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Un’altra Germania: analisi sul voto nelle elezioni regionali tedesche nel corso di settembre.

By: A A
1 October 2026 at 10:30

Fino a che punto si spingeranno i leader europei e, in particolare, quelli tedeschi, di fronte alla minaccia concreta di perdere il potere per la prima volta in 80 anni?

Segue nostro Telegram.

Dunque, punto della situazione: tra l’inizio e la fine del mese ha rimbalzato per tutto l’etere la notizie che provengono dai lander più orientali della Germania. Iniziamo con i dati dalla Sassonia-Anhalt: per la prima volta nella storia della democrazia tedesca post-guerra mondiale, una singola formazione politica – lo AFD, ovvero “Alternativa per la Germania” – raccoglie alle consultazioni elettorali una percentuale di voto che equivale quasi a metà dei votanti: il fatto è che nella cultura politica della Germania contemporanea nemmeno la CDU (centro cristiano-democratico) ha raccolto tale risultato, su scala nazionale, ad una generazione dalla riunificazione. Ma a pensarci – questo è ancor più eclatante – nemmeno il NSDP nazista ha mai raccolto tale proporzione di voti, persino alle ultime elezioni (svoltesi non in un clima ordinario) del 1933. Un grattacapo vero e proprio per la democrazia tedesca che impone di esporre alcune considerazioni lucide al netto di panico ed isterie.

A monte di tutto, rammentiamo che di un’elezione regionale si parla e il lander in questione è demograficamente piccolo: un paio di milioni di abitanti appena, come a dire il 2,5% della popolazione della Repubblica federale. Regione dell’ex Germania orientale, storicamente feudo di correnti antitetiche al liberalismo occidentale (vetero-comunisti ed ultraconservatori). Detto questo, è altrettanto vero che il consenso elettorale all’AFD – già molto consistente nella precedente consultazione (oltre il 20% ossia il secondo partito) – si è di fatto raddoppiato diventando una specie di gigante tra i partiti, il che non è del tutto ordinario.  Considerando il tutto, si può concludere che è assai improbabile che si replichi un risultato del genere su scala nazionale, quanto d’altra parte si deve riconoscere che si è di fronte ad un segnale e di quelli importanti: un messaggio che l’intera società sta esprimendo traverso i canali della democrazia consultiva (perchè a giudicare dai risultati raggiunti è un partito di massa che tocca i gangli nevralgici di ogni strato sociale: anche la fascia istruita della pop. , usualmente orientata in senso progressista, ha concesso circa il 30% del proprio voto, stando alle rilevazioni più specifiche, elemento che amplia il punto interrogativo). Un dato del tutto analogo si è rilevato in Pomerania nella seconda metà del mese che vede il partito sfiorare il 40% ai danni della più tradizionale Cdu. Se proprio si vuole una valutazione, l’Afd probabilmente raggiungerà alle prossime consultazioni di livello nazionale un qualcosa che sta nella forbice 30-35%, che significa grossmodo 1/3 dei suffragi di tutta la Germania.

Fatte salve le considerazioni “tecniche” di flusso elettorale esposte sopra, ce n’è una assai più rilevante che concerne il principio: nel corso delle settimane i commentari in merito ai risultati elettorali in questione si sono propagati come un sisma lungo la rete e altri mezzi di informazione per mezzo di titoli sensazionalistici, finalizzati ad esasperare le perplessità già presenti nell’opinione pubblica tedesca: questo rende da subito difficile affrontare la questione in modo equilibrato, prendendo vita un campo di opinioni polarizzato alle stelle che non permette la riflessione. Responsabile di questo il sistema medesimo (complici i media) che sembra non puntare ad un confronto responsabile bensì fomentare l’isteria collettiva, la divisione. Ecco, la verità è che l’elemento più eclatante di queste elezioni regionali in Sassonia Anhalt, al di là del risultato che vediamo sugli schermi in queste ore, è la reazione ad esso: una reazione ai limiti del senso di responsabilità che vede la parte “moderata” evocare ed invocare la guerra civile, con scenari apocalittici, frasario estremo, esternazioni senza più logica se non quella del panico. In breve le forze che si dicono “democratiche” vistesi sconfitte sul campo per la prima volta, hanno cessato di essere democratiche, riversando un mare di ostilità tale da intaccare l’ordine costituito. Un capovolgimento bizzarro: vediamo una forza considerata estremista conquistare legalmente il governo di una regione, mentre le forze teoreticamente democratiche reagire ai limiti del lecito (invocare in primo luogo la messa al bando di AFD come formazione non conforme alla costituzione tedesca).

Su quest’ultimo punto deve vertere il cuore della riflessione. Rispondere con cieca intolleranza nei confronti dell’avversario vincente mostra purtroppo i limiti del sistema democratico tedesco (la facciata insomma) il quale incapace di fornire risposte ai problemi che affliggono la propria società allora non riesce a fare altro che replicare con l’intolleranza, con il non accettare il risultato delle urne. Il nodo di fondo è che quando un partito – considerato estremista – raccoglie da solo quasi la metà dei consensi come accaduto in Sassonia o in Pomerania è un chiaro messaggio che le cose non vanno come dovrebbero, che vi sono profondi problemi in seno alla società di riferimento: non si può bollare semplicemente tutto come istigazione di una minoranza estremistica quando i suffragi sono pari al 44%, che piaccia o meno. Non è possibile ignorare un messaggio così potente, ricorrende semplicisticamente ad appellativi come “estremista” o “fascista “ : no, in questi casi occorre farsi un esame di coscienza molto serio, partendo dalla ridefinizione degli stessi termini che si utilizzano. Ci si riferisce in primissimo luogo agli appellativi che in modo scontato vengono attribuiti ad AFD (come se fosse una premessa data per certa): lo si definisce “estremista”, lo si definisce “nazista”, ma chi ha deciso tali definizioni ? Il sistema post-bellico/europeista 1945-2025 evidentemente, ma è solo una prospettiva delle cose che si impone come verità: Afd è “nazista” solamente da un punto vista europeista e se si dovesse accettare tale parametro dovremmo quindi concludere che quasi la metà degli elettori di Sassonia e Pomerania sono estremisti (irresponsabile crederlo e comoda via di fuga per giustificare la sconfitta elettorale). La verità è che quando una formazione politica raggiunge tali risultati non è più una cricca di estremisti, ma rappresenta il nerbo della società: un nerbo della società che soffre che ha bisogno di una sponda cui aggrapparsi e se nessuno gliela concede, allora la trova in Afd o qualsiasi altro partito alternativo. In definitiva – punto più importante – frangenti come quello presente fanno emergere il maggiore dei paradossi: il totalitarismo della democrazia. Quest’ultima, la democrazia liberale ovvero il modello socioeconomico principe di tutto il mondo industrializzato, fintanto che regna sovrana, avendo a che fare con gruppuscoli politicamente alternativi di destra e sinistra, può facilmente bollarli come facinorosi ed estremisti senza nemmeno bisogno di bandirli legalmente. Quando tuttavia la democrazia occidentale si ritrova davanti al proprio limite, vale a dire che i cittadini stessi le voltano le spalle per cercare altre sponde e quando tali sponde si rivelano vincenti alle urne al punto da mettere alle corde il sistema ufficiale, allora ecco che la “democrazia” inizia a difendersi e ferocemente diventando tanto totalitaria quanto i propri avversari non democratici. A quel punto si parla di invalidare elezioni, incriminare candidati, mettere fuorilegge determinati partiti previa campagna di demonizzazione come è accaduto in svariati paesi dell’est Europa (vediamo i casi di Romanie e Moldavia, ma anche Bulgaria e Georgia). La verità più scomoda è che democrazia occidentale ha potuto cavarsela perchè per 70 anni ha regnato su società benestanti e protette che non necessitavano di rivolgersi ad altre forze che non quelle convenzionali, prestabilite: adesso che esiste una concorrenza di un modello alternativo – e quindi la reale ipotesi di perdere il potere tanto a lungo detenuto – si può osservare il livello di isteria mediatica che si e a che punto di scorrettezza le forze moderate sono disposte ad arrivare.

L’invenzione dell’ebraicità dei cazari, una vergognosa trovata antisemita

By: A A
30 September 2026 at 22:05

La teoria delle origini cazare degli ebrei ashkenaziti: un mito storico o una deliberata distorsione dei fatti? Gli argomenti storici, linguistici e genetici mettono in discussione l’idea delle radici cazare dell’ebraismo europeo.

Segue nostro Telegram.

Io amo la lingua, la cultura e la religione ebraica, che sono parte della comune famiglia abramitica, capace di legare indissolubilmente l’ebraismo al cristianesimo e all’Islam.

Allo stesso tempo reputo sempre necessario condannare e contrastare i crimini sionisti e dell’entità statuale israeliana, ugualmente criminale. Spiace, occorre dirlo, che molte comunità ebraiche in giro per il mondo solidarizzino con questi criminali, incrinando la possibile simpatia per la più antica tra le fedi abramitiche.

Ritengo altresì che si debba contrastare ogni forma di antisemitismo, a partire dalla volgare confusione tra l’odio per gli ebrei e l’ebraismo, sempre esecrabile, e la condanna di Israele e dei sionisti, sempre giusta, impellente e importante.

Tra i fenomeni di più spiacevole antisemitismo c’è la teoria, del tutto assurda e infondata, propalata da Arthur Koestler nel 1976 con il saggio “La tredicesima tribù”, secondo cui gli ebrei ashkenaziti d’Europa orientale non discenderebbero dagli antichi ebrei della Palestina romana, ma dai Cazari. Stupidaggine colossale e falsità assoluta.

I cazari, tribù nomade di origine turca dell’Asia centrale, governano tra il VII e il X secolo un khanato indipendente e potente, compreso tra il bacino della Volga, il Caucaso settentrionale e il Mar Caspio, poco dediti alle guerre e molto ai commerci, garantiscono il fluire delle mercanzie in viaggio attraverso la Via della Seta lungo le terre da loro controllate e gli scambi con i variaghi attraverso la Volga e il Don. Alleati dell’impero romano d’Oriente, si barcamenano nel difficile contenimento dei musulmani abbasidi che da Baghdad irradiano il potere e la scienza dello loro straordinario califfato.

Non è mai esistita una conversione dei cazari all’ebraismo, come ha spiegato con dovizia di documenti lo storico Shaul Stampfer, la conversione ha riguardato soltanto i sovrani e le loro famiglie, una bonaria scusa per sottrarsi a più vincolanti sottomissioni tanto verso l’Occidente cristiano, quanto vero l’Oriente islamico.

I cazari, popolo forte e numeroso, resta legato allo sciamanesimo di Tengrì, il cielo, tanto caro anche ai mongoli, pur con una porzione non indifferente di cazari convertitisi all’Islam e al cristianesimo, spesso per facilitare lo scambio commerciale con i vicini di quelle religioni.

Dunque i cazari non sono mai stati ebrei, solo i sovrani, ovvero una ristrettissima minoranza di quel popolo, hanno blandamente aderito alla religione mosaica. Insomma non si è mai prodotta una conversione di massa, come ad esempio a Kiev, quando il principe Vladimir nel 988 procede a far raccogliere gli abitanti della città sulle rive del Dniepr, infastidito dalle critiche di un vescovo venuto da Costantinopoli e inorridito dalle pratiche pagane osservate durante il lungo viaggio. Vladimir ordina contemporaneamente al popolo di immergersi nelle acque e al patriarca kievita, vicino a lui dall’alto della città fortificata, di impartire la benedizione per il più straordinario e colossale battesimo di massa della storia. Proprio in ragione di questa conversione al cristianesimo del popolo russo, Vladimir è ancora oggi celebrato come santo tanto dalla chiesa ortodossa, quanto da quella cattolica.

A quel tempo i cazari sono già scomparsi. Il padre e predecessore di Vladimir, il principe Sviatoslav I, sovrano della Rus’ di Kiev, scatena alla metà del X secolo una guerra insieme ai romani d’Oriente e ai nomadi peceneghi contro i cazari, ne conquista l’interezza del territorio, rade al suolo la capitale Itil e cancella, con la morte dei sovrani, ogni traccia di ebraismo cazaro.

Quelle terre saranno abitate e governate, oltre che dai russi, dai bulgari della Volga, dai cumani, dai calmucchi, dai cabardini. Ridicolo che si richiamino i cazari, scomparsi da oltre mille anni, per raccontare qualcosa che non li riguarda, ovviamente la popolazione cazara non evapora nel nulla, ma nemmeno migra, subisce come sempre accade nella storia in questi casi, un lento processo di frammentazione e assimilazione ai nuovi gruppi dominanti sul suo territorio, perdendo con il tempo, in assenza di una radicata alfabetizzazione, ogni traccia della passata cultura, in ogni caso in nulla e per nulla ebraica.

Consiglio piuttosto di visitare il museo ebraico di Mosca, delle grandi carte geografiche scorrono su uno schermo elettronico e raccontano con evidenza come nel regno di Ivan il Terribile alla fine del XVI secolo non abitasse nelle Russie nemmeno un ebreo, mentre, agli albori del XIX secolo oltre i tre quarti degli ebrei di tutto il mondo fossero cittadini dell’impero russo.

Come si è creato questo fenomeno in poco più di due secoli?

Occorre studiare la storia delle comunità ebraiche dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo. Per capire come si siano formate le comunità sefardita e quella ashkenazita.

Laddove si preferisca evitare i polverosi tomi scritti dagli storici, ecco che ci viene in soccorso uno straordinario romanzo, forse il più bello di Abraham Yehoshua, ovvero “Viaggio alla fine del millennio”, i fatti narrati si svolgono nell’anno 999, quando gli ebrei franco – tedeschi, dopo aver assorbito la cultura dei loro vicini cristiani, provano orrore per il correligionario ebreo nordafricano che come i suoi vicini musulmani ha due mogli. I primi, gli europei, decidono di non commerciare più con il secondo, che reputano un peccatore. A poco servirà un tentativo di porre soluzione alla disputa con un confronto tra due rabbini, uno per parte, dentro la sinagoga di Worms, la più antica del vecchio continente.

Gli ebrei immersi nell’Islam son diventati sefarditi, quelli dell’Europa occidentale sono diventati ashkenaziti, questi ultimi in terra germanica hanno sviluppato una nuova lingua: l’yiddish, nata proprio negli anni in cui è ambientato il romanzo citato. L’yiddish è una lingua dalle profonde inferenze antico – tedesche, come qualsiasi linguista può confermare, per altro con nessuna connessione con le lingue turchidi o mongole e i pochi elementi slavi derivanti dalla successiva e tardiva prossimità con il mondo russo.

Quelle comunità ebraiche, per l’intolleranza prima cattolica e poi luterana si spostano verso Oriente, entrando nel regno polacco – lituano, formando i noti shtetl, piccoli villaggi di contadini poveri, quando queste terre sono entrare a far parte dell’impero russo, piccoli gruppi sono andati ancora più ad Oriente, nell’attuale Russia e Bielorussia.

Ecco spiegato in modo inequivocabile come la presenza ebraica in Russia sia il frutto di una migrazione da occidente verso oriente delle comunità ebraiche ashkenazite, che si sono portate appresso la loro cultura, la loro nuova lingua, le loro tradizioni.

L’invenzione del viaggio al contrario, da est a ovest, di un fantasmagorico ebraismo cazaro – ashkenazita è stato dimostrato essere totalmente falsa da tutti i documenti storici, dunque una pessima trovata antisemita.

Altro fatto è voler attribuire qualche malefatta nel corso della modernità o talune responsabilità alle arricchite borghesie occidentali, che del colonialismo, dello schiavismo, della subordinazione dei contadini e degli operai dopo la rivoluzione industriale hanno fatto il volano per le loro personalissime ricchezze a danno di porzioni rilevanti dell’umanità. A questa costruzione del bestiale sfruttamento dell’uomo sull’uomo hanno partecipato evidentemente anche i Rockefeller e i Rothschild, tenendo però presente che i primi sono forse di origine ebraico – francese, ma poi da secoli comunque cristiano – protestanti ugonotti in fuga verso le Americhe, i secondi ebreo – tedeschi, con origini nella nobiltà austriaca.

Di più. I fatti storici dovrebbero essere sufficienti a smentire anche le tesi palesemente assurde e sgangherate, tuttavia un’ulteriore dimostrazione dell’inesistenza di un ebraismo cazaro ci è offerta dalla scienza con le moderne modalità di studio genetico. Il DNA degli ashkenaziti rimanda agli avi mediorientali e ai più secolarmente recenti imparentamenti con gli europei occidentali, niente di slavo, mongolo, turchide o centro – asiatico, quindi nulla e poi nulla dei lontani cazari, anzi, i geni maschili sono chiaramente mediorientali, quelli femminili rimandano non solo all’Europa occidentale, ma anche a quella meridionale, in particolare italiana, a sostanziare una lunga permanenza delle comunità ebraiche nel territorio dell’impero romano, prima di muoversi verso settentrione dopo la scomparsa di questo al tempo delle invasioni barbariche.

Credo dunque che si debbano lasciare i simpatici cazari al loro sperduto passato mercantile, contrastare i crimini del presente operati da sionisti e israeliani e soprattutto agire sempre contro ogni forma di antisemitismo.

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