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Due bambini uccisi a Gaza dagli attacchi dell’Idf in 24 ore: 340 minori morti dall’inizio del cessate il fuoco

18 October 2026 at 15:28

Da più di un anno a Gaza è in vigore il cessate il fuoco, ma solo domenica due bambini palestinesi sono stati uccisi dal fuoco delle Forze di difesa israeliane, come riporta l’agenzia Wafa. Secondo una nota del ministero dell’istruzione di Hamas a Gaza, si tratta di Tamer Soboh, di cui non viene riportata l’età, ucciso a ovest di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, e di Masak al-Dalu, una bambina di 7 anni, nei pressi del campo profughi al-Maghazi. La piccola è rimasta uccisa quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco tra le tende del campo profughi dove viveva, nel centro della Striscia di Gaza.

Dal 10 ottobre 2025, sono morti in totale 340 bambini durante la tregua. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 1.511 palestinesi sono stati uccisi e altri 5.375 feriti negli attacchi israeliani. Per le famiglie “che piangono la perdita dei propri figli, queste terribili statistiche non equivalgono a un cessate il fuoco”, ha sottolineato il portavoce dell’Unicef Ricardo Pires. Attacchi aerei, raid di droni e sparatorie continuano in tutta la Striscia. Si stima che circa 60mila bambini abbiano visto morire uno o entrambi i genitori durante la guerra o dopo il cessate il fuoco e, secondo l’Unicef, sarebbero 800mila i bambini sfollati a Gaza, “e la maggior parte vive in tende o in edifici pericolosi e bombardati”.

L’abbassamento delle temperature complica ulteriormente la situazione per le famiglie sfollate a Gaza, che riempiono i sacchi di farina vuoti con la sabbia per impedire all’acqua piovana di entrare nelle loro tende. I bombardamenti israeliani hanno gravemente danneggiato la rete fognaria: “Ci sono enormi bacini di acque reflue, come il bacino di raccolta delle acque piovane di Sheikh Radwan, che è mezzo pieno”, ha avvertito Pires. “Come avevamo già previsto un anno fa, l’acqua contaminata potrebbe straripare e inondare le zone residenziali a valle, con conseguenze potenzialmente letali per i bambini e le loro famiglie. Alcuni bambini sono annegati in acque contaminate da liquami”.

Secondo Wafa, cinque palestinesi sono rimasti uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano da questa mattina. Il portavoce dell’Idf afferma di star controllando i dettagli delle notizie riferite dai media palestinesi. La Wafa riporta anche la morte di una donna di 28 anni, Wijdan Kamal Shurrab, rimasta uccisa da colpi di arma da fuoco nei pressi di Khan Younis. L’agenzia palestinese cita fonti ospedaliere che parlano di 25 feriti nelle ultime 24 ore.

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Giornalista del Washington Post aggredita da coloni israeliani: presa a calci e derubata, ha ferite e diverse fratture

16 October 2026 at 16:21

“Sono stata brutalmente aggredita, buttata a terra. Continuavano a prendermi a calci, tipo una cinquantina di volte. Per fortuna avevo il giubbotto protettivo e l’elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui”. Heidi Levine, 63 anni, giornalista del Washington Post aggredita dai coloni israeliani nel villaggio di Abu Falah, a nord di Ramallah, si trovava in Cisgiordania per seguire la raccolta delle olive. Indossava il giubbotto con la scritta “Press” ben visibile davanti e dietro, ma questo non l’ha salvata dai calci e dalle bastonate degli occupanti israeliani illegali.

Come raccontato dalla fotoreporter, diversi testimoni hanno affermato di aver visto decine di uomini vestiti di nero e incappucciati scendere da un insediamento in cima alla collina vicina al villaggio dove la donna si trovava. A dare credito alle testimonianze c’è anche un video dell’episodio. La giornalista racconta di essere stata derubata dell’attrezzatura, picchiata, scaraventata a terra, rialzata a forza e poi di nuovo sbattuta a terra con violenza. A salvarla sono stati i colleghi palestinesi e il servizio medico, che l’ha fatta salire su un’ambulanza: in ospedale le sono state riscontrate “ferite e diverse fratture“, come riportato su X dal medico e deputato palestinese Mustafa Barghouti. “Mio figlio Michael mi ha sempre detto che la sua più grande paura era quella che sua madre venisse uccisa dai coloni. Ne abbiamo parlato proprio ieri. Non so quale genitore possa aver cresciuto mostri come loro”, ha detto Levine riferendosi ai suoi aggressori.

Sulla questione è intervenuto anche Matt Murray, direttore esecutivo del Washington Post, chiedendo un’indagine approfondita sull’aggressione: “Indossava dei segni distintivi ben visibili che la identificavano chiaramente come giornalista. Siamo indignati per questo attacco ingiustificato contro una giornalista che stava svolgendo il suo lavoro e sollecitiamo un’indagine approfondita e un seguito concreto da parte delle autorità”. Le IDF fanno sapere di aver aperto un’inchiesta sull’aggressione. Ferma anche la condanna dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. L’episodio violento nei confronti della fotoreporter americana segue, tra l’altro, un altro attacco avvenuto ai danni di un giornalista appena dieci giorni fa: si tratta di Jaafar Ashtiyeh, fotografo dell’Agence France-Presse, aggredito con i calci dei fucili nel villaggio di Aqraba, nella Cisgiordania settentrionale.

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Scontro tra la presidente delle associazioni Italia-Israele e Fratoianni. “A Gaza nessun genocidio”. “Ma lei non si vergogna?”. Su La7

16 October 2026 at 15:06

Scontro durissimo a Piazzapulita, su La7, tra Celeste Vichi, presidente dell’Unione Associazioni Italia-Israele, e Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e segretario di Sinistra Italiana.
A dare fuoco alle polveri è una frase di Vichi, che afferma: “Se i genitori dei bambini di Hamas fossero stati nelle loro case e avessero continuato a svolgere la vita precedente, forse tante persone successivamente non sarebbero morte“.
Il conduttore Corrado Formigli interviene immediatamente: “Ma questa è la legge del taglione“.

La polemica si riaccende quando la presidente dell’Uaii accusa Fratoianni e il suo partito di aver diffuso notizie false sulle vittime palestinesi: “Per mesi lei e quelli del suo partito ci avete raccontato che a Gaza ci sono stati 70mila morti”.
“Lo hanno detto tutte le organizzazioni internazionali“, replica Fratoianni.
L’avvocata ribatte: “Sì, organizzazioni internazionali come il Ministero della Sanità di Hamas, chiaramente”.
Il parlamentare le chiede allora se ritenga inventate anche le altre denunce sulla condotta israeliana: “Quindi la sua tesi è che è tutto inventato. Che a Gaza non c’è stato un genocidio, che non ci sono 75mila morti, che non ci sono 20mila bambini ammazzati, che in questo momento in Cisgiordania non c’è la pulizia etnica e che magari Israele non pratica l’apartheid“.
“A Gaza non c’è stato nessun genocidio – replica Vichi – e non c’è nessun apartheid, perché il 20% della sua popolazione è araba”.
Fratoianni commenta sarcastico: “Certo, Israele è una democrazia compiuta e tutto va benissimo”.

La presidente dell’Uaii afferma poi che la parola “genocidio” è nata proprio per “identificare quello che è stata la Shoah”. A insorgere stavolta è la storica Michela Ponzani: “Sta dicendo una cosa che non è vera storicamente”. Il termine, infatti, coniato dal giurista Raphael Lemkin nel 1944, venne codificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 e non riguarda esclusivamente lo sterminio degli ebrei, ma anche la distruzione intenzionale, totale o parziale, di altri gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi.

Particolarmente acceso il passaggio dedicato ai giornalisti uccisi a Gaza. Vichi sostiene che nella Striscia non siano entrati reporter stranieri “per motivi di sicurezza”. Fratoianni replica: “Nel senso che gli israeliani gli sparavano uno a uno, quindi li volevano proteggere, perché sapevano che i loro militari li puntavano alla testa. Infatti ne hanno ammazzati centinaia, lei lo sa, no?”.
“No, quelli erano terroristi che si facevano passare per giornalisti“, risponde Vichi.
Il confronto torna quindi sulla qualificazione giuridica delle operazioni militari israeliane. Il politico rilancia: “Lei è d’accordo con me che ci sono crimini di guerra?”.
Ancora una volta Vichi nega: “No, perché i crimini di guerra non sono stati ancora accertati. È gravissimo che un onorevole, un deputato, un rappresentante di un partito italiano dica questo”..

Il segretario di Sinistra Italiana, continuamente interrotto, sbotta: “Avvocata, impari a stare zitta un minuto e mi faccia concludere. È tutta la sera che lei ci sta spiegando che non c’è niente di accertato, non ci sono stati 75mila morti, 20mila bambini uccisi, crimini di guerra. Benjamin Netanyahu ha un mandato d’arresto per crimini di guerra, lei lo sa, no?“.
Fratoianni denuncia quindi “lo scempio del diritto internazionale” e richiama la situazione in Cisgiordania, affllitta dall’occupazione israeliana.

Vichi lo scimmiotta durante l’intervento.
“Per lei è legale l’occupazione? Le colonie sono legali?”, le chiede il deputato.
“Lei non conosce la risoluzione 142 del ’67?”, replica l’avvocata.
“Ma che c’entra con le colonie illegali? Lei non sa di cosa parla”, risponde Fratoianni.
“Lei invece sta dicendo il falso sapendo di dire il falso”, contrattacca Vichi.
La tensione non si attenua neppure in chiusura. Quando si parla del film-documentario Naza, la presidente dell’Uaii osserva: “È un film sicuramente molto suggestivo“.
Fratoianni reagisce con un’ultima stoccata: “Niente, lei non si vergogna neanche a fine trasmissione”.

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Violenze sulla Flotilla, non solo Ben-Gvir: indagato anche il ministro della Difesa Katz

16 October 2026 at 12:09

Sono una dozzina gli indagati dalla Procura di Roma nell’ambito delle indagine sulle due missioni della Global Sumud Flotilla. Nel procedimento è indagata la catena di comando delle autorità israeliane. Oltre al ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, risulta iscritto anche quello della Difesa Israel Katz. I fatti fanno riferimento al periodo di settembre-ottobre 2025 e aprile-maggio 2026: acclarati diversi reati dopo l’esposto di 50 cittadini italiani, partecipanti alle missioni della Global Sumud Flotilla e finalizzate all’accertamento dei reati di tortura, sequestro di persona, lesione personale, rapina e danneggiamento seguito da naufragio del Codice penale.

La Procura di Roma ha raccolto le denunce e le testimonianze dei cittadini italiani che hanno partecipato alla prima missione per Gaza e sono stati fermati dalle autorità israeliane. Dalle indagini è emerso che le imbarcazioni sono state abbordate in acque internazionali, in violazione del diritto internazionale. Durante le operazioni sono stati distrutti i dispositivi utilizzati per le dirette streaming e sequestrati i telefoni e gli altri apparecchi elettronici dei partecipanti. Le testimonianze hanno inoltre evidenziato maltrattamenti durante la detenzione, tra cui percosse, lesioni, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo. Sono state ricostruite tutte le fasi del fermo, dal trasferimento al porto di Ashdod fino all’arrivo nel carcere di Kzi’ot e al successivo rilascio con il rientro in Italia.

Secondo quanto ricostruito, i partecipanti sono stati anche privati di cibo, di assistenza medica, oltre a essere in condizioni igieniche precarie e privati del sonno. Infine, sarebbe stata riscontrata una grave carenza di assistenza legale e la difficoltà di comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche italiane e con i propri avvocati. Nel complesso, gli elementi raccolti dalla Procura delineano un quadro di violazioni dei diritti fondamentali e del diritto internazionale, che dovranno essere valutate nelle indagini.

La Procura di Roma ha esteso le indagini anche alla seconda missione della Global Sumud Flotilla per Gaza, svoltasi tra aprile e maggio 2026. Anche in questo caso, le testimonianze degli italiani fermati dalle autorità israeliane hanno documentato episodi simili a quelli della prima missione, ma caratterizzati da metodi ancora più violenti, tra cui percosse al buio, uso di taser e spari con proiettili di gomma contro i partecipanti. Nel giugno 2026, la Procura ha richiesto a Israele assistenza giudiziaria internazionale per ottenere informazioni utili a ricostruire i fatti e individuare eventuali responsabilità.

Per quanto riguarda la prima missione, tra gli indicati c’è appunto anche la catena di comando militare per le operazioni in mare comprende il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), generale Eyal Zamir, il comandante in capo della Marina dal 2 settembre 2021 al 24 dicembre 2025, vice ammiraglio David Saar Salama, il capo di Stato maggiore Tal Politis, il comandante dello Shayetet 13, colonnello Eldad Borochovich, e il responsabile della base navale di Ashdod, colonnello Eitan Paz. Per le operazioni di terra risultano invece coinvolti il capo della Polizia israeliana Daniel Levy, il comandante del servizio penitenziario israeliano (Ips) Kobi Yaakobi, il responsabile della polizia penitenziaria del carcere di Ktzi’ot Menachen Bibas, il comandante della Nahshon, unità operativa di intervento e scorta dell’Ips, Assaf Zagori, e il comandante del Magav Berik Yitzchak.

Per la seconda missione della Flotilla, viene evidenziata una sostanziale identità delle catene di comando rispetto alla precedente spedizione. Le differenze riguardano la componente navale, con l’indicazione del vice ammiraglio Eyal Harel quale comandante in capo della Marina e del maggiore generale Guy Levy nel ruolo di capo di Stato maggiore. Nell’ambito delle attività investigative, viene inoltre evidenziata l’esistenza di analoghe indagini sulle due spedizioni della Global Sumud Flotilla in diversi Paesi europei.

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Gli alleati Turchia e Azerbaigian litigano per il divieto di indossare l’hijab a scuola. Ma dietro si nasconde l’avvicinamento di Baku a Israele

16 October 2026 at 07:07

Sembrano lontani i tempi in cui il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev faceva proprio il motto coniato dal padre Heydar per descrivere la fraterna relazione con la Turchia: “Una nazione, due Stati”. Lontani perché il logorio che negli ultimi mesi ha interessato il rapporto bilaterale sembra arrivato al suo culmine. A scatenare la reazione turca è stata l’entrata in vigore di una legge che da qualche settimana vieta di indossare l’hijab nelle scuole primarie azere. Una mossa a cui sono seguite durissime prese di posizione da parte di esponenti di primo piano del partito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un esempio su tutti: il suo consigliere capo, Oktay Saral, ha parlato di una mossa inaccettabile. Altrettanto incisiva è stata la risposta di Baku. Sul fronte interno, sono arrivate decine di arresti di manifestanti che protestavano contro la misura e una limitazione temporanea dell’accesso ai social network. Alla Turchia invece ha risposto direttamente il presidente Aliyev, invitandola a chiare lettere a non immischiarsi nelle scelte interne del Paese.

A prima vista appare un braccio di ferro sul tema della laicità dello Stato, un campo in cui negli ultimi anni la Turchia di Erdogan ha compiuto passi molto decisi per aumentare il peso della religione nella vita sociale e politica. In realtà, dietro al velo si cela una dinamica ben più profonda che sta facendo apparire delle crepe in un’alleanza storica tra due Paesi affini dal punto di vista etnico. A pesare, e molto, in tal senso è l’atteggiamento conciliante che l’Azerbaigian ha nei confronti di Israele. Lo Stato ebraico è visto da Ankara come il principale rivale strategico regionale, se non un vero e proprio nemico, e la vicinanza a Baku è fumo negli occhi. Gli stessi occhi che qualche settimana fa hanno notato come i rappresentanti diplomatici azeri alle Nazioni Unite non abbiano lasciato l’Assemblea generale durante il discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come invece fatto da quelli di decine di Paesi per protestare contro le azioni del governo di Tel Aviv in Palestina, Libano e Siria.

Alla vicinanza diplomatica si associa quella sul fronte militare. La notizia più recente in tal senso ha visto il Paese caucasico cominciare a produrre sul proprio territorio fucili con tecnologia occidentale grazie a un accordo con l’israeliana Ari Arms. Secondo alcune indiscrezioni ben documentate, per quanto smentite con forza da Baku, lo Stato ebraico ha inoltre inviato in segreto in Azerbaigian, Paese che confina con l’Iran e che quindi rappresenta un avamposto dal grande peso strategico, diverse decine di militari e agenti dell’intelligence, tra cui membri delle forze speciali israeliane e del Mossad. Il consolidamento della relazione di sicurezza è però avvenuto nel corso degli anni, basti pensare che tra il 2016 e il 2020 circa il 70% delle importazioni di armamenti da parte dell’Azerbaigian proveniva da Israele.

Di contro, oltre che per la vicinanza geografica all’Iran, il Paese mediorientale guarda a quello caucasico anche per ottenere forniture sicure e costanti di energia: nel 2025 il greggio azero ha rappresentato quasi il 50% delle importazioni petrolifere israeliane, la quota più alta degli ultimi dieci anni e molto più elevata di quella di un gigante degli idrocarburi come la Russia, che si è fermata al 28%. Ironia della sorte, la quasi totalità di questo flusso raggiunge Israele dopo essere stato immesso nelle petroliere che si riforniscono nella città turca di Ceyhan, punto di approdo dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Ankara, infatti, non è in grado di controllare dove viene diretto il petrolio azero caricato nelle navi sulle sue coste.

L’irritazione turca è legata anche alla vicenda relativa al Nagorno Karabakh, regione riconquistata nel 2023 dall’Azerbaigian dopo una guerra lampo con l’Armenia. Per quanto la stessa Israele abbia supportato Baku dal punto di vista militare, fornendo equipaggiamento ad hoc nelle settimane precedenti alla trionfale offensiva azera, la Turchia è stata da sempre al fianco del Paese caucasico nella sua rivendicazione rispetto alla regione un tempo nelle mani dell’Armenia. Questa vicinanza si è tradotta nel corso degli anni in un fondamentale supporto politico, diplomatico e militare alla causa azera. Un impiego di risorse di varia natura che ora dalle rive del Bosforo viene considerato da molti uno spreco.

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Israele, entrano in vigore le sanzioni di Londra contro il commercio con le colonie: le banche di Tel Aviv rischiano di perdere accesso alla City

16 October 2026 at 07:05

Da giovedì il Regno Unito può colpire con sanzioni chiunque partecipi alla costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Le nuove norme, entrate in vigore giovedì mattina, arrivano quattro giorni prima della chiusura del bando per E1, il progetto di oltre 1.200 case a est di Gerusalemme che mira a spezzare in due la Cisgiordania e a rendere impossibile uno Stato palestinese dotato di contiguità territoriale.

Il provvedimento segna un cambio di rotta per il governo laburista di Andy Burnham rispetto a quello di Keir Starmer, ed è motivato dall’impunità dei coloni ebrei in Cisgiordania. Il regolamento amplia il regime sanzionatorio globale sui diritti umani e aggiunge tre nuovi criteri: gravi violazioni del diritto internazionale umanitario (comprese le Convenzioni di Ginevra sull’occupazione), ostacolo all’assistenza umanitaria e seri attacchi al diritto alla libertà e alla sicurezza della persona.

Banche, imprese di costruzione, finanziatori, chiunque faciliti o tragga profitto dall’espansione coloniale rischia il congelamento di asset, divieti di finanziamento, ban di viaggio e l’interdizione da incarichi societari. A farli scattare basta il “ragionevole sospetto” di coinvolgimento.

Nell’illustrare la decisione alla Camera dei Comuni, a settembre, il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, ebreo, aveva parlato di “pulizia etnica” in corso in parti della Cisgiordania, avvertendo: “Affronterete tutta la forza delle sanzioni britanniche”.

Israele ha risposto chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme Est e costringendo Londra a ritirare 21 diplomatici. Per Peace Now, pilastro del pacifismo israeliano: “Oggi è già chiaro che gli insediamenti non sono solo un ostacolo alla pace e un pericolo per la sicurezza di Israele: sono una minaccia economica per il futuro dello Stato. Netanyahu e Smotrich [il ministro delle Finanze, di estrema destra, che controlla di fatto l’amministrazione civile in Cisgiordania] giocano col fuoco. Mentre corrono verso l’annessione e spingono E1, il mondo dice “basta” e inizia a presentare il conto”.

Sul piano economico i numeri sono piccoli: dalle colonie provengono merci per un valore fra 11 e 45 milioni di dollari all’anno, una frazione dei 6 miliardi di sterline di interscambio totale UK-Israele.

Il vero nodo è finanziario. Se le banche israeliane che garantiscono i progetti di costruzione finiscono sotto sanzioni, rischiano di perdere accesso a Londra e, a cascata, ai mercati internazionali. Questa prospettiva potrebbe fare da deterrente alla partecipazione al bando di E1, che scade il 19 ottobre, anche se le buste non verranno aperte prima del 19 novembre, dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre.

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Israele nega il visto a un’altra giornalista: bloccata Martina Stefanoni di Radio Popolare. Pd: “Tajani chiarisca”

15 October 2026 at 12:57

In vista delle elezioni, il governo israeliano mette alla porta i giornalisti internazionali e stringe le maglie dei visti. L’ultimo caso è quello della cronista di Radio Popolare Martina Stefanoni, in procinto di partire per Tel Aviv, alla quale è stato vietato l’ingresso nel Paese.

Stefanoni, che già l’anno scorso era stata in Israele, aveva in un primo tempo ottenuto il lasciapassare, oltre all’accreditamento ufficiale da parte del Government Press Office. A pochi giorni di distanza, è arrivata la revoca, accompagnata dalla scarna dichiarazione: “Le circostanze relative al suo caso sono cambiate”. Nessuna spiegazione a oggi è stata data all’emittente nonostante il Ministero competente sia stato interpellato. “Una intollerabile censura da parte del Paese che si definisce l’unica Democrazia del Medio Oriente”, commenta la direttrice della radio Lorenza Ghidini.

Sul caso della giornalista di Radio Popolare, il Pd ha annunciato un’interrogazione al governo. “Chiediamo al ministro degli Esteri Tajani se intenda attivare immediatamente, attraverso l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e i canali diplomatici competenti, un’interlocuzione formale con le autorità israeliane” hanno scritto i deputati dem Lia Quartapelle, Enzo Amendola, Laura Boldrini e Fabio Porta. È indispensabile, sottolineano, “ottenere chiarimenti ufficiali sulle ragioni del provvedimento, sui criteri adottati per la concessione e la revoca dei visti ai giornalisti stranieri e verificare l’eventuale esistenza di elementi discriminatori connessi all’attività professionale o agli orientamenti editoriali della testata”.

L’Ordine dei giornalisti ha parlato di una “grave limitazione della libertà di stampa” che “segna la volontà del governo israeliano di selezionare giornalisti in ‘buoni’ e ‘cattivi’“. Una pratica “che non ha nulla a che vedere con una democrazia”. L’Ordine ricorda anche che dall’inizio dei bombardamenti a Gaza, Israele non consente ad alcun giornalista straniero di accedere alla Striscia, se non in tour organizzati e controllati dall’esercito.

“Piena solidarietà” all’inviata di Radio Popolare è stata espressa dalla segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante, che stigmatizza “il trattamento discriminatorio riservatole da Israele che conferma anche in questa occasione la forte intolleranza nei confronti della stampa libera”.

Un sorte simile a quella di Stefanoni era toccata pochi giorni fa alla giornalista italiana Serena Bilanceri, corrispondente del quotidiano tedesco Taz: le autorità di Tel Aviv le hanno negato il visto di lavoro e revocato il permesso di soggiorno. E ancora: il corrispondente britannico di Channel 4 Secunder Kermani è stato bloccato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, interrogato e poi respinto con una comunicazione scritta che gli annunciava il trasferimento in un centro detenzione per migranti irregolari in attesa dell’espulsione. Alla fine è riuscito a entrare nel Paese solo grazie a contatti tra la sua emittente e diplomatici israeliano. Le motivazioni dell’iniziale diniego sembrano legate più alle sue opinioni che a una minaccia alla sicurezza reale. Tra le altre cose, gli agenti di frontiera gli hanno chiesto se credesse che Israele sta commentando un genocidio a Gaza.

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Netanyahu ammette per la prima volta in tv che il capo dei servizi egiziani è stato in Israele pochi giorni prima del 7 ottobre

15 October 2026 at 11:57

Mancano solo dodici giorni alle elezioni israeliane. Per Benjamin Netanyahu, rimanere alla guida del Paese ha un valore esistenziale. Ma più ci si avvicina al voto e più cresce su di lui la pressione per le sue presunte responsabilità riguardo all’impreparazione di esercito e servizi segreti a rispondere all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. E questa volta è lui stesso a svelare un particolare mai fornito fino a oggi: il capo dei servizi segreti egiziani, Abbas Kamel, si è recato in Israele pochi giorni prima dell’attacco del partito armato palestinese al Festival Nova e ai kibbutz vicini alla Striscia di Gaza.

La questione è centrale perché da mesi circolano indiscrezioni sul fatto che l’Egitto abbia lanciato, fin dal giugno 2023, una raffica di avvertimenti al governo israeliano sui rischi provenienti dall’exclave palestinese. E la rivelazione di Netanyahu conferma per la prima volta che, almeno nei giorni immediatamente precedenti l’attacco di Hamas, l’Egitto si è mosso con i potenti vertici del Mukhabarat inviando direttamente Kamel nello Stato ebraico. Il premier israeliano lo ha dichiarato in una lunga intervista rilasciata al famoso talk show vicino al governo The Patriots di Channel 14, precisando però di non aver incontrato il capo dei servizi egiziani: “Non mi ha incontrato perché in quel momento stavo partecipando a una cerimonia commemorativa per i soldati dell’Idf – ha detto – Quando mai un capo dei servizi segreti incontra un capo di governo?”.

La risposta alla domanda apparentemente retorica c’è, in realtà. Basta fare una ricerca sul sito ufficiale del governo d’Israele per ritrovare fotografie di strette di mano tra Kamel e Netanyahu, nel 2021, nella residenza del premier a Gerusalemme. La bugia di Netanyahu solleva quindi dubbi su chi abbia veramente interloquito con Kamel e quale sia il messaggio recapitato dal Cairo a Tel Aviv: “Il capo dell’intelligence egiziana era qui – ha aggiunto il premier – Ha trascorso circa 50 minuti sul posto. Voglio sapere chi ha incontrato”.

Le parole di Netanyahu hanno scatenato di nuovo il dibattito intorno alle sue presunte responsabilità. Ma in serata si è assistito a un nuovo colpo di scena. La tv pubblica israeliana Kan ha smentito la versione del premier sostenendo che sul volo atterrato il 26 settembre in Israele dall’Egitto non si trovava Abbas Kamel, bensì due uomini d’affari egiziani. L’aereo, di proprietà della compagnia di charter egiziana Smart Aviation, riferisce Kan, è atterrato intorno alle 10 ed è ripartito per il Cairo alle 11 senza nessuno a bordo. Resta da capire perché il primo ministro dovrebbe aver mentito su un punto che rischia di aumentare i dubbi sulle sue mancanze nella prevenzione dell’attentato del 7 ottobre 2023.

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Le elezioni in Palestina di cui nessuno parla, e che nessuno vuole

9 October 2026 at 03:45

In Palestina si dovrebbe andare alle urne il 28 novembre, ma c’è il rischio dell’ennesimo rinvio da parte dell’Anp che teme di perdere contro un inedito cartello anti-Fatah. Intanto, lo stallo a Gaza tiene in vita Hamas

«È cambiato tutto dopo il 7 ottobre»: ci dicono le imprenditrici palestinesi del Businesswomen Forum a Ramallah. Non stentiamo a crederlo: migliaia di permessi di lavoro dei palestinesi che ogni giorno lavoravano in Israele revocati, aumento dei posti di blocco, aumento degli atti terroristici dei coloni estremisti in Cisgiordania, Gaza devastata con decine di migliaia di vittime; il blocco, da parte israeliana, delle entrate doganali spettanti all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp); sullo sfondo, una crisi economica sempre più profonda.

Questo è lo scenario dei territori palestinesi che si presenta ai nostri occhi, e pesa sentire che – di fronte ai nostri tentativi di introdurle a spazi di dialogo con gli israeliani – ci sia più di una reticenza. Ampio è il solco che divide i due popoli, e l’idea che “normalizzare i rapporti col nemico” sia un tabù è ben presente nella filigrana delle nostre conversazioni. Ciononostante, le palestinesi con cui parliamo chiedono innanzitutto opportunità economiche: i commerci sono quasi fermi; gli spostamenti sono diventati più difficili e rischiosi e rendono problematico raggiungere il posto di lavoro; molte donne palestinesi hanno imprese “informali” che la volatilità della situazione rende impossibile gestire.

«Non guardateci come vittime di un conflitto, siamo imprenditrici e vogliamo esplorare nuovi mercati»: è il messaggio, quasi il rimprovero, che ci fa una di loro. Come darle torto? Molto spesso pensiamo ai palestinesi (e agli israeliani) solo attraverso le lenti del conflitto, e questo ci impedisce di coglierne la soggettività. L’esortazione di questa imprenditrice mi porta a riflettere su come tendiamo a guardare il conflitto: da una parte Israele, come soggetto che può fare tutto, anche raggiungere la pace; dall’altra i palestinesi, ridotti a elemento passivo della storia. Naturalmente non è così e non lo è mai stato, e in questa lettura manichea riconosco una buona dose di paternalismo. 

Una riflessione simile emerge dai colloqui con i dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese . Nonostante tutte le difficoltà – alcune imputabili al governo israeliano, altre allo stesso esecutivo palestinese – dalle conversazioni appare evidente che non esiste attualmente un’alternativa reale e migliore all’Anp per il governo degli affari palestinesi. Certo, esiste un problema di credibilità, certamente sono necessarie riforme profonde e preoccupa il loro attaccamento al “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi dal 1948 a oggi. Tuttavia, alla luce delle interlocuzioni avute, appare strategicamente miope e ingiustificata la volontà di Benjamin Netanyahu di tenere fuori l’Anp dalla gestione degli affari di Gaza, soprattutto considerando i rapporti che già intercorrono tra il comitato tecnocratico istituito nel Board of Peace e le autorità di Ramallah.

L’Anp è figlia della stagione di Oslo, è composta da personale tendenzialmente più pragmatico e collabora già da anni con le autorità israeliane. È sufficiente? No, ma tra queste formazioni e il fondamentalismo islamico di Hamas esiste una differenza sostanziale: Hamas considera l’intera terra un bene inalienabile dell’islam e non accetterebbe in nessun modo un governo non islamico, tanto meno di uno Stato ebraico, anche a costo della vita dei palestinesi. Con l’Anp esiste invece ancora, sebbene sotto traccia, un coordinamento di sicurezza che impedisce alla situazione di deflagrare, nonostante le scellerate politiche dell’attuale governo israeliano siano ormai palesemente mirate a far esplodere la situazione nei territori palestinesi a uso e consumo dei sogni di annessione di Smotrich e Ben-Gvir.

C’è però un tema irrisolto di cui nessuno parla, concentrati come siamo sugli esiti delle elezioni israeliane: le elezioni politiche nei territori palestinesi, previste per il 28 novembre. Il rischio, confermato anche da un’attivista palestinese che incontriamo, è quello dell’ennesimo rinvio delle elezioni, motivato con l’impossibilità del voto a Gerusalemme Est e con la devastazione di una gran parte di Gaza. Sullo sfondo, il problema di Hamas, che continua ad arruolare migliaia di giovani nelle zone della Striscia che controlla e il cui disarmo è uno dei maggiori ostacoli per il Board of Peace.

Un ulteriore dato che complica lo scenario è la probabile, insolita alleanza tra Hamas, Jihad islamica e Mohammed Dahlan, arcinemico interno di Abu Mazen e attualmente consigliere della leadership degli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo sarebbe quello di formare una sorta di cartello elettorale anti-Fatah, in grado di aggirare la regola per cui chi partecipa alle elezioni deve sottoscrivere i principi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che includono il riconoscimento d’Israele. Tutti i tentativi di rappacificazione tra Fatah e Dahlan sono finora falliti e, di fronte alla possibilità di un simile cartello elettorale, l’Autorità Nazionale Palestinese teme di perdere il controllo, se si votasse oggi.

In questo quadro, figure come Samer Sinijlawi chiedono con forza che le elezioni si tengano comunque. Sinijlawi ha formato un nuovo partito, Masar Jadid, il Nuovo Corso, che corre con un programma imperniato sul dialogo con Israele e sull’apertura democratica delle istituzioni palestinesi, e si sta confermando come uno dei più interessanti protagonisti di una nuova stagione politica in Palestina. Proprio in questi giorni ha lanciato l’allarme, invitando i Paesi europei a fare pressione su Abu Mazen perché le elezioni si tengano comunque, e a fare al tempo stesso uno sforzo per sostenere l’intero processo, sia per non frustrare le aspettative dei palestinesi sia per garantire credibilità al percorso elettorale.

Resta naturalmente aperta la questione che già Yossi Beilin aveva posto in occasione delle elezioni politiche palestinesi vinte da Hamas: riconoscere legittimità e ruolo politici alle organizzazioni del terrorismo islamista è una scelta irresponsabile, che i palestinesi hanno già pagato a caro prezzo. Su questo la leadership europea sembra fin troppo silenziosa: impegnati nell’equilibrismo delle formule e di scelte spesso fatte più per l’elettorato europeo che per contribuire alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, finiamo per condannarci all’irrilevanza politica.

Il tema, però, rimane: rimandare per l’ennesima volta le elezioni palestinesi e mantenere questo stallo su Gaza che tiene in vita Hamas e soci sono due messaggi devastanti per i palestinesi, che in larghissima parte si sono già pre-registrati al voto.

È in questo contesto che è fondamentale accompagnare le parti palestinesi disposte al dialogo con gli israeliani fuori dal vicolo cieco in cui si trovano oggi. Le disfunzioni sono profonde ed esistono ambiti nei quali l’urgenza di un cambiamento è evidente, anche attraverso la pressione internazionale.

È il caso dei manuali scolastici palestinesi che incitano alla violenza e quello del sistema di pagamenti alle famiglie dei terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane, accusato di creare un perverso incentivo alla violenza e per questo attualmente oggetto di revisione, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte dell’Unione europea. È tuttavia impossibile immaginare oggi un interlocutore istituzionale diverso dall’Anp, e per questo gli sforzi dovrebbero essere concentrati nel riformarla e nel rinnovarla profondamente, non nell’indebolirla – cosa che va al solo vantaggio dei nemici della pace. È quanto è accaduto, per esempio, con la decisione statunitense di impedire ad Abu Mazen di recarsi a New York per i lavori delle Nazioni Unite.

C’è bisogno di più coraggio da parte europea per aiutare davvero i palestinesi: spingere perché le elezioni si svolgano e isolare gli islamisti sono due primi passi necessari, insieme alle misure necessarie per fare pressione sugli israeliani affinché siano sventati i loro piani di annessione. La sicurezza dei palestinesi in Cisgiordania è costantemente minacciata dalla crisi economica e dall’aumento degli atti di terrorismo dei coloni (il più autorevole think tank israeliano sui temi della sicurezza ha lanciato l’allarme sul possibile collasso delle istituzioni a causa del terrorismo dei coloni in Cisgiordania). D’altra parte, una reale responsabilizzazione sarà impossibile senza un radicale cambiamento della leadership palestinese, che sappia liberarsi sia dei miraggi del massimalismo e dell’islamismo sia delle rendite di posizione di una stagione politica che deve ormai chiudersi. È questo uno dei tanti sentieri stretti che ci troviamo di fronte e che stentiamo a imboccare, per le paure incrociate di un conflitto che radicalizza le opinioni pubbliche europee e paralizza i governi.

(Secondo di una serie di articoli)

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