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Manovra, Nursind: “Agli infermieri le stesse risorse dei medici. La sanità è la vera priorità degli italiani”

19 October 2026 at 17:23

Sanità, l’allarme del Nursind sulla legge di Bilancio: “Fondi mirati agli infermieri per salvare i servizi”

“Chiediamo per il personale infermieristico le stesse risorse che verranno destinate al personale medico. Ma solo perché siamo buoni e ci rendiamo conto della situazione dei conti italiani, altrimenti a rigor di logica ci spetterebbe molto di più, in proporzione all’entità della crisi che vive la nostra professione”.  A dirlo è il segretario nazionale del Nursind, Andrea Bottega, mentre cresce l’attesa per la legge di Bilancio. 

“Gli infermieri hanno riposto tutte le loro speranze nella manovra, che rimane la norma più importante dell’anno. Già scoprire dal Dpb che la coperta delle risorse si è drasticamente accorciata è stato un duro colpo da digerire. Non vorremmo avere altre brutte sorprese”, continua Bottega.

“Secondo la nuova indagine ‘L’opinione pubblica e la sanità’ commissionata dal Nursind a Swg, sono gli italiani stessi a mettere in cima alle priorità della finanziaria non il taglio dell’Irpef (lo chiede il 40% dei cittadini) o la flat tax (11%), non i bonus (11%) e né tantomeno le spese per la difesa (9%), ma i servizi sanitari (52%). È evidente che senza valorizzare e motivare il personale non possono esserci servizi sanitari efficienti così come non si può pensare di abbattere le liste d’attesa”, chiosa il segretario.

Secondo il Nursind due sono le leve su cui agire nella prossima manovra, “la prima è incentivare il lavoro più disagiato, che è quello sulle 24 ore, attraverso la detassazione delle indennità notturne e festive. Tuttavia, riteniamo fondamentale – spiega Bottega – a sostegno di chi è costretto a turnare per sopperire alla carenza di personale, pure l’istituzione di un plus orario remunerato maggiormente, ma sempre su base volontaria”. 

“È necessario – conclude – dare un segnale concreto agli infermieri, figure strategiche anche alla luce degli investimenti nelle Case di comunità. A maggior ragione, ci aspettiamo sforzi economici mirati che facciano la differenza”.

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Ictus cerebrale dopo l’emergenza la sfida è la riabilitazione: in Italia cure ancora disuguali

19 October 2026 at 10:36

Negli ultimi trent’anni la medicina ha compiuto enormi progressi nella cura dell’ictus cerebrale. Oggi sempre più persone sopravvivono grazie alla tempestività dei soccorsi, alle Unità Ictus e alle terapie tempo-dipendenti. Ma, per chi supera la fase acuta, il percorso di cura è tutt’altro che concluso: recuperare il movimento, il linguaggio, l’autonomia personale e la possibilità di tornare a una vita il più possibile indipendente rappresenta una sfida che può durare mesi o anni.

Ma cosa accade dopo la fase acuta? A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) segnala come occorra garantire a ogni persona colpita da ictus un percorso riabilitativo appropriato, tempestivo e omogeneo, indipendentemente dal luogo in cui vive. Purtroppo, su questo fronte, ci sono ancora criticità come testimonia il primo Report nazionale sulla riabilitazione ospedaliera, commissionato dalla Fondazione Gianfranco Salvini, elaborato da Luca Giorgio, Ricercatore in Tenure Track in Organizzazione Aziendale dell’Università Europea di Roma e supportato da A.L.I.Ce. Italia Odv. Realizzato analizzando i dati ufficiali del Ministero della Salute, delle Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO), degli Open Data ministeriali e dell’ISTAT, il report analizza l’evoluzione della riabilitazione in Italia nel periodo 2013-2024.

Come funziona la riabilitazione

Il bisogno di riabilitazione ospedaliera non riguarda soltanto le persone colpite da ictus: il Report evidenzia, infatti, il ruolo della riabilitazione nella fase post-acuta anche per i pazienti che, a seguito di eventi traumatici, necessitano di trattamenti finalizzati al recupero funzionale e al reinserimento nelle attività della vita quotidiana, tra questi anche le persone che hanno subito un grave trauma cranico. Si tratta di condizioni diverse, ma accomunate dalla necessità di un percorso riabilitativo intensivo, multidisciplinare e continuativo, capace di accompagnare la persona nel recupero delle proprie funzioni e della propria autonomia.

Stando al rapporto, nel 2024 sono stati effettuati circa 292.000 ricoveri riabilitativi ordinari, per oltre 7,6 milioni di giornate di degenza, con una dotazione di quasi 24.000 posti letto dedicati alla riabilitazione. Questi numeri testimoniano quanto questa fase rappresenti una componente essenziale del percorso di cura dopo un evento acuto come l’ictus. Lo studio evidenzia però anche una criticità importante: il sistema non ha ancora recuperato completamente i livelli precedenti alla pandemia. Rispetto al periodo pre-Covid, infatti, le dimissioni risultano ancora inferiori di circa l’8% e le giornate di degenza del 6,5%, nonostante la disponibilità di posti letto sia ormai tornata pressoché ai livelli del 2019.

Italia a macchia di leopardo

Dopo l’ictus la riabilitazione ospedaliera è la fase che determina, più di ogni altra, le possibilità di recuperare autonomia, relazioni sociali e qualità di vita. Per questo servono reti riabilitative realmente integrate, continuità assistenziale e modelli organizzativi che siano in grado di accompagnare il paziente anche dopo la dimissione.

Ma non è così in tutto il Paese. Il dato che emerge con maggiore forza riguarda le profonde differenze territoriali. Il tasso di ospedalizzazione varia, infatti, da oltre 8 ricoveri ogni mille abitanti in Valle d’Aosta a meno di 2 ricoveri ogni mille abitanti in Toscana, mentre la disponibilità di posti letto riabilitativi presenta differenze ancora più marcate, con alcune Regioni che dispongono di un’offerta oltre quattro volte superiore rispetto ad altre.
Anche la riabilitazione ospedaliera, fondamentale per molti pazienti colpiti da ictus, risulta concentrata in pochi centri altamente specializzati, rendendo l’accesso alle cure particolarmente disomogeneo sul territorio nazionale.

Il report mostra, inoltre, che la mobilità sanitaria continua a rappresentare un indicatore delle disuguaglianze esistenti: alcune Regioni, come la Provincia autonoma di Trento, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, attraggono pazienti provenienti da tutta Italia, mentre altre registrano ancora elevati livelli di mobilità passiva.

Per A.L.I.Ce. Italia Odv, tutto questo significa che le opportunità di recupero continuano a dipendere anche dal CAP di residenza.

Come funziona il percorso

Tra i dati del Report ce n’è uno che sintetizza bene il significato della riabilitazione: l’82,9% dei pazienti viene dimesso direttamente al proprio domicilio. È un dato che conferma la funzione della riabilitazione ospedaliera nell’accompagnare la persona verso il ritorno al proprio contesto di vita.

Ovviamente la dimissione non coincide necessariamente con la conclusione del percorso di recupero. Infatti, recuperare il linguaggio, tornare a camminare, riacquistare l’autonomia nelle attività quotidiane, reinserirsi nella vita familiare e lavorativa richiede frequentemente la continuazione del percorso riabilitativo e una continuità assistenziale adeguata ai bisogni della persona. In questa ottica la presa in carico nella fase ospedaliera riesce a garantirne la continuità sul territorio, fino al raggiungimento del massimo recupero possibile.
Lo stesso principio vale per chi deve recuperare dopo un trauma cranico: la conclusione della fase acuta non coincide con la conclusione della cura, bensì apre una fase nella quale il percorso riabilitativo può essere determinante per il recupero funzionale e il ritorno alla vita quotidiana.

Il Report mostra inoltre una pluralità di modalità di dimissione: oltre al domicilio, l’1,7% dei pazienti viene indirizzato verso una struttura residenziale territoriale o RSA, l’1,6% viene dimesso con attivazione dell’Assistenza Domiciliare Integrata, l’1,2% viene trasferito a un altro istituto di riabilitazione, mentre il 3,4% passa ad altro regime di ricovero o ad altra attività nello stesso istituto. Questi dati evidenziano la presenza di percorsi assistenziali differenti, che devono essere definiti in funzione delle condizioni cliniche e dei bisogni della persona, assicurando quando necessario il raccordo tra i diversi setting di cura.

In questa prospettiva, il rafforzamento della riabilitazione non passa semplicemente dall’aumento dei posti letto, ma dalla capacità di costruire percorsi integrati e appropriati, nei quali ospedale, strutture riabilitative e servizi territoriali possano operare in continuità, ciascuno secondo il proprio ruolo.

Perché gli uomini fanno fatica a perdere peso? Uno studio mostra le differenze di genere

16 October 2026 at 10:01

Cosa c’è dietro le difficoltà a perdere peso di molti uomini che fanno i conti con un Indice di Massa Corporea (BMI) elevato? La risposta, che crea una vera e propria differenza di genere, passerebbe anche attraverso la mancanza di un “target” maschile, con programmi dietetici tradizionali che sono spesso percepiti come troppo restrittivi e rivolti principalmente alle donne.

Ad indicare questa ed altre interessanti ipotesi è una ricerca, pubblicata sulla rivista PLOS One e condotta dall’Anglia Ruskin University, in Inghilterra. Si tratta della prima valutazione accademica ad indagare le motivazioni che spingono gli uomini a perdere peso, le loro esperienze personali e gli approcci che trovano più efficaci.

Cosa emerge

La ricerca ha coinvolto 24 uomini del Regno Unito, di età pari o superiore a 30 anni, che avevano avuto esperienze di sovrappeso. I partecipanti avevano precedentemente preso parte a un programma di dimagrimento o stavano pianificando di perdere peso nel prossimo futuro.

Cosa è emerso? Lo studio ha rilevato che gli uomini spesso associavano la dieta alla privazione dei cibi che apprezzavano ed erano riluttanti ad adottare approcci che percepivano come eccessivamente faticosi. Soprattutto, un tema ricorrente in tutti i focus group è stata la percezione che la dieta sia un’attività prevalentemente femminile. I partecipanti hanno descritto le conversazioni sulle diete come più comunemente associate alle donne, spesso attraverso i social media e le riviste, e la maggior parte di loro ha espresso il timore di sentirsi a disagio e imbarazzati nell’affrontarle.

Lo studio ha rilevato anche che gli uomini erano più propensi a rifiutare un programma dietetico se percepito come incentrato sulle donne o troppo restrittivo. Tuttavia, i partecipanti hanno reagito in modo più positivo quando la dieta veniva presentata come una sfida competitiva o un’attività da condividere con la partner.

In due è meglio

Il supporto del coniuge è emerso come un fattore chiave per aiutare i partecipanti a mantenere l’impegno a lungo termine nel percorso di perdita di peso, come ha affermato un partecipante: “Per me, è stato fondamentale avere il supporto di mia moglie. Senza di esso, non ce l’avrei fatta”. Infatti, molti partecipanti hanno dichiarato che i cambiamenti nella loro alimentazione sono stati in gran parte orchestrati dalla partner, che consideravano più esperta e competente in materia di diete.

I ricercatori suggeriscono che i programmi pensati per gli uomini potrebbero essere più efficaci se si concentrassero su progressi visibili e su elementi di sfida o competizione, piuttosto che sui tradizionali messaggi sulle diete, e potrebbero anche includere sport o altre forme di attività fisica.

Attenzione a obiettivi e parole

Lo studio ha anche scoperto che, affinché i programmi per la perdita di peso siano attraenti per gli uomini, dovrebbero prevedere risultati rapidi, ricompense immediate e un certo grado di competizione sociale incentrata sui miglioramenti estetici, prima ancora che sui requisiti specifici di salute. Non solo: la terminologia dovrebbe evitare ‘diete’ e ‘mettersi a dieta’ ed inquadrare invece la perdita di peso come una sfida personale positiva. Lo studio suggerisce anche che le iniziative rivolte alle coppie potrebbero essere particolarmente efficaci.

La situazione in Italia

Quasi un adulto italiano su due convive con un peso superiore a quello considerato salutare e il quadro non mostra sostanziali segnali di miglioramento. Nel biennio 2024-2025 il 43% degli adulti italiani risulta in eccesso ponderale: circa il 32% è in sovrappeso e oltre il 10% presenta obesità. Il fenomeno aumenta con l’età, è più frequente tra gli uomini e colpisce maggiormente le persone con minore istruzione o maggiori difficoltà economiche. Le Regioni del Sud continuano a presentare i valori più elevati e in Campania l’eccesso ponderale interessa oltre la metà della popolazione adulta.

È la fotografia tracciata dai nuovi dati della sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, presentati da Valentina Minardi in occasione del Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO) WiP 2026, in corso a Palermo. Un quadro nel quale l’obesità rimane sostanzialmente stabile nel tempo, mentre persistono importanti disuguaglianze sociali e territoriali. Ma un secondo elemento emerge dalla sorveglianza: meno della metà degli intervistati riferisce di avere ricevuto dagli operatori sanitari indicazioni sul controllo del peso, nonostante il consiglio sanitario aumenti significativamente l’adozione di comportamenti salutari.

“I dati confermano un fenomeno sostanzialmente stabile nel tempo, ma mostrano il persistere di importanti disuguaglianze. L’eccesso ponderale aumenta con l’età, è più frequente fra gli uomini e interessa maggiormente le persone con un livello di istruzione più basso o con maggiori difficoltà economiche, oltre a essere più diffuso nelle Regioni del Sud. Un altro elemento sul quale è importante richiamare l’attenzione riguarda il ruolo degli operatori sanitari: meno della metà degli intervistati riferisce di aver ricevuto indicazioni sul controllo del peso, nonostante sappiamo che il consiglio di un professionista sanitario aumenta significativamente la probabilità di adottare comportamenti più salutari”

spiega Valentina Minardi, ricercatrice del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute (Cnapps) dell’Istituto Superiore di Sanità.

“È proprio da questa fotografia che dobbiamo partire. Abbiamo finalmente riconosciuto l’obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante, ma dobbiamo ancora imparare a intercettarla e prenderla in carico come tale. Le disuguaglianze sociali e territoriali ci dicono che non possiamo lasciare al singolo cittadino la responsabilità di trovare da solo una risposta. Il riconoscimento della malattia deve tradursi in prevenzione, diagnosi precoce e percorsi di cura concretamente accessibili”

prosegue Silvio Buscemi, Presidente della Società Italiana dell’Obesità e professore di Nutrizione Clinica all’Università di Palermo.

Manifestazione 17 ottobre a Roma, Cgil chiama “La Via Maestra”: orario e percorso

16 October 2026 at 08:51

Per la Cgil, la politica non si sta concentrando sui problemi degli italiani, che sono i salari, la sanità, la scuola, il fisco, l’ambiente e la pace. Al contrario si spendono soldi in armi e si volta la testa di fronte agli studenti nelle tende per il caro affitti, agli agricoltori, agli autotrasportatori e agli operai che da giorni stanno bloccando strade e attività.

È da qui che parte La Via Maestra, una manifestazione nazionale che si radunerà in Piazza della Repubblica a Roma il 17 ottobre, a partire dalle 13:30, fino a raggiungere Piazza del Popolo.

Manifestazione 17 ottobre: La Via Maestra

Si chiama “La Via Maestra” la manifestazione della Cgil e di oltre 100 associazioni che si sono riunite per rilanciare “un nuovo protagonismo sociale” e “la piena attuazione della Carta Costituzionale”. Come si legge sul sito della Cgil Milano, si tratta di una mobilitazione resa necessaria di fronte a una “torsione autoritaria del Paese, ma anche in Europa e nel mondo”.

Tra i tanti temi, uno molto sentito è la pace, perché questa non passa attraverso la conversione dell’economia in un’economia di guerra.

Altri temi toccati nella piazza del 17 ottobre saranno:

  • fisco;
  • welfare pubblico universalistico;
  • ambiente;
  • lavoro e occupazione;
  • emergenza salariale;
  • contrasto alla precarietà;
  • disuguaglianze e divari territoriali;
  • democrazia costituzionale.

Orari e percorso

La manifestazione nazionale “La Via Maestra” è in programma per sabato 17 ottobre. Le associazioni che si sono unite alla chiamata della Cgil si ritroveranno a Roma per chiedere politiche che rimettano al centro lavoro, diritti, casa, sanità e le nuove generazioni.

Il raduno è previsto in Piazza della Repubblica intorno alle 13:30. La partenza dipenderà dalle persone in arrivo, ma si stima un orario di conclusione del corteo intorno alle ore 17:00 a Piazza del Popolo.

Cosa chiede la Cgil

Il segretario generale, Maurizio Landini, denuncia il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro e le difficoltà che colpiscono soprattutto i giovani. Per questo, per il leader del sindacato, è arrivato il momento di “far emergere i bisogni reali del Paese” e di costruire un fronte comune capace di “unire le lotte sociali che sono in campo sul lavoro, per il diritto allo studio, per il diritto alla casa, per una sanità che funzioni”.

Nel suo intervento, Landini ha richiamato l’attenzione anche sui lavoratori dell’Ilva in sciopero a Genova, Taranto e Alessandria, chiedendo che non venga interrotta quell’attività affinché l’Italia non diventi l’unico Paese industriale al mondo dove la produzione di acciaio viene cancellata.

Poi il focus critico sull’aumento delle spese militari (pari a 14 miliardi) annunciato dal governo:

Oggi noi abbiamo bisogno di investire sul lavoro perché non sia precario, sugli stipendi perché si arrivi alla fine del mese, per la scuola, per la sanità pubblica, per il diritto alla casa.

 

Quando il dottor Google ci manda dal medico

14 October 2026 at 09:20

Cercare online informazioni sulla propria salute può aiutare a comprendere meglio sintomi e malattie. Può però anche alimentare preoccupazioni e aumentare il ricorso ai servizi sanitari. I dati europei mostrano le due facce del paziente digitale.

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Ortopedia, allarme in Italia: carenza di specialisti, lunghe liste d’attesa e fuga nel privato

12 October 2026 at 14:04

Sempre meno specialisti nella sanità pubblica. È questo il principale grido d’allarme che emerge dal Trauma Meeting di Otodi, la società scientifica degli ortopedici e traumatologi ospedalieri, che ha riunito a Riccione oltre 2500 persone.
Lo ha ribadito Marco Mugnaini, presidente di Otodi e primario del reparto di Ortopedia e traumatologia dell’Ospedale Santa Maria Annunziata di Firenze, che ha recentemente ricordato in un’intervista a LaSalute di LaPresse come il nodo principale dell’assistenza sia rappresentato dalla crescente difficoltà ad attrarre i giovani specialisti verso il Servizio sanitario nazionale.

Insomma: si fa fatica a reperire ortopedici per gli ospedali, con un lavoro che appare sempre meno attrattivo per i giovani. Ed allora? Allora bisogna cercare di risolvere questa ed altre “fratture complesse” della sanità.

In cerca di specialisti

Una delle fratture complesse, forse la più importante, è quello della carenza del capitale umano.

“Da tempo abbiamo già evidenziato fortemente questo problema. ANAAO ASSOMED lo ha ribadito recentemente: per la prima volta il numero dei camici bianchi in fuga del SSN è superiore a quello di chi va in pensione. Dato ancora più evidente per la categoria degli ortopedici incentivata per vari motivi a lasciare gli ospedali pubblici per scegliere le strutture private convenzionate”

commenta Mugnaini.

A detta degli specialisti, questo è il principale problema da affrontare per tentare di trovare qualche possibilità di soluzione, magari partendo proprio dall’immissione di nuove risorse nel Sistema Sanitario Nazionale come elemento di base, in presenza però di un disegno programmatico su come investirle.
In questo senso, a detta del presidente Mugnaini, occorre anche snellire molte pratiche burocratiche che richiedono tempo allo specialista.

“Come ortopedici parliamo spesso di sintesi e riduzione: dalle fratture puntiamo a farlo anche sul fattore tempo. Purtroppo, gran parte del nostro tempo viene assorbito per attività amministrative e burocratiche sicuramente importanti ma mai quanto quelle mediche, cliniche e chirurgiche che partono dall’ascolto del paziente alla prima visita. Questo si traduce in utilizzo non profittevole delle risorse umane già insufficienti”

segnala Mugnaini.

Proposta operativa? Dagli esperti emerge la necessità di “parlare un linguaggio unico” tra i vari sistemi di gestione dati degli ospedali: stiamo studiando un applicativo con intelligenza artificiale capace di ridurre notevolmente il tempo non clinico, aumentando le performance di interi reparti.

Liste d’attesa e organizzazione

La traumatologia è un focus importante della professione degli specialisti riuniti a Riccione. Ma nella pratica, all’interno delle corsie ospedaliere, il modello organizzativo rischia di farsi farraginoso per la necessità di trattare pazienti ortopedici in elezione. Ad esempio pensate in questo senso a chi programma un intervento di protesi per una patologia degenerativa dell’anca del ginocchio o della spalla.

“Capita purtroppo spesso che interventi preordinati di protesi vengano posticipati per l’arrivo di casi di trauma da trattare in urgenza. Questo si traduce inevitabilmente in allungamento delle liste di attesa ed in diverse regioni italiane in fuga dei pazienti in altre regioni nel privato, (convenzionato e non), con aumento della mobilità passiva. Sappiamo bene che nessuno al momento ha la bacchetta magica ma ci proponiamo come interlocutori con il decisore politico per raccontare ed attuare soluzioni strategiche che già abbiamo “in pancia” nella nostra società scientifica”

fa notare Mugnaini.

Sul sistema sanitario le regioni guardano al passato

5 October 2026 at 10:34

Le regioni chiedono quasi 18 miliardi in più per la sanità nei prossimi tre anni. Però non spiegano cosa con quelle risorse intendono fare, in particolare per la medicina territoriale. Sembra che il “metodo Pnrr” basato sui risultati sia già dimenticato.

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Tumori e smaltimento illegale di rifiuti disegnano la stessa mappa

30 September 2026 at 08:35

La testimonianza di un collaboratore di giustizia ha fornito una mappa precisa dei luoghi dove la camorra ha interrato i rifiuti illegali. In quelle stesse zone si registra un netto aumento dei casi di tumore. A riprova dei gravi danni causati alla salute.

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Più responsabilità agli infermieri francesi. E agli italiani?

21 September 2026 at 09:02

Una riforma della professione riconosce agli infermieri di Francia competenze e possibilità di prescrivere alcuni farmaci. Diversi paesi europei hanno già ampliato l’autonomia decisionale di questi professionisti. Si potrebbe farlo anche in Italia.

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Rifiuti nella Terra dei fuochi: il costo nascosto per la salute

17 September 2026 at 10:53

Lo smaltimento illegale di rifiuti tossici non produce solo danni ambientali. Si registra anche un aumento persistente dei decessi per tumore, che emerge dopo decenni ed è particolarmente marcato tra i più giovani. Cosa dice il confronto tra comuni vicini.

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Medici con le valigie: come frenare la fuga?

10 September 2026 at 09:40

I giovani medici vorrebbero restare in Italia. Ma per trattenerli in patria non conta solo lo stipendio. Contano anche le condizioni di lavoro: carichi e turni, stabilità contrattuale e opportunità di ricerca, formazione e crescita professionale.

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Diventare medico è una scelta, non una vocazione

1 September 2026 at 09:30

Una buona programmazione del fabbisogno di medici è indispensabile. Però non basta. Perché il numero dei posti può essere deciso amministrativamente, ma le scelte dei giovani dipendono dagli incentivi che le diverse professioni e specialità mediche offrono.

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I medici mancano dove c’è carenza di programmazione

17 August 2026 at 10:00

Aumentare indiscriminatamente il numero di laureati in medicina non serve perché i medici mancano solo in alcuni territori e in alcune specialità. Ed è per questi problemi che vanno cercate soluzioni. Tutt’altro discorso vale invece per gli infermieri.

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