❌

Normal view

Crimini a Gaza e Cisgiordania: lo scandalo che travolge l'Ambasciata USA in Israele

 

Un'inchiesta pubblicata dal New York Times l'8 ottobre rivela che David Milstein, alto collaboratore dell'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, avrebbe sistematicamente bloccato e riscritto i rapporti della diplomazia americana destinati a Washington, con l'obiettivo di insabbiare le violazioni e i crimini commessi dalle forze israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Entrato in servizio presso l'ambasciata statunitense a Gerusalemme nell'aprile 2025 come capo di gabinetto di fatto di Huckabee, Milstein supervisiona buona parte delle attività della missione nei territori occupati. Secondo una dozzina di fonti diplomatiche tra Gerusalemme e Washington, avrebbe sfruttato la propria posizione per manipolare o sopprimere i dispacci relativi all'espansione degli insediamenti illegali, agli attacchi dei coloni, alle uccisioni di cittadini statunitensi di origine palestinese e alla gestione letale degli aiuti umanitari a Gaza.

Il caso dei cittadini americani uccisi e la censura al Congresso

Tra i documenti bloccati da Milstein figura un rapporto dell'ambasciata risalente a marzo 2025, che ricostruiva l'uccisione di nove cittadini palestinesi con cittadinanza americana da parte di coloni e soldati israeliani nell'arco di quattro anni. Tra le vittime figurava il diciannovenne Nasrallah Abu Siyam, ucciso a colpi d'arma da fuoco a febbraio da un colono mentre cercava di difendere il bestiame del proprio villaggio.

L'indagine interna era stata promossa a seguito del pressante intervento di 30 membri del Congresso guidati dal senatore Chris Van Hollen, i quali avevano chiesto chiarimenti al Segretario di Stato Marco Rubio. Dal dossier era emerso che la quasi totalità delle inchieste condotte da Israele si era conclusa con un nulla di fatto o con l'archiviazione, senza alcuna incriminazione.

Milstein ne ha impedito la trasmissione a Washington, imponendo invece una risposta formale che rassicurasse i parlamentari sulla corretta gestione dei casi da parte delle autorità israeliane. La lettera inviata dal Dipartimento di Stato al senatore Van Hollen il 4 maggio ometteva del tutto i dati dell'indagine, ponendo l'accento unicamente sull'importanza strategica della cooperazione di sicurezza con Israele. "Non garantire l'accertamento delle responsabilità significa mettere a rischio ulteriori vite di cittadini americani", ha denunciato Van Hollen.

Dalla strage degli aiuti umanitari ai test di lealtà interni

Nel corso dell'estate 2025, le operazioni di distribuzione della cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF) — un programma israelo-statunitense trasformatosi in una trappola mortale — hanno provocato la morte di almeno 1.400 civili in cerca di cibo. Di fronte all'imminente disastro, i diplomatici americani sul campo avevano inviato avvertimenti a Washington sul rischio di un'ulteriore escalation di vittime; Milstein ha riscritto il dispaccio presentando l'operazione come un successo ed eliminando ogni riferimento ai morti dai registri ufficiali.

Gli episodi di manipolazione hanno riguardato diversi ambiti:

Cisgiordania e coloni: ad aprile, di fronte agli allarmi dei vertici militari israeliani su una possibile nuova intifada innescata dalle violenze dei coloni, Milstein ha bloccato i report interni trasmettendo invece un cavo diplomatico a suo nome che lodava il premier Netanyahu per la presunta repressione dei disordini.

Annessione dei terreni: a febbraio, dopo la revoca delle tutele legali sull'acquisto di terreni in Cisgiordania da parte di Israele, l'ambasciata ha giustificato la misura a Washington definendola una risposta ai "bisogni umanitari" dei coloni.

All'interno dell'ambasciata, il clima è diventato opprimente: quattro funzionari hanno riferito che Milstein sottoponeva i colleghi a veri e propri "test di lealtà", chiedendo loro se fossero "filo-israeliani" o "filo-Hamas". Temendo ritorsioni e censura, molti diplomatici hanno smesso di redigere note informative, riducendo la produzione di report sugli affari palestinesi da diversi articoli a settimana a una manciata al mese.

______________________________________________

LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

VAI ALLA PROMO

Assedio di Israele a Gaza: 21.000 pazienti a rischio, attese fino a 8 anni

 

Il Ministero della Salute di Gaza ha lanciato un severo avvertimento l'8 ottobre: oltre 21.000 tra pazienti e feriti gravemente rischiano di dover attendere fino a otto anni prima di poter uscire dalla Striscia per ricevere cure salvavita. A causa del perdurante assedio, la condizione attuale è stata definita dalle autorità sanitarie locali come "una condanna a morte diretta e lenta".

"Queste cifre non sono semplici statistiche, ma un disperato grido d'aiuto da parte di oltre 21.000 persone a cui viene negato quotidianamente il diritto fondamentale alle cure e alla vita", si legge nel comunicato ufficiale del ministero. Con il costante aumento mensile dei casi urgenti, l'evasione delle sole nuove richieste di trasferimento richiederebbe altri quattro anni, portando i tempi complessivi di attesa a un livello critico. Dal ministero sottolineano che migliaia di pazienti hanno "corpi che non possono sopportare di aspettare giorni o settimane, figuriamoci anni".

L'organismo sanitario ha rivolto un urgente appello alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani affinché impongano la riapertura completa dei valichi per consentire le evacuazioni mediche senza restrizioni "prima che sia troppo tardi".

Un sistema sanitario ridotto in macerie

L'allarme giunge in un contesto in cui la rete sanitaria locale è devastata dal lungo conflitto e dalle restrizioni sull'ingresso di forniture ed equipaggiamenti medici essenziali. L'ONG Medical Aid for Palestinians (MAP) ha dichiarato al New Arab che nell'intera Striscia di Gaza non è rimasta neanche una macchina per la risonanza magnetica (RMN) funzionante e sono operativi solo uno o due tomografi computerizzati (TC).

In base ai dati diffusi dal ministero:

Stazioni di ossigeno: ad agosto risultavano operative solo 12 strutture su 34, a servizio di oltre 500 pazienti — inclusi neonati e bambini in terapia intensiva — con il rischio imminente di blocco totale per mancanza di parti di ricambio.

Ospedali: meno di 20 dei 36 ospedali di Gaza sono parzialmente attivi, privi delle scorte necessarie di insulina, carburante per i generatori e strumenti diagnostici. Questo isola in modo drammatico i pazienti oncologici e dializzati.

Personale e strutture colpite: secondo il Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, sono stati uccisi oltre 1.700 operatori sanitari e le strutture mediche hanno subito centinaia di attacchi.

Il dramma delle mutilazioni e l'emergenza umanitaria

L'OMS ha segnalato che migliaia di persone, compresi moltissimi bambini, hanno subito l'amputazione degli arti, spesso in assenza di anestesia. Dall'ottobre 2023, solo circa 13.760 pazienti sono riusciti a essere evacuati per ricevere trattamenti all'estero.

A tre anni dall'inizio delle ostilità, il bilancio delle vittime e dei feriti resta drammatico, con oltre 74.000 morti e più di 175.000 feriti secondo i dati del Ministero della Salute. La quasi totalità della popolazione locale ha subito sfollamenti forzati e ripetuti, mentre le infrastrutture civili dell'intera regione rimangono prevalentemente distrutte.

______________________________________________

LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

VAI ALLA PROMO

«Abbiamo preso la Bastiglia!»: la protesta degli studenti dilaga in Francia

La protesta degli studenti delle scuole superiori e delle università torna a scuotere la Francia. Giovedì nuove mobilitazioni hanno attraversato Parigi e numerose altre grandi città, con migliaia di giovani scesi in strada per denunciare le condizioni del sistema educativo. Nella capitale diverse manifestazioni hanno raggiunto Place de la Bastille, dove alcuni studenti sono saliti sul celebre monumento sventolando la bandiera francese e intonando l’inno nazionale. «Abbiamo preso la Bastiglia!», ha gridato uno di loro davanti alla folla.

Tra gli slogan scanditi dai manifestanti è comparso anche «Macron dimissioni», insieme alle richieste di interventi concreti per migliorare la situazione delle scuole. «Non vogliamo parole, vogliamo fatti», ha dichiarato una studentessa di 17 anni a Nantes, riferendosi alle promesse del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu di affrontare la crisi entro la fine del mese. Le proteste, iniziate alla fine di settembre, denunciano la carenza di insegnanti, gli orari sovraccarichi, le aule deteriorate e gli edifici scolastici privi di condizioni adeguate per affrontare il caldo.

La giornata è stata prevalentemente pacifica, anche se in alcune città si sono verificati tentativi di appiccare incendi e danneggiare pensiline degli autobus. In risposta, la polizia ha utilizzato gas lacrimogeni, manganelli e proiettili di gomma, suscitando accuse di uso sproporzionato della forza da parte di manifestanti e organizzazioni per i diritti umani.

Il tema della violenza delle forze dell'ordine pesa ormai fortemente sulla mobilitazione. Lunedì un quindicenne ha perso una mano dopo essere stato colpito da una granata stordente a Lens. La settimana precedente, un ragazzo di 14 anni aveva perso diversi denti dopo essere stato raggiunto da un lanciatore di granate nella periferia di Parigi. Per quest'ultimo episodio, martedì un agente di polizia è stato formalmente incriminato. La protesta studentesca contro il neoliberismo di Macron, che intanto gioca alla guerra contro la Russia, si allarga così oltre la semplice denuncia delle condizioni delle scuole e diventa una nuova manifestazione del malcontento sociale che attraversa la Francia.

Vídeo: Duster capota após colisão com Uno e deixa três familiares feridos em Quirinópolis

8 October 2026 at 21:41

Uma Renault Duster capotou após uma colisão com um Fiat Uno na GO-206, no perímetro urbano de Quirinópolis, na saída para Caçu, no final da manhã de quarta-feira (07/10). O impacto deixou três integrantes de uma mesma família feridos.

Uma mulher de 44 anos estava ao volante do Duster e viajava com os pais, de 68 e 77 anos. Imagens de câmeras de segurança registraram o momento em que o veículo foi atingido pelo Uno e capotou após a batida.

As três pessoas ficaram dentro do Duster após o acidente e foram retiradas do veículo por populares antes da chegada do Corpo de Bombeiros. Depois do resgate, os familiares receberam encaminhamento para atendimento médico.

O condutor do Fiat Uno não sofreu ferimentos no acidente. Até o momento, as circunstâncias que provocaram a colisão entre os dois veículos não foram informadas.

Foto e Vídeo: Redes Sociais

The post Vídeo: Duster capota após colisão com Uno e deixa três familiares feridos em Quirinópolis appeared first on Diário da Manhã - O Jornal do leitor Inteligente.

Melenchon: "Se sarò Presidente non faremo la guerra per Taiwan" (VIDEO)

 

«Come partner e non come nemici». È da questa premessa che Jean-Luc Mélenchon affronta la questione dei rapporti tra Francia, Stati Uniti e Cina, ponendo al centro la questione di Taiwan e la posizione storicamente assunta da Parigi.

Il leader della France Insoumise sostiene che, qualora fosse presidente della Repubblica francese, la Francia non parteciperebbe a una guerra contro la Cina per Taiwan. «Non faremo la guerra per Taiwan perché nel 1964, il generale de Gaulle ha riconosciuto a nome della Francia la Repubblica Popolare Cinese, che include Taiwan».

E ancora: «Se sono il presidente della Repubblica Francese, non faremo la guerra con gli americani contro i cinesi, neanche per Taiwan. Perché Taiwan fa parte della Cina». «E tratteremo con i cinesi perché se non lo faremo, saremo schiacciati», conclude.

 

Il candidato alla presidenza francese Jean-Luc Mélenchon: la Francia non dovrebbe partecipare a una “guerra degli Stati Uniti contro la Cina” per Taiwan. “Negozieremo con i cinesi perché, se non lo faremo, saremo schiacciati”. https://t.co/f8vWO7F9lA

— l'AntiDiplomatico (@Lantidiplomatic) October 8, 2026

Europarlamentare slovacco: "State creando una EuroGestapo e pensate alle elezioni in Russia"

 

Bruxelles sta conducendo l'Europa verso il totalitarismo e una "Euro-Gestapo", mentre si permette di impartire lezioni di democrazia alla Russia: è l'accusa lanciata dall'eurodeputato slovacco Lubos Blaha durante un dibattito al Parlamento europeo, in risposta alla responsabile della politica estera dell'UE Kaja Kallas, che aveva denunciato le recenti elezioni parlamentari russe come antidemocratiche. 

Blaha ha contestato frontalmente l'ipocrisia di Bruxelles, chiedendosi perché l'Unione si concentri sulla Russia mentre reprime il dissenso al proprio interno, citando gli arresti di manifestanti filopalestinesi in Germania e la detenzione di esponenti dell'opposizione estone, incarcerati secondo lui per essersi opposti alla guerra con la Russia. «Ha intenzione di istituire qui l'Euro-Gestapo, signora Kallas, e di rinchiudere tutti coloro che vogliono la pace?», ha tuonato, contestando poi il fatto che Bruxelles discutesse delle elezioni russe mentre l'Europa è in fiamme: «Forse non l'avete notato, ma la Spagna è in piazza, la Francia è in piazza, e voi siete qui a occuparvi delle elezioni russe. Siete degli ipocriti». 

Qui di seguito il suo intervento tradotto in italiano:

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da l'AntiDiplomatico (@lantidiplomatico)

Los «garabatos» de los matemáticos griegos: el hallazgo de cuadernos de escribas que revelan cómo calculaban en el Egipto romano

Durante siglos, la historia de las matemáticas griegas ha estado dominada por figuras como Euclides, Arquímedes o Apolonio de Perga. Sin embargo, junto a esa tradición teórica y deductiva, existió otra mucho más terrenal y pragmática que rara vez aparece en los manuales: la matemática práctica. Un nuevo estudio de Thomas Kelly, investigador de la […]

Vídeo: Radialista relata agressão durante cobertura de jogo entre São Luís e Goianésia

8 October 2026 at 17:53

O radialista Vinícius de Paula relatou, durante entrevista concedida na manhã desta quinta-feira (8) à Rádio Difusora Goiânia, como ocorreu a agressão sofrida após a partida entre São Luís e Goianésia, pela Divisão de Acesso do Campeonato Goiano. O relato será publicado em vídeo pelo Diário da Manhã.

Leia também

Vinícius fazia a cobertura da partida quando começou uma discussão entre jogadores do São Luís e torcedores, após a derrota da equipe da casa por 3 a 1. O episódio aconteceu nas proximidades do vestiário do estádio Jutair Neto, em São Luís de Montes Belos.

Enquanto registrava a movimentação, o radialista foi atingido no rosto por uma laranja arremessada pelo jogador identificado como Dávila. O impacto provocou fraturas no nariz e também problemas na região dos olhos. Segundo as informações iniciais sobre o atendimento médico, há possibilidade de lesões que podem comprometer a visão.

Na entrevista, Vinícius detalhou os momentos que antecederam a agressão e contou como foi atingido enquanto exercia a atividade profissional de cobertura esportiva.

O caso gerou manifestações de solidariedade de emissoras de rádio e repercutiu entre profissionais da imprensa esportiva. O São Luís Atlético Clube divulgou nota de repúdio e afirmou que não compactua com a atitude do jogador. A diretoria também informou que deverá adotar medidas disciplinares.

As rádios Vale FM e Líder FM, onde Vinícius atua na cobertura esportiva, também condenaram o episódio e manifestaram apoio ao profissional.

A ocorrência segue em apuração pela polícia. A Federação Goiana de Futebol (FGF) também ainda não se manifestou sobre o episódio. O espaço permanece aberto para que a entidade apresente seu posicionamento.

The post Vídeo: Radialista relata agressão durante cobertura de jogo entre São Luís e Goianésia appeared first on Diário da Manhã - O Jornal do leitor Inteligente.

UE, via libera al 22° pacchetto di sanzioni alla Russia

Mentre l’Unione Europea neoliberista sprofonda in una crisi energetica ed economica senza precedenti, con le industrie che chiudono i battenti e i cittadini schiacciati sotto il peso di bollette insostenibili, Bruxelles non trova di meglio che alimentare la macchina del conflitto. L'UE, sempre più arroccata su posizioni guerrafondaie, si prepara a varare il ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Misure che, a conti fatti e dopo quattro anni di applicazione, si sono rivelate un autentico boomerang: del tutto inutili per piegare Mosca, ma devastanti e controproducenti per i bilanci e la stabilità degli stessi Stati membri.

Il via libera politico è arrivato nella giornata di ieri, 7 ottobre, quando gli ambasciatori dell'Unione hanno dato il loro nulla osta al nuovo pacchetto. Secondo quanto ricostruito dall'agenzia Tass e confermato da fonti europee a Reuters, la lista nera si gonfierà di oltre 1.570 tra persone fisiche e giuridiche. Si tratta di un aumento di quasi il 50% rispetto ai precedenti, che porta il totale degli enti russi colpiti a oltre 3.000 dall'inizio delle ostilità. 

A Bruxelles ci tengono a precisare che questo pacchetto non conterrà nuove e significative restrizioni commerciali o economiche. Tuttavia, per numero di individui ed enti inseriti simultaneamente, si tratterà del blocco più imponente dall'inizio del conflitto. Le sanzioni comportano il congelamento dei beni, il divieto di ingresso nel territorio UE e lo stop totale a qualsiasi attività congiunta per le imprese. Il via libera definitivo del Consiglio UE è atteso entro la fine della settimana.

Ma è proprio nel cuore di questa impalcatura punitiva che emerge il cortocircuito più evidente, quello che smonta la narrazione dell'efficacia delle sanzioni. Mentre l'UE stringe la cinghia, c'è chi si accorge che la corda sta strangolando i suoi stessi alleati. L'Estonia, storicamente tra i Paesi più falchi e russofobi dell'area baltica, ha dovuto bussare alla porta di Bruxelles per chiedere un'esenzione. Kerstin Lepik, portavoce della Rappresentanza Permanente estone a Bruxelles, ha confermato la richiesta all'emittente nazionale ERR, spiegando una situazione paradossale che la dice lunga sulla dipendenza europea dalle materie prime russe. "L'azienda russa fornisce materiali di importanza strategica per l'Europa a un'impresa con sede in Estonia", ha dichiarato la Lepik. Una confessione a mezza voce che vale più di mille rapporti economici: le sanzioni non fermano la macchina produttiva russa, ma rischiano di mandare in tilt quella europea.

Tallinn ha fatto sapere che l'azienda locale sta cercando fornitori alternativi per i materiali che attualmente importa dalla Russia, ma nel frattempo ha chiesto di stralciare la società russa e il suo manager dal pacchetto. La portavoce ha aggiunto che "l'Estonia valuterà nuovamente l'inclusione di questa azienda e della persona associata l'anno prossimo". Tradotto: ci servono quei materiali oggi, speriamo di poterne fare a meno domani. Un'ammissione di debolezza che certifica come il rigore ideologico si scontri ogni giorno con la realtà.

E invece di riflettere su queste crepe nel muro delle sanzioni, c'è chi vuole alzare ulteriormente il tiro, ignorando gli ingenti danni collaterali. La Lituania, sulla stessa lunghezza d'onda della vicina Estonia, ha proposto di vietare il transito di cereali russi attraverso il territorio dell'UE e di colpire l'agricoltura di Mosca. Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha spinto per inserire nuovi individui del settore agricolo russo nella lista nera, dimostrando come la fame di sanzioni a tutti i costi prevalga sul buonsenso economico.

Il ventiduesimo pacchetto si preannuncia dunque come l'ennesimo atto di una farsa masochistica. Un'Europa che si dichiara unita e forte, ma che nei fatti arranca, divisa tra il furore di una russofobia ideologica e la necessità materiale di importare ciò che ha deciso di boicottare. Continueranno a varare pacchetti su pacchetti, ma la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le sanzioni si sono rivelate un'arma spuntata contro la Russia e una tassa occulta che grava interamente sulle spalle dei cittadini europei.

 

-------------------

LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:

Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi


CLICCA QUI PER ACQUISTARE

“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.

L’Occidente ha mentito su Bucha

By: A A
8 October 2026 at 10:30

Mosca è pronta a confrontarsi con il mondo intero sulle menzogne propagandate dagli occidentali. L’Occidente, invece?

Segue nostro Telegram.

Il report Heirs of Goebbels

Dopo il 31 marzo 2026 ha cominciato a circolare in inglese un report di venti pagine intitolato Heirs of Goebbels: falsification of the events in Bucha and bloody staged performances of the Kiev regime. Lo firma il «Tribunale pubblico internazionale sui crimini dei neonazisti ucraini», organismo presieduto da Maksim Grigor’ev, che per il testo integrale rinvia al sito del Fondo russo per lo studio dei problemi della democrazia. La tesi sta già nel titolo: gli eventi di Bucha del marzo 2022 sarebbero stati falsificati dall’Ucraina con l’appoggio dei governi occidentali, secondo una tecnica che il testo accosta alla provocazione nazista di Gleiwitz del 1939.

Il documento merita una lettura attenta proprio perché non si limita alla negazione. A differenza delle smentite russe dell’aprile 2022, costruisce il proprio argomento su materiale ucraino verificabile: le targhe del memoriale, i necrologi militari, i siti commemorativi locali, le dichiarazioni della Presidenza. È su questo terreno che va discusso. La domanda che pongo qui è più stretta di quella del report e, credo, più utile: chi compare davvero sul Muro della memoria di Bucha, con quale qualifica, e che cosa succede quando una categoria commemorativa viene usata come categoria giuridica e statistica. La risposta chiama in causa tanto chi ha costruito la narrazione ufficiale quanto chi pretende di smontarla.

L’impianto è semplice. Dopo il richiamo a Gleiwitz, il testo elenca quattro metodi di falsificazione che il governo ucraino avrebbe impiegato: la presentazione come civili di militari caduti in combattimento; l’attribuzione alla Russia di morti causate dal fuoco ucraino; il conteggio tra le vittime di anziani morti di malattia; l’uccisione deliberata di propri cittadini davanti alle telecamere. Il bersaglio dichiarato è la formula ufficiale secondo cui il memoriale conterrebbe «509 nomi di civili identificati», formula che il report attribuisce al sito della Presidenza ucraina, al sindaco Anatolij Fedoruk, a Euronews e ai ministri europei presenti alla commemorazione del 31 marzo 2026.

Il nucleo del documento (pp. 3–12) è un elenco di circa trenta nomi, ciascuno accompagnato dalla foto della targa e, spesso, da un ritaglio di stampa ucraina. Li si può raggruppare in cinque classi. La prima comprende persone indicate come membri di Azov o di unità collegate: Jevhen Petraš, Jevhen Vas’kovyč, Illja Chrenov, Bohdan Knyščuk, Volodymyr Bisaha. La seconda riunisce militari regolari: il pilota Ruslan Bilous (Belous) della 7ª brigata di aviazione tattica e il suo compagno d’equipaggio Roman Dovhaljuk, il cecchino Oleh Cymbal della 80ª brigata d’assalto aereo, Vadym Smetans’kyj della stessa brigata, un colonnello dell’SBU, un maggiore del Dipartimento di protezione statale, il comandante della guardia al commissariato militare di Bucha. La terza raccoglie membri della difesa territoriale o di formazioni volontarie: Anatolij Korytko, Serhij Smyrnov, Oleksandr Blahodatnyj, Andrij Verbovyj, Mychajlo Bojčenko. La quarta riguarda civili che avrebbero preso parte ad azioni ostili: Oleksandr Šarava, uscito di casa con bottiglie incendiarie il 27 febbraio 2022; Vitalij Fesjuk, osservatore che trasmetteva i movimenti dei mezzi russi; Oleksandr Bondar, che secondo la stampa ucraina compiva ricognizioni per le forze armate. La quinta riguarda persone morte fuori dalla città (a Vorzel’, Moščun, Kopylov, Zdvizhevka, Guta-Mežigorskaja, Irpen’) e una donna di 68 anni, Halyna Semenjuk, morta di tumore.

A questo elenco il report aggancia due riferimenti giuridici corretti nella sostanza: l’art. 51, par. 3, del Primo Protocollo addizionale, per cui i civili perdono la protezione quando e per il tempo in cui partecipano direttamente alle ostilità, e un passo divulgativo del Comitato internazionale della Croce Rossa sullo stesso principio. Le pagine 12–20, infine, riportano sedici testimonianze su bombardamenti ucraini «a favore di telecamera». Nessuna riguarda Bucha: i testimoni parlano di Avdeevka, Ugledar, Toreck / Dzeržinsk, Lisichansk, Kurakhovo, in episodi che vanno dal 2021 al 2024. Il passaggio da quel materiale a Bucha è affidato a una frase esplicita: la pratica delle uccisioni deliberate «consente di concludere ragionevolmente» che lo stesso sia avvenuto anche lì.

Il quadro normativo

Il diritto internazionale umanitario definisce il civile per esclusione. Secondo l’art. 50 del Primo Protocollo è civile chiunque non appartenga alle forze armate come definite dall’art. 43, cioè a tutte le forze, i gruppi e le unità organizzati posti sotto un comando responsabile. In caso di dubbio la persona va considerata civile, e la presenza tra la popolazione di individui non civili non priva la popolazione del suo carattere civile. Il civile che partecipa direttamente alle ostilità resta civile, ma perde la protezione dagli attacchi per la durata della partecipazione. La Interpretive Guidance del CICR fissa per tale partecipazione tre requisiti cumulativi (una soglia minima di danno, un nesso causale diretto, un nesso bellico) e distingue il civile che agisce in modo episodico dal membro di un gruppo armato organizzato con funzione di combattimento continuativa, che perde la protezione per tutta la durata di tale funzione.

Due ulteriori norme contano per il caso di Bucha. La prima è la levée en masse: gli abitanti di un territorio non ancora occupato che, all’avvicinarsi del nemico, prendono spontaneamente le armi senza aver avuto il tempo di organizzarsi sono combattenti legittimi, se portano apertamente le armi e rispettano le leggi di guerra. La seconda è interna. La legge ucraina «Sui fondamenti della resistenza nazionale», in vigore dal 1° gennaio 2022, ha fatto delle Forze di difesa territoriale una componente delle Forze armate e ha istituito le formazioni volontarie delle comunità territoriali (DFTH) come unità paramilitari destinate a compiti di difesa territoriale. Chi apparteneva a queste strutture, per il diritto internazionale umanitario, non era un civile.

C’è però un punto che il report non tocca mai. Stabilire che una persona era un combattente non dice nulla su come sia morta. Un combattente catturato, ferito o arreso è hors de combat, e ucciderlo è un crimine di guerra.

Alla prova della guerra informativa

Secondo i commentatori occidentali, il report non è credibile, perché contiene alcune imprecisioni giuridiche. Degli errori tecnici ci possono stare, ma guardare il dito ignorando la luna è un errore madornale. A Bucha, il crimine è stato compiuto dagli ucraini, non dai russi. E c’è un crimine atroce che è divenuto uno strumento di propaganda, parte di una guerra informativa che era indispensabile per l’Occidente collettivo.

Bucha ha rappresentato uno dei momenti decisivi della guerra dell’informazione sviluppatasi intorno al conflitto russo-ucraino. Dopo il ritiro delle forze russe dalla città, le immagini dei cadaveri presenti nelle strade e le testimonianze raccolte sul posto furono rapidamente diffuse dai media internazionali, trasformandosi in un potentissimo dispositivo comunicativo. Tutto avvenne con estrema velocità, con i media occidentali che,  a reti unificate, diffondevano il materiale dappertutto, costruendo l’immagine della guerra come aggressione caratterizzata da atrocità sistematiche, nella quale la Russia veniva progressivamente rappresentata non soltanto come avversario militare, ma come responsabile di crimini contro la popolazione civile. Le immagini possedevano, in questo senso, una forza persuasiva superiore a quella di molte argomentazioni diplomatiche: il corpo del civile ucciso diventava una prova visiva capace di condensare in pochi fotogrammi un’intera interpretazione del conflitto.

Bucha assunse così una funzione strategica nella comunicazione occidentale e contribuì a consolidare il consenso pubblico alle sanzioni, all’isolamento diplomatico di Mosca e all’incremento dell’assistenza politica e militare a Kiev. Osservate come un evento tragico, come tragica è ogni guerra, sia stato trasformato in un’arma di guerra. Del valore dei morti, della verità delle loro biografie, a nessun media occidentale importava. L’unica cosa necessaria era incolpare la Russia e motivare l’escalation di un conflitto folle.

Ma la verità prima o dopo viene a galla.

È così che il Ministero degli Affari Esteri russo ha ha riportato il caso di Bucha al centro dell’attenzione internazionale. La portavoce Maria Zakharova ha dichiarato che Mosca intende sollecitare le Nazioni Unite a riesaminare gli eventi, sostenendo che l’ONU non avrebbe partecipato direttamente alle indagini svolte all’epoca, finendo invece per assumere come prevalente la versione fornita da Kiev. Pochi giorni dopo, anche il ministro degli Esteri Sergej Lavrov è tornato sull’episodio, denunciando quella che considera una pratica tipica della guerra dell’informazione: costruire rapidamente una narrazione, trasformarla in verità dominante e impedire che versioni alternative possano raggiungere il pubblico.

È precisamente questo, secondo Lavrov, il meccanismo attraverso cui l’Occidente avrebbe consolidato la propria interpretazione di Bucha. La prima narrazione occupa lo spazio informativo disponibile come una trincea vuota: una volta conquistata e difesa dai grandi media, sostituirla richiede uno sforzo enormemente maggiore. Nel caso di Bucha questo processo avrebbe impedito fin dall’inizio un esame realmente imparziale degli avvenimenti.

Resta dunque una questione centrale: perché riaprire oggi il dossier Bucha? Perché Mosca è pronta a confrontarsi con il mondo intero sulle menzogne propagandate dagli occidentali. L’Occidente, invece?

Hamas: Tempesta di Al-Aqsa una necessità storica

 

In una serie di dichiarazioni riportate dall'emittente HispanTV, Khaled al-Qadumi, rappresentante del Movimento di Resistenza Islamica Palestinese (Hamas) in Iran, ha ribadito che l'Operazione Tempesta di Al-Aqsa ha rappresentato una «necessità storica» e una svolta inevitabile nella lotta contro il regime israeliano.

Intervenendo a Teheran alla conferenza "Cause, obiettivi e prospettive" – organizzata dall'Associazione per la Difesa del Popolo Palestinese in occasione del terzo anniversario degli eventi del 7 ottobre – Al-Qadumi ha dichiarato: «Dopo anni di oppressione, crimini e umiliazioni subite da un intero popolo, è naturale e lecito attendersi una tempesta». Il rappresentante di Hamas ha poi criticato i Paesi occidentali per il mancato riconoscimento della civiltà palestinese, accusando il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di perseguire apertamente una politica di espansione territoriale.

Ripercorrendo le finalità militari dell'azione, Al-Qadumi ha precisato che la cattura dei prigionieri sionisti costituiva l'obiettivo primario annunciato fin dalle prime fasi dell'operazione, traguardo che ha poi consentito il rilascio di circa mille detenuti palestinesi dalle carceri israeliane durante i successivi scambi.

Rispondendo alle critiche sull'elevato costo umano e sulle distruzioni causate dal conflitto, il delegato di Hamas ha usato toni netti: «Chi mette in discussione l'operazione alla luce delle vittime è un traditore. La Tempesta di Al-Aqsa non è stata un'opzione tra le tante, ma un'estrema necessità: senza di essa, la questione palestinese sarebbe finita nell'oblio». Ha poi aggiunto un drammatico monito: «Se non fossimo intervenuti, i coloni avrebbero attuato un piano per uccidere due milioni di palestinesi e conquistare il territorio fino al mare».

L'inviato ha inoltre espresso duro rammarico per la reazione internazionale all'indomani dell'attacco: «L'8 ottobre molti Paesi hanno sottoscritto una dichiarazione rivolta non solo contro Gaza, ma contro l'intero Islam, che ha spianato la strada a un bilancio tragico di oltre 75.000 martiri».

Nel corso del suo intervento, Al-Qadumi ha bocciato categoricamente la via diplomazia tradizionale: «Abbiamo negoziato per anni, ma quali sono stati i risultati? Solo altri martiri e altri prigionieri. Non dobbiamo illuderci: trattare in queste condizioni significa accettare di diventare schiavi degli oppressori».

In conclusione, rinnovando l'appello ai media affinché continuino a raccontare al mondo la realtà di Gaza, il rappresentante di Hamas ha confermato che l'impegno per l'unità palestinese, il rispetto degli accordi di cessate il fuoco e la piena liberazione del territorio prosegue senza sosta, definendo l'Operazione Tempesta solo l'inizio di questo percorso. All'incontro hanno preso la parola anche Naser Abu Sharif, rappresentante della Jihad Islamica Palestinese, ed esperti della regione, raccogliendo commenti e valutazioni convergenti anche da parte dei passaggi diffusi da Ansar Allah e dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

______________________________________________

LETTURA CONSIGLIATA:

LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"

VAI ALLA PROMO

Dottrina Monroe 2.0: così gli Usa riconquistano l'America Latina


di Fabrizio Verde

L'America Latina è tornata a essere il cortile di casa, e Washington non si preoccupa più di tanto di nascondere la mano. Che si tratti di pressioni diplomatiche o di veri e propri ribaltamenti dei poteri giudiziari, l'obiettivo è uno solo: blindare governi di estrema destra e modelli neoliberisti, piegando la sovranità dei Paesi latinoamericani alle esigenze geopolitiche ed economiche degli Stati Uniti. 

A Città del Messico, la presidente Claudia Sheinbaum cerca di camminare sul filo del rasoio. Sa bene come stanno le cose, lo dicono i documenti storici, dalla strage di Tlatelolco fino alle recenti e opache vicende legate al cartello di Sinaloa. L'ingerenza delle agenzie a stelle e strisce è un fatto acclarato, tanto che l'ex presidente Andrés Manuel López Obrador non aveva usato mezzi termini contro l'ambasciatore statunitense Ronald Johnson. Sheinbaum, però, indossa i panni del pragmatismo diplomatico, costretta a bilanciare la consapevolezza storica con la realtà dei rapporti di forza. "Quando so che c'è ingerenza lo dico senza problemi, ma devo anche cercare di mantenere una relazione diplomatica", ha spiegato la presidente, ricordando che la linea rossa resta "il rispetto per la nostra sovranità". Una sovranità, va da sé, che gli USA tollerano solo fino a un certo punto. Anzi, con il rilancio della nuova Dottrina Monroe targata Trump non tollerano affatto: a tal proposito si veda l’attacco contro Caracas il sequestro del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores, attualmente ostaggi degli USA a New York.

Altro esempio di ingerenze clamorose arriva dalla Bolivia, dove il governo di Rodrigo Paz ha appena offerto uno spettacolo desolante di sottomissione agli ordini piovuti da nord. Il bersaglio era il procuratore generale Roger Mariaca, reo di aver indagato troppo da vicino su figure vicine alla cerchia di Donald Trump.

Mariaca è finito in un carcere di Potosí, lo stesso in cui aveva fatto rinchiudere decine di criminali quando era in servizio. "Ho condotto le indagini insieme al mio team; abbiamo assicurato alla giustizia assassini che attualmente si trovano in custodia cautelare proprio nelle carceri in cui ci state mandando", ha avvertito il magistrato durante l'udienza, denunciando la violazione del suo diritto alla difesa e l'allontanamento forzato dai suoi figli minori. 

Il suo peccato originale? Aver indagato su Fernando Cerimedo. Cerimedo non è un personaggio qualsiasi. È il consulente di estrema destra che il Washington Post ha ribattezzato l'uomo del movimento MAGA nel continente, oggi stretto collaboratore del presidente boliviano Paz. L'uomo è gravemente indiziato per tentato omicidio ai danni dell'avvocato Nadia Beller, arricchimento illecito e persino per aver protetto voli di narcotrafficanti, come dimostrerebbero le intercettazioni in cui tratta il pagamento di tangenti per i cosiddetti "narco-voli". Ma a Washington, e di riflesso a La Paz, queste inezie passano in secondo piano se l'uomo è funzionale all'agenda USA.

Per salvare il loro uomo, gli Stati Uniti hanno usato l'arma del ricatto: l'inserimento di Mariaca in una lista nera che ha portato alla revoca dei visti per 29 funzionari tra Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù. Di conseguenza, la polizia boliviana ha fatto irruzione nel Ministero Pubblico. Uomini incappucciati, nessun ordine giudiziario locale, un'azione da polizia politica. Il risultato? Mariaca è in cella, sulla base delle presunte confessioni di un narcos uruguaiano detenuto negli USA, e al suo posto è stato messo un procuratore fantoccio, José Urioste. Durante l'incostituzionale sessione del Congresso che ha ratificato questo golpe bianco, i funzionari delle ambasciate di Stati Uniti, Argentina e Perù assistevano dalle tribune, come a voler ricordare a chi spetta davvero il comando.

L'effetto collaterale di questa manovra è l'azzeramento delle indagini contro Cerimedo e la campagna di fango contro chi ha osato denunciarlo. Nadia Beller, vittima di violenza, si ritrova ora accusata di essere collusa con la Procura boliviana, usando vecchie foto di un suo impegno come attivista per i diritti degli animali per cercare di incastrarla. "Non mi metteranno a tacere. Non mi intimidiranno. Non permetterò che, dopo essere stata vittima, pretendano di trasformarmi in perseguitata politica", ha scritto l'avvocato, smascherando la macchina del fango orchestrata dalla difesa del suo aguzzino.

Il ministro della Difesa boliviano ha dovuto ammettere l'evidenza: l'offensiva contro Mariaca nasce da informazioni fornite direttamente dagli Stati Uniti, e si parla già apertamente di una possibile estradizione del magistrato a nord. Ma questo non è un episodio isolato. È la fotografia nitida di un nuovo corso latinoamericano disegnato a tavolino da Washington, dove la sovranità popolare viene sistematicamente sacrificata sugli altari degli interessi geopolitici ed economici statunitensi.

I risultati delle ultime tornate elettorali nella regione confermano questo disegno strategico. In Colombia, l'ascesa al potere di Abelardo de la Espriella ha segnato una brusca sterzata verso un esecutivo di estrema destra e "mano dura", smantellando in tempi record le aperture progressiste del passato per riallineare Bogotà alle direttive della Casa Bianca.

Ancora più significativo è quanto sta accadendo in Brasile, dove la vittoria di Flavio Bolsonaro al primo turno delle presidenziali contro Lula ha dato una scossa agli equilibri del continente. Il ritorno in forza della destra radicale e neoliberista, con un consenso che ha ribaltato le stesse proiezioni dei sondaggi, non è un semplice fenomeno interno. È il frutto di un ecosistema mediatico e politico che ha vede in Washington un attore disposto a fare di tutto per vedere naufragare ogni esperienza socialista o progressista nel continente americano.

Dal Venezuela alla Bolivia al Brasile, passando per la Colombia, il messaggio è chiaro e non ammette repliche. Dove la diplomazia non basta, si corrompe o si distrugge l'indipendenza della magistratura. Dove le urne potrebbero dare un risultato sgradito, si mobilitano apparati occulti e pressioni economiche senza precedenti. L'obiettivo finale resta immutato: garantire che i governi della regione siano semplici amministratori di condominio, fedeli esecutori di un modello che arricchisce pochi e asservisce intere nazioni alle esigenze del padrone di casa in quel di Washington.

Il nuovo "malato d'Europa": la Francia può innescare una nuova crisi del debito sovrano?

L’euro è scivolato ai minimi degli ultimi 17 mesi contro il dollaro, mentre i mercati finanziari prendono sempre più di mira la Francia, alle prese con una crisi del debito che rischia di investire il cuore stesso dell’Eurozona. Per anni il rischio finanziario europeo è stato associato soprattutto ai Paesi periferici, dalla Grecia all’Italia. Oggi, invece, è una delle principali economie dell’Unione a trovarsi sotto pressione. I numeri raccontano una situazione allarmante. L’indebitamento complessivo supera i 3.500 miliardi di euro e il suo finanziamento diventa progressivamente più costoso. Il rendimento dei titoli decennali francesi ha toccato il 5% a fine settembre, raggiungendo livelli che non si vedevano dal 2002. Lo spread rispetto ai Bund tedeschi è salito ai massimi da 14 anni, mentre Parigi si trova ormai a pagare interessi superiori persino a quelli di Grecia e Italia. Un segnale significativo del deterioramento della fiducia degli investitori. A complicare il quadro è lo stallo politico.

Il governo di minoranza del primo ministro neoliberista Sébastien Lecornu cerca di imporre tagli alla spesa pubblica per 54 miliardi di euro nel bilancio 2027, ma incontra forti resistenze. Con le presidenziali all’orizzonte, le principali forze politiche non sembrano disposte a sostenere misure di austerità impopolari. Marine Le Pen propone un referendum per introdurre limiti al deficit, mentre Jean-Luc Mélenchon punta alla cancellazione di una parte del debito e a un aumento della spesa pubblica. Nel frattempo, Parigi ha programmato nuovi investimenti militari per decine di miliardi di euro, con ulteriori 36 miliardi destinati alla difesa nel periodo 2026-2030. Una scelta che accresce le tensioni sulle finanze pubbliche in una fase già estremamente delicata. Il pericolo maggiore è rappresentato da una spirale finanziaria: rendimenti più elevati aumentano il costo del rifinanziamento del debito, facendo crescere la spesa per interessi e il deficit. Per coprire quest’ultimo, lo Stato deve emettere nuovi titoli, alimentando ulteriormente la pressione sui mercati.

La Francia dovrà affrontare nel prossimo anno un fabbisogno di finanziamento stimato in 340 miliardi di euro. La crisi potrebbe inoltre propagarsi agli altri Paesi europei. Gli investitori stranieri detengono circa la metà del debito pubblico francese e un eventuale disimpegno potrebbe provocare nuove vendite sui mercati obbligazionari. Anche i titoli italiani sono da osservare con attenzione, dopo l'allargamento degli spread seguito alle recenti tensioni francesi. Resta infine la questione della Banca Centrale Europea. L’istituto dispone di strumenti per intervenire, tra cui il Transmission Protection Instrument, introdotto nel 2022 proprio per contrastare dinamiche disordinate nei mercati obbligazionari dell’Eurozona. La BCE potrebbe acquistare titoli francesi per contenere l'impennata dei rendimenti, ma finora questo intervento nno sembra essere contemplato. Il dilemma è evidente: lasciare che i mercati impongano una disciplina finanziaria sempre più severa oppure intervenire per impedire che le difficoltà di Parigi mettano in discussione la stabilità dell'intera moneta unica. Una crisi del debito francese avrebbe infatti conseguenze ben più ampie di quelle già sperimentate con la Grecia. Il rischio più estremo sarebbe una frattura nella stessa fiducia nell'euro, fino a creare condizioni in cui i depositi e gli strumenti finanziari denominati nella moneta unica non siano più considerati equivalenti nei diversi Paesi.

Uno scenario ancora lontano, ma che dimostra quanto la crisi francese possa trasformarsi in una prova decisiva per l'architettura economica europea. Dopo anni di austerità imposta ai Paesi periferici in nome della stabilità finanziaria, l'Unione si trova ora davanti a una contraddizione difficile da eludere: quando a vacillare è uno dei suoi pilastri, le regole di bilancio rischiano di scontrarsi con la necessità di salvaguardare l'intero sistema. E la risposta a questa contraddizione potrebbe determinare il futuro dell'Eurozona.

L’Ossezia del Sud dopo le elezioni: dall’indipendenza de facto all’integrazione sempre più stretta con la Russia

By: A A
7 October 2026 at 22:05

Le elezioni presidenziali anticipate del 18 settembre hanno consegnato a Marat Kambolov una netta vittoria. Il voto si inserisce però in un processo più ampio, segnato dal nuovo trattato con Mosca e dalla crescente integrazione politica, economica e istituzionale russo-sudosseta.

Segue nostro Telegram.

Le elezioni presidenziali anticipate tenutesi il 18 settembre in Ossezia del Sud hanno sancito la vittoria di Marat Kambolov, figura proveniente dall’apparato statale russo e divenuta in pochi mesi il principale protagonista della politica sudosseta. Secondo i risultati ufficiali della Commissione elettorale centrale, Kambolov ha ottenuto 27.922 voti, pari all’84,95% dei partecipanti al voto, mentre l’affluenza ha raggiunto l’82,65% dei 39.768 elettori registrati. Molto distanziati gli altri candidati: Murat Valiev, sostenuto da «Patrioti dell’Alania» (Patrioty Alanii, Патриоты Алании), si è fermato al 3,82%; l’indipendente Kazbek Kodoev al 2,52%; Zurab Kokoev, esponente di «Unità» (Edinstvo, Единство), all’1,48%. Infine, un ulteriore 4,90% degli elettori ha scelto l’opzione «contro tutti».

Il risultato, per la sua ampiezza, ha lasciato poco spazio all’incertezza sul passaggio istituzionale. Kambolov ha prestato giuramento il 30 settembre a Tskhinval, assumendo formalmente la presidenza e chiudendo così una transizione iniziata oltre tre mesi prima con le dimissioni di Alan Gagloev. Nel discorso di insediamento il nuovo presidente ha indicato il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione come obiettivo centrale della propria amministrazione, ribadendo nello stesso tempo il carattere strategico del rapporto con la Federazione Russa.

Lungi dal rappresentare un episodio isolato della politica interna sudosseta, le elezioni sono state il punto di arrivo provvisorio di una trasformazione accelerata dei rapporti fra Tskhinval e Mosca, avviata formalmente il 9 maggio scorso con la firma del Trattato sull’approfondimento dell’interazione alleata tra la Federazione Russa e la Repubblica dell’Ossezia del Sud. Il documento si colloca a sua volta nella continuità degli accordi sottoscritti dopo il riconoscimento russo dell’indipendenza sudosseta nel 2008 e del trattato di alleanza e integrazione del 2015, ma ne approfondisce in maniera considerevole la dimensione istituzionale ed economica.

Il testo firmato il appena cinque mesi fa prevede infatti una cooperazione crescente in materia di politica estera, difesa, sicurezza e controllo delle frontiere, insieme all’armonizzazione delle norme giuridiche e alla creazione di condizioni favorevoli alla libera circolazione di capitali, merci, servizi e forza lavoro. Particolarmente significativa è la disposizione che consente ai cittadini di ciascuna delle due parti di ricoprire incarichi statali e municipali nell’altra, nei termini stabiliti dal trattato. È una norma che riduce concretamente le barriere fra i rispettivi apparati amministrativi e che ha assunto quasi immediatamente un significato politico attraverso l’ascesa dello stesso Kambolov.

Ancora più profonde sono le disposizioni economiche. Le parti si impegnano alla progressiva formazione di uno spazio economico comune e all’unificazione di settori della legislazione che disciplinano le attività economiche, compresi il diritto civile e quello tributario. Il trattato contempla inoltre il progressivo avvicinamento degli indicatori sociali e macroeconomici e, secondo la documentazione relativa alla ratifica russa, l’integrazione delle reti energetiche, dei sistemi di trasporto, delle telecomunicazioni e delle procedure riguardanti investimenti e indebitamento estero.

Proprio l’attuazione di questo accordo ha costituito la porta d’ingresso di Kambolov nella politica sudosseta. Nato nel 1965 nell’Ossezia Settentrionale-Alania, Kambolov ha svolto gran parte della propria carriera nelle istituzioni della Federazione Russa. Ha lavorato nel Comitato statale per la politica antimonopolistica e nel Ministero per le nazionalità e la politica regionale, è stato vicedirettore dell’Agenzia federale per la scienza e l’innovazione e, tra il 2010 e il 2014, viceministro russo dell’Istruzione e della Scienza. Successivamente ha ricoperto incarichi di vertice presso il Centro nazionale di ricerca «Istituto Kurčatov». Il 27 maggio, infine, è stato nominato consigliere di Stato del presidente sudosseto con il compito specifico di seguire l’attuazione del nuovo trattato nei settori economico e sociale.

Il passaggio successivo è avvenuto nel giro di poche settimane. L’8 giugno Gagloev ha proposto Kambolov alla guida del governo e il 16 giugno il Parlamento ne ha approvato all’unanimità la nomina, con il voto favorevole dei 32 deputati presenti su 34. In quella stessa occasione Gagloev definì il trattato del 9 maggio come l’apertura di una nuova fase nelle relazioni con la Russia e come il quadro destinato a orientare i processi di integrazione nei principali settori della vita della repubblica.

Soltanto una settimana più tardi lo scenario politico cambiò nuovamente. Dopo un incontro con Vladimir Putin, Gagloev annunciò le proprie dimissioni e la volontà di lavorare al fianco del presidente russo all’attuazione del trattato. Nel messaggio rivolto alla popolazione il 23 giugno, lo stesso Gagloev collegò esplicitamente il nuovo accordo a una prospettiva storica più ampia, quella del superamento della divisione del popolo osseto e del ricongiungimento con l’Ossezia Settentrionale e con la Russia. In base alla Costituzione sudosseta, la presidenza ad interim passò quindi a Kambolov, allora presidente del governo.

La sequenza degli avvenimenti rende evidente quanto la consultazione del 18 settembre sia stata collegata alla ridefinizione del rapporto russo-sudosseto. Il passaggio da Gagloev a Kambolov non ha rappresentato una rottura dell’orientamento strategico precedente: al contrario, ne ha rafforzato la continuità. La differenza principale riguarda piuttosto il profilo del nuovo presidente. Con Kambolov, Tskhinval affida l’attuazione della nuova fase di integrazione a un dirigente formatosi quasi interamente nell’amministrazione e nelle strutture scientifiche della Federazione Russa, con una lunga esperienza nell’apparato pubblico di Mosca.

Sebbene questo dato non implichi automaticamente che l’Ossezia del Sud stia per essere incorporata formalmente nella Federazione Russa, la prospettiva dell’unificazione del popolo osseto rimane comunque presente nel discorso politico locale. L’Ossezia costituisce infatti uno spazio nazionale diviso dalla frontiera russo-sudosseta: a nord si trova la Repubblica dell’Ossezia Settentrionale-Alania, soggetto della Federazione Russa, mentre a sud si trova la Repubblica dell’Ossezia del Sud, la cui indipendenza è riconosciuta da Mosca e da un numero ristretto di altri Stati, mentre il resto della comunità internazionale continua a considerarla come parte integrante del territorio georgiano. Per la maggioranza della classe politica sudosseta, il rapporto con la Russia non viene quindi presentato semplicemente come un’alleanza fra due Stati, ma come parte di un più lungo processo di ricomposizione nazionale.

Al di là della controversia internazionale, per la nuova leadership rimangono problemi interni molto concreti. L’economia sudosseta continua a dipendere in misura significativa dal sostegno finanziario e infrastrutturale russo, mentre la scarsità di opportunità occupazionali, l’emigrazione giovanile, le difficoltà dei servizi pubblici e la necessità di modernizzare strade, reti energetiche e sistema produttivo costituiscono questioni centrali per la popolazione. L’integrazione con la Russia viene presentata dalla nuova amministrazione anche come la principale risposta a questi problemi.

❌