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Truffa della Tessera Sanitaria, il Ministero della Salute lancia l’allarme: attenzione ad una mail

19 October 2026 at 11:19

Una nuova truffa online utilizza il nome del Ministero della Salute per sottrarre dati personali e sensibili ai cittadini. L’allarme arriva direttamente dal dicastero, che ha segnalato la circolazione di false email con cui viene richiesto di procedere alla sostituzione della Tessera Sanitaria. I messaggi, apparentemente inviati da un ente istituzionale, invitano i destinatari a cliccare su un collegamento per completare il rinnovo del documento. In realtà, il link conduce a un sito contraffatto progettato per raccogliere informazioni personali. Il Ministero ha chiarito che si tratta di un “tentativo di phishing per sottrarre dati personali”, invitando i cittadini a non seguire le istruzioni contenute nelle comunicazioni sospette.

Come funziona la truffa della Tessera Sanitaria

Il meccanismo utilizzato dai truffatori parte dall’invio di un’email che riproduce il nome del Ministero della Salute e richiama la necessità di sostituire la Tessera Sanitaria. All’interno del messaggio è presente un link che rimanda a una pagina web graficamente simile a quelle delle amministrazioni pubbliche. Una volta aperto il sito, l’utente viene invitato a compilare un modulo inserendo diversi dati personali e sensibili.

Le informazioni raccolte possono essere successivamente utilizzate per attività illecite, tra cui il furto d’identità, la clonazione di documenti e la rivendita dei dati. La presenza del nome del Ministero o di elementi grafici istituzionali non garantisce quindi l’autenticità della comunicazione.

Il Ministero della Salute ricorda che il rinnovo della Tessera Sanitaria avviene normalmente in modo automatico. Alla scadenza del documento, la nuova tessera viene inviata al cittadino senza che sia necessario compilare moduli ricevuti tramite email.

Il dicastero precisa inoltre che non invia comunicazioni per richiedere l’inserimento di dati personali attraverso siti non istituzionali. Per verificare informazioni relative al documento o richiedere assistenza, è necessario utilizzare esclusivamente i canali ufficiali delle amministrazioni competenti.

Cosa fare se arriva la falsa email del Ministero

Per evitare di cadere nella truffa, il Ministero della Salute invita i cittadini a seguire alcune precauzioni:

  • Non cliccare sui link presenti nelle email sospette che richiedono il rinnovo della Tessera Sanitaria;
  • Non inserire dati personali, documenti o informazioni bancarie nei moduli collegati al messaggio;
  • Cancellare la comunicazione fraudolenta e consultare i siti istituzionali per eventuali verifiche.

Se sono già state comunicate informazioni personali o bancarie, è opportuno contattare tempestivamente gli intermediari interessati e segnalare l’accaduto alla Polizia Postale.

Il precedente delle false comunicazioni sul Fascicolo sanitario elettronico

Un episodio simile era già stato segnalato dal Ministero della Salute nell’aprile 2026.

In quella circostanza, i truffatori inviavano false email nelle quali chiedevano ai cittadini di aggiornare i dati contenuti nel Fascicolo sanitario elettronico. Il collegamento presente nel messaggio conduceva a un sito contraffatto, dove veniva richiesto di compilare un modulo con informazioni personali, sensibili e bancarie. Anche in quel caso, l’obiettivo era ottenere dati riservati sfruttando l’identità di un’amministrazione pubblica e la necessità apparente di aggiornare un servizio sanitario.

Ictus cerebrale dopo l’emergenza la sfida è la riabilitazione: in Italia cure ancora disuguali

19 October 2026 at 10:36

Negli ultimi trent’anni la medicina ha compiuto enormi progressi nella cura dell’ictus cerebrale. Oggi sempre più persone sopravvivono grazie alla tempestività dei soccorsi, alle Unità Ictus e alle terapie tempo-dipendenti. Ma, per chi supera la fase acuta, il percorso di cura è tutt’altro che concluso: recuperare il movimento, il linguaggio, l’autonomia personale e la possibilità di tornare a una vita il più possibile indipendente rappresenta una sfida che può durare mesi o anni.

Ma cosa accade dopo la fase acuta? A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) segnala come occorra garantire a ogni persona colpita da ictus un percorso riabilitativo appropriato, tempestivo e omogeneo, indipendentemente dal luogo in cui vive. Purtroppo, su questo fronte, ci sono ancora criticità come testimonia il primo Report nazionale sulla riabilitazione ospedaliera, commissionato dalla Fondazione Gianfranco Salvini, elaborato da Luca Giorgio, Ricercatore in Tenure Track in Organizzazione Aziendale dell’Università Europea di Roma e supportato da A.L.I.Ce. Italia Odv. Realizzato analizzando i dati ufficiali del Ministero della Salute, delle Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO), degli Open Data ministeriali e dell’ISTAT, il report analizza l’evoluzione della riabilitazione in Italia nel periodo 2013-2024.

Come funziona la riabilitazione

Il bisogno di riabilitazione ospedaliera non riguarda soltanto le persone colpite da ictus: il Report evidenzia, infatti, il ruolo della riabilitazione nella fase post-acuta anche per i pazienti che, a seguito di eventi traumatici, necessitano di trattamenti finalizzati al recupero funzionale e al reinserimento nelle attività della vita quotidiana, tra questi anche le persone che hanno subito un grave trauma cranico. Si tratta di condizioni diverse, ma accomunate dalla necessità di un percorso riabilitativo intensivo, multidisciplinare e continuativo, capace di accompagnare la persona nel recupero delle proprie funzioni e della propria autonomia.

Stando al rapporto, nel 2024 sono stati effettuati circa 292.000 ricoveri riabilitativi ordinari, per oltre 7,6 milioni di giornate di degenza, con una dotazione di quasi 24.000 posti letto dedicati alla riabilitazione. Questi numeri testimoniano quanto questa fase rappresenti una componente essenziale del percorso di cura dopo un evento acuto come l’ictus. Lo studio evidenzia però anche una criticità importante: il sistema non ha ancora recuperato completamente i livelli precedenti alla pandemia. Rispetto al periodo pre-Covid, infatti, le dimissioni risultano ancora inferiori di circa l’8% e le giornate di degenza del 6,5%, nonostante la disponibilità di posti letto sia ormai tornata pressoché ai livelli del 2019.

Italia a macchia di leopardo

Dopo l’ictus la riabilitazione ospedaliera è la fase che determina, più di ogni altra, le possibilità di recuperare autonomia, relazioni sociali e qualità di vita. Per questo servono reti riabilitative realmente integrate, continuità assistenziale e modelli organizzativi che siano in grado di accompagnare il paziente anche dopo la dimissione.

Ma non è così in tutto il Paese. Il dato che emerge con maggiore forza riguarda le profonde differenze territoriali. Il tasso di ospedalizzazione varia, infatti, da oltre 8 ricoveri ogni mille abitanti in Valle d’Aosta a meno di 2 ricoveri ogni mille abitanti in Toscana, mentre la disponibilità di posti letto riabilitativi presenta differenze ancora più marcate, con alcune Regioni che dispongono di un’offerta oltre quattro volte superiore rispetto ad altre.
Anche la riabilitazione ospedaliera, fondamentale per molti pazienti colpiti da ictus, risulta concentrata in pochi centri altamente specializzati, rendendo l’accesso alle cure particolarmente disomogeneo sul territorio nazionale.

Il report mostra, inoltre, che la mobilità sanitaria continua a rappresentare un indicatore delle disuguaglianze esistenti: alcune Regioni, come la Provincia autonoma di Trento, la Lombardia e l’Emilia-Romagna, attraggono pazienti provenienti da tutta Italia, mentre altre registrano ancora elevati livelli di mobilità passiva.

Per A.L.I.Ce. Italia Odv, tutto questo significa che le opportunità di recupero continuano a dipendere anche dal CAP di residenza.

Come funziona il percorso

Tra i dati del Report ce n’è uno che sintetizza bene il significato della riabilitazione: l’82,9% dei pazienti viene dimesso direttamente al proprio domicilio. È un dato che conferma la funzione della riabilitazione ospedaliera nell’accompagnare la persona verso il ritorno al proprio contesto di vita.

Ovviamente la dimissione non coincide necessariamente con la conclusione del percorso di recupero. Infatti, recuperare il linguaggio, tornare a camminare, riacquistare l’autonomia nelle attività quotidiane, reinserirsi nella vita familiare e lavorativa richiede frequentemente la continuazione del percorso riabilitativo e una continuità assistenziale adeguata ai bisogni della persona. In questa ottica la presa in carico nella fase ospedaliera riesce a garantirne la continuità sul territorio, fino al raggiungimento del massimo recupero possibile.
Lo stesso principio vale per chi deve recuperare dopo un trauma cranico: la conclusione della fase acuta non coincide con la conclusione della cura, bensì apre una fase nella quale il percorso riabilitativo può essere determinante per il recupero funzionale e il ritorno alla vita quotidiana.

Il Report mostra inoltre una pluralità di modalità di dimissione: oltre al domicilio, l’1,7% dei pazienti viene indirizzato verso una struttura residenziale territoriale o RSA, l’1,6% viene dimesso con attivazione dell’Assistenza Domiciliare Integrata, l’1,2% viene trasferito a un altro istituto di riabilitazione, mentre il 3,4% passa ad altro regime di ricovero o ad altra attività nello stesso istituto. Questi dati evidenziano la presenza di percorsi assistenziali differenti, che devono essere definiti in funzione delle condizioni cliniche e dei bisogni della persona, assicurando quando necessario il raccordo tra i diversi setting di cura.

In questa prospettiva, il rafforzamento della riabilitazione non passa semplicemente dall’aumento dei posti letto, ma dalla capacità di costruire percorsi integrati e appropriati, nei quali ospedale, strutture riabilitative e servizi territoriali possano operare in continuità, ciascuno secondo il proprio ruolo.

La vita sospesa di un malato di cancro. E tanto incide l’attesa per l’accesso alle cure

19 October 2026 at 05:40

La mia prima diagnosi di cancro è del 21 febbraio 2018. L’operazione chirurgica decisa per risolverlo è del 5 aprile 2018. Le ultime analisi di controllo parlano di una probabile ripresa della patologia dopo otto anni di “sopravvivenza libera da malattia”, come si dice tecnicamente. La verifica è programmata per il 4 novembre 2026.

Come tutti i cittadini italiani, specie al Sud, oggi, come vivo i tempi delle liste di attesa? E’ una “vita sospesa”. La “vita sospesa” di un paziente oncologico è quel periodo di limbo emotivo e temporale che intercorre tra la formulazione di una diagnosi (o il forte sospetto di essa) e l’inizio effettivo delle cure (intervento chirurgico, chemioterapia, radioterapia). Non si è più la persona “sana” di prima, ma non si è ancora un paziente “in trattamento”. Il tempo non è più scandito dai progetti futuri, ma solo dai giorni che mancano alla chiamata dell’ospedale.

Anche oggi io vivo l’angoscia dell’attesa che in un paziente con diagnosi di cancro rappresenta una vera e propria crisi psicologica ed esistenziale, caratterizzata da un tempo che sembra bloccato e da una profonda perdita di controllo sul proprio futuro. Mentre per i malati comuni le liste d’attesa amplificano questo calvario, i canali preferenziali (spesso attivati per figure pubbliche, politici o persone influenti) evitano del tutto questa fase di logoramento.

L’attesa nelle liste della sanità pubblica logora la mente e il corpo. Come paziente sento che la malattia sta potenzialmente progredendo ogni giorno che passa, senza poter fare nulla per fermarla. Ogni piccolo dolore, colpo di tosse o linea di febbre viene interpretato come il segno che il tumore si sta diffondendo o sta peggiorando (metastatizzazione). La mente riempie il vuoto di informazioni e di azione con gli scenari peggiori possibili. Il tempo percepito si dilata. Pochi giorni di attesa vengono vissuti come mesi, alimentando insonnia, ansia acuta e sintomi depressivi. Spesso fatico a relazionarmi serenamente con la normalità degli altri (amici, colleghi), poiché la mia intera esistenza è focalizzata sulla malattia incombente.

La frustrazione che si subisce durante questo tempo di “vita sospesa” tocca, quindi, per forza il tema della diseguaglianza nell’accesso alle cure. Il paziente “comune” vive in pieno l’angoscia delle liste d’attesa bloccate da scadenze, carenze di personale e liste bloccate. Ogni settimana aumenta l’angoscia. Il paziente “eccellente” (politici, vip, privilegiati) salta tutta questa angoscia. Ha accesso istantaneo a diagnosi, chirurghi di fama e sale operatorie grazie a relazioni o risorse. Il “paziente comune” è un numero che deve monitorare da solo lo scorrere della lista. Il “paziente vip” ha percorsi personalizzati che azzerano i tempi morti e riducono l’impatto psicologico dell’attesa.

Questa asimmetria non è solo un problema organizzativo, ma un fattore che amplifica la sofferenza psicologica dei cittadini comuni, i quali uniscono all’angoscia della malattia il senso di ingiustizia sociale.

Dall’altra parte. Tre grandi medici raccontano la loro malattia è un libro prezioso pubblicato nel 2006 edito da Rizzoli scritto dal cardiochirurgo Sandro Bartoccioni, dall’oncologo Gianni Bonadonna e dal chirurgo toracico Francesco Sartori. Il volume dimostra che i medici ammalati sono i migliori consulenti per la politica sanitaria perché possiedono la duplice e unica prospettiva di chi conosce i meccanismi tecnici della cura e, contemporaneamente, sperimenta sulla propria pelle i difetti, la burocrazia e la freddezza del sistema sanitario. Questa inversione di ruolo, da curanti a curati, svela dinamiche che i medici sani e i decisori politici non riescono a cogliere.

I grandi clinici ammalati hanno denunciato come la sanità moderna sia spesso intrappolata in un “virtuosismo tecnologico” che allontana il medico dal dolore reale del malato. Essere “dall’altra parte” costringe a ridefinire le priorità della pianificazione politica: non servono solo macchinari all’avanguardia, ma un sistema strutturato per accogliere la persona nella sua interezza.

L’opposizione della Regione Campania e di altre regioni meridionali alla legge sull’autonomia differenziata (legge Calderoli) si basa principalmente sul rischio che la riforma possa ampliare i divari nei servizi essenziali, a partire dalla sanità, tra il Nord e il Sud del Paese. Chi critica la legge sostiene che le regioni con maggiore capacità fiscale (generalmente quelle del Nord) avranno molte più risorse da investire nella sanità rispetto alle regioni del Sud. Questo potrebbe tradursi in una ulteriore disparità nell’accesso alle cure e nella qualità delle strutture ospedaliere.

La scelta di Papa Leone XIV di comunicare in prima persona, in modo trasparente e tempestivo, la diagnosi e l’iter terapeutico del suo adenocarcinoma polmonare ha sollevato un’importante riflessione collettiva e sociale sul sistema sanitario. Se da un lato la trasparenza del Papa promuove la cultura della prevenzione, dall’altro ha spinto l’opinione pubblica a confrontarsi sulle disparità di accesso agli screening radiologici (come la TAC a bassa dose) e sulle liste d’attesa che i comuni cittadini si trovano spesso ad affrontare. Una spinta indiretta a riflettere sulla necessità di rendere la diagnosi precoce un diritto tempestivo e accessibile a tutti.

I tempi del percorso diagnostico e terapeutico di Papa Leone diventano così un riferimento preciso dei tempi ottimali per la diagnosi precoce e per le migliori terapie possibili per tutti. Amen.

L'articolo La vita sospesa di un malato di cancro. E tanto incide l’attesa per l’accesso alle cure proviene da Il Fatto Quotidiano.

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