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Meloni “nana borgatara”: bufera per il post di un pm di Roma sulla premier. Lui: “Mi hanno hackerato il profilo”

19 October 2026 at 18:02

“La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. Il poco elegante post è comparso domenica sera sul profilo Facebook di Alessandro Di Cicco, pm della Procura di Roma, subito dopo l’annuncio della premier di Giorgia Meloni di non voler firmare il decreto sull’aumento delle retribuzioni ai magistrati, imposto da una sentenza del Consiglio di Stato. Un’uscita contro cui si è scagliata in coro la destra con i suoi rappresentanti al Consiglio superiore della magistratura. E anche l’Associazione nazionale magistrati ha preso le distanze”con fermezza”: “Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole” del sostituto procuratore, ha affermato in una nota la giunta esecutiva del sindaco delle toghe.

Il magistrato, però, ha negato la paternità del post: “Ho appena presentato una denuncia perché il mio profilo Facebook è stato hackerato. Me ne sono accorto nella serata di ieri, quando ho immediatamente cancellato il post, bloccando il mio profilo e segnalando l’accaduto anche a Meta. Una cosa è non condividere le posizioni della premier, altro è insultare”, ha detto alle agenzie di stampa. Il testo della denuncia, presentata al commissariato del palazzo di Giustizia di Roma, è stato riportato dall’AdnKronos: “In data 19 ottobre 2026 alle ore 12 ricevevo sul mio account personale, avente nome “Di Cicco Alessandro”, della piattaforma social Facebook alcune notifiche riconducibili ad attività non compiute da me su tale piattaforma, pertanto mi rendevo conto che ignoti vi avevano fatto accesso a mia insaputa senza essere autorizzato”.

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Taricone e Smutniak, in Mustang la memoria si fa cinema: alla Festa di Roma quattro registe raccontano perdita, amore e desiderio

19 October 2026 at 17:01

La memoria, la sparizione, la violenza della natura e quella dell’amore, che può distruggere o creare. Per quanto distinti e distanti per sguardi, generi e formati, hanno motivi di intreccio i film di quattro registe italiane presenti fra la 21esima Festa del cinema di Roma e Alice nella Città. Metterli accanto non svilisce l’importanza di alcuno di loro, anzi.

Al suo secondo documentario, Kasia Smutniak si espone con Mustang (nel concorso Progressive Cinema), mettendo in scena i ricordi di un vissuto personale che sfociano in un’impresa “più grande di noi”, dove per noi intende se stessa, il compianto compagno Pietro Taricone e la loro figlia Sophie. Luogo/personaggio di questo racconto privato e universale è il Mustang, territorio nepalese al confine con il Tibet, dove Kasia e Pietro erano stati insieme agli inizi della loro relazione. Taricone aveva fatto riprese di ogni cosa, “anche della più inutile”. Una volta rientrati, si erano ripromessi di tornare e aiutare le comunità di quei luoghi. Poi la tragedia della morte di Pietro e il ritorno di Smutniak con la figlia di sei anni. Da allora, l’attrice e regista polacca si è recata regolarmente nel Mustang, finché, nel 2013, insieme alla nativa Kunzum, ha avviato, con la Fondazione Pietro Taricone, il progetto di costruzione di una scuola laddove non esisteva nulla per i ragazzi. Ma è solo nel 2018 che ha iniziato a raccogliere i materiali foto-audiovisivi del passato, immaginando di comporre il progetto di un documentario.

“Nel frattempo mia figlia è cresciuta, è andata da sola a 19 anni nel Mustang e ha voluto fare la voce narrante del film”, ha spiegato Smutniak. Insomma, una genesi ad alto tasso di emotività che unisce, tuttavia, la buona causa del sostegno a una comunità remota, i cui tempi restano imparagonabili con quelli occidentali. Ma è lì, con gli abitanti nepalesi e tibetani di quegli scenari mozzafiato, che Kasia e Sophie hanno ritrovato se stesse e, soprattutto, il sorriso. “Ho voluto fare questo film per aggrapparmi ai pochi gesti che accendono un lume di speranza in un momento così buio per l’umanità. Queste persone sono speciali, vivono pensando alla felicità, la studiano, per loro essere felici non è un concetto astratto, è qualcosa di raggiungibile”. Questo film, commovente e insieme mosaico di spazi, tempi e formati, come lo è la sovrapposizione dei materiali montati, è la chiusura di un cerchio nella vita di Smutniak, ma è anche “un manuale per la felicità” donato a tutti coloro che desiderano elaborare un lutto, una perdita, un frammento irrisolto di memoria. Da vedere in sala anche per la sua imponenza visiva, a partire dal 23 novembre.

Connesso a Mustang per il tema della perdita, intesa soprattutto come “sparizione” dal campo visivo per relegarsi in quello della memoria, ma anche per la presenza di una natura imponente, è Idda di Irene Dionisio, collocato in Alice nella Città dopo l’apprezzamento ottenuto al Festival di Toronto. Al suo secondo lungometraggio di finzione, l’artista visiva e cineasta torinese si è cimentata nel racconto di due giovani amiche, Adele “Idda” e Sofia, che si ritrovano a Catania con l’intento di risalire le pendici dell’Etna. L’obiettivo è cercare il leggendario soffio del vulcano-femmina, anch’esso chiamato come una delle due protagoniste, Idda. Rarefatto, dotato di un notevole studio visivo e sonoro, a tratti perturbante, Idda diventa quasi immediatamente un teorema metafisico e metaforico, sia sull’essenza femminea sia sul valore trascendente dell’immagine stampata. Interpretato dalle migliori esponenti della nuovissima generazione di attrici, Tecla Insolia e Romana Maggiora Vergano, il film procede verso un sacro Graal inevitabile, inscritto nella “paura del buio” di cui soffre la vivace e folle Sofia, interpretata da un’appassionata Vergano.

Ed è proprio la giovane interprete romana a fare da cerniera con Desiderio di Michela Cescon, liberamente ispirato al romanzo di Giorgio Montefoschi del 2020, in cui Romana Maggiora Vergano incarna Livia, anima inquieta, bella e ribelle, di cui si innamora perdutamente Matteo, interpretato da un convincente Enrico Borello. Sono giovani e inesperti al loro primo incontro: lui è uno studente universitario di Lettere, lei una nullafacente ricchissima e viziata nella Roma di fine anni Ottanta. Vogliono scoprire insieme un bosco, ma la separazione, dovuta alla partenza della ragazza per Londra (“mia madre mi ha iscritto a una scuola d’arte, parto domani”), si protrae per anni.

Al ritorno della giovane nella Capitale, Matteo è ormai giornalista e sposato, con prole. Quanto accadrà tra loro appartiene all’universo dell’amour fou, del melò letterario e cinematografico a cui tanto ha guardato Cescon per imbastire questo suo secondo, raffinatissimo lungometraggio. Un genere diverso dal noir Occhi blu, con cui aveva esordito alla regia nel 2021, ma altrettanto impegnativo: dalla scrittura densa a otto mani alla cura visiva (il DOP è Luca Bigazzi), fino all’attenzione, ovvia, alle interpretazioni, da cui un’attrice esperta e talentuosa come lei ha voluto il massimo. Il risultato è un buon melò, forse troppo orientato alla perfezione più che alla passione di un “desiderio” che, talvolta, resta immobilizzato fra le parole.

L’amore, invece, sboccia ancor meglio delle rose che profumano il giardino della grande villa di Marrakesh dell’ormai malata terminale Fanny Ardant. Il riferimento è al nuovo lavoro da regista di Ginevra Elkann, Le rose di Marrakesh, un piccolo e delicatissimo romanzo di emancipazione femminile racchiuso fra le mura di un ricco palazzo nella città marocchina. La vita si consuma tra la stanza di Isabelle, la padrona francese, quella di Leila, la sua giovane cameriera marocchina che nasconde un segreto, e il giardino che l’anziana proprietaria desidera ricolmo di verde e fiori rigogliosi. “Un film sulla memoria, e sull’amore che teniamo in silenzio”, spiega Elkann, sottolineando quanto l’elemento evocativo costituisca l’essenza di questo suo film, interamente parlato in francese e marocchino. Un racconto che assomiglia a una favola, una favola che rispecchia la vita, ma, purtroppo, un film «cinematograficamente» troppo esile per rimanere nella memoria.

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Stadio Roma, assolti De Vito, Mezzacapo, Lanzalone, Bardelli e Statuto. Prescrizione per Centemero e Manzoni

19 October 2026 at 13:21

La III sezione della Corte d’Appello di Roma ha ribaltato la sentenza di primo grado nel maxi processo sul progetto dello stadio di Roma che sarebbe dovuto sorgere a Tor di Valle. I giudici hanno assolto l’ex presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito, l’avvocato Camillo Mezzacapo e Luca Lanzalone, che in primo grado erano stati condannati rispettivamente a 8 anni e 8 mesi, 9 anni e 3 anni di reclusione.

Assolti anche gli imputati Gianluca Bardelli e Giuseppe Statuto, mentre per l’imprenditore Luca Parnasi la pena è stata ridotta a tre mesi, dai due anni stabiliti in primo grado nell’aprile 2024. Rideterminata anche la condanna per Adriano Palozzi, scesa da un anno e dieci mesi a otto mesi. La Corte ha inoltre dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Giulio Centemero, ex tesoriere della Lega, e di Andrea Manzoni.

L’inchiesta, coordinata dall’allora procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, contestava agli imputati, a seconda delle rispettive posizioni, reati che andavano dalla corruzione al traffico di influenze illecite fino al finanziamento illecito. Diversi imputati erano già stati assolti in primo grado. Tra loro Francesco Bonifazi, ex tesoriere del Pd, l’ex assessore regionale Michele Civita, Gianluca Talone, Domenico Petrolo, Fortunato Pititto, Fabio Serini, Claudio Santini, Francesco Prosperetti e Davide Bordoni. Nell’elenco figurano anche Giampaolo Gola, Nabor Zafiri, Paolo Desideri e Vanessa Adabire Aznar.

Al c’erano il progetto dello stadio dell’As Roma avviato dal presidente James Pallotta – poi revocato con l’arrivo del nuovo patron Dan Friedkin – nell’area dell’ex Ippodromo di Tor di Valle e le manovre politiche per far sì che l’amministrazione pentastellata guidata da Virginia Raggi (inizialmente contraria) potesse avallare la realizzazione dell’opera. L’inchiesta deflagrò nel marzo 2019 con gli arresti ordinati dalla Procura di Roma, tra cui quello dell’allora presidente dell’Assemblea capitolina, De Vito, e del “facilitatore” Lanzalone, accusati di aver preso soldi e utilità per oliare i meccanismi e portare il progetto di Parnasi a buon fine.

Le accuse a Centemero riguardavano un finanziamento da 250mila euro erogato dalla Immobiliare Pentapigna srl e finito nelle casse della “Più voci”, onlus di area leghista. I soldi, per i pm, erano arrivati in due tranche: un primo bonifico da 125mila è stato emesso il primo dicembre 2015, un secondo con lo stesso importo è arrivato a febbraio del 2016. Si trattava di contributi “erogati – secondo il capo di imputazione – in assenza di delibera da parte dell’organo sociale competente e senza l’annotazione dell’erogazione nel bilancio di esercizio”. In passato Centemero aveva sempre spiegato che quei versamenti erano regolari e che neanche un centesimo era andato al partito di Matteo Salvini.

Ma la procura era convinta che la “Più Voci” fosse un’associazione “riconducibile alla Lega Nord quale sua diretta emanazione e comunque costituente una sua articolazione”. Per quanto riguarda Bonifazi, i fatti contestati riguardavano 150mila euro pagati dalla Immobiliare Pentapigna Srl, società in passato riconducibile all’imprenditore romano, a cavallo delle elezioni politiche alla Fondazione Eyu il 22 febbraio 2018. Per i pm il pagamento era solo un modo per camuffare il contributo economico, ma il giudice ha assolto Bonifazi sia in primo che secondo grado.

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La foto di Ultimo in Curva Sud diventa un caso: abbraccio con l’ultrà di estrema destra dall’ingombrante passato

19 October 2026 at 10:02

Dalle folle oceaniche dei concerti al tifo senza filtri della Curva Sud. Per Ultimo, al secolo Niccolò Moriconi, la passione giallorossa non conosce posti numerati né salottini riservati. Ma stavolta, più della partita, a conquistare la scena è stata una fotografia. E il protagonista involontario di una storia decisamente meno romantica delle sue canzoni.

Sabato sera, durante Roma-Genoa (finita 2-0 per i padroni di casa), il cantautore si è sistemato nel cuore del tifo romanista, tra cori, bandiere e abbracci. Una scelta popolare, perfettamente coerente con la sua immagine di ragazzo della Capitale rimasto legato alle proprie radici. Peccato che uno degli scatti della serata lo ritragga sorridente accanto a Gino Vasselli, soprannominato Ginetto, personaggio assai conosciuto negli ambienti ultras e nelle cronache giudiziarie.

Chi è Ginetto, il capo ultrà con precedenti giudiziari

Vasselli è uno dei volti di Insurrezione Giallorossa, gruppo della Curva Sud riconoscibile dallo striscione con il teschio. Il suo nome è legato soprattutto a San Lorenzo, quartiere romano dove calcio, militanza politica e storie di strada hanno talvolta incrociato percorsi tutt’altro che rassicuranti. Nel febbraio 2021 venne arrestato insieme al fratello durante un’operazione antidroga in un locale di via Tiburtina. Gli investigatori sequestrarono hashish, cocaina e ben 175 bombe carta artigianali. Un arsenale poco compatibile con l’idea dello stadio come luogo di semplice divertimento.

La foto di Ultimo in Curva Sud diventa un caso: abbraccio con l’ultrà di estrema destra dall’ingombrante passato

Dalla Curva Sud all’estrema destra: i legami familiari

Il curriculum delle frequentazioni familiari aggiunge un altro capitolo. Vasselli è infatti cognato di Giuliano Castellino, esponente dell’estrema destra condannato definitivamente per l’assalto alla sede nazionale della Cgil. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il passato di Ginetto comprende anche il coinvolgimento nell’aggressione incendiaria contro un senzatetto a San Lorenzo nel 2004. Una vicenda che riporta alla stagione più violenta dell’estremismo romano.

La foto di Ultimo in Curva Sud diventa un caso: abbraccio con l’ultrà di estrema destra dall’ingombrante passato
In Curva Sud, col cappellino del Palermo

E Ultimo? Qui occorre distinguere la fotografia dalle conclusioni. Un abbraccio allo stadio non costituisce una dichiarazione politica, né dimostra condivisione di idee, comportamenti o precedenti giudiziari. Resta però l’imbarazzo mediatico: il cantante che riempie gli stadi, amatissimo dai giovanissimi, immortalato accanto a un personaggio dalla biografia controversa. Una foto che vale mille commenti, ma certamente non mille prove.

Del resto, in Curva Sud basta un attimo per passare dal coro alla polemica. E questa volta, per Ultimo, il ritornello rischia di essere meno piacevole del previsto…

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Famiglie fuori asse, legami imperfetti e identità in cerca di sé: il cinema tra commedia, disordine affettivo e fiabe oltre i confini del reale

19 October 2026 at 06:30

“È andata così”. E comunque “noi, un po’ meglio”. L’importante è che, sebbene assomigliamo ad “alberi erranti”, non diventiamo “solo un’illusione“. Giocare con i titoli fa bene al cinema, soprattutto quando la 21ª Festa del Cinema di Roma celebra la famiglia. E lo fa nelle sue declinazioni più diverse, distanti, folli, tenere e — come si dice ormai da anni — disfunzionali.

Quattro opere contemporanee si cimentano nel raccontarla, tra la Festa del Cinema di Roma e Alice nella Città: dal nuovo, bellissimo film di Daniele Luchetti, Noi, un po’ meglio, con la dolcissima coppia formata da Elio Germano e Maria Chiara Giannetta, alle prese con il dubbio se intraprendere o meno il percorso dell’adozione, allo spassoso È andata così di Gianni Zanasi, in cui abbondano i figli “naturali”, così come i compagni e i mariti, grazie a una generosa Valentina Lodovini.

Si passa poi all’esplosivo Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta dei francesi Olivier Nakache ed Éric Toledano, in cui il figlio preadolescente interpretato da Louis Garrel scompiglia un consesso familiare apparentemente quieto, per arrivare alla fiaba di respiro epico di Salvatore Mereu, che scardina le radici di padri, madri e figli con i suoi Alberi erranti. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, soprattutto sul versante del cinema italiano.

Gianni Zanasi, che da sempre osserva la famiglia estraendone gli aspetti più scompigliati, in È andata così ne mette in scena una perfettamente “orizzontale”: una madre, due figli avuti da altrettanti padri e un marito da cui non ha avuto figli. Tutti insieme appassionatamente. O, meglio, almeno fino a quando non si intromettono gli operatori sociali, intenzionati a imporre un ordine là dove a regnare è il più felice dei disordini. E, come spesso accade nel cinema del regista emiliano, ad aggiustare le cose è la metanarrazione, in questo caso affidata al teatro terapeutico.

Molto bene tutti gli attori, tra cui spiccano il solito impeccabile Valerio Mastandrea, un irrequieto Michele Riondino e un serafico Leonardo Lidi, ultimamente presenza sempre più piacevole nel cinema italiano (alla Festa recita anche ne Il ministero dell’amore).

Tutti e tre amano Valentina Lodovini, che dà il meglio di sé nel registro della commedia, non esattamente il più congeniale alla sua cifra interpretativa. Finirà in un’amorevole caciara, come è giusto che sia. Con questa divertente famigliola, sceneggiata da Zanasi e Ciarrapico, il pubblico potrà divertirsi nelle sale a partire dal 26 novembre.

Il divertimento cresce ulteriormente grazie alla formidabile coppia del cinema francese Olivier Nakache ed Éric Toledano — gli autori del fenomeno al botteghino Quasi amici — che, con Just an illusion – Una famiglia quasi perfetta, ci riportano alla metà degli anni Ottanta per raccontare la famiglia Dayan: il classico quartetto composto dai genitori e da due figli. Si tratta, però, di una famiglia che riunisce storie migratorie assai diverse tra loro, quasi contrapposte. La madre, la splendida Camille Cottin, è un’ebrea algerina arrivata in Francia dopo essere stata costretta a lasciare il Paese in seguito alla guerra d’Algeria; il padre, interpretato da un perfetto Louis Garrel, è anch’egli ebreo, ma originario del Marocco, da cui è emigrato Oltralpe insieme alla famiglia.

I due figli, il maggiore Arnaud e il più piccolo Vincent, sono così alle prese con una questione identitaria che li porta a chiedersi ripetutamente se siano ebrei, arabi, africani o francesi. La risposta è che sono una sintesi di tutto questo, proprio come suggeriscono le radici dei due registi. Un concetto che conduce la commedia verso importanti riflessioni identitarie, politiche e culturali, senza mai smarrire la sua preziosa levità narrativa. Il punto di vista è affidato al più piccolo dei Dayan che, alle soglie della pubertà, assapora i primi turbamenti sentimentali mentre osserva le difficoltà di un padre disoccupato e di una madre che prova ad affacciarsi alla modernità imparando a usare i primi computer. Ne emerge un affresco tenero, un romanzo di formazione umana e sociale di notevole qualità per scrittura, regia e interpretazioni. L’uscita è prevista per l’inizio del 2027.

Su toni e registri completamente diversi da quelli della commedia si colloca invece il nuovo, ambizioso e imponente lavoro di Salvatore Mereu, Alberi erranti, nel programma di Alice nella Città. Presentato con successo in concorso all’ultimo Festival di Locarno, il film segna il primo vero distacco narrativo e linguistico di Mereu dalla natìa Sardegna, benché sia stato girato proprio sull’isola.

Della durata di tre ore, il film mette al centro tre personaggi che attraversano l’infanzia e la giovinezza, appartenenti a classi sociali diverse e legati alle rispettive famiglie da rapporti differenti, in particolare con i padri. Ispirato al romanzo Alberi erranti e naufraghi di Alberto Capitta (edizioni Il Maestrale), che Mereu definisce “un libro senza appigli” se non quelli legati all’anima, il settimo lungometraggio del cineasta di Dorgali chiede allo spettatore la stessa fiducia che si riserva alle fiabe.

Perché “la favola è la favola”: si accettano così ellissi temporali, nevicate e sparizioni improvvise, osmosi tra natura e mondo animale, innamoramenti folgoranti, luoghi senza nome e geografie incerte, ma anche infinite tracce metafisiche e simboliche disseminate sui volti, sui corpi e nelle parole dei numerosi personaggi. A interpretarli sono, tra gli altri, attori di primo piano come Massimo Popolizio e Alessandro Haber, accanto ai più giovani Romeo Perrone e Giulia Maenza.

Un film radicale, misterioso, raffinatissimo che, pur non essendo privo di qualche caduta e di alcune eccedenze di lunghezza, ha il coraggio e la capacità di spingere lo sguardo oltre i confini del visibile. Il film arriverà nelle sale il 29 ottobre.

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C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso

19 October 2026 at 05:13

C’è del buono in Danimarca. E se ne giova la Lazio di Rino Gattuso che contro ogni pronostico torna da Torino con tre gol, il primato in classifica in condominio con l’Inter e la certezza di avere le potenzialità per giocarsi un campionato se non di vertice assoluto,  di alto livello. Lo 0 -3 allo Stadium lascia in eredità, oltre a una Juventus chiamata a interrogarsi seriamente, una Lazio che può ambire all’Europa. Anche quella che conta.

Il sacro fuoco danese: i risultati si vedono in campo

C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso

l segreto non è poi così segreto: personalità, coraggio e cultura del lavoro. Sono queste le basi su cui Gattuso ha costruito la mentalità del gruppo, trasformando la fiducia in un elemento concreto anche sul campo. I risultati, come raccontano i protagonisti della sfida di Torino, sono il frutto di un ambiente in cui entusiasmo e qualità si alimentano a vicenda. A spiegare cosa si respira nello spogliatoio è Oliver Provstgaard, che sottolinea il valore di un gruppo capace di affrontare ogni avversario senza timori. «Mi godo il calcio e il campo, gli sforzi ripagano e non ho mai vissuto un gruppo come quello che ho trovato”. Sulla stessa linea Gustav Isaksen, che individua nella fiducia uno degli elementi decisivi per affrontare le partite con la giusta mentalità. “Questa squadra ha il fuoco dentro, siamo venuti a Torino con la sensazione di poter vincere. Sentiamo la fiducia, la assorbiamo. Questo ci permette di giocare meglio», spiega il connazionale di Provstgaard.

È la Lazio di Gattuso: numeri da record e un gruppo granitico

C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso

Al netto delle prodezze individuali, è evidentemente la Lazio di Gennaro Gattuso. Arrivato fra lo scetticismo, ha numeri da record assoluti. Nessuna Lazio, neanche quella scudettata di Mastrelli del 1974 e di Eriksson del 2000, è partita così forte. La squadra ammirata a Torino non è solo coraggio. Ha identità di gioco, personalità, grinta, organizzazione, lettura della partita. Nonché la capacità di trasformare in energia positiva una situazione quanto mai complessa dal punto di vista ambientale e renderla trascinante per un gruppo diventato granitico. Quanto basta per totalizzare sei vittorie e un pareggio in sette giornate. La vittoria allo Stadium, fra l’altro, toglie anche ogni dubbio sulla capacità di reggere il confronto negli scontri diretti. Una vittoria con la Juventus e un pareggio con il Milan, per una squadra che non ha ambizioni di titolo ma di zona Europa, si traducono in un segnale forte e chiaro al campionato.

Piedi per terra e lavoro: la strada è tracciata

C’è del buono in Danimarca: Provstgaard e Isaksen, gli scudieri di Gattuso
Oliver Provstgaard esulta dopo il gol dello 0-1

La classifica è da stropicciarsi gli occhi,  anche alla luce delle premesse di inizio campionato. La squadra, abbandonata dai tifosi all’Olimpico, dopo l’enorme amarezza di una eliminazione da incubo contro il Mantova in Coppa Italia,  si è rialzata. Gattuso ha ribaltato stagione e prospettive, ma non gli si parli di rivincite. Il tecnico biancoceleste non ne cerca. Vuole semplicemente svolgere il proprio compito impegnandosi al massimo. Ed è evidente che la sua Lazio sia lo specchio dei dettami del tecnico. Coraggiosa, determinata e coesa alla ricerca dell’obiettivo complice una campagna acquisti condotta alla ricerca di elementi di spessore umano prima ancora che tecnico.  Con queste premesse, di partite se ne perdono poche, ma il tecnico è stato chiaro. L’entusiasmo non deve trasformarsi in presunzione. E la sensazione è che il messaggio sia stato recepito. Nessun volo pindarico, la strada è tracciata ed è da percorrere pancia a terra e con l’elmetto. 

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19 ottobre 2007 – La Fontana di Trevi si tinge di rosso. Arte futurista o vandalismo?

19 October 2026 at 05:12

Un secchio di colorante trasforma il monumento più famoso di Roma in una gigantesca vasca color sangue. L’autore è Graziano Cecchini, provocatore futurista che scatena uno scandalo internazionale. E dieci anni dopo, non pago, concede il bis.

Il 19 ottobre 2007 Roma si sveglia con la solita Fontana di Trevi e si ritrova, nel pomeriggio, con una versione decisamente meno rassicurante del capolavoro barocco. L’acqua cristallina diventa improvvisamente rossa, di un rosso intenso, quasi cinematografico. Altro che La dolce vita di Fellini: questa volta la fontana sembra uscita da un film di Dario Argento.

Sono circa le 16.30 quando un uomo si avvicina al monumento progettato da Nicola Salvi, rovescia nella vasca un contenitore di liquido colorante e si dilegua tra i turisti. Bastano pochi istanti perché l’acqua cambi completamente aspetto. Macchine fotografiche impazzite, passanti increduli e vigili urbani chiamati a gestire un’emergenza decisamente fuori programma.

Il gesto viene rivendicato dalla sigla Ftm Azione Futurista 2007. Dietro l’operazione c’è Graziano Cecchini, provocatore romano che si richiama all’avanguardia futurista e che soltanto nei giorni successivi ammetterà pubblicamente di essere l’autore del blitz.

Dal futurismo allo scandalo internazionale

Cecchini rivendica il valore artistico e provocatorio della sua iniziativa. Il rosso vuole scuotere una città che considera culturalmente addormentata, trasformando uno dei suoi simboli più conosciuti in un manifesto vivente. Ma la provocazione divide immediatamente l’opinione pubblica. Per alcuni è una spettacolare performance artistica, per altri un gesto vandalico contro un monumento di valore inestimabile. La discussione investe anche la natura del colorante e i possibili danni alla fontana.

L’immagine dell’acqua rossa fa il giro del mondo. Un risultato mediatico che probabilmente supera qualsiasi aspettativa dello stesso autore: Roma, per una volta, non conquista le prime pagine per il traffico o la politica, ma per una fontana trasformata in una gigantesca installazione contemporanea.

Dieci anni dopo, il bis

La storia non finisce nel 2007. Il 26 ottobre 2017, esattamente dieci anni dopo, Cecchini torna alla Fontana di Trevi e ripete la provocazione, versando nuovamente colorante rosso nella vasca. Questa volta viene fermato dagli agenti della Polizia Locale. Il dibattito si riaccende: arte o teppismo? Libertà espressiva o sfregio al patrimonio culturale? Resta un’immagine diventata parte della memoria contemporanea della Capitale: quella della Fontana di Trevi che, per qualche ora, abbandona l’azzurro delle cartoline e si veste di rosso. Perché a Roma anche una fontana, ogni tanto, decide di fare la rivoluzione.

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“È stato travolgente e terrificante, non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle. Klara? Mercoledì si sbarazzerebbe di lei facendola saltare in aria”: Jenna Ortega presenta il nuovo film alla Festa di Roma

18 October 2026 at 14:34

“A volte è stato travolgente e terrificante, ti senti disconnesso dal mondo che ti circonda; sono consapevole di essere un personaggio pubblico, so bene che le persone sono libere di farsi le loro idee ed esprimersi online e so che non posso cercare di accontentare tutti, di piacere a tutti… ma io non posso portare il peso del mondo sulle mie spalle, posso solo cercare di essere la versione migliore di me stessa e imparare il più possibile a essere gentile con chi mi circonda”. A dirlo è Jenna Ortega alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Accolta da fan in attesa fin dalle prime ore del mattino e da una sala stampa gremita, la ventiquattrenne ha portato nella Capitale un’ondata di entusiasmo inedita per questa edizione, firmando decine di autografi sul red carpet con la consumata esperienza di una diva navigata. L’occasione è la presentazione, nella sezione Grand Public, di “Klara and the Sun“, pellicola diretta dal Premio Oscar Taika Waititi e tratta dall’omonimo romanzo distopico di Kazuo Ishiguro (Premio Nobel per la Letteratura 2017).

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Sir Paul McCartney perde centimetri e la pazienza: «Il mio sosia è troppo basso»

18 October 2026 at 10:30

Quattro film per raccontare la leggenda dei Fab Four, ma Sir Paul ha già trovato qualcosa che non va. Il suo interprete Paul Mescal sembra più basso di John Lennon. E il regista Sam Mendes finisce sotto esame.

Hanno rivoluzionato la musica, conquistato il pianeta e trasformato quattro ragazzi di Liverpool in un fenomeno immortale. Ma a quanto pare la grandezza dei Beatles, almeno al cinema, si misura anche in centimetri.

A sollevare la questione è Paul McCartney, 84 anni e una carriera che basterebbe a riempire un’enciclopedia. Il problema? Nei quattro film dedicati ai Beatles, diretti da Sam Mendes, l’attore incaricato di interpretarlo, Paul Mescal, appare troppo basso rispetto al collega che veste i panni di John Lennon. Una faccenda apparentemente minuscola. Ma Sir Paul, evidentemente, non intende farsi ridimensionare. Nemmeno per esigenze cinematografiche.

Abbey Road, la guerra dei centimetri

La miccia si accende davanti a una fotografia delle riprese che ricrea la leggendaria copertina di Abbey Road. McCartney nota che Mescal sembra più basso di Harris Dickinson, il nuovo Lennon.

Apriti cielo. Durante il podcast Good Hang di Amy Poehler, il musicista racconta di aver contattato Mendes per protestare. Il regista lo tranquillizza: sarebbe soltanto una questione di falcata. E gli spedisce un’altra immagine nella quale le proporzioni tornano accettabili.

Del resto, McCartney rivendica una verità storica: John, Paul e George erano sostanzialmente della stessa altezza. Soltanto Ringo era leggermente più basso. Una specie di democrazia dei centimetri.

Quattro Beatles, quattro film e qualche malumore

Il progetto, atteso nell’aprile 2028, prevede quattro pellicole, una per ciascun componente della band. Mescal sarà McCartney, Dickinson interpreterà Lennon, Joseph Quinn sarà George Harrison e Barry Keoghan vestirà i panni di Ringo Starr.

Non è la prima volta che Paul contesta la propria rappresentazione cinematografica. Già nel film Nowhere Boy, del 2009, aveva trovato il suo personaggio troppo minuto e remissivo rispetto a Lennon. Intanto qualche mugugno arriva anche dall’universo femminile dei Beatles: Jane Asher non intende vedere i film, mentre Pattie Boyd ha lamentato di non essere stata consultata.

Insomma, Sam Mendes dovrà gestire quattro film, milioni di fan e una leggenda musicale praticamente intoccabile. Ma soprattutto dovrà ricordarsi una cosa: Paul McCartney può anche aver scritto Yesterday. Non per questo accetterà di essere ricordato come il Beatle formato tascabile.

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Off/Off Theatre, la nuova stagione: 30 spettacoli tra grandi protagonisti, cinema, nuove generazioni e intelligenza artificiale

18 October 2026 at 10:00

Trenta spettacoli, incontri, rassegne cinematografiche ed eventi per attraversare il teatro contemporaneo senza rinunciare alla memoria, alla contaminazione tra linguaggi e alla curiosità verso ciò che ancora non conosciamo. È questa la nuova sfida dell’Off/Off Theatre, che dal 3 novembre al 9 maggio torna ad animare via Giulia con una stagione firmata dalla direzione artistica di Silvano Spada e racchiusa nella sua dichiarazione d’identità: “L’altro Teatro”. Un cartellone che sceglie di non seguire un’unica direzione, ma di costruire un percorso capace di mettere in dialogo grandi interpreti, nuovi talenti, autori contemporanei, cinema, musica, danza e teatro internazionale. Una programmazione nella quale la tradizione diventa punto di partenza per interrogare il presente.

Dal cinema di ieri alle storie di oggi

A inaugurare la stagione, dal 3 all’8 novembre, è C’era una volta il cinema, scritto e diretto da Marco Risi, al debutto nella regia teatrale. Protagonisti Lucia Rossi, Marco Giustini e Andrea De Rosa, chiamati a evocare tre figure simbolo della grande stagione cinematografica italiana: Alberto Sordi, Silvana Mangano e Dino De Laurentiis. Un omaggio a un cinema capace di trasformarsi in sogno collettivo e di riempire le sale con la sua magia. Il rapporto tra palcoscenico e grande schermo prosegue con l’incontro dedicato a Luchino Visconti, il 12 novembre, presentato da Caterina D’Amico, Pino Strabioli e Silvano Spada, e con la rassegna cinematografica dedicata a Tomas Milian, dal 5 al 7 novembre, a dieci anni dalla scomparsa. In programma La notte brava di Mauro Bolognini, I Delfini di Citto Maselli e Delitto al ristorante cinese di Bruno Corbucci.

Off/Off Theatre, la nuova stagione: 30 spettacoli tra grandi protagonisti, cinema, nuove generazioni e intelligenza artificiale
Pino Insegno e Pino Strabioli all’Off/Off Theatre per la presentazione della nuova stagione 2026/27

I grandi protagonisti della cultura

La stagione attraversa poi alcune delle figure più affascinanti della letteratura e dello spettacolo. Milena Vukotic sarà Colette in Colette, dal 9 al 13 dicembre, testo e regia di Silvano Spada, dedicato alla scrittrice che seppe trasformare la propria vita in materia letteraria e scandalizzare il proprio tempo. Nel centenario della nascita di Dario Fo, Parliamo di donne, in scena l’1 e 2 dicembre con Gilberta Crispino, porta sul palco la scrittura del grande autore, con la regia di Mattea Fo e Donatella Massimilla. Torna, dopo il successo della precedente stagione, Colazione da Truman, il 14 e 15 novembre, con Santino Fiorillo e la partecipazione di Marisela Federici, nei panni di Babe Paley, figura iconica del jet set newyorkese, per raccontare Truman Capote e il mondo scintillante e spietato che lo circondava.

Off/Off Theatre, la nuova stagione: 30 spettacoli tra grandi protagonisti, cinema, nuove generazioni e intelligenza artificiale
Santino Fiorillo protagonista con lo spettacolo Colazione da Truman

A completare il viaggio nella letteratura e nei grandi personaggi sono Eleonora. Ultima notte a Pittsburgh, dall’8 all’11 aprile, scritto da Ghigo De Chiara con Elena Croce e la regia di Alessio Pizzech; De Profundis di Oscar Wilde, dal 20 al 22 aprile, con Salvatore Langella e Dario Guidi e la regia di Giuseppe Bucci; e Virginia & Vita di Valeria Moretti, con Patrizia Bellucci, Morgana Forcella e Sofia Bucci, diretto da Fabio Lombardi. A maggio, dal 7 al 9, Iaia Forte e Pino Strabioli saranno protagonisti di Notte Penna.

Off/Off Theatre, la nuova stagione: 30 spettacoli tra grandi protagonisti, cinema, nuove generazioni e intelligenza artificiale
Silvia Salemi protagonista all’Off/Off Theatre con “La voce nel cassetto”, un viaggio tra musica, ricordi, interpretazioni e celebri cover

Quando il teatro incontra la musica

Musica, prosa e canzone trovano una sintesi naturale in diversi appuntamenti del cartellone. Dal 14 al 17 gennaio Peppe Barra sarà protagonista di Buonasera a tutti, mentre Alice De André, il 10 e 11 novembre, porta in scena Alice (non canta) De André, racconto ironico e disarmante di un nonno mai conosciuto. Dal 20 al 22 novembre Silvia Salemi sarà protagonista di La voce nel cassetto, un percorso tra interpretazioni e cover che mette insieme grinta e fragilità. Dal 23 al 28 febbraio, invece, Clara Galante sarà protagonista di Califano per sempre, dedicato alle canzoni disincantate e malinconiche di Franco Califano. Dal 17 al 19 dicembre, spazio al cabaret con Cabaret all’Off/Off di Pierfrancesco Poggi.

Social, web e intelligenza artificiale

Uno dei tratti più significativi della nuova stagione è la volontà di interrogare il presente e i suoi cambiamenti. In Cyberwar, dal 12 al 14 marzo, Alessandro Blasioli affronta il lato oscuro della rivoluzione digitale in uno spettacolo prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo: dietro le potenzialità della tecnologia e le meraviglie del mondo digitale emergono le minacce del Dark Web, la manipolazione dell’informazione, la criminalità, la guerra e la violazione della privacy. Il rapporto tra teatro e nuovi linguaggi prosegue con Fuori programma, dal 5 al 7 febbraio, interpretato da Leonardo Bocci e Mario De Lillo, due volti seguitissimi sul web, con la regia di Danila Stalteri. Una scelta che conferma la volontà dell’Off/Off di confrontarsi con una realtà nella quale il confine tra palco, rete e vita quotidiana è sempre più sottile.

Donne, identità e nuove libertà

A completare il programma è Ribalta Giovani, concorso dedicato ad attori, attrici e danzatori under 35, nel quale sarà il pubblico a votare gli spettacoli. Per la prosa arrivano L’età più bella e La soffitta di Anne, rilettura teatrale del Diario di Anna Frank; per la danza Nostalgia dell’Altrove. Un modo per trasformare il pubblico non soltanto in spettatore, ma in parte attiva del percorso di selezione e scoperta dei nuovi talenti.

Off/Off Theatre, la nuova stagione: 30 spettacoli tra grandi protagonisti, cinema, nuove generazioni e intelligenza artificiale
Silvano Spada presenta la nuova stagione del Teatro Off/Off di Roma 2026/27

La creatività resta patrimonio dell’essere umano

A chiudere idealmente il percorso della nuova stagione è la riflessione di Silvano Spada sull’intelligenza artificiale e sul rapporto sempre più stretto tra tecnologia e cultura. Non sono tech geek e tantomeno total nerd, racconta il direttore artistico, ricordando di aver scoperto quasi casualmente come l’intelligenza artificiale descrive l’Off/Off Theatre. Una definizione che lo ha colpito per la sua capacità di restituire l’identità del teatro: uno spazio culturale moderno nel cuore di Roma, inaugurato nel 2017, dedicato alla prosa, alla musica, al cinema, agli incontri e agli eventi, con una particolare vicinanza tra pubblico e artisti. Ma proprio questa incursione dell’intelligenza artificiale apre una riflessione più ampia. Da una parte l’entusiasmo per le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, dall’altra il timore per i rischi etici, la perdita di controllo e le conseguenze di un cambiamento destinato a ridisegnare profondamente la realtà. Resta, però, una certezza: la tecnologia può cambiare gli strumenti, ma la creatività e il valore aggiunto dell’arte appartengono ancora all’essere umano. E il teatro, nella sua capacità di creare un rapporto irripetibile tra chi è sul palco e chi guarda, continua a custodire quella magia che nessuna AI può sostituire.

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Corona insegue De Martino: Affari Tuoi? No, solo guai… suoi. E finisce in caserma

18 October 2026 at 09:30

L’ex re dei paparazzi avrebbe tallonato il conduttore di Rai 1 per le strade di Milano. I carabinieri lo fermano, lui resta senza Suv e si ritrova con una denuncia. Ma quale segreto stava cercando di scoprire?

Protagonista di una serata milanese che sembra scritta da uno sceneggiatore sotto psicofarmaci, l’ex sovrano del gossip avrebbe dato la caccia nientemeno che a Stefano De Martino, il golden boy della televisione italiana. A svelare il retroscena è Alberto Dandolo su Oggi. La scena è da cinema: De Martino sfreccia sulla sua motocicletta nuova di trinca, Corona lo segue lanciato a bordo di un Suv. Mancano soltanto la colonna sonora di Mission: Impossible e Tom Cruise che salta da un cavalcavia.

Da Affari tuoi agli affari dei carabinieri

Milano, 14 ottobre, ore 20.30. Siamo tra corso Sempione e via Moscati. Secondo la ricostruzione del settimanale Oggi, sarebbe stato proprio De Martino a segnalare alle forze dell’ordine la guida spericolata dell’inseguitore. Arrivano i carabinieri del Radiomobile, intimano l’alt, ma Corona avrebbe deciso di proseguire. Una fuga durata poco più di cinquecento metri. Praticamente meno di una pausa pubblicitaria.

Poi il finale: caserma di via Vincenzo Monti, controlli e sorpresa. Il Suv risulta sottoposto a fermo amministrativo, Corona è senza patente e il veicolo viene sequestrato. Per lui scatta la denuncia per non essersi fermato all’alt dei militari.

Insomma, voleva forse portarsi a casa uno scoop e invece si è portato a casa un procedimento. Da re dei paparazzi a principe delle contravvenzioni, il passo è breve.

Il mistero del motociclista senza nome

C’è però un particolare che trasforma la commedia in un piccolo thriller televisivo… o forse lo rende somigliante ad un’inedita puntata tragicomica del L’Ispettore Coliandro. Nei verbali, secondo quanto riportato, Stefano De Martino non viene nominato. Compare soltanto un generico «motociclista». L’identità del conduttore resta dunque un’indiscrezione giornalistica, non una circostanza confermata dagli atti citati. E soprattutto rimane sospesa la domanda delle domande: perché Corona avrebbe inseguito proprio De Martino? Un’indiscrezione sentimentale? Un segreto televisivo? Un colpo di scena da servire al prossimo appuntamento social? Velleità canore Sanremesi?!? Nessuna risposta verificata, soltanto interrogativi.

Una certezza, però, c’è: Stefano De Martino continua a far girare i pacchi in televisione, mentre Corona, per una sera, ha fatto girare le pattuglie. E stavolta il pacco più clamoroso se l’è preso lui.

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“Esistono entità che ci guidano. Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma ho avuto esperienze paranormali”: la confessione di Deva Cassel

18 October 2026 at 09:00

Tra atmosfere oniriche, sedute spiritiche e il palcoscenico dell’Opéra Garnier, Deva Cassel fa il suo debutto da protagonista sul grande schermo. Alla Festa del Cinema di Roma, l’attrice ventiduenne ha presentato L‘amore immortale (in uscita per 01 Distribution), una rilettura cinematografica del classico Il fantasma dell’Opera di Gaston Leroux. Un progetto che ha richiesto mesi di allenamento per calzare le scarpette da ballo, ma che l’ha attratta fin dal primo momento per la sua forte componente sovrannaturale. Un tema verso il quale Cassel confessa un’intima e inaspettata connessione.

Il legame con l’occulto e le forze invisibili

Interrogata sulla dialettica tra reale e soprannaturale che permea la pellicola, l’attrice non si sottrae e svela un lato personale legato all’invisibile. “Se credo ai fantasmi? Non lo so, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci”, confessa Cassel. Una fascinazione che affonda le radici in episodi vissuti in prima persona: “Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto”.

La regia di Alexandre Castagnetti asseconda questo mistero, ma ne ribalta le prospettive tradizionali. Il regista ha infatti scelto di narrare la vicenda interamente dal punto di vista della giovane protagonista, “trasformando il mito di Orfeo in mito di Euridice”, con l’obiettivo di “sottolineare la forza delle donne”, portando finalmente le eroine al centro della scena.

La danza come disciplina e libertà

Nel film, Cassel interpreta Anastasia Marescu, una ragazza che dalle montagne della Romania riesce ad accedere alla prestigiosa compagnia dell’Opéra di Parigi, ritrovandosi subito coinvolta nella messa in scena di un’opera maledetta, L’Orpheus di Ernest Dupré. Prima di affrontare il valzer per la serie Il Gattopardo, l’attrice non aveva mai studiato danza. Per calarsi nel ruolo di Anastasia, si è sottoposta a tre mesi di studio costante, affiancata dalla sua controfigura e dall’attrice Laïka Blanc-Francard.

“Serve molta disciplina. E costanza”, ammette ripensando alla preparazione. “È stato un lavoro da zero, ogni giorno più interessante. Mi ha aiutato a trovare una coscienza della fisicità che prima non avevo, una sincronizzazione tra il corpo e la mente. Il movimento ti regala libertà, Anastasia di prova in prova si lascia andare”. Una fisicità culminata nelle scene finali del balletto, girate dal vero all’interno dell’Opéra Garnier e rese complesse dalla presenza dell’acqua, elemento centrale legato al lago sotterraneo in cui si nasconde il fantasma.

La gestione della pressione e l’insegnamento dei genitori

Al centro del racconto gotico si snoda anche l’amore impossibile tra la ballerina e lo spettro pianista (interpretato da Julien de Saint-Jean). Un sentimento che per l’attrice muta forma con il tempo: “L’amore assoluto è qualcosa difficile da definire. Credo cambi con l’età. Per me è sinonimo di ascolto e pazienza, in modo incondizionato. Il vero regalo — me l’hanno insegnato i miei genitori — non è essere amato ma amare”.

E proprio dalla famiglia, Monica Bellucci e Vincent Cassel, ha ereditato gli strumenti per gestire il peso delle aspettative e l’invadenza della fama. “Certo, l’esposizione è molto forte, può essere invasiva”, riconosce. “Ma i miei mi hanno insegnato a trovare tempo e modo per isolarmi, credo tutti ne abbiamo bisogno. Mi hanno ripetuto più volte: prenditi i tuoi tempi, anche i silenzi. Non c’è sempre bisogno di spiegare tutto“.

Una barriera protettiva che le permette di affrontare i set cinematografici con lucidità e senza soccombere alle dinamiche di rivalità, diversamente da quanto accade alla sua Anastasia. L’ambiente del cinema, osserva, si è rivelato meno insidioso rispetto alle sue esperienze precedenti: “Il cinema lo è meno, anche rispetto alla moda dove ho iniziato e dove ho imparato molto. Io, semmai, la competizione la sento con me stessa: sei tu che devi metterti in gioco“. E il gioco, per Deva Cassel, continuerà presto con un nuovo ruolo da protagonista: sarà Maria di Nazareth nel film Zero A.D. diretto da Alejandro Monteverde.

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Malamovida, scatta la stretta: il piano di Gualtieri contro il caos notturno

18 October 2026 at 08:30

La notte romana cambia radicalmente ritmo e si appresta a vivere mesi di restrizioni. Dal 17 ottobre e fino all’11 aprile 2027, il Campidoglio tenta di arginare la malamovida attraverso una rigorosa ordinanza siglata dal sindaco Roberto Gualtieri. Nel mirino delle nuove disposizioni finiscono alimentari e minimarket focalizzati sulla vendita da asporto di cibo e bevande, con un’attenzione particolare agli alcolici. Nelle giornate di venerdì, sabato e domenica, all’interno di numerose aree della Capitale, le attività prive di tavoli interni dovranno obbligatoriamente abbassare le serrande alle ore 22, per poi riaprire soltanto alle 5 del mattino. Si tratta di una stretta incisiva che attraverserà le stagioni fredde e la primavera, estendendosi anche a diverse giornate festive.

La mappa dei municipi coinvolti nella stretta

L’obiettivo primario dell’amministrazione è limitare assembramenti, schiamazzi e degrado, fenomeni che creano nelle vie storiche un problema di sicurezza urbana. Il raggio d’azione del provvedimento è estremamente vasto e coinvolge integralmente i territori dei Municipi I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI e XIII. Per quanto riguarda il Municipio XII, il blocco si applica al quadrante tra via Nino Bixio Bettoni, lungotevere degli Artigiani, via Antonio Bellani e viale Trastevere. Restrizioni mirate colpiscono anche il Municipio XIV, da Primavalle a Monte Mario, e il Municipio XV, sfiorando la Cassia, Labaro-Prima Porta e l’area di Ponte Milvio, storico epicentro della movida giovanile.

Calendario dei blocchi e sanzioni economiche

Il calendario dei divieti non guarda solo ai fine settimana ordinari. Le serrate obbligatorie scatteranno infatti anche lunedì 7 e martedì 8 dicembre per il ponte dell’Immacolata, oltre a lunedì 29 e martedì 30 marzo 2027 durante la pausa pasquale. Per i commercianti che violeranno la norma sono già pronte sanzioni amministrative da 75 a 450 euro. La misura imporrà una pesante riorganizzazione aziendale alle attività commerciali proprio nelle fasce orarie a più alta redditività. La sfida per la città resta quella di coniugare il diritto al riposo dei residenti con la vivibilità degli spazi pubblici, mentre la vita notturna si adegua già da domani al nuovo coprifuoco.

I danni della malamovida tra degrado e violenza

I motivi alla base dell’intervento risiedono in una lunga scia di danni ambientali, economici e sociali che hanno segnato i quartieri centrali e periferici negli ultimi anni. Le strade della Capitale si risvegliano regolarmente sommerse da tonnellate di rifiuti, bottiglie di vetro frantumate e lattine, con ingenti costi di pulizia straordinaria a carico della collettività e frequenti atti di vandalismo ai danni dei monumenti storici e dell’arredo urbano. A questo quadro si sommano i costanti episodi di microcriminalità, risse e inquinamento acustico che hanno compromesso la salute psicofisica degli abitanti, spingendo la svalutazione degli immobili residenziali e costringendo molti storici residenti all’abbandono del proprio quartiere.

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Emanuele Lulli, il “dannato” che ha conquistato la Roma e Gasperini

18 October 2026 at 08:19

Certe notti non si dimenticano. Emanuele Lulli non scorderà mai il minuto numero 68 di Roma – Genoa quello del suo primo gol in serie A. Il suo volto dopo la rete del 2-0 al Genoa,  è la fotografia più bella della serata giallorossa. L’istantanea di un ragazzo che vive un sogno con la maglia della squadra del cuore. Emozione e incredulità si mescolano in una espressione così genuina da strappare un sorriso paterno anche ad un sergente di ferro come Gasperini che ha creduto in lui e passa alla cassa con gli interessi.

Emanuele Lulli, la scommessa vinta di Gasperini

Emanuele Lulli,  il “dannato” che ha conquistato la Roma e Gasperini

Quella di Emanuele Lulli è la favola di un ragazzo che ha la fortuna di incontrare un artigiano visionario come Gasperini, tecnico capace di individuare una pepita dove altri avevano intravisto un talento grezzo. Il ragazzo, considerato un buon giocatore ma non straordinario sino all’under 17, esplode, come  accade a molti giovani, crescendo fisicamente. Mette in mostra coesa, accelerazione resistenza. In una parola quella “gamba” che lo rende il calciatore ideale per Gasperini che prima lo monitora, poi lo aggrega alla prima squadra, quindi lo porta in ritiro in Galles e infine lo lancia sin dalla prima giornata contro la Fiorentina. Contro la viola gioca tutti i 90’ e convince il tecnico di Grugliasco che gli rinnova totale fiducia anche contro il Lecce. Altri 54’ molto positivi a Lecce, ancora titolare (88’in campo) contro il Torino. Rifiata con Come e Inter e si ripresenta in grande spolvero contro il Genoa. Ara la fascia, attacca la profondità come vuole Gasperini e al 68’ della sfida contro i rossoblù la scommessa è definitivamente vinta.

Molto più di una alternativa a Molina

Al di là della prima gioia in campionato e in carriera, Lulli ha tutte le qualità per ritagliarsi un posto nell’undici titolare della Roma. È il classico giocatore alla Gasperini, capace come nessuno di costruire esterni a tutta fascia lavorando su capacità di abbinare corsa, resistenza e straripante prepotenza atletica. Doti che appartengono al bagaglio di Lulli che, considerando la giovanissima carta d’identità dell’esterno ha anche enormi margini di miglioramento tecnico. Ecco perché Lulli può essere molto più di una alternativa a Molina, non più intoccabile sulla fascia. Anche perché dal punto di vista tattico, rispetto all’argentino, offre più spinta e maggiori garanzie nella lettura del gioco in fase di non possesso sia in fase difensiva sia nella scelta dei tempi di inserimento in accompagno all’azione offensiva: è suo il lavoro che ha portato alla conquista del corner da cui è nato il gol dell’1-0 di Castro, prima di farsi trovare al posto e al momento giusto nell’azione del 2-0.

Lulli, il “dannato” nel senso buono: abnegazione, grinta e serietà

Emanuele Lulli,  il “dannato” che ha conquistato la Roma e Gasperini

Una soddisfazione meritata, per un ragazzo che, all’unanimità, è apprezzato soprattutto per costanza, applicazione e serietà. “Si allena come un cane”: pensieri e parole di Castro, rendono l’idea del rispetto dei compagni verso un ragazzo capace di costruirsi sin dai primi passi. Nei primi anni, a Palestrina, era uno dei  “dannati”, affettuoso epiteto che definiva un gruppo di ragazzi capaci con grinta, abnegazione e straordinaria forza di volontà di vincere tornei giovanili regionali a metà del decennio contro Roma e Lazio. Crescendo, Emanuele non è cambiato: stesso approccio. Lavoro, lavoro e lavoro, con l’approccio e la testa necessaria per non disperdere il talento. Per farsi una idea del ragazzo, basta cliccare sul profilo Instagram. Assolutamente e straordinariamente professionale nel senso più pieno del termine, ovvero fuori dall’ordinario per un ragazzo di 19 anni. Pochissimi scatti e tutti legati al calcio e alla sua esperienza con la Roma. In un’epoca dominata dall’apparire, Lulli ha scelto evidentemente di essere.

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Triplice omicidio nel quartiere Prati: ergastolo confermato per il killer

18 October 2026 at 07:30

La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha confermato la condanna all’ergastolo per Giandavide De Pau, l’uomo ritenuto responsabile del triplice femminicidio consumato il 17 novembre 2022 nel quartiere Prati e con un passato da autista del boss Michele Senese. L’imputato, presente in aula per la prima volta durante il procedimento, è l’autore dell’omicidio di due cittadine di nazionalità cinese, accecate e accoltellate all’interno di un appartamento al primo piano di via Riboty, e della sessantacinquenne colombiana Marta Castano Torres, trucidata nel seminterrato di via Durazzo. I giudici di secondo grado hanno così blindato la decisione emessa il 20 novembre dello scorso anno, in seguito all’esito della perizia psichiatrica che aveva già accertato la piena capacità di intendere e di volere al momento delle aggressioni.

Il procuratore generale: “E’ un serial killer”

Nel corso delle infocate repliche in aula, la procura generale ha rimarcato la pericolosità dell’imputato definendolo senza mezzi termini un serial killer. L’impianto accusatorio ha sottolineato la sussistenza della premeditazione, evidenziando come De Pau avesse esplicitamente preannunciato l’intenzione di compiere un gesto clamoroso, uscendo di casa armato di coltello per portare a termine la carneficina pianificata nei minimi dettagli. L’ex autista del boss Michele Senese è stato quindi condannato per triplice omicidio aggravato dai futili motivi e dalla premeditazione, con l’ulteriore aggravante della crudeltà riconosciuta per il delitto di via Durazzo. Un quadro probatorio granitico, arricchito da due video scoperti sul cellulare dell’uomo della durata di 14 e 42 minuti e dalle riprese della videosorveglianza di zona.

La reazione delle parti civili e le mosse della difesa

I legali delle parti civili hanno espresso profonda soddisfazione al termine della lettura del dispositivo, ribadendo come l’esito fosse l’unica conclusione logica per un percorso giudiziario così complesso. Di parere opposto la difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocato Alessandro De Federicis, che ha manifestato l’intenzione di non arrendersi. Il legale ha confermato che, una volta lette le motivazioni della sentenza di appello, proporrà ricorso in Cassazione per contestare la linea seguita dai giudici di merito e tentare un nuovo ribaltamento della posizione del proprio assistito.

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Cgil, Landini dal palco di Roma: “Siamo più di 100mila, è ora di riprenderci la parola”. E annuncia lo sciopero generale

17 October 2026 at 17:45

“Ci mettiamo a disposizione di questo processo democratico di cambiamento che rimette al centro il lavoro, i diritti, la giustizia sociale. E posso dire non ci fermerà nessuno, andiamo avanti con forza e con solidarietà”. Dal palco della manifestazione La Via Maestra a piazza del Popolo, il segretario della Cgil Maurizio Landini annuncia la proclamazione dello sciopero generale il 20 novembre (qui il video integrale). “Lo sciopero è un diritto sancito dalla Costituzione” e “lo strumento più solidale che esiste perché quando tu fai sciopero non lo fai solo per difendere i tuoi diritti, ma lo fai anche per estendere quei diritti alle altre persone”, ha aggiunto.

“Siamo davvero tanti, penso possiamo essere più di 100mila persone che da qui, da questa piazza parlano al Paese“. ha aggiunto il segretario della Cgil sottolineando che “è ora di riprenderci la parola, difendiamo la democrazia praticandola”, aggiunge. In piazza c’erano anche tutti i leader del campo progressista: da Giuseppe Conte a Elly Schlein passando per Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Landini rilancia anche la proposta della patrimoniale. “Se a chi ha un patrimonio netto di 2 milioni – rileva – si chiede di versare un contributo di solidarietà dell’1% si recuperano 25 miliardi”; risorse che “da investire in sanità, scuola, casa“. Duro affondo contro il governo Meloni: “Quando a una delle sorelle Meloni è scappato detto che con questa legge elettorale inizia la terza Repubblica, vorrei che fosse chiaro a tutti non si è sbagliata. Hanno in testa una cosa molto precisa: cancellare la nostra Costituzione”, ha detto il segretario generale del sindacato. “Quando parlano di terza Repubblica hanno in mente una cosa molto precisa, una Repubblica non democratica ma autoritaria – dice Landini – non fondata sul lavoro ma sul mercato e sullo sfruttamento del lavoro. Sia chiaro: noi alla nostra Costituzione nata dalla Resistenza non rinunceremo mai”.

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Roma, in piazza la marcia della Cgil: Landini annuncia lo sciopero generale per il 20 novembre

17 October 2026 at 17:09

La Via Maestra riempie Roma, Landini attacca sul riarmo: “No alle armi, la sicurezza è il lavoro”

Migliaia di persone sono scese in strada a Roma dietro allo striscione “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione”. La mobilitazione nazionale, organizzata dalla Cgil insieme a più di cento sigle del mondo laico e cattolico raccolte nel cartello “La Via Maestra”, ha attraversato il centro della capitale: la testa della sfilata è partita da piazza della Repubblica per raggiungere piazza del Popolo.

Proprio dal palco finale il leader del sindacato di corso d’Italia, Maurizio Landini, ha lanciato la proclamazione di uno sciopero generale fissato per il 20 novembre. All’appello hanno risposto anche i vertici del Campo largo, con le presenze di Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Le rivendicazioni: salari, fisco e sanità

Al centro della piazza un lungo elenco di istanze sociali e politiche. In prima fila la lotta all’occupazione precaria e il rialzo delle buste paga e dei trattamenti pensionistici, uniti al contrasto dei contratti svantaggiosi e al superamento del divario retributivo di genere. Fronte caldo anche quello del prelievo fiscale: la piattaforma chiede una stretta sull’evasione, il calo delle trattenute sui redditi da lavoro e pensione, oltre a un prelievo straordinario su rendite, grandi patrimoni ed extraprofitti per ripristinare il principio di progressività.

Sul versante dei servizi essenziali, si sollecita l’innalzamento dei fondi per la sanità al 7,5% del PIL e per la scuola al 5%, puntando su nuove assunzioni e l’abbattimento dei tempi di attesa. Spazio infine al tema della pace, con un secco rifiuto all’incremento degli stanziamenti per le armi e la difesa della libertà di espressione.

Landini dal palco: “Oltre centomila in piazza”

Imponente la partecipazione secondo gli organizzatori. “Siamo davvero tanti, penso possiamo essere più di 100mila persone che da qui, da questa piazza parlano al Paese”, ha proclamato Landini dal palco. “È ora di riprenderci la parola, difendiamo la democrazia praticandola”.

Lo stop al riarmo e la sfida sul lavoro

Il numero uno della Cgil ha poi affondato il colpo sulle scelte di politica estera e di spesa pubblica: “C’è il rischio che le armi si sostituiscano alle parole e alla democrazia. La sicurezza non è armi, questa è una balla colossale. Dobbiamo dire con forza no all’aumento delle spese militari – ha rimarcato Landini – La vera sicurezza è l’autonomia energetica: serve un piano straordinario per le fonti rinnovabili”. Prima di chiudere con un ultimo richiamo alle priorità economiche: “Dobbiamo rimettere al centro il lavoro”.

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“Un ottimo segnale per il recupero”, lo pneumologo sulle dimissioni di Papa Leone XIV dopo l’intervento al polmone

17 October 2026 at 15:07

Le dimissioni di Papa Leone XIV dopo cinque giorni di ricovero al Policlinico Gemelli rappresentano un segnale incoraggiante per il recupero dopo l’intervento chirurgico al polmone destro. A spiegarlo all’Adnkronos Salute è Claudio Micheletto, direttore dell’Unità operativa complessa di Pneumologia dell’azienda ospedaliera universitaria di Verona e membro del direttivo dell’Associazione italiana pneumologi ospedalieri (Aipo), che invita però ad attendere gli esiti degli esami per delineare con maggiore precisione i prossimi passi. Martedì 13 ottobre il Pontefice è stato sottoposto a un intervento per l’asportazione di un adenocarcinoma, un tumore maligno del polmone destro. Il fatto che abbia potuto lasciare l’ospedale dopo pochi giorni è, secondo lo specialista, un elemento positivo. Le dimissioni sono “un ottimo segnale, vuol dire che è andato tutto bene“, sottolinea Micheletto.

Dopo un’operazione di questo tipo, una fase importante del recupero riguarda il ripristino della normale espansione del polmone. “Il polmone deve tornare a espandersi completamente. Durante l’operazione, una parte del polmone collassa. Successivamente, deve riespandersi”, spiega lo pneumologo. A favorire il processo è anche un tubo di drenaggio, utilizzato per rimuovere aria e liquidi dalla cavità toracica. I tempi di recupero non sono uguali per tutti e possono variare da paziente a paziente. La rimozione dei drenaggi, osserva l’esperto, è un passaggio favorevole: “È un ottimo segnale perché i medici hanno rimosso i tubi di drenaggio. Ora dovrà fare alcuni controlli più avanti”.

Anche il movimento contribuisce alla ripresa. Non è necessario pensare soltanto a esercizi specifici di fisioterapia respiratoria: “Anche camminare rappresenta una forma di riabilitazione, perché favorisce il recupero della funzionalità respiratoria”. L’attività fisica, svolta gradualmente, aiuta infatti a recuperare la capacità respiratoria e a riprendere progressivamente le normali abitudini. Tra gli elementi favorevoli indicati da Micheletto c’è inoltre l’assenza, per quanto risulta, di patologie respiratorie croniche. “È che il Santo Padre non risulta affetto da patologie respiratorie croniche come la Bpco”, osserva lo specialista, riferendosi alla broncopneumopatia cronica ostruttiva, una malattia che può compromettere la respirazione e rendere più complesso il recupero.

Per stabilire come proseguirà il percorso clinico sarà però necessario attendere gli esiti dell’esame istologico, effettuato sui tessuti prelevati durante l’intervento. Un’attenzione particolare sarà riservata ai linfonodi, per verificare se siano presenti cellule tumorali. “In particolare, sarà importante conoscere l’esito dell’esame dei linfonodi, per verificare l’eventuale presenza di cellule tumorali”, precisa Micheletto. Il risultato potrà contribuire a definire il quadro e le successive indicazioni mediche. “Se i linfonodi risulteranno negativi, il quadro potrà essere più favorevole. In ogni caso, saranno i medici a stabilire il percorso di sorveglianza più appropriato”. Tra le possibilità per seguire nel tempo le condizioni del Pontefice, lo pneumologo indica controlli radiologici periodici: il “monitoraggio potrebbe prevedere una Tac ogni 3-6 mesi, per controllare nel tempo la situazione clinica e verificare che non compaiano nuovi segni della malattia”. Saranno comunque gli specialisti che hanno in cura il Papa a definire tempi e modalità dei controlli sulla base dei risultati degli esami e dell’evoluzione clinica.

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Dagli abiti da sposa alla moda di tutti i giorni: la rivoluzione di Emé sfila a Roma tra bermuda di paillettes, completi maschili e una sposa con gli stivali biker

17 October 2026 at 14:22

Chi l’ha detto che chi nasce quadro non può morire tondo? A smentire il noto proverbio ci pensa Emé, brand del gruppo Oniverse, che ne è la prova vivente. Nato Atelier Emé come brand specializzato in abiti da sposa, passato il boom dei matrimoni post covid, nell’ultimo paio d’anni ha fatto un lavoro pazzesco di rebranding e oggi è un marchio di pronto moda, come si diceva una volta, concreto, desiderabile e utile per il cliente, con un ottimo rapporto qualità prezzo. Via dal nome quell’Atelier che faceva troppo negozio di spose, oggi è solo Emé: il passaggio evolutivo si è compiuto in modo graduale, così come il cambio di passo stilistico. Dapprima accostando abiti da cerimonia al mondo sposa e poi lavorando in modo sempre più focalizzato su un guardaroba quotidiano che non rinuncia però a qualche tocco speciale. E promette di dare del filo da torcere ai grandi marchi della stessa fascia, come ha dimostrato la sfilata andata in scena a Roma. Anche qui emblematico. Dopo la prima in Stazione Centrale dello scorso anno, non sono più presentazioni di collezione, ma défilé a tutti gli effetti sempre più in grande stile.

La Città Eterna e “A Love Affair” al Chiostro di Michelangelo

Per svelare la collezione Occasionwear Autunno/Inverno 2026/27, ribattezzata Escape the Ordinary, il brand ha puntato al massimo dell’impatto visivo, scegliendo una cornice monumentale e intrisa di storia: il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, tradizionalmente attribuito a Michelangelo Buonarroti. Se per le Terme non si tratta di un debutto assoluto nel mondo della moda (vi sfilarono il Sindacato Italiano Alta Moda nel 1956, Sylvio Giardina nel 2023 con l’opera Si/Lenzio e Bvlgari nel 2024 per i suoi 140 anni), per l’antico Chiostro è invece un’assoluta prima volta. In questa oasi di rigore geometrico, illuminata dalla luce naturale e circondata da oltre cento colonne monolitiche, hanno sfilato 30 look pensati per liberare il concetto di eleganza dalle vecchie etichette.

Sotto gli sguardi attenti di un parterre che includeva l’étoile Eleonora Abbagnato, la regista Sabrina Iannucci, Chanel Totti e le attrici Giulia Bevilacqua, Giulia Michelini, Nicoletta Romanoff e Vittoria Belvedere, Emé ha celebrato il suo legame strategico con la Capitale. “Roma è una città a cui siamo molto legati, dove abbiamo i nostri tre negozi più importanti, incluso il flagship di via del Corso, e molte delle nostre clienti più affezionate: questa è la prima volta che abbiamo aperto lo show anche a loro”, ha spiegato Silvia Falconi, direttrice creativa ventinovenne del marchio, in attesa del suo primo figlio. “Dopo Milano, dove abbiamo sfilato varie volte, ci sembrava la scelta più naturale. Inoltre, stiamo sostenendo il restauro di questo luogo incredibile e il Chiostro Grande delle Terme di Diocleziano, con le sue numerose statue e colonne, chiaramente ‘rovinate’ dal tempo, ma comunque bellissime, rappresenta appieno il tema del ‘perfetto nell’imperfetto’ che vogliamo esprimere con questa nuova collezione”. Con una sponsorizzazione tecnica, infatti, l’azienda finanzierà entro il 2027 il restauro del grande plastico di inizio Novecento del complesso termale.

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L’estetica Wabi-sabi e la ribellione bucolica del Rural Punk

Il contrasto tra la pietra chiara, segnata dal trascorrere dei secoli, e la geometria rinascimentale del luogo è diventato il manifesto concettuale della stagione. A ispirare Falconi sono state due suggestioni stilistiche: l’estetica giapponese del wabi-sabi, che trova l’autentica bellezza nell’incompiuto e nell’imperfezione, e l’attitudine “rural punk”, una ribellione bucolica che intreccia la natura all’energia rock.

“Lavorando a questa collezione abbiamo introdotto un desiderio di evasione, senza perdere il legame con il nostro heritage”, ha proseguito la stilista. “Ancora una volta, i contrasti si armonizzano: maschile e femminile, struttura e fluidità, volumi importanti e leggerezza. Tessuti opachi e paillettes luminose convivono nelle silhouette, mentre le linee oversize si alternano a forme più avvolgenti e sensuali, in un equilibrio tra forza e delicatezza”.

La palette cromatica, dichiaratamente invernale, esplora i colori della terra: si passa dal bordeaux profondo del Deep Plum al marrone terroso del Rural Brown, fino alle calde sfumature mattone del Rust Rouge e a un vibrante ottanio (Urban Teal). Accanto a queste tonalità intense spiccano il grigio tortora dello Smoky Grey e accenti inaspettati, come il rosa saturo del Punk Rose e l’azzurro del Soft Indigo.

Sartorialità, paillettes e styling di rottura

Il nuovo volto della donna Emé — definita da Falconi come “intraprendente, impegnata, non solo nel lavoro, ma anche con la famiglia, le amiche” — emerge in un guardaroba in cui i capi cambiano vocazione a seconda degli abbinamenti. Le rigide regole dell’abbigliamento per eventi cadono a favore di una libertà istintiva. La severità della matrice sartoriale di completi gessati, spigati e check viene decostruita e illuminata da fili lamé, micro paillettes e bluse in twill con ricami botanici. La separazione tra giorno e sera svanisce: le paillettes ricoprono capispalla e persino un paio di bermuda che, indossati con camicia bianca e mocassini, hanno aperto trionfalmente la passerella. Un corpino gioiello si accompagna senza timore a un caldo cardigan in maglia a costa inglese; una minigonna a pieghe viene sovrapposta ai pantaloni; una bralette in pizzo effetto trompe-l’œil si inserisce in un rigoroso completo spigato.

L’eredità del mondo bridal non scompare ma si alleggerisce. Dettagli lingerie, pizzi anni Venti e velluti dalla lucentezza quasi liquida sfilano accanto a giacche costruite come corsetti, bustier in similpelle e chiodi con texture coccodrillo che infondono energia contemporanea. La sintesi perfetta di questa versatilità, come sottolinea la direttrice creativa, si legge in un outfit specifico: “Una giacca lunga con un taglio nuovo e molto particolare, ma realizzata in un tessuto intramontabile come il raso, abbinata a un pantalone cargo sempre in raso; un outfit da giorno ma con un tessuto da sera”.

Gli anfibi e la sposa rock del gran finale

L’evoluzione Escape the Ordinary del marchio si riflette anche negli accessori, protagonisti di un’importante espansione. Per sfuggire ai dettami classici del tacco da cerimonia, la collezione si popola di mocassini in suede (dalla linea affusolata o chunky con stampa coccodrillo), tote bag versatili, ballerine e stivali bassi punteggiati di strass. Ma la vera rottura arriva con l’introduzione degli anfibi in pelle con fibbie logate, che secondo Falconi sono il “segno tangibile che si tratta di una collezione di rottura rispetto al passato per il brand”.

Un messaggio stilistico ribadito in maniera deflagrante proprio alla chiusura dello show. Per l’ultima uscita è apparso in passerella un abito da sposa a sirena in raso lucido, caratterizzato da uno scollo all’americana, schiena scoperta, spacco vertiginoso e una coda lunghissima. Ai piedi della modella, però, niente décolleté in seta, ma un grintoso paio di stivali biker. La dimostrazione definitiva che la cerimonia moderna, firmata Emé, poggia su regole del tutto nuove.

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Aggressioni in minicar a Roma, per i due minorenni si aggravano le accuse: contestate anche le percosse. Rischiano una misura cautelare

17 October 2026 at 11:47

Da quella che avrebbero definito una bravata a un’inchiesta per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. Si aggrava il quadro accusatorio nei confronti dei due ragazzi di 16 e 17 anni coinvolti nella serie di aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. I due, che hanno confessato, saranno interrogati martedì 20 ottobre dalla Procura dei minorenni, che ha assunto la titolarità dell’indagine. La nuova contestazione potrebbe incidere anche sulla valutazione delle eventuali misure cautelari.

Al centro degli accertamenti c’è soprattutto l’aggressione del 5 ottobre a Monteverde, quando Davide Iacopini, attore di 42 anni, è stato colpito con un calcio mentre viaggiava in monopattino in via Anton Giulio Barrilli. L’uomo ha perso il controllo del mezzo ed è finito contro un’auto in sosta, perdendo conoscenza. Operato due volte alla testa, è ancora ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo, con prognosi riservata anche se le sue condizioni sembrano in miglioramento.

Quell’episodio rappresenta il momento più grave di un’escalation di violenza concentrata nell’arco di 48 ore, durante le quali si sono verificate altre cinque aggressioni ai danni di passanti, con conseguenze meno gravi. Quando sono stati identificati, i due avrebbero ricondotto quei gesti alla noia e al desiderio di divertirsi. “Ci siamo divertiti così”, avrebbero detto agli investigatori, spiegando di essersi fermati dopo aver appreso delle condizioni dell’attore.

Le indagini dovranno ora chiarire se dietro gli episodi ci fosse soltanto l’iniziativa dei due ragazzi o se le aggressioni fossero legate a una sfida condivisa con altre persone, eventualmente anche online. I carabinieri hanno sequestrato i cellulari dei minorenni e dei loro genitori, oltre a una dashcam, che potranno essere esaminati su delega della Procura.

Mentre tra i compagni di scuola prevale l’incredulità, il fratello del sedicenne, che si trovava sul lato passeggero della minicar e sarebbe colui che materialmente ha colpito le vittime, ha raccontato ai giornali che i due amici, quando sono insieme, diventano “esplosivi”. Secondo il suo racconto, qualche mese fa le famiglie avevano già deciso di limitarne la frequentazione.

Adesso saranno gli interrogatori e gli accertamenti sui dispositivi sequestrati a contribuire alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità individuali. Per i due minorenni, intanto, l’inchiesta entra in una fase decisiva, mentre restano da chiarire le circostanze e le ragioni di una sequenza di aggressioni che ha avuto il suo esito più drammatico nelle gravi condizioni di Iacopini.

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