sono mai state le tregue con l’Iran annunciate da Trump sui social ogni due per tre, anche perché l’unico che ha offerto formalmente una tregua energetica è stato Zelensky, ma l’offerta è stata rifiutata pubblicamente dai russi, i quali indisturbatamente continuano a colpire infrastrutture civili in Ucraina e a uccidere cittadini innocenti.

Gli ucraini hanno smesso di fidarsi degli americani dal 20 gennaio 2025, da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca e ha accolto tutte le oscene posizioni di Putin che, ricordiamolo, sono la fine della indipendenza ucraina, l’annessione di parti di territorio che in quattro anni di guerra la Russia non è riuscita a conquistare, e l’insediamento di un governo fantoccio a Kyjiv.

Da quando c’è Trump, l’America non finanzia più la resistenza ucraina, già un paio di volte ha sospeso la condivisione delle informazioni di intelligence con Kyjiv (cosa che minaccia di rifare adesso), ha ritardato e in alcuni casi bloccato la fornitura di armi deliberate in precedenza da Biden e non ancora consegnate, ha provato a cacciare in malo modo Zelensky dalla Casa Bianca in diretta televisiva, e continua a incassare soldi dagli europei per le forniture militari che i paesi dell’Unione comprano per difendere gli ucraini.

Contro tutte le previsioni, gli ucraini hanno fatto a meno dell’America, sono riusciti a organizzarsi autonomamente, hanno sviluppato una propria industria bellica e tecnologica, hanno cambiato la natura del conflitto con i droni, e non solo hanno resistito all’invasore, ma hanno anche fatto passi in avanti sia sul terreno di battaglia sia nella capacità di colpire le infrastrutture strategiche russe senza l’aiuto di Washington.

Un risultato straordinario che andrà studiato sui libri di storia e che definisce un popolo fiero, libero e democratico che merita ammirazione e sostegno.

In tutto questo, la politica italiana si gira dall’altra parte, perché impegnata in questioni grottesche come la legge elettorale, le primarie, le gonne delle ragazze.

Nessuno dei leader dei due schieramenti ha espresso solidarietà a Zelensky né ha criticato l’ennesima mossa pro Putin di Trump. Ed è curioso che l’indifferenza del campo largo, che non a caso Pina Picierno ha chiamato “Campo Lavrov”, si manifesti nello stesso giorno in cui Matteo Renzi ha proposto di definire la cornice della coalizione di centrosinistra, che come è noto è in difficoltà a trovare un consenso sull’Ucraina, intorno all’opposizione a Donald Trump.

Invece niente, nemmeno l’opposizione a Trump riesce a scuotere Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli, se di mezzo c’è la Russia imperialista di Putin e la difesa dell’Europa.

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A Living Experience of God

11 October 2026 at 05:01
We might wonder, though, how God can forgive sin and yet “not clear the guilty”? Isn’t that the nature of forgiveness: to clear guilt, to leave wrongs unpunished? This tension confronts us all throughout Scripture, as well as our experiences in life: How can God be both good and just? One answer is that in... Continue Reading
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