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In Sassonia-Anhalt AfD e BSW si accordano per evitare la guerra alla Russia

By: A A
19 October 2026 at 22:05

Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa

Segue nostro Telegram.

Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore nel Bundesrat di una netta svolta strategica: lo stop all’invio di armi al regime golpista di Kiev, la fine delle sanzioni economiche alla Russia e l’avvio immediato di trattative diplomatiche.

SPD, Verdi e CDU per la guerra, contro il buon senso

L’iniziativa ha scatenato la reazione indignata dei partiti tradizionali, soprattutto i socialdemocratici di SPD, i Verdi e i democristiani di CDU, pronti a denunciare la presunta violazione del cosiddetto “Brandmauer”, il cordone sanitario istituzionale eretto verso la destra giudicata “fascista”. Tuttavia, la linea argomentata dalla marxista Sahra Wagenknecht dimostra come questa scelta non rappresenti una provocazione, bensì un atto di responsabilità democratica e di pragmatismo politico. AfD avrà al suo interno anche degli estremisti di destra, ma è un partito di massa votato perlopiù dalla classe operaia, e pur di fermare l’entrata in guerra della Germania contro la Russia, BSW è disposta a tutto.

Le sanzioni anti-russe distruggono l’industria tedesca

Come evidenziato dalla leader del BSW, le decisioni di politica estera prese a Berlino non sono astrazioni teoriche, ma incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e sulla tenuta del tessuto produttivo locale. La Sassonia-Anhalt ospita poli industriali di prim’ordine, come il distretto chimico di Leuna, oggi messi a dura prova dall’esplosione dei costi energetici e dall’interruzione dei rapporti commerciali con l’Est. Le sanzioni contro la Russia hanno già provocato molti fallimenti aziendali, ma non in Russia, bensì in Germania, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro qualificati. A ciò si aggiunge l’invio continuo di ingenti risorse, fra soldi e armi, in Ucraina, a fronte di dolorosi tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni e ai servizi sociali, che rendono i lavoratori tedeschi sempre più insofferenti.

L’anti-fascismo usato come scusa per giustificare la NATO e la guerra

In questo scenario, BSW rifiuta la logica difensiva dell’establishment borghese, appoggiato dalla sinistra egemone, tanto nella sua versione moderata di SPD quanto in quella liberal più massimalista della LINKE. Questi partiti insistono che il pericolo principale non è la guerra voluta dalla NATO, ma i “fascisti” di AfD, che occorre isolare, benché votati democraticamente, impedendo qualsiasi accordo o alleanza. L’analisi di Wagenknecht, retta dal metodo del materialismo dialettico tipicamente marxista, individua invece una profonda frattura nella società tedesca: da un lato il campo di chi intende conservare il potere (“Machterhaltendes Lager”), rappresentato dai partiti di governo e dai ceti più benestanti che difendono la linea dell’escalation militare agli ordini della NATO e dell’UE contro la Russia e domani contro la Cina; dall’altro il campo del dissenso (“Lager der Unzufriedenen”), formato da lavoratori, pensionati e famiglie schiacciate dall’inflazione e preoccupate dal pericolo di un coinvolgimento diretto dei loro figli nel conflitto attraverso il nuovo servizio militare obbligatorio, contro cui i liceali tedeschi continuano regolarmente a scioperare. Per troppo tempo la retorica del “Brandmauer” (il muro anti-fuoco che dovrebbe isolare AfD dal dibattito politico) è servita alle forze governative tedesche per squalificare il dissenso e isolare le proteste popolari sotto l’etichetta dell’estremismo. Per il BSW, il dovere prioritario di una forza politica d’opposizione è rispettare la volontà degli elettori, dialogare nell’alveo delle regole parlamentari e sfruttare ogni maggioranza utile per raggiungere obiettivi concreti: fermare la spirale bellica, proteggere l’industria nazionale e tutelare i redditi dei lavoratori. E per fare questo Wagenknecht vuole superare i veti incrociati e la politica dei blocchi: il BSW dimostra che la vera priorità deve tornare a essere la difesa della pace, della neutralità militare, del lavoro e della sovranità popolare.

La fase storica impone il coraggio di rompere gli schemi

Di fronte all’accusa di agire come gregari del “fascismo”, l’antifascista Wagenknecht risponde che la strategia del “Brandmauer” è fallita nei fatti e ha ottenuto l’effetto opposto, alimentando la rabbia popolare e rafforzando proprio l’AfD. Al contrario BSW vuole dialogare con tutte le forze parlamentari e sfruttare le maggioranze d’azione per mantenere le promesse elettorali (come la pace e la calmierazione dei prezzi). La Wagenknecht spiega che i partiti del sistema, siano essi di destra o di sinistra, usano la retorica dell’antifascismo solo per delegittimare il dissenso, sospendere le regole democratiche e conservare il potere nonostante politiche fallimentari. Questo atteggiamento, secondo la leader del BSW, banalizza in modo irresponsabile la reale tragedia della dittatura nazista. Wagenknecht sottolinea infatti come i diritti democratici fondamentali e la libertà di stampa siano stati compressi negli ultimi anni non dall’AfD, ma dai partiti liberali, democristiani e socialdemocratici al governo, gli stessi che inviano decine di miliardi di euro a un regime ucraino che ha messo al bando i partiti d’opposizione e tollera la glorificazione di collaboratori nazisti.

Basta guerra alla Russia: questa è la sola priorità oggi!

Rispetto alla tesi secondo cui negoziare con Mosca sia impossibile perché l’ultra-demonizzato Vladimir Putin rifiuterebbe il dialogo, Wagenknecht non concorda: il Cremlino si era mostrato disponibile a discutere, ma i tentativi di trattativa sono stati chiusi dalla leadership ucraina e dai governi europei spinti dalla NATO e dall’industria delle armi a continuare la guerra. La narrazione, poi, secondo cui l’invio continuo di armi porterebbe alla vittoria dell’Ucraina è una finzione a cui per BSW “non crede più nessuno” e anzi l’escalation bellica – comprese le incursioni su Mosca condotte con tecnologia e droni tedeschi – è una strategia che rasenta la follia, rischiando di trascinare direttamente la Germania in un conflitto nucleare. Su questo aspetto anche il Partito Comunista Tedesco (DKP) denuncia l’ipocrisia dei partiti di governo (SPD, Verdi, CDU), che sfruttano la retorica del “cordone sanitario” antifascista con la scusa di frenare l’estrema destra eversiva, quando il vero obbiettivo è delegittimare qualsiasi mozione pacifista, indipendentemente da chi la voti in aula, contro l’escalation della NATO e contro le sanzioni.

Articolo originale  politicanuova.ch

Mostra de Artesanato Cidade de Lagos

19 October 2026 at 19:51

A “Mostra de Artesanato Cidade de Lagos”, realiza-se em Lagos, no Mercado do Levante, dia 24 das 17h00 às 20h00 e dia 25 das 14h00 às 20h00 Outubro 2026. Esta iniciativa pretende promover e valorizar o artesanato, a criatividade e a diversidade cultural, proporcionando ao público a oportunidade de conhecer e adquirir trabalhos artesanais de diferentes […]

The Guardian view on Trump and Putin: Ukraine’s future is not theirs to bargain away | Editorial

19 October 2026 at 18:25

Russia wants America and China to decide Ukraine’s future without Kyiv. Europe must challenge this dangerous return to diplomacy of the strong for the strong

Does Vladimir Putin know exactly how to play Donald Trump? The history of chummy phone calls, high-profile meetings and attempts to bring Russia in from the cold certainly suggests that Moscow’s thuggish ruler has a hold on this American president. If Mr Trump agrees to negotiate Ukraine’s future with Mr Putin and China’s Xi Jinping without Ukraine at the table, he will have handed the Russian leader a victory before talks begin. The message will be that strongmen are ruling the world and determining the fate of weaker nations.

Ukraine has the right to determine its future. That right cannot be waved away by a self-serving Russian proposal, however much it indulges Mr Trump’s belief that world affairs should be settled by powerful men. The scales are falling from European eyes. Trumpian America is raising doubts about whether it will help deter aggression or even honour its Nato commitments. If Washington now rewards Moscow and pressures Ukraine to accept a raw deal, it would be a betrayal. European governments would wonder where America might be in the future when their own security is threatened.

Do you have an opinion on the issues raised in this article? If you would like to submit a response of up to 300 words by email to be considered for publication in our letters section, please click here.

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© Photograph: José Luis Magaña/AP

© Photograph: José Luis Magaña/AP

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Hegseth wrong to say most non-US Nato forces in Afghanistan did not fight, says No 10

Downing Street emphasises sacrifices of UK troops and reasserts ‘unwavering’ support for Ukraine amid softening US policy towards Russia

Downing Street has criticised Pete Hegseth for downplaying the role of Nato allies in helping the US with combat operations in Afghanistan, saying Donald Trump’s defence secretary had been wrong to do so.

The direct condemnation came as No 10 more carefully distanced itself from Trump’s increasing willingness to engage with Russia, saying the UK’s backing for Ukraine was “unwavering”.

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© Photograph: Alex Wroblewski/AFP/Getty Images

© Photograph: Alex Wroblewski/AFP/Getty Images

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US lawmakers sound alarm as violence grips NATO ally Albania amid anti-government protests

19 October 2026 at 11:43

U.S. lawmakers are growing concerned with ongoing violence gripping the small NATO nation of Albania as police clashed with protesters in the capital Tirana.

The violence continued for a sixth straight day on Sunday as the lawmakers issued warnings on social media to Albanian authorities. 

"The Albanian people deserve freedom, rule of law, and institutional accountability. The government must refrain from all violence against protestors. Young people deserve a voice in the future of their country," Republican South Carolina Representative Joe Wilson posted on X. 

Rep. Robert Aderholt, R-Ala., posted on X that: "All parties must reject violence, and the government must respect the rights of peaceful protesters. Albania’s young people deserve a voice in shaping their nation’s future." Aderholt and Wilson were joined by Rep. Keith Self, R-Texas, who stated on X: "The protests in Albania are a culmination of the people’s distrust of corrupt politicians and fatigue over the total disregard for the rule of law."

Police said 388 people had been charged with criminal offenses during the demonstrations, and an unspecified number of protesters and police have been injured, according to Reuters.

The U.S. Embassy in Albania called on all demonstrators to exercise their right to protest peacefully with no violent rioting, urging restraint and calm on all sides.

EUROPEAN CAPITAL ROCKED BY VIOLENT PROTESTS AS GOVERNMENT CORRUPTION PROBE FUELS UNREST

Tens of thousands have protested amid allegations of government corruption, inadequate education, unemployment and a lack of opportunity. The growing nationwide protest movement is driven by students and citizens also demanding accountability, an end to corruption and what they say is the restoration of democratic institutions and the rule of law.

The student-led demonstrations in Tirana, which have turned violent, have quickly spread to other parts of the country. Protesters have hurled rocks at police, burned government buildings, smashed shop windows and destroyed private property. They are demanding the resignation of Rama and have been met with a heavy-handed police presence, including rubber bullets, water cannons, and tear gas.

Prime Minister Edi Rama is portraying the demonstrations as a threat to Albania's European future, with the country on the unsteady path to European Union membership.

On Monday, Rama blamed outside forces for the violence, according to Reuters. "They are young men and women who have been ideologized and radicalized under the pressure or inspiration of that dark and new force that has emerged in Europe and the United States, which the President of the United States has designated a terrorist organization: ANTIFA."

In a post on Facebook translated by Reuters on Friday, Rama said, "These are also foreign hands that do not wish for Albania to be at peace; they do not want Albania to see clearly, to move forward, or to focus daily on addressing its own challenges for the sake of improvement. They do not want Albania to be part of the united European family — a place where it could finally, once and for all, escape these hands and the yoke of a forced choice."

FORMER ALBANIAN PRESIDENT ARRESTED ON CORRUPTION CHARGES, OPPOSITION CLAIMS CHARGES ARE POLITICALLY MOTIVATED

"Rama's attempt to equate the unrest in Albania with the protests taking place in France, Italy and elsewhere in Europe overlooks the specific political grievances driving Albania's demonstrations," Agim Nesho, former Albanian ambassador to the U.S. and the United Nations, told Fox News Digital.

Nesho said Albania's European future must not be confused with the political survival of Edi Rama or any government.

"European integration is supposed to reinforce democracy, judicial independence, transparent governance, and fundamental freedoms — not provide political protection from public accountability. Brussels has a responsibility to examine allegations of police abuses independently, uphold the rights of peaceful demonstrators, and take seriously the grievances behind this national movement," Nesho added.

The European Commission Directorate-General for Enlargement and Eastern Neighborhood condemned the violence gripping Albania.

"We condemn the use of violence in Tirana and other cities in Albania, including arson, attacks on State institutions and the destruction of public and private property. Violence has no place in a democratic society, and the response to it must remain within the law and proportionate," the Commission said.

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The Commission noted the important gains Albania has made toward EU membership, reminded Albanians that grievances should be handled through constructive dialogue and in a peaceful manner.

The turmoil in Albania comes as the country has long sought European Union membership, which began in 2014 when it became an official candidate for accession. While the 2025 annual European Commission report stated that Albania made significant strides in judicial reforms and combating organized crime, the continued allegations of corruption in the Rama government and the current violence taking place will complicate its path to EU membership.

Reuters contributed to this report.

L’autonomia europea non sia una ripicca contro gli Usa. Parla Fidanza

19 October 2026 at 11:26

Come ogni anno l’appuntamento promosso dalla Niaf con la floridissima comunità italoamericana, nell’ambito delle celebrazioni del Columbus Day, rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Relazioni che rimangono solidissime, nonostante le recenti divergenze tra Trump e Meloni. Lo dice a Formiche.net il capodelegazione di FdI al Parlamento europeo Carlo Fidanza.

Qual è lo stato delle relazioni Italia-Usa dopo le recenti polemiche?

Il lavoro sulle cose concrete non si è mai fermato, anche grazie all’ottimo contributo dell’ambasciata italiana negli Usa guidata dall’ambasciatore Marco Peronaci e dell’ambasciatore americano a Roma Tillman Fertitta, così come dell’impegno di realtà consolidate come l’American Chamber of Commerce italiana. Continua il flusso di investimenti da un lato e dall’altro. E i due governi hanno positivamente concluso l’accordo sulla Pax Silica, con l’adesione dell’Italia a questa alleanza strategica sui minerali critici che è davvero decisiva se vogliamo realizzare le transizioni senza aumentare la nostra dipendenza dalla Cina.

Quale può essere ruolo geopolitico dell’ Italia?

L’Italia continua a credere nella Nato che oggi più che mai deve trasformarsi da alleanza militare ad alleanza geopolitica, coinvolgendo i Paesi likeminded che sono ancora fuori dall’orbita cinese. L’Italia porta in dote la sua proiezione nel Mediterraneo, la straordinaria intuizione del Piano Mattei per l’Africa, la solidità dei rapporti con i Paesi del Golfo, un protagonismo crescente in America Latina grazie all’allineamento politico con i nuovi governi conservatori del continente, in attesa di ulteriori buone notizie dal Brasile. Questo è il frutto della stabilità del nostro governo e della straordinaria abilità di Giorgia Meloni.

Qual è lo stato di salute del nostro export verso gli Usa?

I dati del nostro export sono eccezionali e crescono anche negli Usa nonostante i dazi. Soffriamo un po’ sul food and wine ma cresciamo grazie alla straordinaria capacità di adattamento della nostra manifattura e grazie ai risultati del settore farmaceutico. Su quest’ultimo, però, bisogna intervenire per limitare i danni derivanti dall’applicazione da parte americana del principio della Most Favoured Nation, che rischia di compromettere competitività e ricerca.

Quali i settori più promettenti?

Oltre alla farmaceutica e alle scienze della vita, ovviamente rimaniamo fortissimi nella meccanica. Abbiamo possibilità di sviluppo importanti nella difesa, estendendo questo concetto allo spazio e al dominio sottomarino, senza dimenticare la cantieristica navale su cui Fincantieri vanta ormai una presenza consolidata negli Usa. E poi abbiamo la grande opportunità di ritagliarci un ruolo nella super-intelligenza fisica, a partire dalla robotica umanoide, che è il luogo dove la super-intelligenza generativa incrocia la manifattura in cui siamo maestri. Senza dimenticare la primogenitura che Giorgia Meloni ha avuto nel porre il tema della governance globale dell’AI, a cui ha dedicato parte importante del G7 italiano, e che ora si arricchisce di una nuova opportunità promossa da AmCham Italy: fare di Milano non soltanto l’hub italiano dell’AI ma la sede di una nuova agenzia mondiale per la governance etica della super-intelligenza.

Cosa deve fare l’Ue?

Il consolidamento degli accordi di Turnberry è fondamentale. Abbiamo sempre sostenuto, a ragione, che un accordo anche non perfetto sarebbe stato meglio di un non accordo e di una conseguente guerra commerciale. L’Ue si è dotata di salvaguardie aggiuntive. Bisogna continuare a lavorare su settori come acciaio e alluminio e anche sulla lista dei prodotti alimentari esclusi dai dazi al 15%. E dobbiamo maneggiare con cura il grande elefante nella stanza, quello della tassazione digitale e delle multe alle Big Tech. Regole chiare e semplificazione sono la risposta. Infine, non dobbiamo sottovalutare l’impatto potenziale che le nuove norme doganali varate dall’amministrazione Usa a fine settembre possono avere sui nostri esportatori, soprattutto sulle Pmi.

L’autonomia strategica europea come va perseguita?

L’Ue fa bene a provare a costruire filiere con una percentuale maggiore di Made in Europe, ma l’autonomia strategica deve rimanere aperta, differenziata per settori in base alla nostra possibilità di costruire catene del valore realmente europee e non soltanto francesi, come vorrebbe qualcuno. Di più, l’autonomia strategica europea non deve essere una ripicca quotidiana contro un alleato ritenuto non più affidabile ma una politica industriale intelligente. Il contrario di quello che l’Ue ha fatto con il Green Deal, che ha massacrato le nostre imprese consegnandoci alla Cina. Da qui la coraggiosa battaglia di Giorgia Meloni contro il sistema Ets. Ecco, sulla transizione green qualche schiaffone arrivato da Trump credo debba aiutare l’Europa ad aprire gli occhi.

Ucraina e Iran: il contributo italiano e le mosse di Bruxelles.

Meloni ha espresso chiaramente il nostro giudizio su questo accordo e il sostegno alla tregua reciproca sulle infrastrutture energetiche. Mi auguro che, superate le midterm, si possa tornare a ragionare di una spinta forte alla pace in Ucraina senza umiliare Kyiv. E poi si deve trovare un modo dignitoso per chiudere questa avventura in Iran mettendo il regime di Teheran nelle condizioni di non nuocere. Il peso della doppia crisi geopolitica si sta rivelando troppo elevato, per l’Europa e per l’Italia in particolare.

Seis ataques em 10 dias: drones levam a guerra do Mar Negro cada vez mais perto da NATO

By: ZAP
19 October 2026 at 09:30
Em dez dias, seis navios foram atacados no Mar Negro. Em semana e meia morreram mais marinheiros do que militares norte-americanos em toda a guerra do Irão. A atenção do mundo estava no estreito de Ormuz, mas é aqui, às portas da NATO, que navegar se tornou mais perigoso. O primeiro ataque desta série deu-se na madrugada de 6 de outubro, nota o The Guardian. A tripulação do ferry búlgaro Dioscuria ouviu uma explosão ao largo de Byala e, ao aproximar-se, encontrou um bote salva-vidas virado e coletes na água. Do Alfa Watan, o navio de carga turco atingido por

Europa beschießt den Hafen, der russischen Diesel in die USA exportiert

19 October 2026 at 07:00
Der massive ukrainische Drohnenangriff der Nacht zum Sonntag galt dem Hafen von St. Petersburg, und zwar offenbar genau dem Terminal, von dem aus russischer Diesel in die USA exportiert wird. Damit war dieser Angriff de facto ein Angriff auf den Diesel-Deal, den die Präsidenten Trump und Putin vereinbart haben. Was das bedeutet und welche Hintergrundinformationen […]

Bosnia-Erzegovina: la Republika Srpska rafforza il proprio peso mentre cresce la pressione euro-atlantica

By: A A
18 October 2026 at 23:29

Le elezioni generali del 4 ottobre hanno confermato la centralità dello SNSD nella Republika Srpska e il peso politico del campo legato a Milorad Dodik. Il risultato complica ulteriormente i progetti di centralizzazione della Bosnia-Erzegovina e soprattutto l’avvicinamento alla NATO contro la volontà della componente serba.

Segue nostro Telegram.

Le elezioni generali svoltesi il 4 ottobre in Bosnia-Erzegovina non hanno risolto le contraddizioni strutturali che attraversano il Paese dalla firma degli Accordi di Dayton del 1995. Al contrario, le hanno rese ancora più evidenti. Con lo scrutinio ormai quasi completato, pur in attesa della certificazione definitiva di tutti i risultati, il voto ha confermato la forza dello schieramento dominante nella Republika Srpska e, soprattutto, ha dimostrato che l’eliminazione di Milorad Dodik dalle cariche pubbliche non ha prodotto l’indebolimento politico del sistema costruito attorno all’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Savez nezavisnih socijaldemokrata, SNSD).

Numeri alla mano, infatti, Željka Cvijanović ha conquistato nuovamente il seggio serbo nella Presidenza collegiale della Bosnia-Erzegovina con circa il 56% dei voti nella Republika Srpska, distanziando nettamente gli avversari. Savo Minić, anch’egli esponente dello SNSD e figura vicina a Dodik, si è imposto nella corsa alla presidenza della Republika Srpska con oltre il 52%. Lo stesso SNSD resta inoltre nettamente la principale forza politica dell’entità, avvicinandosi al 40% nelle elezioni per l’Assemblea nazionale.

Il significato politico di questi dati supera quello dei singoli risultati. Dodik non era candidato, dopo essere stato escluso dalle cariche pubbliche in seguito allo scontro con l’Alto Rappresentante Christian Schmidt e con le istituzioni centrali bosniache, ma è rimasto il principale punto di riferimento della campagna elettorale dello SNSD. Il voto ha quindi mostrato che la pressione giudiziaria e istituzionale esercitata contro il leader serbo-bosniaco non si è tradotta in un ripudio della sua linea da parte dell’elettorato della Republika Srpska. Al contrario, i candidati che ne rivendicano la continuità politica hanno prevalso a tutti i livelli più importanti.

Va infatti ricordato che, negli ultimi anni, una parte consistente delle istituzioni dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e dell’apparato politico legato all’Alto Rappresentante ha presentato Dodik come il principale ostacolo alla stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina e alla sua integrazione nelle strutture occidentali. Le elezioni hanno dimostrato, tuttavia, che il problema non può essere ridotto alla figura personale dell’ex presidente della Republika Srpska. Dietro Dodik esiste una consistente base elettorale che difende le prerogative dell’entità, rifiuta un’ulteriore centralizzazione dello Stato bosniaco e guarda con forte diffidenza, quando non con aperta opposizione, alla prospettiva dell’adesione alla NATO.

Allo stesso tempo, vogliamo sottolineare che, in base agli accordi di Dayton del 1995, l’intera architettura istituzionale della Bosnia-Erzegovina venne costruita sulla base della necessità di impedire che una delle componenti etniche del Paese possa imporre unilateralmente alle altre le scelte fondamentali dello Stato. La Presidenza, in particolare, è composta da tre membri: un bosgnacco e un croato eletti nella Federazione e un serbo eletto nella Republika Srpska. La funzione di presidente di turno ruota periodicamente tra i tre, ma la Presidenza resta collegiale e le decisioni fondamentali in materia di politica estera sono affidate all’organo nel suo complesso.

Ancora più importante è il meccanismo previsto in caso di dissenso. Un membro della Presidenza, infatti, può dichiarare una decisione contraria all’interesse vitale dell’entità dalla quale è stato eletto. Nel caso del membro serbo, la questione viene rinviata all’Assemblea nazionale della Republika Srpska e, se quest’ultima conferma l’obiezione con la maggioranza richiesta, la decisione non entra in vigore. Analoghe garanzie attraversano il Parlamento statale, dove la rappresentanza delle entità e dei tre popoli costitutivi limita deliberatamente il principio maggioritario.

Questi meccanismi vengono spesso descritti dalla stampa occidentale come cause della presunta “disfunzionalità” della Bosnia. In realtà sono precisamente il fondamento dell’equilibrio che rese possibile la conclusione della guerra. Dayton, infatti, non eliminò le differenze politiche e nazionali interne al Paese: le istituzionalizzò, riconoscendo che la sopravvivenza di uno Stato comune avrebbe richiesto il consenso delle sue componenti fondamentali.

Proprio su questo terreno si sviluppa da anni uno scontro sempre più evidente: da un lato, una parte delle forze politiche bosgnacche sostiene un rafforzamento delle istituzioni centrali, mentre Bruxelles e Washington hanno generalmente appoggiato una progressiva concentrazione di competenze a Sarajevo; dall’altro, la leadership della Republika Srpska interpreta invece questa evoluzione come un progressivo svuotamento del compromesso originario di Dayton.

Il caso più delicato è quello della NATO. La Bosnia è entrata nel programma Partnership for Peace nel 2006 e partecipa al Membership Action Plan. Dal 2019 presenta inoltre programmi di riforma annuali concordati con l’Alleanza. Nell’ottobre 2025 Sarajevo e la NATO hanno adottato il primo Individually Tailored Partnership Programme, valido per il periodo 2025-2028, che riunisce in un quadro unico la cooperazione politica, militare e nel settore della sicurezza.

La NATO, inoltre, mantiene un proprio quartier generale a Sarajevo, assiste le autorità bosniache nelle riforme della difesa, sostiene programmi destinati ad aumentare capacità e interoperabilità delle forze armate e, dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina nel 2022, ha aumentato ulteriormente il sostegno alla Bosnia-Erzegovina nell’ambito della propria politica di rafforzamento dei partner considerati vulnerabili alle influenze esterne.

Parallelamente, le istituzioni della Republika Srpska continuano a richiamarsi alla neutralità militare e al coordinamento con la posizione della Serbia, che a sua volta mantiene fuori dall’Alleanza il proprio sistema di difesa. Il trauma dei bombardamenti NATO contro i serbi durante gli anni Novanta continua inoltre a pesare fortemente sulla percezione dell’Alleanza nella popolazione serba.

Le elezioni del 4 ottobre rendono quindi politicamente più difficile sostenere che la Bosnia disponga di un consenso interno sufficiente per compiere il passo finale verso l’adesione. Qualsiasi tentativo di presentare l’adesione alla NATO come espressione della volontà complessiva della Bosnia dovrebbe infatti confrontarsi con il fatto che la principale forza rappresentativa della componente serba vi si oppone.

Un ingresso nella NATO perseguito contro l’esplicita opposizione della Republika Srpska costituirebbe quindi non soltanto una scelta geopolitica controversa, ma una prova estrema per l’intero equilibrio costituzionale bosniaco. Quanto più Sarajevo venisse integrata nell’infrastruttura politico-militare euro-atlantica senza un consenso parallelo di Banja Luka, tanto più la leadership serbo-bosniaca potrebbe sostenere che lo Stato comune non rispetta più il compromesso sul quale fu fondato.

Per quanto riguarda il risultato dei croati, Darijana Filipović, candidata dell’Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (Hrvatska demokratska zajednica Bosne i Hercegovine, HDZ BiH), ha conquistato il seggio croato nella Presidenza, interrompendo la lunga fase caratterizzata dalla presenza di Željko Komšić, contestato da larga parte dell’elettorato croato perché eletto soprattutto grazie ai voti provenienti dalle aree a maggioranza bosgnacca. Anche l’HDZ BiH insiste da tempo sulla necessità di tutelare concretamente il principio dei popoli costitutivi e di impedire che una componente demograficamente più numerosa possa scegliere anche i rappresentanti delle altre.

Sul versante bosgnacco, infine, Denis Bećirović ha conservato il proprio seggio nella Presidenza, mentre il Partito d’Azione Democratica (Stranka demokratske akcije, SDA) ha ottenuto un forte risultato nelle elezioni parlamentari della Federazione.

Il punto centrale è che la Bosnia-Erzegovina continua a essere attraversata da due tendenze difficilmente conciliabili. Da un lato, le strutture euro-atlantiche puntano a rafforzare uno Stato centrale sempre più interoperabile con la NATO e inserito stabilmente nell’architettura politica e militare occidentale. Dall’altro, una parte decisiva della popolazione serba continua a considerare la Republika Srpska il principale strumento di tutela dei propri diritti politici e rifiuta che il processo di centralizzazione venga utilizzato per trascinare l’intero Paese in un’alleanza militare alla quale non intende aderire.

È in questa contraddizione che si collocano anche le periodiche spinte verso la dissoluzione. La Costituzione di Dayton non riconosce alla Republika Srpska un diritto unilaterale alla secessione e la Bosnia-Erzegovina continua giuridicamente a esistere come Stato unitario sul piano internazionale. Ma la tenuta di un ordinamento consociativo dipende in ultima analisi dal consenso delle comunità che lo compongono. Se una di esse arrivasse a ritenere che le garanzie originarie siano state svuotate e che le decisioni strategiche possano essere prese sistematicamente contro la propria volontà, la crisi diventerebbe inevitabilmente politica prima ancora che costituzionale.

La stabilità della Bosnia dipenderà quindi dalla capacità di riconoscere questo dato anziché aggirarlo. Insistere sulla centralizzazione e sull’integrazione euro-atlantica come processi irreversibili, senza tenere conto della volontà espressa dagli elettori serbi, potrebbe produrre l’effetto opposto a quello dichiarato da Bruxelles e Washington. Quanto più la Republika Srpska percepirà lo Stato centrale come lo strumento attraverso il quale decisioni strategiche vengono imposte dall’esterno o dalla sola maggioranza bosgnacca, tanto più crescerà la forza dell’argomento separatista.

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