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L’Italia irrilevante resta fuori dai negoziati sull’Ucraina: ora il dilemma interno al Pd va sciolto
di Roberto Celante
Giorgia Meloni ha dichiarato in Senato, il 14 ottobre, che l’impegno americano all’acquisto del gasolio russo è un errore, perché finanzia la guerra di Putin e allontana ogni speranza di negoziato. La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato con un laconico “non sono affari suoi”.
Quindi, qual è la notizia? Che l’Italia è irrilevante sul piano internazionale? No: questo lo sapevamo già, almeno da quando, a fine febbraio, il Ministro Crosetto fu bloccato a Dubai, perché né l’alleato Usa, né il partner commerciale Israele si ricordarono di preavvisarci dell’imminente attacco all’Iran. Non è certo l’unico esempio della marginalità dell’Italia, né l’ultimo, dato che pare ci sia un dialogo tra Stati Uniti e Russia, con delegati ucraini, uditori ammessi Regno Unito, Francia e Germania, ma Italia esclusa, per trattare la fine della guerra.
Ebbene, qual è la notizia? Che Meloni, risentita, speri di far saltare indirettamente il banco con le sue dichiarazioni sul gasolio russo? No; solo Zelensky, che non sa più a che santo votarsi, finge a se stesso che sia un assist per lui: che Meloni sia la portavoce di un immutato ed immutabile impegno europeo a sostenerlo ad oltranza.
Allora, quale può essere la notizia? La notizia è che la premier Meloni, avendo già ottenuto il parere favorevole della Commissione europea allo scostamento del bilancio dello 0,6% del Pil (la cosiddetta “clausola di salvaguardia”) e l’ok del Parlamento al Dpfp sullo stesso tema, non intende presentarsi al Consiglio europeo, dichiarando che lo scenario internazionale sta cambiando rapidamente, al punto che non vi è più necessità per l’Italia di indebitarsi per 14,4 miliardi per il riarmo.
Questa è la notizia: di fronte alla crisi energetica, all’inflazione che erode il potere d’acquisto degli italiani, anche per i beni di prima necessità, di fronte alle necessità della scuola e della sanità, alla crisi climatica e al dissesto idrogeologico, la scelta politica strategica è, da un lato, esentare per un anno il bollo auto (recuperando chissà come dei fondi che alle Regioni servono come il pane, dato che gestiscono sanità e trasporti pubblici); dall’altro indebitarsi oltre il necessario, per un importo pari a mezza manovra finanziaria. Un surplus di deficit inutile, ma che farà crescere la spesa per gli interessi e che porrà sul governo che verrà la spada di Damocle di un dilemma: tagliare i servizi pubblici o inasprire la pressione fiscale?
In questo scenario, nel campo largo si è intanto raggiunta l’unanimità contro l’attivazione della clausola di salvaguardia per il riarmo. Trattasi, naturalmente, di una valutazione di principio, poiché la maggioranza non ha avuto necessità dei voti del Campo largo per l’ok al Dpfp, né l’avrà per la legge di bilancio. Ma è comunque un impegno significativo, nella prospettiva della stesura di un programma comune, in vista delle elezioni.
Coerenza vorrebbe che un analogo impegno venisse quanto prima esteso anche in tema di aiuti militari all’Ucraina. Considerando, infatti, l’attuale contesto di dialogo per porre fine al conflitto, se il Pd tergiversasse, o perseverasse nel sostenere la necessità di continuare ad appoggiare militarmente l’Ucraina, non farebbe l’interesse né del popolo ucraino, in guerra da quasi cinque anni senza nessuna prospettiva di vittoria, né di quello italiano, che sta pagando una quota parte molto salata delle conseguenze economiche del conflitto.
Per il Pd, riconoscere che lo scenario è cambiato e che va favorito il negoziato, interrompendo gli aiuti militari, significherebbe dimostrare la lucidità che in questo momento difetta in maggioranza, compattare stabilmente la coalizione e (serve proprio sottolinearlo?) sarebbe senz’altro più apprezzabile che attendere che sia la firma del trattato di pace a risolvere l’impasse. Schlein capisca che, su certi temi, le dinamiche interne non vanno gestite con equilibrismo: vanno indirizzate.
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Dietro gli applausi a Meloni le convergenze geopolitiche che servono all’Italia
Convergenze parallele e, per certi versi, anche fisiologiche. Ieri in Senato si è assistito ad un fenomeno che, in quattro anni, non si era quasi mai visto. Ovvero gli applausi a Meloni di Calenda e mezzo Pd. Come se la geopolitica, prima che politica, avesse avuto il sopravvento su contrapposizioni, insulti, contestazioni. Come se il clima pre-elettorale fosse stato messo da parte sull’altare delle cose giuste da fare e da rivendicare a Bruxelles. Il paniere di temi in questione è noto e riguarda il futuro non solo dell’Italia, ma anche della stessa Europa.
Quando la presidente del Consiglio ha spiegato che alcune dinamiche non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente, ovvero il prezzo degli Ets che sale e che quindi fa salire anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica, ha posto un tema su cui nessuna parte sana può non essere d’accordo, perché riguarda la salvaguardia delle imprese.
Che non hanno colore politico, ma rispondono a logiche semplicissime: se regole sbagliate le strozzano, allora rischiano la chiusura, con conseguente perdita di posti di lavoro.
Quando Meloni ha chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi sul Regolamento europeo del metano ha posto un altro tema nevralgico: ovvero che se una norma, nel passaggio dalla teoria alla pratica, produce danni o mancati benefici, semplicemente va corretta.
Infine quando ha avvertito che non è più possibile per l’Europa importare cobalto, grafite, terre rare imprescindibili per transizione energetica, transizione digitale e difesa, non fa solo una diagnosi arci nota (su cui però dei “bravi” nessuno ha dato un’accelerata fino ad oggi) ma indica la cura, proponendo Porto Marghera come uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.
“Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”, ha detto la premier. In quel momento gli applausi di democratici e calendiani sono stati la spia che l’interesse nazionale è sentito dalle cosiddette forze responsabili presenti in Parlamento, dove l’epiteto responsabili non è il titolo di una squadra buono per un discorso carico di demagogia.
Ma la pragmatica conseguenza di scelte strutturali e lungimiranti che devono essere fatte per il bene futuro (e presente) della collettività. Che si fanno solo in un modo.
L’Europa forte che ha bisogno di Nazioni forti, parafrasando Meloni in chiusura, fa il paio con l’esigenza di un’Europa più solida e credibile all’interno di un metodo di amministrare il paese che difenda l’interesse italiano (come fanno anche tutti gli altri paesi membri).
Solo una parte delle opposizioni lo ha ben compreso.
Chi vota contro la stretta alla Cina non difende l’Europa. La versione di Gambino
Un brutto incidente, quello accaduto oggi a Strasburgo in occasione della risoluzione sui rapporti tra Unione europea e Cina, in cui viene chiesta una risposta “più forte” nei confronti degli squilibri commerciali con Pechino. Mentre il centrodestra composto da Ecr e Ppe ha votato compatto per il sì, le opposizioni si sono divise: Avs e Pd astenuti, M5s e vannacciani contrari. Con il centrodestra solo Elisabetta Gualmini, Pina Picierno e Irene Tinagli.

“Viene da pensare che in Italia c’è un gruppo politico a cui non stanno a cuore gli interessi dell’Europa, mentre quelli della Cina sì”, dice a Formiche.net l’eurodeputato di Ecr/FdI Alberico Gambino, vicepresidente della commissione per gli Affari esteri e membro della commissione per la sicurezza e la difesa del Parlamento Europeo, secondo cui “anziché essere uniti e dimostrarsi patrioti, questi partiti remano contro gli interessi in Italia degli italiani e in questo caso dell’Europa e delle industria europee, una deriva che cozza non poco con i proclami di responsabilità che il Pd continua a fare, dipingendosi un partito responsabile e in grado di guidare l’Italia: è vero esattamente l’opposto”.
Non va dimenticato infatti che il deficit commerciale dell’Unione Europea nei confronti della Cina ha superato i 360 miliardi di euro annui, per questa ragione Bruxelles ha iniziato a riconsiderare i propri strumenti di difesa economica, tramite iniziative mirate. Già due giorni fa Francia e Germania in una lettera aperta avevano chiesto alla Commissione europea di attivare nuovi strumenti di difesa: pur se non citata esplicitamente nella lettera indirizzata da Merz e Macron a Von der Leyen, appare evidente il riferimento alla Cina dell’iniziativa: “Abbiamo bisogno di uno strumento credibile nelle mani della Commissione che consenta una reazione decisiva e sistemica – ovvero attivabile tramite maggioranza qualificata inversa – e l’adozione di misure forti, fino all’esclusione immediata dal mercato interno se necessario”. L’azione si tradurrebbe in un blocco immediato (il cosiddetto kill switch), consentendo a Bruxelles di reagire rapidamente tramite poteri in capo alla Commissione.
L’eurodeputato meloniano ritiene che con la Cina “bisogna avere un’interlocuzione e un dialogo sempre aperto ovviamente, ma ciò non significa essere succubi o silenti dinanzi a regole che valgono solo per noi e che stanno causando moltissimi danni alle imprese europee”. E aggiunge: “Negli anni passati l’Ue si è assuefatta al green deal mettendo da parte gli interessi dell’industria europea. Adesso bisogna recuperare il tempo passato, ma non sarà una cosa semplice. Noi siamo l’Europa e abbiamo dimostrato di poter superare i momenti difficili, come dimostra la storia del secolo scorso: abbiamo le intelligenze, le capacità e l’industria competitiva per poterlo fare. E la politica dovrà accompagnare questa rinascita”.
Con quali obiettivi? “Non avere un padrone, spiega, ma porsi allo stesso livello di Usa e Cina, per potersi sedere ai tavoli che contano e ovviamente pensare allo sviluppo del territorio a tutto tondo. Se non daremo energia all’industria perderemo competitività, posti di lavoro, capacità di contare e pesare nelle assise internazionali. Questo cambio di consapevolezza nasce dal 2022, da quando il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha iniziato a far sentire la propria voce a Bruxelles per dire che così non si può più andare avanti. E oggi la sterzata dell’eurocamera ricalca in toto le osservazioni che Meloni ha più volte fatto nei consigli europei: il tema degli squilibri commerciali con Pechino.