I supermercati Conad hanno segnalato il richiamo precauzionale di un lotto di albume d’uovo da allevamento a terra a marchio Conad Piacersi. Il provvedimento si è reso necessario a seguito dell’esito non conforme emerso durante i consueti controlli sulla filiera.
Nel lotto interessato è stata infatti riscontrata la presenza di Salmonella spp., elemento microbiologico non conforme agli standard normativi, che ha fatto scattare il blocco immediato della distribuzione e l’avviso ai clienti.
Dati del richiamo e indicazioni per i consumatori
Il ritiro riguarda un lotto specifico di albume venduto nelle confezioni trasparenti/cartonato da mezzo chilo. Di seguito si riportano tutte le informazioni utili per identificare il prodotto:
Denominazione di vendita: Albume d’uovo da allevamento a terra 500g Conad Piacersi
Sede dello stabilimento: via Cavecchia, frazione Calisese 75, Cesena (FC)
Marchio di identificazione dello stabilimento: IT 39 OV UE
Conad invita i clienti in possesso delle confezioni appartenenti al lotto indicato a non consumarle e a riportarle presso qualsiasi punto vendita della catena, dove si provvederà al rimborso o alla sostituzione. La nota precisa inoltre che, come indicato in etichetta, la cottura completa dell’alimento contribuisce all’inattivazione del microrganismo.
Cos’è la Salmonella e quali sono i rischi della salmonellosi
La salmonellosi è una delle infezioni alimentari più diffuse nell’uomo e viene causata da batteri del genere Salmonella, appartenenti alla famiglia delle Enterobacteriaceae. Questi microrganismi colonizzano principalmente il tratto intestinale dei volatili da cortile e possono contaminare uova, carne di pollame e derivati sia all’origine sia durante le fasi di lavorazione e confezionamento.
L’infezione si manifesta solitamente tra le 6 e le 72 ore dall’ingestione dell’alimento contaminato, presentandosi sotto forma di gastroenterite acuta con nausea, vomito, crampi addominali, diarrea e febbre.
Nella maggior parte degli individui sani i sintomi tendono a risolversi spontaneamente in pochi giorni. Tuttavia nei soggetti fragili, come bambini piccoli, anziani, donne in gravidanza e persone immunocompromesse, l’infezione può evolvere verso forme sistemiche o invasive più severe (come la setticemia), che richiedono un tempestivo intervento medico e ricovero ospedaliero.
Tornano le limitazioni al traffico per migliorare la qualità dell’aria. La decisione è stata presa dal Comune di Napoli che, con un’ordinanza dirigenziale del 13 ottobre 2026, ha disposto il divieto di circolazione per alcune categorie di veicoli più inquinanti.
Uno stop che avrà inizio il 19 ottobre 2026 e proseguirà fino al 31 marzo 2027. Riguarda i giorni feriali e tutto il territorio cittadino, con alcune eccezioni. Interessa in particolare le auto più datate e i diesel fino a Euro 5.
Divieto auto a Napoli, quando scatta
Come detto, le limitazioni alla circolazione vanno dal 19 ottobre 2026 al 31 marzo 2027. Stop attivo dal lunedì al venerdì nella fascia oraria compresa tra le 8:30 e le 18:30. Il blocco si applica su tutto il territorio comunale di Napoli, fatta eccezione per alcune arterie di scorrimento. Un modo per ridurre le emissioni nei mesi invernali, quando l’inquinamento atmosferico tende a salire.
Quali modelli sono fermi
L’ordinanza fa distinzione tra due gruppi di veicoli. Da un lato blocco valido per auto e veicoli commerciali Euro 0 ed Euro 1. Dall’altro, invece, si parla di auto e veicoli commerciali (categoria N1, N2 e N3) alimentati esclusivamente a gasolio con classe ambientale fino a Euro 5. A ciò si aggiungono moto e ciclomotori fino a Euro 2. Uno guardo al libretto di circolazione per individuare la classe ambientale è dunque d’obbligo.
Strade escluse e deroghe
Il divieto non si applica su alcune strade di grande scorrimento:
rete autostradale cittadina;
raccordo con l’autostrada A1 Napoli-Roma;
raccordo con l’autostrada A3 Napoli-Salerno;
strada statale 162;
raccordo di viale Fulco di Calabria.
Sono inoltre previste delle deroghe. Tra i veicoli esentati figurano:
mezzi storici;
mezzi atti al servizio di persone con disabilità;
mezzo di soccorso;
mezzi delle forze dell’ordine;
trasporto pubblico;
taxi;
scuolabus;
veicoli per il trasporto di medicinali e farmarci;
mezzi di giornalisti in servizio.
Le multe
Chiunque venga sorpreso a circolare su un mezzo soggetto al divieto, nelle fasce previste e fuori da strade escluse, rischia una sanzione amministrativa che va da 168 a 678 euro.
Il Ministero della Salute ha pubblicato un avviso di richiamo precauzionale riguardante un lotto di caffè macinato aromatizzato a marchio Bialetti. Il provvedimento si è reso necessario a causa del riscontro di valori di ocratossina A superiori ai limiti stabiliti dalla normativa vigente per la tutela della sicurezza alimentare.
La presenza di questa micotossina oltre le soglie consentite ha fatto scattare immediatamente il blocco del lotto interessato, con la contestuale raccomandazione ai consumatori di prestare la massima attenzione alle confezioni acquistate.
Dati del richiamo e informazioni per i consumatori
Il richiamo riguarda nello specifico una precisa variante di caffè per moka. Di seguito vengono riportati tutti i dettagli utili per identificare la confezione coinvolta:
Denominazione di vendita: Perfetto Moka macinato aromatizzato al caramello
Marchio del prodotto: Bialetti
Lotto di produzione: LC5 BD149T
Termine minimo di conservazione (TMC): 29/05/2027
Formato: confezione da 250 g
Produttore: Bialetti Industrie S.p.A.
Sede dello stabilimento: via Fogliano 1, Coccaglio (BS)
Ministero della SaluteIl caffè Bialetti ritirato dal mercato per presenza di ocratossina oltre i limiti di legge
A scopo cautelativo, si raccomanda a chiunque abbia acquistato una confezione appartenente al lotto indicato di non consumare il prodotto. I consumatori eventualmente in possesso del pacchetto di caffè richiamato possono restituirlo presso il punto vendita d’acquisto per ottenere il rimborso o la sostituzione.
Cos’è l’ocratossina A e quali sono i rischi per la salute
L’ocratossina A (OTA) è una micotossina prodotta naturalmente dal metabolismo secondario di alcune specie di muffe e funghi microscopici (come Aspergillus e Penicillium).
Può svilupparsi su diverse tipologie di alimenti durante la coltivazione, la raccolta o, più frequentemente, durante le fasi di stoccaggio e lavorazione, interessando in particolare cereali, caffè, frutta secca, spezie, cacao e derivati della carne.
Gli studi condotti dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) evidenziano come l’ocratossina A presenti spiccate proprietà genotossiche, in grado di danneggiare direttamente il materiale genetico (DNA).
L’esposizione prolungata o ad elevate concentrazioni di questa sostanza è inoltre correlata a tossicità renale e a un potenziale rischio cancerogeno a carico dei reni. Per queste ragioni, la normativa europea impone limiti di tolleranza molto severi sui prodotti destinati al consumo umano, così da prevenire qualsiasi accumulo tossico nell’organismo.
L’Europa si prepara all’inverno con le scorte di gas più basse degli ultimi 15 anni, mentre l’Italia guarda in faccia l’appuntamento in una posizione decisamente più solida. Secondo i dati più recenti, gli stoccaggi europei viaggiano intorno al 72-73%, contro l’88% del nostro Paese, ormai a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera.
Un quadro che intreccia prezzi, forniture dalla Russia e scelte politiche che si giocano anche a Washington. Ecco qual è il quadro generale, perché Roma è così avanti, il ruolo di Trump e soprattutto un po’ di dettagli sull’annoso nodo russo.
Le scorte di gas in Europa
I depositi europei sono pieni al 72%, contro l’83% di un anno fa, stando al rapporto invernale di Entsog, l’associazione dei gestori delle reti. I dati di Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, indicano un livello di poco inferiore al 73%, pari a 826,3 TWh, contro i 945,86 TWh dello stesso periodo del 2025.
In particolare la situazione più critica riguarda i grandi mercati del Nord, con Germania e Paesi Bassi sono sotto il 60% con la Germania ferma a 146,68 TWh, contro gli oltre 190 dell’anno scorso. All’origine di tutto c’è chiaramente la crisi nel Golfo, che ha bloccato la rotta da cui passa circa un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, facendo salire i prezzi e rendendo poco conveniente riempire i depositi durante l’estate.
Perché l’Italia sta meglio
Il quadro italiano è molto diverso. Secondo Gas Infrastructure Europe, al 6 ottobre, gli stoccaggi nazionali hanno superato l’88%, con una riserva complessiva di 179,45 TWh. Un progresso costante nel corso dei mesi, considerando un livello vicino all’80% ad agosto e all’84,8% a settembre.
Lieve flessione rispetto al 2025, quando le scorte al 6 ottobre erano a 188,85 TWh, che però non inficia il risultato positivo. A fine ottobre scorso si era arrivati al 94,7% ma ora non si esclude un netto avvicinamento a quella soglia. Detto ciò, restiamo comunque a un livello tra i più alti d’Europa. Abbastanza per coprire una quota significativa della domanda invernale.
Un vantaggio che ha diverse ragioni. Una spinta decisiva è arrivata dal premio di giacenza riconosciuto agli operatori, che ha reso conveniente riempire i depositi anche quando il mercato non lo consentiva. A questo si aggiunge una rete di forniture diversificata, con i gasdotti da:
Algeria;
Azerbaigian;
Libia.
A ciò si aggiungono i rigassificatori di:
Panigaglia;
Cavarzere;
Piombino.
Ultimo elemento da segnalare, poi, è una capacità di stoccaggio elevata rispetto ai consumi. Sul fronte alleanze, poi, è stato importante il viaggio di Giorgia Meloni a Oslo. Un momento chiave, perché si è trattato della prima visita di un presidente del Consiglio italiano in circa 15 anni. Il tutto con il tema della sicurezza energetica al centro.
Al netto di tutto ciò, siamo a un passo dall’obiettivo fissato dall’Arera: riempire gli stoccaggi al 90% entro il 31 ottobre. Con i depositi oltre l’88% al 6 ottobre, mancano dunque circa due punti percentuali. Un traguardo che appare alla portata entro la fine della stagione di stoccaggio.
Il gas russo
Con l’Europa che ha scorte basse, ogni carico in arrivo conta, compresi quelli dalla Russia. Secondo l’Ong tedesca Urgewald, nei primi nove mesi del 2026 i porti europei hanno ricevuto circa 16 miliardi di metri cubi di gas liquefatto russo.
Si parla di record, per un valore stimato di quasi 8 miliardi di euro. In pratica un carico su sette è russo, quasi tutto proveniente dall’impianto artico di Yamal. Inevitabilmente tutto questo fa scattare il dibattito. È vero che il gas di Mosca aiuta a riempire i depositi, ma l’Ue ha deciso di chiudere gradualmente il rubinetto.
I contratti brevi sono già vietati, mentre quelli di lunga durata lo saranno dal 1° gennaio 2027. Sostituire quei volumi, però, ha chiaramente un costo. Secondo l’istituto Ieefa, compensare le minori scorte con nuove importazioni costerebbe circa 3 miliardi di euro, il 12% in più di un anno fa, con il prezzo di riferimento europeo che si è mosso intorno ai 63-64 euro al megawattora sui mercati.
Rischi per l’inverno?
Rispondendo subito ai dubbi, il gas non dovrebbe mancare in inverno. I margini però sono stretti. Con poche scorte, infatti, sarà più difficile reggere un’eventuale ondata di freddo a fine inverno. Il gas liquefatto copre il 40% delle forniture europee e, per arrivare a primavera con una riserva di sicurezza, ne servirebbero quasi 100 miliardi di metri cubi in sei mesi.
Non si può soltanto guardare all’immediato, anzi. Sommando il calo delle scorte e lo stop al gas russo da gennaio, secondo Ieefa l’Europa potrebbe dover ridurre i consumi invernali del 7%, pari a 14 miliardi di metri cubi. Si spiega così l’agitazione di vari governi:
i Paesi Bassi hanno stanziato fino a un miliardo per riempire i depositi;
la Germania ha chiesto alla società pubblica Sefe di comprare altro metano;
l’Italia, con stoccaggi elevati, parte da una posizione più tranquilla rispetto ai consumi previsti.
Dipendenza da Trump
Sullo sfondo c’è però un elemento politico che si muove e può cambiare gli equilibri. A settembre infatti il Congresso americano ha approvato il Lindsey Graham Act. Ciò obbliga il presidente USA a valutare una lista di soggetti russi da sanzionare, tra cui Novatek, la società che controlla l’impianto di Yamal. Il primo termine scade il 18 ottobre.
Di fatto se Trump decidesse di colpire Novatek, banche, assicuratori e armatori sarebbero costretti a lasciare Yamal e il gas russo smetterebbe di arrivare in Europa con circa 2 mesi d’anticipo. La legge però consente anche di rinunciare alle sanzioni, motivando la scelta al Congresso. L’ipotesi per ora è descritta come “non improbabile”.
Il tutto però andrebbe a intrecciarsi con interessi d’affari, stando ad alcune ricostruzioni. Letture ancora da verificare, che però sottolineano come una parte della stabilità energetica europea passi anche per le scelte della Casa Bianca.
Il Ministero della Salute e diverse catene della grande distribuzione hanno segnalato nuovi richiami precauzionali dedicati a prodotti alimentari di largo consumo.
Le allerte riguardano un lotto di vitello tonnato a marchio Portami Via venduto da Eurospin per rischio microbiologico e un lotto di tramezzini a marchio Coop per la presenza di un allergene non dichiarato in etichetta. Controllare le confezioni acquistate è fondamentale per evitare potenziali rischi per la salute.
Richiamo Vitello tonnato Portami Via (Eurospin)
Il Ministero della Salute ha diffuso un avviso di richiamo per un lotto di vitello tonnato commercializzato da Eurospin Italia S.p.A. a causa della presenza del batterio Listeria monocytogenes.
Di seguito i dettagli del prodotto interessato:
Denominazione di vendita: Vitello tonnato gr. 180
Marchio del prodotto: Portami Via
Lotto di produzione: L260/26
Data di scadenza: 13/10/2026
Formato: vaschetta da 180 g
Produttore: A.M.M.53 Srl
Sede dello stabilimento: via Gioberti 36, Spresiano (TV)
Marchio di identificazione dello stabilimento: IT M2V1X UE
La causa del ritiro è la contaminazione da Listeria monocytogenes, batterio responsabile della listeriosi. L’infezione può causare disturbi gastrointestinali e febbre o evolvere in forme invasive più gravi (come meningiti o setticemie) soprattutto in soggetti fragili, anziani, persone immunodepresse e donne in gravidanza. Si ricorda che la Listeria è in grado di sopravvivere e moltiplicarsi anche a temperature di refrigerazione.
Coop ha disposto il richiamo precauzionale di un lotto di tramezzini a proprio marchio per un errore di confezionamento ed etichettatura che comporta un grave rischio per i soggetti allergici.
I dati per identificare la confezione coinvolta:
Denominazione di vendita: Tramezzini Coop Prosciutto cotto
Marchio del prodotto: COOP
Lotto di produzione: A-269-F
Data di scadenza: 31/10/2026
Formato: confezione da 150 g
Produttore: Riva Alimentari Uniti Srl
Sede dello stabilimento: via Gaggio 43, Nibionno (LC)
Marchio di identificazione dello stabilimento: UE IT D1T8V
All’interno delle confezioni etichettate come “Tramezzino COOP Prosciutto cotto 150g” sono stati erroneamente inseriti tramezzini ai gamberetti. Di conseguenza, l’ingrediente crostacei non è indicato nella lista degli allergeni. I soggetti allergici o intolleranti ai crostacei non devono assolutamente consumare il prodotto. Il consumo non presenta invece rischi per la salute di chi non soffre di tale allergia. Per informazioni è attivo il numero verde Coop 800 805580.
Cosa fare
Per entrambi i prodotti segnalati, l’indicazione precauzionale è di non consumare i lotti interessati. I consumatori che hanno acquistato le confezioni coinvolte possono riportarle presso il punto vendita d’acquisto per ottenere la sostituzione o il rimborso completo dell’importo versato, anche senza dover esibire lo scontrino fiscale.
Il caro energia torna al centro dell’agenda economica del Governo. Giorgia Meloni ha infatti indicato nel costo dell’energia “la questione che oggi pesa più di tutto sulla nostra economia e sulla competitività delle imprese”.
Lo ha fatto nel corso delle comunicazioni rese al Senato, in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Ha spiegato la necessità di “una risposta coordinata e rapida” su scala continentale, perché “nessuno può rispondere efficacemente da solo”.
Accanto al dossier energia, la premier ha toccato altri due nodi economici molto delicati:
trattativa sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea;
calendario dei rimborsi del debito legato al Next Generation Eu (strumento da cui dipende anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza).
Stretta sul metano: rinvio di un anno
Parlando di regole energetiche, la premier ha voluto rivendicate esplicitamente un traguardo raggiunto in campo europeo:
Ci sono sviluppi anche sul regolamento Ue sul metano. (…) Le nuove prescrizioni previste per gli importatori rischierebbero di restringere ulteriormente l’offerta disponibile e re nuove pressioni sui prezzi. Per questo abbiamo chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi.
Meloni ha rivendicato il risultato come un successo italiano, ricordando quanto sembrasse difficile far avanzare la proposta. Ora però gli scenari sono diversi e “la Commissione europea ha deciso di rinviare di un anno l’entrata in vigore del regolamento”.
Di fatto da Bruxelles hanno annunciato la volontà di far slittare dal 2027 al 2028 gli obblighi legati alle importazioni di gas, petrolio e carbone, così da “evitare ulteriori pressioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento”. Il provvedimento, però, non è ancora definitivo. La proposta dovrà essere approvata formalmente dal Parlamento europeo e dagli Stati membri.
Caro energia, le richieste dell’Italia
C’è una chiara necessità di rivedere delle regole europee, ha spiegato Meloni. Sono state infatti pensate in un contesto completamente diverso da quello attuale, ha ribadito. Se mantenute così come sono, rischiano “di aggravare gli effetti delle crisi che stiamo attraversando”.
Sul fronte economico il discorso è stato molto chiaro:
Le nostre imprese affrontano oggi una concorrenza globale sempre più aggressiva, e ogni costo in più che l’Europa impone a sé stessa è un vantaggio che regala ai suoi concorrenti.
La richiesta portata al tavolo del Consiglio è quindi duplice:
intervento comune sui prezzi dell’energia;
semplificazione normativa che non penalizzi il sistema produttivo europeo.
Bilancio europeo, l’Italia non firma
Il passaggio più netto del suo intervento riguarda però il bilancio europeo, ovvero il prossimo Quadro finanziario pluriennale:
La presidenza irlandese e le istituzioni europee hanno indicato l’obiettivo di arrivare a un accordo entro la fine dell’anno. Noi non siamo contrari per principio. (…) Non firmeremo però un accordo non vantaggioso per rispettare una data.
Di fatto l’intesa ci sarà, ma solo “quando sarà giusto per l’Italia”. Tracciati due confini ben chiari. Da un lato l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica agricola comune, la Pesca e la Coesione. Dall’altro, invece, sulle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione il Governo ha “diverse riserve”. Si punta ad “alleggerire per quanto possibile il peso sui bilanci nazionali, senza nuove tasse”.
Pnrr e Next Generation Eu: rimborsi più graduali
Sul fronte debito comune, la premier ha chiesto di “ragionare anche su un rimborso più graduale” del Next Generation Eu (lo strumento che ha finanziato il Pnrr). È fondamentale evitare che i rimborso “comprimano le altre politiche” europee, “proprio quando serve investire di più”.
Di fatto la proposta italiana è quella di diluire nel tempo la restituzione per non sottrarre spazio agli investimenti nazionali. Meloni si è inoltre detta aperta alle discussioni in merito, senza chiudere le porte a nuove forme di finanziamento comune, purché non si traducano in un peso ulteriore sui conti italiani.
Extra gettito Iva
Sul fronte meramente interno, Meloni ha indicato nell’extra gettito Iva una leva da destinare a famiglie e imprese. Un passaggio ponte che collega il suo lungo discorso europeo alla legge di Bilancio in lavorazione.
Di fatto le risorse disponibili per misure come il taglio dell’Irpef dipenderanno anche dai margini negoziati a Bruxelles, oltre che dall’andamento delle entrate. Tutto ciò viene sottolineato in una fase cruciale, con l’esecutivo alle prese con coperture limitate e un quadro macroeconomico che resta sotto osservazione.
Nuove ombre sul calcio mondiale. Un’inchiesta lanciata dal The Times sostiene che la Fifa non avrebbe reso pubblici tutti i compensi percepiti dal suo presidente, Gianni Infantino. Una somma stimata intorno a 1,5 milioni di euro, incassata nel 2024 e mai inserita nel bilancio annuale.
Non si placa la tempesta, dunque, con una condotta che, se confermata, rappresenterebbe una violazione gravissima dello statuto della Fifa. È infatti imposta la piena trasparenza sulla retribuzione del numero uno. Al momento, però, si tratta di accuse giornalistiche ancora da verificare.
Il secondo stipendio di Infantino
Ufficialmente, stando al rapporto annuale del 2024, Gianni Infantino percepisce come presidente un compenso di 4,274 milioni di franchi svizzeri, pari a circa 4,6 milioni di euro tra stipendio e bonus. L’inchiesta del The Times sostiene però che il dirigente italo-svizzero avrebbe ricevuto nello stesso anno dalla FWC2026 US Inc ulteriori 1,76 milioni di dollari, circa 1,5 milioni di euro.
Questa è la società creata per organizzare i Mondiali del 2026. Di tale soma, 626.229 dollari sarebbero classificati come “altri compensi soggetti a dichiarazione”. Somme che, stando alla fonte, sarebbero state analoghe anche nel 2025 e 2026, assenti però nei bilanci ufficiali della federazione.
Lo statuto della Fifa
Tutto ruota intorno all’articolo 43 dello statuto, che stabilisce come “i compensi individuali del presidente” e degli altri vertici “devono essere resi pubblici”. L’inchiesta si basa sulla dichiarazione finanziaria presentata all’Internal Revenue Service, il fisco statunitense, dalla società organizzatrice del torneo.
Secondo Miguel Maduro, ex presidente della commissione per la governance della Fifa, “si tratta di una chiara violazione delle regole” se il presidente riceve altre somme da società collegate senza renderle note. Non si è fatta però attendere la replica della Fifa.
È stato ribadito come il compenso venga stabilito da un’apposita sottocommissione e che i benefici “vengono comunicati alle autorità statunitensi in conformità con gli obblighi di dichiarazione”. Di fatto, però, senza fornire una spiegazione puntuale sulla mancata pubblicazione.
Una vita nel lusso
Sullo sfondo c’è lo stile di vita del presidente Infantino. Residente a Zugo, in Svizzera, in una casa pagata dalla Fifa, ha deciso dal 2023 di trasferirsi a Miami con la propria famiglia. Qui, stando al Times, avrebbe vissuto in ville di lusso sul lungomare, tra cui una nell’esclusiva zona delle Sunset Islands.
Nell’autunno 2025 si sarebbe spostato in un’altra area riservata della città. Nello stesso periodo la società Shadi LLC, costituita da uno studio legale che vantava anche la Fifa tra i propri clienti, avrebbe acquistato un appartamento da 5 camere per circa 7,6 milioni di euro. Dettagli che dipingono una cornice ma non offrono un quadro chiaro. Si gettano però dubbi sulle spese del dirigente.
Le elezioni e il fronte anti-Infantino
Non è affatto un caso che tutto ciò scoppi in un momento tanto delicato. Numerose le critiche mosse contro Infantino, soprattutto dopo l’ultimo Mondiale. Le elezioni sono fissate al 18 marzo 2027, con il termine per le candidature previste per il 18 novembre.
Intorno a Infantino si è creato un fronte critico molto acceso, alimentato dal progetto di una nuova società, la Fifa Forward Enterprise, pensata per gestire i tornei e vendere quote dei Mondiali a investitori privati. Da Uefa, Concacaf e confederazioni asiatiche sono arrivate richieste di dimissioni, mentre la Uefa ha chiesto un’indagine penale sulla gestione dei fondi. Trattandosi di accuse ancora da dimostrare, resta valida per il presidente la piena presunzione di innocenza fino a un eventuale accertamento delle responsabilità. I prossimi mesi, però, saranno di certo i meno sereni della sua gestione.
Cambia la data per lo stipendio di ottobre 2026 di docenti e personale Ata. Stando al calendario NoiPA, infatti, l’accredito per il personale scolastico è previsto per il 23 ottobre, con il cedolino consultabile online già nei giorni precedenti.
C’è però anche un’altra data da segnare in rosso sul calendario. Ecco cosa sappiamo dell’emissione speciale prevista, degli importi e delle trattenute.
Quando arriva lo stipendio
Il personale scolastico con contratto a tempo riceverà lo stipendio di ottobre il 23 del mese. È invece prevista un’emissione speciale, riferita al 16 ottobre, per i compensi legati a prestazioni saltuarie o occasionali. L’accredito in questione è atteso intorno al 27 ottobre.
In questa lavorazione rientrano ad esempio:
compensi per le supplenze brevi e saltuarie;
emolumenti accessori;
arretrati;
rimborsi che non fanno parte dello stipendio tabellare.
Come sempre, le date possono subire leggere variazioni a seconda della banca e della singola posizione. Per questo è consigliabile verificare i riferimenti esatti all’interno del portale, per avere sempre certezza delle proprie entrate.
Dove vedere il cedolino
Il cedolino di ottobre è consultabile sul portale NoiPA, la piattaforma del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) che gestisce gli stipendi dei dipendenti pubblici. Generalmente la disponibilità del documento precede l’erogazione, permettendo di conoscere esattamente le cifre in arrivo in anticipo.
Per accedere occorre passare attraverso l’area personale, sfruttando le proprie credenziali, sia da compute che da app. Si consiglia generalmente di confrontare il cedolino del mese con quello precedente, così da individuare subito eventuali differenze.
Sono 3 le aree da tenere d’occhio:
competenze (voci che compongono lo stipendio);
emolumenti occasionali (come rimborsi o arretrati);
trattenute.
Attenzione anche agli eventuali conguagli legati al modello 730. I rimborsi fiscali, infatti, variano da persona a persona a seconda della situazione dichiarata.
Il quinto cedibile
Tra le voci del cedolino troviamo inoltre il “quinto cedibile”, che è la quota massima dello stipendio che per legge può essere destinata al rimborso di un finanziamento con cessione del quinto. Questa formula prevede che la rata venga direttamente trattenuta dalla busta paga.
Come indica la definizione, la somma mensile non può però superare il quinto del netto percepito. Un dato utile per chi sta valutando un prestito.
Inps provvederà al pagamento dell’assegno unico di ottobre 2026 rispettando il consueto calendario, almeno nella maggior parte dei casi. L’accredito è atteso nelle giornate del 21 e 22 per la maggior parte degli aventi diritti.
Discorso diverso infatti per chi ha presentato una nuova domanda o ha avuto cambiamenti nel nucleo familiare o nell’ISEE. Potrebbe infatti ricevere il denaro in seguito. Al di là delle date, facciamo chiarezza su tutti gli elementi del bonus, dagli importi ai requisiti, fino alle novità in arrivo.
Assegno unico ottobre 2026, quando arriva
Chi percepisce l’assegno unico in continuità, senza aver subito modifiche, il pagamento è previsto tra il 21 e il 22 ottobre, come detto. Questa è la finestra ordinaria che l’INPS dedica alle prestazioni già in corso. Chi invece ha avuto variazioni dell’ISEE o della composizione familiare dovrà attendere la fine del mese, circa.
Generalmente le nuove domande portano a un primo pagamento nell’ultima settimana del mese successivo a quello di presentazione della richiesta. È importante ricordarlo per poter pianificare al meglio le proprie entrate.
A chi spetta
L’assegno unico è rivolto alle famiglie con figli a carico dal settimo mese di gravidanza e, in generale, fino al compimento dei 21 anni. Non esiste invece un limite d’età per i figli con disabilità. Superata la soglia dei 18 anni, però, scattano alcune condizioni.
Il figlio maggiorenne infatti deve frequentare un percorso di studio o formazione, svolgere un lavoro con reddito limitato oppure risultare iscritto come disoccupato alla ricerca di un impiego. Per i beneficiari già attivi la prestazione prosegue in automatico, ma è fondamentale comunicare tempestivamente le variazioni rilevanti, come:
nascita di un figlio;
raggiungimento di una nuova soglia d’età.
Assegno unico 2026: importi e aumenti
L’importo erogato dipende dall’ISEE del nucleo familiare. Nel 2026, per i figli minorenni, si va da un massimo di 203,80 euro al mese per figlio con ISEE fino a 17.468,51 euro a un minimo di 58,30 euro per chi supera i 46.582,71 euro o non presenta un ISEE valido.
Tra le due soglie, l’importo scende in modo progressivo. Per i figli maggiorenni a carico fino a 21 anni gli importi base sono più bassi. A queste cifre si aggiungono le maggiorazioni, che fanno salire l’assegno. Sono previste per:
i figli sotto l’anno di età;
le famiglie numerose dal terzo figlio;
le madri con meno di 21 anni;
i nuclei in cui entrambi i genitori lavorano.
Una quota aggiuntiva, infine, spetta per i figli con disabilità, differenziata in base alla gravità. Anche queste voci dipendono dall’ISEE, motivo per cui conviene avere sempre un’attestazione aggiornata e valida.
Controlli sull’ISEE e novità 2027
Il tema dell’ISEE è centrale, come detto. È su questo documento che si concentrano le attenzioni dell’INPS. L’Istituto ha infatti avviato verifiche su alcune migliaia di dichiarazioni ritenute sospette. Un controllo che mira a garantire che il beneficio vada a chi ne ha effettivamente diritto.
Un motivo in più per presentare dati corretti e aggiornati, anche perché chi rinnova l’ISEE entro il 30 giugno può ottenere gli eventuali arretrati spettanti dall’inizio dell’anno. Guardando avanti, inoltre, dal 2027 sono attese modifiche ai criteri di calcolo di questo documento, che potrebbero rivedere le soglie e gli importi.
Come controllare il pagamento e cosa fare se non arriva
Chi vuole verificare la data e l’importo del proprio accredito può farlo in autonomia sul sito dell’Inps, accedendo con Spid, Cie o Cns all’area dedicata all’assegno unico o al Fascicolo previdenziale del cittadino. In questa sezione si trovano:
stato della domanda;
importi riconosciuti;
pagamenti in lavorazione.
Lo stesso controllo è inoltre possibile tramite l’app Inps Mobile. Se l’accredito non arriva nelle date previste, conviene prima controllare che l’Isee sia ancora valido e aggiornato, perché un’attestazione scaduta fa scattare l’importo minimo (sarebbe il caso anche di verificare l’IBAN collegato alla domanda). In caso di anomalie, ci si può rivolgere ai servizi online, al Contact center o a un patronato, senza ripresentare una nuova domanda, che allungherebbe solo i tempi.
La telefonata arriva dall’estero, ma sul display compare un numero italiano, studiato apposta per convincerci a rispondere. Ecco spiegato in modo semplice il meccanismo dello spoofing, dietro il quale si nascondono generalmente chiamate commerciali irregolari (quando non vere e proprie truffe).
A tutela degli utenti, l’Agcom ha presentato il conto a due società: Retelit Digital Services e Tekmind. Le sanzioni, sommate, raggiungono gli 822.500 euro. Il motivo? Non aver attuato i controlli previsti sull’uso delle numerazioni telefoniche. Un passo importante nella battaglia contro questa pratica.
La multa dell’Agcom
Le sanzioni sono state adottate il 23 settembre e ammontano nel dettaglio a 700mila euro per Retelit Digital Services e a 122.500 euro per Tekmind. L’Agcom contesta alle due società di non aver messo in pratica delle misure di controllo sull’uso delle numerazioni.
I provvedimenti arrivano dopo un’attività di vigilanza avviata nel novembre 2025 sulla base di numerose segnalazioni. Al centro ci sono gli obblighi degli assegnatari dei numeri telefonici:
verificare la correttezza delle numerazioni usate dai call center;
verificare l’eventuale generazione tramite spoofing;
gestire con diligenza le numerazioni assegnate, a presidio dell’intera filiera.
I numeri del blocco
Per riuscire a contrastare il fenomeno, fastidioso e pericoloso, l’Agcom ha imposto agli operatori dei filtri sulle chiamate internazionali, che si presentano con numerazioni italiane. I risultati sono stati di fatto consistenti.
Nei primi 8 mesi del 2026, infatti, sono state bloccate circa 191 milioni di chiamate dall’estero con numero italiano contraffatto o non conforme agli standard. Si parla di quasi 790mila al giorno, ovvero il 7,2% del traffico internazionale.
La fetta più importante riguarda i cellulari, con 148 milioni di chiamate fermate, il 49% di quelle dall’estero con numero mobile italiano. Altre 38 milioni mostravano un fisso nazionale e 4,6 milioni numerazioni irregolari. Il dato più netto emerge però dal confronto con il periodo precedente all’estensione del blocco ai numeri mobili, scattata il 19 novembre 2025.
Le chiamate dall’estero con cellulare italiano sono calate del 95%, da 26,8 a 1,2 milioni al giorno, mentre l’intero traffico internazionale è sceso da 34 a 11 milioni di chiamate quotidiane. Un risultato utile anche soltanto per il risparmio di tempo di milioni di cittadini.
La replica di Retelit
In una nota ufficiale, Retelit ha spiegato la propria posizione:
Si tratta di un provvedimento inatteso, nell’esito e nell’entità, su cui l’azienda si riserva le opportune valutazioni», si legge. La società precisa inoltre «di non svolgere né commissionare alcuna attività di telemarketing via call center per la vendita dei propri servizi.
Si spiega inoltre che, in qualità di operatore di telecomunicazioni, l’attività “si limita alla sola cessione in uso ad altri operatori telefonici autorizzati di numerazioni telefoniche”. Tutto ciò lascia ovviamente la strada aperta a eventuali ricorsi.
É Giunta una proposta da parte di Faib Confesercenti e Fegica, che sono le sigle dei gestori degli impianti di rifornimento del carburante. Si chiede un tetto massimo al prezzo di benzine gasolio, che sia uguale per l’intera rete e calcolato con una formula resa pubblica.
Idea presentata al Forum 2026 di Confesercenti, con l’intento evidente di dare una risposta agli aumenti degli ultimi mesi. Non sarebbe la prima risposta, in realtà, ma in questo caso si chiedono regole chiare e valide per tutti i distributori. Dinanzi a ciò si attende ora la risposta del Governo.
La proposta dei benzinai
Tra il 27 febbraio e il 24 novembre il prezzo in modalità self è salito di circa 49 centesimi al litroper la benzina e 62 centesimi per il gasolio. Ciò al netto del taglio delle accise. Ad agosto, ricordano le sigle, la componente energetica segnava un +17% e l’inflazione il 3,3% (salita poi a oltre il 4% a settembre”.
Proprio dai rincari nasce l’idea di un “price cap” nazionale, ovvero di un tetto massimo pensato come strumenti uguale per tutti e reso pubblico, da introdurre con un intervento normativo per contenere i costi per gli automobilisti. Un’azione dall’alto, dunque, e non dal settore privato.
Il meccanismo proposto avrebbe due livelli. Da un lato il Garante per la sorveglianza dei prezzi accerterebbe la situazione straordinaria. Dall’altro, invece, il Ministro attiverebbe il tetto con un atto motivato. La misura avrebbe una durata di 90 giorni, con una sola proroga di altri 90.
Il tetto sarebbe poi rivisto ogni 15 giorni, al rialzo o al ribasso. Nel caso specifico, il prezzo massimo partirebbe dal prezzo industriale del 27 febbraio, cui si sommerebbero le variazioni delle componenti di costo e un margine di salvaguardia per le scorte.
“Nessuno vuole introdurre il prezzo amministrato”, ha spiegato il presidente di Fegica, Roberto Di Vincenzo. Ha poi sottolineato come il meccanismo sia costruito “sulla scorta di atti amministrativi nazionali e europei”.
Il margine di raffinazione
C’è un punto delicato in questa vicenda ed è il margine di raffinazione che, secondo le sigle, risulta superiore alla media del 2025 di circa 21 centesimi sulla benzina e di 39 centesimi sul gasolio.
La quota di questo margine da riconoscere sarebbe una scelta politica, affidata a un parametro chiamato alfa:
con alfa a 0,25 il tetto si attesterebbe a 2,04 euro al litro per la benzina e 2,02 per il gasolio;
con alfa a 0,5 il tetto salirebbe a 2,10 euro al litro per la benzina e 2,14 per il gasolio.
Le sigle precisano che il calcolo non prova una speculazione, ma indica un’area di indagine, con un margine di incertezza di 1-2 centesimi. Il tetto resterebbe comunque un massimo, con la possibilità di vendere a prezzi inferiori, e in caso di rischi per l’approvvigionamento è prevista la sospensione come ultima istanza, a tutela del rifornimento.
Le sigle attendono ora un incontro con il Ministro Adolfo Urso. Il presidente di Faib Confesercenti, Giuseppe Sperduto, ha spiegato come il contatto con il Mimit sia costante. Ha infatti ricordato i tre anni di lavoro comune sul disegno di legge di settore, “che speriamo venga approvato al più presto”.
Non tutti conoscono la carriera parallela a quella calcistica di Diego Simeone. Lo storico allenatore dell’Atletico Madrid è infatti diventato nel tempo un imprenditore immobiliare di primo piano nella capitale spagnola.
I numeri parlano per lui ed è arrivato a possedere oltre 180 immobili. Un patrimonio imponente, costruito insieme alla sua compagna Carla Pereyra. Ha messo nettamente radici a Madrid, dunque, ma nonostante ciò non cambia idea sul proprio futuro. Dopo l’addio alla seconda avventura sportiva, quella da tecnico, non approfitterà di nessuna delle case messe a reddito in Spagna. Volerà a casa, in Argentina.
L’allenatore-imprenditore
Simeone non è di certo il primo sportivo a darsi all’imprenditoria. Basti pensare ad Antonio Conte in Italia o a Cristiano Ronaldo, che ha costruito un impero. Per quanto non sia al vertice in questo settore, è innegabile però che raggiungere il suo status sia alquanto difficile.
Oltre 180 immobili residenziali a Madrid, come detto, per un valore complessivo stimato intorno ai 40 milioni di euro. Il tutto gestito tramite la società Carpersim, il cui nome unisce quelli del tecnico e della sua compagna Carla Pereyra.
Una gestione molto oculata, la loro, che ha portato quello che era un piccolo progetto a diventare una realtà ben strutturata. Il loro business si è infatti spostato dal semplice acquisto di appartamenti da mettere a reddito a progetti più ambiziosi, arrivando a comprendere anche residenze per studenti e un’agenzia di affitti.
Considerando i pressanti impegni di Simeone, è innegabile che a gestire l’impresa di famiglia sia prevalentemente Carla Pereyra. Proveniente da una famiglia di architetti, ha ampia esperienza lavorativa nel settore. Il tecnico non poteva trovare partner migliore nella vita e in affari.
La villa di Madrid
Tra tanti immobili, uno è quello di famiglia. Simeone vive in una zona residenziale esclusiva di Madrid. Ha scelto per sé e i suoi cari una villa di circa 1.900 metri quadrati, edificati su un terreno di quasi 3.000 mq. La proprietà vanta:
giardino;
piscina;
palestra;
ampi spazi esterni.
Stile minimalista, con materiali naturali, grandi vetrate e opere d’arte moderna, oltre a un camino e arredi ricercati. Nonostante questo scenario magnifico, però, resta vivo il sogno di tornare a casa: “Se mi chiedessero dove andrò a vivere quando smetterò di allenare, logicamente risponderei in Argentina. Dove, se no? È il mio Paese”.
Il Financial Times ha pubblicato la classifica annuale dedicata agli Executive Master in Business Administration (Emba). In questo scenario la formazione manageriale italiana si è particolarmente distinta, con la sede torinese della Escp Business School che ha conquistato il quinto posto assoluto.
La top five globale rappresenta un risultato di rilievo per chi valuta un investimento importante sulla propria carriera, che vede il nostro Paese presente con 3 programmi tra i 100 migliori al mondo. Vediamo chi guida la graduatoria.
La classifica del Financial Times
Il quotidiano britannico pubblica questa graduatoria dei migliori master post-laurea in economia e gestione d’azienda ogni anno. Parliamo degli Executive Mba, rivolti a chi ha già esperienza professionale.
In vetta alla classifica si piazza l’Emba Kellogg-HKUST, nato dalla collaborazione tra l’americana Kellogg School of Management e l’asiatica HKUST Business School. Tra i 100 programmi migliori al mondo compaiono tre proposte italiane, a conferma della competitività di alcune business school del nostro Paese su scala internazionale.
Escp Torino, quinta al mondo
L’Italia è trainata dall’Executive Mba della Escp Business School. È un’istituzione fondata a Parigi ma ormai diffusa su scala internazionale con 7 campus, tra i quali spicca quello di Torino. Il programma si è aggiudicato il quinto posto nel mondo, risultando primo tra gli italiani e terzo tra gli europei.
Ha inoltre conquistato la medaglia d’argento per esperienza internazionale, con una quota di partecipanti e docenti stranieri superiore al 90%. Ecco le parole di Alberta Di Giuli, Dean di Escp Torino:
Sono particolarmente orgogliosa del contributo che il team e la faculty del Campus di Torino apportano a questo risultato. (…) La nostra è un’offerta formativa rigorosa, aggiornata e capace di generare valore concreto per i partecipanti.
Bocconi e Politecnico
Le altre due italiane richiedono di scorrere un po’ di più la classifica. L’Emba della Sda Bocconi School of Management si colloca al quarantesimo posto. Un salto indietro di 15 posizioni rispetto al 2025.
Più indietro c’è la Polimi School of Management del Politecnico di Milano, all’ottantanovesimo posto. Anche in questo caso si registra un peggioramento, considerando il 77esimo gradino precedente.
I criteri della graduatoria
Per stilare questa particolare classifica, il Financial Times non guarda a un singolo parametro, ma combina più criteri per misurare il valore reale di un Executive Mba. Tra gli elementi considerati ci sono:
Sono cambiate le regole rispetto al passato per poter cambiare la caldaia o il sistema di riscaldamento. Non esiste un “bonus caldaia” di per sé, ma non mancano le detrazioni fiscali e il Conto Termico per aiutare a sostenere le spese.
La novità più importante, chiarita dall’Agenzia delle Entrate, è che le caldaie alimentate solo a combustibili fossili non sono più agevolate. Ecco quali sono gli incentivi validi oggi e che importi e requisiti occorre considerare.
Novità bonus caldaie 2026
La caldaia a gas classica non rientra più né nell’Ecobonus né nel Bonus Casa. Questa è la prima cosa da chiarire e tenere a mente se si intende risparmiare. Sono invece ancora agevolabili gli interventi più efficienti:
sistemi ibridi costituiti da pompa di calore integrata con caldaia a condensazione;
scaldacqua a pompa di calore;
generatori a biomassa;
pompe di calore ad alta efficienza.
Di fatto l’incentivo va a premiare la transizione verso delle tecnologie a basse emissioni.
Ecobonus e Bonus ristrutturazioni
Per quanto riguarda le detrazioni, l’Agenzia delle Entrate indica due strade. Sfruttando l’Ecobonus, le spese sostenute nel 2026 prevedono detrazione IRPEF o IRES del 36%. La percentuale sale al 50% nel caso in cui i lavori riguardino l’abitazione principale (del proprietario o del titolare di un diritto reale). Una somma che si recupera in 10 rate annuali di pari importo.
Le aliquote non cambiano per il Bonus ristrutturazioni, con 50% per l’abitazione principale e il 36% negli altri casi. Il limite di spesa è fissato a 96.000 euro per unità immobiliare, ma è importante tener conto del calendario. Dal 2027 infatti le percentuali scenderanno, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate. Si arriverà al 36% per l’abitazione principale e al 30% negli altri casi. Di fatto il 2026 è l’ultimo anno davvero vantaggioso per procedere a un rinnovo dell’impianto.
Conto Termico 3.0
L’alternativa alle detrazioni è il Conto Termico 3.0, ovvero l’incentivo pubblico promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e gestito dal Gestore dei Servizi Energetici. Si tratta di un contributo a fondo perduto, che per i privati può arrivare fino al 65% della spesa.
Un vantaggio notevole, che viene erogato in un’unica soluzione e in tempi rapidi se l’importo non supera i 15.000 euro (non è richiesta capienza fiscale). Per i privati residenziali l’incentivo è pensato soprattutto per la sostituzione dell’impianto di riscaldamento con sistemi a fonti rinnovabili, come le pompe di calore.
Come fare domanda
La procedura è diversa a seconda dello strumento scelto. Per le detrazioni fiscali servono, tra le altre cose:
l’asseverazione di un tecnico abilitato;
l’Attestato di Prestazione Energetica;
pagamento tramite bonifico “parlante”.
È inoltre necessario trasmettere all’ENEA i dati dell’intervento, in genere entro 90 giorni dalla fine dei lavori.
Per il Conto Termico 3.0, invece, la domanda va presentata al Gestore dei Servizi Energetici, sfruttando l’apposito portale dedicato.
Il caso di Rovetta fa decisamente riflettere sulla sicurezza dei propri risparmi. Nel piccolo comune del Bergamasco, infatti, sono emersi degli ammanchi considerevoli presso l’ufficio postale. Sono spariti 500mila euro e sotto indagine è finita un’ex direttrice.
Un caso di cronaca che ha gettato tanti in allarme e che spinge a ragionare su che tipo di protezione si abbia in casi di frodi del genere. E quando poi ti ritrovi invischiato tuo malgrado in tutto ciò, come puoi recuperare i soldi che qualcuno ha prelevato dal conto a tua insaputa?
Il caso delle Poste di Rovetta
Secondo quanto ricostruito, l’ex direttrice dell’ufficio postale è indagata per aver sottratto nel tempo circa 500mila euro. La donna, 40enne, è stata licenziata a settembre e respinge con forza ogni accusa. Le vittime sono svariate e tra loro anche una coppia di 84enni. A loro sarebbero stati sottratti complessivamente 148mila euro. Oltre 150 prelievi da 600 euro dal conto del marito e una ventina di operazioni, da 1.000 a 7.000 euro, da quello della moglie, con firme false sui documenti e timbri contraffatti.
Il raggiro è emerso quando la coppia ha tentato di prelevare 10mila euro per dei lavori in casa, scoprendo gli ammanchi e presentando denuncia. Poste Italiane, che si considera parte lesa, si è impegnata al rimborso integrale.
Come recuperare i soldi sottratti
Se si scoprono delle operazioni non autorizzate, la tempestività d’azione è fondamentale. Il primo passo è sporgere denuncia ai carabinieri o alla Polizia Postale. Al tempo stesso, però, si deve presentare un reclamo scritto all’istituto in questione (conservando ogni documentazione utile).
In linea generale, per le operazioni non autorizzate l’intermediario è tenuto a rimborsare il cliente, a patto che questi possa dimostrare dolo o colpa grave. Nel caso in cui il reclamo non riceva una risposta soddisfacente, però, ci si può rivolgere all’Arbitro Bancario Finanziario. Questo è uno strumento gratuito per la risoluzione delle controversie. Un passo chiave prima di procedere per vie giudiziarie (costose). Nel caso di Rovetta tutto ciò non è stato necessario, perché, come detto, Poste ha già annunciato il rimborso completo.
Cosa dice la legge
Che diritti abbiamo in casi del genere? Qualcuno ha fatto sparire dei soldi sul nostro conto ed è importante conoscere la propria posizione legale. Chi subisce dei prelievi con firme falsificate ha dalla sua un principio importante.
Se si parla di un’operazione contestata, infatti, è l’intermediario ad avere l’onere di provare che sia stata realmente autorizzata dal cliente. La vittima può costituirsi parte civile nel processo, così da ottenere il risarcimento del danno in casi come appropriazione indebita e falso documentale.
Diritti a parte, resta validissimo il consiglio di contestare le operazioni appena ci si accorge dell’anomalia. Nei casi più complessi, inoltre, sarebbe il caso di valutare fin da subito l’intervento di un legale o di un’associazione dei consumatori.
I segnali per accorgersi della truffa
Non c’è un manuale da seguire. Detto ciò, la prima difesa è il controllo costante delle proprie finanze. È sempre utile verificare di frequente l’estratto conto, il libretto e la lista dei movimenti. Non sarebbe una brutta idea inoltre attivare degli alert via SMS o app che segnalino ogni operazione in tempo reale.
I campanelli d’allarme tipici sono proprio quelli emersi nel caso delle Poste di Rovetta:
piccoli prelievi ripetuti, pensati per non dare nell’occhio;
operazioni mai autorizzate;
attacco ai conti di persone anziane, spesso meno avvezze all’uso di app bancarie o postali.