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West Bank, i 10 arresti “spot” tra i coloni dopo l’aggressione ai diplomatici europei: “Il governo Netanyahu continua a frenare le indagini”

19 October 2026 at 17:16

L’attacco ai diplomatici a Taybeh è stato troppo. La polizia israeliana è intervenuta e ha fatto sapere lunedì di aver arrestato dieci persone. Coloni estremisti, per cui “sono state rinvenute prove che li collegano ai presunti atti di violenza” contro la delegazione di rappresentanti europei – tra cui il sindaco 70enne del comune francese Aulnoye-Aymeries Bernard Baudoux – di sabato scorso tra i campi di olivi intorno all’unico villaggio cristiano rimasto in West Bank, sulla montagna di Ramallah. Del resto, gli eventi sono stati ampiamente documentati sui social, rilanciati da tutti i media internazionali e suscitato reazioni sdegnate dei Paesi europei, che già hanno scelto di alzare la voce sull’espansione inarrestata degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania (non è il caso dell’Italia, mentre è capofila del fronte di pressione il governo di Londra di Andy Burnham).

Erano proprio una decina i giovani incappucciati e armati di sassi e bastoni, si vedevano chiaramente nei video girati dai palestinesi e dagli attivisti anti-occupazione che accompagnavano gli europei sabato. Le organizzazioni dei coloni hanno fatto sapere che uno dei luoghi perquisiti dalla polizia era un avamposto agricolo illegale vicino all’insediamento di Ofra, e un altro 15 km più a nord, l’insediamento di Shiloh. In base alle immagini, la polizia ha potuto sequestrare anche “diversi veicoli”.

È un evento raro, quello della repressione attiva delle autorità israeliane contro i coloni violenti, e ancor più raro è vedere decine di arresti in una volta sola. Di certo contano le pressioni internazionali, non solo europee ma anche statunitensi, dove l’amministrazione Trump ha più volte esortato l’alleato Benjamin Netanyahu a liberarsi di queste frange “impresentabili” ed evitare di finire un giorno su due sulle prime pagine dei media di mezzo mondo per eventi violenti. Vista anche l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, domenica il Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha affermato che l’amministrazione è “molto turbata” e che si aspetta un intervento da parte di Israele.

Netanyahu continua a minimizzare: sabato il suo ufficio ha diramato una nota che invitava a considerare anche le violenze dei palestinesi nella regione, domenica in una rara conferenza stampa con i reporter israeliani (non ne faceva una in presenza dal 7 ottobre 2023, ma ora ci sono le elezioni), ha detto di ritenere la violenza dei coloni “un’enorme esagerazione. Penso che il vero pericolo sia che ci troviamo di fronte a una grande campagna di propaganda incentrata su questi giovani rivoltosi, che ci stanno davvero causando danni enormi”. Le violenze sono campagna elettorale anche per la destra di Ben-Gvir e Smotrich, che ritengono di guadagnare voti sostenendo i movimenti più estremisti dei “giovani delle colline”, ma danneggiano anche i partiti più tradizionali della destra ebraica. Per questo il premier non è contrario a mettere un freno al fenomeno, anche solo simbolico. “Per la prima volta ho coinvolto lo Shin Bet”, ha annunciato domenica Netanyahu, e ha promesso misure “per sradicare completamente questo fenomeno”.

Sotto la patina mediatica, però, la realtà è più complessa, e la realtà è che il governo Netanyahu sta facendo di tutto per limitare gli strumenti di chi intende fermare la violenza dei coloni, come denunciano del resto ong anti-occupazione come Peace Now. Lunedì, reagendo più alle parole di Netanyahu che alle richieste di sanzioni dei Paesi europei, il ministro della Difesa Israel Katz ha messo in chiaro che dal suo punto di vista la repressione delle violenze in Cisgiordania è una questione di ordine pubblico, perché i coloni sono dei civili, e quindi andrebbe affidata alla polizia e non all’esercito. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha detto Katz.

Calata sul terreno, però, questa logica si traduce in una risposta molto blanda alle violenze. Non solo perché la polizia risponde al ministero della Sicurezza nazionale guidato dall’estremista Itamar Ben-Gvir, ma anche perché i territori in cui avvengono i fatti sono sempre più spesso quelli dell’area A e B, e la responsabilità di sicurezza sono fondamentalmente appannaggio dell’Idf.

Katz ha parlato anche di questo, domenica. Ha annunciato di aver elaborato una “direttiva per regolamentare le attività di controllo civile in Cisgiordania, che suddivide le competenze tra le Idf e la polizia“. Il piano, ha aggiunto però, “non include raccomandazioni per il ripristino dei provvedimenti di detenzione amministrativa nei confronti dei coloni. I provvedimenti amministrativi non sono la soluzione: la soluzione è un’azione di polizia forte ed efficace”.

Anche l’Idf, comunque, è sotto accusa da parte dei palestinesi e delle organizzazioni che difendono il rispetto del diritto internazionale in West Bank. In molti casi non è intervenuto in tempo: per una precisa strategia, dicono i critici, per mancanza di mezzi e perché il governo lega le mani ai militari, secondo lo stesso esercito.

Lunedì, alcuni funzionari della difesa israeliani hanno confermato al quotidiano Haaretz che ci sono precise pressioni del potere politico volte a impedire all’esercito di contrastare il terrorismo ebraico in Cisgiordania. I comandanti sono riluttanti a sfidare i leader dei coloni o ad agire contro soldati e civili che attaccano i palestinesi, perché temono di rischiare ripercussioni al livello politico e di carriera. E, oltrettutto, i leader dei coloni hanno interlocutori diretti nel governo e sono sempre più numerosi i riservisti o i membri delle forze armate che esplicitamente sposano le posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie, e omettono di intervenire.

I casi sono molti, tra i più espliciti c’è quello dell’attacco a una troupe della Cnn da parte di soldati del 941° battaglione di riserva ultraortodosso, a marzo di quest’anno. Dopo l’incidente il battaglione è stato ritirato dalle attività operative sul campo e sono state annunciate misure disciplinari nei confronti dei soldati coinvolti, ma i comandanti del battaglione non sono stati destituiti, e le indagini sono finite nel vuoto. Successivamente si è saputo che il comandante della brigata si era recato alla base dove alloggiavano i soldati, li aveva incoraggiati e si era unito a loro nella preghiera.
Messaggi impliciti ma chiari sono anche quelli mandati dallo Stato maggiore dell’Idf, che dopo la nomina di Eyal Zamir voluta da Netanyahu è diventato molto più aperto a valutare le priorità politiche del governo. L’anno scorso, ad agosto 2025, Zamir e il capo del comando centrale Avi Bluth hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: il messaggio è piuttosto esplicito.

A rendere ancora più improbabile il contrasto ai coloni c’è anche il fatto che le inchieste che vengono aperte su di loro sono contese tra Idf e polizia, ed entrambe le autorità cercano di scaricare sull’altra la responsabilità di andare ad arrestare i militari coinvolti in violenze, cercando di evitare ripercussioni politiche. “Ogni comandante e ufficiale di alto rango sa che l’arresto di un soldato sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi nel giro di poche ore nel prossimo caso Elor Azaria”, ha dichiarato ad Haaretz un funzionario della sicurezza, citando l’ex soldato condannato per aver ucciso un palestinese nel 2016: poi è stato graziato.

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Israele, Benny Gantz si ritira a otto giorni dal voto. Sondaggi: testa a testa tra Netanyahu e l’ex capo delle Idf Eisenkot

19 October 2026 at 14:54

Ha affermato che “continuerà a lottare per l’unità” da una posizione defilata, definendola “l’unica soluzione che impedirà un’altra catastrofe e proteggerà Israele da tutte le sfide, interne ed esterne”. Benny Gantz, leader del partito israeliano Blu e Bianco, ha annunciato il suo ritiro dalle prossime elezioni, a soli otto giorni dal voto in programma il 27 ottobre. L’annuncio arriva dopo mesi di sondaggi che hanno mostrato come il suo partito non sia riuscito a superare la soglia di sbarramento. Gantz, principale rivale politico di Netanyahu, dal 2020 al 2022 è stato Ministro della Difesa e vice premier. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 era entrato nel Gabinetto di guerra straordinario, ma a giugno 2024 si era dimesso in polemica con la gestione del conflitto da parte di Netanyahu.

Intanto, un nuovo sondaggio diffuso dall’emittente pubblica Kan prevede un testa a testa tra il blocco guidato dall’ex capo delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) Gadi Eisenkot – che ha ha guadagnato un seggio – e quello del primo ministro Benjamin Netanyahu – che ne ha persi due. I veri cambiamenti si vedono nell’elettorato di estrema destra, con il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che guadagna terreno a scapito del nuovo partito di estrema destra di Ofer Winter, che invece non raggiunge la soglia di sbarramento. Secondo la rilevazione di Kan, il blocco di Netanyahu otterrebbe 51 seggi. In linea con altri sondaggi recenti, anche quest’ultimo indica una maggioranza di 65 seggi per i partiti di opposizione. Tuttavia, a causa del boicottaggio dei partiti arabi, il blocco di Eisenkot si attesta a 52 seggi. Entrambi i partiti arabi, la Lista Araba Unita di Mansour Abbas e la Lista Unita, ottengono complessivamente 13 seggi. Considerando invece solo il partito, Yashar di Eisenkot prenderebbe 23 seggi e il Likud 21.

La tensione per questa tornata elettorale si conferma alta. Le Forze di difesa israeliane (Idf) sono state poste “in stato di massima allerta” e sono stati revocati i permessi ai soldati a partire da giovedì 22. Il provvedimento è stato adottato dal capo di stato maggiore delle Idf, il tenente generale Eyal Zamir, dopo una valutazione della situazione militare su più fronti con gli alti ufficiali. Zamir ha “sottolineato che la missione delle Forze di Difesa Israeliane è quella di consentire lo svolgimento delle elezioni democratiche nei tempi previsti e in sicurezza”, afferma una nota diffusa al termine della riunione. Le forze armate sono “in stato di massima allerta e continueranno a mantenere un elevato livello di vigilanza e prontezza su tutti i fronti”, ha detto Zamir, che oltre a revocare i permessi ha incaricato i militari di aumentare la presenza di ufficiali di alto grado nei centri di comando “per garantire la prontezza e la capacità operativa”. Intanto in Cisgiordania, il Comando Centrale verrà rinforzato con forze provenienti dal quartier generale della Brigata Paracadutisti e da unità aggiuntive “per rafforzare il dispiegamento nell’area e aumentare la presenza sul terreno”, ha dichiarato Zamir.

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Montecarlo, fermato inviato del “Fatto”: “Volevo seguire il summit di ‘Keren Ayeshod’, la più potente organizzazione sionista. Le mie tre ore con la polizia”

19 October 2026 at 10:25

Montecarlo – Si chiama Keren Ayeshod. Fondata nel 1920 con l’obiettivo di sostenere il futuro stato di Israele, è una delle più antiche e potenti organizzazioni sioniste a livello mondiale. Non ha mai smesso di raccogliere fondi destinati a Israele ed è la ragione che ci ha portato nel principato di Monaco. L’appuntamento di questa sera, domenica per chi legge, è a una cena di gala alla Sala Empire del prestigiosissimo Hotel de Paris, centralissimo albergo di lusso di fronte al casinò di Montecarlo. Si entra solo con invito privato, riservato a un parterre selezionatissimo di miliardari e persone influenti. È un evento interessante, da un punto di vista giornalistico. Per cosa si propone di finanziare, per i suoi testimonial e per chi lo finanzia, e anche per l’aura di segretezza che lo circonda: pur essendo un evento di fundraising, non esistono avvisi pubblici di alcun tipo.

Sono arrivato nella piazza centrale di Montecarlo poco dopo le 18, un’ora prima dell’inizio della serata. A presidiare i due ingressi è un servizio d’ordine impressionante. È impossibile varcare la soglia dell’albergo. Provo a mischiarmi tra la folla di turisti, consapevole di non poter passare inosservato per molto tempo. Scatto qualche foto e un paio di video, molto da lontano e poco rilevanti, anche per quello che sarebbero gli obiettivi del servizio. È così che nel giro di poco, vengo approcciato dalla prima pattuglia. Vogliono sapere cosa sto facendo, mi qualifico come giornalista. Siamo ancora nella piazza e la procedura è lunga, dura quaranta minuti, comprende la consegna del documento di identità e della tessera professionale. Richieste comprensibili, come la testata per cui lavoro, insieme ad altre che ci si aspetterebbe in contesti criminali ben più gravi di questo, come le generalità dei miei genitori, una richiesta motivata con la necessità di identificarmi e non incorrere in omonimie. Chiedo se ho commesso qualche illecito, mi viene risposto che non si possono scattare foto a un evento privato. Faccio notare che sono su una piazza pubblica. Chiedo esplicitamente se posso restare dove sono e mi viene risposto di sì, a patto che non vada a infastidire gli ospiti. Vengo però avvicinato da una seconda pattuglia, cosa che inizialmente mi lascia interdetto: spiego di essere stato appena identificato. Mi spiegano che qualcuno all’interno si è lamentato. Ora gli agenti sostengono che il problema sia che la piazza sia privata, del casinò, non più pubblica come prima, e che non si possa sostare nemmeno lì. Dopo una comunicazione con un superiore vengo portato in commissariato. Nel frattempo si sono fatte le 21.30.

Una volta in commissariato non mi è più consentito di usare il cellulare. Vengo preso in carico da due ispettrici, giovani e gentili. Comincia una radiografia dei miei dati personali e familiari. Seguono foto segnaletiche. Poi le impronte digitali complete. C’è ancora tempo per un secondo passaggio dalla celletta. Poi vengo trasferito in sala d’aspetto. Posso tornare a usare il cellulare, ma, curiosamente, non posso lasciare il commissariato, non fino alle 23, ora della fine dell’evento. Evidentemente è troppo alto il rischio che chi si è sentito disturbato, si lamenti ancora.

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La guerra di Trump ricompatta l’Iran: decine di expat in esilio tornano nel Paese per sostenerlo

19 October 2026 at 07:13

I temporanei esiti della guerra israelo-americana all’Iran non hanno modificato soltanto la la struttura della leadership delle Repubblica islamica ma anche la percezione, all’interno della società iraniana e nella sua ampia diaspora, del Paese e del suo posizionamento internazionale. Se il malcontento della popolazione iraniana persiste, le modalità con cui i bombardamenti sul territorio iraniano sono stati annunciati, condotti e giustificati hanno avuto il prevedibile effetto di portare un consistente segmento della società iraniana su posizioni nazionaliste, risvegliando uno spirito che storicamente permea il Paese. Sentire Trump e Hegseth minacciare la “scomparsa di un’intera civiltà” o la “distruzione dei siti culturali ha generato in milioni di iraniani, normalmente ostili al regime, dei sentimenti sempre più contrastanti e via via sempre più orientati ad un ovvio orgoglio patriottico.

Lo si è in parte visto durante i funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei a cui hanno preso parte milioni di persone, ma anche all’interno di quell’universo di iraniani che in momenti diversi della loro vita hanno lasciato l’Iran, infoltendo poi il fronte delle opposizioni all’estero. Con la sopravvivenza e la sovranità del Paese in ballo, molte di queste personalità sembrano in qualche modo aver messo da parte le proprie recriminazioni, criticando apertamente l’aggressione militare. In certi casi, prendendo decisioni più concrete, sostenute dal timore di vedere l’Iran finire come il vicino Afghanistan. Così, in questi mesi si assiste a un significativo flusso di ritorno in Iran di celebri esiliati, alcuni dei quali non mettevano piede all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran da decenni. E che probabilmente, senza questa guerra, non lo avrebbero più fatto.

Secondo il ministro della Cultura e dell’Orientamento islamico, Abbas Salehi, sono oltre un centinaio gli expat che negli ultimi mesi hanno ricevuto il via libera dalle autorità per fare rientro in Iran. C’è chi lo ha fatto per “per stare vicino alla propria gente in questi tempi di guerra”, come riferito ai media locali da Nila Farroukhi, moglie del famoso cantante e violinista Bijan Mortazavi, 69 anni, al loro rientro in Iran lo scorso 30 settembre. Mortazavi – famoso per il suo violino bianco e i cui pezzi strumentali sono spesso trasmessi dalla tv di Stato iraniana, sebbene i suoi dischi siano banditi in Iran – si era trasferito negli Stati Uniti proprio nel 1979, non vedendo quindi mai coi suoi occhi il consolidamento della Repubblica islamica.

Il cantautore folk-blues Mohsen Namjoo, rientrato lo scorso giugno, aveva invece lasciato l’Iran nel 2007, poco dopo l’uscita del suo album Toranj, che nel 2009 gli era poi costato una condanna a 5 anni in contumacia per “contenuti lesivi del Corano“. Proprio questo aspetto aveva ovviamente generato preoccupazioni nei suoi fan al suo rientro in Iran, ma secondo quanto riferito dall’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, il cantautore sarebbe rientrato previo coordinamento, tramite l’ambasciata iraniana in Turchia, con la stessa Irgc. Ad oggi, non si hanno notizie su una qualche forma di persecuzione ai suoi danni e Namjoo, dopo aver rimesso piede a Teheran a 19 anni dall’ultima volta, ha pubblicato un video su Instagram in cui sollecita altri artisti iraniani in esilio a seguire il suo esempio. Tuttavia, la sua posizione non sarebbe del tutto chiara: le autorità gli avrebbero comunicato il via libera al rientro per “vedere la sua famiglia“; il cantante ha poi pubblicamente riferito di aver richiesto la grazia e di essere in attesa di risposta del giudice. “Quel che ho fatto in questi anni di esilio (nei quali ha spesso twittato contro il regime, ndr) è considerato un crimine in Iran, ma le autorità mi stanno aiutando”, ha detto.

Non sono mancate, tuttavia, le aspre critiche nei confronti del suo ritorno: spiccano quelle, molto violente, del famoso attivista radicale Maysam Nili, proprietario del quotidiano Rajanews e imparentato con l’ex presidente iraniano Ebrahim Raisi. Nili ha invocato apertamente una punizione esemplare per Namjoo, considerato “un traditore che complottava un colpo di Stato con gli americani e gli israeliani“. Non mancano nemmeno dei precedenti poco rassicuranti, come quello del cantante Habib: tornato in Iran nel 2009, durante la presidenza Ahmadinejad, dopo 26 anni di esilio, il compositore non ha mai avuto il via libera per riprendere la sua attività musicale in Iran per poi ammalarsi e morire nel 2016.

Sullo sfondo c’è un ulteriore sviluppo interno alla Repubblica islamica, rassicurante e inquietante allo stesso tempo, e che quindi rende ancor più enigmatico il futuro di queste figure. Nell’agosto 2026 il religioso Hossein Taeb, che era stato a capo dell’intelligence dell’Irgc fino al 2022, è tornato a guidare l’organizzazione Basiji, un ruolo che aveva ricoperto già dal 2007 al 2009. Sia in queste vesti che in quelle dismesse quattro anni fa, Taeb si è “distinto” per aver tenuto le redini delle feroci repressioni del 1999 e del 2009, nonché proprio di quelle nei confronti di iraniani con doppia nazionalità. Lo scorso 15 settembre, tuttavia, Taeb nel corso di un discorso tenuto di fronte ai Pasdaran, ha invocato un approccio di “apertura” nei confronti degli artisti iraniani. “In questa nuova fase allarghiamo un po’ il circolo, aprite le braccia agli artisti, abbandoniamo l’approccio difensivo nei confronti delle arti e portiamole nella regione e nel mondo”, ha detto.

Secondo Amwaj, ci sono due interpretazioni per questa sua nuova postura: la prima, più ottimista, è che si stia riposizionando all’interno della nuova leadership, al cui vertice c’è Mojtaba Khamenei. Taeb gli è storicamente molto vicino, avendone peraltro promosso l’elezione alla morte del padre, e secondo fonti interne sarebbe stato a suo tempo emarginato dallo stesso Ali Khamenei proprio per aver caldeggiato la successione ereditaria, a cui il successore di Khomeini era contrario. Secondo questa chiave di lettura, le parole di Taeb sarebbero un riflesso delle posizioni della nuova Guida, più conciliante del padre sulle questioni culturali e sociali. La seconda, più pessimista, è che Taeb stia utilizzando questi toni morbidi per pura tattica, in attesa cioè che la nuova leadership – lo stato di salute di Mojtaba Khamenei è ancora ignoto – si consolidi. Per poi, eventualmente, tornare a svolgere il temuto ruolo degli anni passati.

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Due bambini uccisi a Gaza dagli attacchi dell’Idf in 24 ore: 340 minori morti dall’inizio del cessate il fuoco

18 October 2026 at 15:28

Da più di un anno a Gaza è in vigore il cessate il fuoco, ma solo domenica due bambini palestinesi sono stati uccisi dal fuoco delle Forze di difesa israeliane, come riporta l’agenzia Wafa. Secondo una nota del ministero dell’istruzione di Hamas a Gaza, si tratta di Tamer Soboh, di cui non viene riportata l’età, ucciso a ovest di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, e di Masak al-Dalu, una bambina di 7 anni, nei pressi del campo profughi al-Maghazi. La piccola è rimasta uccisa quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco tra le tende del campo profughi dove viveva, nel centro della Striscia di Gaza.

Dal 10 ottobre 2025, sono morti in totale 340 bambini durante la tregua. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 1.511 palestinesi sono stati uccisi e altri 5.375 feriti negli attacchi israeliani. Per le famiglie “che piangono la perdita dei propri figli, queste terribili statistiche non equivalgono a un cessate il fuoco”, ha sottolineato il portavoce dell’Unicef Ricardo Pires. Attacchi aerei, raid di droni e sparatorie continuano in tutta la Striscia. Si stima che circa 60mila bambini abbiano visto morire uno o entrambi i genitori durante la guerra o dopo il cessate il fuoco e, secondo l’Unicef, sarebbero 800mila i bambini sfollati a Gaza, “e la maggior parte vive in tende o in edifici pericolosi e bombardati”.

L’abbassamento delle temperature complica ulteriormente la situazione per le famiglie sfollate a Gaza, che riempiono i sacchi di farina vuoti con la sabbia per impedire all’acqua piovana di entrare nelle loro tende. I bombardamenti israeliani hanno gravemente danneggiato la rete fognaria: “Ci sono enormi bacini di acque reflue, come il bacino di raccolta delle acque piovane di Sheikh Radwan, che è mezzo pieno”, ha avvertito Pires. “Come avevamo già previsto un anno fa, l’acqua contaminata potrebbe straripare e inondare le zone residenziali a valle, con conseguenze potenzialmente letali per i bambini e le loro famiglie. Alcuni bambini sono annegati in acque contaminate da liquami”.

Secondo Wafa, cinque palestinesi sono rimasti uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano da questa mattina. Il portavoce dell’Idf afferma di star controllando i dettagli delle notizie riferite dai media palestinesi. La Wafa riporta anche la morte di una donna di 28 anni, Wijdan Kamal Shurrab, rimasta uccisa da colpi di arma da fuoco nei pressi di Khan Younis. L’agenzia palestinese cita fonti ospedaliere che parlano di 25 feriti nelle ultime 24 ore.

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Giornalista del Washington Post aggredita da coloni israeliani: presa a calci e derubata, ha ferite e diverse fratture

16 October 2026 at 16:21

“Sono stata brutalmente aggredita, buttata a terra. Continuavano a prendermi a calci, tipo una cinquantina di volte. Per fortuna avevo il giubbotto protettivo e l’elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui”. Heidi Levine, 63 anni, giornalista del Washington Post aggredita dai coloni israeliani nel villaggio di Abu Falah, a nord di Ramallah, si trovava in Cisgiordania per seguire la raccolta delle olive. Indossava il giubbotto con la scritta “Press” ben visibile davanti e dietro, ma questo non l’ha salvata dai calci e dalle bastonate degli occupanti israeliani illegali.

Come raccontato dalla fotoreporter, diversi testimoni hanno affermato di aver visto decine di uomini vestiti di nero e incappucciati scendere da un insediamento in cima alla collina vicina al villaggio dove la donna si trovava. A dare credito alle testimonianze c’è anche un video dell’episodio. La giornalista racconta di essere stata derubata dell’attrezzatura, picchiata, scaraventata a terra, rialzata a forza e poi di nuovo sbattuta a terra con violenza. A salvarla sono stati i colleghi palestinesi e il servizio medico, che l’ha fatta salire su un’ambulanza: in ospedale le sono state riscontrate “ferite e diverse fratture“, come riportato su X dal medico e deputato palestinese Mustafa Barghouti. “Mio figlio Michael mi ha sempre detto che la sua più grande paura era quella che sua madre venisse uccisa dai coloni. Ne abbiamo parlato proprio ieri. Non so quale genitore possa aver cresciuto mostri come loro”, ha detto Levine riferendosi ai suoi aggressori.

Sulla questione è intervenuto anche Matt Murray, direttore esecutivo del Washington Post, chiedendo un’indagine approfondita sull’aggressione: “Indossava dei segni distintivi ben visibili che la identificavano chiaramente come giornalista. Siamo indignati per questo attacco ingiustificato contro una giornalista che stava svolgendo il suo lavoro e sollecitiamo un’indagine approfondita e un seguito concreto da parte delle autorità”. Le IDF fanno sapere di aver aperto un’inchiesta sull’aggressione. Ferma anche la condanna dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. L’episodio violento nei confronti della fotoreporter americana segue, tra l’altro, un altro attacco avvenuto ai danni di un giornalista appena dieci giorni fa: si tratta di Jaafar Ashtiyeh, fotografo dell’Agence France-Presse, aggredito con i calci dei fucili nel villaggio di Aqraba, nella Cisgiordania settentrionale.

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Scontro tra la presidente delle associazioni Italia-Israele e Fratoianni. “A Gaza nessun genocidio”. “Ma lei non si vergogna?”. Su La7

16 October 2026 at 15:06

Scontro durissimo a Piazzapulita, su La7, tra Celeste Vichi, presidente dell’Unione Associazioni Italia-Israele, e Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e segretario di Sinistra Italiana.
A dare fuoco alle polveri è una frase di Vichi, che afferma: “Se i genitori dei bambini di Hamas fossero stati nelle loro case e avessero continuato a svolgere la vita precedente, forse tante persone successivamente non sarebbero morte“.
Il conduttore Corrado Formigli interviene immediatamente: “Ma questa è la legge del taglione“.

La polemica si riaccende quando la presidente dell’Uaii accusa Fratoianni e il suo partito di aver diffuso notizie false sulle vittime palestinesi: “Per mesi lei e quelli del suo partito ci avete raccontato che a Gaza ci sono stati 70mila morti”.
“Lo hanno detto tutte le organizzazioni internazionali“, replica Fratoianni.
L’avvocata ribatte: “Sì, organizzazioni internazionali come il Ministero della Sanità di Hamas, chiaramente”.
Il parlamentare le chiede allora se ritenga inventate anche le altre denunce sulla condotta israeliana: “Quindi la sua tesi è che è tutto inventato. Che a Gaza non c’è stato un genocidio, che non ci sono 75mila morti, che non ci sono 20mila bambini ammazzati, che in questo momento in Cisgiordania non c’è la pulizia etnica e che magari Israele non pratica l’apartheid“.
“A Gaza non c’è stato nessun genocidio – replica Vichi – e non c’è nessun apartheid, perché il 20% della sua popolazione è araba”.
Fratoianni commenta sarcastico: “Certo, Israele è una democrazia compiuta e tutto va benissimo”.

La presidente dell’Uaii afferma poi che la parola “genocidio” è nata proprio per “identificare quello che è stata la Shoah”. A insorgere stavolta è la storica Michela Ponzani: “Sta dicendo una cosa che non è vera storicamente”. Il termine, infatti, coniato dal giurista Raphael Lemkin nel 1944, venne codificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 e non riguarda esclusivamente lo sterminio degli ebrei, ma anche la distruzione intenzionale, totale o parziale, di altri gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi.

Particolarmente acceso il passaggio dedicato ai giornalisti uccisi a Gaza. Vichi sostiene che nella Striscia non siano entrati reporter stranieri “per motivi di sicurezza”. Fratoianni replica: “Nel senso che gli israeliani gli sparavano uno a uno, quindi li volevano proteggere, perché sapevano che i loro militari li puntavano alla testa. Infatti ne hanno ammazzati centinaia, lei lo sa, no?”.
“No, quelli erano terroristi che si facevano passare per giornalisti“, risponde Vichi.
Il confronto torna quindi sulla qualificazione giuridica delle operazioni militari israeliane. Il politico rilancia: “Lei è d’accordo con me che ci sono crimini di guerra?”.
Ancora una volta Vichi nega: “No, perché i crimini di guerra non sono stati ancora accertati. È gravissimo che un onorevole, un deputato, un rappresentante di un partito italiano dica questo”..

Il segretario di Sinistra Italiana, continuamente interrotto, sbotta: “Avvocata, impari a stare zitta un minuto e mi faccia concludere. È tutta la sera che lei ci sta spiegando che non c’è niente di accertato, non ci sono stati 75mila morti, 20mila bambini uccisi, crimini di guerra. Benjamin Netanyahu ha un mandato d’arresto per crimini di guerra, lei lo sa, no?“.
Fratoianni denuncia quindi “lo scempio del diritto internazionale” e richiama la situazione in Cisgiordania, affllitta dall’occupazione israeliana.

Vichi lo scimmiotta durante l’intervento.
“Per lei è legale l’occupazione? Le colonie sono legali?”, le chiede il deputato.
“Lei non conosce la risoluzione 142 del ’67?”, replica l’avvocata.
“Ma che c’entra con le colonie illegali? Lei non sa di cosa parla”, risponde Fratoianni.
“Lei invece sta dicendo il falso sapendo di dire il falso”, contrattacca Vichi.
La tensione non si attenua neppure in chiusura. Quando si parla del film-documentario Naza, la presidente dell’Uaii osserva: “È un film sicuramente molto suggestivo“.
Fratoianni reagisce con un’ultima stoccata: “Niente, lei non si vergogna neanche a fine trasmissione”.

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Violenze sulla Flotilla, non solo Ben-Gvir: indagato anche il ministro della Difesa Katz

16 October 2026 at 12:09

Sono una dozzina gli indagati dalla Procura di Roma nell’ambito delle indagine sulle due missioni della Global Sumud Flotilla. Nel procedimento è indagata la catena di comando delle autorità israeliane. Oltre al ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, risulta iscritto anche quello della Difesa Israel Katz. I fatti fanno riferimento al periodo di settembre-ottobre 2025 e aprile-maggio 2026: acclarati diversi reati dopo l’esposto di 50 cittadini italiani, partecipanti alle missioni della Global Sumud Flotilla e finalizzate all’accertamento dei reati di tortura, sequestro di persona, lesione personale, rapina e danneggiamento seguito da naufragio del Codice penale.

La Procura di Roma ha raccolto le denunce e le testimonianze dei cittadini italiani che hanno partecipato alla prima missione per Gaza e sono stati fermati dalle autorità israeliane. Dalle indagini è emerso che le imbarcazioni sono state abbordate in acque internazionali, in violazione del diritto internazionale. Durante le operazioni sono stati distrutti i dispositivi utilizzati per le dirette streaming e sequestrati i telefoni e gli altri apparecchi elettronici dei partecipanti. Le testimonianze hanno inoltre evidenziato maltrattamenti durante la detenzione, tra cui percosse, lesioni, minacce di morte, insulti e accuse di terrorismo. Sono state ricostruite tutte le fasi del fermo, dal trasferimento al porto di Ashdod fino all’arrivo nel carcere di Kzi’ot e al successivo rilascio con il rientro in Italia.

Secondo quanto ricostruito, i partecipanti sono stati anche privati di cibo, di assistenza medica, oltre a essere in condizioni igieniche precarie e privati del sonno. Infine, sarebbe stata riscontrata una grave carenza di assistenza legale e la difficoltà di comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche italiane e con i propri avvocati. Nel complesso, gli elementi raccolti dalla Procura delineano un quadro di violazioni dei diritti fondamentali e del diritto internazionale, che dovranno essere valutate nelle indagini.

La Procura di Roma ha esteso le indagini anche alla seconda missione della Global Sumud Flotilla per Gaza, svoltasi tra aprile e maggio 2026. Anche in questo caso, le testimonianze degli italiani fermati dalle autorità israeliane hanno documentato episodi simili a quelli della prima missione, ma caratterizzati da metodi ancora più violenti, tra cui percosse al buio, uso di taser e spari con proiettili di gomma contro i partecipanti. Nel giugno 2026, la Procura ha richiesto a Israele assistenza giudiziaria internazionale per ottenere informazioni utili a ricostruire i fatti e individuare eventuali responsabilità.

Per quanto riguarda la prima missione, tra gli indicati c’è appunto anche la catena di comando militare per le operazioni in mare comprende il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), generale Eyal Zamir, il comandante in capo della Marina dal 2 settembre 2021 al 24 dicembre 2025, vice ammiraglio David Saar Salama, il capo di Stato maggiore Tal Politis, il comandante dello Shayetet 13, colonnello Eldad Borochovich, e il responsabile della base navale di Ashdod, colonnello Eitan Paz. Per le operazioni di terra risultano invece coinvolti il capo della Polizia israeliana Daniel Levy, il comandante del servizio penitenziario israeliano (Ips) Kobi Yaakobi, il responsabile della polizia penitenziaria del carcere di Ktzi’ot Menachen Bibas, il comandante della Nahshon, unità operativa di intervento e scorta dell’Ips, Assaf Zagori, e il comandante del Magav Berik Yitzchak.

Per la seconda missione della Flotilla, viene evidenziata una sostanziale identità delle catene di comando rispetto alla precedente spedizione. Le differenze riguardano la componente navale, con l’indicazione del vice ammiraglio Eyal Harel quale comandante in capo della Marina e del maggiore generale Guy Levy nel ruolo di capo di Stato maggiore. Nell’ambito delle attività investigative, viene inoltre evidenziata l’esistenza di analoghe indagini sulle due spedizioni della Global Sumud Flotilla in diversi Paesi europei.

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Gli alleati Turchia e Azerbaigian litigano per il divieto di indossare l’hijab a scuola. Ma dietro si nasconde l’avvicinamento di Baku a Israele

16 October 2026 at 07:07

Sembrano lontani i tempi in cui il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev faceva proprio il motto coniato dal padre Heydar per descrivere la fraterna relazione con la Turchia: “Una nazione, due Stati”. Lontani perché il logorio che negli ultimi mesi ha interessato il rapporto bilaterale sembra arrivato al suo culmine. A scatenare la reazione turca è stata l’entrata in vigore di una legge che da qualche settimana vieta di indossare l’hijab nelle scuole primarie azere. Una mossa a cui sono seguite durissime prese di posizione da parte di esponenti di primo piano del partito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Un esempio su tutti: il suo consigliere capo, Oktay Saral, ha parlato di una mossa inaccettabile. Altrettanto incisiva è stata la risposta di Baku. Sul fronte interno, sono arrivate decine di arresti di manifestanti che protestavano contro la misura e una limitazione temporanea dell’accesso ai social network. Alla Turchia invece ha risposto direttamente il presidente Aliyev, invitandola a chiare lettere a non immischiarsi nelle scelte interne del Paese.

A prima vista appare un braccio di ferro sul tema della laicità dello Stato, un campo in cui negli ultimi anni la Turchia di Erdogan ha compiuto passi molto decisi per aumentare il peso della religione nella vita sociale e politica. In realtà, dietro al velo si cela una dinamica ben più profonda che sta facendo apparire delle crepe in un’alleanza storica tra due Paesi affini dal punto di vista etnico. A pesare, e molto, in tal senso è l’atteggiamento conciliante che l’Azerbaigian ha nei confronti di Israele. Lo Stato ebraico è visto da Ankara come il principale rivale strategico regionale, se non un vero e proprio nemico, e la vicinanza a Baku è fumo negli occhi. Gli stessi occhi che qualche settimana fa hanno notato come i rappresentanti diplomatici azeri alle Nazioni Unite non abbiano lasciato l’Assemblea generale durante il discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come invece fatto da quelli di decine di Paesi per protestare contro le azioni del governo di Tel Aviv in Palestina, Libano e Siria.

Alla vicinanza diplomatica si associa quella sul fronte militare. La notizia più recente in tal senso ha visto il Paese caucasico cominciare a produrre sul proprio territorio fucili con tecnologia occidentale grazie a un accordo con l’israeliana Ari Arms. Secondo alcune indiscrezioni ben documentate, per quanto smentite con forza da Baku, lo Stato ebraico ha inoltre inviato in segreto in Azerbaigian, Paese che confina con l’Iran e che quindi rappresenta un avamposto dal grande peso strategico, diverse decine di militari e agenti dell’intelligence, tra cui membri delle forze speciali israeliane e del Mossad. Il consolidamento della relazione di sicurezza è però avvenuto nel corso degli anni, basti pensare che tra il 2016 e il 2020 circa il 70% delle importazioni di armamenti da parte dell’Azerbaigian proveniva da Israele.

Di contro, oltre che per la vicinanza geografica all’Iran, il Paese mediorientale guarda a quello caucasico anche per ottenere forniture sicure e costanti di energia: nel 2025 il greggio azero ha rappresentato quasi il 50% delle importazioni petrolifere israeliane, la quota più alta degli ultimi dieci anni e molto più elevata di quella di un gigante degli idrocarburi come la Russia, che si è fermata al 28%. Ironia della sorte, la quasi totalità di questo flusso raggiunge Israele dopo essere stato immesso nelle petroliere che si riforniscono nella città turca di Ceyhan, punto di approdo dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Ankara, infatti, non è in grado di controllare dove viene diretto il petrolio azero caricato nelle navi sulle sue coste.

L’irritazione turca è legata anche alla vicenda relativa al Nagorno Karabakh, regione riconquistata nel 2023 dall’Azerbaigian dopo una guerra lampo con l’Armenia. Per quanto la stessa Israele abbia supportato Baku dal punto di vista militare, fornendo equipaggiamento ad hoc nelle settimane precedenti alla trionfale offensiva azera, la Turchia è stata da sempre al fianco del Paese caucasico nella sua rivendicazione rispetto alla regione un tempo nelle mani dell’Armenia. Questa vicinanza si è tradotta nel corso degli anni in un fondamentale supporto politico, diplomatico e militare alla causa azera. Un impiego di risorse di varia natura che ora dalle rive del Bosforo viene considerato da molti uno spreco.

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Israele, entrano in vigore le sanzioni di Londra contro il commercio con le colonie: le banche di Tel Aviv rischiano di perdere accesso alla City

16 October 2026 at 07:05

Da giovedì il Regno Unito può colpire con sanzioni chiunque partecipi alla costruzione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Le nuove norme, entrate in vigore giovedì mattina, arrivano quattro giorni prima della chiusura del bando per E1, il progetto di oltre 1.200 case a est di Gerusalemme che mira a spezzare in due la Cisgiordania e a rendere impossibile uno Stato palestinese dotato di contiguità territoriale.

Il provvedimento segna un cambio di rotta per il governo laburista di Andy Burnham rispetto a quello di Keir Starmer, ed è motivato dall’impunità dei coloni ebrei in Cisgiordania. Il regolamento amplia il regime sanzionatorio globale sui diritti umani e aggiunge tre nuovi criteri: gravi violazioni del diritto internazionale umanitario (comprese le Convenzioni di Ginevra sull’occupazione), ostacolo all’assistenza umanitaria e seri attacchi al diritto alla libertà e alla sicurezza della persona.

Banche, imprese di costruzione, finanziatori, chiunque faciliti o tragga profitto dall’espansione coloniale rischia il congelamento di asset, divieti di finanziamento, ban di viaggio e l’interdizione da incarichi societari. A farli scattare basta il “ragionevole sospetto” di coinvolgimento.

Nell’illustrare la decisione alla Camera dei Comuni, a settembre, il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband, ebreo, aveva parlato di “pulizia etnica” in corso in parti della Cisgiordania, avvertendo: “Affronterete tutta la forza delle sanzioni britanniche”.

Israele ha risposto chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme Est e costringendo Londra a ritirare 21 diplomatici. Per Peace Now, pilastro del pacifismo israeliano: “Oggi è già chiaro che gli insediamenti non sono solo un ostacolo alla pace e un pericolo per la sicurezza di Israele: sono una minaccia economica per il futuro dello Stato. Netanyahu e Smotrich [il ministro delle Finanze, di estrema destra, che controlla di fatto l’amministrazione civile in Cisgiordania] giocano col fuoco. Mentre corrono verso l’annessione e spingono E1, il mondo dice “basta” e inizia a presentare il conto”.

Sul piano economico i numeri sono piccoli: dalle colonie provengono merci per un valore fra 11 e 45 milioni di dollari all’anno, una frazione dei 6 miliardi di sterline di interscambio totale UK-Israele.

Il vero nodo è finanziario. Se le banche israeliane che garantiscono i progetti di costruzione finiscono sotto sanzioni, rischiano di perdere accesso a Londra e, a cascata, ai mercati internazionali. Questa prospettiva potrebbe fare da deterrente alla partecipazione al bando di E1, che scade il 19 ottobre, anche se le buste non verranno aperte prima del 19 novembre, dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre.

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Israele nega il visto a un’altra giornalista: bloccata Martina Stefanoni di Radio Popolare. Pd: “Tajani chiarisca”

15 October 2026 at 12:57

In vista delle elezioni, il governo israeliano mette alla porta i giornalisti internazionali e stringe le maglie dei visti. L’ultimo caso è quello della cronista di Radio Popolare Martina Stefanoni, in procinto di partire per Tel Aviv, alla quale è stato vietato l’ingresso nel Paese.

Stefanoni, che già l’anno scorso era stata in Israele, aveva in un primo tempo ottenuto il lasciapassare, oltre all’accreditamento ufficiale da parte del Government Press Office. A pochi giorni di distanza, è arrivata la revoca, accompagnata dalla scarna dichiarazione: “Le circostanze relative al suo caso sono cambiate”. Nessuna spiegazione a oggi è stata data all’emittente nonostante il Ministero competente sia stato interpellato. “Una intollerabile censura da parte del Paese che si definisce l’unica Democrazia del Medio Oriente”, commenta la direttrice della radio Lorenza Ghidini.

Sul caso della giornalista di Radio Popolare, il Pd ha annunciato un’interrogazione al governo. “Chiediamo al ministro degli Esteri Tajani se intenda attivare immediatamente, attraverso l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv e i canali diplomatici competenti, un’interlocuzione formale con le autorità israeliane” hanno scritto i deputati dem Lia Quartapelle, Enzo Amendola, Laura Boldrini e Fabio Porta. È indispensabile, sottolineano, “ottenere chiarimenti ufficiali sulle ragioni del provvedimento, sui criteri adottati per la concessione e la revoca dei visti ai giornalisti stranieri e verificare l’eventuale esistenza di elementi discriminatori connessi all’attività professionale o agli orientamenti editoriali della testata”.

L’Ordine dei giornalisti ha parlato di una “grave limitazione della libertà di stampa” che “segna la volontà del governo israeliano di selezionare giornalisti in ‘buoni’ e ‘cattivi’“. Una pratica “che non ha nulla a che vedere con una democrazia”. L’Ordine ricorda anche che dall’inizio dei bombardamenti a Gaza, Israele non consente ad alcun giornalista straniero di accedere alla Striscia, se non in tour organizzati e controllati dall’esercito.

“Piena solidarietà” all’inviata di Radio Popolare è stata espressa dalla segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante, che stigmatizza “il trattamento discriminatorio riservatole da Israele che conferma anche in questa occasione la forte intolleranza nei confronti della stampa libera”.

Un sorte simile a quella di Stefanoni era toccata pochi giorni fa alla giornalista italiana Serena Bilanceri, corrispondente del quotidiano tedesco Taz: le autorità di Tel Aviv le hanno negato il visto di lavoro e revocato il permesso di soggiorno. E ancora: il corrispondente britannico di Channel 4 Secunder Kermani è stato bloccato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, interrogato e poi respinto con una comunicazione scritta che gli annunciava il trasferimento in un centro detenzione per migranti irregolari in attesa dell’espulsione. Alla fine è riuscito a entrare nel Paese solo grazie a contatti tra la sua emittente e diplomatici israeliano. Le motivazioni dell’iniziale diniego sembrano legate più alle sue opinioni che a una minaccia alla sicurezza reale. Tra le altre cose, gli agenti di frontiera gli hanno chiesto se credesse che Israele sta commentando un genocidio a Gaza.

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Netanyahu ammette per la prima volta in tv che il capo dei servizi egiziani è stato in Israele pochi giorni prima del 7 ottobre

15 October 2026 at 11:57

Mancano solo dodici giorni alle elezioni israeliane. Per Benjamin Netanyahu, rimanere alla guida del Paese ha un valore esistenziale. Ma più ci si avvicina al voto e più cresce su di lui la pressione per le sue presunte responsabilità riguardo all’impreparazione di esercito e servizi segreti a rispondere all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023. E questa volta è lui stesso a svelare un particolare mai fornito fino a oggi: il capo dei servizi segreti egiziani, Abbas Kamel, si è recato in Israele pochi giorni prima dell’attacco del partito armato palestinese al Festival Nova e ai kibbutz vicini alla Striscia di Gaza.

La questione è centrale perché da mesi circolano indiscrezioni sul fatto che l’Egitto abbia lanciato, fin dal giugno 2023, una raffica di avvertimenti al governo israeliano sui rischi provenienti dall’exclave palestinese. E la rivelazione di Netanyahu conferma per la prima volta che, almeno nei giorni immediatamente precedenti l’attacco di Hamas, l’Egitto si è mosso con i potenti vertici del Mukhabarat inviando direttamente Kamel nello Stato ebraico. Il premier israeliano lo ha dichiarato in una lunga intervista rilasciata al famoso talk show vicino al governo The Patriots di Channel 14, precisando però di non aver incontrato il capo dei servizi egiziani: “Non mi ha incontrato perché in quel momento stavo partecipando a una cerimonia commemorativa per i soldati dell’Idf – ha detto – Quando mai un capo dei servizi segreti incontra un capo di governo?”.

La risposta alla domanda apparentemente retorica c’è, in realtà. Basta fare una ricerca sul sito ufficiale del governo d’Israele per ritrovare fotografie di strette di mano tra Kamel e Netanyahu, nel 2021, nella residenza del premier a Gerusalemme. La bugia di Netanyahu solleva quindi dubbi su chi abbia veramente interloquito con Kamel e quale sia il messaggio recapitato dal Cairo a Tel Aviv: “Il capo dell’intelligence egiziana era qui – ha aggiunto il premier – Ha trascorso circa 50 minuti sul posto. Voglio sapere chi ha incontrato”.

Le parole di Netanyahu hanno scatenato di nuovo il dibattito intorno alle sue presunte responsabilità. Ma in serata si è assistito a un nuovo colpo di scena. La tv pubblica israeliana Kan ha smentito la versione del premier sostenendo che sul volo atterrato il 26 settembre in Israele dall’Egitto non si trovava Abbas Kamel, bensì due uomini d’affari egiziani. L’aereo, di proprietà della compagnia di charter egiziana Smart Aviation, riferisce Kan, è atterrato intorno alle 10 ed è ripartito per il Cairo alle 11 senza nessuno a bordo. Resta da capire perché il primo ministro dovrebbe aver mentito su un punto che rischia di aumentare i dubbi sulle sue mancanze nella prevenzione dell’attentato del 7 ottobre 2023.

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Le elezioni in Palestina di cui nessuno parla, e che nessuno vuole

9 October 2026 at 03:45

In Palestina si dovrebbe andare alle urne il 28 novembre, ma c’è il rischio dell’ennesimo rinvio da parte dell’Anp che teme di perdere contro un inedito cartello anti-Fatah. Intanto, lo stallo a Gaza tiene in vita Hamas

«È cambiato tutto dopo il 7 ottobre»: ci dicono le imprenditrici palestinesi del Businesswomen Forum a Ramallah. Non stentiamo a crederlo: migliaia di permessi di lavoro dei palestinesi che ogni giorno lavoravano in Israele revocati, aumento dei posti di blocco, aumento degli atti terroristici dei coloni estremisti in Cisgiordania, Gaza devastata con decine di migliaia di vittime; il blocco, da parte israeliana, delle entrate doganali spettanti all’Autorità Nazionale Palestinese (Anp); sullo sfondo, una crisi economica sempre più profonda.

Questo è lo scenario dei territori palestinesi che si presenta ai nostri occhi, e pesa sentire che – di fronte ai nostri tentativi di introdurle a spazi di dialogo con gli israeliani – ci sia più di una reticenza. Ampio è il solco che divide i due popoli, e l’idea che “normalizzare i rapporti col nemico” sia un tabù è ben presente nella filigrana delle nostre conversazioni. Ciononostante, le palestinesi con cui parliamo chiedono innanzitutto opportunità economiche: i commerci sono quasi fermi; gli spostamenti sono diventati più difficili e rischiosi e rendono problematico raggiungere il posto di lavoro; molte donne palestinesi hanno imprese “informali” che la volatilità della situazione rende impossibile gestire.

«Non guardateci come vittime di un conflitto, siamo imprenditrici e vogliamo esplorare nuovi mercati»: è il messaggio, quasi il rimprovero, che ci fa una di loro. Come darle torto? Molto spesso pensiamo ai palestinesi (e agli israeliani) solo attraverso le lenti del conflitto, e questo ci impedisce di coglierne la soggettività. L’esortazione di questa imprenditrice mi porta a riflettere su come tendiamo a guardare il conflitto: da una parte Israele, come soggetto che può fare tutto, anche raggiungere la pace; dall’altra i palestinesi, ridotti a elemento passivo della storia. Naturalmente non è così e non lo è mai stato, e in questa lettura manichea riconosco una buona dose di paternalismo. 

Una riflessione simile emerge dai colloqui con i dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese . Nonostante tutte le difficoltà – alcune imputabili al governo israeliano, altre allo stesso esecutivo palestinese – dalle conversazioni appare evidente che non esiste attualmente un’alternativa reale e migliore all’Anp per il governo degli affari palestinesi. Certo, esiste un problema di credibilità, certamente sono necessarie riforme profonde e preoccupa il loro attaccamento al “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi dal 1948 a oggi. Tuttavia, alla luce delle interlocuzioni avute, appare strategicamente miope e ingiustificata la volontà di Benjamin Netanyahu di tenere fuori l’Anp dalla gestione degli affari di Gaza, soprattutto considerando i rapporti che già intercorrono tra il comitato tecnocratico istituito nel Board of Peace e le autorità di Ramallah.

L’Anp è figlia della stagione di Oslo, è composta da personale tendenzialmente più pragmatico e collabora già da anni con le autorità israeliane. È sufficiente? No, ma tra queste formazioni e il fondamentalismo islamico di Hamas esiste una differenza sostanziale: Hamas considera l’intera terra un bene inalienabile dell’islam e non accetterebbe in nessun modo un governo non islamico, tanto meno di uno Stato ebraico, anche a costo della vita dei palestinesi. Con l’Anp esiste invece ancora, sebbene sotto traccia, un coordinamento di sicurezza che impedisce alla situazione di deflagrare, nonostante le scellerate politiche dell’attuale governo israeliano siano ormai palesemente mirate a far esplodere la situazione nei territori palestinesi a uso e consumo dei sogni di annessione di Smotrich e Ben-Gvir.

C’è però un tema irrisolto di cui nessuno parla, concentrati come siamo sugli esiti delle elezioni israeliane: le elezioni politiche nei territori palestinesi, previste per il 28 novembre. Il rischio, confermato anche da un’attivista palestinese che incontriamo, è quello dell’ennesimo rinvio delle elezioni, motivato con l’impossibilità del voto a Gerusalemme Est e con la devastazione di una gran parte di Gaza. Sullo sfondo, il problema di Hamas, che continua ad arruolare migliaia di giovani nelle zone della Striscia che controlla e il cui disarmo è uno dei maggiori ostacoli per il Board of Peace.

Un ulteriore dato che complica lo scenario è la probabile, insolita alleanza tra Hamas, Jihad islamica e Mohammed Dahlan, arcinemico interno di Abu Mazen e attualmente consigliere della leadership degli Emirati Arabi Uniti. L’obiettivo sarebbe quello di formare una sorta di cartello elettorale anti-Fatah, in grado di aggirare la regola per cui chi partecipa alle elezioni deve sottoscrivere i principi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che includono il riconoscimento d’Israele. Tutti i tentativi di rappacificazione tra Fatah e Dahlan sono finora falliti e, di fronte alla possibilità di un simile cartello elettorale, l’Autorità Nazionale Palestinese teme di perdere il controllo, se si votasse oggi.

In questo quadro, figure come Samer Sinijlawi chiedono con forza che le elezioni si tengano comunque. Sinijlawi ha formato un nuovo partito, Masar Jadid, il Nuovo Corso, che corre con un programma imperniato sul dialogo con Israele e sull’apertura democratica delle istituzioni palestinesi, e si sta confermando come uno dei più interessanti protagonisti di una nuova stagione politica in Palestina. Proprio in questi giorni ha lanciato l’allarme, invitando i Paesi europei a fare pressione su Abu Mazen perché le elezioni si tengano comunque, e a fare al tempo stesso uno sforzo per sostenere l’intero processo, sia per non frustrare le aspettative dei palestinesi sia per garantire credibilità al percorso elettorale.

Resta naturalmente aperta la questione che già Yossi Beilin aveva posto in occasione delle elezioni politiche palestinesi vinte da Hamas: riconoscere legittimità e ruolo politici alle organizzazioni del terrorismo islamista è una scelta irresponsabile, che i palestinesi hanno già pagato a caro prezzo. Su questo la leadership europea sembra fin troppo silenziosa: impegnati nell’equilibrismo delle formule e di scelte spesso fatte più per l’elettorato europeo che per contribuire alla soluzione del conflitto israelo-palestinese, finiamo per condannarci all’irrilevanza politica.

Il tema, però, rimane: rimandare per l’ennesima volta le elezioni palestinesi e mantenere questo stallo su Gaza che tiene in vita Hamas e soci sono due messaggi devastanti per i palestinesi, che in larghissima parte si sono già pre-registrati al voto.

È in questo contesto che è fondamentale accompagnare le parti palestinesi disposte al dialogo con gli israeliani fuori dal vicolo cieco in cui si trovano oggi. Le disfunzioni sono profonde ed esistono ambiti nei quali l’urgenza di un cambiamento è evidente, anche attraverso la pressione internazionale.

È il caso dei manuali scolastici palestinesi che incitano alla violenza e quello del sistema di pagamenti alle famiglie dei terroristi rinchiusi nelle carceri israeliane, accusato di creare un perverso incentivo alla violenza e per questo attualmente oggetto di revisione, sia da parte degli Stati Uniti sia da parte dell’Unione europea. È tuttavia impossibile immaginare oggi un interlocutore istituzionale diverso dall’Anp, e per questo gli sforzi dovrebbero essere concentrati nel riformarla e nel rinnovarla profondamente, non nell’indebolirla – cosa che va al solo vantaggio dei nemici della pace. È quanto è accaduto, per esempio, con la decisione statunitense di impedire ad Abu Mazen di recarsi a New York per i lavori delle Nazioni Unite.

C’è bisogno di più coraggio da parte europea per aiutare davvero i palestinesi: spingere perché le elezioni si svolgano e isolare gli islamisti sono due primi passi necessari, insieme alle misure necessarie per fare pressione sugli israeliani affinché siano sventati i loro piani di annessione. La sicurezza dei palestinesi in Cisgiordania è costantemente minacciata dalla crisi economica e dall’aumento degli atti di terrorismo dei coloni (il più autorevole think tank israeliano sui temi della sicurezza ha lanciato l’allarme sul possibile collasso delle istituzioni a causa del terrorismo dei coloni in Cisgiordania). D’altra parte, una reale responsabilizzazione sarà impossibile senza un radicale cambiamento della leadership palestinese, che sappia liberarsi sia dei miraggi del massimalismo e dell’islamismo sia delle rendite di posizione di una stagione politica che deve ormai chiudersi. È questo uno dei tanti sentieri stretti che ci troviamo di fronte e che stentiamo a imboccare, per le paure incrociate di un conflitto che radicalizza le opinioni pubbliche europee e paralizza i governi.

(Secondo di una serie di articoli)

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